XVI Kal. Quinct. (15) F

Q. St. D. F.

Il periodo dei Vestalia si concludeva con la solenne purificazione del penus, atto che, probabilmente, ricordava quanto avveniva nelle antiche case romane, quando la dispensa era pulita e purificata, prima di accogliere le derrate provenienti dal nuovo raccolto. Questo giorno era marcato Q. St. D. F. Quando Stercum Delatum Fas: il penus era spazzato solennemente dalle Vestali, le immondizie, fonte di impurità e contaminazione, così raccolte (eversus stercus) erano fatte uscire dalla porta principale e, secondo Ovidio [Ov. Fast. VI, 713 – 14], venivano gettate nel Tevere, mentre secondo Festo [258; 344] e Varrone [Var. L. L. VI, 32] venivano sepolte sul pendio del Campidoglio, passando attraverso la porta Stercoraria.

Quest’azione coinvolgeva probabilmente Stercutus, una divinità di cui sappiamo poco, ma che era connessa con la rimozione delle impurità, sia in senso religioso che materiale (stercus, immondizia e il letame, ma anche ciò che contamina e rende impuro ‘omne immondum’ in Seneca [Sen. Q. N. III, 29]). Stercutus era ritenuto un mitico re del Lazio che aveva introdotto la pratica della fertilizzazione dei campi, padre di Pico o di Fauno [Lact. Inst. I, 20; Plin. Nat. Hist. XVII, 6; Aug. C. D. XVIII, 15]; Macrobio lo identifica con Saturno [Sat. I, 7].

Secondo Andrea Carandini Stercutus era associato al tigillum, l’architrave della porta (i cui cardini erano, invece, rappresentati da Picumnus e Pilumnus), da cui presiedeva all’uscita delle immondizie dalle case o dei cadaveri dalla città

Tale usanza non era propria solo del tempio di Vesta, infatti in Nonnio troviamo citata l’espressione everrite aedis [Non. 192, 11; 420, 5], che allude alla purificazione degli edifici sacri.

 

SACRUM VACUNAE

In occasione dei Vestalia, Ovidio cita l’antica usanza delle genti latine, di riunirsi attorno a focolari consacrati alla Dea Vacuna, Vacunales foci [Ov. Fast. VI, 307].

Sebbene non sia rintracciabile alcuna ricorrenza, all’interno del calendario romano, correlabile con questa Dea, possiamo dare conto delle informazioni che possediamo su di Lei.

Sicuramente si tratta di una divinità sabina, ampiamente venerata da questo popolo [Acron; Porph. in Hor. Ep. I, 10, 49]: sappiamo che le era sacro il lago di Cotila [Dion. H. I, 15, 1] e che le era dedicato un bosco sacro sul Monte Fiscello [Plin. Nat. Hist. III, 12, 109], abbiamo anche testimonianza di un antico aedes Victoriae (assimilata con Vacuna) presso Rocca Giovane che fu restaurato da Vespasiano [CIL XIV, 3485], identificabile con il fanum Vacunae menzionato da Orazio [Hor. Ep. I, 10, 49]

È difficile comprendere la personalità della Dea per la varietà delle interpretazioni che ne hanno dato gli eruditi romani, da Varrone ai commentatori di Orazio: con Cerere [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], Diana, Venere [Acron. In Hor. Ep. I, 10, 49], con Minerva o Bellona (forse con Nerio, antica divinità latina, poi confluita nella figura di Minerva) [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] e in particolare Victoria [Var. apud Acron. e PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49; Dion. H. I, 15, 1; Auson. Ep. IV, 101; CIL XIV, 3485; IX, 4637].

In epoca repubblicana e imperiale Vacuna fu definitivamente identificata con Victoria [Dion. H. I, 15, 1; Hor. Ep. I, 10, 49; CIL XIV, 3485], sugli altari a Lei dedicati compaiono la corona e la palma, attributi riferibili chiaramente a Victoria

Frazer, nel suo commento ai Fasti di Ovidio ha ipotizzato che Vacuna fosse una divinità delle acque salutifere (legata quindi alla Salus romana). A. Brelich, seguendo Ovidio, mette in relazione Vacuna con Vesta, pur rilevando le difficoltà nell’interpretazione della Dea. Interpretazione analoga da parte di J.-M. André che La riteneva era una sorta di Vesta sabina, divinità del focolare domestico e forse civico.

Dagli scarsi riferimenti che possediamo (oltre alle fonti letterarie troviamo alcuni testi epigrafici [CIL I2, 1844 = CIL IX, 4636; Sup. It. XVIII-R, 4 = AE 1907, 212 = AE 2000, 401; AE 2012, 439]), G. Dumézil ha ipotizzato che i Romani invocassero Vacuna in caso di assenza dei famigliari, forse del capofamiglia (vacua significava anche vedova), assenza determinata non solo da un viaggio, ma anche da una malattia, potenzialmente mortale [CIL IX, 4751; CIL IX, 4752]

Come dalla guerra (da cui l’identificazione con Minerva, Bellona e Victoria), la caccia (da cui l’identificazione con Diana), la ricerca di un congiunto (da cui l’identificazione con Demetra – Ceres)

Possiamo quindi immaginare che i foci Vacunales fossero i focolari domestici, attorno ai quali, nel momento in cui un membro della famiglia era lontano o assente, si creava un vuoto, essendo il suo posto lasciato libero, che venivano consacrati alla Dea per chiederLe di favorirne il ritorno. Ritornando agli scoliasti di Orazio, possiamo immaginare che in origina Vacuna fosse una Dea sabina venerata localmente in diversi contesti (da cui l’identificazione con Diana, Cerere e Bellona), tuttavia, nell’interpretatio romana, Vacuna è definita Dea vacationis [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], ossia Dea della sospensione, della vacanza, del momento dedicato all’otium, in cui non si è oppressi da preoccupazioni. Proprio in base a tale definizione, Varrone La identifica con Victoria [Var. apud Acron. e PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49]

Benchè non sia da escludere che tale identificazione sia avvenuta attraverso la mediazione greca, in forza di una tradizione relativa all’arrivo dei Pelasgi in Italia (cui accenna Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. I, 15, 1]), che già associava Vacuna (Dea degli Aborigieni) a Nike.

Si tratta di un contesto estremamente generale e questo potrebbe essere il motivo della difficoltà degli autori antichi nell’identificare la Dea [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] ad esempio, poiché, durante la vacatio era possibile coltivare la sapientia, Essa fu chiamata Minerva; poiché può essere un periodo consacrato alla voluttà, fu chiamata Venus.

 

XVI Kal. Quinct. (15) F

Q. St. D. F.

The period of Vestalia ended with the solemn purification of penus, an act that probably remembered what happened in ancient Roman houses, when the dispensation was clean and purified, before we invite the commodities from the new harvest. This day was marked Q. St. D. F. When Stercum Delatum Fas: the penus was swept solemnly by the Vestal Virgins, garbage, source of impurities and contamination, thus collected (eversus stercus) were made out the front door and, according to Ovid [Ov. Fast. VI, 713-14], were thrown into the Tiber, while according to Festo [258; 344] and Varro [Var. L. L. VI, 32] were buried on the Capitoline hill, passing through stercoraria door.

This action involved probably Stercutus, a deity of which we know little, but that was connected with the removal of impurities, both in the religious sense that material (stercus, garbage and manure, but also what contaminates and defiles ‘omne immondum’ Seneca [Sen. QN III, 29]). Stercutus was considered a mythical king of Latium, which had introduced the practice of fertilizing the fields, father of Picus or Faunus [Lact. Inst. I, 20; Plin. Nat. Hist. XVII, 6; Aug. C. D. XVIII, 15]; Macrobius identifies with Saturn [Sat. I, 7].

According to Andrea Carandini Stercutus was associated with tigillum, the lintel of the door (whose main points were, however, represented by Picumnus and Pilumnus), which presided over the exit of garbage from the houses or the corpses from the city

This custom was not only own the temple of Vesta, in fact we find Nonnio cited the expression everrite Aedis [No. 192, 11; 420, 5], which alludes to the purification of the sacred buildings.

 

SACRUM VACUNAE

On the occasion of Vestalia, Ovid cites the ancient tradition of the Latin people, to gather around the consecrated hearths at Dea Vacuna, Vacunales foci [Ov. Fast. VI, 307].

Although no recurrence can be traced, within the Roman calendar, correlated with this Goddess, we can account for the information we have about you.

