Il piacere della preghiera

… Nell’opera “Sulle vite”, difatti, egli [Epicuro] sostiene che il pregare è un atto appropriato per noi, non perché gli Dei si adirerebbero se non li venerassimo, bensì perchè conosceremmo sia le perfezioni [degli Dei] che il vantaggio di conformarsi alle leggi, grazie alla comprensione delle nature trascendenti per potenza e prestanza. Oltre a scrivere queste cose, Epicuro dice nell’opera “Sugli Dei” che l’essere supremo – che in quanto tale spicca per egemonia – possiede ogni cosa: infatti, ogni uomo saggio nutre opinioni sante e pure sul divino, e ha compreso come questa natura sia grande e venerabile. Inoltre, è soprattutto durante le feste che [un saggio] crede [nella divinità] con maggior trasporto abbracciandone la [natura?], giungendo per attraversamento alla comprensione di essa, tenendo sempre il suo nome tra le labbra…
[Philodemus – De Pietate 26.5 – 27.19]
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EID. SEPT. (13) NP

Feriae Jovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno sacrificavano un ovino a Giove, tale pratica sarebbe trasmessa a Roma, infatti in occasione delle Eidus di ciascun mese, una solenne processione guidata dal flamen dialis, sacerdote consacrato al culto di Juppiter, saliva al Campidoglio per sacrificarvi un ovino, detto Idulis Iovis, a Juppiter [Macr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Tradizionalmente in questo giorno si ricordava la dedica del grande tempio sul colle Campidoglio a Gove, Giunone e Minerva, la triade Capitolina.

Il tempio fu votato da Tarquinio Prisco durante una battaglia coi Sabini, ma la gran parte dell’opera fu compiuta da Tarquinio il Superbo che arrivò quasi a completarlo. Gli storici romani riportano che sul colle erano presenti altari e fana consacrati a varie divinità, per cui fu necessario che gli auguri compissero un rito di liberazione del sito per permettere una nuova consacrazione: quasi tutte le divinità accettarono di lasciarlo, eccetto Terminus e Juventas per cui i loro altari furono incorporati nel nuovo tempio [Cic. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55 – 56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

La dedica dell’edificio avvenne alle Eid. Sept. del 509 aev, primo anno della Repubblica ad opera del console Horatio Pulvillo, scelto per sorteggio [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; Cic. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; cfr. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

La struttura originaria fu probabilmente costruita con tufo prelevato dalle pendici del Campidoglio e la leggenda vuole che, durante lo scavo delle fondazioni fosse ritrovata una testa umana dall’aspetto integro [Liv. I, 55, 5]: gli aruspici etruschi interpretarono questo evento come un presagio fausto del futuro dominio di Roma sul mondo [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

L’edificio sacro aveva tre cellae affiancate: quella centrale era dedicate a Juppiter e conteneva una statua del Dio che teneva in mano I fulmini in terracotta, opera dell’artigiano etrusco Vulca di Veio, nei giorni di festa il suo viso veniva dipinto di rosso [Ov. Fast. I, 201 – 202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111 – 112; XXXV, 157]. La cella a destra era dedicate a Minerva [Liv. VII, 3, 5] e quella a sinistra a Juno Regina [CIL VI, 32329, 9]; probabilmente anche in queste si trovavano delle statue delle Dee e ogni divinità aveva un suo altare [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. La statua di Giove era vestita con una tunica adorna di rami di palma e Vittorie (tunica palmata), coperta da una toga purpurea ricamata d’oro (toga picta, palmata), lo stesso abbigliamento dei generali che celebravano il trionfo per i quali è anche riportata l’usanza di colorarsi il corpo e il viso di rosso [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. Le travature del tetto erano in legno e sulla cima del timpano si trovava un gruppo scultoreo in terracotta con Giove in quadriga sempre di Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], rimpiazzato ne 296 aev da uno in bronzo [Liv. X, 23, 12]. Gli angoli del tetto erano decorati con figure in terracotta, tra cui sicuramente una statua di Summanus ‘in fastigio’ (un acroterion), la cui testa fu colpita da un fulmine nel 275 aev. [Cic. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. Nel 193 aev gli edili M. Aemilio Lepido e L. Aemilio Paullo vi posero degli scudi dorati [Liv. XXXV, 10].

Nel 179 aev i muri e le colonne furono coperti da un nuovo stucco [Liv. XL, 51, 3] e sulla porta fu posta una copia dell’iscrizione dedicatoria del tempio dei Lares Permarini da parte di L. Aemilio Regillo [Liv. XL, 52]. Nella cella fu posato un pavimento a mosaico [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 185]; nel 142 aev il soffitto fu dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57]. Di fronte alla scalinata di ingresso, nell’area Capitolina, si trovava il grande altare di Giove (ara Jovis), dove veniva offerto un solenne sacrificio all’inizio di ogni anno, in occasione del trionfo e per eventi particolari [Suet. Aug. XCIV; Zonaras VIII, 1; Fest. 285]. All’interno erano custodite moltissime opera d’arte donate da generali romani e nobili stranieri, offerte dedicatorie e trofei di vittorie, il più antico dei quali era una corona d’oro portata dai Latini nel 459 aev [Liv. II, 22, 6]. Il loro numero divenne così grande che nel 179 aev si dovette procedere alla rimozione di alcune di esse [Liv. XL, 51, 3].

Il primo tempio bruciò nell’83 aev. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C. I, 83; 86; Obseq. LVII; Plut. Sul. XXVII; Cassiod. Ad A. 671], assieme alla statua di Giove e ai Libri Sibillini che vi erano conservati in uno scrigno di pietra [Plut. De Iside 71; cfr. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62], ma il tesoro fu messo in salvo a Preneste dal giovane Mario [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 16]. La ricostruzione fu intrapresa da Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], che si dice abbia portato le colonne corinzie bianche in marmo dall’Olympieion di Atene [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], tuttavia una moneta del 43 aev rappresenta colonne in stile dorico. La parte più consistente dei lavori fu assegnata dal Senato a Q. Lutatio Catulo, scelto per sorteggio [Cic. Verr. IV, 69; Var. ap. Gell. II, 10; Lact. De Ira Dei XXII, 6; Suet. Caes. XV]; lo stesso dedicò il nuovo tempio nel 69 aev [Liv. ep. CXCVIII; Plut. Popl. XV; cfr. Plin. Nat. Hist. VII, 138; XIX, 23; Suet. Aug. XCIV] e il suo nome fu inciso sopra l’entrata, dove rimase fino al 69, quando fu sostituito, per volontà del Senato, con quello di Cesare [Tac. Hist. III, 72; Cas. Dio XLIII, 14; cfr. XXXVII, 44]. Il secondo tempio fu costruito sulle fondamenta del primo, di cui aveva le stesse dimensioni, eccetto per il fatto di essere più alto [Tac. Cit.; Val. Max. IV, 4, 11], più costoso e più splendido del precedente [Dion. H. IV, 61]. La grande altezza dell’edificio non era in armonia con lo stilobato e Catulo cercò di rimediare abbassando il livello dell’Area Capitolina, ma ciò non fu possibile a causa della presenza di numerose camere sotterranee (favissae) [Fest. 88; Gell. II, 10]. La struttura era aerostila e il frontone, su cui si trovavano probabilmente statue dorate, fu edificato ‘tuscano more’ [Vitr. III, 3, 35] Il tetto era supportato da aquile ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] e coperto con tegole di bronzo dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. Un denario di Petillio Capitolino del 43 aev mostra la facciata del tempio in cui si possono distinguere Roma in piedi su scudo tra due uccelli, con la lupa e i gemelli a destra [cfr. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. XCIV] e, sull’apex, una statua di Giove in quadriga. All’interno l’antica statua in terracotta fu rimpiazzata da una in oro e avorio che rappresentava Giove seduto in trono, scolpita da un artista greco, forse Apollonio, a imitazione di quella di Zeus a Olimpia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338c]. Catulo dedicò anche una statua a Minerva ‘infra Capitolium’ [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 77; cfr. CIL I², 725; 730 -732 = VI, 30920 – 24; 30928].

I fulmini colpirono frequentemente il Campidoglio causando ingenti danni anche all’edificio [Cic. Cat. III, 19; Div. I, 20; II, 45; Cas. Dio XLI, 14; XLII, 26; XLV, 17; XLVII, 10] e Augusto fu costretto a restaurarlo con grande spesa, forse nel 26 aev. Il tempio è menzionato nei protocolli dei Giochi Secolari [CIL VI, 32323, 9; 29; 70] e fu colpito ancora da fulmini nel 9 aev [Cas. Dio LV, 1] e nel 56 [Tac. Ann. XIII, 24].

Nel 69 il secondo tempio bruciò ancora durante la rivolta dei Vitelliani [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195 – 200]. Fu ricostruito da Vespasiano, sempre sulla stessa pianta, ma con altezza ancora maggiore [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I ; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. Le monete di questo periodo rappresentano un edificio esastilo con colonne corinzie e statue di Giove (cella centrale), Giunone (cella a sinistra) e Minerva (cella a destra) negli spazi centrali tra le colonne, ma differiscono per il numero e la posizione delle figure che sormontano l’edificio: quadrighe, aquile, teste di cavalla e altri oggetti di difficile identificazione [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Dom. 533].

Anche il terzo tempio bruciò nell’80 [Cas. Dio LXVI, 24] e fu restaurato da Domiziano [Suet. Dom. V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. I lavori cominciarono nello stesso anno [Act. Arv. Henzen, cvi. 115 – 116] e la dedica avvenne nell’82 [Cohen, Dom. 230]. La struttura sorpassò le precedenti per magnificenza: era esastila con colonne di ordine corinzio di marmo pentelico, materiale che non fu usato per nessun altro edificio della città [Plut. Popl. XV]. Le porte e le tegole del tetto erano dorate [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; forse vi furono portate quattro colonne di bronzo fatte con i rostri delle navi catturate ad Anzio [Serv. Georg. III, 29]. Il frontone era ornate con bassorilievi e l’apex e il tetto con statue come negli edifici precedenti [Cohen, Dom. 23, 174]. Nei secoli successive Ammiano [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] e Ausonio [Clar. Urb. XIX, 17] ne scrissero con ammirazione.

La distruzione dell’ultimo tempio iniziò nel V sec. quando Stilicone asportò i pannelli dorati delle porte [Zos. V, 38]. Genserico portò via metà delle tegole [Procop. B. Vand. I, 5], ma nel VI secolo era ancora ritenuto una delle meraviglie del mondo [Cassiod. Var. VII, 6]. Nel 571. Il generale bizantino Narsete asportò le statue, o almeno la maggior parte di esse [Chron. Min. I, 336 (571]. Nel XII secolo una bolla di papa Anacleto I si riferisce ancora al tempio, ma successivamente non se ne ebbero più notizie.

Gli scavi archeologici (Ann. d. Inst. X, 865, 382; 1876, 145 – 172; Mon. d. Inst. VIII, pl. 23, 2; X pl. 30 a; BC 1875, 165 – 189; 1876, 31 – 34; Bull. d. Inst. 1882, 276, NS 1896, 161; 1921, 38), hanno permesso di ricostruire la pianta del tempio che rimase immutata durante i vari rifacimenti. L’edificio era quasi quadrato e orientato a sud-est. Lo stilobato era forse di muri paralleli larghi 5.6 m in blocchi di tufo senza malta, affondati nel terreno. Resti considerevoli ne sono visibili nei Musei Capitolini, in Palazzo Caffarelli, l’altezza dei blocchi è di 4 – 5 m. Il rapporto tra la larghezza della cella centrale e quello delle laterali era di 4/3. La lunghezza dello stilobato, esclusa la parte che si estendeva nell’area capitolina, di cui non si sa nulla, era di 55 m e quella del lato più lungo, di 60 m (Mitt. 1889, 249; CR 1902, 335-336; NS 1907, 362; AA 1914, 75-82). Se ci si affida alle informazioni lasciateci da Vitruvio e Dionigi di Alicarnasso [Vitr. III, 3, 5; Dion. H. IV, 61], il lato più lungo doveva essere di 61.4 o 59.77 m, quello corto di 56.98 o 55.6 m.

Il tempio era esastilo con tre file di colonne sul fronte e una sola ai lati, la distanza tra le colonne corrispondeva alla differenza in larghezza tra le celle. Considerando che la base delle colonne aveva un diametro di 2.23 m e che lo spazio tra di esse era di 11.12 m o 8.9 m, la cella doveva essere di 27.81 m2 (100 piedi quadrati). Della soprastruttura rimangono solo frammenti in marmo pentelico (NS 1897, 60), benchè i diari degli scavi riportino che furono trovati vari resti di cornici e fregi (LR 300-301 ; BC 1914, 88-89)

Il tempio di Giove Ottimo Massimo era il centro della vita religiosa dello Stato romano durante la Repubblica e l’Impero ed aveva grande importanza politica: i consoli vi offrivano un sacrificio quando entravano in carica, il Senato vi si riuniva in assemblee solenni, era la destinazione delle processioni trionfali, l’archivio dei documenti relativi alle relazioni estere. Era il simbolo della sovranità, del potere e dell’immortalità di Roma. (Rosch. II, 720 – 739; Jord. I, 2, 94 – 95).

L’introduzione del culto di Juppiter Optimus Maximus, segnò un punto di svolta nella religione e nella sfera politica romana, che fu messo in evidenza anche attraverso la legge sacra che imponeva di infiggere ogni anno, alle Eidus di Settembre, un chiodo (clavis annalis [Fest. 56]) nella parete che divideva la caella di Juppiter da quella di Minerva per segnare il trascorrere degli anni. Questa usanza, probabilmente di origine etrusca, sottolineava il potere di Giove sul tempo e sul destino di Roma e, sostanzialmente sanciva un nuovo inizio della sua storia.

In origine, probabilmente prima che il consolato divenisse una magistratura stabile, tale incarico spettava la praetor maximus, la massima autorità politica della città, successivamente passò ai consoli, tuttavia ben presto tale usanza cadde nell’oblio, suscitando l’ira degli Dei. Per questo motivo fu creato un dictator che aveva come unico compito quello di compiere tale rito: dictator clavi fingendi causa [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Romani, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio. Questa celebrazione avveniva solo per i Ludi Romani e per i Ludi Plebei ed era ciò che li rendeva giochi sacri in senso proprio [Cas. Dio. LI, 1, 2]. Nella dialettica tra il culto di Giove Capitolino e quello di Giove Latiare e tra Ludi Romani e Feriae Latinae, l’epulum jovis era la controparte del banchetto sacro che si svolgeva sul monte Albano. Anziché i rappresentanti delle città latine, a Roma erano presenti i senatori, coloro che, in ultima istanza, si dividevano l’imperium dato da Giove (gli auspicia imperii che, fin dall’età monarchica, erano nelle mani dei senatori, come dimostra la formula che sancisce l’inizio dell’interregnum: auspicia ad patres redeunt) e che ne demandavano l’esercizio ai magistrati.

