KAL. OCT. (1) N

Fidei in Campitolio

Secondo la tradizione, un altare dedicato a Fides (Fides Publica o Fides Publica populi Romani) sarebbe stato eretto sul Campidoglio, da Numa [Liv. I, 21, 4; Dion. H. II, 75, 2 – 3; Plut. Numa XVI, 1], forse sullo stesso luogo, in seguito, sorse il tempio in onore della Dea dedicato da A. Atilio Calatino [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. Non si conosce la data esatta della costruzione che potrebbe essere stato l’anno 254 aev, o il 250 aev, oppure il 249 aev; fu poi restaurato e ridedicato M. Emilio Scauro nel 115 aev. [Cic. cit.]. La data della dedica era le Kal. Oct. [Fast. Arv. Amit. Paul. ad Kal. Oct., CIL I2, 214, 215, 242; Fast. Ant. ap. NS 1921, 114].

Il tempio si trovava nei pressi di quello di Giove Ottimo Massimo [Cato apud Cic. De Off. III, 104], fu usato come luogo di riunione del Senato [Val. Max. III, 17; App. B. C. I, 16] e sulle sue pareti erano affisse tavole bronzee su cui erano scritti i trattati internazionali: nel 43 aev. una tempesta ne fece staccare alcune [Cass. Dio. XLV, 17, 3; Obseq. 128); anche i diplomata dei soldati congedati con onore erano affissi alle sue pareti [CIL III, 902, 916]. All’interno vi era un dipinto di Apelle raffigurante un vecchio che insegnava ad un ragazzo a suonare la lira [Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. Fides vi era venerata da sola.

Gli studiosi ritengono che il tempio non fosse così vicino a quello di Juppiter come le fonti lascerebbero intendere e che si trovasse nell’angolo sud del colle Capitolino, sopra al Vicus Jugarius. Le sue rovine sarebbero da identificare con quelle dell’edificio sacro che si trova a est della chiesa di S. Omobono.

Livio riporta come si svolgeva il solenne sacrificio in onore di Fides, istituito da Numa [Dion. H. II, 75, 3; Plut. Num. XVI]

… a Fides… dedicò una festa solenne. Dispose che i flamines si facessero portare a quel solenne sacrificio su un carro coperto (carpentum), tirato da due cavalli e celebrassero il rito con la mano avvolta fino all’altezza delle dita, indicando così che la fede andava custodita e che anche la sua sede era consacrata nelle mani destre… [Liv. I, 21]

Servius aggiunge che si trattava dei tre flamines maggiori (Juppiter, Mars, Quirinus) e che la mano destra dei sacerdoti era velata da un panno bianco [Serv. Aen. I, 292; Hor. Car. I, 35, 21], poichè la fede doveva rimanere segreta. Anche Plinio conferma che la mano destra era consacrata a Fides [Plin. Nat. Hist. XI, 251] e Valerio Massimo così descrive Fides

… il venerando numen della fides porge apertamente la mano destra, pegno infallibile della salus… [Val. Max. VI, 6, 1]

Questo particolare rituale, richiama quello che si trova nelle Tavole Eugubine

(4)… Mandraclo difue destre habitu. Prosesetir ficla (5) strusla arsveitu. Ape sopo postro peperscust vestisia et mefa spefa scalsie conegus fetu Fisovi Sansi (6) ocriper Fisiu, totaper lovina… [Tab. Eug. Vib, 4 – 6]

Il passo descrive un sacrificio offerto a Fisius Sancus, divinità che è stata connessa ai giuramenti e alla fides. Nel testo umbro, il sacerdote che lo compie copre la mano destra con un mandraclo, termine che è stato accostato al latino mantela, pezzo di stoffa. Su alcune antiche monete provenienti da Todi è rappresentata una mano fasciata da bende, probabilmente vittae, che può avere lo stesso significato; le sfere che si vedono attorno alla mano possono essere le urfita, sfere di bronzo che erano tenute in mano dai sacerdoti durante il rito e che a Roma erano custodite nel tempio di Semo Sancus.

Fides era una divinità che aveva un ruolo nei giuramenti, ma non colei che vi presiedeva, poichè essi appartenevano alla sfera di pertinenza di Juppiter o Dius Fidius Semo Sancus (vedi Junius). A Roma possiamo quindi individuare tre divinità che, benchè non formino una triade vera e propria, hanno un posto nell’azione religiosa di stipulare un patto o pronunciare un giuramento.

L’analisi linguistica ha messo in evidenza che i casi in cui era invocata la fides, riguardavano patti tra soggetti asimmetrici, ovvero non tra eguali, ma situazioni in cui una persona in stato di inferiorità (un prigioniero, uno dei clientes) stabiliva un patto con chi deteneva un potere su di lui (il vincitore, il patrono). La fides era quella qualità, propria di chi si trovava in stato di superiorità, che permetteva all’inferiore di affidarsi all’altra parte, essendo sicuro di ricevere in cambio un trattamento equo ed una ricompensa. Era il presupposto che permetteva di stringere un patto e metteva chi si trovava in stato di necessità in condizione di non doversi abbandonare a chi deteneva un potere, ma gli assicurava la possibilità di stabilire una relazione di reciprocità, che avrebbe dato vantaggi ad entrambi, pur nella totale asimmetria del rapporto tra i contraenti.

Il simbolo della mano coperta, o avvolta da bende rimanda direttamente ad una ricca serie di esempi in ambito romano: il patto viene sancito dallo stringersi la mano destra dei contraenti (dexterarum junctio), così si lega la fides (fidem vincire, alligare, è possibile che la sanzione religiosa consistesse proprio nell’avvolgere con bende sacre le mani dei contraenti); in questo modo la lealtà di chi si è impegnato nel patto è legata in esso e al suo rispetto. Velo e vittae, inoltre, erano simboli di consacrazione (ciò che è consacrato diventa sacer, quindi proprietà degli Dei), di separazione, di chi o cosa era consacrato dal mondo profano, poichè era divenuto possesso degli Dei. Questo simbolismo, nel caso del sacrificio a Fides, vuole sottolineare che la mano destra è consacrata alla Dea, è sua proprietà [Plin. Nat. Hist. XI, 251].

Dall’età tardo repubblicana Fides fu collegata al credito, alla lealtà negli affari, che se, praticata da tutti, a cominciare dall’imperatore, garantiva la prosperità della comunità. Per questo motivo, vediamo monete di epoca imperiale in cui Fides è rappresentata da due mani strette dietro cui appaiono il caduceo, simbolo di Mercurio, Dio dei commerci, e spighe di grano, simbolo della prosperità; nello stesso periodo Fides Pubblica, viene rappresentata con la cornucopia dell’abbondanza e la patera, oppure mentre tiene frutti e spighe di grano.

Sempre in epoca imperiale andrà ad affermarsi Fides Exercitus (rappresentata in piedi o seduta su un trono, tra le insegne delle legioni), la fedeltà personale che unisce i soldati, mediante un giuramento, all’imperatore e che garantisce la stabilità del suo potere ed il successo delle imprese belliche.

 

Tigillo Sororio in compitum Acilii

L’edificazione del Tigillum Sororium, risale, secondo la storiografia romana, al tempo di Tullo Ostillo. Si trattava di uno jugum, una struttura formata da due sostegni verticali posti ai lati di una via, sormontati da una trave orizzontale. In origine era forse in legno, poi fu edificata in pietra. Ai piedi delle colonne si trovavano due altari dedicati a Janus Curiatius e Juno Sororia. In seguito i sostegni furono inglobati in due edifici. Si trovava nei pressi di un incrocio, il compitum acilii che era sulla via che dal Palatino conduceva alle Carinae.

L’aition. Durante il regno di Tullo, la guerra con Alba fu decisa dallo scontro tra tre campioni albani, i Curiatii e tre campioni romani, gli Horatii, solo uno di questi ultimi sopravvisse e portò al trionfo dei romani e alla sottomissione di Alba. Tornando in città con le spolia dei nemici uccisi, fuori dalla Porta Capena, Horatio incontrò la sorella Horatia, che, fidanzata con uno dei Curiatii (in una versione alternativa segretamente innamorata di uno di essi) ed avendo capito che il futuro sposo era stato ucciso da suo fratello, manifestò il suo dolore e non volle salutarlo; questi, giudicando il suo comportamento un tradimento, la uccise. L’assassino, condannato da due magistrati scelti dal re (duumviri), si appellò al popolo che lo assolse, così come fece suo padre, tuttavia gli fu imposto si sottoporsi ad una serie di riti purificatori per espiare la contaminazione che l’omicidio di un consanguineo aveva portato sulla città. Compiuti alcuni riti purificatori, probabilmente quelli usati per coloro che si macchiavano di un omicidio involontario [Dion. H. III, 22], suo padre costruì un tigillum, una struttura composta da due pali che sorreggevano un architrave, alla cui base eresse due altari, uno a Janus Curiatius, l’altro a Juno Sororia; velato il capo del figlio, ve lo fece passare attraverso. In seguito questi riti purificatori furono custoditi dalla gens Horatia e compiuti per il bene pubblico [Liv. I, 25 – 26; Val. Max. VI, 3, 6; Flor. I, 3; Cic. Pro Mil. 3; Dion. H. III, 21 – 22; Fest. 297; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill. II, 4, 9; Schol. Bob. Ad Cic. Pro Mil. 2, pg 277 Orelli]; Plut. Paral. Min. XVI; Zonar. VII, 6].

 

Fidei in Campitolio

According to tradition, an altar dedicated to Fides (Fides Publica Publica or Fides Populi Romani) would be erected on the Capitol, by Numa [Liv. I, 21, 4; Dion. H. II, 75, 2 – 3; Plut. Numa XVI, 1], possibly on the same site, later, the temple was built in honor of the Goddess devoted by A. Atilius Calatinus [CIC. Nat. Deor. II, 61; Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. We do not know the exact date of the building that may have been the year 254 BCE, or 250 BCE, or the 249 BCE. It was later restored and rededicated M. Emilius Scaurus in 115 BCE. [CIC. cit.]. The date of the dedication was the Kal. Oct. [Fast. Arv. Amit. Paul. to Kal. Oct., CIL I2, 214, 215, 242; Fast. Ant. ap. NS 1921, 114].

The temple was near that of Jupiter Optimus Maximus [Cato apud CIC. De Off. III, 104], and it was meeting place of the Senate [Val. Max. III, 17; App. BC I, 16]; on its walls there were bronze tablets with the international treaties: in 43 BCE. a storm made him remove some [Cass. God. XLV, 17, 3; Obseq. 128). The diplomata of honorably discharged soldiers were also pinned to the walls [CIL III, 902, 916]. Inside there was a painting by Apelles depicting an old man who was teaching a boy to play the lyre [Plin. Nat. Hist. XXXV, 100].

Scholars believe that the temple was not so close to that of Jupiter, it may have been in the south of the Capitoline Hill, above the Vicus Jugarius. His remains would be identified with those of the sacred building located east of the church of S. Omobono.

Livy shows how was the solemn sacrifice in honor of Fides, created by Numa [Dion. H. II, 75, 3; Plut. Num. XVI]

… Fides … he dedicated a feast. Ordered that flamines it did lead to the solemn sacrifice of a covered wagon (carpentum), pulled by two horses and should celebrate the rite with his hand wrapped to the height of the fingers, indicating that the faith was kept and that his headquarters was consecrated in the right hands … [Liv. I, 21]

Servius adds that it was the three flamines major (Jupiter, Mars, Quirinus) and that the right hands of the priests was veiled by a white cloth [Serv. Aen. I, 292; Hor. Car. I, 35, 21], as faith ought to remain secret. Pliny also confirms that the right hand was consecrated Fides [Plin. Nat. Hist. XI, 251] and Valerio Massimo describes Fides

… The venerable numen of fides openly holds out his right hand, infallible pledge of salus … [Val. Max. VI, 6, 1]

This particular ritual, recalls the one found in the Tables of Gubbio

(4) … Mandraclo difue right regulars. Prosesetir ficla (5) strusla arsveitu. Bee sopo Postro peperscust vestisia et mefA spefa scalsie conegus fetu Fisovi Sansi (6) ocriper Fisiu, totaper lovina … [Tab. Eug. Vib, 4 – 6]

The passage describes a sacrifice offered to Fisius Sancus, deity connected to the oaths and fides. In the umbrian text the priest who performs it covers the right hand with a mandraclo, a term which has been compared to the latin mantela, piece of cloth. On some ancient coins from Todi shows a bandaged hand in bandages, probably vittae, likely to have the same meaning; spheres that are seen around the hand can be the urfita, bronze spheres that were kept in hand by the priests during the ceremony and in Rome were kept in the temple of Semo Sancus.

Fides was a deity who had a role in oaths, but not her who presided, as they belonged to the sphere of relevance of Jupiter or Dius Fidius Semo Sancus (see Junius). In Rome, we can then identify three deities, though not forming a triad itself, have a place in the action of a pact religious or swear an oath.

Linguistic analysis showed that cases in which it was invoked fides, concern agreements between individuals of asymmetric status, not equals, but situations in which a person in a state of inferiority (a prisoner, one of clientes) established a pact with those who held power over him (the winner, the patron). Fides was the quality of someone who was in a state of superiority, which allowed to the inferior to trust the other side, being sure to receive in exchange for fair treatment and a reward. It was assumed that allowed to make a pact and put those who were in need in the condition of not having to leave to those who held power, but assured him the opportunity to establish a relationship of reciprocity, which would give advantages to both, while the total asymmetry of the relationship between the contractors.

The hand symbol covered or wrapped in bandages refers directly to a rich set of examples within the Roman Empire: the pact is sanctioned by shaking right hand of the contractors (dexterarum junctio), so it binds fides (fidem vincire, alligare) – it is possible that the religious sanction consisted precisely in winding bandages with sacred hands of contractors – in this way the loyalty of those who have engaged in the covenant is linked to it and to its respect. Veil and vittae also were symbols of consecration (what is sacred becomes sacer, then property of the Gods), separation, who or what was sacred from the profane world, as he became the possession of the gods. This symbolism, in the case of sacrifice to Fides, underlines that the right hand is consecrated to the Goddess, it is his property [Plin. Nat. Hist. XI, 251].

From the late Republican Fides was linked to credit, honesty in business, which if practiced by everyone, starting from the emperor, guaranteed the prosperity of the community. For this reason, we see coins of the imperial era in which Fides is represented by two hands clasped behind which appear the caduceus, the symbol of Mercury, god of trade, and ears of wheat, symbol of prosperity; in the same period Fides Public, it is represented with the cornucopia of abundance and the patera, or while holding fruits and ears of corn.

Always in the imperial era will go to establish Fides Exercitus (shown standing or sitting on a throne, surrounded by the insignia of the legions), the personal loyalty that unites the soldiers, by an oath, the Emperor and that ensures the stability of his power and the success of the war effort.

 

Tigillo Sororio

The construction of tigillum Sororium, dates, according to Roman historiography, in the time of Tullus Ostillo. It was one jugum, a structure formed by two vertical supports positioned at the sides of a street, surmounted by a horizontal beam. Originally it was probably made of wood, then it was built in stone. Below the columns were two altars dedicated to Janus and Juno Curiatius Sororia. Following the supports were incorporated in two buildings. It was located near an intersection, the compitum Acilii that was on the road that led to the Palatine Carinae.

During the reign of Tullus, the war with Alba it was decided by the clash between three samples Alban, the Curiatii three samples Romans, the Horatii, only one of the latter survived and leading to the Roman triumph and to the submission of Alba. Returning to town with spolia of enemies killed, outside the Porta Capena, Horatius met his sister Horatia, who, engaged to one of Curiatii (in alternative secretly in love with one of them) and having realized that the groom had been killed his brother, expressed his sorrow and refused to greet him; he, judging her behavior a betrayal, killed her. The assassin, convicted of two judges chosen by the king (duumviri), appealed to the people that acquitted him, as did his father, but he was required to undergo a series of purification rituals to atone for the contamination that he had taken over the city [Dion. H. III, 22]. His father built a tigillum, a structure consisting of two poles that supported an architrave, the base of which he made two altars, one to Janus Curiatius, the other in Juno Sororia; veiled the head of the child, Horatius did go through. In later time, these purification rites were kept from the gens Horatia and made for the public good [Liv. I, 25 – 26; Val. Max. VI, 3, 6; Flor. I, 3; CIC. Pro Mil. 3; Dion. H. III, 21-22; Fest. 297; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill. II, 4, 9; Schol. Bob. For CIC. Pro Mil. 2, pg 277 Orelli]; Plut. Paral. Min. XVI; Zonar. VII, 6].

 

Picture

HADRIAN (117-138). Denarius. Rome. Obv: HADRIANVS AVG COS III P P. Bare head right. Rev: FIDES PVBLICA.

Fides standing right, holding corn ears and basket of fruits. RIC 241a.

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KAL. SEPT. (1) F

Jovi Tonanti in Capitolio

Un tempio a Giove Tonante fu edificato da Augusto, dopo che un fulmine gli cadde vicino durante una campagna militare in Spagna. L’edificio sacro fu costruito sul colle Capitolino e dedicato alle Kal. Sept. del 22 aev. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. ad Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). Il nome Juppiter Tonans era una traduzione del greco Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], che appare anche traslitterato in latino in due iscrizioni [CIL VI, 432; 2241]. Era famoso per la sua magnificenza [Suet. Cit.]: i muri erano di marmo [Plin. Nat. Hist.  XXXVI, 50] e racchiudeva numerose opera d’arte [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78 – 79]. Augusto lo visitava spesso e, in un’occasione si dice che abbia sognato che Giove si lamentasse che la popolarità del nuovo tempio avesse allontanato i devoti dal grande tempio Capitolino; al che Augusto rispose che Giove Tonante era solo il guardiano delle porte di Giove Capitolino e fece appendere delle campane ai timpani del primo per indicare questa relazione [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. Questo dimostra che il nuovo tempio doveva trovarsi molto vicino all’ingresso di quello più antico e quindi all’angolo sud-est della collina, sopra il foro [cfr. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44 – 46]. Il tempio è rappresentato su alcune monete di Augusto come esastilo con al centro una statua di Giove che in una mano tiene I fulmini e nell’altra lo scettro, forse la riproduzione di una famosa opera di Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in Aventino

Il tempio di Juppiter Libertas (poi chiamato Juppiter Liber) sull’Aventino, probabilmente vicino a quello di Juno Regina, fu originariamente dedicato alle Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov(i) Leibert(ati)]. Restaurato da Augusto, fu ridedicatio alle Kal. Sept.  [Fast. Arv. ad Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Iuppiter Liber]. L’edificio sacro era dedicato a due divinità: Juppiter (probabilmente con l’epiteto Liber) e Libertas. Non conosciamo la data della sua costruzione, ma sembra che sia avvenuta da parte di Ti. Sempronius Gracchus, console nel 238 aev, che l’avrebbe dedicato a Libertas. All’interno vi era un dipinto che celebrava la sua vittoria a Benevento del 214 aev [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. L’edificio è rappresentato sul verso di un denario coniato da Cn. Egnatius Maxumus nel 75 aev. attraverso due colonne della facciata appaiono due statue di culto, identificate ocme Juppiter (contraddistinto dal simbolo del fulmine sul timpano sovrastante) e Libertas (contrassegnata dal pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

L’edificazione di questo tempio avvenne in un periodo di grandi cambiamenti sociali nella Roma repubblicana: durante la guerra contro Annibale, lo stato fu costretto a procedere all’arruolamento di 24000 servi [Val. Max. VII, 6, 1], cui sono da aggiungere 8000 volontari sempre di condizione servile [Liv. XXII, 57, 11]. Fautore di questi arruolamenti fu lo stesso Ti. Sempronoius Gracchus, che sconfisse i carteginesi a Benevento, anche grazie all’apporto di questi combattenti. In cambio del loro servizio nell’esercito romano, i servi furono affrancati e ottennero la cittadinanza romana. Pochi anni dopo, nel 197 aev. durante il trionfo di C. Cornelius Cethegus (a seguito della vittoria sugli Insubri) e nel 194 aev. durante quello di Ti. Flaminius, si videro ancora masse di schiavi affrancati dai generali vincitori [Liv. XXXIII, 23, 1 – 6; XXXIV, 52, 12].

Si spiega in questo contesto la dedica di un tempio a Libertas, divinità tutelare dgli schiavi manomessi. Juppiter Liber appare probabilmente in relazione all’acquisizione della cittadinanza da parte dei liberti e come garante del giuramento che essi prestavano, jusjurandum libertati (la presenza di Juppiter alla cerimonia della manumissio è attestata anche nel santuario di Feronia a Terracina [Serv. Aen. VIII, 564; Plaut. Amph. 460 – 462]). Possiamo anche notare le analogie tra la manumissio e il rito dell’assunzione della toga virilis da parte dei giovani romani (a tale analogia rimanda anche la dedica, nello stesso periodo, di un tempio a Juventas, Dea dei nuovi togati [August. C. D. IV, 11]): gli schiavi che si accingevano alla manumissio, così come i giovani romani, venivano rasati e veniva loro imposto il pilleum bianco [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], simbolo del loro nuovo status, analogo, nella funzione, alla toga pura (è però vero, che coloro che combatterono a Benevento, ricevettero il diritto di indossare, come segno dell’ottenimento della cittadinanza, una toga bianca pretextata e il lorum, un amuleto, simile alla bulla [Liv. Cit.]).

 

Junoni Regina in Aventino

Il tempio sull’Aventino fu votato da Camillo alla Juno Regina di Veio, prima della presa della città, nel 396 aev, e da lui dedicato nel 392 aev [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. All’interno fu posta la statua lignea della Dea proveniente dalla città conquistata, dopo l’evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. VI; Val. Max. I, 8, 3] ed è spesso menzionato in occasione della procuratio di prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cfr XXVII, 37, 7]. Fu ridedicato da Augusto, probabilmente nello stesso giorno del suo dies natalis.

 

Jovi Tonanti in Capitolio

A temple to Jupiter the Thunderer was built by Augustus, after a lightning fell by during a military campaign in Spain. The church was built on the Capitoline Hill, dedicated to Kal. Sept. 22 BCE. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. to Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). The name Jupiter Tonans was a greek translation Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], Which also appears transliterated in Latin inscriptions in two [CIL VI, 432; 2241]. It was famous for its magnificence [Suet. Cit.]: The walls were marble [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 50] and contained numerous art work [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78-79]. Augusto frequently visiting him and, on one occasion is said to have dreamed that Jupiter complained that the popularity of the new temple the devotees had departed from the great Capitoline temple; to which Augustus said that Jupiter Thunderer was only the guardian of the gates of Jupiter and made hanging of the bells to the ears of the first to show this relationship [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. This shows that the temple had to be very close to the entrance of the older one and then at the southeast corner of the hill, above the hole [see. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44-46]. The temple is represented on some coins of Augustus as hexastyle with a central statue of Jupiter in a hand he holds Lightning and in the other a scepter, perhaps playing a famous work of Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in ​​Aventino

The temple of Jupiter Libertas (then called Jupiter Liber) on the Aventine, probably close to that of Juno Regina, was originally dedicated to the Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov (i) Leibert(ati)]. Restored by Augustus, it was re-dedicated to Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Jupiter Liber]. The church was dedicated to two gods: Jupiter (probably with the epithet Liber) and Libertas. We do not know the date of its construction, but it seems to have occurred by you. Sempronius Gracchus, consul in 238 BCE, that would dedicate to Libertas. Inside there was a painting celebrating his victory at Benevento in 214 BCE [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. The building is represented on the reverse of a denarius coined by Cn. Egnatius Maxumus in 75 BCE. through two columns of the facade appear two statues of worship, identified OCME Jupiter (marked with the lightning symbol on the tympanum) and Libertas (marked pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

The construction of this temple took place in a period of great social changes in Republican Rome: during the war against Hannibal, the state was forced to carry out the enrollment of 24000 servants [Val. Max. VII, 6, 1], which is to add more and bondage 8000 volunteers [Liv. XXII, 57, 11]. Proponent of these enlistments was the same Ti. Sempronoius Gracchus, who defeated the Carthageans in Benevento, also thanks to these fighters. In exchange for their service in the Roman army, the servants were freed and obtained Roman citizenship. A few years later, in 197 BCE. during the triumph of C. Cornelius Cethegus (following the victory over Insubri) and in 194 BCE. during one of Ti. Flaminius, they still saw masses of freed slaves from the general winners [Liv. XXXIII, 23, 1-6; XXXIV, 52, 12].

He explains in this context the dedication of a temple to Libertas, tutelary deity dgli tampered slaves. Jupiter Liber appears likely related to the acquisition of citizenship by freedmen and as a guarantor of the oath that they lent, jusjurandum Libertati (the presence of Jupiter in the ceremony of manumissio is also attested in the sanctuary of Feronia in Terracina [Serv. Aen. VIII , 564; Plaut. Amph. 460-462]). We can also note the similarities between the manumissio and the ritual of taking the toga virilis by young Romans (in this analogy also see the dedication, in the same period, of a temple at Juventas, Goddess of the new stipendiary [August. CD IV , 11]): the slaves who were about to manumissio, as well as the young Romans, were shaved and they were told the pilleum white [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], a symbol of their new status, similar in function to the pure toga (it is true that those who fought in Benevento, received the right to wear, as a sign of obtaining the citizenship, a white toga pretextata and Lorum, an amulet, like bulla [Liv. Cit.]).

Junoni Reginae in Aventino

The temple on the Aventine was voted by Camillo to Juno Regina of Veii, before the taking of the city, in 396 BCE, and he dedicated in 392 BCE [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. It was placed inside a wooden statue of the Goddess from the conquered city after Evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. YOU; Val. Max. I, 8, 3] and is often mentioned during the procuratio of prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cf. xxvii, 37, 7]. It was rededicated by Augustus, probably on the same day of his Dies Natalis.

 

Picture

Augustus. Silver Denarius (3.80 g), 27 BC-AD 14. Colonia Patricia(?), ca. 19 BC. CAESAR AVGVSTVS, bare head of Augustus left. Reverse IOV TO[N], hexastyle temple of Jupiter containing statue of the god standing left, holding thunderbolt and scepter. RIC 64; BMC p. 64, note; RSC 180

KAL. SEXT. (1) F

Spei ad Forum Holitorium

Il tempio di Spes al foro Olitorio, fu costruito e dedicato da A. Atilius Caiatinus durante la Prima Guerra Punica, nel 258 o 254 aev [Cic. Leg. II, 28; Nat. Deor. II, 61 (dove si legge Spes, anziché Fides); Tac. Ann. II, 49]. Fu colpito da un fulmine nel 218 aev. [Liv. XXI, 62, 4), bruciato nel 213 aev. e ricostruito l’anno seguente da una speciale commissione [Liv. XXV, 7, 6; XXIV, 47, 15-16]. Bruciò ancora nel 31 aev. [Cass. Dio I, 10, 3] e probabilmente fu restaurato da Augusto. Germanico lo dedicò nel 17 [Tac. Ann. II, 49].

Nel 179 aev. E’ menzionato anche come tempio di Spes presso il Tevere [Liv. XL, 5, 6]. Nei calendari epigrafici la data della dedicazione è le Kal. Sext. [Fast. Arv. Vall. ILLRP 9; CIL I², 214; 240; 248; 323; Praen. NS 1897, 421]. Gli autori moderni ritengono che le rovine dell’edificio siano quelle del tempio meridionale che si trova sotto la chiesa di S. Nicola in Carcere, risalente al periodo repubblicano. Dagli scavi è stato possibile ricostruire una struttura lunga 30 metri e con larghezza uguale, di ordine ionico, in cui si accedeva al pronao con una scalinata di 12 o 13 gradini. Dato che esisteva un altro tempio, più antico, dedicato alla stessa divinità sull’Esquilino, quest’ultimo divenne noto come Spes Vetus.

 

Victoris Duabus in Palatino

Secondo Varrone Victoria è una divinità antichissima, generata dalla coppia primigenia Coelum e Terra e per questo chiamata Coeli filia [Var. L. L. V, 62] (vedi Vica Pota). Lo stesso autore le attribuisce come simboli la corona e la palma (Figura 130; Figura 131; Figura 132).

La tradizione vuole che il culto di Victoria sia stato istituito sul Palatino da Evandro [Dion. H. I, 32, 5], ma il primo tempio di cui si ha notizia è quello edificato su questo colle da L. Postumius Megellus quando era edile curule con gli introiti di alcune multe e dedicato da lui stesso come console, nel 294 aev prima di partire per andare a combattere i Sanniti [Fast. Praen. ad Kal. Aug.; NS 1897, 421; ILLRP 9; Liv. X, 33, 9]. Questa versione, che risale alle fonti di Livio, Fabio Pittore e Claudio Quadrigario, è stata messa in discussione dagli autori moderni che la ritengono inadeguata. È stato ipotizzato che Megellus fosse un avversario politico sia dei Claudii che dei Fabii e che gli annalisti appartenenti a queste gentes, abbiano cercato di sminuire i suoi meriti durante le Guerre Sannitiche, arrivando a nascondere il fatto che il tempio di Victoria fosse stato votato da Megellus proprio in occasione di una vittoria sui Sanniti.

Mentre era in costruzione il tempio della Magna Mater (204 – 191 aev), la sacra pietra, simbolo della Dea, fu custodita nel tempio di Victoria che doveva trovarsi non lontano [Liv. XXIX, 14, 3].

Il resti dell’area sacra furono riportati alla luce, attraverso varie campagne di scavo che hanno anche rivelato la presenza di un precedente luogo di culto dedicato ad una divinità non nota (forse Vica Pota, vedi V ID.  JAN. 9° Jan.). Seguendo il resoconto di Dionigi che parla della fondazione, da parte di Evandro, del culto di Pan al Lupercale e di quello di Victoria sul colle che lo sovrastava, si è ipotizzato che il tempio si trovasse nei pressi delle scalae caci, così com’è rappresentato su un dipinto pompeiano [CIL VI, 3733 = VI, 31059 = ILLRP 284; CIL VI, 31060]

Nelle fondazioni dell’edificio sacro sono state rinvenute le strutture di quella che poteva essere una tomba e che Wiseman attribuisce ad un sacrificio umano di fondazione.

 

Victoria Virgo

Nel 193 aev, vicino al tempio di Victoria, Catone fece costruire un’edicola dedicata a Victoria Virgo [Liv. XXXV, 9, 6]. La data della dedica era la stessa di quella del tempio. I resti di questa aedicula, prima identificati come l’”auguratorium”, sono stati portati alla luce accanto la podio del tempio di Victoria

Spei to Forum Holitorium

The temple of Spes to Forum Holitorium was built and dedicated by A. Atilius Caiatinus during the First Punic War, in 258 or 254 BCE [Cic. Leg. II, 28; Nat. Deor. II, 61 (which reads Spes, instead Fides); Tac. Ann. II, 49]. He was struck by lightning in 218 BCE. [Liv. XXI, 62, 4), burned in 213 BCE. and rebuilt the following year by a special committee [Liv. XXV, 7, 6; XXIV, 47, 15-16]. He burned again in 31 BCE. [Cass. God, I, 10, 3] and probably was restored by Augustus. Germanicus dedicated it in 17 [Tac. Ann. II, 49].

In 179 BCE. It is also mentioned as the temple of Spes at the Tiber [Liv. XL, 5, 6]. Epigraphic calendars the date of the dedication is the Kal. Sext. [Fast. Arv. Vall. ILLRP 9; CIL I², 214; 240; 248; 323]. Modern authors believe that the ruins of the building are those of the southern temple that is located under the church of St. Nicholas in Prison, dating from the Republican period. The excavations it was possible to rebuild a structure 30 meters long and with equal width, of Ionic order, which gave access to the porch with a staircase of 12 or 13 steps. Given that there was another temple, oldest, dedicated to the same divinities Esquiline, the latter became known as Spes Vetus.

 

Victoris duabus in Palatine

According to Varro Victoria is an ancient deities, made of pair and Coelum primeval Earth and for this called Coeli filia [Var. L. L. V, 62] (see Vica Pota). The same author attributes to the crown as symbols and the palm.

Tradition has that the cult of Victoria has been established on the Palatine by Evander [Dion. H., 32, 5], but the first temple of which we know is built on the hill by L. Postumius Megellus when aedilis curulis with the revenues of some fines and dedicated by him as consul, in 294 BCE before leaving to fight the Samnites [Fast. Praen. to Kal. Aug .; ILLRP 9; Liv. X, 33, 9]. This version, which dates back to the sources of Livy, Fabius Pictor and Claudius Quadrigarius, has been questioned by modern authors who deem inadequate. It was hypothesized that Megellus was a political opponent of both the Claudian that the Fabian and that the chroniclers belonging to those gentes, tried to belittle his merits during the Samnite Wars, coming to hide the fact that the temple had been voted to Victoria by Megellus on the occasion of a victory over the Samnites.

While it was being built the temple of the Magna Mater (204-191 BCE), the sacred stone, a symbol of the Goddess, he was kept in the temple of Victoria who was to be located not far [Liv. XXIX, 14, 3].

The remnants of the sacred area were brought to light through various excavations that revealed the presence of an earlier place of worship dedicated to an unknown deity (perhaps Vica Pota, see V ID. JAN. 9 Jan.). Following the account of Dionysius Evandrer fouded the cult of Pan at Lupercal and that of Victoria on the hill above him, it was assumed that the temple was near the scalae Caci, as it is represented on a painting Pompeian [CIL VI 3733 = VI, 31059 ILLRP = 284; CIL VI, 31060]

In the sacred building foundations the structures that have been found that could be a grave and Wiseman attaches to a human sacrifice foundation.

 

Victoria Virgo

In 193 BCE, near the temple of Victoria, Cato built shrine dedicated to Victoria Virgo [Liv. XXXV, 9, 6]. The date of the dedication was the same as that of the temple. The remains of this aedicula, first identified as the ” auguratorium “, were brought to light by the podium of the temple of Victoria

 

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Hadrian. (117-138 AD). Orichalcum sestertius (27.30 gm). Rome, ca. 123-125 AD. IMP CAESAR TRAIAN HADRIANVS AVG P M TR P COS III, laureate, cuirassed bust right, seen from front, fold of cloak on front shoulder / P M TR P COS III S C, Spes advancing left, holding flower and raising skirt. BMCRE 1256. Cohen 1154 var. RIC 612b

KAL. QUINCT. (1) N

Felicitati in Campidolio

L’anniversario della dedica del tempio di Felicitas è menzionato dai Fasti Anziati [CIL I², 33, 339; ILLRP 9], ma non si hanno notizie certe a riguardo, l’unico riferimento che possediamo è la notizia che un tempio a Felicitas fu eretto da L. Licinius Lucullus con il bottino raccolto in Spagna, nel 151 – 150 aev e da lui dedicato nel 146 aev [Strabo VIII, 6, 23; Cass. Dio. Fr. LXXVI, 2]. Per la decorazione dell’edificio L. Mummius vi portò alcune opere dalla Grecia e certe statue delle Muse di Praxiteles da Thespiae che furono poste di fronte al tempio [Cic. Verr. IV, 4, 126; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 69; XXXVI, 39].

Si ricorda che Cesare ruppe l’assale del carro su cui celebrava il Trionfo nel 46 aev proprio di fronte a questo tempio [Cass. Dio. XLIII, 21] per cui sappiamo che si trovava sulla via della processione trionfale; Svetonio afferma che l’episodio si svolse mentre Cesare si dirigeva al Velabro [Suet. Caes. XXXVII], ma non sappiamo altro sulla sua collocazione. Sembra che sia bruciato all’epoca di Claudio e mai più ricostruito.

Felicitas era particolarmente legata all’ambito militare ed era una dote riconosciuta in particolare ai generali vittoriosi, tra cui Scipione Africano, Silla, Pompeo, Cesare. Nei Fasti degli Arvali, è ricordato un sacrificio a Felicitas, Genius Populi Romani e Venus Victrix sul Campidoglio, ma si svolgeva nel mese di October [Fast. Amit. Arval. ad VII Eid. Oct., CIL I², 245, 214, 331].

 

Felicitati in Campidolio

The anniversary of the dedication of Felicitas temple is mentioned in Fasti Antiates [CIL I², 33, 339; ILLRP 9], but there is no definite information about it, the only reference we have is the news that a temple to Felicitas was built by L. Licinius Lucullus with the booty collected in Spain, in 151-150 BCE and dedicated by him in 146 BCE [Strabo VIII, 6, 23; Cass. God. Fr. LXXVI, 2]. For the decoration of the building L. Mummius brought some works from Greece and certain Muses statues of Praxiteles and Thespiae placed in front of the temple [Cic. Verr. IV, 4, 126; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 69; XXXVI, 39].

Cesare broke the axle of the wagon on which he celebrated the triumph in 46 BCE, right in front of this temple [Cass. Dio. XLIII, 21] so we know that it stood in the way of triumphal procession; Suetonius says that the incident took place while Caesar was heading to the Velabrum [Suet. Caes. XXXVII], but we know nothing more about its location. It seems to have burned at the time of Claudius and never rebuilt.

Felicitas was particularly linked to the military and was a dowry in particular recognized to victorious generals, including Scipio Africanus, Sulla, Pompey, Caesar. In the Arval’s Fasti, a sacrifice to Felicitas, Genius Populi Romani and Venus Victrix is remembered on the Capitoline Hill, but it took place in the month of October [Fast. Amit. Arval. VII to Eid. Oct., CIL I², 245, 214, 331].

 

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Julia Maesa. Augusta, AD 218-224/5. Denarius (Silver, 3.35 g 7), Rome, 220-222. IVLIA MAESA AVG Draped bust of Julia Maesa to right, her hair bound in a bun at the back. Rev. SAECVLI FELICITAS Felicitas standing facing, her head to left, holding patera over burning altar in her right hand and long caduceus in her left; to right, star of eight rays. BMC 79. Cohen 45. RIC 271.

KAL.  JUN. (1) N

Junoni Monetae in Arce

Il tempio di Giunone Ammonitrice (Moneta) fu dedicato nel 344 aev. assolvendo a un voto pronunciato l’anno prima dal dittatore M. Furius Camillus durante la guerra contro gli Aurunci.

Si trovava sul Campidoglio, nel luogo dove prima c’era la casa di Manlio Capitolino, che era stata distrutta in seguito alla sua condanna a morte [Liv. VII, 28, 4 – 6; VI, 20, 13; Val. Max. VI, 3, 1; Ov. Fast. VI, 183; I, 638]. Secondo un’altra tradizione, sarebbe stato costruito sul luogo in cui sorgeva la regia di Tito Tazio [Plut. Rom. XX, Solin. I, 21]. La leggenda vuole che, durante l’assedio gallico di Roma, delle oche, consacrate a Giunone, avessero avvertito i Romani di un tentativo dei nemici di scalare le mura dell’Arx; in questo modo Manlio Capitolino, riuscì a respingerli e a salvare la cittadella [Plut. Camil. XXVII]. A questo episodio si fa risalire l’epiteto “Ammonitrice” dato a Giunone; un’altra versione vuole che, durante un terremoto, dal tempio della Dea si udì una voce che chiedeva di espiare il prodigio sacrificando una scrofa gravida [Cic. Div. I, 101]. Poiché l’assedio gallico avvenne prima della costruzione del tempio votato da Camillo e, a causa dell’incertezza delle fonti sulla sua localizzazione, è stato ipotizzato che sul Campidoglio esistesse già un luogo di culto (ara o sacellum), probabilmente dedicato a Juno Regina che sarebbe poi stato sostituito dal tempio, o che avrebbe continuato ad esistere e ad essere celebrato il 10° Oct.

L’epiteto Moneta, deriva da moneo, un verbo il cui significato primario è ricordare, richiamare all’attenzione, da cui anche monumentum, dal proto-indoeuropeo *mon-eje-, per cui correttamente significa, colei che riporta alla mente, la Memoria, tant’è che Livio Andronico, traducendo in latino l’Odissea, tradusse con Moneta, Mnhmosunh [Liv. Andr. Fr 21 B apud Prisc. GL II, 198 K].

Quando i romani iniziarono ad usare monete, nel III sec. aev, nei pressi del tempio di Juno Moneta sorse la zecca di Roma, da cui il nome di moneta

 

Marti in Clivio

Il tempio di Marte in Clivio, si trovava sul Clivius Martis, sul lato sinistro della via Appia, tra il primo ed il secondo miglio dalla citta, fuori dalla Porta Capena, presso un bosco [CIL VI, 10234; Serv. Aen. I, 292; App. B.C. III, 6, 41; Ov. Fast. VI, 191 – 195; Schol. Juv. I, 7]. Non si conosce la data in cui fu costruito, ma sembra che fosse stato votato durante la guerra gallica e dedicato nel 388 aev. da Titus Quinctius, un duumviro sacris faciendis [Liv. VI, 5, 8]. Nei pressi di questo tempio si riunivano le truppe in armi, prima di partire per una campagna militare [Liv. VII, 23, 3] e dallo stesso luogo partiva la transactio equitum, la processione dei cavalieri che si svolgeva nel mese Quinctilis (vedi) [Dion. H. VI, 13, 4]. All’interno del tempio vi era una statua di Marte ed immagini di lupi [Liv. XXII, 1, 12], mentre nelle sue vicinanze si trovava il lapis manalis: secondo Festo [Fest. 128] una grossa pietra che veniva portata in città nei periodi di siccità, ottenendo così la pioggia, dal fatto che con essa “scorresse (manaret)” l’acqua, era chiamata manalis. Da Varrone apprendiamo che con questa pietra si compiva un qualche rito chiamato, dai pontefici, manale sacrum [Var. apud. Non. 547].

Nel 189 aev. la via Appia fu pavimentata fino a questo tempio e così la collina su cui si trovava, in seguito furono aggiunti portici che correvano lungo la via che fu quindi definita via tecta.

 

Carna – Kalendae Fabariae

Alle Kal. Jun. si venerava Carna, un’antica divinità romana, il cui nome deriva da caro, carnis, la carne e di cui abbiamo poche notizie. Secondo un documento epigrafico, è possibile che questo giorno, in suo onore, fosse chiamato anche Carnaria [CIL III, 3893].

Le nostre uniche fonti sono un passo di Macrobio ed uno dei Fasti di Ovidio. Entrambi mettono in relazione Carna con gli organi interni, vitalia, e di cui ne fanno una sorta di protettrice [Macr. Sat. I, 12, 32]. Essa era anche connessa con la salus, intesa sia come salvezza del popolo [Macr. Sat. I, 12, 33], che come salute delle persone [Ov. Fast. VI, 151 – 162], è infatti il suo intervento che salva Proca dalla consunzione, un indebolimento progressivo che si pensava fosse causato da demoni che succhiavano le viscere dei neonati (striges). Questi elementi fanno ipotizzare che si trattasse di una Dea che presiedeva alla buona salute e alla forza vitale che si credeva fosse racchiusa negli organi interni (vitalia).

Secondo Ovidio Carna era anche legata a un cibi insoliti, la purea di farro e fave ed il lardo, ritenuti semplici, ma molto sostanziosi [Ov. Fast. VI, 169 – 171; Macr. Sat. I, 12, 32; Plin. XVIII, 29, 118]. Questo legame era celebrato una volta all’anno quando alla Dea erano offerti questi alimenti. Quest’ulteriore elemento fa pensare che Carna fosse più in particolare legata all’assorbimento degli alimenti e alla loro trasformazione in carne, massa corporea, e forza vitale (caro, vitalia). Essa presiedeva quindi al nutrimento e al mantenimento in buona salute e in vigore fisico attraverso di esso combattendo tutto ciò che provoca consunzione ed indebolimento. Per questo motivo è Lei a rivelare alla nutrice di Proca il rituale apotropaico con cui allontanare le striges dal bambino, permettendo che riprenda le forze ed il colorito della carne [Ov. Fast. VI, 151 – 162].  I cibi che Le erano offerti, al di là del loro valore nutritivo, potevano anche avere un significato simbolico: la Dea estendeva la sua influenza su ogni alimento e la totalità dei cibi era rappresentata da carne e vegetali, ovvero dal lardo e le fave. Questo ha portato Dumézil ad accostare Carna alla divinità vedica Pitù cha aveva lo stesso ruolo nel Rg Veda .

Altri autori hanno proposto interpretazioni diverse, in particolare facendo di Carna una Dea protettrice delle porte, Cardea (in base ad Ovidio [Ov. Fast. VI, 101 – 130]), una divinità infera, in base all’associazione con le fave, o un aspetto di Giunone. La discussione di tutte queste tesi, con gli elementi a favore e contrari si trova nel testo già citato di Dumézil2. Secondo l’autore, il legame di Carna – Crane con Janus e la protezione delle porte deriverebbero dallo sviluppo, compiuto da Ovidio, di una paraetimologia che si articola attraverso Carna – Cardea – Crane, da cardo, il cardine delle porte; così come lo stesso autore romano aveva sviluppato la paraetimologia che collegava Carmenta al carro denominato carpentum.

Un legame con Giunone non è da escludere completamente, sebbene non sia possibile ritenere Carna un aspetto della Sposa di Giove, è tuttavia possibile che rappresentasse una manifestazione particolare di quella forza vitale, che a un livello più astratto era personificata da Juno. A favore di questa idea starebbe il legame tra la Dea, a cui avrebbe dedicato un fanum sul Celio [Macr. Sat. I, 12, 33; Tert. Ad. Nat. II, 9, 7], e Junius Brutus, il primo console di Roma, prototipo della funzione guerriera era anche simbolo degli juvenes, degli uomini nel pieno del vigore fisico e del possesso della forza vitale.

 

KAL. JUN. (1) N

Junoni Monetae in Arce

The temple of Juno Ammonitrice (Moneta) was dedicated in 344 BCE. fulfilling a vow made the previous year by the dictator M. Furius Camillus during the war against the Aurunci.

He stood on the Capitol, where there was the house of Manlius Capitolinus, which had been destroyed as a result of his death sentence [Liv. VII, 28, 4 – 6; VI, 20, 13; Val. Max. VI, 3, 1; Ov. Fast. VI, 183; I, 638]. According to another tradition, it was built on the site of Titus Tatius regia [Plut. Rom. XX, Solin. I, 21]. The legend says that, during the Gallic siege of Rome, geese, consecrated to Juno, had warned the Romans about an enemies attempt of climbing the Arx walls, so Manlius Capitolinus was able to fight them off and save the citadel [Plut. Camil. XXVII]. This episode goes back the epithet “Cautionary” given to Juno. Another version has that, during an earthquake, from the Goddess temple a voice was heard calling to expiate the prodigy sacrificing a pregnant sow [Cic. Div. I, 101]. Since the Gallic siege took place before the construction of Camillus temple and, because of the uncertainty of the sources on its location, it was hypothesized that on the Capitol there was already a place of worship (ara or sacellum), probably dedicated to Juno Regina who was later replaced by the temple, or that he would continue to exist and to be celebrated on 10th Oct.

