VIII KAL. SEPT. (23) NP

VOLCANALIA

Majae supra Comitium

I Volcanalia erano la festa in onore di Volcanus

… Volcanalia da Volcanus, poichè allora cadeva il giorno festivo a lui dedicato e il popolo gettava nel fuoco degli animali per il proprio bene (pro se [nel testo pro se starebbe per pro populo, formula che distingue le feste pubbliche, oppure al posto di se stessi, cioè delle proprie anime])… [Var. L. L. VI, 20]

Si tratta di una divinità molto antica che fu identificata con Efesto, tuttavia i suoi caratteri originari sono molto diversi da quelli del Dio Greco. L’origine del suo nome è incerta, alcuni autori  lo fanno derivare da una radice indoeuropea che ha dato il sanscrito velk, brillare, altri dalla radice etrusca velc o dal cretese Felcanos, ma la questione è tutt’ora incerta. Sembra che gli etruschi conoscessero un Velcans, il cui nome è riportato sul fegato di Piacenza, che corrisponderebbe al Mulciber (epiteto poetico di Vulcanus, colui che fonde, rammollisce, il metallo) che Marziano Capella, nel De Nuptis Philosophiae et Mercuri, colloca nella quarta sede celsete [Mart. Cap. I, 48]; tuttavia la divinità che gli etruschi identificavano con Efesto era Sethlans e non Velcans, che invece potrebbe corrispondere all’antico Vulcanus romano.

Nell’elenco di Marziano Capella Questi appare, assieme a Terra e Tellurus, nella quinta sede celeste [Mart. Cap. I, 49], ma troviamo anche un Volcanus Iovialis a cui era attribuito il potere di inviare la folgore [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varrone annovera Vulcanus tra le divinità introdotte a Roma da Tito Tazio, facendone un Dio Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Altri Lo identificavano con Sol [Serv. Aen. III, 35] che d’altra aprte rappresentava il fuoco celste .

È stato proposto anche un parallelo tra un possibile paleolatino *uelkano e l’osseto Waergon, nome del Dio metallurgo di quel popolo: entrambi i termini deriverebbero dalla radice *urka, lupo e rimanderebbero ad una forma di totemismo per cui il Dio metallurgo paleoindoeuropeo sarebbe stato rappresentato sotto forma di lupo. Anche questa etimologia, però, è poco convincente.

L’iconografia etrusca di Sethlans lo rappresenta come un giovane, dal fisico perfetto, e dai capelli ricci, che porta un’ascia bipenne, immagine molto lontana da quella dell’Efesto greco che sarà quella prevalente nelle raffiurazioni romane

Il principale e più antico luogo sacro dedicato a Vulcanus era il Volcanal o ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX,  46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: uno spazio delimitato attorno ad un altare a cielo aperto che si trovava all’angolo nord-est del Foro, 5 metri più in alto del Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] e sarebbe stato consacrato da Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Da qui, in epoca arcaica, prima della costruzione dei rostra, il re e i magistrati si rivolgevano al popolo [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. Vi si trovavano una quadriga in bronzo dedicata da Romolo e una statua di Romolo stesso [Dion. H. II, 54, 2], una statua di Orazio Coclite [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11,2; Plut. Popl. 16] e quella di un danzatore colpito da un fulmine [Fest. 290].

La festa. In occasione dei Volcanalia, i romani sacrificavano degli animali vivi nel fuoco del Dio [Var. L. L. VI, 20], si trattava di pesci pescati nel Tevere, forse pescati in occasione dei ludi piscatorii di Aprilis [Fest.238], o più probabilmente venduti dai pescatori nell’area del tempio. Tale offerta sostituiva quella di esseri umani,

… pro animis humanis… [Fest. 238]

oppure, se intendiamo altrimenti il passaggio di Festo (anche alla luce del pro se di Varrone) era fatta per la salute ed il benessere di coloro che sacrificavano (pro popolo), placando il Dio, così da tenere lontani gl’incendi.

In questo giorno, secondo i Fasti Anziati, avveniva anche un sacrificio a Maja sopra il Comitium, ovvero quindi nel luogo dove si trovava il Volcanal [ILLRP 9].