In tempi più antichi l’epulum era sotto la responsabilità dei pontefici, poi, nel 196 aev, fu istituita il collegio degli epulones, membri della gerarchia sacerdotale [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 segg], che avevano il compito di indire e organizzare l’epulum Iovis [Fest. 78; Cic. Orat. III, 19, 73], i pontefici mantennero comunque la supervisione sulla cerimonia come sulle altre attività che si svolgevano nel periodo dei giochi, al fine di individuare errori che avrebbero reso necessaria un’espiazione [Cic. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. All’inizio erano 3, ma il loro numero fu gradualmente aumentato fino a 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Poichè, col nome di Epulum Iovis, questa ricorrenza compare solo nei calendari epigrafici di epoca imperiale [cfr. Cas. Dio. XLVIII, 52], e alcuni accenni nelle fonti antiche farebbero pensare che ci fosse solo un Epulum Iovis durante l’anno (nei calendari di epoca imperiale ne sono menzionati due, uno in occasione dei Ludi Romani in September, l’altro in occasione dei Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], è stato ipotizzato che in età repubblicana l’epulum dei Giochi Romani non fosse dedicato a Giove, ma forse a Minerva [Menol. Val. CIL I, 359] o alla Triade Capitolina, poichè comunque tutte le divinità della triade partecipavano al banchetto; in seguito, per influenza dell’epulum Iovis dei Ludi Plebei, anche questo epulum fu dedicato a Giove, pur restando la partecipazione delle altre Dee.

Il giorno stabilito, dopo che si erano svolti i sacrifici in onore della Triade Capitolina, le carni erano consumate in un solenne banchetto a cui partecipavano i senatori [Gel. XII, 8], che godevano dello jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], e anche donne [August. C. D. VI, 10], davanti alle statue degli Dei [Cas. Dio. LIV, 4]: secondo l’uso romano, Giove era sdraiato su un triclinio, mentre Giunone e Minerva, sedute [Val. Max. II, 1, 2]. Generalmente in queste occasioni venivano cantati inni agli Dei che esaltavano anche le azioni degli uomini [Cic. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; si svolgevano anche libagioni [Cic. Har. Resp. X], poichè il simbolo degli epulones era la patera. Con l’andar del tempo a questo collegio rimase solo il compito di cantare gl’inni religiosi. Il popolo riceveva le carni degli animali sacrificati e le poteva consumare su tavole approntate nel Foro [Liv. XXXIX, 46], in caso di mal tempo, venivano issate delle tende, ma era ritenuto un cattivo auspicio. Stando a Dionigi di Alicarnasso che parla di un epulum alla presenza di simulacri divini, non specificando l’occasione in cui si svolgeva, le tavole su cu si mangiava erano di legno e le stoviglie semplici, di terracotta; venivano consumati frutta e focacce e si svolgevano libagioni [Dion. H. II, 23].

In questo giorno il praetor maximus, o un altro magistrato, conficcava un chiodo nel muro del tempio, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], retaggio di un’usanza di origine etrusca, di cui troviamo traccia nel tempio della Dea Northia a Volsini [Liv. VIII, 3], divinità assimilabile alla Fortuna romana [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 segg.]

 

Feriae Jovis

The idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep to Jupiter, such a practice would be sent to Rome, in fact during the Eidus, a solemn procession led by the flamen Dialis, priest consecrated to the worship of Jupiter, went up to the Capitol to sacrifice a sheep, said Idulis Iovis, to Jupiter [Mscr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Traditionally on this day he remembers the dedication of the great temple on the Capitoline Hill to Juppiter, Juno and Minerva, the Capitoline Triad.

The temple was voted by Tarquinio Prisco during a battle with the Sabines, but most of the work was done by Tarquinius Superbus, who arrived almost complete. Roman historians report that were present on the hill altars and fana consecrated to various gods, so it was necessary that the augurs did a liberation rite for the site to allow a new consecration: almost all the gods agreed to leave, except for Terminus and Juventas when their altars were incorporated in the new temple [CIC. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55-56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

The dedication of the building happened to Eid. Sept. of 509 BCE, the first year of the Republic by the consul Horatius Pulvillus, chosen by lottery [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; CIC. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; see. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

The original structure was probably built with tuff taken from the slopes of the Capitol and legend has it that, during the excavation of the foundations were found a human head looking intact [Liv. I, 55, 5]: etruscan people interpreted this as an auspicious omen of the future Roman rule the world [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

The aedes had three cellae side by side: the central one was dedicated to Jupiter and contained a statue of the God who was holding Lightning terracotta work of the artisan Vulca Etruscan Veii, on holidays his face was painted red [Ov. Fast. I, 201-202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111-112; XXXV, 157]. The cell on the right was dedicated to Minerva [Liv. VII, 3, 5] and the left in Juno Regina [CIL VI 32329, 9]; probably even these were statues of goddesses and each deity had its altar [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. The statue of Jupiter was dressed in a tunic adorned with palm branches and Victories (tunica palmata), covered by a purple toga embroidered with gold (toga picta, palmata), the same clothing of the generals who celebrated the triumph for which also reported the custom color of the body and face of red [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. The beams of the roof were made of wood and on top of the gable was a terra cotta sculpture with Jupiter chariot always Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], replaced it in 296 BCE by a bronze [Liv. X, 23, 12]. The corners of the roof were decorated with terracotta figures, including a statue of Summanus definitely ‘in pediment’ (a acroterion), whose head was struck by lightning in 275 BCE. [CIC. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. In front of the staircase entrance, in the Capitoline, he was the great altar of Jupiter (Jovis ara), where he was offered a solemn sacrifice at the beginning of each year, on the occasion of the triumph and for special events [Suet. Aug. xciv; Zonaras VIII, 1; Fest. 285].

The first temple burned in 83 BCE. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C., 83; 86; Obseq. LVII; Plut. On. XXVII; Cassiod. To A. 671], together with the statue of Jupiter and the Sibylline Books that were preserved in a stone casket [Plut. De Isis, 71; see. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62]. The reconstruction was undertaken by Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], which is said to have brought the white marble Corinthian columns from Athens Olympieion [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], but a coin of 43 BCE is Doric columns. The second temple was built on the foundations of the first, of which had the same dimensions, except for the fact to be higher [Tac. Cit .; Val. Max. IV, 4, 11], most expensive and most beautiful of the previous [Dion. H. IV, 61]. The great height of the building was not in keeping with the stilobato Catulo and tried to remedy by lowering the level of the Area Capitolina, but this was not possible due to the presence of numerous underground chambers (favisses) [Fest. 88; Gell. II, 10]. The structure was aerostila and the pediment, which were probably the golden statues, was built ‘tuscano blackberries’ [Vitr. III, 3, 35] The roof was supported by eagles ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] and covered with tiles of gilded bronze [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. A denarius of Petillio Capitoline 43 BCE shows the facade of the temple in which we can distinguish Roma standing on shields between two birds, with the wolf and twins on the right [see. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. xciv] and, sull’apex, a statue of Jupiter in the chariot. Inside the ancient terracotta statue was replaced by a gold and ivory representing Jupiter seated on a throne carved from a greek artist, perhaps Apollonius, in imitation of that of Zeus at Olympia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338C].

In 69 AD the second temple burned again during the revolt of Vitellians [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195-200]. It was rebuilt by Vespasian, always on the same plant, but with even greater height [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. The coins of this period are a hexastyle building with Corinthian columns and statues of Jupiter (the central cell), Juno (left cell) and Minerva (cell to the right) in the central area between the columns, but differ in the number and location of figures that surmount the building: chariots, eagles, heads of horse and other items of identification difficult [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Sun 533].

The third temple burned in 80 [Cas. Dio LXVI, 24] and was restored by Domitian [Suet. Sun V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. Work began in the same year [Act. Arv. Henzen, cvi. 115-116] and the dedication took place in 82 [Cohen, Sun 230]. The structure surpassed the previous magnificence was hexastyle with Corinthian columns of Pentelic marble, a material that was not used for any other building in the city [Plut. Popl. XV]. The doors and the roof tiles were golden [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; perhaps they were brought four bronze columns made with beaks of the ships captured at Anzio [Serv. Georg. III, 29]. The pediment was decorated with bas-reliefs and the apex and the roof with statues like in the earlier buildings [Cohen, Sun 23, 174]. In the centuries following Ammianus [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] and Ausonius [Clar. Urb. XIX, 17] they wrote with admiration.

The destruction of the last temple began in the fifth century. when Stilicho carried off the golden panels of doors [Zos. V, 38]. Genserico took away half of the tiles [Procop. B. Vand. I, 5], but in the sixth century was still considered one of the wonders of the world [Cassiod. Var. VII, 6]. In 571. The Byzantine general Narses carried off the statues, or at least most of them [Chron. Min. I, 336 (571]. In the twelfth century a bull of Pope Anacleto I still refers to the temple, but then did not had more news.

The temple of Jupiter Optimus Maximus was the center of religious life of the Roman state during the Republic and the Empire and had great political importance: the consuls were offering a sacrifice when you came into office, the Senate met there in solemn assemblies, was the destination of the triumphal processions, the archive of documents relating to foreign relations. It was the symbol of the sovereignty, power and immortality of Rome. (Rosch. II, 720-739; Jord. I, 2, 94-95).

The introduction of the cult of Jupiter Optimus Maximus, marked a turning point in religion and in politics Roman, which was also highlighted through the sacred law that required it to fix each year, the Eidus of September, a nail (clavis annalis [Fest. 56]) in the wall that divided the Caella of Jupiter from that of Minerva to mark the passing of the years. This custom, probably of Etruscan origin, stressed the power of Jupiter on time and on the fate of Rome and essentially sanctioned a new beginning of its history.

Originally, probably before the consulate became a stable judiciary, that office was up the praetor maximus, the highest political authority in the city, then passed to the consuls, but quickly such custom was forgotten, provoking the anger of the gods. For this reason it was created a dictator who had the sole task to perform this ritual: dictator clavi fingendi because [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28]

 

Epulum Jovis

During the Roman Games and Ludi Plebei, he was celebrated a solemn sacrificial banquet in the Capitol. This celebration was what made these sacred games in the strict sense [Cas. Dio. LI, 1, 2]. In the dialectic between the worship of Jupiter and Jupiter Latiare and between Roman Games and Feriae Latinae, the Epulum jovis was the counterpart of the sacred banquet that took place on Mount Albano. Instead representatives of Latin cities, in Rome was attended by senators, those who, ultimately, were divided the imperium given by Jupiter (the auspicia empires that, from the age of the monarchy, were in the hands of the senators, as evidenced by the formula that marks the beginning of interregnum: auspicia ad patres redeunt) whose action they gave to the magistrates.

In ancient times the Epulum was under the responsibility of the pontefices, then, in 196 BCE, was established the College of epulones, members of the priestly hierarchy [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 ff], which were designed to hold and organize the Epulum Jovis [Fest. 78; CIC. Orat. III, 19, 73], the pontifices, however, maintained the supervise on the ceremony as well as on other activities that took place during the period of the games, in order to detect errors that would have required an atonement [CIC. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. At first they were 3, but their number was gradually increased to 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Since, under the name of Epulum Jovis, this event will only appear in the calendars of the imperial era epigraphic [see. Cas. Dio. XLVIII, 52], and a few references in ancient sources would think that there was only a Epulum Jovis during the year (in the calendars of the imperial era are mentioned two, one at the Roman Games in September, the other in during the Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], it has been suggested that in the Republican era the Epulum of the Romans Games was not dedicated to Jupiter, but perhaps to Minerva [menol. Val. CIL I, 359] or to the Capitoline Triad, as however all the gods of the triad attended the banquet; later, because of the influence of the epulum Iovis in the Ludi Plebei, also this Epulum was dedicated to Jupiter, while remaining the participation of other goddesses.

On the appointed day, after they had carried out the sacrifices in honor of the Capitoline Triad, the meats were consumed in a solemn banquet attended by the senators [Gel. XII, 8], who enjoyed the jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], (also women could be present [August. CD VI, 10]), before the statues of the gods [Cas. Dio. LIV, 4]: according to the roman habit Jupiter was lying on a triclinium, while Juno and Minerva, sitting [Val. Max. II, 1, 2]. Usually on these occasions they were sung hymns to the gods, may be extolling the actions of men [CIC. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; libations were made [Cic. Har. Resp. X], as the symbol of epulones was the patera. With the passage of time in this college remained only the task of singing religious hymns.

Common people received the meat of sacrificed animals and could consume on tablets prepared in the Forum [Liv. XXXIX, 46], in case of bad weather, they were hoisted tents, but it was considered a bad omen.

On this day the praetor maximus, or other officer, jabbed a nail in the wall of the temple, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], the legacy of a custom of Etruscan origin, of which there were traces in the temple of the Goddess Northia to Volsini [Liv. VIII, 3], deity comparable to Roman Fortuna [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 et seq.]

 

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Titus AR Cistophoric Tetradrachm. Ephesus, AD 80-81. Laureate head right / Tetrastyle Temple of Jupiter Optimus Maximus, enclosing figures of Juno, Jupiter seated, and Minerva. RIC 515 (R); RPC 860

NON. SEPT. (5) F

Jovi Statori

Secondo la tradizione, un primo luogo di culto dedicato a Juppiter Stator, sarebbe stato dedicato da Romolo, durante la guerra contro i Sabini, mentre l’esercito romano veniva respinto dalla valle del foro lungo le pendici del Palatino fino alla Porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 6; 41, 4; Tac. Ann. Ann. XV, 41; Serv. Aen. VIII, 635; 640; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50; Flor. I, 1, 13; Aurel. Vict. De vir. Ill. II, 8; Cic. Catil. I, 13, 33]: alcune fonti non parlano di un tempio, bensì di un fanum [Liv. X, 37, 15; Cic. Catil. I, 13, 33], quindi di un luogo di culto recintato, ma all’aperto. La sua localizzazione e la data della dedica non sono noti, benché alcuni propendano per il Eid. Jan [Cal. Philoc.], oppure il 27° dello stesso mese.

Nel 294 aev, il console M. Atilius Regulus formulò un voto simile a quello di Romolo in un momento critico di una battaglia contro i Sanniti e, immediatamente dopo la vittoria costruì un tempio a Juppiter Sator [Liv. X, 36, 11; 37, 15] forse sul luogo in cui sorgeva l’antico fanum. La sua esatta ubicazione è incerta, ma doveva trovarsi sulle pendici del colle Palatino che guardavano il Foro, nei pressi di un’antica porta [Ov. Fast. VI, 794; Trist. III, 1, 32; Dion. H. II, 50; Plut. Cic. XVI; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. B. C. II, 2], nella Regio IV. In un rilievo è rappresentato come esastilo, di ordine corintio e rivolto al clivio Palatino.