When the Romans began to use coins, in the third century. BCE, near the temple of Juno Moneta rose the mint of Rome, hence the name of the currency

 

Marti in Clivio

The Temple of Mars in Clivius, was on Clivius Martis, on the left side of the Appian Way, between the first and second mile from the town, outside the Porta Capena, at a forest [CIL VI 10234; Serv. Aen. I, 292; App. B.C. III, 6, 41; Ov. Fast. VI, 191-195; Schol. Juv. I, 7]. We do not know the building date, but it seems that it had been voted during the Gallic War and dedicated in 388 BCE by Titus Quinctius, duumvir sacris faciendis [Liv. VI, 5, 8]. Near the temple the troops under arms gathered before leaving for a military campaign [Liv. VII, 23, 3] and from the same place was leaving the transvectio equitum, the procession of knights that took place in the month Quinctilis [Dion. H. VI, 13, 4]. Inside the temple there was a statue of Mars and wolf pictures [Liv. XXII, 1, 12], while in its vicinity there was the lapis Manalis: according to Festus [Fest. 128] a great stone that was brought to the city in times of drought, resulting in rain, from the “flow (manare)” of water, it was called Manalis. According to Varro the stone was involved in some ritual called, by the pontefices, manale sacrum [Var. apud. Non. 547].

In 189 BCE. the Appian Way was paved up to this temple and so the hill on which it stood, were later added porticoes that ran along the road which was then defined via tecta.

 

Carna – Kalendae Fabariae

At Kal. Jun. Carna, an ancient Roman god, whose name comes from dear, carnis, flesh, was venerated. According to a written document, it is possible that this day, in his honor, was also called Carnaria [CIL III, 3893].

Our only sources are a step Macrobius and one of the Fasti of Ovid. Both relate Carna with the internal organs, vitalia, and which make it a sort of patron [Macr. Sat. I, 12, 32]. It was also connected with the salus, understood both as a salvation of the people [Macr. Sat. I, 12, 33], and as people’s health [Ov. Fast. VI, 151-162], is in fact his intervention that saves Proca from consumption, a progressive weakening that was thought to be caused by demons sucking the bowels of infants (striges). These elements seem to indicate that it was a goddess who presided over the good health and the life force that is believed to be contained in the internal organs (vitalia).

According to Ovid Carna was also linked to an unusual foods, mashed barley and broad beans and lard, considered simple, but very substantial [Ov. Fast. VI, 169-171; Macr. Sat. I, 12, 32; Plin. XVIII, 29, 118]. This bond was celebrated once a year when these foods were offered to the goddess. This additional element suggests that Carna was more particularly linked to the absorption of food and changes to them in the flesh, body mass, and life force (expensive, vitalia). It then presided at nurturing and maintaining good health and physical stamina through it fighting anything that causes wasting and weakening. For this reason it is she to reveal the nurse of Proca apotropaic ritual with which the striges away from the baby, allowing it to resume the forces and the color of the flesh [Ov. Fast. VI, 151-162]. The Foods that were offered, beyond their nutritional value, they could also have a symbolic meaning: the Goddess extended its influence on every food and all food was represented by meat and vegetables, or the bacon and beans. This led Dumézil to pull Carna to Vedic deities Pitu cha had the same role in the Rg Veda.

Other authors have proposed different interpretations, particularly of Carna making a goddess protector of the doors, Cardea (according to Ovid [Ov. Fast. VI, 101-130]), an underworld deity, according to the association with the beans, or an aspect of Juno. The discussion of all these theses, with the elements for and against is in the text already quoted Dumézil2. According to the author, the binding of Carna – Crane with Janus and protection of ports would arise from the development, taken from Ovid, a paraetimologia that is articulated through Carna – Cardea – Crane, from thistle, the mainstay of the doors; as well as the same Roman author had developed paraetimology linking Carmenta the wagon called carpentum.

A link with Juno is not excluded completely, although it is not possible to consider Carna an aspect of Jupiter’s Bride, it is nevertheless possible to represent a particular manifestation of the life force, which in a more abstract level was personified by Juno. In favor of this idea would be the link between the Goddess, who would dedicate a fanum Caelian [Macr. Sat. I, 12, 33; Tert. A.D. Nat. II, 9, 7], and Junius Brutus, the first consul of Rome, the prototype of the warrior function was also symbolic of the Juvenes, men in full physical vigor and possession of the life force.

 

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  1. Carisius

Denarius 46, AR 3.82 g. MONETA Head of Juno Moneta r. Rev. T·CARISIVS Coining implements. All within laurel wreath. Babelon Carisia 1. Sydenham 982. Sear Imperators 70. Crawford 464/2.

KAL.  MAJ. (1) F

Sacrum Majae

Il flamen volcanalis offriva a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]. Secondo Giovanni Lido questo rito aveva lo scopo di scongiurare i terremoti [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

Questa divinità era così chiamata per non pronunciarne il vero nome segreto che era lecito conoscere solo alle donne e veniva usato durante i suoi riti misterici. La data di costruzione dell’edificio è ancor oggi oggetto di dibattito, ma l’ipotesi più accreditata è che l’edificio sacro sia eretto nel 123 aev. dalla vestale Licinia [Cic. Domo 136 – 37] (secondo Ovidio il nome della vestale era Claudia [Ov. Fast. V, 155]) alle pendici dell’Aventino, nel luogo chiamato Remoria. In questo luogo sacro non era permesso che entrassero uomini [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149 – 58], né, formalmente, poteva entrare il vino, che però era portato in vasi chiamati mellaria; anche il mirto era bandito dal Suo tempio. I riti più importanti in onore della Dea si svolgevano in December, nella casa di un console o di un pretore ed erano officiati solo da donne, gli uomini, in quel giorno erano infatti allontanati dall’edificio. Secondo Macrobio [Macr. Sat. I, 12, 23 – 28], Essa era rappresentata con uno scettro nella mano sinistra che simboleggiava la regalità e la assimilava a Giunone ed era coronata di vite. Era anche identificata con Ops, Cerere e Proserpina e Le si sacrificava una scrofa. Nel suo tempio vi erano dei serpenti ed erano tenute numerose erbe con cui i sacerdoti preparavano rimedi e pozioni. Un sacellum della Dea si trovava nella zona di Trastevere [CIL VI, 65].

Dal passaggio di Cicerone [Cic. Cit.] si può dedurre che l’edificio sacro non fosse un tempio pubblico (aedes publica), bensì un luogo di culto privato (probabilmente a causa dell’esclusione degli uomini dal culto della Dea). L’assenza della data della dedica nei calendari epigrafici rafforza questa ipotesi.

Laribus Praestitibus

Le fonti ricordano diversi luoghi di culto dedicati ai Lares, principalmente: un tempio, al sommo della sacra via [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor.  III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] dedicato il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 92], poi restaurato da Augusto e un sacellum, che sarebbe stato dedicato ai Lares Praestites, alle Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129 – 30; ILLRP 9] da Manlio Curio Dentato. Tacito, descrivendo il percorso del pomerium romuleo, identifica uno dei suoi angoli con un sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] che presumibilmente è lo stesso di cui parla Ovidio; in considerazione del fatto che si trattava dei Lari Protettori della città, posti a difesa delle sue mura, non stupisce che il loro luogo di culto si trovasse in prossimità del pomerium. Ovidio descrive queste divinità come gemelli ai cui piedi si trova un cane [Ov. Fast. V, 137 e 143]. Anche Plutarco afferma che i Lares Praestites erano rappresentati in compagnia di un cane o vestiti con pelli di cane [Plut. Q. R. 51] ed entrambi gli autori, riferiscono questo attributo al ruolo di guardiani della città svolto di queste divinità.

Ovidio identifica i gemelli Lares Praestites con i Lares Compitales e racconta il mito della loro nascita da una divinità infera, Lara – Tacita (che sarebbe quindi identificata con Mania vedi Januarius, Compitalia) e Mercurio [Ov. Fast. II, 609 – 16]. Tale identificazione è da ricollegare al fatto che Augusto istituì in questa data una ripetizione dei Compitalia e dei Ludi che li accompagnavano [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. Nel passo dedicato alle Kal Maj Ovidio infatti si riferisce al culto dei Lares Augusti [Ov. V, 129 – 30; 143 – 46] che fu sovrapposto a quello dei Praestites e dei Compitales.

La Loro rappresentazione come gemelli, ha portato anche ad identificarLi con Romolo e Remo, tuttavia Carandini  ha fatto notare come il tema gemellare, nella tradizione latina e romana, sia un archetipo che si attualizza attraverso figure diverse che si manifestano in diversi stadi della storia mitica del Lazio . Quindi Romolo e Remo, in quanto Lari gemelli, non sono che l’ultimo aspetto della coppia originaria che è anche Latino e Fauno (associazione chiaramente richiamata nella rappresentazione dello specchio prenestino di Bolsena), così come Pico e Fauno. Il tema gemellare si ritrova anche in connessione con le divinità tutelari, poste a difesa degli stipiti delle porte, Picumnus e Pilumus , a loro volta identificabili con i Dioscuri. Non avendo alcuna descrizione precisa delle statue di cui parla Ovidio, ciascuna di queste coppie potrebbe essere stata quella che esse rappresentavano, o nessuna in particolare, riferendosi piuttosto all’archetipo.

Il cane potrebbe essere connesso con queste divinità tutelari, proprio perché ritenuto il guardiano delle soglie (cani sacrificati sono stati rinvenuti nei depositi di fondazione sotto le porte delle città) e quindi naturalmente associato ai Praestites, o per un suo legame con le divinità ctonie, come farebbe intendere il sacrificio di cani a Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], per altro identificata con la Madre dei Lari.