Le fonti antiche definiscono questa divinità paredra di Volcanus [Gel. XII, 23,1] e i dati cultuali (oltre al sacrificio che si svolgeva ai Volcanalia, il fatto che alle Kal. Maj. fosse il flamen volcanalis ad offrire a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]) confermano questo legame: il nome Maja, deriva dalla stessa radice di major e majestas e rimanda al crescere, all’aumentare, per cui Essa può essere vista come la capacità del fuoco di crescere rapidamente quando viene alimentato. Un’altra divinità femminile associata a Volcanus era Stata Mater [CIL VI, 802], purtroppo non abbiamo molte informazioni su di Lei, sappiamo che una Sua statua era venerata nel Foro e che il cui culto era celebrato in tutti i vici [Fest. 317]. Il suo nome rimanda alla capacità di bloccare il propagarsi del fuoco, per cui la sua azione è opposta a quella di Maja .

Vulcanus era anche associato a Vesta, come dimostra il fatto che nel lectisternio del 217 aev. queste due divinità si trovavano sullo stesso letto, tale associazione sarebbe un riflesso dell’antica teologia indoeuropea dei fuochi, di cui si trova la più completa elaborazione nei testi vedici.

 

Volcano in Circo Flaminio

La posizione del tempio è controversa: alcuni calendari epigrafici lo collocano nel Circo Flaminio [Fast. Val. ad Kal. Sept., CIL Ia pg 240], altri non danno indicazioni [Fast. Arv. CIL I pg 215 = VI, 32482], mentre i Fasti Anziati lo citano assieme al tempio delle Ninfe in Campo, il che lascerebbe intendere che si trovasse nel Campo Marzio, come afferma Livio [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. Queste discrepanze hanno suggerito l’ipotesi che esistessero due templi diversi, che, tuttavia, è stata scartata. L’opinione più accreditata, oggi, è che il tempio si trovasse nel Campo Marzio, nei pressi di quella che fu la Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5 – 6; Q. R. 47], al confine col complesso dei templi del Circo Flaminio. L’edificio sorgeva dove oggi si trova Palazzo Mattei, al centro della Cripta Balbi [CIL VI, 798]. La data di costruzione ci è ignota, ma sappiamo che deve essere prima del 214 aev. poichè in quell’anno fu colpito da un fulmine, così come accadde nel 197 aev. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Forse è questo tempio che la tradizione fa risalire a Romolo e quello a cui si riferisce Vitruvio dicendo che si trovava fuori dalle mura della città [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], il che porrebbe la sua data di costruzione dopo l’allargamento del pomerium e l’edificazione delle mura serviane che compresero il Comitium ed il più antico Volcanal. Alcune monete del 105 aev che rappresentano un busto di Volkanus, con gli attributi che aveva a Lipara, farebbero riferimento al trionfo di L. Aurelius Cota, conquistatore di Lipara e potrebbe essere stato costui a votare il tempio durante il suo consolato del 252 aev [Crawford 1974, no. 314; ad locum, pg 322]

Il 23 Sext. vi si svolgevano sacrifici in onore di Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi Opifera

Un tempio dedicato a Ops sul Campidoglio è menzionato per la prima volta nel 186 aev quando fu colpito da un fulmine [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. Secondo Plinio fu dedicato da L. Caecilius Metellus pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: gli autori moderni hanno identificato questo personaggio con L. Caecilius Metellus Delmaticus, che avrebbe restaurato un tempio precedente nella seconda metà del II sec. aev (probabilmente nel 119 aev); oppure con L. Caecilius Metellus che lo avrebbe dedicato quando era console nel 251 o 247 aev come risoluzione di un voto formulato durante la battaglia di Panormo.