Cicerone vi riunì il Senato, cosa non inusuale sembra [Cic. Cat. II, 12; Plut. Cic. XVI] e vi era conservato un inno liturgico compost da Livio Andronico [Liv. XXVII, 37, 7 – 8]. Ovidio dà come data della dedica il 27° Jan, [Ov. Fast. VI, 793] ma essa si riferisce probabilmente ad un restauro, poiché il calendario di Anzio porta il 5° Sept [ILLRP 9]. Il tempio viene menzionato in iscrizioni dell’età imperiale [CIL VI, 434 – 435], fino al IV sec.

Un secondo tempio, costruito assieme a quello di Juno Regina e al Porticus Metelli, fu dedicato da Q.  Caecilius Metellus Macedonicus dopo il suo trionfo del 146 aev. [Vell. I, 1, 3]. Era chiamato anche aedes Iovis Metellina [Fest. 363] e aedes Metelli [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 40; CIL VI, 8708]. Si trovava all’interno del Prticus Metelli [Vitr. III, 2, 5], vicino al circus Flaminius [Macr. Sat. III, 4, 2; Hemer. Urb., CIL I2, 252; 339], in un area che oggi è al di sotto della chiesa di S. Maria in Campitelli, a est del tempio di Juno. Gli storici romani affermano che Metello fu il primo a costruire un tempio interamente in marmo, tale affermazione si riferisce probabilmente ad entrambi gli edifici sacri. Di fronte al tempio di Giove, Metello fece porre la statua equestre di Alessandro Magno scolpita da Lisippo [Fest. 363; Plin. Nat. Hist. XXXVI, 24; 34; 40]. Secondo Vitruvio [Vitr. III, 2, 5] il tempio fu costruito dall’architetto Hermodoro of Salamina ed era un esempio di periptero con sei colonne sul fronte e undici sul lato. Lo spazio tra le colonne era uguale a quello tra le colonne e il muro della cella; tra le decorazioni vi erano la rappresentazione di una lucertola e una rana (σαύρα, βάτραχος), da cui sorse la leggenda che gli architetti fossero due spartani Saurus and Batrachus e inoltre che le decorazioni dei templi di Juno e Juppiter fossero state invertite per un errore degli operai, per cui le statue delle divinità si trovavano nel posto sbagliato [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 42 – 43].

Dopo il 14 aev. Augusto ricostruì il Porticus Metelli, o lo rimpiazzò col Porticus Octaviae e restaurò anche il tempio che divenne forse noto come aedes Iovis porticus Octaviae [CIL VI, 8708]. I templi di Juno e Juppiter sono rappresentati su un frammento (33) della Mappa di Marmo: il primo come esastilo prostilo, il secondo come esastilo e periptereo, ma con dieci colonne sul lato anziché undici, differenza che può essere dovuta al restauro di Augusto. Un ulteriore restauro avvenne sotto l’imperatore Severo.

Le rovine dei due templi sono oggi, per la maggior parte, inglobate nelle case di Via di S. Angelo in Pescheria.

 

Jovi Statori

According to tradition, the first place of worship dedicated to Jupiter Stator, was dedicated by Romulus, during the war against the Sabines, while the Roman army was dismissed from the downstream of the orifice along the slopes of the Palatine to Porta Mugonia [Liv. I, 12, 3-6; 41, 4; Tac. Ann. Ann. XV, 41; Serv. Aen. VIII, 635; 640; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50; Flor. I, 1, 13; Aurel. Vict. De vir. Ill. II, 8; Cic. Catil. I, 13, 33]: some sources do not speak of a temple, but a fanum [Liv. X, 37, 15; Cic. Catil. I, 13, 33], so a fenced place of worship, but outdoors. Its location and the date of the dedication are not known, although some propendano for Eid. Jan [Cal. Philoc.], Or the 27th of the same month.

In 294 BCE, the consul M. Atilius Regulus formulated a similar rating to that of Romulus at a critical moment of a battle against the Samnites and, immediately after the victory he built a temple to Jupiter Sator [Liv. X, 36, 11; 37, 15], perhaps on the site of the ancient fanum. Its exact location is uncertain, but it had to be located on the slopes of the Palatine hill watching the Forum, near the old port [Ov. Fast. VI, 794; Trist. III, 1, 32; Dion. H. II, 50; Plut. Cic. XVI; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. B. C. II, 2], in Regio IV. In a relief it is represented as hexastyle, of Corinthian order and turned to Clivio Palatine.

Cicero he rejoined the Senate, which is not unusual seems [Cic. Cat. II, 12; Plut. Cic. XVI] and there was preserved a liturgical hymn compost from Livius Andronicus [Liv. XXVII, 37, 7 – 8]. Ovid given as the date of the dedication the 27th Jan, [Ov. Fast. VI, 793] but it probably refers to a renovation, since the calendar of Anzio brings the 5th Sept [ILLRP 9]. The temple is mentioned in the imperial age inscriptions [CIL VI, 434-435], until the fourth century.

A second temple, built together with that of Juno Regina and the Porticus Metelli, was dedicated by Q. Caecilius Metellus macedonicus after his triumph in 146 BCE. [Vell. I, 1, 3]. It was also called aedes Iovis Metellina [Fest. 363] and aedes Metelli [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 40; CIL VI, 8708]. He was inside the Prticus Metelli [Vitr. III, 2, 5], near the circus Flaminius [MACR. Sat. III, 4, 2; Hemer. Urb., CIL I2, 252; 339], in an area which is now below the church of S. Maria in Campitelli, east of the Temple of Juno. Roman historians say that Metellus was the first to build an entirely of marble temple, that statement probably refers to both the sacred buildings. In front of the temple of Jupiter, Metellus had he placed the equestrian statue of Alexander the Great sculpted by Lysippos [Fest. 363; Plin. Nat. Hist. XXXVI, 24; 34; 40]. According to Vitruvius [Vitr. III, 2, 5], the temple was built by Hermodoro of Salamina and was an example of peripteral with six columns on the front and eleven on the side. The space between the columns was equal to that between the columns and the wall of the cell; among the decorations there were the representation of a lizard and a frog (σαύρα, βάτραχος), from which arose the legend that architects were two Spartans Saurus and batrachus and also that the decorations of the temples of Juno and Jupiter had been reversed to an error workers, for which the statues of the gods were in the wrong place [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 42-43].

After 14 BCE. Augustus rebuilt the Porticus Metelli, or replaced it with Porticus Octaviae and also restored the temple that became perhaps known as aedes Iovis porticus Octaviae [CIL VI, 8708]. The temples of Jupiter and Juno are represented on a fragment (33) Map of Marble: the first as hexastyle prostyle, the second as hexastyle and periptereo, but with ten columns on the side instead of eleven difference may be due to the restoration of Augustus. Another restoration took place under the Emperor Severus.

The ruins of the two temples are now, for the most part, incorporated in the houses of Via di S. Angelo in Pescheria.

 

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GORDIAN III (238-244). Denarius. Rome. Obv: IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG.  Laureate, draped and cuirassed bust right. Rev: IOVIS STATOR.  Jupiter standing facing, head right, with sceptre and thunderbolt. RIC 112.

II NON. SEPT. (4) C – XII KAL. OCT. (19) C

Ludi Romani

I Ludi Romani o Magni erano la principale manifestazione di questo genere fissata nel calendario. Erano indetti in onore di Giove [Fest. 122]. Secondo la tradizione storiografica, furono fondati da Tarquinio Prisco in occasione della conquista della città di Apiolae [Liv. I, 35, 9], oppure nel primo secolo della Repubblica, dopo la vittoria del Lago Regillo sui Latini [Dion. H. VII, 71; Cic. Div. I, 26, 55], ma è più probabile che siano stati istituiti nel primo anno dopo la cacciata dei re, in occasione della dedica del tempio di Giove Ottimo Massimo, alle Eid. Sept. del 509 aev. e che all’origine si svolgessero solo in questo giorno. Secondo la tradizione riportata da Livio, fu in occasione dei primi Ludi voluti da Tarquinio Prisco, che furono innalzate le prime strutture permanenti nel Circo Massimo, affinchè i cittadini potessero assistere alle gare ippiche [Liv. I, 35, 9].

Il periodo in cui si svolgevano questi spettacoli, subito dopo la fine delle campagne militari e prima dei riti con cui erano purificate le armi e le truppe, fa pensare che, in epoca arcaica, la loro istituzione sia avvenuta per esaudire un voto fatto dai comandanti a Giove, perché preservasse la città di Roma da particolari pericoli delle campagne militari e perché garantisse la prosperità dello Stato e che si svolgessero dopo il trionfo, la cui processione saliva fino al tempio capitolino, o anche in caso che non fosse celebrato. In origine non si trattava di una festività ripetuta annualmente, ma indetta ogni volta che fosse stato ritenuto opportuno, solo in un’epoca che non possiamo identificare, ma anteriore al IV sec. aev., i giochi divennero annuali, tuttavia rimasero ancora per molto tempo ludi “eccezionali”, non regolarmente inseriti nel calendario [Liv. I, 35, 9]. È probabile che la designazione di Ludi Magni, riguardasse questi ludi votivi, mentre il nome di Ludi Romani fu assegnata in seguito, quando divennero una festa fissa del calendario, gli autori antichi usano spesso i due nomi come sinonimi [Cic. Rep. II, 20, 35; Ver. I, 10, 31; Fest. 122; PsAsc. pgg. 142 – 3 Or.; Liv. VIII, 40, 2]. Altri nomi con cui erano definiti sono Ludi Stati [Liv. X, 47, 7; XXV, 2, 8] e Ludi Votivi [XXII, 9, 10; XXII, 10, 7; XXVII, 33, 8; XXXVI, 2, 2; XXXIX, 22, 2; Suet. Aug. XXIII].

I Ludi Romani non appaiono in lettere maiuscole nei calendari epigrafici, per cui è stato ipotizzato che vi siano stati introdotti subito dopo il periodo monarchico, o comunque in un’epoca molto antica, prima del 491 aev (Livio ne menziona la celebrazione in quest’anno per la prima volta [Liv. II, 36], tuttavia non fa alcun riferimento alla loro istituzione, il che lascia intendere che fosse anteriore a questa data); nel 322 aev, sono menzionati per la prima volta come festività fissa [Liv. VIII, 40, 2], ma probabilmente divennero feriae stativae dal 367 aev, quando la loro organizzazione passò agli aediles curules, magistratura nata proprio in questa occasione per presiedere alla loro organizzazione, anche se la celebrazione spettava sempre ai consoli.

All’inizio la durata era di un solo giorno (le Eidus Sept.); un secondo fu aggiunto dopo la cacciata dei re [Dion. H. VI, 95], un terzo dopo la secessione della plebe (494 aev) [Liv. VI, 42, 12] e un quarto alla fine delle ostilità tra patrizi e plebei nel 367 aev [Plut. Camil. XLII]. Furono poi portati a dieci giorni tra il 191 e il 171 aev [Liv. XXXVI, 2,; XXXIX, 22, 1; Mommsen, Röm. Forsch. 2, 54] e, subito prima della morte di Cesare, ne duravano quindici [Cic. Ver, 1,10; 31], dal 5° al 19° Sept. Un sedicesimo giorno fu infine aggiunto dopo la morte di Cesare [Cic. Phil. II, 43, 110], probabilmente il 4° Sept. [Cic. Verr. II, 52, 130], cosicché l’ultimo giorno fosse sempre il 19° Sept. [CIL I, 401]. Durante questo periodo si svolgevano anche l’Epulum Jovis (13° Sept.) e la Equitum Probatio (14° Sept.). La celebrazione di questi Ludi era nelle mani, dapprima dei consoli, poi degli edili curuli, a sottolinearne la connotazione essenzialmente patrizia.

Questa celebrazione era composta da un solenne processione, pompa, che partendo dal Campidoglio, attraversava il Foro, il Velabro, il Foro Boario ed entrava nel Circo dalla Porta Pompae. Era guidata dai magistrati che si occupavano dei giochi che procedevano su una biga, abbigliati come trionfatori (con la trabea e la toga praetexta), indossando una corona d’oro [Juv. X, 35 – 42]. Quindi seguivano i giovani, prima i cavalieri in squadroni ordinati a cavallo, poi coloro destinati a militare nella fanteria, anch’essi in gruppi ordinati e gli aurighi, su quadrighe, bighe o su un solo cavallo. Poi venivano i danzatori che indossavano una tunica rossa, fermata da una cintura di bronzo e le armi (danzatori di pyrrhica) e quelli vestiti da satiri e sileni che imitavano e ridicolizzavano i movimenti degli altri, ballando il sicinnis, lanciando lazzi e frasi spiritose. Venivano quindi i suonatori di flauto e di lira. Infine vi erano i sacerdoti, divisi nei loro collegia e le immagini degli Dei, portate o sulle spalle degli uomini, o su carri detti tonsae [Dion. H. VII, 72]. Alla fine della processione, i magistrati e i sacerdoti sacrificavano dei tori [Dion. H. Cit.].

In seguito si svolgevano gare di quadrighe guidate da un auriga e un guerriero che, alla fine della competizione, correva a piedi [Dion. H. VII, 72], pratica peculiare dei Ludi Romani. Vi erano altre competizioni a cavallo in cui si cimentavano i desultores, atleti che saltavano dai carri o dai cavalli per competere a piedi, simili ai membri della cavalleria greca di Taranto (da cui si pensa che provenga questo tipo di competizione) [Liv. XXIII, 29, 5]. Oltre alle gare ippiche, si svolgevano anche competizioni atletiche di lotta e pugilato [Liv. I, 39; Dion. H. VII, 72] In origine vi era probabilmente solo una competizione per ogni disciplina, a cui partecipavano solo due o tre contendenti [Liv. XLIV, 9, 4], ad esempio le fationes delle corse delle bighe erano, all’inizio, solo due o tre: bianchi, verdi e rossi. Successivamente il loro numero e così anche quello dei partecipanti.  Oltre a questi eventi principali vi erano anche altre competizioni tra giovani a cavallo (lusus trojae) e di lotta. Furono aggiunte danze e spettacoli scenici, dal 364 aev [Liv. XXIV, 43, 7]. I vincitori delle competizioni erano premiati con corone ed indossavano le armi dei nemici sconfitti.

