EID. SEXT. (13) NP

Dianae in Aventino

La tradizione più diffusa ascriveva la costruzione del tempio di Diana sull’Aventino [CIL VI, 32323, 10, 32; Cens. Die Nat. XXIII, 6] a Servius Tullus, che avrebbe riunito su questo colle i rappresentanti delle città della Lega Latina, convincendoli a costruire un santuario federale sul modello del tempio di Diana ad Efeso (comune alla Lega Ionica) [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45, 2 – 6; Dion. H. IV, 26, 3 – 5; Aur. Vict. De Vir. Ill. VII, 9 – 13; Fest. 343; Zon. VIII, 9, 11]. Veniva considerate il più antico edificio sacro costruito in questo luogo e chiamato tempio di Diana Aventina [Prop. IV, 8, 29], o Aventinensis [Fest. 165; Mart. VI, 64, 13; Val. Max. VII, 3, 1]; lo stesso Aventino, prendendo il nome dal culto lì celebrato, era chiamato anche collis Dianae [Mart. XII, 18, 3; VII, 73, 4; Stat, Silv. II, 3, 20 – 21; Hor. Carm. Saec. 69]. La scelta di questo colle fu dovuta alla sua particolare posizione: fuori dal pomerium, ma all’interno delle mura costruite, secondo la tradizione, da Servio Tullo, rivolto verso l’antica zona emporica del portus tiberinus, e quindi verso un sito di incontro tra culture e tradizioni differenti (latina, etrusca e greca), fin dalla più alta antichità, il luogo cadeva fuori dai confini sacri della città, potendosi quindi configurare come luogo di culto latino e non specificamente romano, pur rimanendo all’interno dell’ager romanus, ossia del territorio sottoposto alla giurisdizione dei magistrati romani.

La localizzazione dell’edificio è a tutt’oggi incerta e oggetto di numerose ipotesi . Sappiamo che si trovava vicino alle Thermae Suranae [Mart. VI, 64, 13], probabilmente su quello che è definito “Aventino Grande”, in prossimità del clivus Publicius [Aurel. Vict. Vir. Ill. XLV, 5, 60; Oros. V, 12, 3 – 9], che costituiva probabilmente l’accesso al santuario, provenendo dal Tevere [Oros. II, 13, 6 – 8]. È rappresentato sul frammento 22b della Forma Urbis e, in base agli ultimi studi su questo documento, oggi viene collocato lungo la via di S. Sabina, tra le chiese di S. Sabina e S. Alessio, con la cella rivolta a nord-est, nei pressi di quella che era la porta lavernalis, il che lascia forse intendere che Laverna fosse in qualche modo legata a Diana (forse una sua ipostasi infera); oppure nel parco adiacente la chiesa di S. Alessio.

Era definito: aedes, templum [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45], fanum [Liv. cit.], νεώς [Dion. H. IV, 26], ἱερόν [Dion. H. III, 43; X, 32; Plut. C. Gracch. XVI], Ἀρτεμίσιον [App. B. C. I, 26; Plut. Q. R. 4], Dianium [Oros. V, 12; CIL VI, 33922]. La data della dedica era il 13° Sext. [Mart. XII, 67, 2; ad Id. Aug., CIL I2 pgg 217, 240, 244, 248, 270, 281; ILLRP 9], considerata festa degli schiavi (servorum dies) [Fest. 343]: in questo giorno Diana era celebrate anche nel resto d’Italia Centrale [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60].

Non sappiamo quale fosse l’aspetto del santuario alla sua fondazione, secondo alcuni autori si trattava solo di un altare a cielo a perto, all’interno di un’area sacra, forse un lucus [Tac. Ann. XII, 8; Dion. H. IV, 26] (a meno che il riferimento non sia al tempio di Ariccia) circondata da un recinto; secondo altri, sin dalla sua fondazione doveva trattarsi di un tempio di foggia greca. Quale che sia stata la situazione originaria, sappiamo che in età repubblicana si trattava di un tempio, che fu ricostruito da L. Cornificius durante il principato di Augusto [Suet. Aug. XXIX] e probabilmente prese il nome di aedes Dianae Cornificianae [CIL VI, 4305]: la sua struttura era octostila con una doppia fila di colonne su ogni lato.

Conteneva un’antica statua della Dea (probabilmente in legno) che, secondo Strabone era uno xoanon simile a quello che si trovava nel tempio di Artemide a Marsiglia [Strab. Geog. IV, 1, 5] e un’altra in marmo che ricordava quella di Artemide a Efeso [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 32]. Vi si trovava una stele in bronzo su cui era inciso un trattato tra i Romani e i Latini [Dion. H. IV, 26] e un’altra con la Lex Icilia de Aventino publicando del 456 aev [Dion. H. X, 32], oltre ad una lex arae Dianae che servì da modello per molti altri luoghi sacri [CIL III, 1933; XI, 361; XII, 4333].

Il culto di Diana sull’Aventino è sempre stato collegato con quello di Diana Nemorense: gli studiosi non sono concordi su quale dei due templi sia stato fondato per primo, sebbene i resti archeologici trovati a Nemi non risalgano oltre il IV sec aev, è possibile che il bosco circostante ospitasse un culto della Dea già dal VI sec aev. Era considerato un santuario comune dei popoli della Lega Latina [Cato Orig. II Fr 28 apud Prisc. Gramm. IV, 129 H; Fest. 145] e, probabilmente, quando i Romani raggiunsero l’egemonia tra i popoli latini, vollero creare una sorta di doppio di questo santuario nella loro città, come forse aveva già fatto Tibur, città egemone della Lega prima dell’ascesa di Roma. Gli autori moderni, tuttavia, ritengono che non vi fu filiazione diretta da un santuario all’altro e che i due culti fossero distinti e differenti: quello di Nemi avrebbe subito molto presto l’influsso greco, in particolare focese, quello romano, invece avrebbe subito un processo di ellenizzazione solo a partire dal V sec. aev, su influenza cumana

I resoconti degli storici [Dion. H. IV, 26, 3 – 5; Liv. I, 45, 2 – 3] riportano che Servio Tullo propose ai latini di costruire un luogo di culto comune sull’Aventino (che allora era esterno al Pomerium e quindi era un luogo adatto per costruire un santuario non propriamente romano, bensì latino), in esso vi sarebbe stato diritto di asilo e sarebbero stati compiuti sacrifici sia dai singoli popoli, che dai rappresentanti dell’intera federazione, inoltre le città latine vi si sarebbero riunite per festeggiare la Dea e tenere un’assemblea comune per dirimere le i contrasti. Le leggi sacre del tempio, comprese quelle relative alla partecipazione alla festa e all’assemblea, furono scritte su un cippo posto al suo esterno e sarebbero state il prototipo per quelle di numerosi luoghi sacri in tutto il dominio romano.

Le informazioni che possediamo sul culto di Diana a Nemi sono molto poche, una tradizione voleva che fosse stato fondato da Oreste, fuggendo dalla Tauride con la sorella Iphigenia dopo l’uccisione del re Thoante, avrebbe portato con sé una statua di Diana, per cui alcuni eruditi romani ritenevano la Dea Aricina, una Diana Taurica [Serv. Aen. II, 116; VII, 761; Val. Flac. Arg. II, 305].

Abbiamo poi notizia di un rito peculiare del Lucus Dianae: all’interno del bosco sacro viveva un sacerdote della Dea chiamato rex nemorensis, solo uno schiavo fuggiasco poteva ottenere tale titolo e, per farlo, doveva sconfiggere in un duello chi deteneva il sacerdozio, dopo aver colto un ramo da un albero sacro , [Strabo. Geog. V, 3, 2; Pausan. II, 27, 4; Serv. Aen. II, 116; VI, 136; VII, 761; Ov. Fast. III, 270 segg; VI, 756 segg; Met. XIV, 331; XV, 497; Suet. Calig. XXXV; Stat. Silv. III, 1, 56; Verg. Aen. VII, 770 – 776]. Altri esseri soprannaturali condividevano il lucus con Diana: Virbius, forse un’antica divinità solare [Serv. Aen. VII, 776], su cui non abbiamo informazioni, se non la sua identificazione con Ippolito, morto e riportato in vita da Artemide, che ne fa un Suo paredro [Serv. Aen. VII, 84; 761]: le fonti parlano di un Virbius vecchio e un Virbius giovane [Ov. Met. XV, 538 – 39; Hyg. Fab. 251; Verg. Aen. VII, 761 – 82], per questo è stato identificato in alcune erme ritrovate nel santuario, con due volti, uno giovanile e uno anziano, contornati di foglie. Egeria, una ninfa che sembra connessa con le nascite (il nome deriva da *ex- gredior), pregata dalle donne incinte [Fest. 77].

Se tale interpretazione può sicuramente avere un fondo di verità, non è certamente sufficiente a dare conto di una figura divina così complessa, la cui comprensione, nei suoi lineamenti originali, è complicata dalla presenza di elementi greci, fin da epoca molto antica (V sec. aev.), non dobbiamo dimenticare, infatti, che Diana è tra le divinità onorate dal primo lectisternium del 399 aev, benché associata ad Hercules e non ad Apollo.

La Diana romana in origine chiaramente una divinità lunare [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68 – 69]: il suo nome deriva dalla radice indoeuropea *di- (probabilmente attraverso la forma *Diviana), connessa con la luminosità celeste, che troviamo in termini come dies, deus (*dieus), divus e nel nome di altre divinità come Dius (Fidius), (Dea) Dia e Juppiter (*Dius pater). Era venerata come lucifera [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68; Ov. Herod. XX, 193; Lucr. V, 526; Mart. X, 70, 7; XI, 69, 6], portatrice di luce, in relazione allo splendore notturno della luna piena. Gli autori latini e le iscrizioni la definivano triplice, triforme [Hor. Car. III, 22, 4; Prop. II, 32, 9 – 10; CIL II, 2660; VI, 124; 511; Carm. Epig. 1529b B] o trivia [Enn. Fr. 362 R apud Var. L. L. VII, 16; Verg. Aen. VII, 516; Mart. V, 1, 2; VI, 47, 3], alludendo al triplice aspetto della luna durante le sue fasi e triplice essa è rappresentata su un denario di età repubblicana che riproduce una statua cultuale presente nel santuario di Nemi . Questi elementi hanno portato alcuni poeti ad identificarla con Ecate piuttosto che con l’Artemide greca [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60; Verg. Aen. IV, 511; VI, 35; 69; VII, 774; X, 537; XI, 566; 836; Catul. XXIV, 15], tanto che Statio può parlare della festa di Diana come di ‘Hecateidus Idus’ [Stat. Silv. III, 1, 60]. Sul frontone del tempio di Roma erano appese delle corna di vacca anziché di cervo come ci si sarebbe aspettato nel caso di Artemide [Plut. Q. R. 4]. Queste corna sono state considerate in molte culture una rappresentazione della falce di luna crescente (in particolare nel caso di Iside ed Hathor).