Il tempio divenne famoso come luogo dove Cesare depositò il tesoro pubblico di 700’000’000 di sesterzi [Cic. ad Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174], inoltre, fu decorato con una delle statue equestri che Q. Caecilius Metellus Scipio fece erigere in onore dei suoi antenati quando fu console nel 52 aev  [Cic. ad Att. VI, 1, 17] ed è citato negli scholii veronesi all’Eneide [Schol. Ver. Aen. II, 714]. Le matrone vi si riunirono in occasione della celebrazione dei ludi saeculares del 17 aev. [CIL VI, 32323]. Diplomi militari concessi a soldati che si erano distinti erano appesi alle sue pareti e forse vi erano conservati i pesi standard di riferimento (è stato ritrovato un peso di bronzo con l’iscrizione templ(um) Opis aug(ustae) [CIL XVI, 3; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

Il cognomen della Dea a cui era dedicato non è certo, così come la data della sua dedica: il calendario degli arvali riporta per il 23 Sext, Volcanalia, la dedica di un tempio a Ops Opifera (che, secondo Plinio sarebbe stato quello dedicato da Caecilius Metellus), altri calendari hanno Opi in Capitolio al 25 Sext, Opiconsiva, il che farebbe pensare che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Consiva [Fast. Arv. ad VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. L’opinione prevalente degli autori moderni è che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Opifera e che il suo dies natalis fosse ai Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

L’invocazione delle ninfe, divinità delle fonti e dell’acqua corrente, nel giorno in cui si celebrava Volcanus, aveva forse uno scopo apotropaico, Plinio riporta infatti che, quando, durante un banchetto, veniva pronunciata la parola “incendio”, bisognava subito gettare dell’acqua sulla tavola [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

Il tempio intitolato alle Ninfe nel Campo Marzio conteneva documenti del census che furono bruciati da Clodio [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Non si conosce la data della sua costruzione, che, si ipotizza, sia avvenuta nel III sec aev, oppure tra il 179 aev e il 166 aev. Fu dedicato il 23 Sext. [Fast. Arv; CIL I², 215; 326), ma non vi sono indicazioni del luogo esatto in cui si sorgeva, a meno che non lo si identifichi col locus Juturnae; situato anch’esso nel Campo Martio, fu edificato da Q. Lutatio Catulo [Serv. Aen. XII, 139], vincitore della Prima Guerra Punica. Si trovava vicino al luogo dove poi sarebbe arrivato l’acquedotto dell’aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicerone parla anche di una statua dorata [Cic. Pro Clu. 101). La data della dedica è 11 Jan. in concomitanza coi Juturnalia [Ov. cit.; ILLRP 9], ma vi si celebravano anche dei sacrifici ai Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Un’altra ipotesi, oggi prevalente, è che si tratti dell’edificio sacro emerso durante i lavori di scava in via delle Botteghe Oscure (alcuni autori, tuttavia, ritengono che si tratti del tempio dei Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

I calendari epigrafici riportano tra le dediche compiute in questo giorno, quella dell’altare di Hora sul colle Quirinale [ILLRP 9]. Un passo delle Metamorfosi, racconta della deificazione di Hersilia, moglie di Romolo, avvenuta sul colle Quirinale, in un bosco sacro nei pressi del tempio di Quirino [Ov. Met. XIV, 836 – 837], è quindi possibile che l’altare si trovasse in quel luogo. In questo caso avrebbe potuto trattarsi di un tempio vero e proprio, edificato nel III sec. aev, di cui non abbiamo notizia. Un’altra ipotesi è che si trattasse di un altare all’interno dell’area sacra del tempio di Quirino, ma in questo caso sarebbe stato improbabile che ne fosse ricordata la dedica.

 

Volcanalia

Majae supra Comitium

The Volcanalia were the party in honor of Volcanus

… Volcanalia from Volcanus, then fell as the public holiday dedicated to him and threw people in the animal heat for their own good (pro se [in the text pro se would be for pro populo, formula that distinguishes public holidays, or to instead of themselves, that is their own souls]) … [Var. L. L. VI, 20]

It is a very ancient deity who was identified with Hephaestus, yet its original characteristics are very different from those of the Greek God. The origin of its name is uncertain, some authors do result from an Indo-European root that gave Sanskrit Velk, shine, others from the Etruscan root velo by the Cretan F, but the question is still uncertain. It seems that the Etruscans knew a Velans, whose name appears on the liver of Piacenza, which would correspond to Mulciber (poetic epithet of Vulcanus, who melts, softens, metal) that Martian Capella, in De Nuptis Philosophiae et Mercuri, It ranks in fourth seat celsete [Mart. Chap. I, 48]; However, the divinity that the Etruscans identified with Hephaestus was Sethlans and not Velans, which instead could match the ancient Roman Vulcanus.