Surely She was a sabine goddes, widely worshiped by this people [Acron; Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49]: we know that Lake Cotila was sacred to Her [Dion. H. I, 15, 1] as well as a sacred wood on Mount Fiscello [Plin. Nat. Hist. III, 12, 109], we also bear witness to an ancient aedes Victoriae (assimilated with Vacuna) at Rocca Giovane which was restored by Vespasian [CIL XIV, 3485], identifiable with the fanum Vacunae mentioned by Horace [Hor. Ep. I, 10, 49]

It is difficult to understand the personality of the Goddess for the variety of interpretations given by Roman scholars, from Varrone to Orazio’s commentators: with Ceres [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], Diana, Venus [Acron. In Hor. Ep. I, 10, 49], with Minerva or Bellona (perhaps with Nerio, an ancient Latin goddess, then confluent in the figure of Minerva) [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] and in particular Victoria [Var. Apud Acron. And PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49; Dion. H. 1, 15, 1; Auson. Ep. IV, 101; CIL XIV, 3485; IX, 4637].

In the Republican and Imperial era Vacuna was definitively identified with Victoria [Dion. H. 1, 15, 1; Hor. Ep. I, 10, 49; CIL XIV, 3485], on the altars dedicated to Her, the crown and the palm appear, attributes clearly refer to Victoria

Frazer, in his commentary to the Doctrines of Ovid, suggested that Vacuna was a divinity of salutiferous waters (thus linked to the Roman Salus). A. Brelich, following Ovid, relates Vacuna with Vesta, while noting the difficulties in interpreting the Goddess. Similar interpretation by J.-M. André, which he considered to be a sort of Vesta Sabina, the goddess of the home and perhaps civic home.

From the few references we possess (in addition to the literary sources we find some epigraphic texts [CIL I2, 1844 = CIL IX, 4636, Sup. It XVIII-R, 4 = AE 1907, 212 = AE 2000, 401, AE 2012, 439]), G. Dumézil suggested that the Romans invoked Vacuna in the absence of family members, perhaps the head of the family (vacua meant also a widow), absence determined not only by a journey but also by a potentially deadly disease [CIL IX, 4751 ; CIL IX, 4752]

As from the war (hence the identification with Minerva, Bellona and Victoria), the hunt (from which identification with Diana), the search for a conjunction (from which identification with Demetra – Ceres)

We can therefore imagine that the Vacunales foci were the household fireplaces around which, when a member of the family was away or absent, a vacancy was created, being his place vacant, being consecrated to the Goddess to ask for his favor the return. Returning to the Scoliasti di Orazio, we can imagine that in the beginning Vacuna was a Satan God venerated locally in different contexts (from which identification with Diana, Cerere and Bellona), however, in the Roman interpretation, Vacuna is defined as Dea vacationis [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], that is, the Goddess of suspension, of the holiday, of the moment dedicated to the otum, in which he was not oppressed by worries. Precisely according to this definition, Varrone Identifies it with Victoria [Var. Apud Acron. And PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49]

Though it can not be ruled out that this identification was done through Greek mediation, by virtue of a tradition related to the arrival of the Pelasgi in Italy (mentioned by Dionysius of Alicarnasso [Dion H. I, 15, 1]), which already associates Vacuna (Dea degli Aborigieni) to Nike.

This is an extremely general context and this may be the reason for the difficulty of ancient authors in identifying the goddess [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] for example, because during vacatio it was possible to cultivate sapientia, it was called Minerva; Since it may be a time devoted to voluptuousness, it was called Venus.

Picture

M. Plaetorius M. f. Cestianus AR Denarius. Rome, 67 BC. Bust of ‘Vacuna’ right, wearing a wreathed and crested helmet, bow and quiver on shoulder; cornucopiae below chin; CESTIANVS behind; S•C before / Eagle standing right on thunderbolt, head left; M• PLAETORIVS M•F•AED•CVR around. Crawford 409/1; Sydenham 809; Plaetoria 4. 3.99g, 18mm, 7h.

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EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

Picture

Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

III EID.  JUN. (11) NP

MATRALIA

Secondo la tradizione il tempio di Mater Matuta fu edificato da Servius Tullus nel Foro Boario, vicino alla porta Carmentalis [Liv. V, 19, 6; XXV, 7, 6; XXXIII, 27,4; Ov. Fast. VI, 477 – 480], fu restaurato e dedicato da Furio Camillo [Liv. V, 19, 6; 23, 7; Plut. Cam. V] l’11 Jun. Bruciato nel 213 aev. fu ricostruito l’anno seguente, assieme a quello di Fortuna [Liv. XXV, 7, 6]. Nel 196 aev. furono aggiunti due archi, davanti ai templi di Mater Matuta e Fortuna, probabilmente alla fine di un colonnato. All’interno Ti. Gracco pose una lastra di bronzo in ricordo della sua campagna in Sardegna, con una mappa dell’isola [Liv. XLI, 28, 8]. Gli scavi archeologici nella zona hanno portato alla luce numerose terrecotte architettoniche risalenti fino al VI sec. aev. (570 aev. circa), tra le quali delle punte ricurve, posizionate sul tetto  e dei frammenti di due  animali  accucciati sulle zampe posteriori, alzati sulle zampe anteriori e voltati di faccia, forse pantere. Sono stati ritrovati anche i frammenti di due statue in terracotta, una raffigurante Ercole e l’altra una figura femminile con elmo dotato di para-guance e cimiero alto, forse Minerva o la Fortuna armata. Dagli scavi sembra che l’area sacra, venne restaurata e poi abbandonata alla fine del VI sec. aev.

I Matralia erano la festa di Mater Matuta, antica divinità italica. Il suo nome unisce attributi materni (Mater) e aurorali (Matuta, da cui matutinus), come troviamo in Lucrezio

… E, ancora, a un’ora determinata Matuta per le plaghe / dell’etere diffonde la rosea aurora e libera la luce… [Lucr. De Rer. Nat. V, 656]

Secondo Verrio Flacco, era chiamata: Mater Matuta, Manes (la Buona Dea), Matura, (epiteti collegati anche al sole), Mattina, Matrimonio, Madre di famiglia, Zia materna (matertera), Matrice, Materia [Fest. 122; 161].

Questa festa era celebrata dalle matrone romane [Ov. Fast. VI, 475]. Esse si recavano nel tempio sul Foro Boario e coronavano la statua della Dea (solo le donne che si erano sposate una volta sola potevano farlo [Tert. Monog. XVII, 3]), a cui offrivano delle focacce [Ov. Fast. VI, 476; 529 – 33]. Una schiava era fatta entrare nel recinto del tempio, che solitamente era interdetto alle donne di quella condizione, e quindi ne era scacciata dalle matrone che la colpivano sulla schiena e la fustigavano con verghe [Ov. Fast. VI, 551; Plut. Q. R. 16; Cam. V, 2]. Le madri prendevano tra le braccia non i proprii figli, ma quelli delle sorelle e, trattandoli con riguardo, chiedevano per loro la benedizione della Dea [Plut. Cam. V, 2; De Frat. Am. 492 d (XXI); Q. R. 17] con queste parole:

Mater Matuta te precor quaesoque uti volens propitia sies pueris sororiis

Mater Matuta, ti prego e ti chiedo di essere volentieri propizia ai figli di mia sorella

 

Mater Matuta era l’Aurora [Lucr. De Rer. Nat. V, 656] e fu identificata con la greca Ino – Leucòtea [Serv.  Aen V, 241; Georg. I, 437; August. C. D. XVIII, 14; Lact. Div. Inst. I, 21; Cic. Tusc. I, 12, 28; Nat. Deor. III, 19, 48; Plut. Q. R. 16; De Frat. Am. 492 d (XXI); Ov. Fast. VI, 544 – 547] (Figura 91). Ino era la sorella di Semele e, quando questa fu uccisa da Giunone, si prese cura di suo figlio, Dioniso – Bacco. Colpita dalla follia mandatale da Giunone, si gettò in mare col figlio Melicerte ed i due furono trasformati in Dei, Ino, divenne Leucòtea, Melicerte, Palemone (Portunus per i latini) [Serv. Aen. V, 241; Ov. Fast. VI, 553 segg].

 

Fortunae in Foro Boario

Anche il tempio di fortuna nel foro Boario, che si trovava vicino a quello di Mater Matuta [Ov. Fast. VI, 569] (Figura 94), secondo la tradizione fu eretto da Servius Tullus [Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11], come la maggior parte dei templi dedicati a questa divinità [Plut. Fort. Rom. X, 323a; Plin. Nat. Hist. VIII, 197]. In esso le matrone romane veneravano una statua di legno dorato velata da due toghe che era vietato toccare

… E voi, donne romane, guardatevi dal toccare quelle vesti proibite, / è sufficiente levare preghiere con voce rituale / e sia sempre coperto da una toga romana il capo / di chi fu il settimo re della nostra città [Ov. Fast. VI, 621 – 24]

Tra gli autori antichi non vi è accordo su chi rappresentasse la statua, se il re Tullus [Ov. Fast. VI, 623 – 24; Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11] oppure Fortuna [Var. apud Non. 189, 17; Cas. Dio. LVIII, 7, 2]; Festo ritiene invece che si tratti di Pudicizia [Fest. 242].