La sua festa cadeva alle Eidus Sext. Durante il plenilunio. In questo giorno, come a voler rafforzare la brillantezza della luna e a ricordare il legame tra i due principali luoghi di culto della Dea, le donne romane portavano in processione da Nemi a Roma delle torce accese [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60; Prop. II, 32, 9 – 10; Ov. Fast. III, 270]; inoltre esse si curavano particolarmente di lavare e pettinare i proprii capelli [Plut. Q. R. 100]. Questo riferimento di Plutarco potrebbe essere il ricordo di un qualche antico rito che collegava dei bagni rituali alla festa di Diana. Questo giorno era festeggiato in molti luoghi dell’Italia centrale [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60] e questo potrebbe essere un indizio del fatto che Diana, in ambito rurale, fosse collegata alla misurazione del tempo, Varrone sembra infatti alludere ad una Jana luna e a cicli di sette giorni basati sulle fasi lunari che inquadravano i lavori agricoli [Var. R. R. I, 37, 3].

Va considerato che, a differenza di altre divinità definibili Signore degli animali, Diana, nella fase più antica, non sembra aver avuto legami con gli animali selvatici: troviamo ben tra i suoi attributi l’arco, ma non è rappresentata come cacciatrice, inoltre il cervo appare come animale a Lei sacro [Fest. 343] (e sappiamo che tra le vittime a Lei destinate vi era un agnella chiamata cervaria ovis perchè immolata al posto di un cervo [Fest. 57]) solo in documenti iconografici risalenti ad un’epoca successiva all’ellenizzazione, laddove le uniche scene di sacrificio che ci sono note, vedono un bovino come vittima (Figura 152; Figura 155) (vedi ad esempio un altare in marmo del III sec oggi al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen). Per i dati in nostro possesso, quindi, Diana non sembra essere una divinità della foresta, collegata alle manifestazioni più selvagge e terribili della natura, come ad esempio Feronia.

D’altra parte sembra che tra i suoi tratti più arcaici vi sia una relazione con le nascite e con la sovranità. Tra gli ex-voto trovati nel suo tempio a Nemi, molti riguardano la sfera della gravidanza e della nascita, inoltre la troviamo associata a Egeria, che viene indicata dalle fonti come una ninfa che presiedeva ai parti; nel culto romano, tra gli epiteti più frequenti, la troviamo onorata come Lucina, Colei che porta alla luce. Per quel che riguarda la sfera della sovranità, oltre al rito del rex nemorensis, troviamo una particolare leggenda associata alle origini del tempio Aventino: Livio e Plutarco [Liv. I, 45, 3; Plut. Q. R. 4; Val. Max. VII, 3, 1] riportano che un uomo sabino aveva una giovenca di grande bellezza ed un oracolo profetizzò che colui che l’avesse sacrificata a Diana, avrebbe dato al proprio popolo l’egemonia su tutta l’Italia. L’uomo si recò al tempio; il sacerdote, conoscendo il vaticinio, gli impose di andare a purificarsi nelle acque del Tevere prima del rito e, mentre il sabino era lontano, sacrificò lui stesso (oppure fu Servio Tullo a compiere il sacrificio) la giovenca, assicurando così a Roma l’egemonia tra le città italiche.

Vediamo quindi che Diana aveva uno stretto legame con la sovranità e con l’investitura regale (ambito che a Roma apparteneva principalmente a Fortuna), Essa garantiva la continuità del potere regale e legittimava il succedersi dei sovrani: all’interno di tale funzione si inseriva anche la protezione delle nascite, ossia del perpetuarsi delle generazioni e della dinastia regnante. Proprio questa protezione sulla funzione regale e di legittimazione della sovranità, avrebbe reso il santuario di Diana, centro federale per i popoli latini.

La festa di Diana all’Aventino era anche chiamata “Festa degli schiavi” [Plut. Q. R. 100; Fest 343]: secondo gli eruditi romani, perché il tempio di Diana era stato dedicato da Servio Tullio che nacque da una schiava. Più probabilmente perché in tempi antichi a Roma erano affluiti molti schiavi provenienti dalle città latine sconfitte e conquistate e naturalmente essi avranno sviluppato una particolare devozione per la divinità protettrice di tutti i popoli latini, in contrasto con altre divinità peculiari di Roma2. Oppure la devozione degli schiavi può essere dovuta al fatto che chi entrava nel tempio godeva del diritto di asilo e per questo esso doveva essere particolarmente onorato dagli schivi fuggiaschi, che, per altro, secondo una glossa di Festo, erano chiamati cervi [Fest. 343] per la loro rapidità o forse perché devoti di Artemide – Diana

Alla Dea veniva sacrificato un cervo, animale sacro anche ad Artemide, ma sappiamo che tale vittima era sostituita da un ovino, chiamato cervaria [Fest. 57].

In quanto divinità lunare, Diana presiedeva probabilmente al ciclo femminile e alla fecondità e per questo poteva sovrapporsi a Juno: è, infatti, messa in relazione con il parto [Ov. Fat. III, 267 – 68] e spesso le è attribuito dai poeti latini l’epiteto Lucina, che è anche di Juno [Cat. XXXIV, 13 – 14; Verg. Ecl. IV, 10; Hor. Carm. Sec. 13 – 16]. Nel bosco sacro di Nemi, Essa manifesta la propria potenza attraverso un albero sacro, il cui ramo deve essere usato dal nuovo rex nemorensis per uccidere il suo predecessore; in modo analogo Juno Caprotina mostrava la propria potenza attraverso il ramo dell’albero sacro di fico che manifestava il suo potere fecondante.

L’identificazione tra Diana ed Artemide avvenne già in epoca arcaica, infatti Diana – Artemide compare tra le divinità (greche) per cui fu offerto il primo lectisternio a Roma (398 aev.) in associazione con Ercole [Liv. V, 13].

Herculi Invicto ad Portam Trigeminam

Un altro tempio dedicato ad Ercole Vincitore si trovava presso la Porta Trigemina [Macr. Sat. III, 6, 10; Serv. Aen. III, 36], probabilmente vicino a quello di Juppiter Inventor che, secondo la tradizione, fu eretto da Ercole stesso [Dion. H. I, 39]. Le informazioni su questo tempio sono molto scarse: sembra che fosse stato edificato dal mercante tiburtino M. Octavius Herrenus [Masur. Sab. apud. Macr. Sat. III, 6, 11; Serv. Aen. VIII, 363; Panegyr. Maxim. 13]. È probabile che la divinità qui venerata fosse la stessa di Tibur [Macr. Sat. III, 12, 7].

La statua che vi era cutodita potrebbe essere quella di Hercules Olivarius [CIL VI, 33936] menzionata nei cataloghi regionali [Not. Reg. XI]; l’epiteto può essere dovuto al fatto che Herrenus fosse un mercante di olive. Si pensa che l’edificio sia rappresentato su una moneta coniata da Antonino Pio [Cohen, Anton. 454], oppure [Cohen, Anton. 213] (Figura 156); su quest’ultima ha 8 colonne e si trova vicino ad un altare dedicato a Juppiter.

Fortuna Equestris

Il tempio fu votato nel 180 aev da Q. Fulvius Flaccus durante la sua campagna in Spagna [Liv. XL, 40, 44] e dedicato nel 173 aev [Liv. XLII, 10], il 13° Sext. [ILLRP 9]. Per la sua decorazione Fulvio trasportò alcune lastre di marmo dal tempio di Juno Lacinia presso Crotone, ma il Senato gli ordinò di restituirle [Liv. XLII, 3; Val. Max. I, I, 20]. Julius Obsequens lo menziona nei fatti relativi all’anno 92 aev [Obseq. LIII] e forse 158 [Obseq. XVI], ma deve essere stato distrutto prima dell’anno 22 aev [Tac. Ann. III, 71]. Si trovava nei pressi del teatro di Pompeo [Vitr. III, 3; 2] ed è citato da Vitruvio come esempio di systylos, in cui lo spazio tra le colonne è il doppio del diametro delle stesse.

Castori in Circo Flaminio

Un tempio dedicato a Castore o ai Dioscuri si trovava nel Circo Flaminio [Hemerol. Allif. Amit. ad Id. Aug.; CIL I2, 325; ILLRP 9), ed è citato da Vitruvio [Vitr. Arch. IV, 8, 4] poichè di tipo inusuale. Fu costruito forse da C. Flaminius censore nel 220 aev.

Vortumno in Aventino

Questa festa era anche chiamata Vortumnalia e probabilmente segnava la fine del periodo dei raccolti e l’arrivo della stagione autunnale (alcuni ritengono invece che Vortumnalia fosse un altro nome dei Volturnalia).

Il tempio di Vortumnus si trovava sull’Aventino, nel Vicum Loreti Majoris [Fast. Amit. Allif. Vail. ad Id. Aug., CIL I, 244; 217; 240; 325; ILLRP 9), viene ricordato che al suo interno c’era un ritratto di M. Fulvius Flaccus in veste di trionfatore [Fest. 209]. Considerando che Vortumnus era divinità protettrice della Lega Etrusca che aveva la sua sede nel fanum a lui dedicato nel territorio di Volsinii e che Fulvius Flaccus celebrò il trionfo sui Volsinii, è probabile che il tempio sia stato edificato da lui nel 264 aev. [CIL I, 172] a seguito di un’evocatio [Prop. IV, 2, 3]. Varrone riporta, però, che il suo culto era più antico e che sarebbe stato introdotto a Roma dai seguaci di Celio Vibenna, condottiero che accorse a sostenere Romolo contro Tazio, che poi andarono a vivere in quello che diverrà il Vicus Tuscus, in cui si trovava un’antica statua del Dio [Var. L. L. V, 46; Liv. XLIV, 16, 10]. In un altro passo, lo stesso autore, ne fa invece una divinità sabina, introdotta a Roma da Tazio [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]]. Il nome del Dio è comunque di origine latina, nome di agente come Picumnus e Alumnus formato a partire dal verbo vertere, che il suo culto fosse estremamente antico e peculiare della città di Roma, è dimostrato dall’esistenza di un suo flamen (flamen vortumnalis) [Var. L. L. VII, 45; Fest. 379].