 

Ludi Romani

The Ludi Romani or Magni was the main event of its kind established in the calendar. They were organized in honor of Jupiter [Fest. 122]. According to the historiographical tradition, they were founded by Tarquinio Prisco on the occasion of the conquest of the city of Apiolae [Liv. I, 35, 9], or in the first century of the Republic, after the victory of Lake Regillo over the Latins [Dion. H. VII, 71; Cic. Div. I, 26, 55], but it is more likely to have been established in the first year after the expulsion of the kings on the occasion of the dedication of the temple of Jupiter Optimus Maximus, the Eid. Sept. of 509 BCE. and that the origin would take place only on this day. According to the tradition reported by Livy, it was the occasion of the first Ludi wanted by Tarquinio Prisco, which were built the first permanent structures in the Circus Maximus, so that people could watch the horse races [Liv. I, 35, 9].

The period in which these events took place immediately after the end of military campaigns and before the rites with which weapons and troops were purified, suggests that, in ancient times, setting them up has taken place to fulfill a vow made by the commanders Jupiter, because it would preserve the city of Rome by particular dangers of military campaigns and why would guarantee the prosperity of the state and that would take place after the triumph, whose saliva procession to the Capitoline temple, or even if it was not celebrated. Originally it was not a feast annually repeated, but each time it was called was considered appropriate, only in a time that we can not identify, but earlier than the fourth century. BCE., the games became annual, however, they remained for a long time ludi “exceptional”, not regularly entered in the calendar [Liv. I, 35, 9]. It is likely that the designation of Ludi Magni, concern these ludi votivi, while the name of Ludi Romani was given later, when they became a fixed feast of the calendar, the ancient authors often use the two names interchangeably [Cic. Rep. II, 20, 35; Ver. I, 10, 31; Fest. 122; PsAsc. pgg. 142-3 Or .; Liv. VIII, 40, 2]. Other names by which they were defined are Ludi States [Liv. X, 47, 7; XXV, 2, 8] and Ludi Votive [XXII, 9, 10; XXII, 10, 7; XXVII, 33, 8; XXXVI, 2, 2; XXXIX, 22, 2; Suet. Aug. XXIII].

The Ludi Romani does not appear in capital letters in the epigraphic calendars, so it has been speculated that there have been introduced immediately after the monarchical period, or at least in a very early period, before 491 BCE (Livy mentions the celebration in quest ‘ year for the first time [Liv. II, 36], however, makes no reference to their institution, which suggests that it was prior to this date); in 322 BCE, they are mentioned for the first time as fixed holidays [Liv. VIII, 40, 2], but probably became feriae stativae from 367 BCE, when their organization passed to curules aediles, magistrates born right on this occasion to preside over their organization, although the celebration always belonged to the consuls.

At first the term was only one day (Eidus Sept.); a second was added after the expulsion of the kings [Dion. H. VI, 95], third after the secession of the plebeians (494 BCE) [Liv. VI, 42, 12] and a quarter at the end of hostilities between the patricians and plebeians in 367 BCE [Plut. Camil. XLII]. They were then taken to ten days between 191 and 171 BCE [Liv. XXXVI, 2 ,; XXXIX, 22, 1; Mommsen, Röm. Forsch. 2, 54], and, just before the death of Caesar, it lasted fifteen [Cic. Ver, 1.10; 31], from the 5th to the 19th Sept. A sixteenth day was finally added after the death of Caesar [Cic. Phil. II, 43, 110], probably the 4th Sept. [Cic. Verr. II, 52, 130], so that always the last day was the 19th Sept. [CIL I, 401]. During this period they also held the Epulum Jovis (13th Sept.) and Equitum probatio (14th Sept.). The celebration of these Ludi was in the hands, first of the consuls, then the curule aediles, to emphasize the essentially patrician connotation.

This celebration consisted of a solemn procession, pump, which starts from the Capitol, crossed the Forum, the Velabro, the Foro Boario and entered in the Circus from Porta Pompae. It was led by judges who took care of the games that were proceeding on a chariot, dressed as winners (with trabea and praetexta toga), wearing a golden crown [Juv. X, 35-42]. Then followed the young, before the horsemen in squadrons ordered horse, then those intended for the military in the infantry, and the charioteers themselves in ordered groups of chariots, chariot or a single horse. Then came the dancers who wore a red tunic, stopped by a bronze belt and weapons (of pyrrhica dancers) and those dressed as satyrs and Sileni who imitated and ridiculed the movements of the other, dancing the sicinnis, throwing jokes and witty phrases. After these came the flute and lyre. Finally there were priests, divided in their collegia and the images of the Gods, flow rates or on men’s shoulders, or on these wagons tonsae [Dion. H. VII, 72]. At the end of the procession, the magistrates and the priests sacrificed bulls [Dion. H. Cit.].

Following chariot races took place guided by a charioteer and a warrior who, at the end of the competition, he ran on foot [Dion. H. VII, 72], the peculiar practice of the Romans Ludi. There were other competitions on horseback in which competed the desultores, athletes leaping from their chariots and horses to compete walk, similar to the members of the Greek cavalry of Taranto (which is expected to come this type of competition) [Liv. XXIII, 29, 5]. In addition to the horse races, also they held athletic competitions of wrestling and boxing [Liv. I, 39; Dion. H. VII, 72]. Originally there was probably only a competition for each discipline, they attended only two or three contenders [Liv. XLIV, 9, 4], such as fationes of chariot races were, at first, only two or three: white, green and red. Subsequently their number and thus also that of the participants. In addition to these major events, there were also other competitions between young horse (lusus trojae) and struggle. They were added dances and stage performances, from 364 BCE [Liv. XXIV, 43, 7]. The winners of the competitions were rewarded with crowns and wore the weapons of defeated enemies.

 

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Caracalla augustus, 198 – 217. Sestertius 213, Æ 23.33 g. M AVREL ANTONINVS PIVS AVG BRIT Laureate, draped and cuirassed bust r. Rev. P M TR P XVI IMP II View of the Circus Maximus with its arches, the obelisk, the spina, chariots; in the background, a temple and a colonnade. In exergue, COS IIII P P / S C. C 236. BMC 251 and pl. 75, 4 (this reverse die). RIC 500a.

KAL. SEPT. (1) F

Jovi Tonanti in Capitolio

Un tempio a Giove Tonante fu edificato da Augusto, dopo che un fulmine gli cadde vicino durante una campagna militare in Spagna. L’edificio sacro fu costruito sul colle Capitolino e dedicato alle Kal. Sept. del 22 aev. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. ad Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). Il nome Juppiter Tonans era una traduzione del greco Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], che appare anche traslitterato in latino in due iscrizioni [CIL VI, 432; 2241]. Era famoso per la sua magnificenza [Suet. Cit.]: i muri erano di marmo [Plin. Nat. Hist.  XXXVI, 50] e racchiudeva numerose opera d’arte [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78 – 79]. Augusto lo visitava spesso e, in un’occasione si dice che abbia sognato che Giove si lamentasse che la popolarità del nuovo tempio avesse allontanato i devoti dal grande tempio Capitolino; al che Augusto rispose che Giove Tonante era solo il guardiano delle porte di Giove Capitolino e fece appendere delle campane ai timpani del primo per indicare questa relazione [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. Questo dimostra che il nuovo tempio doveva trovarsi molto vicino all’ingresso di quello più antico e quindi all’angolo sud-est della collina, sopra il foro [cfr. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44 – 46]. Il tempio è rappresentato su alcune monete di Augusto come esastilo con al centro una statua di Giove che in una mano tiene I fulmini e nell’altra lo scettro, forse la riproduzione di una famosa opera di Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in Aventino

Il tempio di Juppiter Libertas (poi chiamato Juppiter Liber) sull’Aventino, probabilmente vicino a quello di Juno Regina, fu originariamente dedicato alle Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov(i) Leibert(ati)]. Restaurato da Augusto, fu ridedicatio alle Kal. Sept.  [Fast. Arv. ad Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Iuppiter Liber]. L’edificio sacro era dedicato a due divinità: Juppiter (probabilmente con l’epiteto Liber) e Libertas. Non conosciamo la data della sua costruzione, ma sembra che sia avvenuta da parte di Ti. Sempronius Gracchus, console nel 238 aev, che l’avrebbe dedicato a Libertas. All’interno vi era un dipinto che celebrava la sua vittoria a Benevento del 214 aev [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. L’edificio è rappresentato sul verso di un denario coniato da Cn. Egnatius Maxumus nel 75 aev. attraverso due colonne della facciata appaiono due statue di culto, identificate ocme Juppiter (contraddistinto dal simbolo del fulmine sul timpano sovrastante) e Libertas (contrassegnata dal pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

L’edificazione di questo tempio avvenne in un periodo di grandi cambiamenti sociali nella Roma repubblicana: durante la guerra contro Annibale, lo stato fu costretto a procedere all’arruolamento di 24000 servi [Val. Max. VII, 6, 1], cui sono da aggiungere 8000 volontari sempre di condizione servile [Liv. XXII, 57, 11]. Fautore di questi arruolamenti fu lo stesso Ti. Sempronoius Gracchus, che sconfisse i carteginesi a Benevento, anche grazie all’apporto di questi combattenti. In cambio del loro servizio nell’esercito romano, i servi furono affrancati e ottennero la cittadinanza romana. Pochi anni dopo, nel 197 aev. durante il trionfo di C. Cornelius Cethegus (a seguito della vittoria sugli Insubri) e nel 194 aev. durante quello di Ti. Flaminius, si videro ancora masse di schiavi affrancati dai generali vincitori [Liv. XXXIII, 23, 1 – 6; XXXIV, 52, 12].

Si spiega in questo contesto la dedica di un tempio a Libertas, divinità tutelare dgli schiavi manomessi. Juppiter Liber appare probabilmente in relazione all’acquisizione della cittadinanza da parte dei liberti e come garante del giuramento che essi prestavano, jusjurandum libertati (la presenza di Juppiter alla cerimonia della manumissio è attestata anche nel santuario di Feronia a Terracina [Serv. Aen. VIII, 564; Plaut. Amph. 460 – 462]). Possiamo anche notare le analogie tra la manumissio e il rito dell’assunzione della toga virilis da parte dei giovani romani (a tale analogia rimanda anche la dedica, nello stesso periodo, di un tempio a Juventas, Dea dei nuovi togati [August. C. D. IV, 11]): gli schiavi che si accingevano alla manumissio, così come i giovani romani, venivano rasati e veniva loro imposto il pilleum bianco [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], simbolo del loro nuovo status, analogo, nella funzione, alla toga pura (è però vero, che coloro che combatterono a Benevento, ricevettero il diritto di indossare, come segno dell’ottenimento della cittadinanza, una toga bianca pretextata e il lorum, un amuleto, simile alla bulla [Liv. Cit.]).

 

Junoni Regina in Aventino

Il tempio sull’Aventino fu votato da Camillo alla Juno Regina di Veio, prima della presa della città, nel 396 aev, e da lui dedicato nel 392 aev [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. All’interno fu posta la statua lignea della Dea proveniente dalla città conquistata, dopo l’evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. VI; Val. Max. I, 8, 3] ed è spesso menzionato in occasione della procuratio di prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cfr XXVII, 37, 7]. Fu ridedicato da Augusto, probabilmente nello stesso giorno del suo dies natalis.

 

Jovi Tonanti in Capitolio

A temple to Jupiter the Thunderer was built by Augustus, after a lightning fell by during a military campaign in Spain. The church was built on the Capitoline Hill, dedicated to Kal. Sept. 22 BCE. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. to Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). The name Jupiter Tonans was a greek translation Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], Which also appears transliterated in Latin inscriptions in two [CIL VI, 432; 2241]. It was famous for its magnificence [Suet. Cit.]: The walls were marble [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 50] and contained numerous art work [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78-79]. Augusto frequently visiting him and, on one occasion is said to have dreamed that Jupiter complained that the popularity of the new temple the devotees had departed from the great Capitoline temple; to which Augustus said that Jupiter Thunderer was only the guardian of the gates of Jupiter and made hanging of the bells to the ears of the first to show this relationship [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. This shows that the temple had to be very close to the entrance of the older one and then at the southeast corner of the hill, above the hole [see. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44-46]. The temple is represented on some coins of Augustus as hexastyle with a central statue of Jupiter in a hand he holds Lightning and in the other a scepter, perhaps playing a famous work of Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in ​​Aventino

The temple of Jupiter Libertas (then called Jupiter Liber) on the Aventine, probably close to that of Juno Regina, was originally dedicated to the Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov (i) Leibert(ati)]. Restored by Augustus, it was re-dedicated to Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Jupiter Liber]. The church was dedicated to two gods: Jupiter (probably with the epithet Liber) and Libertas. We do not know the date of its construction, but it seems to have occurred by you. Sempronius Gracchus, consul in 238 BCE, that would dedicate to Libertas. Inside there was a painting celebrating his victory at Benevento in 214 BCE [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. The building is represented on the reverse of a denarius coined by Cn. Egnatius Maxumus in 75 BCE. through two columns of the facade appear two statues of worship, identified OCME Jupiter (marked with the lightning symbol on the tympanum) and Libertas (marked pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

The construction of this temple took place in a period of great social changes in Republican Rome: during the war against Hannibal, the state was forced to carry out the enrollment of 24000 servants [Val. Max. VII, 6, 1], which is to add more and bondage 8000 volunteers [Liv. XXII, 57, 11]. Proponent of these enlistments was the same Ti. Sempronoius Gracchus, who defeated the Carthageans in Benevento, also thanks to these fighters. In exchange for their service in the Roman army, the servants were freed and obtained Roman citizenship. A few years later, in 197 BCE. during the triumph of C. Cornelius Cethegus (following the victory over Insubri) and in 194 BCE. during one of Ti. Flaminius, they still saw masses of freed slaves from the general winners [Liv. XXXIII, 23, 1-6; XXXIV, 52, 12].

He explains in this context the dedication of a temple to Libertas, tutelary deity dgli tampered slaves. Jupiter Liber appears likely related to the acquisition of citizenship by freedmen and as a guarantor of the oath that they lent, jusjurandum Libertati (the presence of Jupiter in the ceremony of manumissio is also attested in the sanctuary of Feronia in Terracina [Serv. Aen. VIII , 564; Plaut. Amph. 460-462]). We can also note the similarities between the manumissio and the ritual of taking the toga virilis by young Romans (in this analogy also see the dedication, in the same period, of a temple at Juventas, Goddess of the new stipendiary [August. CD IV , 11]): the slaves who were about to manumissio, as well as the young Romans, were shaved and they were told the pilleum white [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], a symbol of their new status, similar in function to the pure toga (it is true that those who fought in Benevento, received the right to wear, as a sign of obtaining the citizenship, a white toga pretextata and Lorum, an amulet, like bulla [Liv. Cit.]).

Junoni Reginae in Aventino

The temple on the Aventine was voted by Camillo to Juno Regina of Veii, before the taking of the city, in 396 BCE, and he dedicated in 392 BCE [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. It was placed inside a wooden statue of the Goddess from the conquered city after Evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. YOU; Val. Max. I, 8, 3] and is often mentioned during the procuratio of prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cf. xxvii, 37, 7]. It was rededicated by Augustus, probably on the same day of his Dies Natalis.

