XIV KAL. NOV. (19) NP

ARMILUSTRIUM

In questo giorno avveniva la purificazione delle armi da parte dei salii [Polyb. XXI, 10, 12; Liv. XXXVII, 33, 7] in un luogo chiamato Armilustrium, situato sul colle Aventino [CIL VI, 802; 975], dove, secondo la tradizione fu sepolto Tito Tazio [Plut. Rom. 23]. Questa cerimonia faceva parte dei riti di chiusura della stagione bellica di lunga durata (Martius – September) che già in età monarchica aveva sostituito quella più breve, della durata di soli due mesi, che si chiudeva in Majus.

I salii danzavano armati degli ancilia attorno alle armi, al suono delle trombe [Var. L. L. VI, 22; Fest. 19; Lyd. IV, 34] e le armi erano così purificate per essere riposte. Poichè questa ricorrenza segnava il passaggio dal periodo delle campagne militari al tempo di pace, è probabile che il rito non fosse officiato dai salii palatini, ma dai salii agonales, sacerdoti di Quirinus, la divinità che permetteva il passaggio dallo stato di guerra a quello di pace. Questo collegio fu istituito, secondo la tradizione, da Tullo Ostillo in adempimento ad un voto pronunciato in battaglia [Dion. H. III, 32], affinchè la guerra si concludesse in fretta: la loro azione permetteva di smobilitare l’esercito e di riporre le armi fino al mese di Martius successivo (arma condita).

La tradizione riportata da Plutarco, Dionigi di Alicarnasso e Verrio Flacco, vuole che alcuni parenti di Tito Tatio uccisero degli ambasciatori lavinati che si recavano a Roma per rubare le loro ricchezze. Mentre Romolo era intenzionato a punire i colpevoli, Tatio esitava, per questo, mentre si trovava con Romolo nella città di Lavinio per compiere dei sacrifici, fu ucciso dai parenti delle vittime proprio durante il rito sacro. Romolo decise di non punire né gli assassini degli ambasciatori, né quelli del re sabino, ritenendo che il primo omicidio era stato espiato dal secondo, ma questa decisione causò pestilenze, morti e gravi prodigi in entrambe le città. Il re allora punì entrambi i gruppi di assassini e si procedette alla purificazione di tutt’e due le città [Plut. Rom. XXIII, 1 – 2; Dion. H. II, 51, 1 – 5; Liv. I, 14, 1 – 3; Fest. 360 seg.].

Tito Tazio fu seppellito sul colle Aventino, in un luogo chiamato Loretum, o Lauretum, per via di un bosco di allori che vi si trovava [Fest. 360 seg.; Var. L. L. V, 32; 152]. Questo sito doveva trovarsi nei pressi dell’Armilustrum, uno spiazzo aperto nell’angolo nord-ovest del colle che probabilmente, in epoca arcaica, accoglieva i soldati di ritorno dalle campagne militari, finchè non erano stati compiuti gli adeguati riti purificatori. Fino ad allora, essi erano impiati [Apul. Met. I, 18; III, 3; Min. Fel. XXV, 6], ossia ancora contaminati dalle stragi compiute e dalle devastazioni delle guerre. Sappiamo che sulla sepoltura di Tazio venivano compiute annualmente pubbliche libagioni [Dion. H. II, 52, 5], il che fa pensare che si trattasse della sede di un culto eroico connesso con l’ambito militare degli juvenes (tale sito non era lontano dai templi di Minerva e Liber, divinità che, in età arcaica, presiedevano all’ingresso dei giovani, nel corpo civico e quindi nell’esercito). La presenza di alberi di alloro rafforza una tale ipotesi, sappiamo, infatti che a tale albero si attribuiva una forte valenza purificatoria e che suffumigi fatti con le sue foglie erano usati per purificare i soldati dal sangue dei nemici uccisi, prima del loro rientro in Roma [Masur. Sab. Fr 19H apud Plin. Nat. Hist. XV, 30, 40]; proprio tale usanza avrebbe condotto all’uso dell’alloro durante le cerimonie del trionfo.

È possibile che la connessione tra il culto di Tatio e il luogo deputato alle purificazioni fosse dovuto proprio al carattere particolare della sua morte e alla sua sepoltura, avvenuta, senza espiazione e purificazione: i terribili prodigi che seguirono, dovevano essere da monito per i combattenti di ritorno dalle guerre, affinchè non trascurassero le purificazioni prescritte.

La lustratio compiuta in questo giorno, che comportava una danza in cerchio dei sacerdoti armati e il suono delle trombe, aveva lo scopo di allontanare i lemures dei nemici uccisi, tenendoli al di fuori del pomerium e di espiare il sangue versato dai combattenti romani, affinché, da impiati, divenissero piati, purificati e potessero far ritorno a Roma, senza portare con loro alcuna contaminazione che sarebbe potuta ricadere sull’intera comunità.

 

ARMILUSTRIUM

On this day cleansing he took the weapons from the ascended [Polyb. XXI, 10, 12; Liv. XXXVII, 33, 7] in a place called armilustrium, located on the Aventine Hill [CIL VI, 802; 975], where, according to tradition was buried Tito Tazio [Plut. Rom. 23]. This ceremony was part of the closing ceremonies of the war long season (Martius – September) that already in the monarchical age had replaced the shortest, lasting only two months, which was closed in majus.

Armed danced climbed the ancilia around the arms, the trumpets, [Var. L. L. VI, 22; Fest. 19; Lyd. IV, 34] and the weapons were so purified to be pinned. Since this event marked the transition from the period of military campaigns in times of peace, it is likely that the rite was not officiated by palatine went up, but went up by Agonales, priests of Quirinus, the divinity that allowed the passage from the state of war to that of peace. This college was founded, according to tradition, by Tullo Ostillo in fulfillment of a vow in battle [Dion. H. III, 32], so that the war would end quickly: their action allowed to demobilize the army and storing weapons until the end of next Martius (seasoned weapon).

The tradition reported by Plutarch, Dionysius of Halicarnassus and Verrius Flaccus, wants that some relatives of the killed TitoTatio lavinati ambassadors who came to Rome to steal their wealth. While Romulus was intenzioinato to punish the guilty, Tatio hesitated, for this, while he was with Romulus in the city of Lavinio to make sacrifices, she was killed by the relatives of their victims during the holy rite. Romulus decided not to punish the murderers nor the ambassadors, nor those of the Sabine king, believing that the first murder had been expiated by the second, but this decision caused plagues, deaths and serious prodici in both cities. The king then punished both groups of killers and they proceeded to the purification of both cities [Plut. Rom. XXIII, 1-2; Dion. H. II, 51, 1 – 5; Liv. I, 14, 1 – 3; Fest. 360 et seq.].

Tito Tazio was buried on the Aventine hill, in a place called Loretum, or Lauretum, because a forest of laurels that were in [Fest. 360 seq .; Var. L. L. V, 32; 152]. This site should be near dell’Armilustrum, an open space in the northwest corner of the hill which probably, in ancient times, welcomed the soldiers returning from military campaigns, as long as they were not the appropriate purification rites were performed. Until then, they were impiati [Apul. Met. I, 18; III, 3; Min. Fel. XXV, 6], which is still contaminated and the massacres carried out by the ravages of war. We know that the burial of Tazio were made public annually libations [Dion. H. II, 52, 5], which suggests that it was the site of a heroic cult connected with the military of the Juvenes (this site was not far from the temples of Minerva and Liber, divinity, in the Archaic period, presiedevado the entrance of young people in the civic body and then in the army). The presence of laurel trees strengthens such a case, sappimo fact that this tree was credited with a strong purifying value and that fumigations made with its leaves were used to purify the blood of soldiers killed enemies, before they return to Rome [Masur. Sat. Fr 19H apud Plin. Nat. Hist. XV, 30, 40]; precisely this practice would lead to the use laurel in ceremony of triumph.

It is possible that the connection between the cult of Tatio and the purification appointed place was due precisely to the particular nature of his death and his burial, which took place without atonement and purification: the terrible wonders that followed, had to be a warning to the fighters return from the wars, lest neglect the prescribed purifications.

The lustratio accomplished on this day, which included a dance in a circle of armed priests and the sound of trumpets, was intended to ward off lemures of slain enemies, keeping them outside the pomerium and atone for the blood shed by the Roman soldiers, so that from Systems, tools would become piati, purified and could return to Rome without bringing with them any contamination that could be cast on the entire community.

Picture

Augustus AR Denarius. P. Licinius Stolo, moneyer. Rome, 17 BC. AVGVSTVS TR•POT, bare head right / P•STOLO III•VIR, Apex Flaminis between two ancilia. RIC 343; BMC 74; C. 438. 3.99g, 19mm, 7h.

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KAL. SEPT. (1) F

Jovi Tonanti in Capitolio

Un tempio a Giove Tonante fu edificato da Augusto, dopo che un fulmine gli cadde vicino durante una campagna militare in Spagna. L’edificio sacro fu costruito sul colle Capitolino e dedicato alle Kal. Sept. del 22 aev. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. ad Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). Il nome Juppiter Tonans era una traduzione del greco Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], che appare anche traslitterato in latino in due iscrizioni [CIL VI, 432; 2241]. Era famoso per la sua magnificenza [Suet. Cit.]: i muri erano di marmo [Plin. Nat. Hist.  XXXVI, 50] e racchiudeva numerose opera d’arte [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78 – 79]. Augusto lo visitava spesso e, in un’occasione si dice che abbia sognato che Giove si lamentasse che la popolarità del nuovo tempio avesse allontanato i devoti dal grande tempio Capitolino; al che Augusto rispose che Giove Tonante era solo il guardiano delle porte di Giove Capitolino e fece appendere delle campane ai timpani del primo per indicare questa relazione [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. Questo dimostra che il nuovo tempio doveva trovarsi molto vicino all’ingresso di quello più antico e quindi all’angolo sud-est della collina, sopra il foro [cfr. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44 – 46]. Il tempio è rappresentato su alcune monete di Augusto come esastilo con al centro una statua di Giove che in una mano tiene I fulmini e nell’altra lo scettro, forse la riproduzione di una famosa opera di Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in Aventino

Il tempio di Juppiter Libertas (poi chiamato Juppiter Liber) sull’Aventino, probabilmente vicino a quello di Juno Regina, fu originariamente dedicato alle Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov(i) Leibert(ati)]. Restaurato da Augusto, fu ridedicatio alle Kal. Sept.  [Fast. Arv. ad Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Iuppiter Liber]. L’edificio sacro era dedicato a due divinità: Juppiter (probabilmente con l’epiteto Liber) e Libertas. Non conosciamo la data della sua costruzione, ma sembra che sia avvenuta da parte di Ti. Sempronius Gracchus, console nel 238 aev, che l’avrebbe dedicato a Libertas. All’interno vi era un dipinto che celebrava la sua vittoria a Benevento del 214 aev [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. L’edificio è rappresentato sul verso di un denario coniato da Cn. Egnatius Maxumus nel 75 aev. attraverso due colonne della facciata appaiono due statue di culto, identificate ocme Juppiter (contraddistinto dal simbolo del fulmine sul timpano sovrastante) e Libertas (contrassegnata dal pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

L’edificazione di questo tempio avvenne in un periodo di grandi cambiamenti sociali nella Roma repubblicana: durante la guerra contro Annibale, lo stato fu costretto a procedere all’arruolamento di 24000 servi [Val. Max. VII, 6, 1], cui sono da aggiungere 8000 volontari sempre di condizione servile [Liv. XXII, 57, 11]. Fautore di questi arruolamenti fu lo stesso Ti. Sempronoius Gracchus, che sconfisse i carteginesi a Benevento, anche grazie all’apporto di questi combattenti. In cambio del loro servizio nell’esercito romano, i servi furono affrancati e ottennero la cittadinanza romana. Pochi anni dopo, nel 197 aev. durante il trionfo di C. Cornelius Cethegus (a seguito della vittoria sugli Insubri) e nel 194 aev. durante quello di Ti. Flaminius, si videro ancora masse di schiavi affrancati dai generali vincitori [Liv. XXXIII, 23, 1 – 6; XXXIV, 52, 12].

Si spiega in questo contesto la dedica di un tempio a Libertas, divinità tutelare dgli schiavi manomessi. Juppiter Liber appare probabilmente in relazione all’acquisizione della cittadinanza da parte dei liberti e come garante del giuramento che essi prestavano, jusjurandum libertati (la presenza di Juppiter alla cerimonia della manumissio è attestata anche nel santuario di Feronia a Terracina [Serv. Aen. VIII, 564; Plaut. Amph. 460 – 462]). Possiamo anche notare le analogie tra la manumissio e il rito dell’assunzione della toga virilis da parte dei giovani romani (a tale analogia rimanda anche la dedica, nello stesso periodo, di un tempio a Juventas, Dea dei nuovi togati [August. C. D. IV, 11]): gli schiavi che si accingevano alla manumissio, così come i giovani romani, venivano rasati e veniva loro imposto il pilleum bianco [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], simbolo del loro nuovo status, analogo, nella funzione, alla toga pura (è però vero, che coloro che combatterono a Benevento, ricevettero il diritto di indossare, come segno dell’ottenimento della cittadinanza, una toga bianca pretextata e il lorum, un amuleto, simile alla bulla [Liv. Cit.]).

 

Junoni Regina in Aventino

Il tempio sull’Aventino fu votato da Camillo alla Juno Regina di Veio, prima della presa della città, nel 396 aev, e da lui dedicato nel 392 aev [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. All’interno fu posta la statua lignea della Dea proveniente dalla città conquistata, dopo l’evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. VI; Val. Max. I, 8, 3] ed è spesso menzionato in occasione della procuratio di prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cfr XXVII, 37, 7]. Fu ridedicato da Augusto, probabilmente nello stesso giorno del suo dies natalis.

 

Jovi Tonanti in Capitolio

A temple to Jupiter the Thunderer was built by Augustus, after a lightning fell by during a military campaign in Spain. The church was built on the Capitoline Hill, dedicated to Kal. Sept. 22 BCE. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. to Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). The name Jupiter Tonans was a greek translation Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], Which also appears transliterated in Latin inscriptions in two [CIL VI, 432; 2241]. It was famous for its magnificence [Suet. Cit.]: The walls were marble [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 50] and contained numerous art work [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78-79]. Augusto frequently visiting him and, on one occasion is said to have dreamed that Jupiter complained that the popularity of the new temple the devotees had departed from the great Capitoline temple; to which Augustus said that Jupiter Thunderer was only the guardian of the gates of Jupiter and made hanging of the bells to the ears of the first to show this relationship [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. This shows that the temple had to be very close to the entrance of the older one and then at the southeast corner of the hill, above the hole [see. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44-46]. The temple is represented on some coins of Augustus as hexastyle with a central statue of Jupiter in a hand he holds Lightning and in the other a scepter, perhaps playing a famous work of Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in ​​Aventino

The temple of Jupiter Libertas (then called Jupiter Liber) on the Aventine, probably close to that of Juno Regina, was originally dedicated to the Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov (i) Leibert(ati)]. Restored by Augustus, it was re-dedicated to Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Jupiter Liber]. The church was dedicated to two gods: Jupiter (probably with the epithet Liber) and Libertas. We do not know the date of its construction, but it seems to have occurred by you. Sempronius Gracchus, consul in 238 BCE, that would dedicate to Libertas. Inside there was a painting celebrating his victory at Benevento in 214 BCE [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. The building is represented on the reverse of a denarius coined by Cn. Egnatius Maxumus in 75 BCE. through two columns of the facade appear two statues of worship, identified OCME Jupiter (marked with the lightning symbol on the tympanum) and Libertas (marked pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

The construction of this temple took place in a period of great social changes in Republican Rome: during the war against Hannibal, the state was forced to carry out the enrollment of 24000 servants [Val. Max. VII, 6, 1], which is to add more and bondage 8000 volunteers [Liv. XXII, 57, 11]. Proponent of these enlistments was the same Ti. Sempronoius Gracchus, who defeated the Carthageans in Benevento, also thanks to these fighters. In exchange for their service in the Roman army, the servants were freed and obtained Roman citizenship. A few years later, in 197 BCE. during the triumph of C. Cornelius Cethegus (following the victory over Insubri) and in 194 BCE. during one of Ti. Flaminius, they still saw masses of freed slaves from the general winners [Liv. XXXIII, 23, 1-6; XXXIV, 52, 12].

He explains in this context the dedication of a temple to Libertas, tutelary deity dgli tampered slaves. Jupiter Liber appears likely related to the acquisition of citizenship by freedmen and as a guarantor of the oath that they lent, jusjurandum Libertati (the presence of Jupiter in the ceremony of manumissio is also attested in the sanctuary of Feronia in Terracina [Serv. Aen. VIII , 564; Plaut. Amph. 460-462]). We can also note the similarities between the manumissio and the ritual of taking the toga virilis by young Romans (in this analogy also see the dedication, in the same period, of a temple at Juventas, Goddess of the new stipendiary [August. CD IV , 11]): the slaves who were about to manumissio, as well as the young Romans, were shaved and they were told the pilleum white [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], a symbol of their new status, similar in function to the pure toga (it is true that those who fought in Benevento, received the right to wear, as a sign of obtaining the citizenship, a white toga pretextata and Lorum, an amulet, like bulla [Liv. Cit.]).

Junoni Reginae in Aventino

The temple on the Aventine was voted by Camillo to Juno Regina of Veii, before the taking of the city, in 396 BCE, and he dedicated in 392 BCE [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. It was placed inside a wooden statue of the Goddess from the conquered city after Evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. YOU; Val. Max. I, 8, 3] and is often mentioned during the procuratio of prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cf. xxvii, 37, 7]. It was rededicated by Augustus, probably on the same day of his Dies Natalis.

 

Picture

Augustus. Silver Denarius (3.80 g), 27 BC-AD 14. Colonia Patricia(?), ca. 19 BC. CAESAR AVGVSTVS, bare head of Augustus left. Reverse IOV TO[N], hexastyle temple of Jupiter containing statue of the god standing left, holding thunderbolt and scepter. RIC 64; BMC p. 64, note; RSC 180

EID. SEXT. (13) NP

Dianae in Aventino

La tradizione più diffusa ascriveva la costruzione del tempio di Diana sull’Aventino [CIL VI, 32323, 10, 32; Cens. Die Nat. XXIII, 6] a Servius Tullus, che avrebbe riunito su questo colle i rappresentanti delle città della Lega Latina, convincendoli a costruire un santuario federale sul modello del tempio di Diana ad Efeso (comune alla Lega Ionica) [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45, 2 – 6; Dion. H. IV, 26, 3 – 5; Aur. Vict. De Vir. Ill. VII, 9 – 13; Fest. 343; Zon. VIII, 9, 11]. Veniva considerate il più antico edificio sacro costruito in questo luogo e chiamato tempio di Diana Aventina [Prop. IV, 8, 29], o Aventinensis [Fest. 165; Mart. VI, 64, 13; Val. Max. VII, 3, 1]; lo stesso Aventino, prendendo il nome dal culto lì celebrato, era chiamato anche collis Dianae [Mart. XII, 18, 3; VII, 73, 4; Stat, Silv. II, 3, 20 – 21; Hor. Carm. Saec. 69]. La scelta di questo colle fu dovuta alla sua particolare posizione: fuori dal pomerium, ma all’interno delle mura costruite, secondo la tradizione, da Servio Tullo, rivolto verso l’antica zona emporica del portus tiberinus, e quindi verso un sito di incontro tra culture e tradizioni differenti (latina, etrusca e greca), fin dalla più alta antichità, il luogo cadeva fuori dai confini sacri della città, potendosi quindi configurare come luogo di culto latino e non specificamente romano, pur rimanendo all’interno dell’ager romanus, ossia del territorio sottoposto alla giurisdizione dei magistrati romani.

La localizzazione dell’edificio è a tutt’oggi incerta e oggetto di numerose ipotesi . Sappiamo che si trovava vicino alle Thermae Suranae [Mart. VI, 64, 13], probabilmente su quello che è definito “Aventino Grande”, in prossimità del clivus Publicius [Aurel. Vict. Vir. Ill. XLV, 5, 60; Oros. V, 12, 3 – 9], che costituiva probabilmente l’accesso al santuario, provenendo dal Tevere [Oros. II, 13, 6 – 8]. È rappresentato sul frammento 22b della Forma Urbis e, in base agli ultimi studi su questo documento, oggi viene collocato lungo la via di S. Sabina, tra le chiese di S. Sabina e S. Alessio, con la cella rivolta a nord-est, nei pressi di quella che era la porta lavernalis, il che lascia forse intendere che Laverna fosse in qualche modo legata a Diana (forse una sua ipostasi infera); oppure nel parco adiacente la chiesa di S. Alessio.

Era definito: aedes, templum [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45], fanum [Liv. cit.], νεώς [Dion. H. IV, 26], ἱερόν [Dion. H. III, 43; X, 32; Plut. C. Gracch. XVI], Ἀρτεμίσιον [App. B. C. I, 26; Plut. Q. R. 4], Dianium [Oros. V, 12; CIL VI, 33922]. La data della dedica era il 13° Sext. [Mart. XII, 67, 2; ad Id. Aug., CIL I2 pgg 217, 240, 244, 248, 270, 281; ILLRP 9], considerata festa degli schiavi (servorum dies) [Fest. 343]: in questo giorno Diana era celebrate anche nel resto d’Italia Centrale [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60].

Non sappiamo quale fosse l’aspetto del santuario alla sua fondazione, secondo alcuni autori si trattava solo di un altare a cielo a perto, all’interno di un’area sacra, forse un lucus [Tac. Ann. XII, 8; Dion. H. IV, 26] (a meno che il riferimento non sia al tempio di Ariccia) circondata da un recinto; secondo altri, sin dalla sua fondazione doveva trattarsi di un tempio di foggia greca. Quale che sia stata la situazione originaria, sappiamo che in età repubblicana si trattava di un tempio, che fu ricostruito da L. Cornificius durante il principato di Augusto [Suet. Aug. XXIX] e probabilmente prese il nome di aedes Dianae Cornificianae [CIL VI, 4305]: la sua struttura era octostila con una doppia fila di colonne su ogni lato.

Conteneva un’antica statua della Dea (probabilmente in legno) che, secondo Strabone era uno xoanon simile a quello che si trovava nel tempio di Artemide a Marsiglia [Strab. Geog. IV, 1, 5] e un’altra in marmo che ricordava quella di Artemide a Efeso [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 32]. Vi si trovava una stele in bronzo su cui era inciso un trattato tra i Romani e i Latini [Dion. H. IV, 26] e un’altra con la Lex Icilia de Aventino publicando del 456 aev [Dion. H. X, 32], oltre ad una lex arae Dianae che servì da modello per molti altri luoghi sacri [CIL III, 1933; XI, 361; XII, 4333].

Il culto di Diana sull’Aventino è sempre stato collegato con quello di Diana Nemorense: gli studiosi non sono concordi su quale dei due templi sia stato fondato per primo, sebbene i resti archeologici trovati a Nemi non risalgano oltre il IV sec aev, è possibile che il bosco circostante ospitasse un culto della Dea già dal VI sec aev. Era considerato un santuario comune dei popoli della Lega Latina [Cato Orig. II Fr 28 apud Prisc. Gramm. IV, 129 H; Fest. 145] e, probabilmente, quando i Romani raggiunsero l’egemonia tra i popoli latini, vollero creare una sorta di doppio di questo santuario nella loro città, come forse aveva già fatto Tibur, città egemone della Lega prima dell’ascesa di Roma. Gli autori moderni, tuttavia, ritengono che non vi fu filiazione diretta da un santuario all’altro e che i due culti fossero distinti e differenti: quello di Nemi avrebbe subito molto presto l’influsso greco, in particolare focese, quello romano, invece avrebbe subito un processo di ellenizzazione solo a partire dal V sec. aev, su influenza cumana

I resoconti degli storici [Dion. H. IV, 26, 3 – 5; Liv. I, 45, 2 – 3] riportano che Servio Tullo propose ai latini di costruire un luogo di culto comune sull’Aventino (che allora era esterno al Pomerium e quindi era un luogo adatto per costruire un santuario non propriamente romano, bensì latino), in esso vi sarebbe stato diritto di asilo e sarebbero stati compiuti sacrifici sia dai singoli popoli, che dai rappresentanti dell’intera federazione, inoltre le città latine vi si sarebbero riunite per festeggiare la Dea e tenere un’assemblea comune per dirimere le i contrasti. Le leggi sacre del tempio, comprese quelle relative alla partecipazione alla festa e all’assemblea, furono scritte su un cippo posto al suo esterno e sarebbero state il prototipo per quelle di numerosi luoghi sacri in tutto il dominio romano.

Le informazioni che possediamo sul culto di Diana a Nemi sono molto poche, una tradizione voleva che fosse stato fondato da Oreste, fuggendo dalla Tauride con la sorella Iphigenia dopo l’uccisione del re Thoante, avrebbe portato con sé una statua di Diana, per cui alcuni eruditi romani ritenevano la Dea Aricina, una Diana Taurica [Serv. Aen. II, 116; VII, 761; Val. Flac. Arg. II, 305].

Abbiamo poi notizia di un rito peculiare del Lucus Dianae: all’interno del bosco sacro viveva un sacerdote della Dea chiamato rex nemorensis, solo uno schiavo fuggiasco poteva ottenere tale titolo e, per farlo, doveva sconfiggere in un duello chi deteneva il sacerdozio, dopo aver colto un ramo da un albero sacro , [Strabo. Geog. V, 3, 2; Pausan. II, 27, 4; Serv. Aen. II, 116; VI, 136; VII, 761; Ov. Fast. III, 270 segg; VI, 756 segg; Met. XIV, 331; XV, 497; Suet. Calig. XXXV; Stat. Silv. III, 1, 56; Verg. Aen. VII, 770 – 776]. Altri esseri soprannaturali condividevano il lucus con Diana: Virbius, forse un’antica divinità solare [Serv. Aen. VII, 776], su cui non abbiamo informazioni, se non la sua identificazione con Ippolito, morto e riportato in vita da Artemide, che ne fa un Suo paredro [Serv. Aen. VII, 84; 761]: le fonti parlano di un Virbius vecchio e un Virbius giovane [Ov. Met. XV, 538 – 39; Hyg. Fab. 251; Verg. Aen. VII, 761 – 82], per questo è stato identificato in alcune erme ritrovate nel santuario, con due volti, uno giovanile e uno anziano, contornati di foglie. Egeria, una ninfa che sembra connessa con le nascite (il nome deriva da *ex- gredior), pregata dalle donne incinte [Fest. 77].

Se tale interpretazione può sicuramente avere un fondo di verità, non è certamente sufficiente a dare conto di una figura divina così complessa, la cui comprensione, nei suoi lineamenti originali, è complicata dalla presenza di elementi greci, fin da epoca molto antica (V sec. aev.), non dobbiamo dimenticare, infatti, che Diana è tra le divinità onorate dal primo lectisternium del 399 aev, benché associata ad Hercules e non ad Apollo.

La Diana romana in origine chiaramente una divinità lunare [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68 – 69]: il suo nome deriva dalla radice indoeuropea *di- (probabilmente attraverso la forma *Diviana), connessa con la luminosità celeste, che troviamo in termini come dies, deus (*dieus), divus e nel nome di altre divinità come Dius (Fidius), (Dea) Dia e Juppiter (*Dius pater). Era venerata come lucifera [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68; Ov. Herod. XX, 193; Lucr. V, 526; Mart. X, 70, 7; XI, 69, 6], portatrice di luce, in relazione allo splendore notturno della luna piena. Gli autori latini e le iscrizioni la definivano triplice, triforme [Hor. Car. III, 22, 4; Prop. II, 32, 9 – 10; CIL II, 2660; VI, 124; 511; Carm. Epig. 1529b B] o trivia [Enn. Fr. 362 R apud Var. L. L. VII, 16; Verg. Aen. VII, 516; Mart. V, 1, 2; VI, 47, 3], alludendo al triplice aspetto della luna durante le sue fasi e triplice essa è rappresentata su un denario di età repubblicana che riproduce una statua cultuale presente nel santuario di Nemi . Questi elementi hanno portato alcuni poeti ad identificarla con Ecate piuttosto che con l’Artemide greca [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60; Verg. Aen. IV, 511; VI, 35; 69; VII, 774; X, 537; XI, 566; 836; Catul. XXIV, 15], tanto che Statio può parlare della festa di Diana come di ‘Hecateidus Idus’ [Stat. Silv. III, 1, 60]. Sul frontone del tempio di Roma erano appese delle corna di vacca anziché di cervo come ci si sarebbe aspettato nel caso di Artemide [Plut. Q. R. 4]. Queste corna sono state considerate in molte culture una rappresentazione della falce di luna crescente (in particolare nel caso di Iside ed Hathor).

La sua festa cadeva alle Eidus Sext. Durante il plenilunio. In questo giorno, come a voler rafforzare la brillantezza della luna e a ricordare il legame tra i due principali luoghi di culto della Dea, le donne romane portavano in processione da Nemi a Roma delle torce accese [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60; Prop. II, 32, 9 – 10; Ov. Fast. III, 270]; inoltre esse si curavano particolarmente di lavare e pettinare i proprii capelli [Plut. Q. R. 100]. Questo riferimento di Plutarco potrebbe essere il ricordo di un qualche antico rito che collegava dei bagni rituali alla festa di Diana. Questo giorno era festeggiato in molti luoghi dell’Italia centrale [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60] e questo potrebbe essere un indizio del fatto che Diana, in ambito rurale, fosse collegata alla misurazione del tempo, Varrone sembra infatti alludere ad una Jana luna e a cicli di sette giorni basati sulle fasi lunari che inquadravano i lavori agricoli [Var. R. R. I, 37, 3].

Va considerato che, a differenza di altre divinità definibili Signore degli animali, Diana, nella fase più antica, non sembra aver avuto legami con gli animali selvatici: troviamo ben tra i suoi attributi l’arco, ma non è rappresentata come cacciatrice, inoltre il cervo appare come animale a Lei sacro [Fest. 343] (e sappiamo che tra le vittime a Lei destinate vi era un agnella chiamata cervaria ovis perchè immolata al posto di un cervo [Fest. 57]) solo in documenti iconografici risalenti ad un’epoca successiva all’ellenizzazione, laddove le uniche scene di sacrificio che ci sono note, vedono un bovino come vittima (Figura 152; Figura 155) (vedi ad esempio un altare in marmo del III sec oggi al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen). Per i dati in nostro possesso, quindi, Diana non sembra essere una divinità della foresta, collegata alle manifestazioni più selvagge e terribili della natura, come ad esempio Feronia.