Era considerato il Dio di tutti cambiamenti: principalmente di quelli che accadevano alla vegetazione durante l’anno, per cui era considerato l’autore dei cambi di stagione [Prop. IV, 2]. Per questo motivo era ritenuto multiforme [Prop. Cit.; Ov. Met. XVI, 609, segg.] e gli erano attribuiti campi d’azione che si sovrapponevano a quelli di altre divinità come Bacco (era anche ritenuto una sorta di Bacco etrusco) e Apollo, inoltre era considerato protettore dei boschi come Silvanus. Presiedeva anche alla maturazione dei frutti e quindi era considerato amante di Pomona [Ov. Met. XIV, 609 segg] ed era annus vertens, autore, cioè, all’arrivo della stagione dei raccolti ed al passaggio tra la loro fine e il periodo in cui non vi erano attività agricole [Prop. Cit.], per questo era anche ritenuto dispensatore di abbondanza e fecondità, come dimostra l’esistenza di una sua statua nel Vicus Jugarius presso l’altare di Ops [Prop. Cit.; Cic. Verr. II, 1, 59]. La sua festa cadeva tra la chiusura del periodo estivo e l’inizio dell’autunno agrario coi Vinalia Rustica.

Servio lo dice autore del cambiamento del corso del Tevere [Serv. VIII, 90]. Era anche considerato protettore dei commerci, intesi come scambi, passaggi di mano di beni [Ascon. Schol. in Cic. Ver. II, 1, 59; Porph. Schol. in Hor. Ep. I, 20, 1] e davanti al suo tempio vi erano dei negozi.

Vortumnus è l’analogo romano del Pomonus Popdicus di Gubbio, il cui nome ha lo stesso significato. Questa divinità era onorata durante la cerimonia dell’huntak [Tab. III – IV] che si svolgeva nel sesto mese del calendario eugubino, assimilabile a Sextilis, nel luogo di riunione dell’assemblea cittadina. La paredra di Pomonus era Uesona. Il ricordo di questa antica coppia divina italica è sopravvissuto a Roma nella coppia Vertumnus – Pomona [Ov. Met. XIV, 609 segg].

L’edificio sacro si trovava sul colle Aventino, in Loreto Majore, non lontano dall’Armilustrum [Var. L. L. V, 152; Fest. 379; Plut. Rom. XXIII, 3], in un sito che oggi si trova tra le chiese di S. Sabina e S. Alessio, cioè nelle vicinanze del tempio di Juno Regina, altra divinità evocata da una città etrusca.

Camenis

In origine le Camenae erano divinità delle acque, la più famosa delle quali fu Egeria, che furono poi identificate con le Muse. A Roma si trovavano diversi luoghi di culto a loro dedicati [Vitr. VIII, 3. 1; Mart. II, 6, 16; Serv. Aen. VII, 697]: la valle Egeria [Juv. III, 13], un bosco sacro [lucus Juv. III, 13; Liv. I, 21], una fonte [Plut. Num. IV; Symm. Ep. I, 20; Juv. III, 10; Frontin. de aquis I, 4], un altare [aedicula, Serv. cit.], altri luoghi di culto definiti templa Camenarum [Schol. Iuv. III, 16], forse situati in corrispondenza di fonti. La fonte si trovava ai piedi del colle Celio, ma non è possibile identificarne con esattezza la posizione; era circondata dal lucus, mentre la vallis si estendeva a nord-est del sito, lungo il lato sud-est del colle ed era attraversata dal Vicus Camenarum (CIL VI, 975] che raggiungeva la via Appia. Secondo la tradizione Numa costruì nei pressi della fonte una aedicula in bronzo la cui dedica sarebbe avvenuta il 13° Sext. [ILLRP 9]. Dopo che fu colpita da un fulmine, fu rimossa e trasferita nel tempio di Honos e Virtus, poi nel tempio di Hercules Musarium ad opera di Fulvio Nobilior. È noto un aedes che sarebbe sorto sul sito dell’aedicula [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 19].

 

Dianae in Aventino

The most widespread tradition ascribed the construction of the temple of Diana on the Aventine [CIL VI, 32323, 10, 32; Cens. Die Nat. XXIII, 6] to Servius Tullus, which would bring together on this hill the representatives of the cities of the Latin League, convincing them to build a federal sanctuary of the temple of Diana at Ephesus model (common to the Ionian League) [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45, 2 – 6; Dion. H. IV, 26, 3-5; Aur. Vict. De Vir. Ill. VII, 9-13; Fest. 343; Zon. VIII, 9, 11]. It was considered the oldest religious building constructed in this place called the Temple of Diana Aventina [Prop. IV, 8, 29], or Aventinensis [Fest. 165; Mart. VI, 64, 13; Val. Max. VII, 3, 1]; the same Aventine, taking the name from the cult there celebrated, was also called collis Dianae [Mart. XII, 18, 3; VII, 73, 4; Stat, Silv. II, 3, 20-21; Hor. Carm. Saec. 69]. The choice of this hill was due to its location: outside the pomerium, but inside the walls built, according to tradition, by Servius Tullus, facing the ancient Portus tiberinus emporica area, and then to a meeting site between different cultures and traditions (Latin, Greek and Etruscan), since the highest antiquity, the place was falling out of the holy city limits, so being able to configure as a place of worship and not specifically Roman Latin, while remaining within the ager romanus, ie the territory under the jurisdiction of the Roman magistrates.

The location of the building is still uncertain and subject to numerous assumptions. We know that it was next to the Thermae Suranae [Mart. VI, 64, 13], probably on what is called “Aventine Grande”, close to the clivus Publicius [Aurel. Vict. Vir. Ill. XLV, 5, 60; Oros. V, 12, 3-9], which probably was the entrance to the sanctuary, coming from the Tiber [Oros. II, 13, 6 – 8]. It is represented on 22b fragment of the Forma Urbis and, according to the latest studies on this document, today is placed along the Via di S. Sabina, between the churches of St. Sabina and S. Alessio, with the cell facing north-east near what was the lavernalis door, which perhaps suggests that Laverna was somehow linked to Diana (perhaps his hypostasis underworld); or in the park adjacent to the church of St. Alexius.

It was defined: aedes, templum [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45], fanum [Liv. cit.], νεώς [Dion. H. IV, 26], ἱερόν [Dion. H. III, 43; X, 32; Plut. C. Gracch. XVI], Ἀρτεμίσιον [App. B. C., 26; Plut. Q. R. 4], Dianium [Oros. V, 12; CIL VI, 33922]. The date of the dedication was the 13th Sext. [Mart. XII, 67, 2; to Id. Aug., CIL I2 pgg 217, 240, 244, 248, 270, 281; ILLRP 9], considered party of slaves (servorum dies) [Fest. 343]: on this day Diana was also celebrated in the rest of Italy Central [Stat. Silv. III, 1, 59-60].

We do not know what was the appearance of the sanctuary to its foundation, according to some authors it was only an altar to the sky in garden, within a sacred area, perhaps a lucus [Tac. Ann. XII, 8; Dion. H. IV, 26] (unless the reference is not to the temple of Ariccia) surrounded by a fence; according to others, since its foundation had to be a shape of a Greek temple. Whatever was the original situation, we know that in the Republican era it was a temple, which was rebuilt by L. Cornificius during the rule of Augustus [Suet. Aug. XXIX] and probably took the name of aedes Dianae Cornificianae [CIL VI, 4305]: its structure was octostila with a double row of columns on each side.

It contained an old statue of the Goddess (wooden probably) which, according to Strabo was a xoanon similar to what was found in the temple of Artemis in Marseille [Strab. Geog. IV, 1, 5] and another marble that resembled that of Artemis at Ephesus [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 32]. There was a bronze stele on which was engraved a treaty between the Romans and the Latins [Dion. H. IV, 26] and another with the Lex de Icilia Aventino tougher of 456 BCE [Dion. H. X, 32], as well as a arae Dianae lex that served as a model for many other sacred places [CIL III, 1933; XI, 361; XII, 4333].

The cult of Diana on the Aventine has always been connected with that of Diana Nemorense: the scholars do not agree on which of the two temples was founded first, although the archaeological remains found in Nemi not date back beyond the fourth century BCE, it is possible the surrounding forest harbored a Goddess worship as early as the sixth century BCE. It was considered a common sanctuary of the peoples of the Latin League [Cato Orig. II Fr 28 apud Prisc. Gramm. IV, 129 H; Fest. 145] and, probably, when the Romans reached the hegemony among the Latin nations, they wanted to create a sort of double of this sanctuary in their city, as perhaps he had done Tibur, hegemonic city of the League before the rise of Rome. Modern authors, however, believe that there was a direct descent from one sanctuary to another and that the two cults were distinct and different: the Nemi would have suffered very soon the greek influence, particularly Phocaean, Roman, however would undergone a process of Hellenization only from the fifth century. BCE, influence on Cuman

The accounts of historians [Dion. H. IV, 26, 3-5; Liv. I, 45, 2-3] reported that Servius Tullus proposed to Latin to build a common worship on the Aventine (which was then outside the Pomerium so it was a suitable place to build a sanctuary not really Roman, but Latin), in it there would have been right to asylum and sacrifices were made both by individual nations, that the representatives of the entire federation, also the Latin cities there would come together to celebrate the Goddess and hold joint meeting to settle the conflicts. The sacred laws of the temple, including those related to participation in the festival and the assembly, were written on a memorial stone placed on the outside and would have been the prototype for those of numerous sacred sites throughout the Roman domain.

The information we have on the worship of Diana at Nemi are very few, a tradition was that it had been founded by Orestes, fleeing from Tauris with his sister Iphigenia after the murder of King Thoante, he brought with him a statue of Diana, so some Roman scholars believed the Aricina Goddess, a Diana Taurica [Serv. Aen. II, 116; VII, 761; Val. Flac. Arg. II, 305].

Then we have news of a peculiar rite of Lucus Dianae: inside the sacred forest there lived a priest of the goddess called rex Nemorensis, just a runaway slave could get that title and to do so, he had to defeat in a duel who held the priesthood after They caught a branch from a sacred tree, [Strabo. Geog. V, 3, 2; Pausan. II, 27, 4; Serv. Aen. II, 116; VI, 136; VII, 761; Ov. Fast. III, 270 ff; VI, 756 ff; Met. XIV, 331; XV, 497; Suet. Calig. XXXV; Stat. Silv. III, 1, 56; Verg. Aen. VII, 770-776]. Other supernatural beings shared the lucus with Diana: Virbius, perhaps an ancient sun god [Serv. Aen. VII, 776], on which we have no information other than his identification with Hippolytus, who died and resurrected by Artemis, making it a paredro His [Serv. Aen. VII, 84; 761]: the sources speak of an old and a young Virbius Virbius [Ov. Met. XV, 538-39; Hyg. Fab. 251; Verg. Aen. VII, 761-82], for this was identified in some Herms found in the sanctuary, with two faces, one young and one old man, surrounded by leaves. Egeria, a nymph that seems connected with the birth (the name comes from * ex gredior), prayed pregnant women [Fest. 77].