 

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Augustus. Silver Denarius (3.80 g), 27 BC-AD 14. Colonia Patricia(?), ca. 19 BC. CAESAR AVGVSTVS, bare head of Augustus left. Reverse IOV TO[N], hexastyle temple of Jupiter containing statue of the god standing left, holding thunderbolt and scepter. RIC 64; BMC p. 64, note; RSC 180

III KAL. SEPT. (28) C

Soli et Lunae Circenses

Un antico altare dedicato a Sol si trovava all’interno del Circo Massimo [Tac. Ann. XV, 74, 1]; per Tertulliano l’intero Circo era dedicato a Sol [Tert. Spect. VIII, 1] e per questo al suo interno ospitava un Suo tempio sul cui fastigio si trovava una statua che rappresentava il Dio mentre guidava una quadriga [Tert. Spect. IX, 3; Ant. Lat. I, 197, 17]. Secondo Vitruvio il tempio era privo di copertura al centro (hypaethral) così che la statua di culto fosse sotto il cielo (sub divo) come il tempio di Juppiter Fulgur [Vitr. I, 2, 5]. Non sappiamo quando fu edificato, ma l’iconografia di Sol o Luna che guidano una quadriga, risale alla fine del III – inizio del II sec. aev, quindi la data della dedica è plausibilmente collocabile all’inizio del II sec. aev.

Il tempio originale era distilo e si trovava o nella cavea del Circo Massimo, sul pendio dell’Aventino, oppure nella spina [Tert. Spect. VIII, 5; Isid. Orig. XVIII, 31, 1 – 2; Lyd. Mens. I, 12]  (abbiamo una sua immagine in una moneta di Marco Antonio [Babelon Antonia 34. C 12. Sydenham 1168. Sear Imperators 128. Crawford 496/1]), ma fu restaurato in età imperiale divenendo esastilo [Philip. Saec. 248 Cohen V, 138].  Era anche noto come tempio di Sol e Luna e la data della sua dedica era il 28° Sext. [Fast. Praen. Philoc. ad V Kal. Sept., CIL I², 239; 270; 315].

 

Soli et Lunae Circenses

An ancient altar dedicated to Sol was inside the Circus Maximus [Tac. Ann. XV, 74, 1]; Tertullian for the whole circus was dedicated to Sol [Tert. Spect. VIII, 1] and for this inside your home to a temple on whose pediment was a statue representing the God as he drove a chariot [Tert. Spect. IX, 3; Ant. Lat. I, 197, 17]. According to Vitruvius, the temple was without cover in the center (hypaethral) so that the cult statue was under heaven (sub divo) as the temple of Jupiter Fulgur [Vitr. I, 2, 5]. We do not know when it was built, but the iconography of Sol or Luna driving a chariot, from the end of III – beginning of II century. BCE, then the date of the dedication is plausibly be placed at the beginning of the second century. BCE.

The original temple was distylous and was located or in the auditorium of the Circus Maximus, the Aventine hill, or in the plug [Tert. Spect. VIII, 5; Isid. Orig. XVIII, 31, 1-2; Lyd. Mens. I, 12] (we have an image on a coin of Mark Antony [Babelon Antonia 34. C 12. Sydenham 1168. Sear Imperators 128. Crawford 496/1]), but it was restored in the imperial age becoming hexastyle [Philip. Saec. Cohen 248 V, 138]. It was also known as the Temple of Sol and Luna and the date of her dedication was the 28th Sext. [Fast. Praen. Philoc. to V Kal. Sept., CIL I², 239; 270; 315].

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Marcus Antonius. Denarius, castrensis moneta in Italy (?) 42, AR 3.75 g. M·ANTONI – IMP Head of Marcus Antonius r. with light beard. Rev. III – VIR – R·P·C Distyle temple within which radiate head of Sol set on medallion. Babelon Antonia 34. C 12. Sydenham 1168. Sear Imperators 128. Woytek Arma et Nummi p. 558. RBW 1753. Crawford 496/1.

IV KAL. SEPT. (27) NP

VOLTURNALIA

Questo giorno è festivo in onore del Dio Volturnus [Var. L. L. VI, 21; Fest. 379]. Abbiamo pochissimi riferimenti a questa divinità: sappiamo che fu venerata fin da epoca arcaica, poiché possedeva un flamen volturnalis [Var. L. L. VII, 45].

La tradizione ne fa il padre della ninfa Juturna che sposò Janus dopo il suo arrivo nel sito di Roma e regnò poi con lui sul Janiculum [Arnob. Adv. Nat. III, 29]. Questo riferimento e la definizione della sua festività come “sacrificio al fiume Volturno” in un calendario epigrafico [CIL I, 327], hanno fatto pensare ad alcuni studiosi che Volturnus fosse l’antico nome del Tevere (sembra che in epoca arcaica il Tevere, personificato dal Dio Tiberinus [Serv. Aen. VIII, 330], non avesse né un culto particolare, né un flamen; questa identificazione avrebbe colmato tale vuoto), tuttavia questa teoria oggi non è più ritenuta valida.

Altri autori fanno di Volturnus un vento [Liv. XXII, 43, 10 – 11] del sud-est, in greco Euro o Euronoto [Gel. II, 22; Col. II, 2, 65; V, 5, 15], oppure Auster [Lucr. De Rer. Nat. V, 745], particolarmente caldo e violento. Secondo Dumézil, sulla base principalmente di Columella [Col. V, 5, 15] questa festività onorava il vento Volturnus per placarne gli effetti affinché non seccasse i grappoli d’uva prossimi alla vendemmia e gli altri frutti di inizio dell’autunno, compromettendone la raccolta.

Latte riteneva Volturnus il re dei venti, una sorta di Eolo romano.

L’etimologia del nome Volturnus è incerta. Per Latte viene dall’etrusco, in base al nome proprio Velthurna [CIE 426]; per gli antichi si ricollegava al monte Vultur nei pressi di Venosa [Hor. Car. III, 4, 9]

 

Volturnalia

This day is a public holiday in honor of the God Volturnus [Var. L. L. VI, 21; Fest. 379]. We have very few references to this divinity: we know that he was venerated as early as the Archaic period, as had a flamen volturnalis [Var. L. L. VII, 45]. Tradition makes the father of Juturna nymph who married Janus after arriving at the site of Rome and reigned then with him on the Janiculum [Arnob. Adv. Nat. III, 29]. This reference and the definition of its festivities as a “sacrifice to the Volturno river” in a calendar epigraphic [CIL I, 327], they did think of some scholars who Volturnus was the ancient name of the Tiber (it seems that in ancient times the Tiber, personified by the God Tiberinus [Serv. Aen. VIII, 330], had neither a particular cult, nor a flamen; this identification would fill this gap), but this theory is no longer valid.

Other authors think Volturnus a wind [Liv. XXII, 43, 10-11] the southeast, the greek Euro or Euronoto [Gel. II, 22; Col. II, 2, 65; V, 5, 15], or Auster [Lucr. De Rer. Nat. V, 745], particularly hot and violent. According to Dumézil, on the basis primarily of Columella [Col. V, 5, 15] this festival honored the wind Volturnus to appease the effects lest annoyed the grapes next to the vintage and the other fruits of early autumn, compromising the collection.

Latte believed that Volturnus were the king of the winds, a kind of Roman Aeolus.

The etymology of the name is uncertain Volturnus. For Latte it is from the Etruscan, according to its Velthurna name [CIE 426]; for the ancients was connected to Mount Vultur near Venosa [Hor. Car. III, 4, 9]

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Eurus from the wind tower in Athen’s roman agorà

VI KAL. SEPT. (25) NP

OPICONSIVA in Regia

Opi Opiferae in Capitolio

Ops Consiva era il nome della Dea a cui era dedicato questo giorno festivo [Var. L. L. VI, 21]. Si tratta di una divinità molto antica che era già onorata nella regia dei primi re romani [Var. L. L. VI, 21]. Personificava l’abbondanza dei raccolti, da cui il suo nome (da ops derivano copia e opulentia) [Prisc. GLK VII, 321; 322; Fest. 186]. Dumézil ha rilevato la correlazione tra Ops ed altre divinità in ambito indoeuropeo connesse all’abbondanza dei raccolti, il cui nome ha è connesso alla radice che in latino da plenus (pieno, riempito): la germanica Fulla (o Volla che si riallaccia a full) e l’indiana Paramdhi (iranica Paremdi).

Ops era una divinità primigenia, Varrone la identifica con Terra, che fu parte della prima coppia divina Caelum – Terra [Var. L. L. V, 57]. Come Terra era ritenuta Colei che per prima dispensò i cereali agli esseri umani [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10] e quindi “portò aiuto” (opus ferre, da cui l’epiteto Opifera) al genere umano, assicurandogli abbondanza di cibo.

Benché le fonti romane ne facessero la moglie di Saturno, identificandola quindi con Rhea [Var. L. L. VI, 64;  Macr. Sat. I, 10; Fest. 186], l’epiteto consiva la associa a Consus, di cui in origine era forse la paredra. Il fatto che le feste di questi due Dei cadessero a soli quattro giorni di distanza e che fossero i pontefici e le vestali assieme a celebrare i loro culti, avvalora questa ipotesi. Inoltre le due divinità si trovavano ancora associate in un’altra sequenza di feste separate da pochi giorni nel mese di December, quando erano celebrati i Consualia e gli Opalia (vedi December)

Consus presiedeva all’immagazzinamento dei raccolti, Ops, assicurava che essi fossero abbondanti e che garantissero la sopravvivenza della comunità nei mesi invernali, era quindi l’abbondanza immagazzinata della città e colei che teneva lontane le carestie, assicurando che gli uomini avrebbero sempre potuto disporre del grano che donava loro. Ai Volcanalia le si offriva un sacrificio come Opifera, perché, assieme a Quirinus e Vulcanus, proteggesse i magazzini dagl’incendi.

Il suo culto era celebrato nella regia: sappiamo solo che in questo giorno le vestali, coperte dal suffibulum, ed il pontefice massimo, compivano una cerimonia nella parte più recondita dell’edificio [Var. L. L. VI, 21].

La si pregava seduti e toccando il terreno con la mano [Macr. Sat. I, 10] e sappiamo che nel suo culto era usato un contenitore di bronzo dalla bocca larga chiamato perficulum [Fest. 249].

Ops è l’abbondanza che, dopo il raccolto è racchiusa nei granai, è anche una divinità connessa con la regalità, opima infatti sono solo le spolia di un re [Fest. 186; Plut. Rom. XVI, 4 – 5] e il suo culto è celebrato nell’antica casa del rex: Essa così rappresentava la ricchezza, l’abbondanza che doveva dimorare nel penus del re (la parte più recondita della regia) perché egli la potesse distribuire al popolo. Questa Sua regalità spiega forse il legame con Vulcanus, testimoniato dalla posizione calendariale delle feste: secondo un antichissimo ciclo mitico, forse di origine etrusca, Vulcanus (Velans) è padre dei primi re e fondatori di città394, quindi dispensatore della regalità e per questo può essere associato alla ricchezza e all’abbondanza proprie del re. Considerando poi che, in un certo modo è paredro di Vesta (a cui apre associato nel primo lectisternium [Liv. XXII, 10, 9]) e di Maja (vedi sopra), entrambe identificate con Ops, il legame si chiarisce ulteriormente in una sorta di ierogamia.

 

OPICONSIVA in Regia

Opi Opiferae in Capitolio

Ops Consiva was the name of the Goddess who was dedicated this holiday [Var. L. L. VI, 21]. It is a very ancient deity who was already honored as a director of the first Roman king [Var. L. L. VI, 21]. Personified the abundance of crops, hence its name (derived from ops copy and Opulentia) [Prisc. GLK VII, 321; 322; Fest. 186]. Dumézil noted the correlation between Ops and other deities in the field Indo related to the abundance of crops, whose name is connected to the root by plenus (full Latin, filled): Germanic Fulla (Volla or that is linked to full) and the Indian Paramdhi (Iranian Paremdi).

Ops was a primitive deity, Varro identified with the Earth, which was part of the first divine couple Caelum – Terra [Var. L. L. V, 57]. As Earth was considered the One who first dispensed the cereals to humans [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10] and then “brought aid” (opus ferre, from which the epithet opifera) to mankind, assuring plenty of food.

Although the Roman sources they did the wife of Saturn, then identifying it with Rhea [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10; Fest. 186], the epithet consiva generally associated with Consus, which originally was perhaps the paredra. The fact that the parties of these two gods fell just four days away and they were pontiffs and Vestal together to celebrate their cults, supports this hypothesis. Moreover, the two deities were still associated in another sequence of separate parties from a few days in the month of December, when they celebrated the Consualia and Opalia (see December)

Consus presided over the storage of crops, Ops, ensured that they were abundant and that would guarantee the survival of the community in the winter months, so was plenty stored in the city, and the one who kept away famine, ensuring that men could always have the wheat that gave them. Volcanalia to the offered himself as a sacrifice opifera, because, along with Quirinus and Vulcanus, protect the dagl’incendi warehouses.

His cult was celebrated as a director: we only know that on this day the vestal virgins, covered by suffibulum, and the Pontifex Maximus, were making a ceremony in the innermost part of the building [Var. L. L. VI, 21].

The prayers were sitting and touching the ground with his hand [Macr. Sat. I, 10] and we know that in its worship was used a bronze container mouthed called perficulum [Fest. 249].

Ops is the abundance that, after the harvest is enclosed in barns, it is also a deity connected with royalty, opima fact are only the spolia of a king [Fest. 186; Plut. Rom. XVI, 4-5] and his cult is celebrated in the former home of the Rex: It thus represented the wealth, the abundance that was to dwell in penus the king (the innermost part of the director) because he could distribute the to the people. His kingship This perhaps explains the link with Vulcanus, witnessed by calendrical position of parties: according to an ancient myth cycle, perhaps of Etruscan origin, Vulcanus (Velans) is the father of the first king and founder of città394, and dispenser of royalty and this may be associated with wealth and abundance of their king. Considering that, in a certain way is paredro Vesta (which opens in the first associated lectisternium [Liv. Xxii, 10, 9]) and Maja (see above), both identified with Ops, the link is clarified further in a sort of hierogamy.

 

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Pertinax, 1st January – 28th March 193
Sestertius 1st January – 28th March 193, Æ 28.21 g. IMP CAES P HELV – PERTINAX AVG Laureate head r. Rev. OPI DIVIN – TR P COS II S – C Ops seated l., holding ears of corns. C 34. BMC 42. RIC 20. Sear 4054

VII KAL. SEPT. (24) C

Mundus Patet (Dies Religiosus)

Questa data non è segnata nei calendari epigrafici, tuttavia da una glossa di Festo sappiamo che il mundus veniva aperto in tre giorni durante l’anno. Il primo di questi era il 24 Sext., gli altri due giorni erano il 5 Oct. e l’8 Nov [Fest. 154, 156; 258].

Il termine mundus, in latino, indicava l’insieme dei domini che componevano il cosmo: terra, acqua, cielo [Fest. 143; Var. Menip. Fr. 92; 420 apud Prob. Bern. In Verg. Ecl. VI, 31; Hor. Sat. I, 3, 112] oppure il solo cielo, inteso come volta celeste che racchiude il paino terreste [Schol. Bern. Verg. Ecl. III, 105; Var. Menip. Fr. 92 apud Prob. Bern. Verg. Ecl. VI, 31; Var. L. L. VI, 3; Isid. Orig. XIII, 11; Diomed. GLK I, 365, 18; Catul. LXIV, 206; Verg. Georg. I, 240; Tib. III, 4, 17; Enn. Sat. Fr. 10 V apud Macr. Sat. VI, 2]; in tale accezione aveva significato analogo a quello del greco cόσμος [Cic. Tim. XXXV]

In un’altra accezione designava una fossa, probabilmente con una volta circolare la cui parte inferiore era consacrata ai Dii Manes (i rilevamenti archeologici hanno portato alla luce diverse fasi di occupazione continuativa del Monte Palatino, caratterizzati dalla presenza di capanne nei pressi delle quali si trovava una fossa analoga. Anche in ambito etrusco sono state trovate fosse simili, probabilmente fondative404) coperta da una pietra che era rimossa tre volte all’anno [Fest. 154, 156; 128; Macr. Sat. I, 16,17]. Mundus indicava anche gli altari, posti in una buca scavata nel terreno, dedicati alle divinità infere [Serv. Aen. III, 134]. Dall’analogia, con cόσμος, secondo una diversa accezione [Plin. Nat. Hist. II, 4, 8] designava la cassa contenente gli oggetti personali della donna [Fest. 142; Lucil. Fr. XV, 519 – 20 apud Gel. IV, 1, 3 et Non. 214, 17; Dig. XXXIV, 2, 25; Liv. XXXIV, 7, 9] (i suoi strumenti di bellezza) in particolare il corredo della donna sposata [Apul. Met. VI, 1].

L’origine di questo termine è molto incerta, l’ipotesi più probabile è che derivi dall’etrusco mun (legato a una Dea munqu nota da una serie di iscrizioni su specchi in bronzo) che forse indicava il mondo, oppure da mus, terra [Isid. Orig. XX, 3, 4], o alla radice indoeuropea *munth- da cui derivano termini con il significano di terra, ma anche di rotondo, il che renderebbe conto degli usi principali della parola mundus (volta cleste, fossa, altare circolare interrato); benché la reale etimologia sia ancora dibattuta, è comunque innegabile che il significato primario del termine rimandi alla terra, in particolare alla fossa che vi veniva scavata e quindi alla sfera infera.

Secondo Plutarco [Plut. Rom. XI], quando Romolo fondò Roma con rito etrusco, per prima cosa individuò un punto che si trovasse al centro dell’area delimitata dal pomerium; nel testo questo luogo si trovava nel Comitium, lasciando intendere che l’autore greco si riferisce anacronisticamente al pomerium serviano. Qui Romolo scavò una fossa in cui fu depositato tutto ciò che era previsto dal rituale: Plutarco parla solo di primizie dei raccolti e di una manciata di terra che ciascun uomo che venne a formare il primo nucleo di cittadini romani, aveva portato del suo luogo di origine [Plut. Rom. XI]. Ovidio, nei Fast, sempre in relazione alla fondazione della città, parla di una profonda fossa situata sul Palatino in cui furono gettati cereali e terra presa dai dintorni. Il mundus sarebbe poi stato coperto di terra e sopra vi sarebbe stato eretto un altare [Ov. Fast. IV, 821 segg]; questo avrebbe però reso impossibile la sua riapertura.

Da una glossa di Festo apprendiamo invece che esso era coperto da una pietra chiamata lapis manalis, ritenuta la “Porta dell’Orco” perché la sua rimozione permetteva alle anime che risiedevano negli Inferi di “fluire” (manare) verso il mondo superiore; da qui manalis e la definizione di Dii Manes attribuita a queste anime [Fest. 128].

Questi passi sono contraddittori ed è possibile che la ragione stia nel fatto che essi descrivano due luoghi diversi, infatti, dai pochi riferimenti di cui disponiamo, possiamo dedurre che a Roma vi fossero due siti che corrispondono alle descrizioni degli autori antichi.

Il primo era denominato Roma Quadrata [Fest 258; Var. apud Solin. I, 1; Ov. Trist. III, 1, 31 segg]: si trattava un’area sul Palatino nei pressi del tempio di Apollo e fu il luogo dove venne scavata la fossa di fondazione della città Romulea (il cui pomerium era altresì quadrangolare e circondava le pendici del Palatino [Tac. Ann. XII, 24; Gel. XIII, 14, 2]) in cui furono gettate tutte le cose che ritualmente bisognava mettervi in segno di buona augurio. Era delimitato da un recinto di pietre ed è possibile che vi fosse anche un altare, il che coinciderebbe con la descrizione di Ovidio. Non vi sono accenni al fatto che fosse aperta durante l’anno.

Un secondo sito era il mundus cereris [Fest 142], una fossa circolare che si trovava presumibilmente nei pressi del Comitium, probabilmente, in relazione con l’ampliamento del pomerium primitivo dopo il sinecismo che incluse nello spazio urbano le comunità che vivevano sui Colles al di fuori del Septimontium ; oppure nella Valle Murcia, tra Palatino, Aventino e Tevere, lungo la spina del Circo Massimo  (dove, secondo Dionigi di Alicarnasso, esisteva un heroon di Demetra fondato da Evandro [Dion. H. I, 33, 1 – 2] e abbiamo evidenza dell’esistenza, in tempi storici, di un tholos in relazione col culto della Dea. È questo mundus che veniva aperto tre volte l’anno.

Gli studiosi moderni hanno ipotizzato che in origine il mundus fosse il deposito dei cereali della comunità primitiva, il primo penus, questo spiegherebbe la sua relazione con Consus ed Ops, dato che il mundus patet si trovava nel mezzo del periodo compreso tra le feste di queste divinità.  Da una parte esso era in relazione con l’immagazzinamento delle derrate, dall’altro era il simbolo dell’abbondanza e della prosperità della città, così come il penus lo era della famiglia. Esso era aperto alla fine del raccolto per immagazzinarvi le messi e, probabilmente, di nuovo in autunno per portare fuori quella parte delle sementi destinate alla semina. Tale funzione rimanda al complesso teologico-funzionale di Consus, così come la collocazione del mundus nella parte nord della spina del Circo, stabilisce una simmetria e una corrispondenza con l’ara Consi, posata nella parte meridionale della stessa: se, nell’ambito del simbolismo solare del Circo, l’altare sotterraneo di Conso era inteso come punto in cui il sole, al tramonto, scendeva sotto terra a occidente, simmetricamente, il mundus cereris poteva essere pensato come il varco, a oriente, attraverso cui il sole riemergeva all’alba.

Il mundus cereris, rimanda alle divinità ctonie legate al mistero del loro ciclo vegetativo. Cerere, in particolare, era in origine una Dea che presiedeva alla crescita dei vegetali, strettamente connessa con Tellus (forse ne era un aspetto [Var. R. R. III, 1, 5]), la terra genitrice. Essa aveva anche aspetti ctonii ed era associata alle divinità infere Persefone e Dis Pater. Secondo Macrobio, il mundus era proprio consacrato a Dis e Proserpina [Macr. Sat. I, 16, 18], il che lascia intendere una interpretazione di tale sito alla luce del mito eleusino del Ratto di Proserpina: il mundus avrebbe rappresentato la voragine attraverso cui Dis portò Proserpina nel regno degl’Inferi, ossia un accesso al mondo sotterraneo [Cic. Verr. II, 4, 106 – 107; Prob. In Verg. Georg. I, 38; Schol. Bern. in Verg. Ecl. III, 104], la cui apertura, come abbiamo visto, permetteva la comunicazione tra i differenti piani del cosmo. Nel mundus cereris come luogo che univa cielo, terra e Inferi, tutti questi elementi sono unificati: si sarebbe quindi trattato di una rappresentazione dell’intero mondo (sfera infera, sfera terrestre, sfera celeste). Cerere era presente nella sfera celeste come divinità che portava a maturazione i cereali (un aspetto della Dea che probabilmente diverrà autonomo in età imperiale, come Dea Dia); in quella terrestre, con il suo aspetto produttivo di dispensatrice di abbondanza e nutrimento e, proprio per questo, anche nella sfera infera, in cui si estendeva la sua azione, grazie al legame con Persefone.

Il mundus era anche legato alla fondazione della città, rito in cui Cerere era propiziata per garantire futura abbondanza e benessere, come punto centrale del pomerium, era una sorta di proiezione dell’axis mundi che univa i diversi piani della realtà sacra che si veniva costituendo in quel momento (piano celeste, piano terrestre, piano sotterraneo), creando uno spazio sacro non più bidimensionale (il territorio racchiuso dal pomerium), bensì tridimensionale (attraverso la proiezione del pomerium in alto e in basso), ovvero lo spazio in cui avrebbero interagito gli uomini e le divinità che abitavano i tre piani della realtà.

Secondo i Commentari Juris Civilis di Catone [Cato Com. Jur. Civ. Fr 1 apud Fest. 154] nel mundus si poteva entrare, ma non era possibile a tutti farlo, per questo è stato ipotizzato che si trattasse di una profonda fossa formata da tre parti: una volta da cui era possibile vedere una porzione circolare di cielo (quindi identificato con la volta celeste), un sacrum cereris [Schol. Bern. Verg. Ecl. III, 105], un altare o una camera consacrata alla Dea; una parte inferiore sacra agli Dii Inferi, poi a Persefone e Dis Pater [Macr. Sat. I, 16, 18] in cui si potevano calare solo dei bambini (a causa delle sue piccole dimensioni) dove, nei giorni del mundus patet, si svolgeva un qualche rito divinatorio (a Capua è infatti noto un sacerdos cereris mundalis [CIL X, 3926]).

I giorni in cui il mundus era aperto erano dies religiosi, secondo Macrobio erano consacrati alle divinità infere Dis e Proserpina: non era consentito combattere, muovere l’esercito per andare in guerra, non venivano amministrati gli affari dello Stato, a meno di questioni di urgenza tale da non poter essere prorogate, non si poteva levare l’ancora, né era di buon auspicio sposarsi con l’intenzione di avere dei figli [Fest. 154; Macr. Sat. I, 16, 18].

Le più recenti scoperte archeologiche a Bolsena e a Cerveteri hanno permesso di comprendere meglio cosa fosse realmente il mundus di Roma: si trattava di una sala ipogea di forma quadrangolare (che rappresentava lo spazio terrestre ed era probabilmente consacrata a Cerere), costruita a similitudine di un templum, coperta da una cupola (tholos) dotata di un’apertura circolare, oculos (che rappresentava la volta celeste). La parte esterna, visibile in superficie, era probabilmente un sacellum, considerato locus religiosus, delimitato e considerato inviolabile, forse sormontato da una copertura (monopteros). All’interno si trovava un altare o un’edicola, dove avvenivano i sacrifici nei giorni dedicati al culto (offerta di cereali e primizie), e un puteal, uno stretto cunicolo che dava accesso ad un livello inferiore consacrato alle divinità infere. Attraverso questo passaggio un fanciullo era calato nella zona più bassa della struttura per compiere un rito oracolare (in modo simile a quanto accadeva a Preneste [Cic. Div. II, 85 – 87]): entrando in contatto con gli Dei del mondo sotterraneo, si chiedeva un responso sul raccolto dell’anno seguente.

Luna in Graecostasis

La Graecostasis era una piattaforma rialzata che si trovava all’angolo del Comitium e serviva come una sorta di tribuna per gli ambasciatori stranieri, specialmente greci [Var. L. L. V, 155]. Si trovava vicino alla Curia [Cic. ad Q. Fr. II, 1, 3], ad ovest dei Rostra, come ricorda Plinio che riporta che anticamente i consoli all’accensus proclamavano l’ora del mezzogiorno dalla Curia quando il sole si trovava tra i Rostra e la Graecostasis, cioè a sud [Plin. Nat. Hist. VII, 212]. Sappiamo che nel 304 aev. Flavio vi eresse un’edicola in bronzo dedicate a Concordia [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19], che fu definite anche “in area Volcani” [Liv. IX, 46]. Per gli anni 137, 130, 124 aev. Si ricorda che piovve sangue o latte sulla Graecostasis [Obseq. De Prod. XXIV; XXVIII; XXXI]. Nel 30 aev. Si celebrarono dei sacrifici a “Luna in Graecostasi” [Fast. Pinc., CIL I², 219]. Non si sa niente sulla sua storia in età imperiale, sembra che in un’epoca non definita sia stato distrutto e lo spazio su cui sorgeva occupato dall’arco di Severo.

 

Mundus Patet (Dies Religiosus)

This date is not marked in epigraphic calendars, however, by a gloss of Festus we know that the mundus was opened in three days during the year. The first of these was the 24 Sext., The other two days were on Oct. 5 and Nov. 8 [Fest. 154, 156; 258].

The term mundus, in Latin, indicating the set of domains that made up the universe: earth, water, sky [Fest. 143; Var. Menip. Fr. 92; 420 apud Prob. Bern. In Verg. ECL. VI, 31; Hor. Sat. I, 3, 112] or only the sky, seen as the celestial sphere that encloses the paino terrestrial [Schol. Bern. Verg. ECL. III, 105; Var. Menip. Fr. 92 apud Prob. Bern. Verg. ECL. VI, 31; Var. L. L. VI, 3; Isid. Orig. XIII, 11; Diomed. The GLK, 365, 18; Catul. LXIV, 206; Verg. Georg. I, 240; Tib. III, 4, 17; Enn. Sat. Fr. 10 V apud Macr. Sat. VI, 2]; in that sense it had a meaning similar to that of greek όσμος [Cic. Tim. XXXV]

In another sense it designated a pit, probably with a circular once the lower part of which was dedicated to the Dii Manes (archaeological surveys have revealed different phases of ongoing occupation of Monte Palatino, characterized by the presence of huts near which you was a similar pit. Even in Etruscan area were found to be similar, probably fondative404) covered by a stone that was removed three times a year [Fest. 154, 156; 128; Macr. Sat. I, 16,17]. Mundus also indicated the altars, placed in a hole dug in the ground, dedicated to the infernal deities [Serv. Aen. III, 134]. By analogy with όσμος, according to a different meaning [Plin. Nat. Hist. II, 4, 8] he designated the chest containing personal belongings of the woman [Fest. 142; Lucil. Fr. XV, 519-20 apud Gel. IV, 1, 3 et no. 214, 17; Dig. XXXIV, 2, 25; Liv. XXXIV, 7, 9] (its beauty tools) in particular kit married woman [Apul. Met. VI, 1].