These appear in the list of Marziano Capella, along with Earth and Tellurus, in the fifth heavenly home [Mart. Chap. I, 49], but we also find a Volcanus Iovialis who had the power to send lightning [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varro Vulcanus counts among the deities brought to Rome by Titus Tazio, making a God Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. The other identified with Sol [Serv. Aen. III, 35] that the other aprte represented fire celste.

It has also proposed a parallel between a possible paleolatino * uelkano and Ossetian Waergon, name of the metallurgist God to the people: both terms derive from the root * urka, wolf and rimanderebbero to a form of totemism that the God would metallurgist paleoindoeuropeo It was represented in the form of a wolf. Even this etymology, however, is unconvincing.

The Etruscan iconography Sethlans represents him as a young man, the perfect body, and curly hair, carrying an ax ax, image very different from the greek dell’Efesto that will be that prevailing in the Roman raffiurazioni

The main and most ancient sacred place dedicated to Vulcanus was the Volcanal or ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX, 46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: a designated area around an altar in the open air which was located at the northeast corner of the Forum, 5 meters higher than the Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] and would be consecrated by Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Hence, in ancient times, before the construction of the rostra, the king and the magistrates addressed the people [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. There were a bronze chariot dedicated by Romulus and a statue of Romulus himself [Dion. H. II, 54, 2], a statue of Horatius Codes [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11.2; Plut. Popl. 16] and that of a dancer struck by lightning [Fest. 290].

The party. On the occasion of Volcanalia, the Romans sacrificed for live animals in the fire of God [Var. L. L. VI, 20], it was fish caught in the Tiber, perhaps caught on the occasion of ludi piscatorii of Aprilis [Fest.238], or more probably sold by fishermen in the temple area. Such offer replaced that of humans,

… Pro animis humanis … [Fest. 238]

or, if we are otherwise the passage of Festus (especially in light of the pro se Varro) it was made for the health and welfare of those who sacrificed (pro people), appeasing the God, so keep away the conflagrations.

On this day, according to Antiates Fasti, also occurred a sacrifice to Maja above the Comitium, then that is the place where was the Volcanal [ILLRP 9].

Ancient sources define this paredra deities Volcanus [Gel. XII, 23.1] and worshiping data (in addition to the sacrifice that took place at Volcanalia, the fact that the Kal. Maj. Was the flamen volcanalis to offer Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 ff] ) confirm this relationship: the name Maja, comes from the same root as majors and majestas and refers to grow, increasing, so it can be seen as the fire ability to grow rapidly when fed. Another female deity associated with Volcanus was Stata Mater [CIL VI, 802], unfortunately we do not have a lot of information about you, we know that His statue was venerated in the Forum and whose cult was celebrated in all the vici [Fest. 317]. Its name refers to the ability to block the spread of fire, so that its action is opposite to that of Maja.

Vulcanus was also associated with Vesta, as evidenced by the fact that in lectisternio in 217 BCE. these two gods were located on the same bed, this association would be a reflection of the ancient Indo-European theology of fires, which is the most complete processing in the Vedic texts.

 

Volcano in Circo Flaminio

The location of the temple is controversial: some epigraphic calendars placed him in the Circus Flaminio [Fast. Val. to Kal. Sept., CIL Ia pg 240], others do not give indications [Fast. Arv. CIL’s 215 pg = VI, 32482], while the Fasti Antiates cite it together to the temple of the Nymphs in Campo, which would suggest that he was in the Campus Martius, as Livy says [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. These discrepancies have suggested the hypothesis that there were two different temples, which, however, was discarded. The most accepted opinion today is that the temple he was in the Campus Martius, near what was once the Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5-6; Q. R. 47], on the border with the temples of the Flaminio Circus. The building stood where today there is the Palazzo Mattei, the heart of Balbi Crypt [CIL VI, 798]. The date of construction is unknown to us, but we know it must be prior to 214 BCE. because in that year he was struck by lightning, as happened in 197 BCE. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Perhaps it is this temple that the tradition dates back to Romulus and the one referred to by Vitruvius saying it was outside the city walls [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], which would place its construction date after the enlargement of the pomerium and the building of the Servian walls that understood the Comitium and the oldest Volcanal. Some coins of 105 BCE representing a bust of Volkanus, with the attributes that had to Lipara, would refer to the triumph of L. Aurelius Cota, of Lipara conqueror and he may have been to vote for the temple during his consulate in 252 BCE [ Crawford 1974 no. 314; ad locum, pg 322]