If such an interpretation can definitely have some truth, is certainly not enough to give account of a divine figure so complex, the understanding of which, in its original features, is complicated by the presence of Greek elements, since very ancient times (V century . BCE.), we must not forget, in fact, that Diana is among the honored deity from the first lectisternium of 399 BCE, although not associated with Hercules and Apollo.

The Roman Diana originally clearly a lunar deity [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68-69]: its name derives from the Indo-European root * di- (probably through the form * Diviana), connected with the heavenly light, we find in terms like dies, deus (* dieus), and in divus name of other gods such as Dius (Fidius), (Goddess) Dia and Jupiter (* Dius pater). It was venerated as lucifera [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68; Ov. Herod. XX, 193; Lucr. V, 526; Mart. X, 70, 7; XI, 69, 6], the bearer of light, in relation to the nighttime glow of the full moon. Latin authors and inscriptions triple defined, triform [Hor. Car. III, 22, 4; Prop. II, 32, 9-10; CIL II, 2660; VI, 124; 511; Carm. Epig. 1529b B] or trivia [Enn. Fr. 362 R apud Var. L. L. VII, 16; Verg. Aen. VII, 516; Mart. V, 1, 2; VI, 47, 3], alluding to the triple aspect of the moon during its phases and triple it is represented on a denarius of the Republican era that plays a cultic statue present in Nemi sanctuary. These elements have led some poets to identify her with Hecate rather than with the Greek Artemis [Stat. Silv. III, 1, 59-60; Verg. Aen. IV, 511; VI, 35; 69; VII, 774; X, 537; XI, 566; 836; Catul. XXIV, 15], so that Statio can speak of Diana’s party as ‘Hecateidus Idus’ [Stat. Silv. III, 1, 60]. On the pediment of the temple of Rome he hung instead of cow horns deer as would be expected in the case of Artemis [Plut. Q. R. 4]. These horns have been considered in many cultures a representation of the crescent moon rising (particularly in the case of Isis and Hathor).

His party fell to Eidus Sext. During the full moon. On this day, as if to enhance the brilliance of the moon and remember the link between the two main places of worship of the Goddess, Roman women carried in procession from Nemi to Rome torches lit [Stat. Silv. III, 1, 59-60; Prop. II, 32, 9-10; Ov. Fast. III, 270]; They also cared particularly to wash and comb your hair proprii [Plut. Q. R. 100]. This reference Plutarch could be the memory of some ancient rite of ritual baths that connected to Diana’s party. This day was celebrated in many places in central Italy [Stat. Silv. III, 1, 59-60], and this could be an indication that Diana, in rural areas, were connected to the measurement of time, Varro seems to allude to a Jana moon and seven-day cycles based on lunar phases which framed the agricultural work [Var. R. A., 37, 3].

It should be recognized that, unlike other deities Lord definable animal, Diana, in the earliest phase, does not seem to have had ties with wild animals: we find well among its attributes the arc, but is not represented as a huntress, also the deer appears as an animal sacred to you [Fest. 343] (and we know that among the victims intended to you there was a lamb called Cervaria ovis because sacrificed instead of a deer [Fest. 57]) only in Hellenization iconographic documents dating from a later period, when the only scenes of sacrifice that are known to us, they see a cow as a victim (Figure 152, Figure 155) (see, eg, a marble altar of the third century now at Ny Carlsberg Glyptotek in Copenhagen). To the best of our knowledge, then, Diana does not seem to be a forest deity, connected to the wildest events and terrible nature, such as Feronia.

On the other hand it seems that among its most archaic traits there is a relationship with the births and sovereignty. Among the votive offerings found in her temple at Nemi, many concern the scope of the pregnancy and birth, also are associated with Egeria, which is indicated by sources as a nymph who presided over the party; in the Roman cult, among the most frequent epithets, we find it honored as Lucina, she who brings to light. As for the sphere of sovereignty, in addition to the ritual rex Nemorensis, we find a particular legend about the origins of the Aventine temple, Livy and Plutarch [Liv. I, 45, 3; Plut. Q. A. 4; Val. Max. VII, 3, 1] reported that a Sabine man had a very beautiful heifer and an oracle prophesied that the one who had sacrificed to Diana, would give its people the hegemony throughout Italy. The man went to the temple; The priest, knowing the prophecy, ordered him to go to purify themselves in the waters of the Tiber before the rite, while Sabine was away, he sacrificed himself (or was Servius Tullus to make the sacrifice) the heifer, thus ensuring to the Roma ‘ hegemony between the Italian towns.

Thus we see that Diana had a close link with the sovereignty and the royal investiture (area that mainly belonged to Fortuna in Rome), it ensured the continuity of royal power and legitimized the succession of rulers: within that function was inserted also the protection of births, ie the perpetuation of generations and the ruling dynasty. Just this protection on the royal function and legitimacy of sovereignty, would have made the sanctuary of Diana, Federal Center for Latin people.

The Feast of Diana on the Aventine was also called “Feast of the slaves” [Plut. Q. R. 100; Fest 343]: according to Roman scholars, because the temple of Diana was dedicated by Servius Tullius who was born a slave. Most likely because in ancient times had flocked to Rome many slaves from the Latin defeats and conquered cities, and of course they will have developed a special devotion to the patron deity of all the Latin people, in contrast to other peculiar divinity of Roma2. Or the devotion of the slaves may be due to the fact that those who entered the temple enjoyed the right to asylum and for that it must have been particularly honored by the timid fugitives, which, moreover, according to a gloss of Festus, were called deer [Fest. 343] for their speed or perhaps because devotees of Artemis – Diana

The Goddess was sacrificed a deer, an animal sacred to Artemis also, but we know that this victim was replaced by a sheep, called Cervaria [Fest. 57].

As the moon goddess, Diana presided probably the female cycle and fertility and why could overlap with Juno: it is, in fact, in connection with childbirth [Ov. Fat. III, 267-68] and often attributed to it by the Latin poets the epithet Lucina, who is also the Juno [Cat. XXXIV, 13 – 14; Verg. ECL. IV, 10; Hor. Carm. Sec. 13-16]. In the sacred grove of Nemi, it manifests its power through a sacred tree, whose branch should be used by the new rex Nemorensis to kill his predecessor; similarly Juno Caprotina showed its power through the sacred fig tree branch that showed his fertilizing power.

The identification between Diana and Artemis took place already in ancient times, in fact Diana – Artemis appears among the gods (Greek) for which he was offered the first lectisternio in Rome (398 BCE.) In association with Hercules [Liv. V, 13].

Herculi Invicto to Portam Trigeminam

Another temple dedicated to Hercules Victor stood at the door Trigemina [MACR. Sat. III, 6, 10; Serv. Aen. III, 36], probably close to that of Jupiter Inventor who, according to tradition, was built by Hercules himself [Dion. H. I, 39]. The information of this temple are very slim: it seems that it was built by the merchant tiburtino M. Octavius Herrenus [Masur. Sat. Apud. MACR. Sat. III, 6, 11; Serv. Aen. VIII, 363; Panegyr. Maxim. 13]. It is likely that the deity worshiped here was the same as Tibur [MACR. Sat. III, 12, 7].

The image that I had cutodita would be to Hercules Olivarius [CIL VI 33936] mentioned in regional catalogs [Not. Reg. XI]; the epithet may be due to the fact that Herrenus was a merchant of olives. It is thought that the building is depicted on a coin minted by Antoninus Pius [Cohen, Anton. 454], or [Cohen, Anton. 213] (Figure 156); on the latter it has 8 columns and is next to an altar dedicated to Jupiter.

Fortunae Equestris

The temple was voted in 180 BCE by Q. Fulvius Flaccus during his campaign in Spain [Liv. XL, 40, 44] and dedicated in 173 BCE [Liv. XLII, 10], the 13th Sext. [ILLRP 9]. For its decoration Fulvio carried some marble slabs from the temple of Juno Lacinia at Croton, but the Senate ordered him to return them [Liv. XLII, 3; Val. Max. I, I, 20]. Julius Obsequens mentions it in the facts relating to the year 92 BCE [Obseq. LIII] and maybe 158 [Obseq. XVI], but it must be destroyed before the year 22 BCE [Tac. Ann. III, 71]. It was located near the Theatre of Pompey [Vitr. III, 3; 2] and is cited by Vitruvius as an example of systylos, in which the space between the columns is twice the diameter of the same.

Castori in Circo Flaminio

A temple dedicated to Castor or Dioscuri in the Circus was the Flaminio [Hemerol. Allif. Amit. to Id. Aug .; CIL I2, 325; ILLRP 9), and it is cited by Vitruvius [Vitr. Arch. IV, 8, 4] because of unusual type. It was probably built by the censor C. Flaminius in 220 BCE.

Vortumno in Aventino

This feast was also called Vortumnalia and probably marked the end of the period of the harvest and the arrival of the autumn season (some do believe that Vortumnalia was another name of volturnalia).

The temple of Vortumnus stood on the Aventine, in Vicum Loreti Majoris [Fast. Amit. Allif. Vail. to Id. Aug., CIL I, 244; 217; 240; 325; ILLRP 9), it is reminded that inside there was a portrait of M. Fulvius Flaccus as a winner [Fest. 209]. Whereas Vortumnus was patron deity of the Etruscan League, which had its headquarters in fanum dedicated to him in the territory of Volsinii and Fulvius Flaccus celebrated a triumph on Volsinii, it is probable that the temple was built by him in 264 BCE. [CIL I, 172] following un’evocatio [Prop. IV, 2, 3]. Varro reports, however, that his worship was older and it would be introduced in Rome by Celio Vibenna followers leader who gathered to support Romulus against Tatius, who then went to live in what will become the Vicus Tuscus, where He was an ancient statue of the God [Var. L. L. V, 46; Liv. XLIV, 16, 10]. In another passage, the same author, it is instead a Sabine deity, brought to Rome by Tazio [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]]. The name of God is still of Latin origin, name of agent like Picumnus and Alumnus formed from the verb relate to, that his cult was extremely ancient and peculiar of the city of Rome, is evidenced by his flamen (flamen vortumnalis ) [Var. L. L. VII, 45; Fest. 379].

It was considered the God of all changes: mainly the ones that happened to the vegetation throughout the year, so it was considered the author of the change of seasons [Prop. IV, 2]. For this reason it was considered multiforme [Prop. cit .; Ov. Met. XVI, 609, et seq.] And were attributed action areas that overlapped with those of other gods as Bacchus (it was also considered a kind of Etruscan Bacchus) and Apollo also was considered the protector of the woods as Silvanus. Also he chaired the fruit ripening and thus was considered a lover of Pomona [Ov. Met. XIV, 609 ff] and was annus Vertens, author, that is, the arrival of the harvest season and the passage of their end and the period in which there were no agricultural activities [Prop. Cit.], For this was also deemed dispenser of abundance and fertility, as evidenced by the existence of a statue in the Vicus Jugarius at the altar of Ops [Prop. cit .; Cic. Verr. II, 1, 59]. His feast was falling between the close of the summer and beginning of autumn with the agrarian Vinalia Rustica.

Servio says the author of the River Tiber change [Serv. VIII, 90]. He was also considered the protector of trade, meaning trade, changes of ownership of goods [Ascon. Schol. in Cic. Ver. II, 1, 59; Porph. Schol. in Hor. Ep. I, 20, 1], and in front of his temple there were shops.

Vortumnus is the analogue of the Roman Pomonus Popdicus of Gubbio, whose name has the same meaning. This deity was honored during the ceremony dell’huntak [Tab. III – IV] that took place in the sixth month of Gubbio calendar, similar to Sextilis, at the place of assembly town meeting. The paredra of Pomonus was Uesona. The memory of this ancient Italic divine couple survived in Rome in the pair Vertumnus – Pomona [Ov. Met. XIV, 609 ff].

The church was located on the Aventine Hill in Loreto Majore, not far dall’Armilustrum [Var. L. L. V, 152; Fest. 379; Plut. Rom. XXIII, 3], at a site which is now located between the churches of St. Sabina and S. Alessio, ie in the vicinity of the temple of Juno Regina, the other deities evoked by an Etruscan city.

Camenis

Originally the Camenae were deities of waters, the most famous of which was Egeria, who were later identified with the Muses. In Rome there were several places of worship dedicated to them [Vitr. VIII, 3. 1; Mart. II, 6, 16; Serv. Aen. VII, 697]: the valley of Egeria [Juv. III, 13], a sacred grove [lucus Juv. III, 13; Liv. I, 21], a source [Plut. Num. IV; Symm. Ep. I, 20; Juv. III, 10; Frontin. de aquis I, 4], an altar [aedicula, Serv. cit.], other places of worship defined contemplates Camenarum [Schol. IUV. III, 16], perhaps located in correspondence of sources. The source was located at the foot of the Celio hill, but you can not identify the exact position; It was surrounded by Lucus, while vallis stretched north-east of the site, on the southeastern side of the hill and it was crossed by the Vicus Camenarum (CIL VI, 975] that reached the Appian Way. According to the Numa tradition built near the source is a bronze aedicula whose dedication would take place the 13th Sext. [ILLRP 9]. After he was struck by lightning, was removed and transferred to the temple of Honos and Virtus, then in the temple of Hercules Musarium by Fulvio nobilior. it is known that an aedes dell’aedicula would be built on the site [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 19].

Picture

Faustus Cornelius Sulla. Silver Denarius (3.79 g), 56 BC. Rome. FEELIX, diademed bust of Hercules right, lion’s skin tied at neck. Reverse FAVSTVS in exergue, Diana, holding lituus and reigns, driving galloping biga right; above, crescent and two stars; below horses, star. Crawford 426/2; Sydenham 881a; Cornelia 60

Annunci

III KAL. SEXT. (30) NP

Fortunae Huiusce Diei in Campo

Un tempio fu votato a Fortuna Huiusce Diei, la Fortuna di questo giorno, da Q. Lutatius Catulus il giorno della battaglia di Vercelli (101 aev.) [Plut. Mar. XXVI, 3], probabilmente con la formula

… eo die hostis fudisset… [Liv. XXIX, 36, 8; XXXII, 30, 10]

Fu da lui dedicato l’anno successivo [Plut. Mar. XXVI, 8; Fast. Allif. Pinc. ad III Kal. Aug., CIL I², 217; 219; 323], per questo divenne noto come aedes catuli [Var. R. R. III, 5, 12].

Si trovava nel Campo Marzio e aveva forma circolare [Var. cit.]; non sappiamo esattamente dove fosse ubicato, ma è probabile che si tratti del tempio B dell’area sacra di Largo Argentina. Plinio riporta che era celebre per le opere d’arte che vi erano raccolte, tra cui delle statue di Pitagora [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 54; 60; cfr. Cic. De Signis 126], ma si trattava forse di un altro tempio dedicato alla stessa divinità da Emilio Paolo nel 168 aev. sul Palatino. Secondo Procopio, nel VI secolo vi si trovava una replica in pietra del Palladium [Procop. BG I, 15, 1], vicino a un’antica statua in bronzo di Atena che era stata portata a Roma da Emilio Paolo.

Secondo Cicerone, si trattava della Fortuna che reca la buona riuscita di quel che si compie ogni giorno [Cic. Leg. II, 28], tuttavia si tratta di un’estrema generalizzazione di quello che doveva essere un culto molto più particolare.

A partire dal III sec aev. Fortuna cominciò a divenire una Dea che presiedeva all’ordine temporale, alla durata e alla successione degli eventi, un doppio temporale di quello che il Genius era a livello spaziale. Come per quest’ultima divinità assistiamo quindi alla frammentazione della personalità divina di un’unica forza universale che, calandosi nella dimensione della molteplicità, acquista attributi particolari inerenti allo specifico frammento di universo in cui se ne manifesta la presenza (nel caso del Genius, il Lar Omnium Cunctalis [Mat. Cap. Nup. I, 55], o Genius Universalis [Mart. Cap. Nup. II, 152], sorta di anima universale, principio eterno e vivificante dell’universo molteplice [Serv. Aen. V, 95; Fest. 94; Prud. Contra Sym. II, 446 – 449]). Per questo motivo, a fianco della molteplicità dei Genii Loci, dei Genii personali, possiamo trovare le Fortuna Huiusce Diei, divinità dispensatrici di buona fortuna, che presiedono alla riuscita positiva delle azioni quotidiane, assicurando la felicità della vita umana nel momento in cui scorre senza avversità. Questa sembra l’interpretazione di Cicerone, tuttavia, la personalità di Fortuna è generalmente meno rassicurante.

I Romani la vedevano piuttosto come una Dea misteriosa, i cui disegni erano oscuri agli occhi dei mortali e che non interveniva nella quotidianità, bensì in momenti cruciali per gl’individui (vedi Fortunae in Foro Boario III EID.  JUN. 11° Jun.), quando le forze umane, la virtus, non sembravano sufficienti ad affrontare le prove che si dovevano fronteggiare, era necessario invocare Fortuna e cercare di attirare il suo favore. L’intervento sovrannaturale arrivava allora improvviso, a risolvere quella che sembrava una situazione disperata e a salvare il destino di uomini, eserciti e nazioni. Chi la invocava dava prova di umiltà, riconosceva la grandezza degli eventi in cui si trovava coinvolto e la loro superiorità rispetto alle proprie forze; compiva una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una divinità il cui soccorso era tutt’altro che scontato, per il bene superiore dello Stato.

Fortuna Huiusce Diei è quindi la Dea del giorno supremo, del momento decisivo, in cui una battaglia contro un nemico che sembra superiore, può segnare le sorti dello Stato Romano. Per questo motivo fu invocata a Pidna, da Emilio Paolo, e a Vercelli, da Catulo, affinché le sorti incerte della battaglia che stava per aver luogo, arridessero ai Romani e si evitasse una grave disfatta.

 

Fortunae Huiusce Diei in Campo

A temple was voted in Fortuna Huiusce Diei, Fortune of this day, by Q. Catulus Lutatius the day of the battle of Vercelli (101 BCE.) [Plut. Mar. XXVI, 3], probably with the formula

… Eo die hostis fudisset … [Liv. XXIX, 36, 8; XXXII, 30, 10]

He dedicated it the following year [Plut. Mar. XXVI, 8; Fast. Allif. Pinc. to III Kal. Aug., CIL I², 217; 219; 323], so it became known as aedes catuli [Var. R. R. III, 5, 12].

It stood in the Campus Martius and had circular shape [Var. cit.]; we do not know exactly where it was located, but it is likely that this is the temple B of the sacred area of Largo Argentina. Pliny reports that it was famous for the works of art there collected, including the statues of Pythagoras [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 54; 60; cfr. Cic. De Signis 126], but may be it refers to another temple dedicated to the same deity by Emilius Paulus in 168 BCE. on the Palatine. According to Procopius, in the sixth century there was a stone replica of the Palladium [Procop. BG I, 15, 1], near an ancient bronze statue of Athena that had been brought to Rome by Paolus Emilius.

According to Cicero, the deity was Fortuna bearing the success of what is accomplished every day [Cic. Leg. II, 28], but this is an extreme generalization of what was to be a much more special cult.

From the third century BCE. Fortuna started to become a goddess who presided over the temporal order, the duration and sequence of events, a double time than what the Genius was spatially. As for the latter deity then witnessing the fragmentation of the divine personality of a single universal force, lowering the size of the multiplicity, has special attributes related to the specific fragment of the universe in which it manifests the presence (in the case of Genius, the Lar Omnium Cunctalis [Mat. Cap. Nup. I, 55], or Genius Universalis [Mart. Cap. Nup. II, 152], sort of universal soul, eternal principle of the universe and life-giving manifold [Serv. Aen. V, 95; Fest. 94; Prud. Contra Sym. II, 446-449]). For this reason, alongside the multiplicity of Genii Loci, personal Genii, we can find the Fortuna Huiusce Diei, dispensing gods of good fortune, that govern the successful outcome of daily actions, ensuring the happiness of human life when flowing without adversity. This seems the interpretation of Cicero, however, the Fortuna personality is generally less reassuring.

The Romans saw it rather as a mysterious goddess, whose designs were obscure to the eyes of mortals and that did not intervene in everyday life, but at crucial moments for individuals (see Fortunae in Foro Boario EID III. JUN. 11 Jun °.) when human forces, virtus, did not seem sufficient to address the evidence that you were facing, it was necessary to invoke Fortuna and try to attract his favor. The supernatural intervention came so sudden, to solve what seemed like a hopeless situation and to save the fate of men, armies and nations. Those who advocated giving proof of humility, recognizing the magnitude of the events in which he was involved and their superiority to their forces; He performed a kind of captatio benevolentiae against a deity whose rescue was far from obvious, for the greater good of the State.

Fortuna Huiusce Diei is therefore the goddess of the supreme day of the decisive moment, where a battle against an enemy that seems superior, may mark the fate of the Roman State. For this reason it was invoked to Pidna, Emilio Paulo, and in Vercelli, from Catulus, that the uncertain fate of the battle that was about to take place, arridessero to the Romans and avoided a serious defeat.

 

Picture

Largo di Torre Argentina area sacra, temple B

II NON.  QUINCT. (6) N

Fortunae Muliebri

Nel giorno che precedeva le Non. Quinct. Le matrone romane celebravano l’anniversario della costruzione del tempio di Fortuna Muliebris al IV miglio della Via Latina [Fest. 242; Val. Max. I, 8, 4]. Era un culto matronale (mulier era la donna sposata) molto arcaico del quale gli autori del periodo classico già non comprendevano più il significato originario.