The origin of this term is very uncertain, the most likely hypothesis is that it derives from the Etruscan munth (tied to a munthu Goddess known by a number of inscriptions on bronze mirrors) indicated that perhaps the world, or from mus, ground [ISID. Orig. XX, 3, 4], or the Indo-European root *munth-  from which terms with the mean of the earth, but also round, which would realize the main uses of the word mundus (once Cleste pit, underground circular altar); although the real etymology is still debated, it is undeniable that the primary meaning of the word references to the land, in particular the pit that was dug there and then the infernal ball.

According to Plutarch [Plut. Rom. XI], when Romulus founded Rome Etruscan ritual, first you spotted a point that was the center of the area bounded by the pomerium; Text in this place was in the Comitium, hinting that the greek author refers anachronistically to pomerium Servian. There, Romulus dug a pit in which it was deposited all that was expected by the ritual: Plutarch mentions only the first fruits of the crops and a handful of soil that each man who came to form the nucleus of Roman citizens, had taken the place of its origin [Plut. Rom. XI]. Ovid, in the Fast, always in relation to the founding of the city, speaks of a deep pit located on the Palatine where were thrown cereals and land taken from the surroundings. The Mundus would then be covered with earth, and over there it would have been erected an altar [Ov. Fast. IV, 821 ff]; This would, however, made it impossible for its reopening.

By a gloss of Festus we learn instead that it was covered with a stone called lapis Manalis, considered the “Gateway to the Ogre” because its removal enabled the souls residing in the underworld of “flow” (Manare) toward the upper world; from here Manalis and the definition of Dii Manes attributed to these souls [Fest. 128].

These steps are contradictory and it is possible that the reason lies in the fact that they describe two different places, in fact, from the few references we have, we can deduce that in Rome there were two sites that match the descriptions of ancient writers.

The first was called Roma Quadrata [Fest 258; Var. Apud Solin. I, 1; Ov. Trist. III, 1, 31 ff]: it was an area on the Palatine Hill near the temple of Apollo and was the place where he dug the foundation pit of the city Romulea (the pomerium was also rectangular and surrounded the slopes of the Palatine [Tac . Ann. XII, 24; Gel. XIII, 14, 2]) in which were laid all the things you had to ritually put a sign of good luck. He was surrounded by a fence of stones and it is possible that there was also an altar, which would coincide with the Ovid’s description. There are hints that were opened during the year.

A second site was the mundus Cereris [Fest 142], a circular pit that was presumably near the Comitium, probably in connection with the expansion of the original pomerium after synechism that included in the urban space community that lived on the Colles outside of the Septimontium; or in the Murcia Valley between the Palatine, Aventine and the Tiber, along the spine of the Circus Maximus (where, according to Dionysius of Halicarnassus, there was a heroon Demeter founded by Evandro [Dion. H., 33, 1-2], and we have evidence the existence, in historical times, of a tholos in connection with the cult of the Goddess. it is this mundus which was opened three times a year.

Modern scholars have speculated that originally the mundus was the storage of cereals of the primitive community, the first penus, that would explain his relationship with Consus and Ops, as the Mundus patet stood in the middle of the period between the feasts of these divinity. On the one hand it was in connection with the storage of foodstuffs, on the other hand was the symbol of abundance and prosperity of the city, as well as the penus it was family. It was opened at the end of the harvest for the storage of crops and probably again in the fall to bring out that part of the seed for sowing. This function refers to the theological-functional complex of Consus, as well as the placement of the mundus in the north of the Circus pin, establishes a symmetry and a match with the ara Coun, placed in the southern part of the same: if, in the solar symbolism of the circus, the underground altar of Consus was intended as the point where the sun, at sunset, went down under the ground to the west, symmetrically, the mundus Cereris could be thought of as the gate to the east, through which the sun reemerged all ‘Sunrise.

The Mundus Cereris, refer to the chthonic deities related to the mystery of their growth cycle. Ceres, in particular, it was originally a goddess who presided over the growth of plant life, closely connected with Tellus (maybe it was an aspect [Var. R. R. III, 1, 5]), the parent land. It also had chthonic aspects and was associated to the underworld deities Persephone and Dis Pater. According to Macrobius, the mundus was just dedicated to Dis and Proserpina [Macr. Sat. I, 16, 18], which suggests an interpretation of that site in the light of the Eleusinian myth of the Rape of Proserpine: the mundus would have represented the chasm through which Dis brought Persephone in the Underworld kingdom, or an access to the underworld [ Cic. Verr. II, 4, 106-107; Prob. In Verg. Georg. I, 38; Schol. Bern. in Verg. Ecl. III, 104], the opening of which, as we have seen, allowed the communication between the different planes of the cosmos. In Mundus Cereris as a place that united heaven, earth and the underworld, all these elements are unified: it was an instance involving a representation of the entire world (sphere underworld, the terrestrial sphere, celestial sphere). Ceres was present in the celestial sphere as gods that led to maturing cereals (one aspect of the Goddess who is likely to become autonomous in the imperial age, as Dea Dia); in the Earth, with its productive aspect of a dispenser of abundance and nourishment and, for this reason, even in the infernal sphere, where it extended its action, thanks to the link with Persephone.

The Mundus was also linked to the founding of the city, rite in which Ceres was propitiated to ensure future abundance and wealth, as the central point of the pomerium, was a kind of projection of the AXIS mundi that united the different floors of the sacred reality that was forming at that time (the celestial plane, the Earth plane, basement), creating a sacred space no longer two-dimensional (the area enclosed by the pomerium), but three-dimensional (through the projection of pomerium in the top and bottom), or the space in which they would interacted men and gods who inhabited the three planes of reality.

According to the Commentaries Juris Civilis of Cato [Cato Com. Jur. Civ. Fr 1 apud Fest. 154] in the mundus you could get, but it was not possible to do it all, so it was assumed that it was a deep pit consists of three parts: a time in which it was possible to see a circular portion of the sky (so identified with the heavens), a sacrum Cereris [Schol. Bern. Verg. ECL. III, 105], an altar or a room devoted to the goddess; a lower part sacred to the gods Hades, Persephone and then to Dis Pater [Macr. Sat. I, 16, 18] which could fall just children (because of its small size) where, in the days of Mundus patet, took place a few ritual divination (in Capua is in fact known a sacerdos Cereris mundalis [CIL X, 3926]).

The days when the mundus was opened were religious dies, according to Macrobius were consecrated to the infernal deities Dis and Proserpina was not allowed to fight, move the army to go to war, were not administered the affairs of state, less than issues urgent that it can not be prolonged, it could not weigh anchor, nor was it a good omen to get married with the intention of having children [Fest. 154; Macr. Sat. I, 16, 18].

The most recent archaeological discoveries in Bolsena and Cerveteri have allowed us to understand better what was really the mundus of Rome: it was an underground hall quadrangular (representing the Earth’s space and was probably consecrated to Ceres), built in the likeness of a templum, covered by a dome (tholos) with a circular opening, oculos (representing the sky). The outer, visible on the surface, it was probably a sacellum considered locus religiosus, delimited and considered inviolable, perhaps topped by a cover (Monopteros). Inside was an altar or a kiosk, where the sacrifices took place in the days dedicated to religion (range of cereals and fruits), and a Puteal, a narrow tunnel that led to a lower level devoted to the infernal gods. Through this step a child had fallen into the lowest part of the establishment to carry out an oracle rite (in a similar way to what happened in Preneste [Cic. Div. II, 85-87]): getting in touch with the gods of the underworld, he wondered a response on the harvest of the following year.

Lunae in Graecostasis

The Graecostasis was a raised platform that was located on the corner of the Comitium and served as a kind of forum for foreign ambassadors, especially Greeks [Var. L. L. V, 155]. It was near the Curia [Cic. to Q. Fr. II, 1, 3], to the west of the Rostra, as recalled by Pliny reports that in ancient times the consuls all’accensus proclaimed the hour of noon the Curia when the sun was among the Rostra and Graecostasis, ie south [Plin. Nat. Hist. VII, 212]. We know that in 304 BCE. Flavio erected bronze newsstand dedicated Concordia [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19], which was also defined as “Volcani area” [Liv. IX, 46]. For the years 137, 130, 124 BCE. Please remember that it rained blood or milk on Graecostasis [Obseq. De Prod. XXIV; XXVIII; XXXI]. In 30 BCE. They were celebrated sacrifices to “Moon in Graecostasi” [Fast. Pinc., CIL I², 219]. Nothing is known about its history in the imperial age, the space on which it stood was occupied by the arc of Severus.

 

Picture

Ostia. Il mundus (MUN). Lo stato tardoantico con chiusura dell’ingresso e l’ultimo restauro. In A. Gering – Le ultime fasi della monumentalizzazione del centro di Ostia tardoantica, Les Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité (MEFRA), 126-1, 2014: Ostia antica – Varia

VIII KAL. SEPT. (23) NP

VOLCANALIA

Majae supra Comitium

I Volcanalia erano la festa in onore di Volcanus

… Volcanalia da Volcanus, poichè allora cadeva il giorno festivo a lui dedicato e il popolo gettava nel fuoco degli animali per il proprio bene (pro se [nel testo pro se starebbe per pro populo, formula che distingue le feste pubbliche, oppure al posto di se stessi, cioè delle proprie anime])… [Var. L. L. VI, 20]

Si tratta di una divinità molto antica che fu identificata con Efesto, tuttavia i suoi caratteri originari sono molto diversi da quelli del Dio Greco. L’origine del suo nome è incerta, alcuni autori  lo fanno derivare da una radice indoeuropea che ha dato il sanscrito velk, brillare, altri dalla radice etrusca velc o dal cretese Felcanos, ma la questione è tutt’ora incerta. Sembra che gli etruschi conoscessero un Velcans, il cui nome è riportato sul fegato di Piacenza, che corrisponderebbe al Mulciber (epiteto poetico di Vulcanus, colui che fonde, rammollisce, il metallo) che Marziano Capella, nel De Nuptis Philosophiae et Mercuri, colloca nella quarta sede celsete [Mart. Cap. I, 48]; tuttavia la divinità che gli etruschi identificavano con Efesto era Sethlans e non Velcans, che invece potrebbe corrispondere all’antico Vulcanus romano.

Nell’elenco di Marziano Capella Questi appare, assieme a Terra e Tellurus, nella quinta sede celeste [Mart. Cap. I, 49], ma troviamo anche un Volcanus Iovialis a cui era attribuito il potere di inviare la folgore [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varrone annovera Vulcanus tra le divinità introdotte a Roma da Tito Tazio, facendone un Dio Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Altri Lo identificavano con Sol [Serv. Aen. III, 35] che d’altra aprte rappresentava il fuoco celste .

È stato proposto anche un parallelo tra un possibile paleolatino *uelkano e l’osseto Waergon, nome del Dio metallurgo di quel popolo: entrambi i termini deriverebbero dalla radice *urka, lupo e rimanderebbero ad una forma di totemismo per cui il Dio metallurgo paleoindoeuropeo sarebbe stato rappresentato sotto forma di lupo. Anche questa etimologia, però, è poco convincente.

L’iconografia etrusca di Sethlans lo rappresenta come un giovane, dal fisico perfetto, e dai capelli ricci, che porta un’ascia bipenne, immagine molto lontana da quella dell’Efesto greco che sarà quella prevalente nelle raffiurazioni romane

Il principale e più antico luogo sacro dedicato a Vulcanus era il Volcanal o ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX,  46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: uno spazio delimitato attorno ad un altare a cielo aperto che si trovava all’angolo nord-est del Foro, 5 metri più in alto del Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] e sarebbe stato consacrato da Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Da qui, in epoca arcaica, prima della costruzione dei rostra, il re e i magistrati si rivolgevano al popolo [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. Vi si trovavano una quadriga in bronzo dedicata da Romolo e una statua di Romolo stesso [Dion. H. II, 54, 2], una statua di Orazio Coclite [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11,2; Plut. Popl. 16] e quella di un danzatore colpito da un fulmine [Fest. 290].

La festa. In occasione dei Volcanalia, i romani sacrificavano degli animali vivi nel fuoco del Dio [Var. L. L. VI, 20], si trattava di pesci pescati nel Tevere, forse pescati in occasione dei ludi piscatorii di Aprilis [Fest.238], o più probabilmente venduti dai pescatori nell’area del tempio. Tale offerta sostituiva quella di esseri umani,

… pro animis humanis… [Fest. 238]

oppure, se intendiamo altrimenti il passaggio di Festo (anche alla luce del pro se di Varrone) era fatta per la salute ed il benessere di coloro che sacrificavano (pro popolo), placando il Dio, così da tenere lontani gl’incendi.

In questo giorno, secondo i Fasti Anziati, avveniva anche un sacrificio a Maja sopra il Comitium, ovvero quindi nel luogo dove si trovava il Volcanal [ILLRP 9].

Le fonti antiche definiscono questa divinità paredra di Volcanus [Gel. XII, 23,1] e i dati cultuali (oltre al sacrificio che si svolgeva ai Volcanalia, il fatto che alle Kal. Maj. fosse il flamen volcanalis ad offrire a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]) confermano questo legame: il nome Maja, deriva dalla stessa radice di major e majestas e rimanda al crescere, all’aumentare, per cui Essa può essere vista come la capacità del fuoco di crescere rapidamente quando viene alimentato. Un’altra divinità femminile associata a Volcanus era Stata Mater [CIL VI, 802], purtroppo non abbiamo molte informazioni su di Lei, sappiamo che una Sua statua era venerata nel Foro e che il cui culto era celebrato in tutti i vici [Fest. 317]. Il suo nome rimanda alla capacità di bloccare il propagarsi del fuoco, per cui la sua azione è opposta a quella di Maja .

Vulcanus era anche associato a Vesta, come dimostra il fatto che nel lectisternio del 217 aev. queste due divinità si trovavano sullo stesso letto, tale associazione sarebbe un riflesso dell’antica teologia indoeuropea dei fuochi, di cui si trova la più completa elaborazione nei testi vedici.