Anche tra gli autori moderni alcuni hanno sostenuto la prima ipotesi, tuttavia la maggior parte propende per Fortuna. D’altra parte è proprio questa statua che è oggetto di venerazione nell’anniversario della dedica, secondo Ovidio, né le fonti ne menzionano altre all’interno dell’edificio per cui sarebbe stato molto strano che essa fosse quella del fondatore del tempio, anziché della divinità a cui era dedicato. Si trattava probabilmente di un antico xoanon ligneo (Dionigi di Alicarnasso la definisce lignea e di foggia arcaica [Dion. H. IV, 40, 7]) dai tratti poco definiti, completamente coperto da abiti maschili e per questo gli autori del periodo classico potevano avere dei dubbi sulla sua identità.

La Dea a cui era dedicato il tempio era Fortuna, non abbiamo notizia di alcun attributo, tranne che da Varrone [Var. apud Non. 189, 17] che La identifica con Fortuna Virgo, tuttavia questa divinità aveva un suo tempio in un altro luogo, per cui può trattarsi di un errore dell’erudito. Questo fatto rende la Fortuna del Foro Boario diversa dalle altre Fortuna venerate a Roma che avevano sempre un epiteto che specificava la loro sfera d’azione, e dalla Fortuna italica di Preneste, rappresentata come madre e kourotropha (e per questo assimilabile a Mater Matuta). Nelle fonti letterarie appare in varie leggende, sempre come protettrice del re Servius Tullus [Ον. Fast. VI, 573 – 80; Val. Max. III, 4, 3; Plut. Q. R. 36; 74; Fort. Rom. X,322 e; Dion. H. IV, 27, 7].

 

III EID.  JUN.  (11) NP

Matralia

According to tradition the temple of Mater Matuta was built by Servius Tullius in the Forum Boarium, near the port Carmentalis [Liv. V, 19, 6; XXV, 7, 6; XXXIII, 27.4; Ov. Fast. VI, 477-480], it was restored and dedicated by Furio Camillo [Liv. V, 19, 6; 23, 7; Plut. Cam. V] 11 Jun. Burned in 213 BCE. It was rebuilt the following year, together with that of Fortuna [Liv. XXV, 7, 6]. In 196 BCE. two arches were added, in front of the temple of Mater Matuta and Fortuna, probably at the end of a colonnade. Inside T. Gracchus placed a bronze plate in memory of his campaign in Sardinia, with a map of the island [Liv. XLI, 28, 8]. Archaeological excavations in the area have brought to light numerous architectural pottery dating back to the sixth century. BCE. (570 BCE. Approximately), including the curved points, positioned on the roof and the fragments of two animals crouching on his hind legs, get up on their front legs and turn around to face, perhaps Panthers. the fragments of two terracotta statues, one depicting Hercules and the other a female figure with a helmet equipped with para-cheeks and crest high, or perhaps Minerva armed Fortuna have also been found. Excavations seems that the sacred area, was restored and then abandoned in the late sixth century. BCE.

The Matralia were the Mater Matuta party, ancient Italic goddess. Its name combines maternal attributes (Mater) and auroral (Matuta, from which matutinus), as we find in Lucretius

… And yet, at a certain time Matuta for patches / ether spreads rosy dawn light and free … [Lucr. De Rer. Nat. V, 656]

According Verrius Flaccus, was called: Mater Matuta, Manes (the Good Goddess), Matura, (epithets also connected to the sun), Morning, Marriage, family Mother, Aunt maternal (matertera), matrix, material [Fest. 122; 161].

This festival was celebrated by the Roman matrons [Ov. Fast. VI, 475]. They went into the temple on the Forum Boarium and crowned the statue of the Goddess (only women who had married only once could do it [Tert. Monog. XVII, 3]), who were offering cakes [Ov. Fast. VI, 476; 529-33]. A slave was made to enter the temple grounds, which was usually forbidden to women of that condition, and then it was driven out by the matrons who hit her on the back and scourged with rods [Ov. Fast. VI, 551; Plut. Q. R. 16; Cam. V, 2]. Mothers took her in his arms not own children, but those of the sisters and treating them with respect, asking for them the blessings of the Goddess [Plut. Cam. V, 2; De Frat. Am. 492 d (XXI); Q. R. 17] with these words:

Mater Matuta you precor quaesoque uti sies volens propitia pueris sororiis Mater Matuta, please, and I ask you to be willingly propitious to the children of my sister

 

Mater Matuta was the Aurora [Lucr. De Rer. Nat. V, 656] and was identified with the Greek Ino – Leucotea [Serv. Aen V, 241; Georg. I, 437; August. C. D. XVIII, 14; Lact. Div. Inst. I, 21; Cic. Tusc. I, 12, 28; Nat. Deor. III, 19, 48; Plut. Q. R. 16; De Frat. Am. 492 d (XXI); Ov. Fast. VI, 544-547] (Figure 91). Ino was the sister of Semele, and when it was killed by Juno, took care of his son, Dionysus – Bacchus. Struck by madness sent her from Juno, jumped into the sea with her son Melicertes and the two were transformed into gods, Ino, became Leucotea Melicertes, Palaemon (Portunus in Latin) [Serv. Aen. V, 241; Ov. Fast. VI, 553 ff].

 

Fortunae in Foro Boario

Even the makeshift temple in the Forum Boarium, which was close to that of Mater Matuta [Ov. Fast. VI, 569] (Figure 94), according to tradition it was built by Servius Tullus [Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11], as most of the temples dedicated to this deity [Plut. Fort. Rom. X, 323a; Plin. Nat. Hist. VIII, 197]. In it the Roman matrons worshiped a veiled gilded wooden statue of two robes that was forbidden to touch

… And you, Roman women, beware of touching those clothes forbidden, / simply upbeat ritual prayers with voice / and is always covered by a Roman toga chief / of who was the seventh king of our city [Ov. Fast. VI, 621-24]

Among the ancient authors there is no agreement on who represented the statue, if the king Tullus [Ov. Fast. VI, 623-24; Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11] or Fortuna [Var. apud no. 189, 17; Cas. Dio. LVIII, 7, 2]; Festo believes instead that it is Modesty [Fest. 242].

Even among some modern authors have supported the first hypothesis, however most inclined to Fortuna. On the other hand it is this image which is the object of veneration on the anniversary of the dedication, according to Ovid, nor the sources do mention other inside the building so that it would be very strange it was that the founder of the temple, instead the deity to whom it was dedicated. It was probably an ancient wooden xoanon (Dionysius of Halicarnassus defines wood and archaic manner [Dion. H. IV, 40, 7]) traits poorly defined, completely covered by men’s clothes and for this the authors of the classical period could have doubts about his identity.

The Goddess who was dedicated the temple was Fortuna, we have no news of any attribute, except as Varro [Var. apud no. 189, 17] that identifies La Fortuna Virgo, however, this deity had its own temple to another place, so it can be a scholar error. This fact makes the Fortuna del Foro Boario different from the other Fortuna venerated in Rome, who had always an epithet which specified their sphere of action, and the Italic Fortuna of Praeneste, represented as a mother and kourotropha (and therefore comparable to Mater Matuta) . In literary sources it appears in various legends, always as a protector of the King Servius Tullus [Ον. Fast. VI, 573-80; Val. Max. III, 4, 3; Plut. Q. R. 36; 74; Fort. Rom. X, 322 and; Dion. H. IV, 27, 7].

 

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Mater Matuta

Florence Archaeological Museum, ground floor, second room (from Chianciano)

VII EID.  JUN.  (7) N – XVI KAL. QUINCT. (15) F

VESTALIA

La festa dei Vestalia cadeva il quinto giorno prima delle Eidus (V EID. JUN. (9) N), ovvero il nono giorno del mese di Junius. Il periodo di questa festività si apriva però due giorni prima. Cominciava così una serie di dies religiosi [Fest. 250] in cui la flaminica dialis doveva assumere tutti i segni del lutto ed in cui era di cattivo auspicio sposarsi [Ov. Fast. VI, 219 – 34], che si concludeva con la solenne purificazione del tempio di Vesta (Q.St.D.F.), il quindicesimo giorno del mese. In questo periodo il penus vestae, o più probabilmente la sua parte esterna (il penus era la dispensa della casa, ma anche il penitus, la sua parte più interna e nascosta, nel tempio corrispondeva al penetral [Serv. Aen. III, 12], la zona riservata ai soli sacerdoti dove erano custoditi gli oggetti sacri), era aperto e le matrone (rimaneva interdetto agli uomini eccetto il pontifex maximus) potevano recarvisi in preghiera [Fest. 250], probabilmente per invocare la prosperità della propria casa, a piedi scalzi.

