III NON.  JAN. – NON. JAN. (3 – 5) C

Ludi Compitales, Compitalia

I Compitalia erano le feste che si svolgevano ai compita [Fest. 40; Grat. Cyneg. 483] (gl’incroci delle vie, sia in città che nelle campagne) in onore dei Lares Viales Continua a leggere III NON.  JAN. – NON. JAN. (3 – 5) C

Sul Natalis Solis Invicti

Un fondamentale articolo del prof. Steven Hijmans sulla relazione tra Natale cristiano e festività in onore di Sol Invictus.
Al contrario di quanto si trova scritto spesso in testi online, ma anche manuali accademici, non vi è alcuna evidenza dell’esistenza di una festività dedicata a Sol Invictus nel mese di dicembre, nella Roma pagana.

Le celebrazioni in onore di questa divinità cadevano nel mese di ottobre, in concomitanza con l’antica festività dell’Armilustrum e consistevano in grandi giochi presieduti dai sacerdoti preposti al Suo culto.

La festività del mese di Dicembre, di cui abbiamo notizia solo dopo il 350 è stata verosimilmente introdotta come reazione all’istituzione del Natale cristiano

 

Possiamo certamente dire:

…Infact, there is no firm evidence that this feast of Sol on December antedates the feast of Christmas at all…
[… infatti non vi è alcuna evidenza certa che la festività di Sol in dicembre [menzionata nel Cronografo del 354], sia in assoluto anteriore al Natale…

https://www.academia.edu/5499535/Steven_Hijmans_Sol_Invictus_the_Winter_Solstice_and_the_Origins_of_Christmas_?fbclid=IwAR11SyORf2kIJ7f-I9_G9_CybIRqy8tgvnsubOjRDO5IZSr2BqunWLK4RCc

Un ulteriore contributo che ricostruisce la storia della “creazione” moderna dell’idea della preesistenza della festività “pagana” in onore di Sol Invictus, rispetto alla celebrazione del Natale Cristiano
https://www.academia.edu/987479/Useners_Christmas_A_Contribution_to_the_Modern_Construct_of_Late_Antique_Solar_Syncretism_in_M._Espagne_and_P._Rabault-Feuerhahn_edd._Hermann_Usener_und_die_Metamorphosen_der_Philologie._Wiesbaden_Harrassowitz_2011._139-152  

Picture

Aurelian, 270. Aureus, Siscia 274-275, AV 5.26 g. IMP C AVRELIANVS AVG Laureate, draped and cuirassed bust r. Rev. RESTITV – TOR ORIENTIS Sol standing r., head l., wearing cloak around the shoulders, raising r. hand and holding globe in l. C 214 var. (different bust). RIC 374 (Antiochia). Göbl 219a0. CBN p. 162 and pl. 80, 138. Calicó 4028 (Antiochia).

 

VIII KAL. JAN. (23) NP

LARENTALIA

Acca Larentia era considerata, in epoca classica, la madre adottiva di Romolo e Remo, o un personaggio storico vissuto ai tempi di re Anco Marcio, una benefattrice del popolo romano, onorata per la propria munificenza. Dietro questo personaggio e le leggende che lo riguardano, si nasconde un’antichissima Dea il cui culto risale probabilmente alle fasi più antiche della civiltà romana.

Una tradizione vuole che Acca Larentia sia stata la nutrice di Romolo e Remo: in una variante è identificabile con la lupa che offrì le proprie mammelle ai gemelli lasciati dalla corrente del Tevere nei pressi del ficus ruminalis [Liv. I, 4, 6; Plut. Rom. IV; Lact. Inst. I, 20; Dion. H. I, 84, 2]. In un’altra variante è la moglie del pastore Faustulus, della stirpe di Evandro, che viveva nei pressi del Palatino e trovò i gemelli (o al quale furono affidati da Numitore); costei era soprannominata lupa, poichè era (o era stata) una prostituta [Liv. I, 4, 6 – 7; Dion. H. I, 84, 2 – 4; Serv. Aen. I, 273; Plut. Rom. IV; Q. R. 35; Lact. Inst. I, 20; Gel. VII, 7, 5 – 8; Fest. 119; Tert. Adv. Nat. II, 10; Ov. Fast. III, 55 segg.; August. C. D. XVIII, 21]. Dopo la morte di Faustulus, Acca divenne ricca, o grazie alla prostituzione [Cat. Orig. Fr. I, 23 apud Macr. Sat. I, 10, 16], o sposando un ricco etrusco [Lic. Macer Fr. 1 P pg 300 apud Macr. Sat. I, 10, 17] e lasciò i prori terreni in eredità a Romolo; da lui furono poi trasmessi al popolo romano.

Un’altra tradizione fa di Acca Larentia una prostituta vissuta all’epoca del re Anco Marcio: l’edituo del tempio di Ercole, essendo una giornata festiva, decise di sfidare ai dadi il Dio: per far ciò li avrebbe gettati con una mano per sè e con l’altra per Ercole. Il premio per il vincitore sarebbe stato un banchetto ed una donna. Vinse il Dio, per cui l’edituo Gli preparò un sontuoso banchetto che fu consumato sul fuoco dell’altare e fece venire una famosa prostituta di nome Acca Larentia. Ella dormì nel tempio ed in sogno fu visitata da Ercole che si unì a lei. L’indomani uscendo dal tempio incontrò un giovane, ricco, etrusco che s’innamorò di lei e le chiese di diventare la sua amante, allora si ricordò che nel sogno il Dio le aveva detto che l’avrebbe ricompensata il giorno dopo e che, per ciò, avrebbe tratto gran vantaggio dalla prima opportunità che le si fosse presentata. Acca Larentia accettò e, alla morte del ricco etrusco, ne divenne erede. Alla sua morte donò i terreni che aveva acquisito al popolo romano e per questo fu oggetto di un culto pubblico come una benefattrice della città [Plut. Rom. V; Q. R. 35; Macr. Sat. I, 10, 12 – 15; Tert. Adv. Nat. II, 10; August. C. D. VI, 7].

È possibile ravvisare[1] un’allusione ad Acca Larentia e alla sua unione con Ercole anche in un passo di un’elegia di Tibullo

… Ma là dove si apre la regione del Velabro, una minuscola barca / era solita andare per guadi, fendendo l’acqua coi remi. / Destinata al piacere di un ricco padrone di bestiame, / una fanciulla si recava sovente su quella barca da un giovanotto, / nei giorni di festa, riportando poi indietro quello che la campagna donava…  [Tib. II, 5, 33 – 38]

Sappiamo solo che in questo giorno il flamen quirinalis e i pontefici offrivano un sacrificio e libagioni di vino presso la tomba di Acca Larentia, che si trovava all’inizio della Nova Via, presso il Velabro [Var. L. L. VI, 23 – 24; Plut. Rom. IV; Cic. Ad Brut. I, 15, 8; Gel. VII, 7, 6; Macr. Sat. I, 10, 15]. L’antichità del rito è confermata dal nome Larental che gli attribuisce Varrone [Var. L. L. VI, 24]. Un altro nome di questa festività era dies Tarentus, da un altro nome della divinità a cui erano rivolti i sacrifici, Acca Tarentina [Var. L. L. VI, 24]. Lo stesso giorno la gens Junia onorava i proprii defunti compiendo la sua parentatio [Plut. Q. R. 34].

Nel mito sulla nascita di Romolo e Remo[2], Acca Larentia, madre putativa e nutrice dei gemelli, potrebbe aver formato una coppia con Rhea Silvia (Ilia), madre vera e generatrice dei bambini, del tipo nutrice – madre, zia – madre, tema mitico la cui più nota attestazione è il racconto greco di Ino e Semele, ma che risale ad un substrato molto arcaico[3]  e che è attestato Roma nel rito dei Matralia (vedi MATRALIA III EID.  JUN.)

Il nome di Acca Larentia è composto di due parti: Acca rimanda ad una radice indoeuropea che significa madre, i cui derivati, sono noti in sanscrito (akka) ed in greco (akkw)[4], mentre in latino sarebbe l’unica attestazione; la seconda parte è considerato un derivato di Lar[5] (anche se non è certo a causa della differente quantità della prima a), per cui Acca Larentia sarebbe stata la Mater Larum [AFA 145], divinità molto importante, ma per molti versi oscura, del pantheon romano, onorata con vari nomi (Lara, Larunda, Mania, Tacita, forse anche Genita Mana e Fauna).

 

Parentatio gentis Juniae

Sappiamo che in questo giorno la gens Junia compiva la sua parentatio, cioè rendeva onore ai proprii defunti [Plut. Q. R. 34]. Una delle motivazioni addotte da Plutarco è il fatto che le parentatio, fin dai tempi più antichi, erano compiute nell’ultimo mese dell’anno e la gens Junia aveva mantenuto questa usanza in December che era stato l’ultimo mese dell’anno fino alla riforma “numana” del calendario. Questa interpretazione è confermata anche da un passo di Cicerone [Cic. Leg. II, 21, 54]

 

Tempestatitubus

Il tempio dedicato alle Tempestes fu eretto da L. Cornelius Scipio, che l’aveva votato dopo essere scampato ad una tempesta al largo della Corsica nel 259 aev. [CIL VI, 1287; Ov. Fast. VI, 193-194; Cic. Nat. Deor. III, 51]. Ovidio riporta come data della dedica le Kal Jun, ma nei Fasti Antiates [Fast. Ant. ap. NS 1921, 121] troviamo il 23° Dec. É possibile che la prima sia la data di un restauro, mentre la seconda quella della prima dedica. Probabilmente si trovava tra la Porta Capena e il tempio di Mars [Fasti Triumphales Capitolini, II, 479], fuori dall’odierna Porta S. Sebastiano, nei pressi della tomba di famiglia degli Scipioni.

 

Dianae, Junoni Reginae in Circo

Durante la sua campagna del 187 aev. contro i Liguri, M. Aemilio Lepido votò un tempio a Diana e poi un secondo a Juno Regina [Liv. XXIX, 2]. Lui stesso li dedicò entrambi nel 179 aev. quando era censore, il 23° Dec. [Liv. XL, 52; Fast. Ant. ap. NS 1921, 121], organizzando anche tre giorni di giochi scenici e un giorno di giochi circensi. Gli edifici sacri si trovavano nel lato ovest del Circo Flaminio, quello dedicato a Juno a sud del porticus pompeianus, era unito da un porticato con un tempio di Fortuna, forse Fortuna Equestris [Obseq. XVI].

 

Larentalia

Acca Larentia was considered, in classical times, the adoptive mother of Romulus and Remus, or a historical character lived in the time of King Anco Marcio, a benefactor of the Roman people, honored for her generosity. Behind this character and the legends concerning him, it hides an ancient goddess whose cult probably dates back to the most ancient of Roman civilization.

One tradition say that Acca Larentia was the nurse of Romulus and Remus: a variant identifies Her with the she-wolf who offered her breasts to the twins left by the current of the Tiber near the ficus ruminalis [Liv. I, 4, 6; Plut. Rom. IV; Lact. Inst. I, 20; Dion. H. I, 84, 2]. In another variant she is the wife of the pastor Faustulus, belonging to Evander lineage, who lived near the Palatine and found the twins (or which were entrusted to Numitore); she was nicknamed wolf, as it was (or had been) a prostitute [Liv. I, 4, 6 – 7; Dion. H. I, 84, 2 – 4; Serv. Aen. I, 273; Plut. Rom. IV; Q. R. 35; Lact. Inst. I, 20; Gel. VII, 7, 5-8; Fest. 119; Tert. Adv. Nat. II, 10; Ov. Fast. III, 55 et seq .; August. C. D. XVIII, 21]. After Faustulus death, Acca became rich, or thanks to prostitution [Cat. Orig. The Fr., 23 apud Macr. Sat. I, 10, 16], or by marrying a rich Etruscan [Lic. Macer Fr. P 1 pg 300 apud Macr. Sat. I, 10, 17] and left her land inherited by Romulus; and then to the Roman people.

Following another tradition Acca Larentia was a prostitute lived during king Anco Marcius reign: the edituus of Hercules temple, being a public holiday, decided to challenge the God playing dice: to do so would have thrown with one hand for himself and the other to Hercules. The prize for the winner would be a banquet and a woman. Hercules won, so he prepared a sumptuous feast that consumed in the altar fire and called a famous prostitute named Acca Larentia. She slept in the temple and was visited in a dream by Hercules joined her. The day after leaving the temple she met a young, rich, Etruscan fell in love with her and asked her marry him, then he remembered that in the dream God told her that he would be rewarded the next day and that, for this, it would stretch much advantage from the first opportunity that presented herself. Acca Larentia accepted and the death of the rich Etruscan, became heir. At her death he donated the land she had acquired to the Roman people and this was the subject of a public worship as a benefactor of the city [Plut. Rom. V; Q. R. 35; MACR. Sat. I, 10, 12 – 15; Tert. Adv. Nat. II, 10; August. C. D. VI, 7].

You can recognize an allusion to Acca Larentia and its union with Hercules in a step of an elegy of Tibullus

… But where you open the region Velabro, a tiny boat / she used to go to fords, cutting through the water with the oars. / Destined for the pleasure of a rich landlord of cattle / a girl often went on that boat by a young man, / on holidays, then returning back to the country that gave … [Tib. II, 5, 33-38]

We only know that on this day the flamen Quirinalis and pontefices offered sacrifices and libations of wine at the tomb of Acca Larentia, on top of the Via Nova, at the Velabro [Var. L. L. VI, 23-24; Plut. Rom. IV; CIC. For Brut. I, 15, 8; Gel. VII, 7, 6; MACR. Sat. I, 10, 15]. The antiquity of the ritual is confirmed by the name Larental [Var. L. L. VI, 24]. Another name for this festival was Tarentus dies, as the deity called also Acca Tarentina [Var. L. L. VI, 24].

In the myth about the birth of Romulus and Remus, Acca Larentia, nurse and foster mother of twins, she could have formed a couple with Rhea Silvia (Ilia), and generating real mother of the children, like nurse – mother, aunt – mother, a mythical theme whose most famous statement is the story greek Ino and Semele, but dating back to a substrate that is very archaic and attested in Rome rite of Matralia (see Matralia III EID. JUN.)

The name of Acca Larentia consists of two parts: Acca refers to a Indo-European root meaning mother, whose derivatives are known in Sanskrit (akka) and greek (akkw), while in Latin would be the only evidence; the second part is considered a derivative of Lar (although it is not certain because of the different amounts of first a), whereby Acca Larentia would have been the Mater Larum [AFA 145], gods very important, but in many ways obscure, the Roman pantheon, honored by various names (Lara, Larunda, Mania, Tacita, perhaps Genita Mana and Fauna).

 

Parentatio gentis Juniae

We know that on this day the gens Junia carried out his parentatio, that is, made to honor deceased proprii [Plut. Q. R. 34]. One of the reasons given by Plutarch is the fact that the parentatio, since ancient times, were made in the last month of the year and the gens Junia had maintained this custom in December which was the last month of the year until the reform “numana” calendar. This interpretation is confirmed by a passage of Cicero [CIC. Leg. II, 21, 54].

 

Tempestatitubus

The temple dedicated to Tempestes was built by L. Cornelius Scipio, who had voted after they escape a storm off the coast of Corsica in 259 BCE. [CIL VI, 1287; Ov. Fast. VI, 193-194; CIC. Nat. Deor. III, 51]. Ovid reports as the date of the dedication the Kal Jun, but in Fasti Antiates [Fast. Ant. ap. NS 1921, 121] we find the 23 ° Dec. It is possible that the first is the date of a restoration, and the second that of the first dedication. Probably stood between the Porta Capena and the Temple of Mars [triumphales Capitoline Fasti, II, 479], out by today Porta S. Sebastiano, near the family tomb of Scipio.

 

Dianae, Junoni reginae in Circus

During his campaign of 187 BCE. against the Ligurian, M. Aemilius Lepidus voted a temple to Diana and then a second to Juno Regina [Liv. XXIX, 2]. He dedicated them both in 179 BCE. when it was censor, Dec. 23 ° [Liv. XL, 52; Fast. Ant. ap. NS 1921, 121], also organizing three days of games a day of scenic and circus games. Sacred buildings were located in the west side of the Circus Flaminius, one dedicated to Juno south of porticus Pompeianus, was joined by a porch with a temple of Fortuna, Fortuna perhaps Equestris [Obseq. XVI].

 

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Accoleius Lariscolus. 43 BC. AR Denarius (3.73 gm). Bust of Acca Larentia / The three Nymphae Querquetulanae supporting a platform with five trees. Crawford 486/1; Sear, CRI 172; Accoleia 1

 

[1] A. W. J. Holleman – Larentia, Hercules, and Mater Matuta (Tib. II 5) in L’Antiquité Classique T. 45, Fasc. 1 (1976), pp. 197-207

[2] D. Sabbatucci – Il mito di Acca Larentia in SMSR – Volume XXIX – 1958 pgg 41 – 76

[3] G. Dumèzil – Déesses latines et mythes védiques, coll. Latomus XXV, 1956, pgg 9-43, anche in La religione romana arcaica pgg 58 segg.

[4] A. Ernout, A. Meillet – Dictionnaire etymologique de la lingue latine v. Acca

[5] A. Ernout, A. Meillet – Dictionnaire etymologique de la lingue latine v. Lar

IX KAL. JAN. (22) C

Laribus Permarinis

Il tempio dedicato ai Lari che proteggevano i marinai, si trovava nel Campo Martio e fu votato dal pretore L. Emilius Regillus durante una battaglia navale contro la flotta di Antioco il Grande nel 190 aev. Fu poi dedicato da M. Emilio Lepido quando era censore, il 22° Dec. del 179 aev. [Liv. XL, 52, 4; Macr. I, 10, 10; Fast. Praen. ad. XI Kal. Jan.; CIL I², 238; 338; Fast. Ant. ap. NS 1921, 120]. Sulle sue porte si trovava un’iscrizione dedicatoria in versi saturnii [Liv. Cit.]. in seguito fu incluso nel porticus Minucia costruito nel 110 aev.

The temple dedicated to the Lares Permarini, was in Campo Marzio and was voted by the magistrate L. Emilius Regillus during a naval battle against the fleet of Antiochus the Great in 190 BCE. He was later dedicated by M. Lepidus when he was censor, the 22nd of Dec. 179 BCE. [Liv. XL, 52, 4; MACR. I, 10, 10; Fast. Praen. A.D. XI Kal. Jan; CIL I², 238; 338; Fast. Ant. ap. NS 1921, 120]. On its door was an inscription in verse saturnii [Liv. Cit.]. It was later included in the porticus Minucia built in 110 BCE.

 

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Mn. Fonteius. 108-107 BC. AR Denarius (3.48 gm).  Laureate conjoined heads of the Dioscuri X (mark of value) below chins. Rev. MN FONTEI above, Galley right; F below.  Fonteia 7; Sydenham 566; Crawford 307/lb.

X KAL. JAN. (21) NP

Divalia

In questo giorno cadeva la festa della Dea Angerona, per cui era chiamato anche Angeronalia [Var. L. L. VI, 23]: secondo una notizia riportata da Varrone si svolgeva un sacrificio alla Dea nella curia Acculeia [Var. Cit.; Solin. Col. Rer. Mir. I, 4 – 6], mentre Macrobio riporta che i pontefici sacrificavano alla Dea al sacellum Volupiae [Macr. Sat. I, 10, 7]; è possibile che le due strutture fossero vicine e si trovassero nei pressi della Porta Romanula nel punto in cui la Nova Via entrava nel Velabrum. Probabilmente, nel suo luogo di culto, esisteva una statua della dea che la rappresentava con la bocca imbavagliata e sigillata dal dito indice premuto sulle labbra [Plin. Nat. Hist. III, 5, 65; Macr. Sat. I, 10, 7; Solin. Col. Rer. Mir. I, 6].

Gli studiosi hanno dato diverse interpretazioni di questa antica divinità[1]che oggi sono ormai superate. È ormai accettato che Angerona derivi il suo nome da un sostantivo *angus/*angeris, non attestato, ma da cui viene l’aggettivo angustus, piccolo, stretto: la derivazione è analoga a quella dei nomi di altre divinità come Pomona da pomus, Mellona da mel[2]. Sarebbe quindi la Dea del giorno la cui durata è minima, quello più breve

tempus quo angusta lux estad minimum diei sol pervenit spatium… [Macr. Sat. I, 21, 15]

cioè il solstizio invernale, infatti la Sua festa cade proprio in questo giorno.

Angerona è collegata anche al nome arcano di Roma, che era anche legato alla sua divinità tutelare, che era nefas pronunciare in pubblico [Plin. Cit; Solin. Col. Rer. Mir. I, 4 – 6; Serv. Aen. I, 277]: da un lato è stata vista come la rappresentazione del silenzio e della segretezza che doveva proteggere tale nome, simboleggiato dalle labbra sigillate [Plin. Cit; Solin. Cit.]; da un altro si è ipotizzato, già in epoca antica, che Essa stessa fosse la divinità tutelare della città [Macr. Sat. III, 9, 3 – 4] e che il gesto in cui era mostrata fosse un invito a non pronunciare il Suo nome.

Cereri et Herculi

Secondo Macrobio, in questo giorno si offrivano dei sacrifici a Ercole e Cerere (l’autore del IV sec. riporta il XII Kal. Jan. Del calendario giuliano che corrisponde al X Kal. Jan. Di quello repubblicano): una scrofa gravida, pane e vino misto a miele, mulsum [Macr. Sat. III, 11, 10].

 

Divalia

On this day Goddess Angerona was celebrated, so it was also called Angeronalia [Var. LL VI, 23]: according to Varro ceremonies took place a sacrifice to the goddess in the Curia Acculeia [Var. Cit .; Solin. Col. Rer. Mir. I, 4-6], while Macrobius reports that the popes sacrificed to the Goddess at the sacellum Volupiae [Macr. Sat. I, 10, 7]; it is possible that the two facilities were close and they were near the port Romanula where the Via Nova entered the Velabrum. Probably there was a statue of the goddess that represented Her mouth gagged and sealed by the index finger pressed to his lips [Plin. Nat. Hist. III, 5, 65; MACR. Sat. I, 10, 7; Solin. Col. Rer. Mir. I, 6].

Scholars have given different interpretations of this ancient deities that are now outdated. It is now accepted that Angerona derives its name from *angus / *angeris, no otherwise known, through the adjective angustus, small, narrow: the derivation is the same as the names of other gods as Pomona by Pomus, Mellona by mel. It would be the goddess of the day whose length is minimal, the shorter

… Tempus quo narrow lux east … to minimum diei sol pervenit spatium … [MACR. Sat. I, 21, 15]

that is, the winter solstice, in fact Her feast was celebrated on this day.

Angerona is also connected to the secret name of Rome, and her tutelary deity, who was nefas pronounce in public [Plin. Cit; Solin. Col. Rer. Mir. I, 4 – 6; Serv. Aen. I, 277]: on the one hand She was seen as the representation of silence and secrecy that had to protect that name, symbolized by the lips sealed [Plin. Cit; Solin. Cit.]; from another, it was assumed, in ancient times, that She herself was the tutelary deity of the city [Macr. Sat. III, 9, 3-4] and that the gesture was an invitation not pronounce Her name.

Cereri et Herculi

According to Macrobius, on this day a sacrifices to Hercules and Ceres (the author of the fourth century gives the XII Kal. Jan. of Julian calendar corresponding to the X Kal. Jan. of the Republican one): a pregnant sow, bread and wine mixed with honey, mulsum [Macr. Sat. III, 11, 10] were offered.

 

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PISIDIA, Selge. Severus Alexander. AD 222-235. Æ (30mm, 15.66 g, 6h). Laureate, draped, and cuirassed bust right, seen from behind; c/m: H / Helios standing facing, head right, holding torch; to right, Selene standing left, raising hand to mouth and holding torch.

[1] J. Hubaux – ANGERONA in L’Antiquité Classique T. 13, (1944), pp. 37-43 e bibliografia ivi

[2] G. Perrini – Angerona in Hellenismo Poseideon 2788 – 2789 pgg 24 – 31

XII KAL. JAN. (19) NP

OPALIA – Opi ad Forum

A differenza della festa estiva della Dea, i rituali di December non si svolgevano nel segreto del sacrari all’interno della Regia, ma in pubblico, nel Foro. È quindi possibile che, mentre in Sextilis Ops era invocata per propiziare l’abbondanza immagazzinata nei silos, da cui la connessione con Consus (in Sextilis infatti è onorata Ops Consiva) e il carattere segreto ed interno della festa; in December invece, era celebrata al momento in cui i cereali destinati a diventare il cibo della comunità erano portati fuori dai magazzini, macinati e torrefatti [Var.R. R. I, 63; 69] come dispensatrice di abbondanza e del cibo che avrebbe preservato dalla fame la comunità fino al raccolto successivo. Da qui il carattere pubblico ed esterno della sua festa invernale, in cui la Dea era onorata semplicemente come Ops e non più come Consiva.

Juventati

Nei documenti epigrafici è preservato solo il frammento ‘Jo-‘ il che ha fatto supporre ad alcuni studiosi che in questa data fosse compiuto un sacrificio a Juppiter (Jovi), che sarebbe confermato da Servius

… giustamente dicono che Giove, con il suo favore, curi la crescita dei fanciulli, poichè quando i giovani assumono la toga virile, salgono al Campidoglio… [Serv. Ecl. IV, 49]

Il grammatico cita un sacrificio compiuto sul Campidoglio per l’assunzione della toga virile nello stesso passo in cui parla della benevolenza di Giove verso i giovani, tuttavia è probabile che la beneficiaria della cerimonia fosse Juventas. Secondo la tradizione questa divinità aveva un’aedicula sul Colle Capitolino e, quando si tentò di exaugurare l’area per far posto al tempio di Giove Ottimo Massimo, Essa rifiutò di lasciare il luogo a Lei consacrato, per cui la sua aedicula fu inglobata nel nuovo tempio, vicino alla cella di Minerva [Plin. Nat. Hist. XXXV, 108; Dion. H. III, 69; Liv. V, 54, 7; Flor. I, 7, 8; August. C. D. IV, 23; 29].

Quando i giovani romani, a 14 anni, entravano nell’età adulta, essendo accolti tra gli juvenes, prendevano la toga virilis e versavano un pagamento al tesoro del tempio capitolino per Juventas (allo stesso modo alla nascita di un bambino si versava una somma al tesoro di Juno Lucina e alla morte di una persona a quello di Libitina) [L. Calp. Piso Cens. Frugi Fr. 14 P apud Dion. H. IV, 15; Tert. Adv. Nat. II, 11; August. C. D. III, 11]. La cerimonia (sacra juventutis, anniversaria sacra juventatis) si teneva annualmente, probabilmente nel giorno della dedica del tempio, ed era pro juvenibus [Fest. 104; Cic. Att. I, 18, 3].

Nel 207 aev M. Livio Salinatore votò un tempio e dei giochi a Juventas durante la battaglia del Metauro. La costruzione fu iniziata dallo stesso Salinatore quando era censore nel 204 aev, ma la dedica fu compiuta da C. Licinius Lucullus nel 193 aev [Liv. XXXVI, 36, 5 – 6; Cic. Brut. 73]. Bruciò nel 16 aev [Cas. Dio. LIV, 19, 7] e fu restaurato da Augusto. Si trovava ‘in circo Maximo‘ [Liv. Cit.] e vicino a quello di Summanus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57]. I giochi forse divennero annuali.

È possibile che dopo l’edificazione di questo tempio vi fosse stata trasferita la cerimonia dei giovani romani per la toga virile che precedentemente avveniva ai Liberalia [App. B. C. IV, 30; Tert. De Idol. XVI].

Per influsso greco Juventas fu identificata con Hebe, paredra di Ercole, questo processo sembra già compiuto nel 218 aev quando a un pubblico lectisternium per Juventas fu associato una supplicatio nel tempio di Ercole [Liv. XXI, 62, 9].

 

OPALIA – Opi ad Forum

Unlike the summer festival of the Goddess, the rituals that took place in December were not performed in the secret sacrarium of the Regia, but in public, in Forum. It is therefore possible that, while in Sextilis Ops was invoked to propitiate the abundance stored in silos, from which the connection with Consus (in Sextilis fact is honored Consiva Ops) and the secrecy and internal festival; while in December at the time when cereals were destined to become the community food and were taken out of storage, ground and roasted [Var.R. A. I, 63; 69], She was celebrated as a dispenser of abundance and food, the preserver from hunger until the next harvest. Hence the public character and exterior of its winter festival, where the Goddess was honored just as Ops and not as Consiva.

Juventati

In epigraphic calendars only the fragment ‘Jo’ is preserved, which did suggest to some scholars that in this date a sacrifice to Jupiter (Jovi) was made, confirmed by Servius

… Rightly they say that Jupiter, with his support, cure the growth of children, because when young people assume the toga, go up to the Capitol … [Serv. Ecl. IV, 49]

The grammarian quotes a sacrifice made on the Capitol for taking the toga in the same passage in which he speaks of the benevolence of Jupiter for the young, but it is likely that the beneficiary of the ceremony was Juventas. According to tradition this deity had un’aedicula on the Capitoline Hill, and when romans tried to exaugurare the area to make way to the temple of Jupiter Optimus Maximus, She refused to leave the place, so her aedicula was incorporated in new temple, close to the Minerva cell [Plin. Nat. Hist. XXXV, 108; Dion. H. III, 69; Liv. V, 54, 7; Flor. I, 7, 8; August. C. D. IV, 23; 29].

When the young Romans, at 14 years, entered into adulthood, being welcomed among Juvenes, they took the toga virilis and poured a payment to the Treasury of the Capitoline temple for Juventas (in the same way to the birth of a child is paid a sum to treasure of Juno Lucina and the death of one person to the Libitina) [L. Calp. Piso Cens. Frugi Fr. 14 P apud Dion. H. IV, 15; Tert. Adv. Nat. II, 11; August. C. D. III, 11]. The ceremony (sacra juventutis, anniversaria sacra juventatis) was held annually, probably in the day of the temple dedication, pro juvenibus [Fest. 104; CIC. Att. I, 18, 3].

In 207 BCE M. Livio Salinator vowed a temple and games to Juventas during the Battle of the Metaurus. The construction was started by the same Salinator as censor in 204 BCE, but the dedication was performed by C. Licinius Lucullus in 193 BCE [Liv. XXXVI, 36, 5 – 6; CIC. Brut. 73]. He burned down in 16 BCE [Cas. Dio. LIV, 19, 7] and it was restored by Augustus. He was ‘in Circus Maximo’ [Liv. Cit.], close to Summanus’ one [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57]. The games probably became annual.

It is possible that after the construction of this temple there the ceremony for the young Roman toga that previously occurred to Liberalia had been transferred [App. B. C. IV, 30; Tert. De Idol. XVI].

To influence greek Juventas was identified with Hebe, Hercules paredra, this process seems already fulfilled in 218 BCE when, in a public lectisternium, Juventas was associated with a supplicatio in Hercules temple [Liv. XXI, 62, 9].

 

Picture

Pertinax Sestertius 1st January – 28th March 193, Æ 28.21 g. IMP CAES P HELV – PERTINAX AVG Laureate head r. Rev. OPI DIVIN – TR P COS II S – C Ops seated l., holding ears of corns. C 34. BMC 42. RIC 20. Sear 4054

XIV KAL. JAN. (17) NP

Saturno in Foro

Il tempio di Saturno fu eretto nelle vicinanze di un’antica ara ad un angolo del Foro ai piedi del Campidoglio [in faucibus (Capitolii) Var. L. L. V, 42; in Foro Romano Liv. XLI, 21, 12; ad Forum Macr. Sat. I, 8, 1; in imo clivo Capitolino Fest. 322; Serv. Aen. VIII, 319; sub clivo Capitolino Auct. Orig. III, 6; ante clivum Capitolinum Serv. Aen. II, 116, Hygin. Fab. 261; Dion. H. I, 34, 4; VI, 1, 4]. Era il tempio più antico di cui fosse ricordata l’edificazione negli archivi dei pontefici; una tradizione ascrive la sua costruzione a Tullo Ostilio, mentre secondo un’altra fu iniziata dall’ultimo Tarquinio [Var. apud Macr. I, 8, 1; Dion. H. VI, 1, 4] e poi dedicato all’inizio della Repubblica da Titus Larcius, dittatore nel 500 aev [Macr. cit.], o da Aulus Sempronius e M. Mamercus, consoli nel 497 aev. [Liv. II, 21; Dion. H. Cit.], o da Postumo Cominius, console nel 501 e 493 aev. [Dion. H. Cit.]; un’altra versione vuole che sia stato lo stesso Titus Larcius ad iniziarne l’edificazione durante il suo secondo consolato nel 498 aev. [Dion. H. VI, 1, 4]. Una tradizione differente, trasmessa da Gellio, la attribuisce a L. Furio, tribuno militare, in esecuzione di un decreto del Senato [Gel. apud Macr. Sat. I, 8, 1]. In ogni caso il tempio può essere fatto risalire sicuramente all’inizio del periodo repubblicano. Nel 174 aev fu costruito un portico lungo il crinale del Campidoglio, dal tempio di Saturno, fino alla cima del colle [Liv. XLI, 27, 7]. Nel 42 aev fu ricostruito da L. Munatius Plancus [Suet. Aug. 29; CIL VI, 1316; X, 6087]. Nel IV sec fu danneggiato da un incendio e restaurato per voto del Senato [CIL VI, 937]. La data della dedica era il 17° Dec. ai Saturnalia [Fast. Amit. ad XVI Kal. Jan., CIL I2, 245; 337; Liv. XXII, 1, 19].

Durante la Repubblica il tempio ospitava il tesoro dello Stato, l’aerarium populi Romani o Saturni, a cui erano preposti i quaestors [Fest. 2; Solin. I, 12; Macr. Sat. I, 8, 3; Plut. Tib. Grac. X; App. B.C. I, 31]; per questo vi si trovava una bilancia che un tempo era usata per i pagamenti e che rimase come simbolo di questa funzione [Var. L. L. V, 183]. Durante l’Impero mantenne questa funzione, ma l’aerarium Saturni era solo la parte dei fondi pubblici sotto il controllo del Senato, distinto dal fiscus dell’imperatore, amministrata da praefecti, anzichè quaestores [Plin. Ep. X, 3, 1; Thes. ling. Lat. I, 1055 – 1058]. Gli uffici dei funzionari pubblici si trovavano probabilmente al di fuori, nell’area saturni fino alla costruzione del Tabularium nel 78 aev. in cui furono trasferiti gli archivi. Altri documenti pubblici erano affissi alle pareti del tempio e alle sue colonne [Cass. Dio XLV, 17, 3; CIL Ia, 587, col. 2, 1, 40; Var. L. L. V, 42).

Nel timpano si trovavano statue di Tritoni e cavalli [Macr. Sat. I, 8, 4], e nella cella si trovava una statua di Saturnus che veniva unta di olio e avvolta in panni di lana [Plin. Nat. Hist. XV, 32; Macr. Sat. I, 8, 5; Rosch. IV, 431] e portata nelle processioni solenni [Dion. H. VII, 72, 13].

 

Saturnalia

I Saturnalia erano la festività dedicata a Saturnus. In origine duravano un solo giorno, ma l’uso popolare prolungò i festeggiamenti fino a sette giorni [Macr. Sat. I, 10, 1 – 5; 18 – 24; Cic. ad Att. XIII, 52], così da comprendere gli Opalia e i Larentalia. Questa dilatazione fu probabilmente favorita, all’inizio, dall’identificazione di Saturnus e Ops con Kronos e Rhea e quindi con la volontà di unire le festività dedicate a queste due divinità. Augusto limitò i festeggiamenti a soli tre giorni, che furono successivamente aumentati a cinque [CIL I, 337] e, più tardi, di nuovo a sette; tuttavia solo i giorni in cui cadevano festività religiose erano festi [Macr. Sat. I, 10, 24].

Un’ampia digressione sulle possibili origini di questa festa si trova nei Saturnalia di Macrobio [Macr. Sat. I, 7]. In un’epoca estremamente antica sul Lazio regnava Janus, assieme alla sposa Camesis; la loro capitale si trovava sul monte Janiculus. Saturnus, arrivato in questa terra a bordo di una nave, vi si stabilì ed inaugurò la pratica dell’agricoltura (gli fu attribuito l’epiteto di Stercutus perchè fu il primo a concimare i campi), della coltivazione degli alberi da frutto, dell’innesto e della lavorazione dei cibi, per questo la sua statua tiene in mano una falce; edificò la propria città, Saturnia, sul monte che anticamente era chiamato Saturnius e poi Campidoglio [Var. L. L. V, 42; Dion. H. I, 34; Fest. 322; Solin. I, 13; Serv. Aen. II, 115; Verg. Aen. VIII, 321]. Proprio in onore dell’arrivo di Saturnus, le prime monete romane portavano la prora di una nave e l’effige del Dio. Dopo un lungo regno Saturnus sparì e Janus gli tributò un culto, edificando un altare (ara saturni o fanum saturni in faucibus, ai piedi del Campidoglio [Var. L. L. V, 42; Dion. H. I, 34]) ed indisse i primi Saturnalia. Il regno di Saturnus fu un’età dell’oro: non vi era distinzione tra schiavi e uomini liberi e vi era abbondanza di cibo e ricchezza. Il suo culto sarebbe poi stato portato avanti dai compagni che Ercole lasciò in Italia durante il suo passaggio e che si stabilirono sul monte Saturnius [Macr. Sat. I, 7, 18 – 27].

Un’altra versione fa risalire l’origine del culto di Saturnus ai Pelasgi, l’oracolo di Dodona prescrisse loro, una volta giunti al lago di Cotila e sconfitti gli Aborigeni, di consacrare la decima del bottino ad Apollo, di sacrificare delle teste ad Ades e degli uomini a SaturnusKronos. Essi seguirono le istruzioni ricevute e, una volta stabilitisi in Italia, costruirono un tempio per Ades ed un altare per Saturnus, dove compirono i sacrifici prescritti; indirono anche le prime feste in onore di Saturnus [Macr. Sat. I, 7, 28 – 31]. Quando Ercole arrivò in Italia, pose fine ai sacrifici umani e ne convinse gli abitanti ad offrire ad Ades dei simulacri a forma di teste (oscilla) e a Saturnus dei ceri accesi anzichè esseri umani [Macr. Sat. I, 7, 31 – 32]. Entrambe queste versioni fanno risalire il culto di Saturnus ad un periodo molto anteriore alla fondazione di Roma.

In un’ulteriore versione la fondazione dei Saturnalia sarebbe stata concomitante alla dedica del tempio di Saturnus, compiuta da Tullo Ostilio, o da Tarquinio il Superbo o dal tribuno militare L. Furio, per ordine del Senato [Macr. Sat. I, 8, 1].

I Saturnalia, assieme a Divalia e Larentalia, si inseriscono in un sistema di festività dedicate a divinità ctonie (essendo Saturnus ritenuto Dio ctonio [Plut. Q. R. 11; 34] o infero [Mart. Cap. I, 58] e non celeste) poste alla fine dell’antico calendario romano, che, probabilmente formavano un complesso rituale assieme alle parentatio che furono spostate al mese di Februarius con la riforma “di Numa”.

Per come ci è nota dalle fonti, la festa dei Saturnalia aveva notevoli rassomiglianze con le Kronia greche (dedicate a Kronos, divinità a cui Saturnus sarà assimilato), fatto dovuto probabilmente ad una riorganizzazione avvenuta nel III sec. aev, benchè queste ultime cadessero in estate, dopo la semina.

È possibile che, in tempi antichi, la festa avesse un carattere agricolo e fosse legata alla chiusura del periodo della semina [Plut. Q. R. 34] e all’arrivo dei giorni più oscuri dell’anno. Per questo motivo forse un tempo fu celebrata fuori dalle mura urbane, sull’Aventino con un carattere rustico (la cittadinanza era invitata a rusticari, festeggiare alla maniera dei contadini) [Porc. Latro In Catilin. XVII].

L’organizzazione della festa, per come la conosciamo dalle fonti storiche, risale al 217 aev dopo la sconfitta del Lago Trasimeno e avvenne in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini [Liv. XXII, 1]; è probabilmente a quest’epoca che risale l’influenza delle analoghe feste greche, le Kronia. I festeggiamenti comprendevano un solenne sacrificio al tempio di Saturnus, seguito dal banchetto sacrificale pubblico [Dion. H. VI, 1], un lectisternio compiuto dai senatori, in cui era portata in processione anche la statua del Dio che si trovava all’interno del tempio ed era avvolta da bende di lana [Macr. Sat. I, 8, 5; Plut. Q. R. 61; Lucian. Kron. X; Saturn. VII; De Saltat. XXXVII] e pubblici banchetti [Liv. Cit.]; la popolazione si riversava nelle vie gridando

Io Saturnalia, bona Saturnalia [Mart. XI, 2, 5; XIV, 70; Arr. Epic. Dissert. IV, 1, 58; Cat. XIV, 15; Liv. XXII, 1; Petr. Sat. LVIII; Macrr. Sat. I, 10, 18]

e i festeggiamenti duravano giorno e notte senza interruzione [Tert. Apol. 42].

Per tutto la durata dei Satunalia non si lavorava, nè si svolgeva l’attività giudiziaria, nè si poteva combattere [Mart. VIII, 84, 1; Plin. Ep. VIII, 7, 1; Suet. Aug. XXXII; Macr. Sat. I, 10, 1]. Venivano concesse amnistie e i condannati così liberati votavano le proprie catene a Saturnus. Era il periodo preferito per affrancare gli schiavi ed essi offrivano al Dio i proprii anelli di bronzo [Mart. V, 85, 1; Lucian. Saturn. XIII; Macr. Sat. I, 10, 16]. In età imperiale si svolgevano anche combattimenti di gladiatori [Auson. De Feriis XXXIII; Lact. Inst. VI, 20, 35]

Questo periodo era caratterizzato da grande allegria, rilassatezza e licenziosità [Gel. XVI, 7, 11; Macr. Sat. I, 10]; avveniva anche una sorta di annullamento delle distinzioni sociali, in omaggio all’Età dell’Oro di Saturnus in cui non vi erano padroni e servi: era prassi vestire in modo comodo, indossando solo la synthesis (tunica) e non la toga [Mart. IV, 24; V, 79; XIV, 1; XIV, 141; Macr. Sat. I, 1], inoltre tutti portavano il pileum [Mart. VI, 3; VIII, 4; XIV, 1, 2], il copricapo degli schiavi affrancati, che aveva un più ampio significato di liberazione, e gli schiavi erano trattati al pari dei padroni [Macr. Sat. I, 24, 23; Just. XLIII, 1, 3; Accius FPR III, pg 267 apud Macr. Sat. I, 7, 37]. Si arrivava perfino ad un vero e proprio rovesciamento dei ruoli e i padroni servivano a tavola i loro servitori, così come accadeva ai Matronalia (vedi Kal. Mart.) [Macr. Sat. I, 12, 7], e questi ultimi si potevano permettere una libertà di linguaggio che altrimenti non sarebbe stata consentita [Hor. Sat. II, 7, 4]. Agli schiavi era anche consentito il gioco d’azzardo, che nel resto dell’anno era loro vietato [Mart. V, 30, 8; Macr. Sat. I, 6, 13; I, 7, 20 – 37; Arr. Epict. Dissert. IV, 1, 58; Sen. Apokol. VIII] Per questo la festa era chiamata anche Feriae Servorum.

La festa si svolgeva anche fuori Roma e i soldati celebravano i Saturnalia nelle province così come in patria [Cas. Dio. LX, 19].

In privato si libava vino e si sacrificava un piccolo porco al Genius individuale e a Saturnus [Hor. Car. III, 17, 14; Dion. H. VI, 1; Mart. XIV, 70; Lucian. Sat. XIV] e si offrivano prodotti agricoli: formaggio, cereali, liba [Fest. 86]. Il sacrificio a Saturnus si svolgeva graeco ritu, con il capo scoperto [Fest. 119; 322; Macr. Sat. I, 8, 2; Dion. H. I, 34; VI, 1; Serv. Aen. III, 407; Plut. Q. R. 11].

graeco ritu Saturnali fiebantur… [Cato. ORF pg 65 Meyer apud Priscianus]

Nelle case si celebravano convivi a cui erano invitati amici e conoscenti e ci si scambiava regali [Mart. IV, 46, 88; V, 18; VII, 53; VIII, 41; X, 17; XI, 6; XIV, 1, 9; ecc…; Stat. Silv. I, 6, 5; Plin. Nat. Hist. XIII, 3; Sen. Ep. XVIII; Apokol. XII; Suet. Vesp. XIX] chiamati apophoreta, in modo analogo a quanto accadeva ai Matronalia (vedi Kal. Mart.) [Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Digest. 24, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689 – 690]. Marziale riporta alcuni esempi di questi doni

… mezzo moggio di farro e fave macinate, tre mezze libbre d’incenso e di pepe, delle salsicce lucane con trippa alla falisca, una bottiglia siriaca di vin cotto, fichi glassati in un vaso di Libia, cipolle, lumache, formaggio… un panierino che poteva a stento contenere una manciata di olive, un servizio da tavola per sette… una salvietta ornata con un largo bordo di porpora… [Mart. IV, 46; cfr. VII, 53; Stat. Silv. IV, 9]

In età repubblicana si trattava solamente di ceri e bambole di argilla o pasta chiamate sigilla, da cui la festa prese anche il nome di sigillaria. I ceri venivano accesi durante i banchetti ed erano una protezione contro le lunghe notti invernali ed una sorta di appello al ritorno del sole, nel periodo del solstizio invernale [Macr. I, 7, 28 segg; I, XI, 39; Var. L. L. V, 34; Dion. H. I, 10; Fest. 54; Mart. V, 18, 2; Lact. Inst. I, 21, 6]. I sigilla, che erano simili agli oscilla e alle maniae appese sulle porte per proteggere gli abitanti della casa durante i Compitalia, ricordavano i sacrifici umani che un tempo erano computi dai Pelasgi in onore di Saturnus e che furono poi sostituiti dall’offerta dei ceri [Macr. Sat. I, 7, 28; I, 10; I, 11, 1; I, 11, 24]. Sigillaria era anche il nome che veniva dato in generale ai regali scambiati durante i Saturnalia [Sen. Ep. XII; Mart. VII, 53; Suet. Claud. V].

Per limitare la diffusione di regali più costosi un tribuno della plebe di nome Publicio (probabilmente nel 209 aev), fece votare una legge che, in occasione dei Saturnalia, obbligava tutti a scambiarsi solo i tradizionali ceri e sigilla [Macr. Sat. I, 7, 28]; tuttavia sappiamo che in età imperiale la natura dei doni era cambiata: Marziale, infatti, dedicò i libri XIII e XIV dei proprii epigrammi (intitolati rispettivamente Xenia e Apophoreta) proprio a questi regali: non vi compaiono più ceri e sigilla, ma oggetti di poco valore, cibi, incensi e altre sostanze odorose, mobili, oggetti di lusso, gioielli, abiti, libri, utensili e altri oggetti utili, come le lanterne e schiavi. Spesso i regali divenivano premio di lotterie e giochi d’azzardo [Mart. IV, 14, 7; XI, 6; XIV, 1, 4; Tac. Ann. XIII, 15; Arr. Epict. Dissert. I, 25; Lucian. Saturn. III, 4; Macr. Sat. I, 5, 7 – 11]; i poveri e gli schiavi scommettevano delle noci che divennero un altro simbolo della festa, saturnaliciae nuces [Mart. V, 84, 9; XIV, 1, 3].

Anche gl’imperatori partecipavano a questi scambi di doni, sono famosi quelli di Augusto, assegnati tramite una lotteria [Suet. Aug. LXXV] che comprendevano beni di lusso, oggetti esotici, antichità, denaro e metalli preziosi [Suet. Aug. LXXI; LXXV; Stat. Silv. I, 6; Lucian. Cronosol. XIV – XVI]. Era anche usanza donare una Saturnalicia sportula [Gir. Ad Ephes. VI, 4].

