EID. NOV. (13) NP

Feriae Jovi

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Plebei, in maniera sistematica a partire dal 213 aev, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio [Liv. XXV, 2, 10] chiamato epulum jovis, analogamente a quanto accadeva nel mese di September.

Gli storici non sono concordi su quale dei due banchetti sia stato istituito per primo, ma quello che vanta il maggior numero di attestazioni tra le fonti antiche (storiografiche ed epigrafiche), è il banchetto di November, il che ha fatto sorgere l’ipotesi che fosse anche quello più antico e che quello di September fosse stato introdotto in analogia con quest’ultimo.

I rapporti tra le due cerimonie potrebbero però essere più complessi: Dario Sabbatucci, infatti, ha supposto che in origine la celebrazione di November fosse del tutto staccata dalla celebrazione dei Ludi e non fosse rivolta a Juppiter o alla Triade Capitolina, come avveniva in September, ma alle divinità dal carattere “plebeo” che erano celebrate nella parte centrale del mese, Feronia e Fortuna Primigenia. Durante la dominazione della monarchia etrusca, un sacrificio analogo sarebbe stato istituito per Juppiter alle Eid. di September e avrebbe finito per essere integrato nel complesso delle celebrazioni per i Ludi Romani. Con la trasformazione dei Ludi Plebei in festività pubblica, con una struttura rimodellata su quella dei Ludi di September, anche il più antico sacrificio a Feronia e Fortuna, avrebbe subito un processo di integrazione che l’avrebbe trasformato in un epulum jovis.

Il rapporto con Feronia non sarebbe stato solo temporale, ma anche spaziale, poiché il Circo Flaminio, dove si svolgevano i Ludi Plebei, fu edificato nel Campo Marzio, nelle vicinanze del tempio di Feronia.

 

Pietati in Foro Holitorio

Il tempio di Pietas [Plaut. Asin. 506; Curc. 639] fu votato da M. Acilius Glabrius durante la battaglia delle Termopili nel 191 aev; la costruzione fu iniziata da lui, ma la dedica avvenne solo nel 181 aev da parte di suo figlio, allora duumviro [Liv. XL, 34, 4; Val. Max. II, 5, 1; Cic. Leg. II, 28] il 13 Nov. [Fast. Ant. ap. NS 1921, 117]. All’interno si trovava una statua dorata dello stesso Gabrius, la prima di questo tipo che si fosse vista a Roma.

Fu distrutto da Cesare nel 44 aev perchè si trovava sul lato est dell’area su cui, poco dopo, sarebbe stato costruito il Teatro di Marcello [Plin. Nat. Hist. VII, 121; Cass. Dio XLIII, 49, 3].

Pietas fu collegata principalmente alla devozione verso i genitori e per questo alla storia greca della figlia che sostentò il padre imprigionato con il latte del proprio seno [Fest. 209; Val. Max. V, 4, 7], forse anche per la vicinanza con la columna lactaria nel foro Holitorio.

 

Feriae Jovi

The Idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day made a sacrifice of a sheep to Him and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, to Jupiter [Sat. I, 15], taking on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

 

Epulum Jovis

During the Ludi Plebei, systematically from 213 BCE, a solemn sacrificial banquet in the Capitol [Liv. XXV, 2, 10] called Epulum Jovis was celebrated, as it happened in the month of September.

Historians do not agree on which of the two banquet was first established, but that of November has the largest number of claims from the ancient sources (historiography and epigraphic), which gave rise to the hypothesis that It was also the most ancient and that that of September had been introduced in analogy.

The relations between the two ceremonies may however be more complexes: Dario Sabbatucci, in fact, assumed that originally the celebration of November was quite detached from the Ludi and it was not aimed to Jupiter or the Capitoline Triad (as it was in September), but the to the “plebeian” Gods that were celebrated in the middle of the month, Feronia and Fortuna Primigenia. During the domination of the Etruscan monarchy, a similar sacrifice to Jupiter would be set up to Eid. of September and it would ultimately be integrated into all the celebrations of the Roman Games. With the transformation of the Ludi Plebei in public holiday, remodeled on the structure of the September Ludi, the oldest sacrifice to Feronia and Fortuna would also undergo a process of integration that would turn him into the Epulum Jovis.

The relationship with Feronia was not only in time, but also in space, because the Flaminio Circus, where they carried out the Ludi Plebei, was built in the Campus Martius, near the temple of Feronia.

 

Pietati in Foro Holitorio

The temple of Pietas [Plaut. Asin. 506; CURC. 639] was voted by M. Acilius Glabrius during the battle of Thermopylae in 191 BCE; he started the construction, but the dedication took place only in 181 BCE by his son, then duumvir [Liv. XL, 34, 4; Val. Max. II, 5, 1; CIC. Leg. II, 28] on November 13 [Fast. Ant. ap. NS 1921, 117]. Inside there was a golden statue of the same Gabrius, the first of its kind seen in Rome.

It was destroyed by Caesar in 44 BCE because it was on the east side of the area where, shortly after, the Theatre of Marcellus would be built [Plin. Nat. Hist. VII, 121; Cass. God XLIII, 49, 3].

Piety was mainly directed to the devotion to parents and linked the Greek story of the daughter who nourished his father imprisoned with the milk of their breasts [Fest. 209; Val. Max. V, 4, 7], perhaps also for its proximity to the columna Lactaria in Foro Holitorio.