Dalle poche fonti che abbiamo a disposizione, possiamo ipotizzare che esistesse un penus interno, in cui erano conservati i sacra del tempio [Liv. V, 40, 7; Ov. Fast. VI, 450; Plin. XXVIII, 7; Dion. H. II, 66, 4; Plut. Cam. XX, 4; XX, 5] ed uno esterno in cui erano invece tenuti gli strumenti usati nei riti e nelle purificazioni, come il muries [Fest. 158 – 61], probabilmente il farro e la mola salsa preparata con essi, i purgamenta. Gli scavi archeologici compiuti tra gli anni ’90 del 900 e il primo decennio degli anni 2000, hanno permesso di portare alla luce i resti del più antico santuario dedicato alla Dea, al di sotto del quale è stata trovata una fossa di forma trapezoidale (2,30 m x 2,50 m), profonda 2,25 – 2, 94 m che doveva essere il penus interno. Esso era probabilmente coperto da un tavolato e si trovava nella zona del santuario definibile penus esterno, retrostante il focolare e la statua della Dea (presente almeno dal I sec. aev. [Cic. Orat. III, 3, 10], nascosto alla vista da una recinzione di stuoie (almeno nel santuario di età repubblicana) [Fest. 250].

La natura dei sacra non è nota con precisione: la tradizione vuole che nel penus vestae fossero conservati i Penates della città che Enea avrebbe portato da Troia a Lanuvium e che da lì sarebbero arrivati a Roma, forse rappresentati da due orci [Plut. Cam. XX, 8] ed il Palladium [Plut. Cam. XX, 6; Dion. H. II, 66, 4; Ov. Fast. VI, 419 – 436], il simulacro di Atena che sempre Enea portò da Troia. Altri oggetti, definiti pignora fatalia, cioè i pegni con cui gli Dei avrebbero garantito il destino di dominio di Roma, erano: l’ago della Magna Mater, la quadriga di terracotta dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, gli ancilia [Serv. Dan. Aen. II, 188]. Vi era anche un’immagine fallica, un fascinum [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 7, 39] che aveva la funzione di proteggere la città.

Dalle informazioni che abbiamo i Vestalia erano una festa che si connetteva agli aspetti “alimentari” di Vesta [Ov. Fast. VI, 309 – 18]: alla Dea si offrivano i frutti della terra ed era anche la festa dei panettieri, che in questo giorno non lavoravano e portavano il loro pane come offerta alla Dea, conducendo in processione asini ornati con pani e ghirlande (essendo questi animali a far muovere le macine dei mulini) [Lyd. Mens. IV, 94; Ov. Fast. VI, 347 segg.].

 

VII EID. JUN. (7) N – KAL XVI. QUINCT. (15) F

Vestalia

The feast of Vestalia fell on the fifth day before Eidus (V EID. JUN. (9) N), which is the ninth day of the month Junius. The period of this festival, however, opened two days earlier. Thus began a series of religiosi dies [Fest. 250] in which the flaminica dialis had to take on all the signs of mourning and that was a bad omen to get married [Ov. Fast. VI, 219-34], ending with the solemn purification of the temple of Vesta (Q.St.D.F.), on the fifteenth day of the month. In this period the penus Vestae, or more probably his outside (the penus was the pantry of the house, but also the penitus, its inner part and hidden in the temple corresponded to PENETRAL [Serv. Aen. III, 12] the area reserved only for priests where they had kept the sacred objects), was open and the matrons (remained interdicted to men except the pontifex maximus) could go there in prayer [Fest. 250], probably to invoke prosperity of your own home, barefoot.

From the few sources we have available, we can assume that there was an internal penus, in which were kept the sacred temple [Liv. V, 40, 7; Ov. Fast. VI, 450; Plin. XXVIII, 7; Dion. H. II, 66, 4; Plut. Cam. XX, 4; XX, 5] and one outside where the tools used in the rites and purifications were instead obliged, as the muries [Fest. 158-61], probably spelled and the sauce wheel with them, the purgamenta. Archaeological excavations carried out between the 90 and 900 of the first decade of the 2000s, were allowed to bring to light the remains of the oldest shrine dedicated to the Goddess, below which a trapezoid-shaped pit was found (2 , 30 mx 2.50 m), deep 2.25 to 2, 94 m was to be the penus inside. It was probably covered by a plank and was in the area of ​​the sanctuary definable external penus, behind the stove and the statue of the Goddess (at least since the first century. BCE. [Cic. Orat. III, 3, 10], hidden from view by a fence of mats (at least in the sanctuary of the Republican era) [Fest. 250].

The sacred nature is not precisely known: tradition has it that in penus Vestae the Penates of the city were preserved that Aeneas would bring from Troy to Lanuvium and from there would come to Rome, perhaps represented by two pitchers [Plut. Cam. XX, 8] and the Palladium [Plut. Cam. XX, 6; Dion. H. II, 66, 4; Ov. Fast. VI, 419-436], the statue of Athena that more and Aeneas brought from Troy. Other objects, defined pignora fatalia, that the tokens with which the gods would grant the domain fate of Rome, were: the needle of the Magna Mater, the chariot of the Veii terracotta, the ashes of Orestes, the scepter of Priam, the veil of Iliona, the ancilia [Serv. Dan. Aen. II, 188]. There was also a picture phallic, a fascinum [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 7, 39] that had the function to protect the city.

From the information that we have Vestalia were a party that was connected to the “food” aspects of Vesta [Ov. Fast. VI, 309-18]: the Goddess were offered the fruits of the earth and was also the feast of the bakers, who were not working on this day and brought their bread as an offering to the Goddess, leading a procession donkeys adorned with wreaths and breads (being these animals, to move the millstones) [Lyd. Mens. IV, 94; Ov. Fast. VI, 347 et seq.].

VI EID.  JUN. (8) N

Menti in Capitolio

Il tempio fu votato dal pretore T. Otacillius nel 217 aev. dopo la battaglia del lago Trasimeno “propter negligentiam cerimoniarum auspiciorumque” in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10; Ov. Fast. VI, 241] e dedicato nel 215 aev. [Liv. XXIII, 31, 9; XXIII, 32, 20], nello stesso luogo e tempo in cui fu dedicato il tempio di Venus Erycina. I due templi erano separati da un canale aperto. Per questi motivi, Preller ha ipotizzato che non si trattasse solo della personificazione del pensiero e del ricordo, ma di una Dea straniera che egli identificò con un aspetto di Venus, Venus Mimnermia [Serv. Aen. I, 720]. Fu probabilmente restaurato da M. Aemilius Scaurus, console nel 115 aev, forse durante il consolato, o dopo la campagna contro i Cimbri del 107 aev. [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plut. De Fort. Rom. V]

 

VI EID.  JUN.  (8) N

Menti in Capitolio

The temple was voted by the magistrate T. Otacillius in 217 BCE. after the battle of Lake Trasimeno “propter negligentiam cerimoniarum auspiciorumque” following the consultation of the Sibylline Books [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10; Ov. Fast. VI, 241] and dedicated in 215 BCE. [Liv. XXIII, 31, 9; XXIII, 32, 20], in the same place and time when the temple was dedicated to Venus Erycina. The two temples were separated by an open channel. For these reasons, Preller suggested that it was not just the personification of thinking and memory, but a foreign Goddess that he identified with an aspect of Venus, Venus Mimnermia [Serv. Aen. I, 720]. The temple of Mens seems to have been restored by M. Aemilius Scaurus, consul in 115 B.C., either at that time (WR 313; RE I.587) or after his campaign against the Cimbri in 107 B. C. [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plut. De Fort. Rom. V].

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PERTINAX (193)

Denarius, Rome, Jan.-Mar 193. IMP CAES P HELV Pertin AVG. Portrait head with laurel wreath to the right. Rs: MENTI LAVDANDAE. Female figure (Bona Mens) standing left, wreath in his right hand raising, in his left hand a scepter. RIC 7; BMCRE 4

VII EID.  JUN. (7) N

Ludi Piscatorii

La festa dei pescatori del Tevere si svolgeva nella zona oltre il fiume [Fest. 210, 213, 238], sulla riva destra sotto la supervisione del pretore urbano. I pesci che venivano pescati erano poi offerti a Vulcanus nel mese di Sextilis.

 

VII EID.  JUN.  (7) N

Ludi Piscatorii

The feast of the Tiber fishermen took place in the area across the river [Fest. 210, 213, 238], on the right bank under the supervision of the city magistrates. The fish that were caught were then offered to Vulcanus during Sextilis.