 

Saturno in Foro

The temple of Saturn was built near an ancient altar in a corner of the Forum at the foot of the Capitol [in faucibus (Capitolii) Var. L. L. V, 42; in the Roman Forum Liv. XLI, 21, 12; Forum for Macr. Sat. I, 8, 1; in imo clivo Capitoline Fest. 322; Serv. Aen. VIII, 319; sub clivo Capitoline OGR. III, 6; ante clivum Capitolinum Serv. Aen. II, 116, Hygin. Fab. 261; Dion. H. I, 34, 4; VI, 1, 4]. It was the oldest temple mentioned in the archives of the pontefices; a tradition ascribes its construction to Tullo Hostilius, while according to another was begun by the last Tarquin [Var. apud Macr. Sat. I, 8, 1; Dion. H. VI, 1, 4] and then dedicated at the beginning of the Republic by Titus Larcius, dictator in 500 BCE [Macr. cit.], or from Aulus Sempronius and M. Mamercus, consuls in 497 BCE. [Liv. II, 21; Dion. H. Cit.], or by Posthumus Cominius, consul in 501 and 493 BCE. [Dion. H. Cit.]; another version wants it to be built by Titus Larcius during its second consulate in 498 BCE. [Dion. H. VI, 1, 4]. A different tradition, transmitted by Gellius, attributes it to L. Furio, military tribune, in execution of a decree of the Senate [Gel. apud Macr. Sat. I, 8, 1]. In any case, the temple can be traced definitely the beginning of the republican period. In 174 BCE a porch along the ridge of the Capitol, the temple of Saturn, to the top of the hill was built [Liv. XLI, 27, 7]. In 42 BCE it was rebuilt by L. Munatius Plancus [Suet. Aug. 29; CIL VI, 1316; X, 6087]. In the fourth century it was damaged by fire and restored by a Senate vote [CIL VI, 937]. The date of the dedication was the 17th to Dec. Saturnalia [Fast. Amit. XVI to Kal. Jan., CIL I2, 245; 337; Liv. XXII, 1, 19].

During the Republic, the temple housed the state treasury, the aerarium populi Romani or Saturns, in charge to quaestors [Fest. 2; Solin. I, 12; Macr. Sat. I, 8, 3; Plut. Tib. Grac. X; App. B.C. I, 31]; there was a balance that was once used for payments and which remained as a symbol of this function [Var. L. L. V, 183]. During the Empire it maintained this function, but the aerarium Saturns was only the part of public funds under the control of the Senate, distinguished from the fiscus emperor, administered by praefecti instead quaestores [Plin. Ep. X, 3, 1; The S. ling. Lat. I, 1055 – 1058]. The offices of public officials were probably outside, in the Saturnian until the construction of the Tabularium in 78 BCE. when they were transferred to the archives. Other public documents were posted on the walls of the temple and its columns [Cass. Dio XLV, 17, 3; CIL Ia, 587, col. 2, 1, 40; Var. L. L. V, 42).

In the tympanum were statues of Tritons and horses [Macr. Sat. I, 8, 4], and the cell was a statue of Saturnus that was oiled and wrapped in woolen blankets [Plin. Nat. Hist. XV, 32; Macr. Sat. I, 8, 5; Rosch. IV, 431] and carried in solemn processions [Dion. H. VII, 72, 13].

Saturnalia

The Saturnalia was the feast dedicated to Saturnus. Originally they lasted only one day, but popular usage extended them up to seven days [Macr. Sat. I, 10, 1-5; 18 – 24; CIC. to Att. XIII, 52], so as to comprise Opalia and Larentalia. This expansion was probably favored, at the beginning, by the identification of Saturnus and Ops with Kronos and Rhea, and therefore with the desire to join the festivities dedicated to these two gods. Augustus added just three days, which were later increased to five [CIL I, 337] and, later, again to seven; however, only the days when religious festivals were falling festi [Macr. Sat. I, 10, 24].

Wide digression on the possible origins of this festival lies in the Saturnalia of Macrobius [Macr. Sat. I, 7]. In an era extremely ancient Lazio ruled on Janus, with His bride Camesis; their capital was in Mount Janiculus. Saturnus, arrived on board a ship, settled there and inaugurated the practice of agriculture (the epithet Stercutus means that He was the first to fertilize fields), the cultivation of fruit trees, the graft and processing of foods, which is the reason because His statue holds a sickle; He built His city, Saturnia, on the mountain that was once called Saturninus and then Capitol [Var. L. L. V, 42; Dion. H. I, 34; Fest. 322; Solin. I, 13; Serv. Aen. II, 115; Verg. Aen. VIII, 321]. In honor of Saturnus arrival, the first Roman coins had the prow of a ship and the image of God. After a long reign Saturnus disappeared and the Janus bestowed a cult, building an altar (ara Saturnian or fanum Saturnian in faucibus at the foot of the Capitol [Var. LL V, 42; Dion. H., 34]), and held the first Saturnalia. The kingdom of Saturnus was a golden age: there was no distinction between slaves and free men, and there was plenty of food and wealth. His cult would then be brought forward by comrades who left Hercules in Italy during its passage and who settled on Mount Saturnius [Macr. Sat. I, 7, 18 – 27].

Another version traces the origin of Saturnus worship to the Pelasgians: the oracle of Dodona prescribed them, when you get to Lake Cotila and defeated the Aborigines, to consecrate the tenth of the spoils to Apollo, to sacrifice the heads to Ades and men in Saturnus – Kronos. They followed his instructions and, once settled in Italy, built a temple to Hades and an altar for Saturnus, where accomplished right sacrifices; they also created the first festival in honor of Saturnus [Macr. Sat. I, 7, 28-31]. When Hercules arrived in Italy, He puts an end to human sacrifice and it convinced the people to offer to Ades simulacra shaped heads (swings) and Saturnus of lighted candles instead of humans [Macr. Sat. I, 7, 31-32]. Both versions trace the cult of Saturnus to a much earlier period the foundation of Rome.

In a further version of the founding of Saturnalia was concomitant to the dedication of the temple of Saturnus, accomplished by Tullo Hostilius, or by Tarquinius Superbus or by a military tribune by order of the Senate [Macr. Sat. I, 8, 1].

The Saturnalia, along with Divalia and Larentalia, are part of a system of festivities dedicated to the chthonic deities (Saturnus was considered chthonic God [Plut. QR 11; 34] or inferior [Mart. Chap. I, 58]) at the end of the ancient Roman calendar, which probably formed a complex ritual along with parentatio that were moved to the month of Februarius with the reform “Numa”.

It is possible that, in ancient times, the party had an agricultural character and was linked to the end of the period of sowing [Plut. QR 34] and the arrival of the darkest days of the year. For this reason perhaps was once celebrated outside the city walls, on the Aventine with a rustic character (citizenship was invited to rusticari, celebrate the way the peasants) [Porc. Latro in Catilin. XVII].

The festival organization, as we know from historical sources, dates back to 217 BCE after the defeat of the Trasimeno Lake and took place following consultation of the Sibylline Books [Liv. XXII, 1]; It is probably at this time that goes back the influence of similar Greek celebrations, the Kronia. The festivities included a solemn sacrifice in the Temple of Saturnus, followed by the public sacrificial banquet [Dion. H. VI, 1], a lectisternium made by senators, which carried in procession the statue of the God who was inside the temple and wrapped in bandages of wool [Macr. Sat. I, 8, 5; Plut. Q. R. 61; Lucian. Kron. X; Saturn. VII; De Saltat. XXXVII]; there were public banquets [Liv. Cit.] and people poured through the streets shouting

I Saturnalia, bona Saturnalia [Mart. XI, 2, 5; XIV, 70; Arr. Epic. Dissert. IV, 1, 58; Cat. XIV, 15; Liv. XXII, 1; Petr. Sat. LVIII; Macrr. Sat. I, 10, 18]

The celebrations lasted day and night without interruption [Tert. Apol. 42].

Throughout the duration of Satunalia not working, nor was held up legal proceedings, nor could fight [Mart. VIII, 84, 1; Plin. Ep. VIII, 7, 1; Suet. Aug. XXXII; Macr. Sat. I, 10, 1]. Amnesties were granted and convicts released so they voted their chains to Saturnus. He was preferred to free the slaves and they offered to God their bronze rings [Mart. V, 85, 1; Lucian. Saturn. XIII; Macr. Sat. I, 10, 16]. In imperial there were also gladiator fights [Auson. De Feriis XXXIII; Lact. Inst. VI, 20, 35]

This period was characterized by great joy, relaxation and licentiousness [Gel. XVI, 7, 11; Macr. Sat. I, 10]; a kind of cancellation of social distinctions occurred, in homage to the Golden Age of Saturnus where there were masters and servants, it was practice to dress comfortably, wearing only the synthesis (tunic) and not the toga [Mart. IV, 24; V, 79; XIV, 1; XIV, 141; Macr. Sat. I, 1], all wore Pileum [Mart. VI, 3; VIII, 4; XIV, 1, 2], the headgear of freed slaves, who had a broader meaning of liberation, and the slaves were treated in the same masters [Macr. Sat. I, 24, 23; Just. XLIII, 1, 3; Accius FPR III, pg 267 apud Macr. Sat. I, 7, 37]. Even happened a real role reversal and the bosses served at the table his servants, as at Matronalia [Macr. Sat. I, 12, 7], and the latter could afford a freedom of speech that otherwise would not have been allowed [Hor. Sat. II, 7, 4]. Slaves were allowed gambling, while in the rest of the year they were forbidden [Mart. V, 30, 8; MACR. Sat. I, 6, 13; I, 7, 20-37; Arr. EPICT. Dissert. IV, 1, 58; Sen. Apokol. VIII]. For this reason the festival was also called Feriae Servorum.

It was held also outside Rome and soldiers celebrated the Saturnalia in the provinces as well as at home [Cas. Dio. LX, 19].

In private libation with wine were poured and a small pig to the Genius and Saturnus was sacrificed [Hor. Car. III, 17, 14; Dion. H. VI, 1; Mart. XIV, 70; Lucian. Sat. XIV], people offered agricultural products: cheese, cereals, liba [Fest. 86]. The sacrifice took place graeco ritu, with bare head [Fest. 119; 322; Macr. Sat. I, 8, 2; Dion. H. I, 34; VI, 1; Serv. Aen. III, 407; Plut. Q. R. 11].

… Graeco ritu Saturnalia fiebantur … [Cato. ORF pg 65 Meyer apud Priscianus]

Feasts were celebrated in the homes to which peoples invited friends and acquaintances and there were gifts exchange [Mart. IV, 46, 88; V, 18; VII, 53; VIII, 41; X, 17; XI, 6; XIV, 1, 9; etc …; Stat. Silv. I, 6, 5; Plin. Nat. Hist. XIII, 3; Sen. Ep. XVIII; Apokol. XII; Suet. Vesp. XIX] called apophoreta, in a way similar Matronalia (see Kal. Mart.) [Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Digest. 24, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689-690]. Martial lists examples of these gifts

… Half a bushel of barley and broad beans ground, three half pounds of incense and pepper, sausage with tripe falisca Lucan, a bottle of Syriac cooked wine, glazed figs in a pot of Libya, onions, snails, cheese … a little basket who could barely contain a handful of olives, a table service for seven … a towel adorned with a wide border of purple … [Mart. IV, 46; see. VII, 53; Stat. Silv. IV, 9]

In Republican era they were only candles and clay dolls called sigilla, so the festival took also the name of Sigillaria. The candles were lit during banquets and they were a protection against the long winter nights and a kind of appeal to the return of the sun, in the period of the winter solstice [Macr. Sat. I, 7, 28 segg; I, XI, 39; Var. L. L. V, 34; Dion. H. I, 10; Fest. 54; Mart. V, 18, 2; Lact. Inst. I, 21, 6]. The seals, which were similar to the swings and maniae hung on the doors to protect the inhabitants of the house during the Compitalia, reminded the human sacrifices that were once calculations by the Pelasgians in honor of Saturnus and which were later replaced by the offer of the candles [Macr. Sat. I, 7, 28; I, 10; I, 11, 1; I, 11, 24]. Sigilla was also the name given to gifts exchanged during the Saturnalia [Sen. Ep. XII; Mart. VII, 53; Suet. Claud. V].

To limit the spread of more expensive gifts a tribune of the people named Publicius (probably in 209 BCE), had to pass a law that, during the Saturnalia, forced everyone to exchange only the traditional candles and seals [Macr. Sat. I, 7, 28]; yet we know that in imperial period, the nature of the gifts had changed: Martial, dedicated books XIII and XIV of his epigrams (entitled respectively Xenia and Apophoreta) precisely to these gifts: there appear more candles and seals, but objects of little value, food, incense and other perfumes, furniture, luxury items, jewelry, clothing, books, tools and other useful items such as lanterns and slaves. Often gifts became award of lotteries and games of chance [Mart. IV, 14, 7; XI, 6; XIV, 1, 4; Tac. Ann. XIII, 15; Arr. EPICT. Dissert. I, 25; Lucian. Saturn. III, 4; Macr. Sat. I, 5, 7-11]; the poor and the slaves were betting the nuts that became another symbol of the holiday, saturnaliciae nuces [Mart. V, 84, 9; XIV, 1, 3].

Even emperors took part in these exchanges of gifts, are famous those of Augustus, assigned through a lottery [Suet. Aug. LXXV] that included luxury goods, exotic items, antiques, money and precious metals [Suet. Aug. LXXI; LXXV; Stat. Silv. I, 6; Lucian. Cronosol. XIV – XVI]. It was also customary to give a Saturnalicia Sportul [Gir. Ad Ephes. VI, 4].

Picture: Saturn fresco from Pompei

XVI KAL. JAN. (15) NP

CONSUALIA

È molto probabile che i rituali di questo giorno festivo fossero gli stessi dei Consualia del mese Sextilis.

Sono state formulate molte ipotesi sul motivo della ripetizione della festa di Consus nel mese di December[1]. Se rimaniamo all’interpretazione di Consus come divinità che presiedeva all’immagazzinamento dei raccolti e garantiva la loro conservazione durante i mesi invernali, il significato di questa festa può essere illuminato da un passo del De Re Rustica di Varrone, nel quale si dice che i cereali immagazzinati erano divisi in tre parti: quella destinata a semenza era portata fuori dai magazzini al momento della semina (che si concludeva con l’inizio di December), quella destinata al consumo come cibo, doveva essere portata fuori dai magazzini durante l’inverno perché fosse macinata e torrefatta, mentre quella destinata alla vendita, veniva lasciata nei granai fino al momento opportuno [Var. R. R. I, 62 – 69]. Alla luce di questa suddivisione, veniamo a sapere che una parte consistente dei cereali era tolta dai magazzini tra l’autunno e l’inverno, in particolare tutti quelli destinati al consumo umano. È quindi possibile che con l’arrivo della stagione invernale, a ridosso del solstizio, Consus fosse invocato ancora nel momento in cui i semi usciti dai silos erano trasformati in alimento, per ringraziarlo di averli preservati fino ad allora, oppure perché vigilasse affinché non si deteriorasse quella parte dei raccolti che era lasciata ancora dentro.

 

Consualia

It is very likely that the rituals of this holiday were the same as the Consualia in Sextilis.

If we stay the interpretation of Consus as presiding deity for crops storage, ensuring their preservation during the winter months, the significance of this festival can be illuminated by a passage of De Re Rustica Varro, in which it is said that stored grain were divided into three parts: one destined to seed was brought out of storage at the time of sowing (which ended with the beginning of December); the second, intended for consumption as food, had to be brought out of storage during the winter because it was ground and roasted; the third, held for sale, was left in barns until the appropriate time [Var. R. A. I, 62 – 69]. In light of this division, we learn that a large proportion of grain was removed from warehouses between autumn and winter, especially those intended for human consumption. It is therefore possible that with the arrival of winter, near the solstice, Consus was invoked even when the seeds come out of the silos were transformed into food, to thank him for having them preserved until then.

 

Picture

Trajan, 98 – 117. Sestertius circa 103-104, Æ 24.75 g. IMP CAES NERVAE TRAIANO AVG GER DAC P M TR P COS V P P Laureate bust r. with drapery on l. shoulder. Rev. S P Q R OPTIMO PRINCIPI The Circus Maximus seen from outside, with partial view of the interior: in centre obelisk, and metae at either end of the ‘spina’. In exergue, S – C. C 545 var. (no drapery). BMC 853 note. RIC 571 var. CBN 223. Woytek 175b

[1] G. Dumézil – Idées Romaines pgg 299 – 300