Lo specchio di Bolsena è stato variamente interpretato dagli autori moderni negli ultimi 30 anni, a partire da quanto è stata la sua autenticità . Una sua analisi estremamente puntuale è stata compiuta da T. P. Wiseman184 che, in base alle caratteristiche e agli attributi dei personaggi, vi ha ravvisato una rappresentazione del mito sulla nascita dei Lares Praestites, così com’è raccontato da Ovidio [Ov. Fast. II, 609 – 16], e una scena allegorica dei Feralia. Nel racconto poetico, Mercurio, mentre porta Lara – Tacita nell’Ade, la violenta e concepisce i Lares. Secondo Wiseman, l’episodio sarebbe stato collocato alle Eidus Maji, giorno dedicato a Mercurio e anniversario del concepimento dei Lares Praestites, che verranno alla luce nove mesi dopo, alla fine di Februarius, in concomitanza coi Feralia. Essendo questo il periodo dedicato ai defunti, si può pensare ad una nascita ctonia dei Lares che, tuttavia, esercitavano la loro azione anche nel regno terreno, come difensori della città. A questo secondo aspetto si può ipotizzare che fosse associata una sorta di seconda nascita, alle Kal Maj, una nascita come divinità del regno terrestre, e per questo motivo questa data fu scelta per la dedica del tempio dei Lares Praestites.

La celebrazione dell’anniversario del tempio dei Lares Praestites, le divinità che proteggevano la città dai nemici, sia materiali che spirituali, iniziava per la comunità romana arcaica un periodo di purificazione che aveva lo scopo di eliminare le contaminazioni, espellere gli spiriti maligni, e tenere lontani dai suoi confini le entità nefaste, e si concludeva con la chiusura dei Vestalia, il Q.St.D. F. a metà del mese di Junius. Questo lungo intervallo di tempo comportava rituali e cerimonie che si svolgevano a tutti i livelli e che intendevano liberare tutta la città e il suo ager, in vista del momento del raccolto.

Troviamo rituali privati, Lemuria e Carnaria, cerimonie pubbliche riguardanti sia la città arcaica, i Sacra Argeorum, che le comunità rurali ed il territorio coltivato, gli Ambarvalia; infine la purificazione del Penus Vestae, simbolo dell’intera comunità e dello Stato romano nel suo insieme.

Il tempo occupato da queste cerimonie era quello della tarda primavera, in questo momento critico era necessario allontanare ogni pericolo dalle colture in fase di maturazione (e forse anche dalle gestanti che avevano appena iniziato la gravidanza), così da propiziare il buon esito del raccolto e la comunità, rigenerata e liberata dai fantasmi e da ogni forma di contaminazione, poteva apprestarsi a celebrare l’arrivo dell’estate ed il trionfo della forza solare.

 

Sacrum Majae

The flamen volcanalis offered to Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 et seq]. According to Johannes Lydus this ritual was intended to ward off earthquakes [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

This deity was so called not to pronounce the real secret name that was permitted only to know the women and was used during its rituals mystery. The date of construction of the building is still being debated today, but the most accepted hypothesis is that the sacred building is erected in 123 BCE. from Vestal Licinia [Cic. Domo 136-37] (according to Ovid was the name of the Vestal Claudia [Ov. Fast. V, 155]) to the Aventine hill, in the place called Remoria. In this sacred place men were not allowed to enter [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149-58], also wine was not permitted, but it was carried in in vessels called mellaria; even the myrtle was banished from Her temple. The most important rites in honor of the Goddess took place in December, in the house of a consul or a magistrate and were officiated only by women, men, on that day were in fact moved away from the building. According to Macrobius [Macr. Sat. I, 12, 23-28], She was represented with a scepter in his left hand that symbolized royalty and assimilated to Juno and was crowned with vine. She was also identified with Ops, Ceres and Proserpine and a sow was sacrificed to Her. In Her temple there were snakes and numerous herbs were held at which the priests made remedies and potions. A sacellum Goddess was in the area of ​​Trastevere [CIL VI, 65].

By the passage of Cicero [Cic. Cit.] It can deduce that the sacred building was not a public temple (aedes publica), but a place of private worship (probably because of the exclusion of men from the cult of the Goddess). The absence of the date of the dedication in epigraphic calendars strengthens this hypothesis.

Laribus Praestitibus

The sources point out various places of worship dedicated to the Lares, mainly: a temple, at the top of the sacred way [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] devoted 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-92], then restored by Augustus and a sacellum, which would be devoted to Lares Praestites, to Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129-30; ILLRP 9] by Manlius Curius Dentatus. Tacitus, describing the path of Romulus’ pomerium, identifies one of its corners with a sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] that supposedly is the same mentioned by Ovid; considering the fact that Lares were the protectors of the city, placed to defend its walls, no wonder that their place of worship was in the vicinity of the pomerium. Ovid describes these deities as twins at whose feet is a dog [Ov. Fast. V, 137 and 143]. Plutarch also states that the Lares Praestites were represented in the company of a dog or dressed dog skins [Plut. Q. R. 51] and both authors, this attribute refers to the role of guardians of the city done of these deities.

Ovid identifies the twins Lares Praestites with Lares compitales and tells the myth of their birth from an underworld deity, Lara – Tacita (which would then be identified with Mania see Januarius, Compitalia) and Mercury [Ov. Fast. II, 609-16]. This identification must be linked to the fact that Augustus instituted on this date a repeat of Compitalia and Ludi who accompanied them [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. In the passage devoted to Kal Maj Ovid in fact it refers to the cult of the Lares Augusti [Ov. V, 129-30; 143-46] which was layered with Praestites and compitales.

Their representation as twins, has also led to identify with Romulus and Remus, however Carandini pointed out that the twin theme, in the Latin tradition, and Roman, is an archetype that is actualized through different figures that manifest themselves at different stages of the mythical story Lazio. So Romulus and Remus, as Lari twins, are just the latest aspect of the original couple which is also Latin and faun (Association clearly drawn in the mirror representation prenestino Bolsena), as well as Pico and faun. The twin theme is also found in connection with the tutelary deities, placed in defense of the door jambs, and Picumnus Pilumus, in turn identified with the Dioscuri. Having no precise description of the statues mentioned by Ovid, each of these couples may have been what they represented, or any particular one, but referred rather archetype.

The dog may be connected with these tutelary deities, just because it was considered the guardian of the threshold (sacrificed dogs were found in the foundation deposits under the doors of the city) and then of course associated with Praestites, or for its link with the chthonic deities, as it would mean the sacrifice of dogs to Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], on the other identified with the Mother of the Lares.

The Bolsena mirror has been variously interpreted by modern authors in the last 30 years, starting from what was its authenticity. Its extremely accurate analysis was made by T. P. Wiseman184 that, according to the characteristics and attributes of the characters, has identified you a representation of the myth about the birth of Lares Praestites, as it is told by Ovid [Ov. Fast. II, 609-16], and an allegorical scene of Feralia. In poetic tale, Mercury, while bringing Lara – Tacita Hades, the violent and conceives the Lares. According to Wiseman, the episode would have been placed at Eidus Maji, the day dedicated to Mercury and the anniversary of the conception of Lares Praestites, which will come to light nine months after the end of Februarius, in conjunction with Feralia. This being the period dedicated to the dead, you can think of a chthonic birth of Lares, however, they exerted their action even in the earthly kingdom, as defenders of the city. At this second aspect it can be assumed that it was associated with a sort of second birth, the Kal Maj, a birth as a god’s earthly kingdom, which is why this date was chosen for the dedication of the temple of Lares Praestites.

The anniversary celebration of the temple of Lares Praestites, the deities who protected the city from enemies, both material and spiritual, for the archaic Roman community began a period of purification that was intended to eliminate contamination, expel evil spirits, and keep away from its borders the harmful entities, and ended with the closure of Vestalia, the Q.St.D. F. in the middle of the month Junius. This long time frame involved rituals and ceremonies that took place at all levels and that they intended to free up the entire city and its ager, in view of the harvest time.

We find private rituals, Lemuria and Carnaria, public ceremonies concerning both the archaic city, the Sacred Argeorum, that rural communities and the cultivated land, the ambarvalia; Finally the purification of Penus Vestae, symbol of the whole community and the Roman state as a whole.

The time occupied by these ceremonies was that of the late spring, at this critical time was necessary to remove all danger from the maturing crops (and perhaps also by pregnant women who had just started pregnancy), as well as bringing about the success of the harvest and the community, regenerated and released by ghosts and all forms of contamination, could apprestarsi to celebrate the arrival of summer and the triumph of the solar force.

Picture

Lucius Caesius. 112-111 BC. Denarius (Silver, 3.93 g 1), Rome. Bust of Apollo or Veiovis seen from behind to left, wearing a taenia and with a cloak over his left shoulder, hurling a thunderbolt with his right hand; to right, monogram of AP. Rev. L.CÆSI The Lares Praestites seated facing, turned slightly to right, each on a stool and each holding a long staff; between them, dog standing right; to left and right, monograms of LA and PRE; above, between them, bust of Vulcan to left, wearing his cap and with tongs behind him to right. Babelon (Caesia) 1. Crawford 298/1. Sydenham 564

KAL.  APR. (1) NP

Veneralia

Fortuna Virilis

Alle Kalendae Aprilis si svolgevano i rituali in onore di Venus Verticordia “Colei che volge i cuori [alla pudicizia]”. Questo culto fu introdotto a Roma in due riprese. Valerio Massimo riporta che all’inizio del III sec. a. c. il Senato decretò la consacrazione di una statua a Venus Verticordia, allo scopo di distogliere le matrone e le giovani romane dalla lussuria e di volgerle alla castità. In quell’occasione si decretò quale fosse la matrona più casta della città: furono scelte 100 matrone e tra esse 10 vennero tirate a sorte, in mezzo a questo piccolo gruppo Sulpicia, moglie di Quintus Fluvius Flaccus, fu decretata sanctissima femina (o pudicissima femina) [Val. Max. VIII, 15, 12; Plin. Nat. Hist. VII, 120; Solin. I, 126].