Dai pochi riferimenti che abbiamo, sappiamo che era celebrato esclusivamente dalle matrone, sotto la guida di una sacerdotessa [Dion. H. VIII, 55; Tert. Monog. XVII, 3]. Gli atti di devozione erano affidati alle neo-spose e comprendevano l’incoronazione rituale della statua della Dea con ghirlande o corone. Come nel caso di Mater Matuta, solo le donne che si erano sposate una volta sola (univirae) potevano compierli o, in generale, toccare la statua della Dea (cosa che era esplicitamente vietato a tutti gli altri, comprese le matrone che si erano sposate più di una volta, bis nuptae [Serv. Aen. IV, 19]).

La costruzione del tempio risale ad un’epoca molto antica, non più tardi degl’inizi del V sec. aev. [Plut. Fort. Rom. V (319a); Plut. Cor. XXXVII; Dion. H. VIII, 55 – 56; Liv. II, 40; Val. Max. I, 8, 4; V, 2, 1], anche se è probabile che, prima della sua edificazione, esistesse già un altare ed un fanum, dedicato alla Dea [Dion. H. VIII, 55].

 

II NO. QUINCT. (6) N

fortunae muliebri

In the days that preceded the Nonae Quinct. The Roman matrons celebrated the anniversary of the construction of the temple of Fortuna Muliebris at the fourth mile of the Via Latina [Fest. 242; Val. Max. I, 8, 4]. Was a cult matronly (mulier was the married woman) very archaic which authors of the classical period did not already included as the original meaning.

From the few references we have, we know it was celebrated only by the matrons, under the guidance of a priestess [Dion. H. VIII, 55; Tert. Monog. XVII, 3]. Acts of devotion were entrusted to the neo-brides and included the ritual coronation of the statue of the Goddess with garlands or wreaths. As with Mater Matuta, only women who had married only once (univirae) could fulfill them or, in general, touch the statue of the Goddess (which was explicitly forbidden to all others, including the matrons who had married more than once, a nuptae [Serv. Aen. IV, 19]).

The construction of the temple dates back to very ancient times, no later than beginning of the fifth century. BCE. [Plut. Fort. Rom. V (319a); Plut. Cor. XXXVII; Dion. H. VIII, 55-56; Liv. II, 40; Val. Max. I, 8, 4; V, 2, 1], although it is likely that, prior to its construction, there was already an altar and a fanum, dedicated to the Goddess [Dion. H. VIII, 55].

 

Picture

FAUSTINA II (Augusta, 147-176). Denarius. Rome. Obv: FAVSTINA AVGVSTA. Draped bust right. Rev: FORTVNAE MVLIEBRI. Fortuna seated left, holding rudder and cornucopia. RIC 683 (Marcus Aurelius).

VII KAL. QUINCT. (24) C

Forti Fortunae trans Tiberim extra urbem

I calendari epigrafici menzionano due templi dedicati a Fors Fortuna, entrambi oltre il Tevere (trans Tiberim), uno al primo miglio della via Portuensis, l’altro al VI miglio, vicino al bosco di Dea Dia [CIL I² 243, 211, 320], entrambi dedicati il 24° Jun. La tradizione fa risalire la costruzione del più antico tempio dedicato a questa divinità a Servio Tullio [Dion. H. IV, 27, 7; Plut. Fort. Rom. V benchè Plutarco attribuisca la costruzione ad Anco Marcio; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 781 – 84]: anche se non vi sono certezze, gli studiosi ritengono che si trattasse di quello al primo miglio. Il secondo tempio sarebbe stato costruito dal console Sp. Carvilio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 14] con una parte del bottino della vittoriosa guerra contro Etruschi e Sanniti. Un terzo tempio fu dedicato da Tiberio nei giardini che Cesare aveva donato al popolo [Tac. Ann. II, 41; Plut. Fort. Rom. V]. È possibile che in tempi antichi la Dea fosse onorata in un luogo sacro all’aperto, ancor prima della costruzione del tempio, poichè alcune fonti parlano di un fanum Fortis Fortunae, anzichè di un aedes.

In questo giorno, chiamato dies Fortis Fortunae [Var. L. L. VI, 17], si svolgeva una festa gioiosa, celebrata da tutti i Romani, ma soprattutto da plebei e schiavi [Ov. Fast. VI, 781 – 84; Donat. Ad Ter. Phorm. 841]: la gente si recava, a piedi o in barca, in pellegrinaggio al tempio, lì si svolgevano probabilmente giochi nautici tra battelli inghirlandati e banchetti e quindi i partecipanti ritornavano a Roma [Ov. Fast. VI, 775 – 84]. Cicerone cita una festa chiamata Tiberina Descensio, caratterizzata da grande allegria, che dovrebbe essere un altro nome di quella di Fors Fortuna [Cic. Fin. V, 70].

Il termine fors (usato soprattutto come avverbio, forte), in latino classico, ha il significato di caso, evento fortuito [Cic. Leg. II, 11, 28; Div. II, 15; Non. 425, 6] oppure di evento casuale e fausto, buona fortuna [Donat ad Ter. Phor. V, 6, 1; Hec. III, 3, 26; Var. R. R. I, 1, 6]. Dal punto di vista iconografico, abbiamo solo immagini di età imperiale in cui è rappresentata col globo del comando nella mano sinistra e la cornucopia nella destra26, a volte accompagnata da una ruota, mentre da Livio apprendiamo che la statua della Dea portava una corona sormontata da un signum [Liv. XXVII, 11, 3].

Un’etimologia proposta nel XIX secolo da Max Müller fa derivare fors e fortuna dalla radice indoeuropea *bher-, la stessa di fero, per cui Fors Fortuna, sarebbe la Dea “che porta” o “porta via” (il che può essere ricollegato al solstizio estivo come in cui le anime discendono dal mondo sovralunare nella sfera terrena)

Gli studiosi hanno variamente interpretato Fors Fortuna: divinità legata ai raccolti, invocata per garantirne l’abbondanza (interpretazione basata soprattutto su un passo di Columella [Col. Agr. X, 311 – 317] e uno delle Satire Menippee di Varrone, trasmesso da Gellio [Gel XIII, 23, 4] che associa Fortuna a Cerere), o per ringraziare di averli protetti dai capricci delle stagioni; oppure divinità solare connessa al solstizio d’estate (dato che la sua festa si celebrava nel giorno in cui, secondo Plinio [Plin. Nat. Hist. XVIII, 256; Isid. Orig. V, 34; Cal. Phil. CIL I2, 266], cadeva il solstizio), senza però arrivare a conclusioni esaustive.

 

VII KAL. QUINCT.  (24) C

Forti Fortunae trans Tiberim extra urbem

The epigraphic calendars mention two temples dedicated to Fors Fortuna, both across the Tiber (trans Tiberim), one on the first mile of the Portuensis, the other to the sixth mile, near the Goddess Dia forest [CIL I² 243, 211, 320] , both dedicated 24 Jun °. Tradition dates the construction of the ancient temple dedicated to this deity to Servio Tullio [Dion. H. IV, 27, 7; Plut. Fort. Rom. V though Plutarch attribute the construction to Anco Marcio; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 781-84]: even if there are no certainties, scholars believe that this was what the first mile. The second temple would be built by the consul Sp. Carvilius in 293 BCE. [Liv. X, 46, 14] with a share of the spoils of the victorious war against the Etruscans and Samnites. A third temple was dedicated by Tiberius in the gardens that Caesar had given to the people [Tac. Ann. II, 41; Plut. Fort. Rom. V]. It is possible that in ancient times the goddess was honored in a sacred place outdoors, even before the temple was built, as some sources speak of a fanum Fortis Fortunae, instead of an aedes.

On this day, called dies Fortis Fortunae [Var. L. L. VI, 17], was held a joyous festival, celebrated by all the Romans, but mainly by commoners and slaves [Ov. Fast. VI, 781-84; Donat. For Ter. Phorm. 841]: the people went on foot or by boat, on a pilgrimage to the temple, there is probably held nautical games between garlanded boats and banqueting facilities, the participants returned to Rome [Ov. Fast. VI, 775-84]. Cicero quotes a festival called Tiberina Descensio, characterized by great joy, which should be a different name than that of Fors Fortuna [Cic. Fin. V, 70].

The term fors (mostly used as an adverb, strong), in classical Latin, has the meaning of the event, fortuitous event [Cic. Leg. II, 11, 28; Div. II, 15; No. 425, 6] or random event and auspicious, good luck [Donat to Ter. Phor. V, 6, 1; Hec. III, 3, 26; Var. R. R. I, 1, 6]. From the point of view of iconography, we only have pictures of the imperial age in which it is represented with a globe of the command in the left hand and a cornucopia in destra26, sometimes accompanied by a wheel, while Livio learn that the statue of the Goddess wore a crown topped by a signum [Liv. XXVII, 11, 3].

Etymology proposed in the nineteenth century by Max Müller derives fors and fortune from the Indo-European root * bher-, the same fierce, so Fors Fortuna, the Goddess would be “leading” or “take away” (which can be reconnected at the summer solstice as where the souls descend from sovralunare world in the earthly sphere)

Scholars have variously interpreted Fors Fortuna: deities linked to the crops, relied upon to ensure the abundance (interpretation based mainly on a step by Columella [Col. Agr. X, 311-317] and one of the Satires Menippee Varro, transmitted by Gellius [XIII Gel, 23, 4] that associates Fortuna Ceres), or to thank them protected from the vagaries of the seasons; or solar deity linked to the summer solstice (since his feast is celebrated on the day when, according to Pliny [Plin. Nat. Hist. XVIII, 256; ISID. Orig. V, 34; Cal. Phil. CIL I2, 266], he fell the solstice), but did not get to exhaustive conclusions.