23 Sext. sacrifices took place there in honor of Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi opifera

A temple of Ops on the Capitol is mentioned for the first time in 186 BCE when it was struck by lightning [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. According to Pliny, it was dedicated by L. Caecilius Metellus Pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: modern authors have identified this character with L. Caecilius Metellus Delmaticus, which would restore an earlier temple in the second half of the second century. BCE (probably in 119 BCE); or with L. Caecilius Metellus that he would dedicate when he was consul in 251 or 247 BCE as the resolution of a vow made during the Battle of Panormo.

The temple became famous as the place where Caesar deposited the public treasury of 700’000’000 of gold [Cic. to Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174] also was decorated with one of the equestrian statues that Q. Caecilius Metellus Scipio erected in honor of his ancestors when he was consul in 52 BCE [Cic. to Att. VI, 1, 17] and is cited in the Verona scholii Aeneid [Schol. Ver. Aen. II, 714]. The matrons met there on the occasion of the celebration of the secular games of 17 BCE. [CIL VI, 32323]. Military diplomas granted to soldiers who had distinguished themselves were hung on its walls were preserved and perhaps the reference standard weights (was found a bronze weight with the inscription templ (um) Opis aug (ustae) [CIL XVI, 3 ; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

The cognomen of the Goddess who was dedicated is not certain, as well as the date of its dedication: Arvali of the calendar shows for 23 Sext, Volcanalia, the dedication of a temple in Ops opifera (which, according to Pliny would have been dedicated to Caecilius Metellus), other calendars have Opi in Capitolio to 25 Sext, Opiconsiva, which suggests that the Capitoline temple was dedicated to Ops Consiva [Fast. Arv. to VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. The prevailing opinion of modern authors is that the Capitoline temple was dedicated to Ops opifera and that his Dies Natalis was to Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

The invocation of the nymphs, gods of the sources and running water, in the day when they celebrated Volcanus, had perhaps a purpose apotropaico, Pliny reports that in fact, when, during a banquet, was pronounced the word “fire”, it had suffered throw water on the table [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

The temple dedicated to the Nymphs in the Campus Martius contained documents of the census that were burned by Clodius [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Do not know the date of its construction, which, it is assumed, took place in the third century BCE, or between 179 BCE and 166 BCE. It was dedicated on 23 Sext. [Fast. arv; CIL I², 215; 326), but there is no indication of the exact location where you stood, unless it is identified with Juturnae locus; also situated in the Campo Marzio, it was built by Q. Catulus Lutatio [Serv. Aen. XII, 139], winner of the First Punic War. It was located near the place where then would come the Aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicero also speaks of a golden statue [Cic. Pro Clu. 101). The date of the dedication is Jan. 11 in conjunction with Juturnalia [Ov. cit .; ILLRP 9], but there is also celebrating sacrifices to Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Another hypothesis, prevailing today, is that this is a sacred building emerged during the work of digs because of the Dark Shops (some authors, however, believe that it is the temple of Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

The epigraphic calendars reported among the dedications made on this day, the altar of Hora on the Quirinal Hill [ILLRP 9]. A step of the Metamorphoses, tells of the deification of Hersilia, wife of Romulus, which occurred on the Quirinal Hill, in a sacred grove near the temple of Quirinus [Ov. Met. XIV, 836-837], it is therefore possible that the altar was in that place. In this case it could be a real temple, built in the third century. BCE, which we have no news. Another hypothesis is that it was an altar within the sacred space of the temple of Quirinus, but in this case it would be unlikely that they had remembered the dedication.

Picture

Valerian I AR Antoninianus.Valerian I AR Antoninianus. Rome, AD 253-260. Radiate and draped bust right / Vulcan standing left holding hammer and tongs in tetrastyle temple, anvil at his feet. RIC 5. 3.37g, 20mm, 8h.