D’altra parte sembra che tra i suoi tratti più arcaici vi sia una relazione con le nascite e con la sovranità. Tra gli ex-voto trovati nel suo tempio a Nemi, molti riguardano la sfera della gravidanza e della nascita, inoltre la troviamo associata a Egeria, che viene indicata dalle fonti come una ninfa che presiedeva ai parti; nel culto romano, tra gli epiteti più frequenti, la troviamo onorata come Lucina, Colei che porta alla luce. Per quel che riguarda la sfera della sovranità, oltre al rito del rex nemorensis, troviamo una particolare leggenda associata alle origini del tempio Aventino: Livio e Plutarco [Liv. I, 45, 3; Plut. Q. R. 4; Val. Max. VII, 3, 1] riportano che un uomo sabino aveva una giovenca di grande bellezza ed un oracolo profetizzò che colui che l’avesse sacrificata a Diana, avrebbe dato al proprio popolo l’egemonia su tutta l’Italia. L’uomo si recò al tempio; il sacerdote, conoscendo il vaticinio, gli impose di andare a purificarsi nelle acque del Tevere prima del rito e, mentre il sabino era lontano, sacrificò lui stesso (oppure fu Servio Tullo a compiere il sacrificio) la giovenca, assicurando così a Roma l’egemonia tra le città italiche.

Vediamo quindi che Diana aveva uno stretto legame con la sovranità e con l’investitura regale (ambito che a Roma apparteneva principalmente a Fortuna), Essa garantiva la continuità del potere regale e legittimava il succedersi dei sovrani: all’interno di tale funzione si inseriva anche la protezione delle nascite, ossia del perpetuarsi delle generazioni e della dinastia regnante. Proprio questa protezione sulla funzione regale e di legittimazione della sovranità, avrebbe reso il santuario di Diana, centro federale per i popoli latini.

La festa di Diana all’Aventino era anche chiamata “Festa degli schiavi” [Plut. Q. R. 100; Fest 343]: secondo gli eruditi romani, perché il tempio di Diana era stato dedicato da Servio Tullio che nacque da una schiava. Più probabilmente perché in tempi antichi a Roma erano affluiti molti schiavi provenienti dalle città latine sconfitte e conquistate e naturalmente essi avranno sviluppato una particolare devozione per la divinità protettrice di tutti i popoli latini, in contrasto con altre divinità peculiari di Roma2. Oppure la devozione degli schiavi può essere dovuta al fatto che chi entrava nel tempio godeva del diritto di asilo e per questo esso doveva essere particolarmente onorato dagli schivi fuggiaschi, che, per altro, secondo una glossa di Festo, erano chiamati cervi [Fest. 343] per la loro rapidità o forse perché devoti di Artemide – Diana

Alla Dea veniva sacrificato un cervo, animale sacro anche ad Artemide, ma sappiamo che tale vittima era sostituita da un ovino, chiamato cervaria [Fest. 57].

In quanto divinità lunare, Diana presiedeva probabilmente al ciclo femminile e alla fecondità e per questo poteva sovrapporsi a Juno: è, infatti, messa in relazione con il parto [Ov. Fat. III, 267 – 68] e spesso le è attribuito dai poeti latini l’epiteto Lucina, che è anche di Juno [Cat. XXXIV, 13 – 14; Verg. Ecl. IV, 10; Hor. Carm. Sec. 13 – 16]. Nel bosco sacro di Nemi, Essa manifesta la propria potenza attraverso un albero sacro, il cui ramo deve essere usato dal nuovo rex nemorensis per uccidere il suo predecessore; in modo analogo Juno Caprotina mostrava la propria potenza attraverso il ramo dell’albero sacro di fico che manifestava il suo potere fecondante.

L’identificazione tra Diana ed Artemide avvenne già in epoca arcaica, infatti Diana – Artemide compare tra le divinità (greche) per cui fu offerto il primo lectisternio a Roma (398 aev.) in associazione con Ercole [Liv. V, 13].

Herculi Invicto ad Portam Trigeminam

Un altro tempio dedicato ad Ercole Vincitore si trovava presso la Porta Trigemina [Macr. Sat. III, 6, 10; Serv. Aen. III, 36], probabilmente vicino a quello di Juppiter Inventor che, secondo la tradizione, fu eretto da Ercole stesso [Dion. H. I, 39]. Le informazioni su questo tempio sono molto scarse: sembra che fosse stato edificato dal mercante tiburtino M. Octavius Herrenus [Masur. Sab. apud. Macr. Sat. III, 6, 11; Serv. Aen. VIII, 363; Panegyr. Maxim. 13]. È probabile che la divinità qui venerata fosse la stessa di Tibur [Macr. Sat. III, 12, 7].

La statua che vi era cutodita potrebbe essere quella di Hercules Olivarius [CIL VI, 33936] menzionata nei cataloghi regionali [Not. Reg. XI]; l’epiteto può essere dovuto al fatto che Herrenus fosse un mercante di olive. Si pensa che l’edificio sia rappresentato su una moneta coniata da Antonino Pio [Cohen, Anton. 454], oppure [Cohen, Anton. 213] (Figura 156); su quest’ultima ha 8 colonne e si trova vicino ad un altare dedicato a Juppiter.

Fortuna Equestris

Il tempio fu votato nel 180 aev da Q. Fulvius Flaccus durante la sua campagna in Spagna [Liv. XL, 40, 44] e dedicato nel 173 aev [Liv. XLII, 10], il 13° Sext. [ILLRP 9]. Per la sua decorazione Fulvio trasportò alcune lastre di marmo dal tempio di Juno Lacinia presso Crotone, ma il Senato gli ordinò di restituirle [Liv. XLII, 3; Val. Max. I, I, 20]. Julius Obsequens lo menziona nei fatti relativi all’anno 92 aev [Obseq. LIII] e forse 158 [Obseq. XVI], ma deve essere stato distrutto prima dell’anno 22 aev [Tac. Ann. III, 71]. Si trovava nei pressi del teatro di Pompeo [Vitr. III, 3; 2] ed è citato da Vitruvio come esempio di systylos, in cui lo spazio tra le colonne è il doppio del diametro delle stesse.

Castori in Circo Flaminio

Un tempio dedicato a Castore o ai Dioscuri si trovava nel Circo Flaminio [Hemerol. Allif. Amit. ad Id. Aug.; CIL I2, 325; ILLRP 9), ed è citato da Vitruvio [Vitr. Arch. IV, 8, 4] poichè di tipo inusuale. Fu costruito forse da C. Flaminius censore nel 220 aev.

Vortumno in Aventino

Questa festa era anche chiamata Vortumnalia e probabilmente segnava la fine del periodo dei raccolti e l’arrivo della stagione autunnale (alcuni ritengono invece che Vortumnalia fosse un altro nome dei Volturnalia).

Il tempio di Vortumnus si trovava sull’Aventino, nel Vicum Loreti Majoris [Fast. Amit. Allif. Vail. ad Id. Aug., CIL I, 244; 217; 240; 325; ILLRP 9), viene ricordato che al suo interno c’era un ritratto di M. Fulvius Flaccus in veste di trionfatore [Fest. 209]. Considerando che Vortumnus era divinità protettrice della Lega Etrusca che aveva la sua sede nel fanum a lui dedicato nel territorio di Volsinii e che Fulvius Flaccus celebrò il trionfo sui Volsinii, è probabile che il tempio sia stato edificato da lui nel 264 aev. [CIL I, 172] a seguito di un’evocatio [Prop. IV, 2, 3]. Varrone riporta, però, che il suo culto era più antico e che sarebbe stato introdotto a Roma dai seguaci di Celio Vibenna, condottiero che accorse a sostenere Romolo contro Tazio, che poi andarono a vivere in quello che diverrà il Vicus Tuscus, in cui si trovava un’antica statua del Dio [Var. L. L. V, 46; Liv. XLIV, 16, 10]. In un altro passo, lo stesso autore, ne fa invece una divinità sabina, introdotta a Roma da Tazio [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]]. Il nome del Dio è comunque di origine latina, nome di agente come Picumnus e Alumnus formato a partire dal verbo vertere, che il suo culto fosse estremamente antico e peculiare della città di Roma, è dimostrato dall’esistenza di un suo flamen (flamen vortumnalis) [Var. L. L. VII, 45; Fest. 379].

Era considerato il Dio di tutti cambiamenti: principalmente di quelli che accadevano alla vegetazione durante l’anno, per cui era considerato l’autore dei cambi di stagione [Prop. IV, 2]. Per questo motivo era ritenuto multiforme [Prop. Cit.; Ov. Met. XVI, 609, segg.] e gli erano attribuiti campi d’azione che si sovrapponevano a quelli di altre divinità come Bacco (era anche ritenuto una sorta di Bacco etrusco) e Apollo, inoltre era considerato protettore dei boschi come Silvanus. Presiedeva anche alla maturazione dei frutti e quindi era considerato amante di Pomona [Ov. Met. XIV, 609 segg] ed era annus vertens, autore, cioè, all’arrivo della stagione dei raccolti ed al passaggio tra la loro fine e il periodo in cui non vi erano attività agricole [Prop. Cit.], per questo era anche ritenuto dispensatore di abbondanza e fecondità, come dimostra l’esistenza di una sua statua nel Vicus Jugarius presso l’altare di Ops [Prop. Cit.; Cic. Verr. II, 1, 59]. La sua festa cadeva tra la chiusura del periodo estivo e l’inizio dell’autunno agrario coi Vinalia Rustica.

Servio lo dice autore del cambiamento del corso del Tevere [Serv. VIII, 90]. Era anche considerato protettore dei commerci, intesi come scambi, passaggi di mano di beni [Ascon. Schol. in Cic. Ver. II, 1, 59; Porph. Schol. in Hor. Ep. I, 20, 1] e davanti al suo tempio vi erano dei negozi.

Vortumnus è l’analogo romano del Pomonus Popdicus di Gubbio, il cui nome ha lo stesso significato. Questa divinità era onorata durante la cerimonia dell’huntak [Tab. III – IV] che si svolgeva nel sesto mese del calendario eugubino, assimilabile a Sextilis, nel luogo di riunione dell’assemblea cittadina. La paredra di Pomonus era Uesona. Il ricordo di questa antica coppia divina italica è sopravvissuto a Roma nella coppia Vertumnus – Pomona [Ov. Met. XIV, 609 segg].

L’edificio sacro si trovava sul colle Aventino, in Loreto Majore, non lontano dall’Armilustrum [Var. L. L. V, 152; Fest. 379; Plut. Rom. XXIII, 3], in un sito che oggi si trova tra le chiese di S. Sabina e S. Alessio, cioè nelle vicinanze del tempio di Juno Regina, altra divinità evocata da una città etrusca.

Camenis

In origine le Camenae erano divinità delle acque, la più famosa delle quali fu Egeria, che furono poi identificate con le Muse. A Roma si trovavano diversi luoghi di culto a loro dedicati [Vitr. VIII, 3. 1; Mart. II, 6, 16; Serv. Aen. VII, 697]: la valle Egeria [Juv. III, 13], un bosco sacro [lucus Juv. III, 13; Liv. I, 21], una fonte [Plut. Num. IV; Symm. Ep. I, 20; Juv. III, 10; Frontin. de aquis I, 4], un altare [aedicula, Serv. cit.], altri luoghi di culto definiti templa Camenarum [Schol. Iuv. III, 16], forse situati in corrispondenza di fonti. La fonte si trovava ai piedi del colle Celio, ma non è possibile identificarne con esattezza la posizione; era circondata dal lucus, mentre la vallis si estendeva a nord-est del sito, lungo il lato sud-est del colle ed era attraversata dal Vicus Camenarum (CIL VI, 975] che raggiungeva la via Appia. Secondo la tradizione Numa costruì nei pressi della fonte una aedicula in bronzo la cui dedica sarebbe avvenuta il 13° Sext. [ILLRP 9]. Dopo che fu colpita da un fulmine, fu rimossa e trasferita nel tempio di Honos e Virtus, poi nel tempio di Hercules Musarium ad opera di Fulvio Nobilior. È noto un aedes che sarebbe sorto sul sito dell’aedicula [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 19].

 

Dianae in Aventino

The most widespread tradition ascribed the construction of the temple of Diana on the Aventine [CIL VI, 32323, 10, 32; Cens. Die Nat. XXIII, 6] to Servius Tullus, which would bring together on this hill the representatives of the cities of the Latin League, convincing them to build a federal sanctuary of the temple of Diana at Ephesus model (common to the Ionian League) [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45, 2 – 6; Dion. H. IV, 26, 3-5; Aur. Vict. De Vir. Ill. VII, 9-13; Fest. 343; Zon. VIII, 9, 11]. It was considered the oldest religious building constructed in this place called the Temple of Diana Aventina [Prop. IV, 8, 29], or Aventinensis [Fest. 165; Mart. VI, 64, 13; Val. Max. VII, 3, 1]; the same Aventine, taking the name from the cult there celebrated, was also called collis Dianae [Mart. XII, 18, 3; VII, 73, 4; Stat, Silv. II, 3, 20-21; Hor. Carm. Saec. 69]. The choice of this hill was due to its location: outside the pomerium, but inside the walls built, according to tradition, by Servius Tullus, facing the ancient Portus tiberinus emporica area, and then to a meeting site between different cultures and traditions (Latin, Greek and Etruscan), since the highest antiquity, the place was falling out of the holy city limits, so being able to configure as a place of worship and not specifically Roman Latin, while remaining within the ager romanus, ie the territory under the jurisdiction of the Roman magistrates.

The location of the building is still uncertain and subject to numerous assumptions. We know that it was next to the Thermae Suranae [Mart. VI, 64, 13], probably on what is called “Aventine Grande”, close to the clivus Publicius [Aurel. Vict. Vir. Ill. XLV, 5, 60; Oros. V, 12, 3-9], which probably was the entrance to the sanctuary, coming from the Tiber [Oros. II, 13, 6 – 8]. It is represented on 22b fragment of the Forma Urbis and, according to the latest studies on this document, today is placed along the Via di S. Sabina, between the churches of St. Sabina and S. Alessio, with the cell facing north-east near what was the lavernalis door, which perhaps suggests that Laverna was somehow linked to Diana (perhaps his hypostasis underworld); or in the park adjacent to the church of St. Alexius.

It was defined: aedes, templum [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45], fanum [Liv. cit.], νεώς [Dion. H. IV, 26], ἱερόν [Dion. H. III, 43; X, 32; Plut. C. Gracch. XVI], Ἀρτεμίσιον [App. B. C., 26; Plut. Q. R. 4], Dianium [Oros. V, 12; CIL VI, 33922]. The date of the dedication was the 13th Sext. [Mart. XII, 67, 2; to Id. Aug., CIL I2 pgg 217, 240, 244, 248, 270, 281; ILLRP 9], considered party of slaves (servorum dies) [Fest. 343]: on this day Diana was also celebrated in the rest of Italy Central [Stat. Silv. III, 1, 59-60].

We do not know what was the appearance of the sanctuary to its foundation, according to some authors it was only an altar to the sky in garden, within a sacred area, perhaps a lucus [Tac. Ann. XII, 8; Dion. H. IV, 26] (unless the reference is not to the temple of Ariccia) surrounded by a fence; according to others, since its foundation had to be a shape of a Greek temple. Whatever was the original situation, we know that in the Republican era it was a temple, which was rebuilt by L. Cornificius during the rule of Augustus [Suet. Aug. XXIX] and probably took the name of aedes Dianae Cornificianae [CIL VI, 4305]: its structure was octostila with a double row of columns on each side.

It contained an old statue of the Goddess (wooden probably) which, according to Strabo was a xoanon similar to what was found in the temple of Artemis in Marseille [Strab. Geog. IV, 1, 5] and another marble that resembled that of Artemis at Ephesus [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 32]. There was a bronze stele on which was engraved a treaty between the Romans and the Latins [Dion. H. IV, 26] and another with the Lex de Icilia Aventino tougher of 456 BCE [Dion. H. X, 32], as well as a arae Dianae lex that served as a model for many other sacred places [CIL III, 1933; XI, 361; XII, 4333].

The cult of Diana on the Aventine has always been connected with that of Diana Nemorense: the scholars do not agree on which of the two temples was founded first, although the archaeological remains found in Nemi not date back beyond the fourth century BCE, it is possible the surrounding forest harbored a Goddess worship as early as the sixth century BCE. It was considered a common sanctuary of the peoples of the Latin League [Cato Orig. II Fr 28 apud Prisc. Gramm. IV, 129 H; Fest. 145] and, probably, when the Romans reached the hegemony among the Latin nations, they wanted to create a sort of double of this sanctuary in their city, as perhaps he had done Tibur, hegemonic city of the League before the rise of Rome. Modern authors, however, believe that there was a direct descent from one sanctuary to another and that the two cults were distinct and different: the Nemi would have suffered very soon the greek influence, particularly Phocaean, Roman, however would undergone a process of Hellenization only from the fifth century. BCE, influence on Cuman

The accounts of historians [Dion. H. IV, 26, 3-5; Liv. I, 45, 2-3] reported that Servius Tullus proposed to Latin to build a common worship on the Aventine (which was then outside the Pomerium so it was a suitable place to build a sanctuary not really Roman, but Latin), in it there would have been right to asylum and sacrifices were made both by individual nations, that the representatives of the entire federation, also the Latin cities there would come together to celebrate the Goddess and hold joint meeting to settle the conflicts. The sacred laws of the temple, including those related to participation in the festival and the assembly, were written on a memorial stone placed on the outside and would have been the prototype for those of numerous sacred sites throughout the Roman domain.

The information we have on the worship of Diana at Nemi are very few, a tradition was that it had been founded by Orestes, fleeing from Tauris with his sister Iphigenia after the murder of King Thoante, he brought with him a statue of Diana, so some Roman scholars believed the Aricina Goddess, a Diana Taurica [Serv. Aen. II, 116; VII, 761; Val. Flac. Arg. II, 305].

Then we have news of a peculiar rite of Lucus Dianae: inside the sacred forest there lived a priest of the goddess called rex Nemorensis, just a runaway slave could get that title and to do so, he had to defeat in a duel who held the priesthood after They caught a branch from a sacred tree, [Strabo. Geog. V, 3, 2; Pausan. II, 27, 4; Serv. Aen. II, 116; VI, 136; VII, 761; Ov. Fast. III, 270 ff; VI, 756 ff; Met. XIV, 331; XV, 497; Suet. Calig. XXXV; Stat. Silv. III, 1, 56; Verg. Aen. VII, 770-776]. Other supernatural beings shared the lucus with Diana: Virbius, perhaps an ancient sun god [Serv. Aen. VII, 776], on which we have no information other than his identification with Hippolytus, who died and resurrected by Artemis, making it a paredro His [Serv. Aen. VII, 84; 761]: the sources speak of an old and a young Virbius Virbius [Ov. Met. XV, 538-39; Hyg. Fab. 251; Verg. Aen. VII, 761-82], for this was identified in some Herms found in the sanctuary, with two faces, one young and one old man, surrounded by leaves. Egeria, a nymph that seems connected with the birth (the name comes from * ex gredior), prayed pregnant women [Fest. 77].

If such an interpretation can definitely have some truth, is certainly not enough to give account of a divine figure so complex, the understanding of which, in its original features, is complicated by the presence of Greek elements, since very ancient times (V century . BCE.), we must not forget, in fact, that Diana is among the honored deity from the first lectisternium of 399 BCE, although not associated with Hercules and Apollo.

The Roman Diana originally clearly a lunar deity [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68-69]: its name derives from the Indo-European root * di- (probably through the form * Diviana), connected with the heavenly light, we find in terms like dies, deus (* dieus), and in divus name of other gods such as Dius (Fidius), (Goddess) Dia and Jupiter (* Dius pater). It was venerated as lucifera [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68; Ov. Herod. XX, 193; Lucr. V, 526; Mart. X, 70, 7; XI, 69, 6], the bearer of light, in relation to the nighttime glow of the full moon. Latin authors and inscriptions triple defined, triform [Hor. Car. III, 22, 4; Prop. II, 32, 9-10; CIL II, 2660; VI, 124; 511; Carm. Epig. 1529b B] or trivia [Enn. Fr. 362 R apud Var. L. L. VII, 16; Verg. Aen. VII, 516; Mart. V, 1, 2; VI, 47, 3], alluding to the triple aspect of the moon during its phases and triple it is represented on a denarius of the Republican era that plays a cultic statue present in Nemi sanctuary. These elements have led some poets to identify her with Hecate rather than with the Greek Artemis [Stat. Silv. III, 1, 59-60; Verg. Aen. IV, 511; VI, 35; 69; VII, 774; X, 537; XI, 566; 836; Catul. XXIV, 15], so that Statio can speak of Diana’s party as ‘Hecateidus Idus’ [Stat. Silv. III, 1, 60]. On the pediment of the temple of Rome he hung instead of cow horns deer as would be expected in the case of Artemis [Plut. Q. R. 4]. These horns have been considered in many cultures a representation of the crescent moon rising (particularly in the case of Isis and Hathor).

His party fell to Eidus Sext. During the full moon. On this day, as if to enhance the brilliance of the moon and remember the link between the two main places of worship of the Goddess, Roman women carried in procession from Nemi to Rome torches lit [Stat. Silv. III, 1, 59-60; Prop. II, 32, 9-10; Ov. Fast. III, 270]; They also cared particularly to wash and comb your hair proprii [Plut. Q. R. 100]. This reference Plutarch could be the memory of some ancient rite of ritual baths that connected to Diana’s party. This day was celebrated in many places in central Italy [Stat. Silv. III, 1, 59-60], and this could be an indication that Diana, in rural areas, were connected to the measurement of time, Varro seems to allude to a Jana moon and seven-day cycles based on lunar phases which framed the agricultural work [Var. R. A., 37, 3].

It should be recognized that, unlike other deities Lord definable animal, Diana, in the earliest phase, does not seem to have had ties with wild animals: we find well among its attributes the arc, but is not represented as a huntress, also the deer appears as an animal sacred to you [Fest. 343] (and we know that among the victims intended to you there was a lamb called Cervaria ovis because sacrificed instead of a deer [Fest. 57]) only in Hellenization iconographic documents dating from a later period, when the only scenes of sacrifice that are known to us, they see a cow as a victim (Figure 152, Figure 155) (see, eg, a marble altar of the third century now at Ny Carlsberg Glyptotek in Copenhagen). To the best of our knowledge, then, Diana does not seem to be a forest deity, connected to the wildest events and terrible nature, such as Feronia.

On the other hand it seems that among its most archaic traits there is a relationship with the births and sovereignty. Among the votive offerings found in her temple at Nemi, many concern the scope of the pregnancy and birth, also are associated with Egeria, which is indicated by sources as a nymph who presided over the party; in the Roman cult, among the most frequent epithets, we find it honored as Lucina, she who brings to light. As for the sphere of sovereignty, in addition to the ritual rex Nemorensis, we find a particular legend about the origins of the Aventine temple, Livy and Plutarch [Liv. I, 45, 3; Plut. Q. A. 4; Val. Max. VII, 3, 1] reported that a Sabine man had a very beautiful heifer and an oracle prophesied that the one who had sacrificed to Diana, would give its people the hegemony throughout Italy. The man went to the temple; The priest, knowing the prophecy, ordered him to go to purify themselves in the waters of the Tiber before the rite, while Sabine was away, he sacrificed himself (or was Servius Tullus to make the sacrifice) the heifer, thus ensuring to the Roma ‘ hegemony between the Italian towns.

Thus we see that Diana had a close link with the sovereignty and the royal investiture (area that mainly belonged to Fortuna in Rome), it ensured the continuity of royal power and legitimized the succession of rulers: within that function was inserted also the protection of births, ie the perpetuation of generations and the ruling dynasty. Just this protection on the royal function and legitimacy of sovereignty, would have made the sanctuary of Diana, Federal Center for Latin people.

The Feast of Diana on the Aventine was also called “Feast of the slaves” [Plut. Q. R. 100; Fest 343]: according to Roman scholars, because the temple of Diana was dedicated by Servius Tullius who was born a slave. Most likely because in ancient times had flocked to Rome many slaves from the Latin defeats and conquered cities, and of course they will have developed a special devotion to the patron deity of all the Latin people, in contrast to other peculiar divinity of Roma2. Or the devotion of the slaves may be due to the fact that those who entered the temple enjoyed the right to asylum and for that it must have been particularly honored by the timid fugitives, which, moreover, according to a gloss of Festus, were called deer [Fest. 343] for their speed or perhaps because devotees of Artemis – Diana

The Goddess was sacrificed a deer, an animal sacred to Artemis also, but we know that this victim was replaced by a sheep, called Cervaria [Fest. 57].

As the moon goddess, Diana presided probably the female cycle and fertility and why could overlap with Juno: it is, in fact, in connection with childbirth [Ov. Fat. III, 267-68] and often attributed to it by the Latin poets the epithet Lucina, who is also the Juno [Cat. XXXIV, 13 – 14; Verg. ECL. IV, 10; Hor. Carm. Sec. 13-16]. In the sacred grove of Nemi, it manifests its power through a sacred tree, whose branch should be used by the new rex Nemorensis to kill his predecessor; similarly Juno Caprotina showed its power through the sacred fig tree branch that showed his fertilizing power.

The identification between Diana and Artemis took place already in ancient times, in fact Diana – Artemis appears among the gods (Greek) for which he was offered the first lectisternio in Rome (398 BCE.) In association with Hercules [Liv. V, 13].

Herculi Invicto to Portam Trigeminam

Another temple dedicated to Hercules Victor stood at the door Trigemina [MACR. Sat. III, 6, 10; Serv. Aen. III, 36], probably close to that of Jupiter Inventor who, according to tradition, was built by Hercules himself [Dion. H. I, 39]. The information of this temple are very slim: it seems that it was built by the merchant tiburtino M. Octavius Herrenus [Masur. Sat. Apud. MACR. Sat. III, 6, 11; Serv. Aen. VIII, 363; Panegyr. Maxim. 13]. It is likely that the deity worshiped here was the same as Tibur [MACR. Sat. III, 12, 7].

The image that I had cutodita would be to Hercules Olivarius [CIL VI 33936] mentioned in regional catalogs [Not. Reg. XI]; the epithet may be due to the fact that Herrenus was a merchant of olives. It is thought that the building is depicted on a coin minted by Antoninus Pius [Cohen, Anton. 454], or [Cohen, Anton. 213] (Figure 156); on the latter it has 8 columns and is next to an altar dedicated to Jupiter.

Fortunae Equestris

The temple was voted in 180 BCE by Q. Fulvius Flaccus during his campaign in Spain [Liv. XL, 40, 44] and dedicated in 173 BCE [Liv. XLII, 10], the 13th Sext. [ILLRP 9]. For its decoration Fulvio carried some marble slabs from the temple of Juno Lacinia at Croton, but the Senate ordered him to return them [Liv. XLII, 3; Val. Max. I, I, 20]. Julius Obsequens mentions it in the facts relating to the year 92 BCE [Obseq. LIII] and maybe 158 [Obseq. XVI], but it must be destroyed before the year 22 BCE [Tac. Ann. III, 71]. It was located near the Theatre of Pompey [Vitr. III, 3; 2] and is cited by Vitruvius as an example of systylos, in which the space between the columns is twice the diameter of the same.

Castori in Circo Flaminio

A temple dedicated to Castor or Dioscuri in the Circus was the Flaminio [Hemerol. Allif. Amit. to Id. Aug .; CIL I2, 325; ILLRP 9), and it is cited by Vitruvius [Vitr. Arch. IV, 8, 4] because of unusual type. It was probably built by the censor C. Flaminius in 220 BCE.

Vortumno in Aventino

This feast was also called Vortumnalia and probably marked the end of the period of the harvest and the arrival of the autumn season (some do believe that Vortumnalia was another name of volturnalia).

The temple of Vortumnus stood on the Aventine, in Vicum Loreti Majoris [Fast. Amit. Allif. Vail. to Id. Aug., CIL I, 244; 217; 240; 325; ILLRP 9), it is reminded that inside there was a portrait of M. Fulvius Flaccus as a winner [Fest. 209]. Whereas Vortumnus was patron deity of the Etruscan League, which had its headquarters in fanum dedicated to him in the territory of Volsinii and Fulvius Flaccus celebrated a triumph on Volsinii, it is probable that the temple was built by him in 264 BCE. [CIL I, 172] following un’evocatio [Prop. IV, 2, 3]. Varro reports, however, that his worship was older and it would be introduced in Rome by Celio Vibenna followers leader who gathered to support Romulus against Tatius, who then went to live in what will become the Vicus Tuscus, where He was an ancient statue of the God [Var. L. L. V, 46; Liv. XLIV, 16, 10]. In another passage, the same author, it is instead a Sabine deity, brought to Rome by Tazio [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]]. The name of God is still of Latin origin, name of agent like Picumnus and Alumnus formed from the verb relate to, that his cult was extremely ancient and peculiar of the city of Rome, is evidenced by his flamen (flamen vortumnalis ) [Var. L. L. VII, 45; Fest. 379].

It was considered the God of all changes: mainly the ones that happened to the vegetation throughout the year, so it was considered the author of the change of seasons [Prop. IV, 2]. For this reason it was considered multiforme [Prop. cit .; Ov. Met. XVI, 609, et seq.] And were attributed action areas that overlapped with those of other gods as Bacchus (it was also considered a kind of Etruscan Bacchus) and Apollo also was considered the protector of the woods as Silvanus. Also he chaired the fruit ripening and thus was considered a lover of Pomona [Ov. Met. XIV, 609 ff] and was annus Vertens, author, that is, the arrival of the harvest season and the passage of their end and the period in which there were no agricultural activities [Prop. Cit.], For this was also deemed dispenser of abundance and fertility, as evidenced by the existence of a statue in the Vicus Jugarius at the altar of Ops [Prop. cit .; Cic. Verr. II, 1, 59]. His feast was falling between the close of the summer and beginning of autumn with the agrarian Vinalia Rustica.