NON.  JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius è un nome che unisce due divinità distinte, tale identificazione è testimoniata sia dai documenti epigrafici ritrovati nel tempio [CIL VI, 567 – 568; 30994], che da Varrone e Verrio Flacco [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

Secondo Dionigi di Alicarnasso, il culto di Semo Sancus, fu istituito sul Quirinale dai Sabini che lo occupavano, prima che entrasse a far parte della città di Roma [Dion. H. II, 49, 2]. Il suo tempio fu votato da Tarquinio il Superbo e dedicato da Septimius Postumius nel 466 aev. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241]: si trovava sul colle Mucialis [Var. L. L. V, 52], presso la Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], sul luogo di un antico fanum o sacellum (ovvero luogo di culto a cielo aperto), che la tradizione vuole fosse stato consacrato da Tito Tazio [Ov. Fast. VI, 217 – 18; Prop. IV, 9, 74; Tert. Ad Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], sebbene non figuri nella lista dei culti istituiti da questo re, riportata da Varrone [Var. L. L. V, 74]. All’interno del tempio vi era la statua di Gaja Caecilia (o Tanaquil), moglie di Tarquinio Prisco, ornata di una cintura che, si pensava, contenesse dei rimedi che allontanavano i mali chiamati praebia [Fest. 238 segg; Plut. Q. R. 30; Var. apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. Vi era anche conservato il trattato di pace tra Roma e Gabii, scritto sulla pelle di una capra sacrificata es inchiodato su uno scudo [Dion. H. IV, 58, 4]. La statua del Dio che vi si trovava, lo rappresentava nudo, simile ad un Apollo arcaico; le mani non sono state ritrovate, quindi non si sa quali fossero gli attributi del Dio, forse la clava, come Ercole, o l’uccello augurale sanqualis, alcuni autori ritengono che tenesse dei fulmini, poiché un’iscrizione sul basamento riporta decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567 – 568], i suoi sacerdoti erano quindi addetti all’espiazione dei fulmini attraverso il sacrificio di agnelli bidentes e alla consacrazione dei luoghi dove questi cadevano.

Gli autori antichi sono concordi sul fatto che Semo fosse un’antica divinità di origine sabina [Ov. Fast. VI, 213 – 216]: secondo Catone era un Dio indigeno del reatino, padre di Sabus, l’eponimo del popolo sabino [Cat. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], mentre Agostino e Lattanzio, seguendo Varrone, lo identificano con il primo re e fondatore della nazione sabina [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; secondo Giovanni Lido Sancus era il nome del cielo in lingua sabina [Lyd. Mens. IV, 90], notizia che rimanderebbe ad una sorta di Giove sabino. Nelle Tavole Eugubine è, tuttavia, nominato dopo Juppiter, un Fisius Sancius (divinità che fa parte del gruppo di rango inferiore rispetto alla triade principale della città) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] che sembra ricalcare esattamente il Sancus Dius Fidius romano.

Il nome Semo si collega ai Semones, divinità invocate nel carmen arvale, che sarebbero connesse alla semina (il termine deriva da sero , seminare, la cui radice ha dato anche il peligno Semunu, e si riferiva alla forza generativa contenuta nel semen), tuttavia, per gli autori latini più tardi, i Essi diverranno piuttosto entità intermedie tra uomini e Dei, Semi-Dei non degni di risiedere in cielo, ma di rango superiore alle creature terrestri [Fulg. Plac. In Non. De Comp. Doct. 391], proprio in base a questa interpretazione Marziano Capella inserisce Semo Sancus nella sua lista di divinità (di ascendenza etrusca) nella dodicesima sede celeste [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] tra i demoni (Lares), gli Eroi e i Manes. È anche nota una Dea Semonia, connessa alla sfera agricola (associata a Segesta e Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; Macr. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], alla quale si sacrificava un bidens per purificare il popolo dopo l’esecuzione di una condanna a morte [Fest. 309].

 

NOT. JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius is a name that combines two distinct deities, such identification is demonstrated by both the inscriptions found in the temple [CIL VI, 567-568; 30994], and Varro and Verrius Flaccus statements [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

According to Dionysius of Halicarnassus, the cult of Semo Sancus, was founded by the Sabines on the Quirinal Hill, before it became part of the city of Rome [Dion. H. II, 49, 2]. His temple was voted by Tarquin the Proud and dedicated by Septimius Postumius in 466 BCE. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241] on the Mucialis hill [Var. L. L. V, 52], near to the Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], on the site of an ancient fanum or sacellum (ie place of worship in the open air), which according to tradition, should have been consecrated by Titus Tatius [Ov. Fast. VI, 217-18; Prop. IV, 9, 74; Tert. For Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], although it does not appear in the list of cults established by this king, reported by Varro [Var. L. L. V, 74]. Inside the temple there was a statue of Gaja Caecilia (or Tanaquil), wife of the elder Tarquin, adorned with a belt, it was thought, contained the remedies that strayed evils called praebia [Fest. 238 ff; Plut. Q. R. 30; Var. Apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. There was also preserved the peace treaty between Rome and Gabii, written on the skin of a sacrificed goat eg nailed on a shield [Dion. H. IV, 58, 4]. The statue of the God, represented him naked, like an archaic Apollon; hands have not been found, so it is unknown what were His attributes, perhaps the club, like Hercules, or the bird auspicious Sanqualis, some authors believe that would take lightning, as an inscription on the pedestal shows decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567-568], his priests were so engages in lightning atonement through the sacrifice of lambs bidentes and the consecration of the places where they fell.

The ancient authors agree that Semo was an old Sabine deity [Ov. Fast. VI, 213-216]: according to Cato was a God from Rieti, father of Sabus, the eponym of the Sabine peolple [Cat people. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], while Augustine and Lactantius, following Varro, identify him with the first king and founder of the Sabine nation [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; according to John Lydus Sancus was the name of the sky in the Sabine language [Lyd. Mens. IV, 90], news that would refer to a sort of Jupiter Sabine. In the Tables of Gubbio is, however, named after Jupiter, a Fisius Sancius (divinity that is part of the group of lower rank than the main triad of cities) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] that seems to follow exactly the Sancus Dius Fidius Roman.

The name Semo connects to Semones, deities invoked in Carmen Arvale, that would be connected to the sowing (the term is derived from sero, sow, whose root also gave Peligno Semunu, and referred to the generative contained in semen) strength, however, for the later Latin authors, they will become rather intermediate entities between men and Gods, Semi-Gods are not worthy to live in heaven, but higher-ranking to terrestrial creatures [Fulg. Plac. Not in. De Comp. Doct. 391], just on the basis of this interpretation Marziano Capella put Semo Sancus in his list of gods (of Etruscan ancestry) in the twelfth celestial headquarters [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] among the demons (Lares), the Heroes, and the Manes. It also notices a Semonia Goddess, related to agricultural sphere (associated with Segesta and Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; MACR. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], to which he killed a bidens to purify the people after the execution of a death sentence [Fest. 309].

 

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Illustration of a statue of Sancus found in the Sabine’s shrine on the Quirinal, near the modern church of S. Silvestro from: R. Lanciani – Pagan and Christian Rome, Roma 1893

II NON.  JUN. (4) C

Herculi Magno Custodi

Il tempio di Hercules Magnus Custos [CIL I2, 221; I, 240; 324; CIL I, 319; Ov. Fast. VI, 209 – 212] presso il Circo Flaminio, secondo alcuni autori, fu edificato prima del 218 aev, poiché in quell’anno i Libri Sibillini decretarono una supplica e un lectisternium per Ercole e Juventas, che si ritiene sia stato compiuto in questo tempio [Liv. XXI, 62, 9], per questo potrebbe essere stato edificato durante la costruzione del Circo stesso, di cui Ercole doveva essere il protettore; tuttavia Livio non menziona il luogo in cui fu compiuto il lectisternium e l’argomento risulta molto debole. Un’altra ipotesi, basata su un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 209 – 12], è che il tempio sia stato costruito da Silla, ma anche in questo caso, l’esistenza di un altare a Hercules Sullanus, contraddice l’ipotesi.

La relazione funzionale tra Ercole e i giochi e le attività ginniche connesse al circus (Vitruvio afferma che i templi di Ercole devono essere edificati presso il circus in quelle città in cui non vi siano gymnasia e anfiteatri [Vitr. I, 7, 30]), lasciano comunque propendere per una stretta relazione tra questo tempio e il Circo Flaminio, che permette di supporre che Hercules Magnus Custos fosse stato invocato come custode del circus e dei ludi (in alternativa il primo tempio dedicato a Ercole nei pressi del Circo Flaminio sarebbe quello di Ercole e le Muse, aspetto del Dio poco confacente al genere di ludi che si svolgevano nel III sec. aev). È anche possibile che il tempio sia stato votato indipendentemente dal Circo, su prescrizione dei Libri Sibillini, durante la guerra gallica del 225 – 222 aev, quando le armate nemiche giunsero a soli tre giorni di marcia da Roma, per invocare la protezione del Dio sulla città e l’allontanamento del pericolo. Alcune fonti lo collocano nel presso il Circo Massimo, di fronte a quello di Bellona [CIL I, 240; 324; Ov. Fast. VI, 209 – 12] e del Porticus Minucia [CIL I, 319].

Una statua del Dio vi fu posta nel 189 aev. [Liv. XXXVIII, 35, 4].

Data la vicinanza con la festa di Dius Fidius, è possibile che l’epiteto di Ercole, si riferisca alla custodia dei giuramenti, sappiamo infatti che i Romani avevano due modi di giurare, “per Dio Fidio” e “per Ercole”. Inoltre è nota l’identificazione tra Semo Sancus (a sua volta identificato con Dius Fidius) con Ercole

 

II NO. JUN. (4) C

Herculi Great Guardian

The temple of Hercules Custos Magnus [CIL I2, 221; I, 240; 324; CIL I, 319; Ov. Fast. VI, 209-212] at the Flaminio Circus, according to some authors, was built before 218 BCE, because in that year the Sibylline Books decreed a supplication and a lectisternium for Hercules and Juventas, believed to have been made in this temple [Liv. XXI, 62, 9], for this may have been built during the construction of the circus itself, which Hercules had to be the protector; But Livy does not mention the place in which it was accomplished lectisternium and the argument is very weak. Another hypothesis, based on a passage of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 209-12], it is that the temple was built by Sulla, but even in this case, the existence of an altar to Hercules Sullanus, contradicts the hypothesis.

The functional relationship between Hercules and games and fitness activities connected to the circus (Vitruvius states that the Hercules temples must be built at the circus in those cities where there are no gymnasia and amphitheatres [Vitr. I, 7, 30]), leave anyway lean towards a close relationship between this temple and the Circus Flaminius, which allows to suppose that Hercules Custos Magnus had been invoked as a guardian of the circus and ludi (alternatively the first temple dedicated to Hercules near the Flaminio Circus would be to Hercules and the Muses, aspect of God’s little suited to the kind of ludi that took place in the third century. BCE). It is also possible that the temple was voted independently of the Circus, on the order of the Sibylline Books, during the Gallic War of 225-222 BCE, when enemy armies came just three days’ march from Rome, to invoke the protection of God on cities and the removal of the danger. Some sources place it in at the Circus Maximus, opposite to that of Bellona [CIL I, 240; 324; Ov. Fast. VI, 209-12] and the Porticus Minucia [CIL I, 319].

A statue of God was laid in 189 BCE. [Liv. XXXVIII, 35, 4].

Given its proximity to the Dius Fidius party, it is possible that the epithet of Hercules, is referring to the keeping of oaths, we know that the Romans had two ways to take the oath, “for God Fidio” and “Hercules.” It is also known the identification between Semo Sancus (in turn identified with Dius Fidius) Hercules

 

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Caracalla Augustus 198-217, Denarius circa 213, AR 18mm, 3.52 g. ANTONINVS PIVS AVG Laureate head right. Rev. P M TR P XVI COS IIII P P Hercules standing left, holding branch and club with lion skin. RIC 206b. C. 221. BMC pag. 440

III NON.  JUN. (3) C

Bellonae in Circo

Il tempio di Bellona fu votato da Appius Claudius Cieco nel 296 aev. durante la guerra contro Etruschi e Sanniti e dedicato alcuni anni dopo (la dedica è successiva al 293 aev, ma non se ne conosce la data precisa) [Fest. 33; Liv. X, 19, 17; Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12; Ov. Fast. VI 201 – 209; CIL I2, 192]; si trovava nel Campo Marzio, all’estremità sud-est del Circo Flaminio, vicino al tempio di Apollo [Cas. Dio. XXXVI, 42, 1; Ascon. In Corn. 107; Plut. Cic. XIII, 2 – 4]. Si trattava di uno dei tre senacula, i luoghi di riunione del Senato Romano [Fest. 347] e, trovandosi fuori dal pomerium, i senatori vi ricevevano gli ambasciatori che non volevano far entrare in città [Liv. XXX, 21, 40; XXXIII, 24; XLII, 36] e i generali vittoriosi che chiedevano di celebrare il trionfo [Liv. XXVI, 2; XXVIII, 9, 38; XXXI, 47; XXXIII, 22; XXXVI, 39; XXXVIII, 44; XXXIX, 29; XLI, 6; XLII, 9, 21 – 28]. Appio Claudio volle porre nel tempio le immagini dei suoi antenati ritratte su scudi, con iscrizioni che ricordavano i loro onori [Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12]

Di fronte al tempio era posta la columna bellica, un piccolo pilastro che rappresentava il territorio nemico (il terreno su cui sorgeva era di proprietà di uno straniero), contro cui il feziale scagliava un giavellotto al momento di dichiarare una guerra (justum bellum) [Fest. 33; Serv. Aen. IX, 52; Ov. Fast. VI, 205 – 208].

Bellona o Duellona (da bellum o duellum) era una Dea italica [CIL I, 44] del furore bellico, considerata moglie o sorella di Marte e quindi identificabile con Nerio [Gell. XIII, 23, 2; Strab. XII, 2] (anche se è più probabile che si trattasse di divinità distinte), appariva con lui nel centro delle battaglie [Verg. Aen. VIII, 700 – 703], oppure guidava i suoi cavalli [Stat. Theb. VII, 72 – 74; Sil. Pun. IV, 438 – 439]. Personificava il furore bellico di cui erano preda i guerrieri durante le battaglie e che li rendeva folli e quasi accecati

… si vede Bellona / sopra le porte dischiuse, alta, col fianco scoperto. / Si ferma e, agitando l’elmo dai tre cimieri / dalla reggia richiama l’eroe. / Egli, fuori di sé, va dietro alla Dea… [Val. Flac. Arg. III,60 – 65]

Personificava anche la strage che era compiuta in questi momenti di pazzia, Orazio la definisce

… la Dea che gioisce del sangue… [Hor. Sat. II, 3, 224]

Mentre in Silo Italico troviamo questo passo

… Bellona stessa muove qua e là in mezzo alle schiere agitando la torcia, con le bionde chiome cosparse di molto sangue… la sua tromba, orrida di lugubri accenti, spinge al combattimento le menti sconvolte… [Sil. Pun. V, 220 – 224]

Per questo motivo è rappresentata con tratti inferi, vestita di nero, imbrattata di sangue, quasi come una Furia emersa dal Tartaro [Sil. Pun. V, 223; Stat. Theb. VII, 72]. È descritta a volte con un elmo [Val. Flac. Cit.], a volte coi capelli sciolti [Sil. Pun. V, 221]; suoi attributi sono gli strumenti del combattente: la tromba [Sil. Pun. V, 223], la lancia [Stat. Theb. IV, 7; VII, 74], la frusta [Verg. Aen. VIII, 703; Lucan. Bel. Civ. VII, 568] ed una torcia [Stat. Theb. IV, 5 – 7; Sil. Pun. V, 220]. Non si conoscono elementi del culto della bellona italica.

In età tardo-repubblicana, fu identificata con una Dea lunare, venerata in tracia ed Asia Minore, specialmente in Commagene e Cappadocia, Maa, il cui culto fu portato a Roma dopo la guerra contro Mitridate, da Silla [Plut. Sil.  IX; Cic. Ad Fam. XV, 4; Strab. XII, 2]. Questa divinità era servita da un collegio di sacerdoti della Cappadocia, chiamati bellonarii o fanatici de aede Bellonae pulvinensis [DTM 2 = AE 2012, 131; DTM 6 = AE 2012, 131; CIL VI, 490; CIL VI, 2232 – 34; Acron. Schol. in Hor. Sat. II, 3, 223].

Nel giorno della festa della Dea, essi correvano per la città al suono di trombe e tamburi, con indosso abiti neri e bende nere sul capo, portando asce a doppio taglio [Tert. Pal. IV, Mart. XII, 57, 11], con cui si colpivano dietro le spalle così che sprizzasse sangue [Lact. Div. Inst. I, 21].

Maa Bellona dava anche capacità mantiche alle sue sacerdotesse; Tibullo [Tib. I, 6, 45 segg.] descrive una di queste Sue servitrici, in preda all’invasamento profetico, ferirsi e bagnare col suo sangue l’altare prima di vaticinare

 

III NOT. JUN. (3) C

Bellonae in Circo

The temple of Bellona was voted by Appius Claudius Blind in 296 BCE. during the war against the Etruscans and Samnites, and dedicated a few years later (the dedication is after 293 BCE, but they do not know the exact date) [Fest. 33; Liv. X, 19, 17; Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12; Ov. Fast. VI 201-209; CIL I2, 192]; it was located in the Campus Martius, at the south-east of the Flaminius’s Circus, near the temple of Apollon [Cas. Dio. XXXVI, 42, 1; Ascon. In Corn. 107; Plut. Cic. XIII, 2-4].

It was one of three senacula, the meeting places of the Roman Senate [Fest. 347] and, being outside the pomerium, the senators received there ambassadors who did not want to get into the city [Liv. XXX, 21, 40; XXXIII, 24; XLII, 36] and victorious generals who asked to celebrate the triumph [Liv. XXVI, 2; XXVIII, 9, 38; XXXI, 47; XXXIII, 22; XXXVI, 39; XXXVIII, 44; XXXIX, 29; XLI, 6; XLII, 9, 21-28]. Appius Claudius wanted to put into the temple images of his ancestors depicted on shields, with inscriptions that recalled their honors [Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12]

In front of the temple it was placed the columna bellica, a small pillar that represented the enemy territory (the land on which it stood was owned by a foreigner), against which the fetiales hurled a javelin at the time of declaring war (bellum justum) [Fest. 33; Serv. Aen. IX, 52; Ov. Fast. VI, 205-208].

Bellona or Duellona (from bellum or duellum) was an Italic goddess [CIL I, 44] of the war fury, considered wife or sister of Mars and then identified with Nerio [Gell. XIII, 23, 2; Strab. XII, 2] (although it is more likely that it was distinct deities), She appeared with Him in the center of battles [Verg. Aen. VIII, 700-703], or drove His horses [Stat. Theb. VII, 72-74; Sil. Pun. IV, 438-439]. She personified the war fury of which were prey to the warriors during the battles, and that made them mad and almost blinded

… You see Bellona / over the doors opened, high, with open side. / He stops and, waving his helmet by the three crests / from the palace recalls the hero. / He, beside himself, goes after the Goddess … [Val. Flac. Arg. III, 60-65]

also personified the tragedy that had taken place in these moments of madness, Horace calls

… The Goddess who rejoices blood … [Hor. Sat. II, 3, 224]

While in Silus Italicus we find this passage

… Bellona same moves here and there amid the crowds waving the torch, with blond hair sprinkled with a lot of blood … his trumpet, horrid of lugubrious accents, pushes to combat the minds upset … [Sil. Pun. V, 220-224]

For this reason She is represented with traits hell, dressed in black, smeared with blood, almost like a Fury emerged from Tartarus [Sil. Pun. V, 223; Stat. Theb. VII, 72]. She is sometimes described with a helmet [Val. Flac. Cit.], sometimes with loose hair [Sil. Pun. V, 221]; Her attributes are the fighter instruments: trumpet [Sil. Pun. V, 223], spear [Stat. Theb. IV, 7; VII, 74], whip [Verg. Aen. VIII, 703; Lucan. Bel. Civ. VII, 568] and a torch [Stat. Theb. IV, 5 – 7; Sil. Pun. V, 220]. No elements of the worship of the Italic Bellona are known.

In late Republican age, She was identified as a lunar goddess, worshiped in Thrace and Asia Minor, especially in Commagene and Cappadocia, Maa, whose cult was brought to Rome after the war against Mithridates, by Sulla [Plut. Sil. IX; Cic. Ad Fam. XV, 4; Strab. XII, 2]. This deity was served by a college of priests from Cappadocia, called bellonarii or fanatici de aede Bellonae pulvinensis [DTM 2 = AE 2012, 131; DTM 6 = AE 2012, 131; CIL VI, 490; CIL VI, 2232-34; Acron. Schol. in Hor. Sat. II, 3, 223].

On the day of the feast of the Goddess, they ran through the city to the sound of trumpets and drums, wearing blacks and black bandage dresses on their heads, carrying axes double-edged [Tert. Pal. IV, Mart. XII, 57, 11], with which you struck behind their backs so that sprizzasse blood [Lact. Div. Inst. I, 21].

Maa Bellona also gave mantic capacity to its priestesses; Tibullus [Tib. I, 6, 45 et seq.] Describes one of these Her servants, injured and wet with his blood the altar before prophecying

 

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BRUTTIUM – Lega dei Brettioi Sextante 282/203 Aev. Testa con elemo, Marte, volta a sinistra, al di sotto un fulmine. Verso Bellona voltata avanza verso destra con scudo e Lancia volta a destra, come elmo un bucranium, a fianco BRETTIWN. SNG Cop: 1631ff kl

KAL.  JUN. (1) N

Junoni Monetae in Arce

Il tempio di Giunone Ammonitrice (Moneta) fu dedicato nel 344 aev. assolvendo a un voto pronunciato l’anno prima dal dittatore M. Furius Camillus durante la guerra contro gli Aurunci.

Si trovava sul Campidoglio, nel luogo dove prima c’era la casa di Manlio Capitolino, che era stata distrutta in seguito alla sua condanna a morte [Liv. VII, 28, 4 – 6; VI, 20, 13; Val. Max. VI, 3, 1; Ov. Fast. VI, 183; I, 638]. Secondo un’altra tradizione, sarebbe stato costruito sul luogo in cui sorgeva la regia di Tito Tazio [Plut. Rom. XX, Solin. I, 21]. La leggenda vuole che, durante l’assedio gallico di Roma, delle oche, consacrate a Giunone, avessero avvertito i Romani di un tentativo dei nemici di scalare le mura dell’Arx; in questo modo Manlio Capitolino, riuscì a respingerli e a salvare la cittadella [Plut. Camil. XXVII]. A questo episodio si fa risalire l’epiteto “Ammonitrice” dato a Giunone; un’altra versione vuole che, durante un terremoto, dal tempio della Dea si udì una voce che chiedeva di espiare il prodigio sacrificando una scrofa gravida [Cic. Div. I, 101]. Poiché l’assedio gallico avvenne prima della costruzione del tempio votato da Camillo e, a causa dell’incertezza delle fonti sulla sua localizzazione, è stato ipotizzato che sul Campidoglio esistesse già un luogo di culto (ara o sacellum), probabilmente dedicato a Juno Regina che sarebbe poi stato sostituito dal tempio, o che avrebbe continuato ad esistere e ad essere celebrato il 10° Oct.

L’epiteto Moneta, deriva da moneo, un verbo il cui significato primario è ricordare, richiamare all’attenzione, da cui anche monumentum, dal proto-indoeuropeo *mon-eje-, per cui correttamente significa, colei che riporta alla mente, la Memoria, tant’è che Livio Andronico, traducendo in latino l’Odissea, tradusse con Moneta, Mnhmosunh [Liv. Andr. Fr 21 B apud Prisc. GL II, 198 K].

Quando i romani iniziarono ad usare monete, nel III sec. aev, nei pressi del tempio di Juno Moneta sorse la zecca di Roma, da cui il nome di moneta

 

Marti in Clivio

Il tempio di Marte in Clivio, si trovava sul Clivius Martis, sul lato sinistro della via Appia, tra il primo ed il secondo miglio dalla citta, fuori dalla Porta Capena, presso un bosco [CIL VI, 10234; Serv. Aen. I, 292; App. B.C. III, 6, 41; Ov. Fast. VI, 191 – 195; Schol. Juv. I, 7]. Non si conosce la data in cui fu costruito, ma sembra che fosse stato votato durante la guerra gallica e dedicato nel 388 aev. da Titus Quinctius, un duumviro sacris faciendis [Liv. VI, 5, 8]. Nei pressi di questo tempio si riunivano le truppe in armi, prima di partire per una campagna militare [Liv. VII, 23, 3] e dallo stesso luogo partiva la transactio equitum, la processione dei cavalieri che si svolgeva nel mese Quinctilis (vedi) [Dion. H. VI, 13, 4]. All’interno del tempio vi era una statua di Marte ed immagini di lupi [Liv. XXII, 1, 12], mentre nelle sue vicinanze si trovava il lapis manalis: secondo Festo [Fest. 128] una grossa pietra che veniva portata in città nei periodi di siccità, ottenendo così la pioggia, dal fatto che con essa “scorresse (manaret)” l’acqua, era chiamata manalis. Da Varrone apprendiamo che con questa pietra si compiva un qualche rito chiamato, dai pontefici, manale sacrum [Var. apud. Non. 547].

Nel 189 aev. la via Appia fu pavimentata fino a questo tempio e così la collina su cui si trovava, in seguito furono aggiunti portici che correvano lungo la via che fu quindi definita via tecta.

 

Carna – Kalendae Fabariae

Alle Kal. Jun. si venerava Carna, un’antica divinità romana, il cui nome deriva da caro, carnis, la carne e di cui abbiamo poche notizie. Secondo un documento epigrafico, è possibile che questo giorno, in suo onore, fosse chiamato anche Carnaria [CIL III, 3893].

Le nostre uniche fonti sono un passo di Macrobio ed uno dei Fasti di Ovidio. Entrambi mettono in relazione Carna con gli organi interni, vitalia, e di cui ne fanno una sorta di protettrice [Macr. Sat. I, 12, 32]. Essa era anche connessa con la salus, intesa sia come salvezza del popolo [Macr. Sat. I, 12, 33], che come salute delle persone [Ov. Fast. VI, 151 – 162], è infatti il suo intervento che salva Proca dalla consunzione, un indebolimento progressivo che si pensava fosse causato da demoni che succhiavano le viscere dei neonati (striges). Questi elementi fanno ipotizzare che si trattasse di una Dea che presiedeva alla buona salute e alla forza vitale che si credeva fosse racchiusa negli organi interni (vitalia).