 

Volcano in Circo Flaminio

La posizione del tempio è controversa: alcuni calendari epigrafici lo collocano nel Circo Flaminio [Fast. Val. ad Kal. Sept., CIL Ia pg 240], altri non danno indicazioni [Fast. Arv. CIL I pg 215 = VI, 32482], mentre i Fasti Anziati lo citano assieme al tempio delle Ninfe in Campo, il che lascerebbe intendere che si trovasse nel Campo Marzio, come afferma Livio [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. Queste discrepanze hanno suggerito l’ipotesi che esistessero due templi diversi, che, tuttavia, è stata scartata. L’opinione più accreditata, oggi, è che il tempio si trovasse nel Campo Marzio, nei pressi di quella che fu la Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5 – 6; Q. R. 47], al confine col complesso dei templi del Circo Flaminio. L’edificio sorgeva dove oggi si trova Palazzo Mattei, al centro della Cripta Balbi [CIL VI, 798]. La data di costruzione ci è ignota, ma sappiamo che deve essere prima del 214 aev. poichè in quell’anno fu colpito da un fulmine, così come accadde nel 197 aev. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Forse è questo tempio che la tradizione fa risalire a Romolo e quello a cui si riferisce Vitruvio dicendo che si trovava fuori dalle mura della città [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], il che porrebbe la sua data di costruzione dopo l’allargamento del pomerium e l’edificazione delle mura serviane che compresero il Comitium ed il più antico Volcanal. Alcune monete del 105 aev che rappresentano un busto di Volkanus, con gli attributi che aveva a Lipara, farebbero riferimento al trionfo di L. Aurelius Cota, conquistatore di Lipara e potrebbe essere stato costui a votare il tempio durante il suo consolato del 252 aev [Crawford 1974, no. 314; ad locum, pg 322]

Il 23 Sext. vi si svolgevano sacrifici in onore di Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi Opifera

Un tempio dedicato a Ops sul Campidoglio è menzionato per la prima volta nel 186 aev quando fu colpito da un fulmine [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. Secondo Plinio fu dedicato da L. Caecilius Metellus pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: gli autori moderni hanno identificato questo personaggio con L. Caecilius Metellus Delmaticus, che avrebbe restaurato un tempio precedente nella seconda metà del II sec. aev (probabilmente nel 119 aev); oppure con L. Caecilius Metellus che lo avrebbe dedicato quando era console nel 251 o 247 aev come risoluzione di un voto formulato durante la battaglia di Panormo.

Il tempio divenne famoso come luogo dove Cesare depositò il tesoro pubblico di 700’000’000 di sesterzi [Cic. ad Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174], inoltre, fu decorato con una delle statue equestri che Q. Caecilius Metellus Scipio fece erigere in onore dei suoi antenati quando fu console nel 52 aev  [Cic. ad Att. VI, 1, 17] ed è citato negli scholii veronesi all’Eneide [Schol. Ver. Aen. II, 714]. Le matrone vi si riunirono in occasione della celebrazione dei ludi saeculares del 17 aev. [CIL VI, 32323]. Diplomi militari concessi a soldati che si erano distinti erano appesi alle sue pareti e forse vi erano conservati i pesi standard di riferimento (è stato ritrovato un peso di bronzo con l’iscrizione templ(um) Opis aug(ustae) [CIL XVI, 3; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

Il cognomen della Dea a cui era dedicato non è certo, così come la data della sua dedica: il calendario degli arvali riporta per il 23 Sext, Volcanalia, la dedica di un tempio a Ops Opifera (che, secondo Plinio sarebbe stato quello dedicato da Caecilius Metellus), altri calendari hanno Opi in Capitolio al 25 Sext, Opiconsiva, il che farebbe pensare che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Consiva [Fast. Arv. ad VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. L’opinione prevalente degli autori moderni è che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Opifera e che il suo dies natalis fosse ai Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

L’invocazione delle ninfe, divinità delle fonti e dell’acqua corrente, nel giorno in cui si celebrava Volcanus, aveva forse uno scopo apotropaico, Plinio riporta infatti che, quando, durante un banchetto, veniva pronunciata la parola “incendio”, bisognava subito gettare dell’acqua sulla tavola [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

Il tempio intitolato alle Ninfe nel Campo Marzio conteneva documenti del census che furono bruciati da Clodio [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Non si conosce la data della sua costruzione, che, si ipotizza, sia avvenuta nel III sec aev, oppure tra il 179 aev e il 166 aev. Fu dedicato il 23 Sext. [Fast. Arv; CIL I², 215; 326), ma non vi sono indicazioni del luogo esatto in cui si sorgeva, a meno che non lo si identifichi col locus Juturnae; situato anch’esso nel Campo Martio, fu edificato da Q. Lutatio Catulo [Serv. Aen. XII, 139], vincitore della Prima Guerra Punica. Si trovava vicino al luogo dove poi sarebbe arrivato l’acquedotto dell’aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicerone parla anche di una statua dorata [Cic. Pro Clu. 101). La data della dedica è 11 Jan. in concomitanza coi Juturnalia [Ov. cit.; ILLRP 9], ma vi si celebravano anche dei sacrifici ai Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Un’altra ipotesi, oggi prevalente, è che si tratti dell’edificio sacro emerso durante i lavori di scava in via delle Botteghe Oscure (alcuni autori, tuttavia, ritengono che si tratti del tempio dei Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

I calendari epigrafici riportano tra le dediche compiute in questo giorno, quella dell’altare di Hora sul colle Quirinale [ILLRP 9]. Un passo delle Metamorfosi, racconta della deificazione di Hersilia, moglie di Romolo, avvenuta sul colle Quirinale, in un bosco sacro nei pressi del tempio di Quirino [Ov. Met. XIV, 836 – 837], è quindi possibile che l’altare si trovasse in quel luogo. In questo caso avrebbe potuto trattarsi di un tempio vero e proprio, edificato nel III sec. aev, di cui non abbiamo notizia. Un’altra ipotesi è che si trattasse di un altare all’interno dell’area sacra del tempio di Quirino, ma in questo caso sarebbe stato improbabile che ne fosse ricordata la dedica.

 

Volcanalia

Majae supra Comitium

The Volcanalia were the party in honor of Volcanus

… Volcanalia from Volcanus, then fell as the public holiday dedicated to him and threw people in the animal heat for their own good (pro se [in the text pro se would be for pro populo, formula that distinguishes public holidays, or to instead of themselves, that is their own souls]) … [Var. L. L. VI, 20]

It is a very ancient deity who was identified with Hephaestus, yet its original characteristics are very different from those of the Greek God. The origin of its name is uncertain, some authors do result from an Indo-European root that gave Sanskrit Velk, shine, others from the Etruscan root velo by the Cretan F, but the question is still uncertain. It seems that the Etruscans knew a Velans, whose name appears on the liver of Piacenza, which would correspond to Mulciber (poetic epithet of Vulcanus, who melts, softens, metal) that Martian Capella, in De Nuptis Philosophiae et Mercuri, It ranks in fourth seat celsete [Mart. Chap. I, 48]; However, the divinity that the Etruscans identified with Hephaestus was Sethlans and not Velans, which instead could match the ancient Roman Vulcanus.

These appear in the list of Marziano Capella, along with Earth and Tellurus, in the fifth heavenly home [Mart. Chap. I, 49], but we also find a Volcanus Iovialis who had the power to send lightning [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varro Vulcanus counts among the deities brought to Rome by Titus Tazio, making a God Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. The other identified with Sol [Serv. Aen. III, 35] that the other aprte represented fire celste.

It has also proposed a parallel between a possible paleolatino * uelkano and Ossetian Waergon, name of the metallurgist God to the people: both terms derive from the root * urka, wolf and rimanderebbero to a form of totemism that the God would metallurgist paleoindoeuropeo It was represented in the form of a wolf. Even this etymology, however, is unconvincing.

The Etruscan iconography Sethlans represents him as a young man, the perfect body, and curly hair, carrying an ax ax, image very different from the greek dell’Efesto that will be that prevailing in the Roman raffiurazioni

The main and most ancient sacred place dedicated to Vulcanus was the Volcanal or ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX, 46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: a designated area around an altar in the open air which was located at the northeast corner of the Forum, 5 meters higher than the Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] and would be consecrated by Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Hence, in ancient times, before the construction of the rostra, the king and the magistrates addressed the people [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. There were a bronze chariot dedicated by Romulus and a statue of Romulus himself [Dion. H. II, 54, 2], a statue of Horatius Codes [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11.2; Plut. Popl. 16] and that of a dancer struck by lightning [Fest. 290].

The party. On the occasion of Volcanalia, the Romans sacrificed for live animals in the fire of God [Var. L. L. VI, 20], it was fish caught in the Tiber, perhaps caught on the occasion of ludi piscatorii of Aprilis [Fest.238], or more probably sold by fishermen in the temple area. Such offer replaced that of humans,

… Pro animis humanis … [Fest. 238]

or, if we are otherwise the passage of Festus (especially in light of the pro se Varro) it was made for the health and welfare of those who sacrificed (pro people), appeasing the God, so keep away the conflagrations.

On this day, according to Antiates Fasti, also occurred a sacrifice to Maja above the Comitium, then that is the place where was the Volcanal [ILLRP 9].

Ancient sources define this paredra deities Volcanus [Gel. XII, 23.1] and worshiping data (in addition to the sacrifice that took place at Volcanalia, the fact that the Kal. Maj. Was the flamen volcanalis to offer Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 ff] ) confirm this relationship: the name Maja, comes from the same root as majors and majestas and refers to grow, increasing, so it can be seen as the fire ability to grow rapidly when fed. Another female deity associated with Volcanus was Stata Mater [CIL VI, 802], unfortunately we do not have a lot of information about you, we know that His statue was venerated in the Forum and whose cult was celebrated in all the vici [Fest. 317]. Its name refers to the ability to block the spread of fire, so that its action is opposite to that of Maja.

Vulcanus was also associated with Vesta, as evidenced by the fact that in lectisternio in 217 BCE. these two gods were located on the same bed, this association would be a reflection of the ancient Indo-European theology of fires, which is the most complete processing in the Vedic texts.

 

Volcano in Circo Flaminio

The location of the temple is controversial: some epigraphic calendars placed him in the Circus Flaminio [Fast. Val. to Kal. Sept., CIL Ia pg 240], others do not give indications [Fast. Arv. CIL’s 215 pg = VI, 32482], while the Fasti Antiates cite it together to the temple of the Nymphs in Campo, which would suggest that he was in the Campus Martius, as Livy says [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. These discrepancies have suggested the hypothesis that there were two different temples, which, however, was discarded. The most accepted opinion today is that the temple he was in the Campus Martius, near what was once the Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5-6; Q. R. 47], on the border with the temples of the Flaminio Circus. The building stood where today there is the Palazzo Mattei, the heart of Balbi Crypt [CIL VI, 798]. The date of construction is unknown to us, but we know it must be prior to 214 BCE. because in that year he was struck by lightning, as happened in 197 BCE. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Perhaps it is this temple that the tradition dates back to Romulus and the one referred to by Vitruvius saying it was outside the city walls [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], which would place its construction date after the enlargement of the pomerium and the building of the Servian walls that understood the Comitium and the oldest Volcanal. Some coins of 105 BCE representing a bust of Volkanus, with the attributes that had to Lipara, would refer to the triumph of L. Aurelius Cota, of Lipara conqueror and he may have been to vote for the temple during his consulate in 252 BCE [ Crawford 1974 no. 314; ad locum, pg 322]

23 Sext. sacrifices took place there in honor of Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi opifera

A temple of Ops on the Capitol is mentioned for the first time in 186 BCE when it was struck by lightning [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. According to Pliny, it was dedicated by L. Caecilius Metellus Pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: modern authors have identified this character with L. Caecilius Metellus Delmaticus, which would restore an earlier temple in the second half of the second century. BCE (probably in 119 BCE); or with L. Caecilius Metellus that he would dedicate when he was consul in 251 or 247 BCE as the resolution of a vow made during the Battle of Panormo.

The temple became famous as the place where Caesar deposited the public treasury of 700’000’000 of gold [Cic. to Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174] also was decorated with one of the equestrian statues that Q. Caecilius Metellus Scipio erected in honor of his ancestors when he was consul in 52 BCE [Cic. to Att. VI, 1, 17] and is cited in the Verona scholii Aeneid [Schol. Ver. Aen. II, 714]. The matrons met there on the occasion of the celebration of the secular games of 17 BCE. [CIL VI, 32323]. Military diplomas granted to soldiers who had distinguished themselves were hung on its walls were preserved and perhaps the reference standard weights (was found a bronze weight with the inscription templ (um) Opis aug (ustae) [CIL XVI, 3 ; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

The cognomen of the Goddess who was dedicated is not certain, as well as the date of its dedication: Arvali of the calendar shows for 23 Sext, Volcanalia, the dedication of a temple in Ops opifera (which, according to Pliny would have been dedicated to Caecilius Metellus), other calendars have Opi in Capitolio to 25 Sext, Opiconsiva, which suggests that the Capitoline temple was dedicated to Ops Consiva [Fast. Arv. to VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. The prevailing opinion of modern authors is that the Capitoline temple was dedicated to Ops opifera and that his Dies Natalis was to Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

The invocation of the nymphs, gods of the sources and running water, in the day when they celebrated Volcanus, had perhaps a purpose apotropaico, Pliny reports that in fact, when, during a banquet, was pronounced the word “fire”, it had suffered throw water on the table [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

The temple dedicated to the Nymphs in the Campus Martius contained documents of the census that were burned by Clodius [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Do not know the date of its construction, which, it is assumed, took place in the third century BCE, or between 179 BCE and 166 BCE. It was dedicated on 23 Sext. [Fast. arv; CIL I², 215; 326), but there is no indication of the exact location where you stood, unless it is identified with Juturnae locus; also situated in the Campo Marzio, it was built by Q. Catulus Lutatio [Serv. Aen. XII, 139], winner of the First Punic War. It was located near the place where then would come the Aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicero also speaks of a golden statue [Cic. Pro Clu. 101). The date of the dedication is Jan. 11 in conjunction with Juturnalia [Ov. cit .; ILLRP 9], but there is also celebrating sacrifices to Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Another hypothesis, prevailing today, is that this is a sacred building emerged during the work of digs because of the Dark Shops (some authors, however, believe that it is the temple of Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

The epigraphic calendars reported among the dedications made on this day, the altar of Hora on the Quirinal Hill [ILLRP 9]. A step of the Metamorphoses, tells of the deification of Hersilia, wife of Romulus, which occurred on the Quirinal Hill, in a sacred grove near the temple of Quirinus [Ov. Met. XIV, 836-837], it is therefore possible that the altar was in that place. In this case it could be a real temple, built in the third century. BCE, which we have no news. Another hypothesis is that it was an altar within the sacred space of the temple of Quirinus, but in this case it would be unlikely that they had remembered the dedication.

Picture

Valerian I AR Antoninianus.Valerian I AR Antoninianus. Rome, AD 253-260. Radiate and draped bust right / Vulcan standing left holding hammer and tongs in tetrastyle temple, anvil at his feet. RIC 5. 3.37g, 20mm, 8h.