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VI KAL. MAJ. (25) NP

ROBIGALIA

Nei Fasti Prenestini, in occasione di questo giorno troviamo questa nota

Feriae di Robigus, [si sacrifica] al V miglio della via Claudia, affinché Robigus non nuoccia alle messi. Sacrificio e ludi, corse maggiori e minori. Il giorno è festivo per i figli dei lenoni, poiché il successivo lo è per le prostitute [Cal. Praen.]

Robigus rappresentava la ruggine del grano [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16], una malattia che attacca i cereali quando la spiga inizia a formarsi [Plin. Nat. Hist. XVIII, 91; Col. Agr. II, 12] e che, secondo gli autori antichi, era causata dal calore del sole [Plin. Nat. Hist. XVIII, 273]. Questa divinità era strettamente associata a Marte, infatti sappiamo che i giochi in suo onore furono istituiti da Numa, assieme a quelli per Marte [Tert. Spect. V]; in quanto Questi è Colui che difende la città e i campi attorno ad essa, dai nemici e dalle influenze negative.

Nella maggior parte delle fonti Robigus è un Dio maschio [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 284], in Ovidio, invece, si tratta di una Dea.

Il bosco sacro (lucus) a questa divinità si trovava al V miglio della via Claudia e Ovidio, nei Fasti [Ov. Fast. IV, 901 – 42], ci dà una descrizione del rituale che vi si svolgeva.

Il flmen quirinalis sacrificava, forse a Roma, o, più probabilmente, nei pressi di un campo [Var. L. L. VI, 16] un cane ed una pecora, quindi portava in processione le viscere degli animali, fino al bosco sacro, seguito da un gruppo di persone vestite di bianco. Qui, dopo aver invocato la protezione di Robigus ed aver offerto vino ed incenso, le viscere di entrambi gli animali erano bruciate.

Secondo Columella, si trattava di un rituale apotropaico di origine etrusca, che aveva lo scopo di allontanare la minaccia della ruggine dai campi; il cane sacrificato doveva essere un cucciolo (catulus) e, per placare Robigus, ne venivano offerti il sangue e le interiora [Col. Agr. X, 342 – 343].

 

Robigalia

In the Fasti Prenestini, at this day we find this note

Feriae of Robigus, [sacrifices] from the fifth mile of the Via Claudia, so Robigus not harm the crops. Sacrifice and Ludi, major and minor races. The day is a holiday for the children of pimps, because the next it is for prostitutes [Cal. Praen.]

Robigus represented the wheat rust [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16], a disease that attacks cereals when the ear begins to form [Plin. Nat. Hist. XVIII, 91; Col. Agr. II, 12] and that, according to the ancient authors, it was caused by the heat of the sun [Plin. Nat. Hist. XVIII, 273]. This deity was closely associated with Mars, in fact we know that the games in his honor were instituted by Numa, together with those for Mars [Tert. Spect. V]; because it is the One who defends the city and the fields around it, from enemies and from negative influences.

In most Robigus sources is a male God [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 284], in Ovid, however, it is a Goddess.

The sacred grove (Lucus) to this deity was the fifth mile of the Via Claudia, and Ovid in Fasti [Ov. Fast. IV, 901-42], it gives us a description of the ritual that took place there.

The flmen Quirinalis sacrificed, perhaps in Rome, or, more likely, in the vicinity of a field [Var. L. L. VI, 16] a dog and a sheep, then carried in procession entrails of animals, to the sacred grove, followed by a group of people dressed in white. Here, after invoking the protection of Robigus and having offered wine and incense, the guts of both animals were burned.

According to Columella, it was an apotropaic ritual of Etruscan origin, which was intended to avert the threat of rust from the fields; the dog had to be sacrificed a puppy (Catulus) and, to appease Robigus, they were offered the blood and entrails [Col. Agr. X, 342-343].

Picture

Numerius Fabius Pictor. 126 BC. AR Denarius (17mm – 3.88 g). Rome mint. Helmeted head of Roma right; M below chin / The Flamen Quirinalis, Q. Fabius Pictor, seated left; shield at side inscribed QVI/RIN in two lines; O behind the Flamen’s head. Crawford 268/1b; Sydenham 517a; Fabia 11.

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

 

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

 

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

 

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna.