NON.  JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius è un nome che unisce due divinità distinte, tale identificazione è testimoniata sia dai documenti epigrafici ritrovati nel tempio [CIL VI, 567 – 568; 30994], che da Varrone e Verrio Flacco [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

Secondo Dionigi di Alicarnasso, il culto di Semo Sancus, fu istituito sul Quirinale dai Sabini che lo occupavano, prima che entrasse a far parte della città di Roma [Dion. H. II, 49, 2]. Il suo tempio fu votato da Tarquinio il Superbo e dedicato da Septimius Postumius nel 466 aev. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241]: si trovava sul colle Mucialis [Var. L. L. V, 52], presso la Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], sul luogo di un antico fanum o sacellum (ovvero luogo di culto a cielo aperto), che la tradizione vuole fosse stato consacrato da Tito Tazio [Ov. Fast. VI, 217 – 18; Prop. IV, 9, 74; Tert. Ad Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], sebbene non figuri nella lista dei culti istituiti da questo re, riportata da Varrone [Var. L. L. V, 74]. All’interno del tempio vi era la statua di Gaja Caecilia (o Tanaquil), moglie di Tarquinio Prisco, ornata di una cintura che, si pensava, contenesse dei rimedi che allontanavano i mali chiamati praebia [Fest. 238 segg; Plut. Q. R. 30; Var. apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. Vi era anche conservato il trattato di pace tra Roma e Gabii, scritto sulla pelle di una capra sacrificata es inchiodato su uno scudo [Dion. H. IV, 58, 4]. La statua del Dio che vi si trovava, lo rappresentava nudo, simile ad un Apollo arcaico; le mani non sono state ritrovate, quindi non si sa quali fossero gli attributi del Dio, forse la clava, come Ercole, o l’uccello augurale sanqualis, alcuni autori ritengono che tenesse dei fulmini, poiché un’iscrizione sul basamento riporta decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567 – 568], i suoi sacerdoti erano quindi addetti all’espiazione dei fulmini attraverso il sacrificio di agnelli bidentes e alla consacrazione dei luoghi dove questi cadevano.

Gli autori antichi sono concordi sul fatto che Semo fosse un’antica divinità di origine sabina [Ov. Fast. VI, 213 – 216]: secondo Catone era un Dio indigeno del reatino, padre di Sabus, l’eponimo del popolo sabino [Cat. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], mentre Agostino e Lattanzio, seguendo Varrone, lo identificano con il primo re e fondatore della nazione sabina [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; secondo Giovanni Lido Sancus era il nome del cielo in lingua sabina [Lyd. Mens. IV, 90], notizia che rimanderebbe ad una sorta di Giove sabino. Nelle Tavole Eugubine è, tuttavia, nominato dopo Juppiter, un Fisius Sancius (divinità che fa parte del gruppo di rango inferiore rispetto alla triade principale della città) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] che sembra ricalcare esattamente il Sancus Dius Fidius romano.

Il nome Semo si collega ai Semones, divinità invocate nel carmen arvale, che sarebbero connesse alla semina (il termine deriva da sero , seminare, la cui radice ha dato anche il peligno Semunu, e si riferiva alla forza generativa contenuta nel semen), tuttavia, per gli autori latini più tardi, i Essi diverranno piuttosto entità intermedie tra uomini e Dei, Semi-Dei non degni di risiedere in cielo, ma di rango superiore alle creature terrestri [Fulg. Plac. In Non. De Comp. Doct. 391], proprio in base a questa interpretazione Marziano Capella inserisce Semo Sancus nella sua lista di divinità (di ascendenza etrusca) nella dodicesima sede celeste [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] tra i demoni (Lares), gli Eroi e i Manes. È anche nota una Dea Semonia, connessa alla sfera agricola (associata a Segesta e Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; Macr. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], alla quale si sacrificava un bidens per purificare il popolo dopo l’esecuzione di una condanna a morte [Fest. 309].

 

NOT. JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius is a name that combines two distinct deities, such identification is demonstrated by both the inscriptions found in the temple [CIL VI, 567-568; 30994], and Varro and Verrius Flaccus statements [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

According to Dionysius of Halicarnassus, the cult of Semo Sancus, was founded by the Sabines on the Quirinal Hill, before it became part of the city of Rome [Dion. H. II, 49, 2]. His temple was voted by Tarquin the Proud and dedicated by Septimius Postumius in 466 BCE. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241] on the Mucialis hill [Var. L. L. V, 52], near to the Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], on the site of an ancient fanum or sacellum (ie place of worship in the open air), which according to tradition, should have been consecrated by Titus Tatius [Ov. Fast. VI, 217-18; Prop. IV, 9, 74; Tert. For Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], although it does not appear in the list of cults established by this king, reported by Varro [Var. L. L. V, 74]. Inside the temple there was a statue of Gaja Caecilia (or Tanaquil), wife of the elder Tarquin, adorned with a belt, it was thought, contained the remedies that strayed evils called praebia [Fest. 238 ff; Plut. Q. R. 30; Var. Apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. There was also preserved the peace treaty between Rome and Gabii, written on the skin of a sacrificed goat eg nailed on a shield [Dion. H. IV, 58, 4]. The statue of the God, represented him naked, like an archaic Apollon; hands have not been found, so it is unknown what were His attributes, perhaps the club, like Hercules, or the bird auspicious Sanqualis, some authors believe that would take lightning, as an inscription on the pedestal shows decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567-568], his priests were so engages in lightning atonement through the sacrifice of lambs bidentes and the consecration of the places where they fell.

The ancient authors agree that Semo was an old Sabine deity [Ov. Fast. VI, 213-216]: according to Cato was a God from Rieti, father of Sabus, the eponym of the Sabine peolple [Cat people. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], while Augustine and Lactantius, following Varro, identify him with the first king and founder of the Sabine nation [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; according to John Lydus Sancus was the name of the sky in the Sabine language [Lyd. Mens. IV, 90], news that would refer to a sort of Jupiter Sabine. In the Tables of Gubbio is, however, named after Jupiter, a Fisius Sancius (divinity that is part of the group of lower rank than the main triad of cities) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] that seems to follow exactly the Sancus Dius Fidius Roman.

The name Semo connects to Semones, deities invoked in Carmen Arvale, that would be connected to the sowing (the term is derived from sero, sow, whose root also gave Peligno Semunu, and referred to the generative contained in semen) strength, however, for the later Latin authors, they will become rather intermediate entities between men and Gods, Semi-Gods are not worthy to live in heaven, but higher-ranking to terrestrial creatures [Fulg. Plac. Not in. De Comp. Doct. 391], just on the basis of this interpretation Marziano Capella put Semo Sancus in his list of gods (of Etruscan ancestry) in the twelfth celestial headquarters [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] among the demons (Lares), the Heroes, and the Manes. It also notices a Semonia Goddess, related to agricultural sphere (associated with Segesta and Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; MACR. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], to which he killed a bidens to purify the people after the execution of a death sentence [Fest. 309].

 

Picture

Illustration of a statue of Sancus found in the Sabine’s shrine on the Quirinal, near the modern church of S. Silvestro from: R. Lanciani – Pagan and Christian Rome, Roma 1893

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VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P(ublicae) P(opuli) R(omani) Q(uiritium) in colle Quirin(ali)

In questo giorna cadeva l’anniversario della dedica di uno dei cosìdetti Tres Aedes Fortunae, che si   trovavano sul colle Quirinale, presso la Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probabilmente si trattava di quello dedicata a Fortuna Primigenia, la divinità venerata a Preneste, che a Roma prese il nome di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer.; CIL I², 213; 319] o anche: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in colle Quirinali [Fast. Esquil.; CIL I², 211], Fortuna Publica populi Romani in colle [Fast. Venus.] (Figura 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Populi Fortuna Potentis Publica [Lyd. Mens. IV, 7]. Il tempio fu votato nel 204 aev. dal console P. Sempronius Sofus, all’inizio della battaglia di Crotone contro Annibale, “se fosse riuscito a mettere in fuga i nemici” [Liv. XXIX, 36, 8] e fu poi dedicato circa 10 anni dopo, nel 194 aev. da Q. Marcus Ralla [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

Secondo i Fasti Amiterni [CIL I2, 245] in questo giorno si ricordava la dedica di un luogo di culto dedicato a Venus, sul monte Velia. Non sappiamo esattamente di quale luogo si trattasse: M. Torelli ha ipotizzato che sul Velia fosse ospitato il culto di Venus Calva, il che ci porta a un tempio [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], la cui data di edificazione non conosciamo, o più probabilmente a un sacellum, che doveva ospitare la statua della Dea [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servio riporta alcuni aitia sulla nascita di tale culto: durante l’assedio gallico, avendo i Romani esaurito le corde per le macchine da guerra, le matrone, guidate da una Domitia, offrirono i loro capelli per farne di nuove, in ringraziamento per tale sacrificio, il senato decretò la dedica della statua a Venus Calva. Un’altra versione ne proietta l’origine all’età regia: a causa di un prurito pestilenziale le donne romane tagliarono i loro capelli, il re Anco dedicò una statua a Venus come espiazione e così i capelli ricrebbero [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

La presenza di una Domitia nel primo racconto riportato da Servio, così come l’esistenza della familia dei domitii calvini all’interno della gens domitia, ha fatto pensare che il culto di Venus Calva avesse una connessione con essa e che la statua si trovasse nei pressi della domus dei calvini, sul Velia, collocazione avvalorata dalla presenza, nello stesso sito, di un altro culto che poteva essere in relazione con quello di Venus Calva, quello di Mutinus Tutinus.

Secondo le testimonianze antiche, questo culto doveva essere molto antico, e già gli eruditi romani lo mettevano in relazione con quello di Aphrodite barbata diffuso in oriente, particolarmente a Cipro [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3] .

Secondo Torelli, doveva avere una connessione con i riti iniziatici dei giovani romani, dell’età arcaica: il simulacro non doveva essere del tutto calvo, ma solamente portare una tonsura, propria dai giovani di entrambi i sessi che si apprestavano al matrimonio (è possibile che le giovani donne offrissero a questa divinità i capelli che venivano loro tagliati); altro simbolo che connette Venus Calva alla sfera matrimoniale è il pettine, che secondo la testimonianza della Suida, era tenuto in mano dalla Dea [Suida cit.].

Doveva trattarsi di una rappresentazione androgina avente in parte attributi maschili e in parte femminili, forse equestre [Suida cit.], tali elementi avvalorano la sua antichità. Testimonianza della notorietà di cui godeva questa immagine è il fatto che, secondo Macrobio, fu proprio essa a guidare il poeta Laevius nel comporre i seguenti versi [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est…

così come il poeta Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venerem…

L’androginia era collegata alla sfera matrimoniale (e ai riti di “inversione” praticati all’inizio dell’anno), in particolare all’iniziazione delle giovani che vi si apprestavano (allusione che torna anche nel simbolismo della tonsura e del pettine, pecten che a sua volta rimanda alla pratica dei crines soluti [Fest. 213], l’acconciatura che le giovani donne portavano il giorno del matrimonio ) alla promiscuità sessuale: secondo Macrobio le offrivano sacrifici sia gli uomini, che però si vestivano da donna, che le donne, che si abbigliavano da uomo [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. Tale inversione dei ruoli torna in un altro rito, non a caso compiuto sempre in prossimità della domus dei domitii, quello di Mutinus Tutinus [Fest. 154]: riti con un chiaro legame con la sfera matrimoniale, quelli in onore di Mutinus Tutinus prevedevano che le donne sacrificassero avvolte nella toga praetexta, cioè abbigliate come un uomo.

 

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P (ublicae) P (opuli) in Quirin hill R (omani) Q (uiritium) (wings)

This day fell the anniversary of the dedication of one of the so-called Tres Aedes Fortunae, that were on the Quirinal Hill, near the Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probably it was the one dedicated to Fortuna Primigenia, the deity worshiped at Praeneste, which in Rome was called Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer .; CIL I², 213; 319] or even: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in Quirinali [Fast hill. Esquil .; CIL I², 211], Fortuna Publica Populi Romani in the hill [Fast. Venus.] (Figure 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Fortuna Publica Populi Potentis [Lyd. Mens. IV, 7]. The temple was voted in 204 BCE. by P. Sempronius Sofus console at the beginning of the Battle of Crotone against Hannibal, “if he could put the enemy” [Liv. XXIX, 36, 8] and was later dedicated about 10 years later, in 194 BCE. by Q. Marcus Thrust [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

According to the Fasti Amiterni [CIL I2, 245] on this day we remembered the dedication of a place of worship dedicated to Venus, on Mount Velia. We do not know exactly which place it was: M. Torelli hypothesized that Venus Calva was worshiped on the Velia, which leads us to a temple [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], whose construction date is unknown, or more probably, a sacellum, hosting the Goddess’ statue [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servius reports some stories about the birth of this cult: during the Gallic siege, having the Romans exhausted the ropes for the war machines, the matrons, led by a Domitia, offered their hair to make new ones, in thanksgiving for this sacrifice , the senate decreed the dedication of the statue to Venus Calva. Another version has its origin into the royal age: due to a pestilent itching Roman women cut their hair, King Ancus dedicated a statue to Venus as expiation and so the hair grew [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

The presence of a Domitia in the first story reported by Servius, as well as the existence of the family of the domitii calvini inside the gens domitia, has suggested that the cult of Venus Calva had a connection with this gens and that the statue was in near the domus of the calvini, on the Velia, position supported by the presence, on the same site, of another cult that could be related to Venus Calva, Mutinus Tutinus (see below).

According to ancient evidence, this cult had to be very ancient, and already the Roman scholars put it in relation with that of Aphrodite barbata widespread in the East, especially in Cyprus [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3].

According to Torelli, he could have been a connection with the archaic initiation rites of the young Romans: the simulacrum should not be completely bald, but only bring a tonsure, proper to the young people of both sexes who were preparing for marriage (it is possible that the young women would offer the hair that was cut to this divinity); another symbol that connects Venus Calva to the matrimonial sphere is the comb, which according to the testimony of Suida, was held in the hands of the Goddess [Suida cit.]. It must have been an androgynous representation having partly masculine and partly feminine attributes, perhaps equestrian [Suida cit.].

The widespread knowledge of this image is testimonied by Macrobius citing the poet Laevius who would have composed the following verses thinking to her [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est …

as well as the poet Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venus …

The androgyny was connected to the matrimonial sphere (and to the “inversion” rituals practiced at the beginning of the year), in particular to the initiation of the young people who were preparing for it (an allusion that also returns in the symbolism of the tonsure and comb, pecten which, in turn, refers to the practice of the solitary crines [Fest. 213], the hairstyle that the young women wore on their wedding day) to sexual promiscuity: according to Macrobius they offered sacrifices to both men, who dressed as women, who women dressed in men [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. This reversal of roles returns to another rite, not coincidentally carried out near the domus of the domitii, that of Mutinus Tutinus [Fest. 154]: rites with a clear link with the matrimonial sphere, those in honor of Mutinus Tutinus foresaw that women sacrificed wrapped in the praetexta toga, that is, dressed like a man.

Picture
Fortuna, marble statua from Vatican Museum

V NON. (3) C

Florae [in Colle Quirinali]

Ludi Florales Finis

All’ultimo giorno dei Ludi Florales, il calendario venusino, riporta la dicitura Florae, che probabilmente rimanda all’anniversario della dedica del tempio di Flora sul Colle Quirinale. Non si conosce la data della sua edificazione, tuttavia si ritiene che sia avvenuta all’inizio del III sec. aev.

È menzionato da Varrone, Marziale e Vitruvio [Var. L. L. V, 158; Mart. V, 22, 4; VI, 27; Vitr. VII, 9, 4] e doveva trovarsi sul sito di un più antico altare, la cui consacrazione, secondo la tradizione, risaliva a Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]. Anche l’ubicazione esatta è sconosciuta, sulla base dei riferimenti delle fonti, alcuni autori hanno ritenuto che si trovasse alla base del clivius, nella valle tra Quirinale e Pincio, tuttavia tale sito sarebbe al di fuori delle mura serviane, il che sarebbe stato impossibile per un altare risalente all’età arcaica. In base ai cataloghi delle Regiones [Not. Reg. VI], altri hanno ritenuto che si trovasse tra il tempio di Salus e quello di Quirinus, ovvero nella sella tra il Colle Salutaris e il Quirinalis propriamente detto, in direzione del Capitolium vetus.

 

Florae [in Colle Quirinali]

The last day of the Ludi Florales, calendar venusino, the signal word Florae, which probably refers to the anniversary of the dedication of the temple on the Quirinal Hill Flora. We do not know the date of its construction, however, is believed to have taken place at the beginning of the third century. BCE.

It is mentioned by Varro, Martial and Vitruvius [Var. L. L. V, 158; Mart. V, 22, 4; VI, 27; Vitr. VII, 9, 4] and was to be located on the site of a more ancient altar, whose consecration, according to tradition, dating back to Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]. Even the exact location is unknown, according to the sources of references, some authors have felt that he was behind the clivius, in the valley between the Quirinal and the Pincio, however, that site would be outside of the Servian wall, which would have been impossible for an altar dating back to the archaic era. According to the Regiones [Not catalogs. Reg. VI], others felt that he was the temple of Salus and that of Quirinus, or in the saddle between the Colle Salutaris and Quirinalis proper, in the direction of the Capitolium Vetus.

NON.  APR. (5) C

Fortuna Publica in Colle

Il tempio di Fortuna Publica Citerior era il più vicino alla città, all’interno (citerior) rispetto alla Porta Collina di un gruppo di tre edifici sacri dedicati a Fortuna sul Colle Quirinale [Cas. Dio. XLIII, 26]. Non si sa nulla della sua storia [Fast. Praen. ad Non. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae citerio(ri) in colle; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375 – 76]

 

The temple of Fortuna Publica Citerior was the closest to the city, of a group of three sacred buildings dedicated to Fortuna on the Quirinal Hill, inside (Citerior) the Porta Collina [Cas. Dio. XLIII, 26]. Nothing is known of its history [Fast. Praen. of Not. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae Citerio (re) in the hill; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375-76]

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Titus Aureus, Fortuna reverse, RIC II 696. Titus, as Caesar (69-79 AD). Aureus (20 mm, 6.95 g), Roma (Rome), 74 AD. Obv. T CAESAR IMP VESP, laureate head right. Rev. PONTIF TR POT, Fortuna standing left on garlanded base, holding rudder and cornucopiae. RIC II, 696.