Servio says the author of the River Tiber change [Serv. VIII, 90]. He was also considered the protector of trade, meaning trade, changes of ownership of goods [Ascon. Schol. in Cic. Ver. II, 1, 59; Porph. Schol. in Hor. Ep. I, 20, 1], and in front of his temple there were shops.

Vortumnus is the analogue of the Roman Pomonus Popdicus of Gubbio, whose name has the same meaning. This deity was honored during the ceremony dell’huntak [Tab. III – IV] that took place in the sixth month of Gubbio calendar, similar to Sextilis, at the place of assembly town meeting. The paredra of Pomonus was Uesona. The memory of this ancient Italic divine couple survived in Rome in the pair Vertumnus – Pomona [Ov. Met. XIV, 609 ff].

The church was located on the Aventine Hill in Loreto Majore, not far dall’Armilustrum [Var. L. L. V, 152; Fest. 379; Plut. Rom. XXIII, 3], at a site which is now located between the churches of St. Sabina and S. Alessio, ie in the vicinity of the temple of Juno Regina, the other deities evoked by an Etruscan city.

Camenis

Originally the Camenae were deities of waters, the most famous of which was Egeria, who were later identified with the Muses. In Rome there were several places of worship dedicated to them [Vitr. VIII, 3. 1; Mart. II, 6, 16; Serv. Aen. VII, 697]: the valley of Egeria [Juv. III, 13], a sacred grove [lucus Juv. III, 13; Liv. I, 21], a source [Plut. Num. IV; Symm. Ep. I, 20; Juv. III, 10; Frontin. de aquis I, 4], an altar [aedicula, Serv. cit.], other places of worship defined contemplates Camenarum [Schol. IUV. III, 16], perhaps located in correspondence of sources. The source was located at the foot of the Celio hill, but you can not identify the exact position; It was surrounded by Lucus, while vallis stretched north-east of the site, on the southeastern side of the hill and it was crossed by the Vicus Camenarum (CIL VI, 975] that reached the Appian Way. According to the Numa tradition built near the source is a bronze aedicula whose dedication would take place the 13th Sext. [ILLRP 9]. After he was struck by lightning, was removed and transferred to the temple of Honos and Virtus, then in the temple of Hercules Musarium by Fulvio nobilior. it is known that an aedes dell’aedicula would be built on the site [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 19].

Picture

Faustus Cornelius Sulla. Silver Denarius (3.79 g), 56 BC. Rome. FEELIX, diademed bust of Hercules right, lion’s skin tied at neck. Reverse FAVSTVS in exergue, Diana, holding lituus and reigns, driving galloping biga right; above, crescent and two stars; below horses, star. Crawford 426/2; Sydenham 881a; Cornelia 60

XII KAL. QUINCT. (19) C

Minervae in Aventino

La data della costruzione non è nota, ma l’analisi dell’iconografia di Minerva sulle monete romane, mostra un netto cambiamento all’indomani della Prima Guerra Punica, contrassegnato dall’assimilazione di un modello di origine greca analogo a quello di Atena. Questo ha fatto pensare all’introduzione di un culto di origine siciliana che poteva avere il suo centro sull’Aventino. Lo stesso modello iconografico è stato riscontrato nelle monete coniate a Cosa, centro di costruzione della flotta romana durante la metà del III sec. aev, per cui un’altra ipotesi è che l’assimilazione del nuovo modello (e conseguentemente di un nuovo culto) sia stata conseguenza dell’arruolamento degli equipaggi della nuova forza marittima. In ogni caso sembra plausibile situare la costruzione del tempio nella metà del III sec. aev, forse nel 263 o nel 262 per opera di M. Valerius Maximus Messala che avrebbe usato il bottino ottenuto dalla conquista di Siracusa o Akragas.

Alcune fonti indicano che la dedica avvenne il 19 Mar. [Ov. Fast. III, 812; Fest. 257; Fast. Praen. ad XIII Kal. Apr; CIL Ia, 234], altre il 19 Jun. [Ov. Fast. VI, 728; Fast. Esq. Amit. ad XIII Kal. Iul; CIL I², 211; 243; ILLRP 9], Oggi si pensa che la data della prima dedicazione sia il 19° Jun. e che il 19° Mart. sia dovuto ad una confusione con il tempio di Minerva Capta, oppure ad un restauro compiuto da Augusto [Res. Gest. XIX, 2].

Secondo Festo questo tempio divenne la sede degli scribae e degli histriones durante la Seconda Guerra Punica [Fest. 333], il che confermerebbe che vi si celebrasse un culto di origine greca. In epoca imperiale aveva forma peripterale, esastila di larghezza 22 m e lunghezza 45 m, con 13 colonne per ogni lato. Era situato tra il tempio di Luna e quello di Diana [Oros. V, 12].

 

 

XII KAL. QUINCT.  (19) C

Minervae in Aventino

The date of construction is unknown, but the iconography analysis of Minerva on Roman coins, exhibits a distinct change in the aftermath of the First Punic War, marked by the assimilation of a similar model to the Greek origin of Athena. This did think the introduction of a cult of Sicilian origin who could have her on the Aventine center. The same iconographic model was found in coins minted in Cosa, downtown building of the Roman fleet during the mid-third century. BCE, that another hypothesis is that the assimilation of the new model (and consequently of a new cult) was a result of recruitment of the crews of the new maritime force. In any case, it seems plausible to locate the construction of the temple in the middle of the third century. BCE, perhaps in 263 or 262 by the work of M. Valerius Maximus Messala that he would use the spoils won by the conquest of Syracuse and Akragas.

Some sources indicate that the dedication took place on March 19 [Ov. Fast. III, 812; Fest. 257; Fast. Praen. to XIII Kal. April; CIL Ia, 234], other 19 Jun. [Ov. Fast. VI, 728; Fast. Esq. Amit. to XIII Kal. iul; CIL I², 211; 243; ILLRP 9], it is now thought that the date of the first dedication is 19 ° Jun. and that the 19th Mart. It is due to a confusion with the Temple of Minerva It captures, or to a restoration carried out by Augustus [Res. Gest. XIX, 2].

According to Festo this temple became the headquarters of scribae and histriones during the Second Punic War [Fest. 333], which would confirm that will be celebrated a cult of Greek origin. In imperial times it had peripterale form, hexastyle width 22 m and length 45 m, with 13 columns on each side. It was located between the Temple of Luna and that of Diana [Oros. V, 12].

Picture

Geta, (A.D.209-212), issued as Caesar 205, silver denarius, Rome mint, (3.11 g), obv. P SEPTIMIVS GETA CAES, bare headed bust draped and cuirassed to right, rev. around MINERVA, Minerva standing to left, resting on shield and spear, (S.7182, RIC 46, RSC 77)

EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

Picture

Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

EID. MAJ. (15) NP

Feriae Iovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

Mercurio, Majae

Nel 495 aev. alle Eidus di Majus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] fu dedicato un tempio a Mercurius, sito sul pendio dell’Aventino, di fronte al Circo Massimo [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Dato che non vi era accordo tra i consoli su chi avrebbe dovuto dedicare l’edificio, il Senato demandò la decisione al popolo che, in segno di disappunto, tributò tale onore al centurione Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Poiché Mercurio era venerato come Dio del commercio, questo giorno divenne la festa della corporazione dei mercanti [Fest. 148] che compivano sacrifici a Mercurio [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. Nello stesso giorno veniva onorata anche la madre del Dio, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52 – 53; Mart. VII, 74, 5] che, probabilmente, era venerata nello stesso tempio.

L’edificio è forse rappresentato su una moneta di Marco Aurelio [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmaler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: l’immagine ci restituisce un edificio con podio a tre livelli, su cui 4 erme fungevano da colonne, supportando un architrave di forma semicircolare su cui sono scolpiti gli animali sacri al Dio e i suoi attributi. La statua di Mercurius si trova tra le erme. La struttura dell’architrave sembra suggerire un tempio di forma circolare, così come affermato da Servius [Serv. Aen. IX, 406] con copertura a cupola, ma è possibile che essa fosse frutto di un restauro compiuto dall’imperatore. L’edificio compare nei cataloghi regionali fino al IV sec. poi non se ne ha più notizia.

Marti Invicto

I calendari epigrafici [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (la data 14° Maj è probabilmente un errore)] riportano in questa data la dedica di un tempio a Mars Invictus, ma non si hanno altre informazioni su questo tempio.

Sacra Argeorum

Nei Fasti, Ovidio assegna questa festività al giorno precedente le Eidus, Prid. Maj. (C); secondo Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. I, 38, 1], invece, essa si svolgeva alle Idus.

Secondo gli antiquari romani, il termine Argei, designava anticamente i Greci in generale (Argivi, Achei) [Porph. Scholia ad Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], oppure Greci della città di Argo [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. A seconda delle versioni si sarebbe trattato dei compagni di Ercole durante la sua traversata dell’Italia, che qui sarebbero morti [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] o si sarebbero stabiliti [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649 – 652], nella località detta Saturnia; oppure, in generale di Greci, cioè stranieri, che, approdando nel Lazio, venivano uccisi e sacrificati dai suoi antichi abitanti [Plut. Q. R. 32; Dion. H. I, 38, 1; Macr. Sat. I, 7].

Secondo la prima tradizione, dopo la morte, gli Argei sarebbero stati sepolti in luoghi di Roma che divennero poi dei sacrari o sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Ercole (o i loro discendenti) avrebbe quindi gettato nel Tevere dei simulacri che li rappresentavano, affinché la corrente li trasportasse al mare e quindi verso la loro patria, così che potessero in qualche modo farvi ritorno, pur se i loro corpi rimanevano lontani dalla loro terra natia [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654 – 656].

La seconda tradizione, invece, fa risalire il rituale compiuto in Majus al ricordo di sacrifici umani perpetrati dai Pelasgi in tempi molto antichi, a cui avrebbe messo fine Ercole, durante il suo viaggio attraverso l’Italia (su questo punto le due tradizioni, in un certo senso, si confondono). L’origine di questi sacrifici ci viene raccontata da Macrobio [Macr. Sat. I, 11]: i Pelasgi ricevettero un oracolo a Dodona, secondo il quale, una volta trovato il luogo indicato dal Dio, in cui avrebbero dovuto stabilirsi, avrebbero dovuto sacrificare: ad Apollo la decima del bottino conquistato combattendo contro gl’indigeni, ad Ade, delle teste e a Saturno degli uomini. Quando l’oracolo si realizzò e i Pelasgi arrivarono presso Kotyla, combatterono contro gli Aborigeni che già vi abitavano e li scacciarono. Quindi, in adempimento di quanto era stato loro comandato, consacrarono la decima del bottino ad Apollo ed iniziarono a compiere sacrifici umani per Dis Pater e Saturno; le vittime consacrate a quest’ultimo erano legate mani e piedi e gettate nel Tevere da un ponte [Dion. H. I, 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Giungendo in quelle zone, Ercole, convinse gli abitanti ad abbandonare i sacrifici umani, mostrando loro che la parola fwta, usata dall’oracolo, poteva indicare sia uomini, che torce. Per questo il sacrificio umano in onore di saturno, fu sostituito dall’offerta di torce e candele che avveniva ai Saturnalia. Tuttavia, in ricordo di quel rituale, lo stesso Ercole inaugurò l’usanza di gettare nel Tevere dei fantocci di vimini dall’aspetto umano.

Una variante voleva che fossero stati gli Arcadii di Evandro ad uccidere dei Greci della città di Argo, o un greco di nome Argo o Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In ogni caso queste due narrazioni mettono in collegamento l’origine del rituale degli Argei con Ercole, quindi con il periodo più antico dell’occupazione del sito di Roma e con l’opera del primo eroe civilizzatore che abbia agito in quel sito. Rinviano quindi, al periodo più arcaico della storia romana, probabilmente antecedente alla fondazione vera e propria della città.

Una terza tradizione sosteneva che l’uso di gettare fantocci di vimini nel Tevere, dal ponte Sublicio, ricordasse l’antica usanza di gettare in acqua gli anziani con più di 60 anni (depontati) [Fest. 334; 75; Var. apud Non. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623 – 24], oppure di impedire loro il passaggio del ponte Sublicio, perché non potessero recarsi al Comitium per le votazioni e così fossero esclusi dalle cariche pubbliche [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

Questa celebrazione non faceva parte delle feriae publicae, essendo pro curiis e pro sacellis e non pro populo, per cui non era annotata nei calendari. La sua qualifica ed il percorso che seguiva, nella parte più antica della città, la fanno risalire all’ordinamento curiato all’origine dell’abitato di Roma (seguendo Carandini  le 27 curiae avrebbero composto l’abitato protourbano inerente il setimontium ed anteriore la fondazione romulea che ne portò il numero a 30), prima che la riforma serviana suddividesse la città in regiones e creasse i compita. Mentre con i Lupercalia, di epoca romulea, veniva compiuta una lustratio del solo Palatino e così il resto della città era purificato solo simbolicamente, la cerimonia degli Argei rimase come rituale comprendente in maniera omogenea l’intero abitato più arcaico.

Secondo Livio [Liv. I, 21, 5] il rituale degli Argei sarebbe stato stabilito, nella forma che si è trasmessa fino all’epoca delle nostre fonti, da Numa che fu anche colui che dedicò i sacrari chiamati loca argeorum [Fest. 19] (il che però non esclude che tali luoghi sacri esistessero anche in precedenza). Esso era descritto, assieme al percorso delle processioni e ai luoghi in cui si trovavano i sacella, nei libri dei pontefici [Liv. Cit.; Var. L. L. V, 45]. Il rituale comprendeva quindi una processione che toccava 27 sacrari [Var. L. L. VII, 44] posti nelle antiche curiae romulee, la cui posizione, in parte, ci è stata tramandata da Varrone [Var. L. L. V, 45 – 54]. Questa processione si svolgeva due volte, la prima nel giorno XVII Kal. Apr. o XVI Kal. Apr. (16° o 17° Mart): è probabile (anche se le fonti non ne fanno menzione) che in questa occasione dei fantocci di vimini con sembianze umane fossero deposti nei sacrari (secondo Ulpiano, “sacrario è un luogo dove vengono deposti oggetti sacri” [Dig. I, 8, 9, 2]); non sappiamo se avvenivano anche dei sacrifici. La deposizione seguiva quindi l’antico capodanno fissato nel giorno di Anna Perenna e cadeva in concomitanza con la data in cui i giovani ricevevano la toga virile e, probabilmente, in tempi più antichi, venivano integrati nelle curie.

Dopo un periodo di circa 60 giorni, (che coincideva con quello durante il quale il prigioniero judicatus era imprigionato prima dell’esecuzione capitale che lo consegnava alla divinità che aveva offeso ) alle Ides Maji, si svolgeva un’altra processione, a cui partecipavano i pontefici, le vergini vestali, i pretori [Dion. H. I, 38, 3],  la flaminica dialis in atteggiamento di lutto [Gel. X, 15, 30] e tutti i cittadini che ne avevano diritto (quindi probabilmente quelli iscritti nelle curiae). Veniva ripetuto il percorso della prima e, probabilmente, venivano recuperati i fantocci di vimini dai sacrari (anche in questo caso non sappiamo se vi si svolgessero dei sacrifici). Questa volta il rito si concludeva sul ponte Sublicio, da dove, dopo aver compiuto dei sacrifici appropriati, le vestali gettavano nel Tevere i fantocci (secondo Dionigi di Alicarnasso 30 e non 27 come per Varrone) [Dion. H. I, 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

In questo giorno, il Feriale Cumanum riporta una supplicatio alle Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It. XIII, 2, 44].

Il plurale moles, indicava in origine una catasta di oggetti, possiamo quindi pensare che le Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] fossero le divinità a cui erano consacrate le cataste delle armi vinte ai nemici durante le più antiche campagne militari di due mesi (marzo – maggio), prima della loro distruzione che sarebbe avvenuta al Tubislutrum (vedi). Il rito si inseriva nelle più antiche cerimonie per il reditus, il ritorno delle truppe, e aveva probabilmente lo scopo di “depotenziare” le armi dei nemici, prima della loro consacrazione: pratica che sopravvisse in età storica attraverso quella del figere arma [Verg. Aen. I, 241 – 49; III, 286; VII, 170 – 91], l’affissione di armature e scudi presi ai nemici, ovvero l’atto di attraversarli con un chiodo che, secondo Servio, equivaleva a dedicarli agli Dei [Serv. Aen. I, 248]201. Su queste divinità non sappiamo nient’altro, ma possiamo pensare che in origine fossero rappresentate da vere e proprie cataste di armi, in particolare scudi, presi ai nemici e custoditi in un luogo sacro. Tale immagine ci rimanda al mito di Tarpeia e alle sue rappresentazioni iconografiche, in particolare quelle sulle monete.

Questo rito, su cui non abbiamo ulteriori informazioni, è stato messo in relazione con Tarpeia , la donna romana che, secondo il mito, durante la guerra contro i sabini seguita al ratto delle loro donne, tradendo il proprio popolo, aiutò i nemici a penetrare nell’Arx. In cambio del tradimento, la ragazza aveva chiesto quello che i sabini portavano al braccio sinistro, intendendo i monili d’oro con cui si ornavano, essi però le lanciarono i loro scudi, con cui la seppellirono uccidendola [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var. L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38 – 40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Rom. XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio. I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Il sepolcro di Tarpea, secondo la tradizione, si trovava sul colle capitolino, che da lei prendeva anche il nome di colle tarpeio [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom. IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio. II Fr. 11]; su quel luogo venivano compiute annualmente libagioni [Dion. H. XL, 3], il che lascia intendere che il mito nasconda riti molto antichi, essendo impossibile che una traditrice fosse ricordata e onorata pubblicamente. Con la consacrazione del colle a Giove e la costruzione del tempio alla Triade Capitolina, Tarquinio Prisco, ordinò che il corpo della giovane fosse trasferito altrove [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], ma da quel momento non se ne ebbe più notizia, altro indizio che abbiamo a che fare con un mito e non con eventi storici. Il luogo rimase tuttavia nefasto e da lì erano scagliati i condannati alla pena della precipitazione “e saxo tarpeio” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var. L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652 – 54; Prop. IV, 4, 29 – 30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Sempre sul Campidoglio, doveva esistere un antico luogo di culto dedicato a Mars (il colle, in età pre-serviana era fuori dal pomerium) [Var. apud August. C. D. IV, 23, 3], ulteriore indizio della relazione tra Tarpea e la sfera della guerra; il legame tra la Dea e Mars emerge anche a livello calendariale, nel giorno della supplicatio alle Moles Martis fu infatti dedicato il tempio di Marte al Circo Flaminio e quello di Mars Ultor nel foro di Augusto, dedica ancor più significativa se si tiene conto che essa coincise con il ritorno in patria delle armi di Crasso, reditus simbolico delle armate sconfitte dai Parti.

Tarpeia sembra quindi essere un antichissimo nume tutelare del colle capitolino: le varie versioni del suo mito si collocano nelle occasioni in cui esso fu messa sotto assedio (guerra contro i Sabini, guerra contro Appio Erdonio, assedio gallico), inoltre la giovane è spesso messa in relazione con la tutela dell’Arx (figlia del guardiano delle mura) e con conoscenze arcane (nella versione di Plutarco, Tarpeia viene uccisa per non aver voluto rivelare i segreti di Romolo), il che induce a ritenere che Essa fosse coinvolta nei riti di evocatio.

 

Feriae Iovis

The idus of every month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, Jupiter [Sat. I, 15], taking it on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

Mercurio, Majae

In 495 BCE. to Majus Eidus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] was dedicated a temple to Mercurius (Figure 68; Figure 69), located on the Aventine hill, in front of the Circus Maximus [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Since there was no agreement between the consuls as to who should have devoted the building, the Senate left the decision to the people who, in disappointment, bestowed this honor to the centurion Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Because Mercury was worshiped as god of commerce, this day was the feast of the guild of merchants [Fest. 148] who were making sacrifices to Mercury [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. On the same day he was also honored the mother of God, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52-53; Mart. VII, 74, 5] which, probably, was worshiped in the same temple.

The building is perhaps represented on a coin of Marcus Aurelius [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmäler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: The image gives us a podium building with three levels, of which 4 Herms served as columns, supporting a lintel semicircular on which the sacred animals to God and his attributes are carved. The statue of Mercurius is located between the Herms. The lintel structure seems to suggest a circular temple, as stated by Servius [Serv. Aen. IX, 406] with a domed roof, but it is possible that it was the result of a restoration carried out by the emperor. The building appears in regional catalogs until the fourth century. then if they have more news.

Marti Invicto

The epigraphic calendars [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (the date 14th Maj is probably a mistake)] reported on this date the dedication of a temple to Mars Invictus, but do not have more information about this temple.

Sacred Argeorum

In the Fasti, Ovid assigns this festival the day before the Eidus, PRID. Maj. (C); according to Dionysius of Halicarnassus [Dion. H., 38, 1], however, it was carried to the Idus.

According to local antique dealers, the term Argei, designated ancient Greeks in general (Argives, Achaeans) [Porph. Scholia to Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], or Greek city of Argos [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. Depending on the version it would be the companions of Hercules during his Italian journey, which here would have died [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] or they would set [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649-652], in the locality called Saturnia; or, in general the Greeks, that foreigners, who, landing in New York, were killed and sacrificed by its ancient inhabitants [Plut. Q. R. 32; Dion. H., 38, 1; MACR. Sat. I, 7].

According to one tradition, after death, the Argei would be buried in places of Rome, which later became the shrines or Sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Hercules (or their descendants) would then thrown into the Tiber simulacra representing them, so that the current was carrying them to the sea and then to their home, so they could in some way to return, even if their bodies remained far from their land native [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654-656].

The second tradition, however, attributes the ritual performed in majus to the memory of human sacrifice perpetrated by the Pelasgians in ancient times, which would put an end Hercules, on his journey through Italy (on this point the two traditions, in a way, are confused). The origin of these sacrifices are told by Macrobius [Macr. Sat. I, 11]: the Pelasgians received an oracle at Dodona, according to which, once you find the place designated by God, which would have to settle down, they would have to sacrifice: to Apollo the tenth of the spoils won by fighting against the natives, to Ade, of the heads of men and Saturn. When the oracle was fulfilled and the Pelasgians arrived at Kotyla, they fought against Aboriginal people who already lived there and drive them out. So, in fulfillment of what had been commanded, they consecrated the tenth of the spoils to Apollo and began to make human sacrifices to Dis Pater and Saturn; consecrated victims latter were tied hand and foot and thrown into the Tiber by a bridge [Dion. H., 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Coming in those areas, Hercules, persuaded the inhabitants to abandon their human sacrifices, showing them that the word fwta, used by the oracle, could indicate both men, twisting. For this human sacrifice in honor of Saturn, it was replaced by the offer of torches and candles that happened to Saturnalia. However, in memory of the ritual, the same Ercole inaugurated the custom of throwing into the Tiber puppets of human-Wicker.

A variant wanted were the Arcadii Evandro to kill the Greeks of the city of Argos, or greek called Argo or Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In any case these two narratives bring into connection the origin of the ritual Argei Hercules, so with the earliest occupation of the site of Rome and the work of the first civilizing hero who acted in that site. Refer therefore to the archaic period of Roman history, probably prior to the real foundation of the city.

A third tradition held that the use of disposable puppets wicker into the Tiber, from Sublicio bridge, remember the ancient custom of throwing water seniors with more than 60 years (depontati) [Fest. 334; 75; Var. Apud not. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623-24], or to prevent them passing the Sublicio bridge, because they could not travel to the Comitium for votes and so they were excluded from public office [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

This celebration was not part of feriae publicae, being pro Curiis and sacellis pro and not pro populo, so it was not recorded in calendars. His status and the path that followed, in the oldest part of the city, the trace is for the curiato the origin of the town of Rome (following Carandini the 27 curiae would compound the proto-urban settlement regarding the setimontium and front the foundation Romulus who brought the number to 30), before the Servian reform suddividesse the city into regiones and creating the spell. While with the Lupercalia, of Romulus era, was accomplished only a lustratio the Palatine and so the rest of the city was purified only symbolically, the ceremony of Argei remained as a ritual comprising evenly the entire village more archaic.

According to Livy [Liv. I, 21, 5] the ritual of Argei would be established, in the form that it was transmitted until the time of our sources, by Numa who was also the one who dedicated the shrines called loca argeorum [Fest. 19] (which, however, it does not exclude that such sacred places also existed previously). It was described, along with the path of the processions and the places where they were the Sacella, in the books of the popes [Liv. cit .; Var. L. L. V, 45]. The ritual then included a procession that touched 27 shrines [Var. L. L. VII, 44] places in the ancient curiae romulee, whose position, in part, has been handed down by Varro [Var. L. L. V, 45-54]. This procession was held twice, the first on the day XVII Kal. Apr. or XVI Kal. Apr. (16 ° or 17 ° Mart) is probable (although the sources do not mention) that on this occasion the wicker puppets in human form were placed in shrines (according to Ulpian, “shrine is a place where they are deposited sacred objects “[Dig. I, 8, 9, 2]); we do not know if it occurred even sacrifices. The deposition then followed the ancient New Year set in the Anna Perenna day and fell to coincide with the date on which the youth received the toga of manhood and, probably, in ancient times, were incorporated in curies.

After a period of about 60 days, (which coincided with that during which the prisoner judicatus was imprisoned before the capital was consigned to the gods who had offended) the Idus Maji, was held another procession, they attended the pontiffs, vestal virgins, the magistrates [Dion. H., 38, 3], the flaminica Dialis of mourning attitude [Gel. X, 15, 30], and all citizens entitled to it (so probably headings of the curiae). It was repeated the path of the first and, probably, were recovered wicker puppets by shrines (also in this case we do not know if they were held there sacrifices). This time the ceremony ended on Sublicio bridge where, after making the appropriate sacrifices, the vestal virgins threw into the Tiber puppets (according to Dionysius of Halicarnassus 30 and not 27 as in Varro) [Dion. H., 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

On this day, Fianale Cumanum reports a supplication to the Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It XIII, 2, 44].

The plural moles originally indicated a stack of objects, so we can assume that the Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] were the deities to which the weapons guns were conquered by enemies during the oldest military campaigns of two months (March – May), before their destruction that would take place at Tubislutrum (see). The rite entered the oldest ceremonies for the reditus, the return of the troops, and was probably intended to “dehumanize” the weapons of the enemies before their consecration: a practice that survived in the historical age through that of weapon fixing [Aen. I, 241-49; III, 286; VII, 170-91], the sending of armor and shields taken to the enemies, or the act of crossing them with a nail that, according to Servius, was equivalent to dedicating them to the gods [Serv. Aen. I, 248] 201. We know nothing about these gods, but we may think that they were originally represented by real weapons guns, in particular shields, taken to the enemy and kept in a sacred place. This image reminds us of the myth of Tarpeia and its iconographic representations, especially those on coins.

This ritual, which we have no further information, has been linked to Tarpeia, the Roman woman who, according to myth, during the war against sabies followed by the rat of their women, betraying their people, helped the enemies penetrate nell’Arx. In return for betrayal, the girl had asked what the sabies carried to their left arm, naming the gold jewelery with which they adorned, but they launched their shields with which they buried it by killing it [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38-40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Romans XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Tarpea’s sepulcher, according to tradition, was on the Capitoline Hill, which also took its name as a needy hill [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio II Fr 11]; There was a yearly libation on that place [Dion. H. XL, 3], which implies that the myth conceals ancient rites, since it is impossible for a traitor to be publicly remembered and honored. With the consecration of the hill to Jupiter and the building of the temple at the Capitoline Triad, Tarquinio Prisco, ordered that the young man’s body be transferred elsewhere [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], but from that moment on there was no news, another clue we have to do with a myth and not with historical events. The place was still nefarious, and the condemned ones were hurled from there to the penalty of precipitation “and saxo needs” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652-54; Prop. IV, 4, 29-30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Always on the Capitol, there was an ancient place of worship dedicated to Mars (the hill, pre-servi age was out of the pomerium) [Var. Apud August. C. D. IV, 23, 3], a further indication of the relationship between Tarpea and the sphere of war; The link between the Goddess and Mars emerges also at the calendary level, on the day of supplication at the Moles Martis was in fact dedicated to the Temple of Mars to the Circus Flaminio and that of Mars Ultor in the august hole, it devotes even more significant if you consider that it Coincided with the return of the weapons of Crassus to the homeland, symbolic reditus of the armies defeated by the Parties.

Needle therefore seems to be a very ancient guardian of the chapel: the various versions of his myth lie on the occasions when it was besieged (war against the Sabines, war against Appius Herdonius, Gallic siege), and the young man is often put In connection with the protection of Arx (the daughter of the guardian of the walls) and with arcane knowledge (in the version of Plutarch, Tarpeia is killed for not wanting to reveal the secrets of Romulus), which leads him to believe that she was involved in the rites of evocatio.

 

Picture

Marcus Aurelius augustus, 161 – 180

Sestertius 172-173, Æ 26.36 g. M ANTONINVS – AVG TR P XXVII Laureate bust r. with drapery on l. shoulder. Rev. IMP VI – COS III S – C Tetrastyle temple within which statue of Mercury standing l. on pedestal holding caduceus and purse; on tympanum , tortoise, cockerel, ram, caduceus winged helmet and purse. C 544 var. BMC 1441 var. RIC 1074 var.