Circa un secolo dopo, la morte di una giovane figlia di un cavaliere romano, perché colpita da un fulmine, fu presagio di una grave empietà; in breve tempo si scoprì che tre vestali di nobile famiglia si erano rese colpevoli di fornicazione (incestum) con uomini di rango equestre. Le tre donne furono messe a morte e, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, fu decretata la costruzione di un tempio dedicato a Venus Verticordia per espiare il misfatto [Jul. Obs. XXXVII (XCVII); Oros. V, 15, 20 – 21]. Plutarco, in questa occasione, accenna anche al compimento di sacrifici umani [Plut. Q. R. 83]

Le matrone e le giovani romane si recavano al tempio di Venus, compivano la lavatio della statua della Dea, e le offrivano rose e altri fiori [Ov. Fast. IV, 133 – 38]; quindi prendevano un bagno coronate di mirto nei pressi del tempio [Ov. Fast. Cit.; Plut. Num. XIX, 3]. La pratica della lavatio è considerata di origine greca, probabilmente, a causa del periodo tardo in cui questo culto di Venus si è affermato.

In questo giorno era onorata anche Fortuna Virilis: le fonti però non sono concordi, infatti gli autori più tardi, come Plutarco e Giovanni Lido, non fanno più menzione di questa divinità ed ascrivono tutti i riti delle Kalendae ad Afrodite. Questa lacuna ha fatto ipotizzare che in tempi antichi il primo giorno di Aprilis fosse stato sacro a Fortuna Virilis e che in seguito, i riti in suo onore siano stati assorbiti nel culto di Venus Verticordia. Fortunatamente ci sono pervenuti alcuni frammenti di questo culto, soprattutto attraverso le note al calendario di Preneste scritte da Verrio Flacco e i Fasti di Ovidio.

Dai fasti apprendiamo che Fortuna Virilis era onorata dalle donne durante un bagno nelle terme: in questa occasione esse bruciavano incenso e chiedevano alla Dea di celare agli uomini i loro difetti fisici così da renderle più seducenti; inoltre veniva bevuta una mistura di latte, papavero e miele, chiamata cocetum [Fest. 39] (molto probabilmente il nome è di derivazione greca, da cuchton), che era solitamente consumata dalle neospose [Ov. Fast. IV, 145 – 52]. Secondo Verrio Flacco le donne romane pregavano Fortuna Virilis e quelle di bassa condizione e le prostitute, in questo giorno, prendevano un bagno nelle terme degli uomini [CIL. I, 1, 262]. Anche Giovanni Lido parla dell’usanza, da parte delle donne di umile condizione, di bagnarsi nelle terme maschili [Lyd. Mns. IV, 65], ma l’ascrive al culto di Venus (come abbiamo visto prima).

 

Veneralia

Fortuna Virilis

At Kalendae Aprilis rituals in honor of Venus Verticordia “She who turns hearts [to modesty]” held. This cult was introduced in Rome on two moments. Valerius Maximus reports that at the beginning of the third century BC. the Senate decreed the consecration of a statue Venus Verticordia, in order to divert the matrons and young Roman lust and turn them to chastity. On that occasion the most chaste matron of the city was chosen: 100 matrons were selected and among them 10 were drawn by lot, among this small group Sulpicia, wife of Quintus fluvius Flaccus, was decreed sanctissima femina (or pudicissima femina ) [Val. Max. VIII, 15, 12; Plin. Nat. Hist. VII, 120; Solin. I, 126].

About a century later, the death of the young daughter of a Roman knight, struck by lightning, was a harbinger of serious impiety; soon it was discovered that three vestal noble family had made guilty of fornication (incestum) with men of equestrian rank. The three women were put to death and, following consultation of the Sibylline Books, the construction of a temple dedicated to Venus Verticordia was decreed to atone for the crime [Jul. Obs. XXXVII (XCVII); Oros. V, 15, 20-21]. Plutarch, on this occasion, also refers to the fulfillment of human sacrifices [Plut. Q. R. 83].

The Roman matrons and young people went to the temple of Venus, were making the lavatio the statue of the Goddess, and offered roses and other flowers [Ov. Fast. IV, 133-38]; then they took a bath myrtle crowned near the temple [Ov. Fast. cit .; Plut. Num. XIX, 3]. The practice of the washhouse is considered of Greek origin, probably, because of the late time when the cult of Venus has emerged.

This day was also honored Fortuna Virilis: the sources, however, do not agree, in fact, to later authors, such as Plutarch and Johannes Lydus, do not make more mention of this deity and ascribe all the rites of Kalendae to Aphrodite. This gap has led to the hypothesis that in ancient times on the first day of Aprilis was sacred to Fortuna Virilis and later, the rites in his honor have been absorbed in the cult of Venus Verticordia. Fortunately we have received some fragments of this cult, especially through the notes on the calendar for Preneste written by Verrius Flaccus and Ovid’s Fasti.

From the pomp we learn that Fortuna Virilis was honored by the women during a bath in the thermae. On this occasion they burned incense and asked the goddess to conceal men their physical flaws making them more attractive; on drank a mixture of milk, honey and poppy, called cocetum [Fest. 39] (most likely the name is derived from Greek, from cuchton), which was usually consumed by new-bride [Ov. Fast. IV, 145-52]. According Verrius Flaccus Roman women prayed Fortuna Virilis and those of low condition and prostitutes, on this day, took a bath in the men’s baths [CIL. I, 1, 262]. Following Lydus women of humble condition were used to bathe in the men’s baths [Lyd. Mns. IV, 65], but the author ascribes it to the worship of Venus (as we saw earlier).

Mensis Martius

https://www.academia.edu/38476268/Mensis_Martius

Il mese di Martius, primo del ciclo annuale romano era dedicato a Mars, divinità che aveva come animali sacri il picchio, il lupo, il toro e il cavallo.
Era il protettore degli juvenes, i giovani che, prima di poter entrare a far parte della comunità civica, erano portati a vivere nelle foreste, comportandosi come briganti per procacciarsi quanto loro necessitava per vivere e non a caso i briganti erano equiparati ai lupi. Questo gruppo di giovani era il populus ed erano guidati da un magister populi (o poplicola), dal verbo populare, saccheggiare, rapinare, e avrebbero poi formato l’ossatura dell’esercito romano, ovvero dell’assemblea degli uomini armati che per questo prenderà il nome di populus. Il populus rappresenta originariamente l’antitesi della civitas, esso esisteva solo al di fuori dei limiti urbani (il populus si riuniva solo fuori dal pomerium) ed era sotto la protezione di Mars Gradivus, il Mars che avanza verso il nemico, laddove i cives, quirites, erano sotto la protezione di Quirinus.Per questo abbiamo la formula Populus Romanus Quiritum, il populus romanus dei Quirites, da un lato il populus romanus, ossia i giovani figli di Romolo in armi, dall’altro i quirites, i cittadini e quanti vivevano nell’ager.
Mars era la guida dei veria sacra, le primavere sacre italiche, i suoi animali sacri guidarono i giovani italici nel loro peregrinare come fantasmi nelle foreste. Mars è quindi, per antonomasia la divinità antitetica alla città e all’ager, è caratterizzato dalla ferinitas

satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber

invocano gli arvali, ossia, feroce Mars, ritieniti sazio, varca il confine, ossia ti preghiamo di stare fuori dal confine dell’ager romanus (non dobbiamo infatti dimenticare che il santuario di Dea Dia era situato sul confine dell’ager romanus antiquus). Era poi Silvanus, cioè abitante delle foreste e per questo venerato nei boschi, come indica Catone.
Se andiamo al rito dei suovetaurilia riportato da Catone, quello che si chiede a Mars è

… prohibessis defendas averruncesque… [Cat. Agr. CXLI]

Si tratta di tre azioni compiute dal guerriero in combattimento: tenere a distanza, impedire l’accesso (pro-hibere da pro- habere, avere a distanza), azione che rimanda alla lancia che colpisce da lontano, arma considerata sacra a Marte fin da tempi remoti (pensiamo al hasta Martis custodita in un sacrarium della Regia); respingere, spingere via, colpire dall’alto (defendere), azione compiuta con la spada o con l’ascia (etimologicamente de- fendere è colpire dall’alto in basso, separare colpendo dall’alto in basso); sviare altrove (averrunco), immagine che si ricollega allo scudo che deflette i colpi dell’avversatio, particolarmente i dardi. In tale rito quindi Mars è rappresentato come un guerriero in armi che, posto fuori dal limite dell’ager, aveva il compito di difenderlo e proteggerlo, affinchè i Lares e i Semunes potessero compiere la loro opera e garantire la fertilità dei campi e la crescita delle messi

Mars Gradivus
Severus Alexander (222-235 AD). AR Denarius (20 mm, 3.11 g), Roma (Rome), 231-235 AD.
Obv. IMP ALEXANDER PIVS AVG, laureate and draped bust right.
Rev. MARS VLTOR, Mars advancing right, holding spear and shield.
RIC 246