 

Picture

CARACALLA, autumn 197(?)–April 8, 217. Sestertius, Rome 211, Æ 24.17 g. Obv. M AVREL ANTONINVS – PIVS AVG BRIT His laureate bust right, paludamentum on left shoulder; border of dots. Rev. FORT RED P M TR P XIIII COS III P P / S C Fortuna seated left, holding rudder in right hand and cornucopia in left; under seat, wheel; border of dots. Literature Cohen – cf. 85 (paludamentum missing) BMC RE V, 425, 31 RIC IV/1, 290, 479b Banti 17

III EID.  JUN. (11) NP

MATRALIA

Secondo la tradizione il tempio di Mater Matuta fu edificato da Servius Tullus nel Foro Boario, vicino alla porta Carmentalis [Liv. V, 19, 6; XXV, 7, 6; XXXIII, 27,4; Ov. Fast. VI, 477 – 480], fu restaurato e dedicato da Furio Camillo [Liv. V, 19, 6; 23, 7; Plut. Cam. V] l’11 Jun. Bruciato nel 213 aev. fu ricostruito l’anno seguente, assieme a quello di Fortuna [Liv. XXV, 7, 6]. Nel 196 aev. furono aggiunti due archi, davanti ai templi di Mater Matuta e Fortuna, probabilmente alla fine di un colonnato. All’interno Ti. Gracco pose una lastra di bronzo in ricordo della sua campagna in Sardegna, con una mappa dell’isola [Liv. XLI, 28, 8]. Gli scavi archeologici nella zona hanno portato alla luce numerose terrecotte architettoniche risalenti fino al VI sec. aev. (570 aev. circa), tra le quali delle punte ricurve, posizionate sul tetto  e dei frammenti di due  animali  accucciati sulle zampe posteriori, alzati sulle zampe anteriori e voltati di faccia, forse pantere. Sono stati ritrovati anche i frammenti di due statue in terracotta, una raffigurante Ercole e l’altra una figura femminile con elmo dotato di para-guance e cimiero alto, forse Minerva o la Fortuna armata. Dagli scavi sembra che l’area sacra, venne restaurata e poi abbandonata alla fine del VI sec. aev.

I Matralia erano la festa di Mater Matuta, antica divinità italica. Il suo nome unisce attributi materni (Mater) e aurorali (Matuta, da cui matutinus), come troviamo in Lucrezio

… E, ancora, a un’ora determinata Matuta per le plaghe / dell’etere diffonde la rosea aurora e libera la luce… [Lucr. De Rer. Nat. V, 656]

Secondo Verrio Flacco, era chiamata: Mater Matuta, Manes (la Buona Dea), Matura, (epiteti collegati anche al sole), Mattina, Matrimonio, Madre di famiglia, Zia materna (matertera), Matrice, Materia [Fest. 122; 161].

Questa festa era celebrata dalle matrone romane [Ov. Fast. VI, 475]. Esse si recavano nel tempio sul Foro Boario e coronavano la statua della Dea (solo le donne che si erano sposate una volta sola potevano farlo [Tert. Monog. XVII, 3]), a cui offrivano delle focacce [Ov. Fast. VI, 476; 529 – 33]. Una schiava era fatta entrare nel recinto del tempio, che solitamente era interdetto alle donne di quella condizione, e quindi ne era scacciata dalle matrone che la colpivano sulla schiena e la fustigavano con verghe [Ov. Fast. VI, 551; Plut. Q. R. 16; Cam. V, 2]. Le madri prendevano tra le braccia non i proprii figli, ma quelli delle sorelle e, trattandoli con riguardo, chiedevano per loro la benedizione della Dea [Plut. Cam. V, 2; De Frat. Am. 492 d (XXI); Q. R. 17] con queste parole:

Mater Matuta te precor quaesoque uti volens propitia sies pueris sororiis

Mater Matuta, ti prego e ti chiedo di essere volentieri propizia ai figli di mia sorella

 

Mater Matuta era l’Aurora [Lucr. De Rer. Nat. V, 656] e fu identificata con la greca Ino – Leucòtea [Serv.  Aen V, 241; Georg. I, 437; August. C. D. XVIII, 14; Lact. Div. Inst. I, 21; Cic. Tusc. I, 12, 28; Nat. Deor. III, 19, 48; Plut. Q. R. 16; De Frat. Am. 492 d (XXI); Ov. Fast. VI, 544 – 547] (Figura 91). Ino era la sorella di Semele e, quando questa fu uccisa da Giunone, si prese cura di suo figlio, Dioniso – Bacco. Colpita dalla follia mandatale da Giunone, si gettò in mare col figlio Melicerte ed i due furono trasformati in Dei, Ino, divenne Leucòtea, Melicerte, Palemone (Portunus per i latini) [Serv. Aen. V, 241; Ov. Fast. VI, 553 segg].

 

Fortunae in Foro Boario

Anche il tempio di fortuna nel foro Boario, che si trovava vicino a quello di Mater Matuta [Ov. Fast. VI, 569] (Figura 94), secondo la tradizione fu eretto da Servius Tullus [Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11], come la maggior parte dei templi dedicati a questa divinità [Plut. Fort. Rom. X, 323a; Plin. Nat. Hist. VIII, 197]. In esso le matrone romane veneravano una statua di legno dorato velata da due toghe che era vietato toccare

… E voi, donne romane, guardatevi dal toccare quelle vesti proibite, / è sufficiente levare preghiere con voce rituale / e sia sempre coperto da una toga romana il capo / di chi fu il settimo re della nostra città [Ov. Fast. VI, 621 – 24]

Tra gli autori antichi non vi è accordo su chi rappresentasse la statua, se il re Tullus [Ov. Fast. VI, 623 – 24; Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11] oppure Fortuna [Var. apud Non. 189, 17; Cas. Dio. LVIII, 7, 2]; Festo ritiene invece che si tratti di Pudicizia [Fest. 242].

Anche tra gli autori moderni alcuni hanno sostenuto la prima ipotesi, tuttavia la maggior parte propende per Fortuna. D’altra parte è proprio questa statua che è oggetto di venerazione nell’anniversario della dedica, secondo Ovidio, né le fonti ne menzionano altre all’interno dell’edificio per cui sarebbe stato molto strano che essa fosse quella del fondatore del tempio, anziché della divinità a cui era dedicato. Si trattava probabilmente di un antico xoanon ligneo (Dionigi di Alicarnasso la definisce lignea e di foggia arcaica [Dion. H. IV, 40, 7]) dai tratti poco definiti, completamente coperto da abiti maschili e per questo gli autori del periodo classico potevano avere dei dubbi sulla sua identità.

La Dea a cui era dedicato il tempio era Fortuna, non abbiamo notizia di alcun attributo, tranne che da Varrone [Var. apud Non. 189, 17] che La identifica con Fortuna Virgo, tuttavia questa divinità aveva un suo tempio in un altro luogo, per cui può trattarsi di un errore dell’erudito. Questo fatto rende la Fortuna del Foro Boario diversa dalle altre Fortuna venerate a Roma che avevano sempre un epiteto che specificava la loro sfera d’azione, e dalla Fortuna italica di Preneste, rappresentata come madre e kourotropha (e per questo assimilabile a Mater Matuta). Nelle fonti letterarie appare in varie leggende, sempre come protettrice del re Servius Tullus [Ον. Fast. VI, 573 – 80; Val. Max. III, 4, 3; Plut. Q. R. 36; 74; Fort. Rom. X,322 e; Dion. H. IV, 27, 7].

 

III EID.  JUN.  (11) NP

Matralia

According to tradition the temple of Mater Matuta was built by Servius Tullius in the Forum Boarium, near the port Carmentalis [Liv. V, 19, 6; XXV, 7, 6; XXXIII, 27.4; Ov. Fast. VI, 477-480], it was restored and dedicated by Furio Camillo [Liv. V, 19, 6; 23, 7; Plut. Cam. V] 11 Jun. Burned in 213 BCE. It was rebuilt the following year, together with that of Fortuna [Liv. XXV, 7, 6]. In 196 BCE. two arches were added, in front of the temple of Mater Matuta and Fortuna, probably at the end of a colonnade. Inside T. Gracchus placed a bronze plate in memory of his campaign in Sardinia, with a map of the island [Liv. XLI, 28, 8]. Archaeological excavations in the area have brought to light numerous architectural pottery dating back to the sixth century. BCE. (570 BCE. Approximately), including the curved points, positioned on the roof and the fragments of two animals crouching on his hind legs, get up on their front legs and turn around to face, perhaps Panthers. the fragments of two terracotta statues, one depicting Hercules and the other a female figure with a helmet equipped with para-cheeks and crest high, or perhaps Minerva armed Fortuna have also been found. Excavations seems that the sacred area, was restored and then abandoned in the late sixth century. BCE.

The Matralia were the Mater Matuta party, ancient Italic goddess. Its name combines maternal attributes (Mater) and auroral (Matuta, from which matutinus), as we find in Lucretius

… And yet, at a certain time Matuta for patches / ether spreads rosy dawn light and free … [Lucr. De Rer. Nat. V, 656]

According Verrius Flaccus, was called: Mater Matuta, Manes (the Good Goddess), Matura, (epithets also connected to the sun), Morning, Marriage, family Mother, Aunt maternal (matertera), matrix, material [Fest. 122; 161].

This festival was celebrated by the Roman matrons [Ov. Fast. VI, 475]. They went into the temple on the Forum Boarium and crowned the statue of the Goddess (only women who had married only once could do it [Tert. Monog. XVII, 3]), who were offering cakes [Ov. Fast. VI, 476; 529-33]. A slave was made to enter the temple grounds, which was usually forbidden to women of that condition, and then it was driven out by the matrons who hit her on the back and scourged with rods [Ov. Fast. VI, 551; Plut. Q. R. 16; Cam. V, 2]. Mothers took her in his arms not own children, but those of the sisters and treating them with respect, asking for them the blessings of the Goddess [Plut. Cam. V, 2; De Frat. Am. 492 d (XXI); Q. R. 17] with these words:

Mater Matuta you precor quaesoque uti sies volens propitia pueris sororiis Mater Matuta, please, and I ask you to be willingly propitious to the children of my sister

 

Mater Matuta was the Aurora [Lucr. De Rer. Nat. V, 656] and was identified with the Greek Ino – Leucotea [Serv. Aen V, 241; Georg. I, 437; August. C. D. XVIII, 14; Lact. Div. Inst. I, 21; Cic. Tusc. I, 12, 28; Nat. Deor. III, 19, 48; Plut. Q. R. 16; De Frat. Am. 492 d (XXI); Ov. Fast. VI, 544-547] (Figure 91). Ino was the sister of Semele, and when it was killed by Juno, took care of his son, Dionysus – Bacchus. Struck by madness sent her from Juno, jumped into the sea with her son Melicertes and the two were transformed into gods, Ino, became Leucotea Melicertes, Palaemon (Portunus in Latin) [Serv. Aen. V, 241; Ov. Fast. VI, 553 ff].

 

Fortunae in Foro Boario

Even the makeshift temple in the Forum Boarium, which was close to that of Mater Matuta [Ov. Fast. VI, 569] (Figure 94), according to tradition it was built by Servius Tullus [Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11], as most of the temples dedicated to this deity [Plut. Fort. Rom. X, 323a; Plin. Nat. Hist. VIII, 197]. In it the Roman matrons worshiped a veiled gilded wooden statue of two robes that was forbidden to touch

… And you, Roman women, beware of touching those clothes forbidden, / simply upbeat ritual prayers with voice / and is always covered by a Roman toga chief / of who was the seventh king of our city [Ov. Fast. VI, 621-24]

Among the ancient authors there is no agreement on who represented the statue, if the king Tullus [Ov. Fast. VI, 623-24; Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11] or Fortuna [Var. apud no. 189, 17; Cas. Dio. LVIII, 7, 2]; Festo believes instead that it is Modesty [Fest. 242].

Even among some modern authors have supported the first hypothesis, however most inclined to Fortuna. On the other hand it is this image which is the object of veneration on the anniversary of the dedication, according to Ovid, nor the sources do mention other inside the building so that it would be very strange it was that the founder of the temple, instead the deity to whom it was dedicated. It was probably an ancient wooden xoanon (Dionysius of Halicarnassus defines wood and archaic manner [Dion. H. IV, 40, 7]) traits poorly defined, completely covered by men’s clothes and for this the authors of the classical period could have doubts about his identity.

The Goddess who was dedicated the temple was Fortuna, we have no news of any attribute, except as Varro [Var. apud no. 189, 17] that identifies La Fortuna Virgo, however, this deity had its own temple to another place, so it can be a scholar error. This fact makes the Fortuna del Foro Boario different from the other Fortuna venerated in Rome, who had always an epithet which specified their sphere of action, and the Italic Fortuna of Praeneste, represented as a mother and kourotropha (and therefore comparable to Mater Matuta) . In literary sources it appears in various legends, always as a protector of the King Servius Tullus [Ον. Fast. VI, 573-80; Val. Max. III, 4, 3; Plut. Q. R. 36; 74; Fort. Rom. X, 322 and; Dion. H. IV, 27, 7].

 

Picture

Mater Matuta

Florence Archaeological Museum, ground floor, second room (from Chianciano)

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P(ublicae) P(opuli) R(omani) Q(uiritium) in colle Quirin(ali)

In questo giorna cadeva l’anniversario della dedica di uno dei cosìdetti Tres Aedes Fortunae, che si   trovavano sul colle Quirinale, presso la Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probabilmente si trattava di quello dedicata a Fortuna Primigenia, la divinità venerata a Preneste, che a Roma prese il nome di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer.; CIL I², 213; 319] o anche: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in colle Quirinali [Fast. Esquil.; CIL I², 211], Fortuna Publica populi Romani in colle [Fast. Venus.] (Figura 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Populi Fortuna Potentis Publica [Lyd. Mens. IV, 7]. Il tempio fu votato nel 204 aev. dal console P. Sempronius Sofus, all’inizio della battaglia di Crotone contro Annibale, “se fosse riuscito a mettere in fuga i nemici” [Liv. XXIX, 36, 8] e fu poi dedicato circa 10 anni dopo, nel 194 aev. da Q. Marcus Ralla [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

Secondo i Fasti Amiterni [CIL I2, 245] in questo giorno si ricordava la dedica di un luogo di culto dedicato a Venus, sul monte Velia. Non sappiamo esattamente di quale luogo si trattasse: M. Torelli ha ipotizzato che sul Velia fosse ospitato il culto di Venus Calva, il che ci porta a un tempio [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], la cui data di edificazione non conosciamo, o più probabilmente a un sacellum, che doveva ospitare la statua della Dea [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servio riporta alcuni aitia sulla nascita di tale culto: durante l’assedio gallico, avendo i Romani esaurito le corde per le macchine da guerra, le matrone, guidate da una Domitia, offrirono i loro capelli per farne di nuove, in ringraziamento per tale sacrificio, il senato decretò la dedica della statua a Venus Calva. Un’altra versione ne proietta l’origine all’età regia: a causa di un prurito pestilenziale le donne romane tagliarono i loro capelli, il re Anco dedicò una statua a Venus come espiazione e così i capelli ricrebbero [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

La presenza di una Domitia nel primo racconto riportato da Servio, così come l’esistenza della familia dei domitii calvini all’interno della gens domitia, ha fatto pensare che il culto di Venus Calva avesse una connessione con essa e che la statua si trovasse nei pressi della domus dei calvini, sul Velia, collocazione avvalorata dalla presenza, nello stesso sito, di un altro culto che poteva essere in relazione con quello di Venus Calva, quello di Mutinus Tutinus.

Secondo le testimonianze antiche, questo culto doveva essere molto antico, e già gli eruditi romani lo mettevano in relazione con quello di Aphrodite barbata diffuso in oriente, particolarmente a Cipro [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3] .

Secondo Torelli, doveva avere una connessione con i riti iniziatici dei giovani romani, dell’età arcaica: il simulacro non doveva essere del tutto calvo, ma solamente portare una tonsura, propria dai giovani di entrambi i sessi che si apprestavano al matrimonio (è possibile che le giovani donne offrissero a questa divinità i capelli che venivano loro tagliati); altro simbolo che connette Venus Calva alla sfera matrimoniale è il pettine, che secondo la testimonianza della Suida, era tenuto in mano dalla Dea [Suida cit.].

Doveva trattarsi di una rappresentazione androgina avente in parte attributi maschili e in parte femminili, forse equestre [Suida cit.], tali elementi avvalorano la sua antichità. Testimonianza della notorietà di cui godeva questa immagine è il fatto che, secondo Macrobio, fu proprio essa a guidare il poeta Laevius nel comporre i seguenti versi [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est…

così come il poeta Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venerem…

L’androginia era collegata alla sfera matrimoniale (e ai riti di “inversione” praticati all’inizio dell’anno), in particolare all’iniziazione delle giovani che vi si apprestavano (allusione che torna anche nel simbolismo della tonsura e del pettine, pecten che a sua volta rimanda alla pratica dei crines soluti [Fest. 213], l’acconciatura che le giovani donne portavano il giorno del matrimonio ) alla promiscuità sessuale: secondo Macrobio le offrivano sacrifici sia gli uomini, che però si vestivano da donna, che le donne, che si abbigliavano da uomo [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. Tale inversione dei ruoli torna in un altro rito, non a caso compiuto sempre in prossimità della domus dei domitii, quello di Mutinus Tutinus [Fest. 154]: riti con un chiaro legame con la sfera matrimoniale, quelli in onore di Mutinus Tutinus prevedevano che le donne sacrificassero avvolte nella toga praetexta, cioè abbigliate come un uomo.

 

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P (ublicae) P (opuli) in Quirin hill R (omani) Q (uiritium) (wings)

This day fell the anniversary of the dedication of one of the so-called Tres Aedes Fortunae, that were on the Quirinal Hill, near the Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probably it was the one dedicated to Fortuna Primigenia, the deity worshiped at Praeneste, which in Rome was called Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer .; CIL I², 213; 319] or even: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in Quirinali [Fast hill. Esquil .; CIL I², 211], Fortuna Publica Populi Romani in the hill [Fast. Venus.] (Figure 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Fortuna Publica Populi Potentis [Lyd. Mens. IV, 7]. The temple was voted in 204 BCE. by P. Sempronius Sofus console at the beginning of the Battle of Crotone against Hannibal, “if he could put the enemy” [Liv. XXIX, 36, 8] and was later dedicated about 10 years later, in 194 BCE. by Q. Marcus Thrust [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

According to the Fasti Amiterni [CIL I2, 245] on this day we remembered the dedication of a place of worship dedicated to Venus, on Mount Velia. We do not know exactly which place it was: M. Torelli hypothesized that Venus Calva was worshiped on the Velia, which leads us to a temple [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], whose construction date is unknown, or more probably, a sacellum, hosting the Goddess’ statue [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servius reports some stories about the birth of this cult: during the Gallic siege, having the Romans exhausted the ropes for the war machines, the matrons, led by a Domitia, offered their hair to make new ones, in thanksgiving for this sacrifice , the senate decreed the dedication of the statue to Venus Calva. Another version has its origin into the royal age: due to a pestilent itching Roman women cut their hair, King Ancus dedicated a statue to Venus as expiation and so the hair grew [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

The presence of a Domitia in the first story reported by Servius, as well as the existence of the family of the domitii calvini inside the gens domitia, has suggested that the cult of Venus Calva had a connection with this gens and that the statue was in near the domus of the calvini, on the Velia, position supported by the presence, on the same site, of another cult that could be related to Venus Calva, Mutinus Tutinus (see below).

According to ancient evidence, this cult had to be very ancient, and already the Roman scholars put it in relation with that of Aphrodite barbata widespread in the East, especially in Cyprus [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3].

According to Torelli, he could have been a connection with the archaic initiation rites of the young Romans: the simulacrum should not be completely bald, but only bring a tonsure, proper to the young people of both sexes who were preparing for marriage (it is possible that the young women would offer the hair that was cut to this divinity); another symbol that connects Venus Calva to the matrimonial sphere is the comb, which according to the testimony of Suida, was held in the hands of the Goddess [Suida cit.]. It must have been an androgynous representation having partly masculine and partly feminine attributes, perhaps equestrian [Suida cit.].

The widespread knowledge of this image is testimonied by Macrobius citing the poet Laevius who would have composed the following verses thinking to her [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est …

as well as the poet Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venus …

The androgyny was connected to the matrimonial sphere (and to the “inversion” rituals practiced at the beginning of the year), in particular to the initiation of the young people who were preparing for it (an allusion that also returns in the symbolism of the tonsure and comb, pecten which, in turn, refers to the practice of the solitary crines [Fest. 213], the hairstyle that the young women wore on their wedding day) to sexual promiscuity: according to Macrobius they offered sacrifices to both men, who dressed as women, who women dressed in men [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. This reversal of roles returns to another rite, not coincidentally carried out near the domus of the domitii, that of Mutinus Tutinus [Fest. 154]: rites with a clear link with the matrimonial sphere, those in honor of Mutinus Tutinus foresaw that women sacrificed wrapped in the praetexta toga, that is, dressed like a man.

Picture
Fortuna, marble statua from Vatican Museum

NON.  APR. (5) C

Fortuna Publica in Colle

Il tempio di Fortuna Publica Citerior era il più vicino alla città, all’interno (citerior) rispetto alla Porta Collina di un gruppo di tre edifici sacri dedicati a Fortuna sul Colle Quirinale [Cas. Dio. XLIII, 26]. Non si sa nulla della sua storia [Fast. Praen. ad Non. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae citerio(ri) in colle; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375 – 76]

 

The temple of Fortuna Publica Citerior was the closest to the city, of a group of three sacred buildings dedicated to Fortuna on the Quirinal Hill, inside (Citerior) the Porta Collina [Cas. Dio. XLIII, 26]. Nothing is known of its history [Fast. Praen. of Not. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae Citerio (re) in the hill; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375-76]

Picture

Titus Aureus, Fortuna reverse, RIC II 696. Titus, as Caesar (69-79 AD). Aureus (20 mm, 6.95 g), Roma (Rome), 74 AD. Obv. T CAESAR IMP VESP, laureate head right. Rev. PONTIF TR POT, Fortuna standing left on garlanded base, holding rudder and cornucopiae. RIC II, 696.