KAL.  MAJ. (1) F

Sacrum Majae

Il flamen volcanalis offriva a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]. Secondo Giovanni Lido questo rito aveva lo scopo di scongiurare i terremoti [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

Questa divinità era così chiamata per non pronunciarne il vero nome segreto che era lecito conoscere solo alle donne e veniva usato durante i suoi riti misterici. La data di costruzione dell’edificio è ancor oggi oggetto di dibattito, ma l’ipotesi più accreditata è che l’edificio sacro sia eretto nel 123 aev. dalla vestale Licinia [Cic. Domo 136 – 37] (secondo Ovidio il nome della vestale era Claudia [Ov. Fast. V, 155]) alle pendici dell’Aventino, nel luogo chiamato Remoria. In questo luogo sacro non era permesso che entrassero uomini [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149 – 58], né, formalmente, poteva entrare il vino, che però era portato in vasi chiamati mellaria; anche il mirto era bandito dal Suo tempio. I riti più importanti in onore della Dea si svolgevano in December, nella casa di un console o di un pretore ed erano officiati solo da donne, gli uomini, in quel giorno erano infatti allontanati dall’edificio. Secondo Macrobio [Macr. Sat. I, 12, 23 – 28], Essa era rappresentata con uno scettro nella mano sinistra che simboleggiava la regalità e la assimilava a Giunone ed era coronata di vite. Era anche identificata con Ops, Cerere e Proserpina e Le si sacrificava una scrofa. Nel suo tempio vi erano dei serpenti ed erano tenute numerose erbe con cui i sacerdoti preparavano rimedi e pozioni. Un sacellum della Dea si trovava nella zona di Trastevere [CIL VI, 65].

Dal passaggio di Cicerone [Cic. Cit.] si può dedurre che l’edificio sacro non fosse un tempio pubblico (aedes publica), bensì un luogo di culto privato (probabilmente a causa dell’esclusione degli uomini dal culto della Dea). L’assenza della data della dedica nei calendari epigrafici rafforza questa ipotesi.

Laribus Praestitibus

Le fonti ricordano diversi luoghi di culto dedicati ai Lares, principalmente: un tempio, al sommo della sacra via [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor.  III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] dedicato il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 92], poi restaurato da Augusto e un sacellum, che sarebbe stato dedicato ai Lares Praestites, alle Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129 – 30; ILLRP 9] da Manlio Curio Dentato. Tacito, descrivendo il percorso del pomerium romuleo, identifica uno dei suoi angoli con un sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] che presumibilmente è lo stesso di cui parla Ovidio; in considerazione del fatto che si trattava dei Lari Protettori della città, posti a difesa delle sue mura, non stupisce che il loro luogo di culto si trovasse in prossimità del pomerium. Ovidio descrive queste divinità come gemelli ai cui piedi si trova un cane [Ov. Fast. V, 137 e 143]. Anche Plutarco afferma che i Lares Praestites erano rappresentati in compagnia di un cane o vestiti con pelli di cane [Plut. Q. R. 51] ed entrambi gli autori, riferiscono questo attributo al ruolo di guardiani della città svolto di queste divinità.

Ovidio identifica i gemelli Lares Praestites con i Lares Compitales e racconta il mito della loro nascita da una divinità infera, Lara – Tacita (che sarebbe quindi identificata con Mania vedi Januarius, Compitalia) e Mercurio [Ov. Fast. II, 609 – 16]. Tale identificazione è da ricollegare al fatto che Augusto istituì in questa data una ripetizione dei Compitalia e dei Ludi che li accompagnavano [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. Nel passo dedicato alle Kal Maj Ovidio infatti si riferisce al culto dei Lares Augusti [Ov. V, 129 – 30; 143 – 46] che fu sovrapposto a quello dei Praestites e dei Compitales.

La Loro rappresentazione come gemelli, ha portato anche ad identificarLi con Romolo e Remo, tuttavia Carandini  ha fatto notare come il tema gemellare, nella tradizione latina e romana, sia un archetipo che si attualizza attraverso figure diverse che si manifestano in diversi stadi della storia mitica del Lazio . Quindi Romolo e Remo, in quanto Lari gemelli, non sono che l’ultimo aspetto della coppia originaria che è anche Latino e Fauno (associazione chiaramente richiamata nella rappresentazione dello specchio prenestino di Bolsena), così come Pico e Fauno. Il tema gemellare si ritrova anche in connessione con le divinità tutelari, poste a difesa degli stipiti delle porte, Picumnus e Pilumus , a loro volta identificabili con i Dioscuri. Non avendo alcuna descrizione precisa delle statue di cui parla Ovidio, ciascuna di queste coppie potrebbe essere stata quella che esse rappresentavano, o nessuna in particolare, riferendosi piuttosto all’archetipo.

Il cane potrebbe essere connesso con queste divinità tutelari, proprio perché ritenuto il guardiano delle soglie (cani sacrificati sono stati rinvenuti nei depositi di fondazione sotto le porte delle città) e quindi naturalmente associato ai Praestites, o per un suo legame con le divinità ctonie, come farebbe intendere il sacrificio di cani a Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], per altro identificata con la Madre dei Lari.

Lo specchio di Bolsena è stato variamente interpretato dagli autori moderni negli ultimi 30 anni, a partire da quanto è stata la sua autenticità . Una sua analisi estremamente puntuale è stata compiuta da T. P. Wiseman184 che, in base alle caratteristiche e agli attributi dei personaggi, vi ha ravvisato una rappresentazione del mito sulla nascita dei Lares Praestites, così com’è raccontato da Ovidio [Ov. Fast. II, 609 – 16], e una scena allegorica dei Feralia. Nel racconto poetico, Mercurio, mentre porta Lara – Tacita nell’Ade, la violenta e concepisce i Lares. Secondo Wiseman, l’episodio sarebbe stato collocato alle Eidus Maji, giorno dedicato a Mercurio e anniversario del concepimento dei Lares Praestites, che verranno alla luce nove mesi dopo, alla fine di Februarius, in concomitanza coi Feralia. Essendo questo il periodo dedicato ai defunti, si può pensare ad una nascita ctonia dei Lares che, tuttavia, esercitavano la loro azione anche nel regno terreno, come difensori della città. A questo secondo aspetto si può ipotizzare che fosse associata una sorta di seconda nascita, alle Kal Maj, una nascita come divinità del regno terrestre, e per questo motivo questa data fu scelta per la dedica del tempio dei Lares Praestites.

La celebrazione dell’anniversario del tempio dei Lares Praestites, le divinità che proteggevano la città dai nemici, sia materiali che spirituali, iniziava per la comunità romana arcaica un periodo di purificazione che aveva lo scopo di eliminare le contaminazioni, espellere gli spiriti maligni, e tenere lontani dai suoi confini le entità nefaste, e si concludeva con la chiusura dei Vestalia, il Q.St.D. F. a metà del mese di Junius. Questo lungo intervallo di tempo comportava rituali e cerimonie che si svolgevano a tutti i livelli e che intendevano liberare tutta la città e il suo ager, in vista del momento del raccolto.

Troviamo rituali privati, Lemuria e Carnaria, cerimonie pubbliche riguardanti sia la città arcaica, i Sacra Argeorum, che le comunità rurali ed il territorio coltivato, gli Ambarvalia; infine la purificazione del Penus Vestae, simbolo dell’intera comunità e dello Stato romano nel suo insieme.

Il tempo occupato da queste cerimonie era quello della tarda primavera, in questo momento critico era necessario allontanare ogni pericolo dalle colture in fase di maturazione (e forse anche dalle gestanti che avevano appena iniziato la gravidanza), così da propiziare il buon esito del raccolto e la comunità, rigenerata e liberata dai fantasmi e da ogni forma di contaminazione, poteva apprestarsi a celebrare l’arrivo dell’estate ed il trionfo della forza solare.

 

Sacrum Majae

The flamen volcanalis offered to Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 et seq]. According to Johannes Lydus this ritual was intended to ward off earthquakes [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

This deity was so called not to pronounce the real secret name that was permitted only to know the women and was used during its rituals mystery. The date of construction of the building is still being debated today, but the most accepted hypothesis is that the sacred building is erected in 123 BCE. from Vestal Licinia [Cic. Domo 136-37] (according to Ovid was the name of the Vestal Claudia [Ov. Fast. V, 155]) to the Aventine hill, in the place called Remoria. In this sacred place men were not allowed to enter [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149-58], also wine was not permitted, but it was carried in in vessels called mellaria; even the myrtle was banished from Her temple. The most important rites in honor of the Goddess took place in December, in the house of a consul or a magistrate and were officiated only by women, men, on that day were in fact moved away from the building. According to Macrobius [Macr. Sat. I, 12, 23-28], She was represented with a scepter in his left hand that symbolized royalty and assimilated to Juno and was crowned with vine. She was also identified with Ops, Ceres and Proserpine and a sow was sacrificed to Her. In Her temple there were snakes and numerous herbs were held at which the priests made remedies and potions. A sacellum Goddess was in the area of ​​Trastevere [CIL VI, 65].

By the passage of Cicero [Cic. Cit.] It can deduce that the sacred building was not a public temple (aedes publica), but a place of private worship (probably because of the exclusion of men from the cult of the Goddess). The absence of the date of the dedication in epigraphic calendars strengthens this hypothesis.

Laribus Praestitibus

The sources point out various places of worship dedicated to the Lares, mainly: a temple, at the top of the sacred way [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] devoted 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-92], then restored by Augustus and a sacellum, which would be devoted to Lares Praestites, to Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129-30; ILLRP 9] by Manlius Curius Dentatus. Tacitus, describing the path of Romulus’ pomerium, identifies one of its corners with a sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] that supposedly is the same mentioned by Ovid; considering the fact that Lares were the protectors of the city, placed to defend its walls, no wonder that their place of worship was in the vicinity of the pomerium. Ovid describes these deities as twins at whose feet is a dog [Ov. Fast. V, 137 and 143]. Plutarch also states that the Lares Praestites were represented in the company of a dog or dressed dog skins [Plut. Q. R. 51] and both authors, this attribute refers to the role of guardians of the city done of these deities.

Ovid identifies the twins Lares Praestites with Lares compitales and tells the myth of their birth from an underworld deity, Lara – Tacita (which would then be identified with Mania see Januarius, Compitalia) and Mercury [Ov. Fast. II, 609-16]. This identification must be linked to the fact that Augustus instituted on this date a repeat of Compitalia and Ludi who accompanied them [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. In the passage devoted to Kal Maj Ovid in fact it refers to the cult of the Lares Augusti [Ov. V, 129-30; 143-46] which was layered with Praestites and compitales.

Their representation as twins, has also led to identify with Romulus and Remus, however Carandini pointed out that the twin theme, in the Latin tradition, and Roman, is an archetype that is actualized through different figures that manifest themselves at different stages of the mythical story Lazio. So Romulus and Remus, as Lari twins, are just the latest aspect of the original couple which is also Latin and faun (Association clearly drawn in the mirror representation prenestino Bolsena), as well as Pico and faun. The twin theme is also found in connection with the tutelary deities, placed in defense of the door jambs, and Picumnus Pilumus, in turn identified with the Dioscuri. Having no precise description of the statues mentioned by Ovid, each of these couples may have been what they represented, or any particular one, but referred rather archetype.

The dog may be connected with these tutelary deities, just because it was considered the guardian of the threshold (sacrificed dogs were found in the foundation deposits under the doors of the city) and then of course associated with Praestites, or for its link with the chthonic deities, as it would mean the sacrifice of dogs to Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], on the other identified with the Mother of the Lares.

The Bolsena mirror has been variously interpreted by modern authors in the last 30 years, starting from what was its authenticity. Its extremely accurate analysis was made by T. P. Wiseman184 that, according to the characteristics and attributes of the characters, has identified you a representation of the myth about the birth of Lares Praestites, as it is told by Ovid [Ov. Fast. II, 609-16], and an allegorical scene of Feralia. In poetic tale, Mercury, while bringing Lara – Tacita Hades, the violent and conceives the Lares. According to Wiseman, the episode would have been placed at Eidus Maji, the day dedicated to Mercury and the anniversary of the conception of Lares Praestites, which will come to light nine months after the end of Februarius, in conjunction with Feralia. This being the period dedicated to the dead, you can think of a chthonic birth of Lares, however, they exerted their action even in the earthly kingdom, as defenders of the city. At this second aspect it can be assumed that it was associated with a sort of second birth, the Kal Maj, a birth as a god’s earthly kingdom, which is why this date was chosen for the dedication of the temple of Lares Praestites.

The anniversary celebration of the temple of Lares Praestites, the deities who protected the city from enemies, both material and spiritual, for the archaic Roman community began a period of purification that was intended to eliminate contamination, expel evil spirits, and keep away from its borders the harmful entities, and ended with the closure of Vestalia, the Q.St.D. F. in the middle of the month Junius. This long time frame involved rituals and ceremonies that took place at all levels and that they intended to free up the entire city and its ager, in view of the harvest time.

We find private rituals, Lemuria and Carnaria, public ceremonies concerning both the archaic city, the Sacred Argeorum, that rural communities and the cultivated land, the ambarvalia; Finally the purification of Penus Vestae, symbol of the whole community and the Roman state as a whole.

The time occupied by these ceremonies was that of the late spring, at this critical time was necessary to remove all danger from the maturing crops (and perhaps also by pregnant women who had just started pregnancy), as well as bringing about the success of the harvest and the community, regenerated and released by ghosts and all forms of contamination, could apprestarsi to celebrate the arrival of summer and the triumph of the solar force.

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Lucius Caesius. 112-111 BC. Denarius (Silver, 3.93 g 1), Rome. Bust of Apollo or Veiovis seen from behind to left, wearing a taenia and with a cloak over his left shoulder, hurling a thunderbolt with his right hand; to right, monogram of AP. Rev. L.CÆSI The Lares Praestites seated facing, turned slightly to right, each on a stool and each holding a long staff; between them, dog standing right; to left and right, monograms of LA and PRE; above, between them, bust of Vulcan to left, wearing his cap and with tongs behind him to right. Babelon (Caesia) 1. Crawford 298/1. Sydenham 564

III KAL.  MAJ. – V NON. MAJ.

Floralia

Flora era una divinità italica connessa alla fioritura delle piante e al riempirsi delle spighe dei cereali

… la Dea Flora [sorveglia] i frumenti quando sono in fiore… [August. C. D. IV, 8]

La sua azione era connessa, quindi, con quella di Cerere e contribuiva alla ricchezza dei raccolti [Ov. Fast. V, 261 – 66] e forse, il più antico rito ad essa associato era il Florifertum, durante il quale delle spighe erano portate in un sacrarium e lì offerte [Fest. 91]; la notizia di Festo è laconica, quindi non ci è dato sapere di che sacrario si trattasse, forse di una cappella annessa al primo luogo di culto della Dea, oppure del sacrarium Opis nella Regia, l’unico che sappiamo fosse usato per compiere sacrifici.

Presso gli osci aveva dato il nome ad un mese, Flusare, probabilmente l’analogo di Aprilis. È annoverata tra le divinità sabine a cui avrebbe innalzato altari Tito Tazio [Var. L. L. V, 74] ed aveva un suo flamen [Var. L. L. VII, 45]; viene anche nominata tra le divinità a cui viene offerto un piaculum in uno dei protocolli degli Arvali [AFA 146].

I primi Ludi Florales sarebbero stati indetti su indicazione dei Libri Sibillini nel 240 o 241 aev. [Val. I, 14, 8], oppure nel 238 aev [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286], per scongiurare una carestia [Plin. Cit.]; divennero annuali solo nel 173 aev.

Le maggiori informazioni sulla festa della Dea Flora e sui giochi in suo onore, ci vengono da Ovidio [Fast. V, 159 – 78]. Si trattava di festeggiamenti allegri e licenziosi, in cui abbondava il vino e le persone si abbandonavano alla baldoria e alla scurrilità durante la giornata e la notte [Ov. Fast. V, 361 – 68]; si indossavano ghirlande di fiori ed abiti dai colori vivaci [Ov. Fast. V, 330 – 46; 355 – 58].