Secondo Ovidio Carna era anche legata a un cibi insoliti, la purea di farro e fave ed il lardo, ritenuti semplici, ma molto sostanziosi [Ov. Fast. VI, 169 – 171; Macr. Sat. I, 12, 32; Plin. XVIII, 29, 118]. Questo legame era celebrato una volta all’anno quando alla Dea erano offerti questi alimenti. Quest’ulteriore elemento fa pensare che Carna fosse più in particolare legata all’assorbimento degli alimenti e alla loro trasformazione in carne, massa corporea, e forza vitale (caro, vitalia). Essa presiedeva quindi al nutrimento e al mantenimento in buona salute e in vigore fisico attraverso di esso combattendo tutto ciò che provoca consunzione ed indebolimento. Per questo motivo è Lei a rivelare alla nutrice di Proca il rituale apotropaico con cui allontanare le striges dal bambino, permettendo che riprenda le forze ed il colorito della carne [Ov. Fast. VI, 151 – 162].  I cibi che Le erano offerti, al di là del loro valore nutritivo, potevano anche avere un significato simbolico: la Dea estendeva la sua influenza su ogni alimento e la totalità dei cibi era rappresentata da carne e vegetali, ovvero dal lardo e le fave. Questo ha portato Dumézil ad accostare Carna alla divinità vedica Pitù cha aveva lo stesso ruolo nel Rg Veda .

Altri autori hanno proposto interpretazioni diverse, in particolare facendo di Carna una Dea protettrice delle porte, Cardea (in base ad Ovidio [Ov. Fast. VI, 101 – 130]), una divinità infera, in base all’associazione con le fave, o un aspetto di Giunone. La discussione di tutte queste tesi, con gli elementi a favore e contrari si trova nel testo già citato di Dumézil2. Secondo l’autore, il legame di Carna – Crane con Janus e la protezione delle porte deriverebbero dallo sviluppo, compiuto da Ovidio, di una paraetimologia che si articola attraverso Carna – Cardea – Crane, da cardo, il cardine delle porte; così come lo stesso autore romano aveva sviluppato la paraetimologia che collegava Carmenta al carro denominato carpentum.

Un legame con Giunone non è da escludere completamente, sebbene non sia possibile ritenere Carna un aspetto della Sposa di Giove, è tuttavia possibile che rappresentasse una manifestazione particolare di quella forza vitale, che a un livello più astratto era personificata da Juno. A favore di questa idea starebbe il legame tra la Dea, a cui avrebbe dedicato un fanum sul Celio [Macr. Sat. I, 12, 33; Tert. Ad. Nat. II, 9, 7], e Junius Brutus, il primo console di Roma, prototipo della funzione guerriera era anche simbolo degli juvenes, degli uomini nel pieno del vigore fisico e del possesso della forza vitale.

 

KAL. JUN. (1) N

Junoni Monetae in Arce

The temple of Juno Ammonitrice (Moneta) was dedicated in 344 BCE. fulfilling a vow made the previous year by the dictator M. Furius Camillus during the war against the Aurunci.

He stood on the Capitol, where there was the house of Manlius Capitolinus, which had been destroyed as a result of his death sentence [Liv. VII, 28, 4 – 6; VI, 20, 13; Val. Max. VI, 3, 1; Ov. Fast. VI, 183; I, 638]. According to another tradition, it was built on the site of Titus Tatius regia [Plut. Rom. XX, Solin. I, 21]. The legend says that, during the Gallic siege of Rome, geese, consecrated to Juno, had warned the Romans about an enemies attempt of climbing the Arx walls, so Manlius Capitolinus was able to fight them off and save the citadel [Plut. Camil. XXVII]. This episode goes back the epithet “Cautionary” given to Juno. Another version has that, during an earthquake, from the Goddess temple a voice was heard calling to expiate the prodigy sacrificing a pregnant sow [Cic. Div. I, 101]. Since the Gallic siege took place before the construction of Camillus temple and, because of the uncertainty of the sources on its location, it was hypothesized that on the Capitol there was already a place of worship (ara or sacellum), probably dedicated to Juno Regina who was later replaced by the temple, or that he would continue to exist and to be celebrated on 10th Oct.

When the Romans began to use coins, in the third century. BCE, near the temple of Juno Moneta rose the mint of Rome, hence the name of the currency

 

Marti in Clivio

The Temple of Mars in Clivius, was on Clivius Martis, on the left side of the Appian Way, between the first and second mile from the town, outside the Porta Capena, at a forest [CIL VI 10234; Serv. Aen. I, 292; App. B.C. III, 6, 41; Ov. Fast. VI, 191-195; Schol. Juv. I, 7]. We do not know the building date, but it seems that it had been voted during the Gallic War and dedicated in 388 BCE by Titus Quinctius, duumvir sacris faciendis [Liv. VI, 5, 8]. Near the temple the troops under arms gathered before leaving for a military campaign [Liv. VII, 23, 3] and from the same place was leaving the transvectio equitum, the procession of knights that took place in the month Quinctilis [Dion. H. VI, 13, 4]. Inside the temple there was a statue of Mars and wolf pictures [Liv. XXII, 1, 12], while in its vicinity there was the lapis Manalis: according to Festus [Fest. 128] a great stone that was brought to the city in times of drought, resulting in rain, from the “flow (manare)” of water, it was called Manalis. According to Varro the stone was involved in some ritual called, by the pontefices, manale sacrum [Var. apud. Non. 547].

In 189 BCE. the Appian Way was paved up to this temple and so the hill on which it stood, were later added porticoes that ran along the road which was then defined via tecta.

 

Carna – Kalendae Fabariae

At Kal. Jun. Carna, an ancient Roman god, whose name comes from dear, carnis, flesh, was venerated. According to a written document, it is possible that this day, in his honor, was also called Carnaria [CIL III, 3893].

Our only sources are a step Macrobius and one of the Fasti of Ovid. Both relate Carna with the internal organs, vitalia, and which make it a sort of patron [Macr. Sat. I, 12, 32]. It was also connected with the salus, understood both as a salvation of the people [Macr. Sat. I, 12, 33], and as people’s health [Ov. Fast. VI, 151-162], is in fact his intervention that saves Proca from consumption, a progressive weakening that was thought to be caused by demons sucking the bowels of infants (striges). These elements seem to indicate that it was a goddess who presided over the good health and the life force that is believed to be contained in the internal organs (vitalia).

According to Ovid Carna was also linked to an unusual foods, mashed barley and broad beans and lard, considered simple, but very substantial [Ov. Fast. VI, 169-171; Macr. Sat. I, 12, 32; Plin. XVIII, 29, 118]. This bond was celebrated once a year when these foods were offered to the goddess. This additional element suggests that Carna was more particularly linked to the absorption of food and changes to them in the flesh, body mass, and life force (expensive, vitalia). It then presided at nurturing and maintaining good health and physical stamina through it fighting anything that causes wasting and weakening. For this reason it is she to reveal the nurse of Proca apotropaic ritual with which the striges away from the baby, allowing it to resume the forces and the color of the flesh [Ov. Fast. VI, 151-162]. The Foods that were offered, beyond their nutritional value, they could also have a symbolic meaning: the Goddess extended its influence on every food and all food was represented by meat and vegetables, or the bacon and beans. This led Dumézil to pull Carna to Vedic deities Pitu cha had the same role in the Rg Veda.

Other authors have proposed different interpretations, particularly of Carna making a goddess protector of the doors, Cardea (according to Ovid [Ov. Fast. VI, 101-130]), an underworld deity, according to the association with the beans, or an aspect of Juno. The discussion of all these theses, with the elements for and against is in the text already quoted Dumézil2. According to the author, the binding of Carna – Crane with Janus and protection of ports would arise from the development, taken from Ovid, a paraetimologia that is articulated through Carna – Cardea – Crane, from thistle, the mainstay of the doors; as well as the same Roman author had developed paraetimology linking Carmenta the wagon called carpentum.

A link with Juno is not excluded completely, although it is not possible to consider Carna an aspect of Jupiter’s Bride, it is nevertheless possible to represent a particular manifestation of the life force, which in a more abstract level was personified by Juno. In favor of this idea would be the link between the Goddess, who would dedicate a fanum Caelian [Macr. Sat. I, 12, 33; Tert. A.D. Nat. II, 9, 7], and Junius Brutus, the first consul of Rome, the prototype of the warrior function was also symbolic of the Juvenes, men in full physical vigor and possession of the life force.

 

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  1. Carisius

Denarius 46, AR 3.82 g. MONETA Head of Juno Moneta r. Rev. T·CARISIVS Coining implements. All within laurel wreath. Babelon Carisia 1. Sydenham 982. Sear Imperators 70. Crawford 464/2.