Si svolgevano ludi scoenici con mimi di soggetto osceno o scurrile [Aug. C. D. II, 27] a cui partecipavano numerose prostitute; questa ricorrenza era anzi considerata una sorta di loro festa [Lact. Div. Inst. I, 20]. Un aneddoto, raccontato da Valerio Massimo, vorrebbe che Catone il censore abbandonò il teatro per non assistere alle loro rappresentazioni in abiti discinti [Val. Max. II, 10, 8] e non interferire con tali spettacoli. Assieme ai mimi, si svolgevano anche delle venationes nel Circo, in cui, però, invece di belve feroci, erano cacciate lepri e capre [Ov. Fast. V, 371 – 78]. Durante i festeggiamenti vi era anche l’usanza, da parte dei magistrati o di chi ambisse a cariche politiche, di gettare doni, in particolare legumi, al popolo [Pers. Sat. V, 177].

I Floralia erano in relazione coi Palillia, come nella seconda festività si invocava Pales affinché gli armenti fossero fecondi e salvaguardasse gli animali che stavano per nascere, nella prima si invocava la protezione della Flora sulle spighe di grano, in un momento critico del ciclo del cereale, affinché le proteggesse dal troppo caldo, dal troppo freddo e da ogni pericolo che avrebbe potuto compromettere il futuro raccolto. Si trattava quindi di stabilire la protezione divina sia sugli animali che sui vegetali che si accingevano a procreare all’inizio della stagione primaverile.

Florae in Aventino

Il tempio di Flora sull’Aventino fu costruito dagli edili Lucius and Marcus Publicius tra il 241 e il 238 aev. Restaurato da Augusto, fu ridedicato da Tiberio nel 17 [Tac. Ann. II, 49]: è probabile che la data del 13° Sext. si riferisca a quest’evento, e che la prima dedica sia avvenuta in occasione della prima celebrazione dei Ludi Florales, ai Floralia (III Kal. Maj. [Tac. Ann. II, 49]) del 241 o 240 aev [Vell. I, 14, 8] (oppure, anche se questa datazione è meno probabile, del 238 aev. [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286]). Un ultimo restauro sarebbe stato compiuto nel IV sec da Symmacus [Anth. Lat. IV, 112 – 114].

Si trovava nei pressi del grande santuario di Cerere, sul pendio del colle, verso il lato ovest del Circo Massimo [Fast. Allif. ad Id. Aug.; CIL XV, 7172], probabilmente sul Clivus Publicius costruito dagli stessi edili. Il tempio sarebbe stato edificato con gli introiti delle multe irrogate dagli edili ai pecuarii che avevano pascolato il loro bestiame indebitamente, sul suolo pubblico [Fest. 238; 241]

 

Floralia

Flora was an Italic divinity connected to the flowering of plants and filling the ears of cereal

… The Goddess Flora [oversees] the wheat when they are in bloom … [August. C. D. IV, 8]

Its action was connected, then, with that of Ceres and contributed to the wealth of crops [Ov. Fast. V, 261-66] and perhaps, the most ancient ritual associated with it was the Florifertum, during which the ears of corn were taken to a sacrarium and there offers [Fest. 91]; the news of Festo is laconic, so we can not know what it was shrine, perhaps a side chapel on the first place of worship of the Goddess (see Flora in Colle Quirinali), or the sacrarium Opis in the Regia, the only one who we know it was used to make sacrifices.

At the osci gave its name to a month, Flusare probably the analogue of Aprilis. It is counted among the Sabine deities to which would raise altars Tito Tazio [Var. L. L. V, 74] and had his flamen [Var. L. L. VII, 45]; It is also named among the deities who are offered a piaculum in one of the protocols of Arvali [AFA 146].

The first Ludi Florales (Figure 61) would be organized on the instructions of the Sibylline Books in 240 or 241 BCE. [Val. I, 14, 8], or in 238 BCE [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286], to avert a famine [Plin. Cit.]; they became annual only in 173 BCE.

The more information on the festival of the Goddess Flora and plays in his honor, come to us from Ovid [Fast. V, 159-78]. It was merry and licentious festivities, in which abounded the wine and the people indulged in revelry and profanity during the day and night [Ov. Fast. V, 361-68]; they wore garlands of flowers and brightly colored clothes [Ov. Fast. V, 330-46; 355-58].

Ludi were held scoenici with mimes obscene subject or scurrilous [Aug. C. D. II, 27] they attended numerous prostitutes; this event was indeed considered a sort of their party [Lact. Div. Inst. I, 20]. An anecdote, recounted by Valerius Maximus, would like Cato the censor left the theater not to attend their performances in shabbily dressed [Val. Max. II, 10, 8], and not interfere with these shows. Together with mimes, they were also being held in the Circus of venationes, in which, however, instead of wild beasts, were hunted hares and goats [Ov. Fast. V, 371-78]. During the festivities there was also the custom, by prosecutors or who ambisse for political office, to throw gifts, especially legumes, the people [Pers. Sat. V, 177].

The Floralia were in connection with Palillia, as in the second season is invoked Pales so that the herds were fruitful and would safeguard the animals that were to be born, in the first one called for the Protection of Flora on the ears of corn, at a critical time of the corn cycle , so that would protect from too hot, too cold, and from any hazards that could jeopardize the future harvest. It was therefore to establish the divine protection both animals and on plants that were about to father a child at the beginning of the spring season.

Florae in Aventino

The Temple of Flora on the Aventine was built by Constructions Lucius and Marcus Publicius between 241 and 238 BCE. Restored by Augustus, it was rededicated by Tiberius in 17 [Tac. Ann. II, 49]: it is likely that the date of the 13th Sext. refers to this event, and that the first dedication took place on the occasion of the first celebration of the Ludi Florales, the Floralia (III Kal. Maj. [Tac. Ann. II, 49]) of 241 or 240 BCE [Vell. I, 14, 8] (or, even if this date is less likely, of 238 BCE. [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286]). A final restoration would be completed in the fourth century by Symmacus [Anth. Lat. IV, 112-114].

It was located near the great sanctuary of Ceres, on the slope of the hill, to the west side of the Circus Maximus [Fast. Allif. to Id. Aug .; CIL XV, 7172], probably on the Clivus Publicius built by the same construction. The temple was built with the proceeds of fines imposed by construction to pecuarii who had grazed their cattle wrongly, on public land [Fest. 238; 241]

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  1. Servilius C.f. 57 BC. Silver denarius (4.15 gm). Head of Flora right, wearing wreath, lituus behind, FLORA. PRIMIS (MI in monogram) before / Two soldiers facing each other, C. SERVEIL (some letters in monogram) in exergue, C. F. upwards on right. Crawford 423/1. Sydenham 890. Babelon Servilia 15.

EID.  APR. (13) NP

Iovi et Libertati

Il tempio si trovava sull’Aventino, forse nei pressi di quello di Juno Regina, dove attualmente c’è la chiesa di S. Sabina. Fu dedicato in origine il 13° Apr. [ILLRP 9] e restaurato da Augusto [Reg. Gest. XIX, 2; Babelon, Egnatia 3] che lo ridedicò alle Kal. Sept. [Fast. Arv. ad Kal. Sept.; CIL I pg 214; 328]. Fu votato e costruito da Ti. Sempronius Graccus quando era edile nel 246 aev [Liv. XXIV, 16, 19] e vi si trovava un dipinto che celebrava la vittoria di Benevento del 214, posto da suo figlio.

L’edificio è rappresentato su un denario fatto coniare da C. Egnatius nel 75 aev [Babelon, Egnatia 3]: proprio lo studio dell’immagine su questa moneta che mostra due statue di culto, una con il pilleum e l’altra che impugna dei fulmini, ha permesso di risolvere il problema della divinità titolare del tempio, ovvero, di determinare che vi si veneravano assieme Juppiter e Libertas, da cui le ambiguità delle fonti che oscillano tra l’uno e l’altra [Fest. 121; Liv. XXIV, 16, 19; Reg. Gest. XIX, 2], oppure riportano Juppiter Libertas [CIL I pg 214; 328]

Iovi Victori

Il tempio (aedes) fu votato nel 295 aev durante la battaglia di Sentinum dal dittatore Q. Fabius Maximus Rullianus, il quale, in seguito, vi depose le spoglie dei Sanniti sconfitti [Liv. X, 29, 14; 18]. Nel 293 aev L. Papirius, durante la battaglia di Aquilonia, votò una coppa di vino nuovo a Juppiter Victor, il che ha fatto pensare che il tempio fosse già stato dedicato [Liv. X, 42, 7]. La data della dedicazione fu le Eid. Apr. [Ov. Fast. IV, 621; ILLRP 9]. Viene menzionato in età imperiale come luogo in cui si riunì il senato dopo l’assassinio di Caligola, nel 41 [Jos. Ant. Iud. XIX, 4, 3] e perché colpito da un fulmine nel 54 [Cas. Dio. XL, 35], mentre nel 42 un fulmine colpì un altare che si trovava nelle sue vicinanze [Cas. Dio. XLVII, 40, 2].

Secondo i cataloghi regionali si trovava nella Regio X, sul Palatino, ma tale collocazione è più consona al tempio di Juppiter Invictus, il cui epiteto, in età imperiale, venne a essere confuso con Victor.   Un’epigrafe, trovata nei giardini del Quirinale [CIL VI, 438 = 30767] con una dedica a Juppiter Victor da parte di T. Aebutius Carus, triumviro coloniae deducendae nel 183 aev, attesta l’esistenza di questo culto sul Quirinale già in epoca medio-repubblicana, il che lascia pensare che il tempio si trovasse su questo colle.

 

Iovi et Libertati

The temple was on the Aventine, maybe close to that of Juno Regina, where now the church of St. Sabina is. It was originally dedicated on 13th Apr. [ILLRP 9] and restored by Augustus [Reg. Gest. XIX, 2; Babelon, Egnatia 3] who rededicated it at Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept .; The CIL pg 214; 328]. It was voted and built by Ti. Sempronius Graccus when aedilis in 246 BCE [Liv. XXIV, 16, 19]; his son put there a painting celebrating the victory of Benevento, 214 BCE

The building is depicted on a denarius coined by C. Egnatius in 75 BCE [Babelon, Egnatia 3]: precisely the study of the image of this coin showing two cult statues, one with lightning and the other wearing the pilleum, has solved the problem of the temple owner deity. Jupiter and Libertas were worshipped together, so the ambiguity of the sources oscillating between one and the other [Fest. 121; Liv. XXIV, 16, 19; Reg. Gest. XIX, 2], or report Jupiter Libertas [CIL The pg 214; 328]

Iovi Victori

The temple (aedes) was voted in 295 BCE at the Battle of Sentinum by the dictator Q. Fabius Maximus Rullianus, who, later on, put down there the remains of the defeated Samnites [Liv. X, 29, 14; 18]. In 293 BCE L. Papirius, during the Battle of Aquilonia, voted a new cup of wine to Jupiter Victor, which makes us think that the temple was already dedicated [Liv. X, 42, 7]. The date of the dedication was the Eid. Apr. [Ov. Fast. IV, 621; ILLRP 9]. It is mentioned in the imperial age as a place where the Senate met after the assassination of Caligula in 41 [Jos. Ant. Iud. XIX, 4, 3]; struck by lightning in 54 [Cas. Dio. XL, 35], while in the 42 lightning struck an altar nearby [Cas. Dio. XLVII, 40, 2].

According to regional catalogs it was in the Regio X, on the Palatine, but this place is more suited to the temple of Jupiter Invictus, whose epithet, in imperial times, came to be confused with Victor. An epigraph, found in the Quirinal gardens [CIL VI, 438 = 30767] with a dedication to Jupiter Victor by T. Aebutius Carus, Triumvir coloniae deducendae in 183 BCE, shows the existence of this cult on the Quirinal already in medium-Republican age, suggesting that the temple was located on this hill.

 

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  1. Egnatius Cn. f. Cn. n. Maxumus

Denarius 75, AR 3.91 g. MAXSVMVS Winged bust of Cupid r., bow and quiver of arrows over shoulder. Rev. Distyle temple, within which stand Jupiter and Libertas facing; to l., VII, and to r., [CN·N]. In exergue, C·EGNATIVS·[CN· F]. Babelon Egnatia 2. Sydenham 788. Crawford 391/2.

II KAL. APR. (31) C

Lunae in Aventino

In questo giorno si ricorda la dedica del tempio consacrato alla Dea Luna sul colle Aventino [Ov. Fast. III, 883; Fast. Caer. Praen. ad Pr. Kal. Mart; CIL I pg 212; 234; 314]; la tradizione annalistica ne fa risalire la costruzione a Servius Tullus [Tac. Ann. XV, 41] (altre versioni del testo di Tacito portano Lucina, ovvero Diana anziché Luna, quindi il riferimento potrebbe essere al tempio di Diana sull’Aventino, anziché a quello di Luna), ma la prima menzione che abbiamo è del 182 aev [Liv. XL, 2, 2] quando una forte tempesta ne strappò una delle porte che finì contro il lato posteriore del tempio di Cerere, per cui la sua costruzione dovrebbe risalire al III sec aev. Grazie a questo e ad altri riferimenti [Oros. V, 12, 8; Auct. De Vir. Ill. 65] è possibile ipotizzare che la sua localizzazione fosse nell’estremità nord-ovest del colle, sopra la Porta Trigemina. Fu colpito da un fulmine al tempo della morte di Cinna [App. B. C. I, 78]; dopo la distruzione di Corinto, Mummio dedicò alcune delle spoglie provenienti da quella città in questo tempio [Vitruv. V, 5, 8]. Bruciò nel grande incendio di età neroniana [Tac. Ann. XV, 41] e successivamente non è più menzionato.

 

Lunae in Aventino

On this day we remember the dedication of the Goddess Luna temple on the Aventine Hill [Ov. Fast. III, 883; Fast. Caer. Praen. to Pr. Kal. Mart; The CIL pg 212; 234; 314]; the annals dates back the construction Servius Tullus [Tac. Ann. XV, 41] (other versions of Tacitus text have Lucina, or rather Diana Luna, so the reference could be to the temple of Diana on the Aventine, instead of that of Moon), but the first mention we have is the 182 BCE [Liv. XL, 2, 2] when a strong storm tore off one of the doors that slammed into the back of the Temple of Ceres, so its construction probably dates back to the third century BCE. Thanks to this and other references [Oros. V, 12, 8; PsAure. Vict. De Vir. Ill. 65] it is possible to assume that its location was in the north-west of the hill, above the Porta Trigemina. It was struck by lightning at the time of Cinna death [App. B. C., 78]; after the destruction of Corinth, Mummius dedicated some of the spoils from that city in this temple [Vitruv. V, 5, 8]. It burned down in the great fire of Nero’s age [Tac. Ann. XV, 41] and subsequently is no longer mentioned.

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Julia Domna AR Antoninianus. Rome, AD 215-217. IVLIA PIA FELIX AVG, draped bust right, wearing stephane, set on crescent / LVNA LVCIFERA, Luna, with fold of drapery floating around and above head, driving biga of horses left. RIC IV 379a (Caracalla); RSC 106