Picture

L. Coelius Caldus. Denarius 51, AR 4.09 g. C·COEL·CALDVS Head of C. Coelivs Caldvs r.; in l. field, standard inscribed HIS; in r. field, standard in the form of a boar. Rev. Tablet inscribed L·CALDVS/VIIVIR·EPVL, behind which figure preparing epulum ; on either side of table, a trophy. On outer l. field, CALDVS, on outer r. field, IMP·A·X. In exergue, [CALDVS·IIIVIR]. Babelon Coelia 7. Sydenham 894. RBW 1551. Crawford 437/2a.

EID. SEPT. (13) NP

Feriae Jovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno sacrificavano un ovino a Giove, tale pratica sarebbe trasmessa a Roma, infatti in occasione delle Eidus di ciascun mese, una solenne processione guidata dal flamen dialis, sacerdote consacrato al culto di Juppiter, saliva al Campidoglio per sacrificarvi un ovino, detto Idulis Iovis, a Juppiter [Macr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Tradizionalmente in questo giorno si ricordava la dedica del grande tempio sul colle Campidoglio a Gove, Giunone e Minerva, la triade Capitolina.

Il tempio fu votato da Tarquinio Prisco durante una battaglia coi Sabini, ma la gran parte dell’opera fu compiuta da Tarquinio il Superbo che arrivò quasi a completarlo. Gli storici romani riportano che sul colle erano presenti altari e fana consacrati a varie divinità, per cui fu necessario che gli auguri compissero un rito di liberazione del sito per permettere una nuova consacrazione: quasi tutte le divinità accettarono di lasciarlo, eccetto Terminus e Juventas per cui i loro altari furono incorporati nel nuovo tempio [Cic. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55 – 56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

La dedica dell’edificio avvenne alle Eid. Sept. del 509 aev, primo anno della Repubblica ad opera del console Horatio Pulvillo, scelto per sorteggio [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; Cic. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; cfr. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

La struttura originaria fu probabilmente costruita con tufo prelevato dalle pendici del Campidoglio e la leggenda vuole che, durante lo scavo delle fondazioni fosse ritrovata una testa umana dall’aspetto integro [Liv. I, 55, 5]: gli aruspici etruschi interpretarono questo evento come un presagio fausto del futuro dominio di Roma sul mondo [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

L’edificio sacro aveva tre cellae affiancate: quella centrale era dedicate a Juppiter e conteneva una statua del Dio che teneva in mano I fulmini in terracotta, opera dell’artigiano etrusco Vulca di Veio, nei giorni di festa il suo viso veniva dipinto di rosso [Ov. Fast. I, 201 – 202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111 – 112; XXXV, 157]. La cella a destra era dedicate a Minerva [Liv. VII, 3, 5] e quella a sinistra a Juno Regina [CIL VI, 32329, 9]; probabilmente anche in queste si trovavano delle statue delle Dee e ogni divinità aveva un suo altare [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. La statua di Giove era vestita con una tunica adorna di rami di palma e Vittorie (tunica palmata), coperta da una toga purpurea ricamata d’oro (toga picta, palmata), lo stesso abbigliamento dei generali che celebravano il trionfo per i quali è anche riportata l’usanza di colorarsi il corpo e il viso di rosso [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. Le travature del tetto erano in legno e sulla cima del timpano si trovava un gruppo scultoreo in terracotta con Giove in quadriga sempre di Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], rimpiazzato ne 296 aev da uno in bronzo [Liv. X, 23, 12]. Gli angoli del tetto erano decorati con figure in terracotta, tra cui sicuramente una statua di Summanus ‘in fastigio’ (un acroterion), la cui testa fu colpita da un fulmine nel 275 aev. [Cic. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. Nel 193 aev gli edili M. Aemilio Lepido e L. Aemilio Paullo vi posero degli scudi dorati [Liv. XXXV, 10].

Nel 179 aev i muri e le colonne furono coperti da un nuovo stucco [Liv. XL, 51, 3] e sulla porta fu posta una copia dell’iscrizione dedicatoria del tempio dei Lares Permarini da parte di L. Aemilio Regillo [Liv. XL, 52]. Nella cella fu posato un pavimento a mosaico [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 185]; nel 142 aev il soffitto fu dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57]. Di fronte alla scalinata di ingresso, nell’area Capitolina, si trovava il grande altare di Giove (ara Jovis), dove veniva offerto un solenne sacrificio all’inizio di ogni anno, in occasione del trionfo e per eventi particolari [Suet. Aug. XCIV; Zonaras VIII, 1; Fest. 285]. All’interno erano custodite moltissime opera d’arte donate da generali romani e nobili stranieri, offerte dedicatorie e trofei di vittorie, il più antico dei quali era una corona d’oro portata dai Latini nel 459 aev [Liv. II, 22, 6]. Il loro numero divenne così grande che nel 179 aev si dovette procedere alla rimozione di alcune di esse [Liv. XL, 51, 3].

Il primo tempio bruciò nell’83 aev. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C. I, 83; 86; Obseq. LVII; Plut. Sul. XXVII; Cassiod. Ad A. 671], assieme alla statua di Giove e ai Libri Sibillini che vi erano conservati in uno scrigno di pietra [Plut. De Iside 71; cfr. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62], ma il tesoro fu messo in salvo a Preneste dal giovane Mario [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 16]. La ricostruzione fu intrapresa da Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], che si dice abbia portato le colonne corinzie bianche in marmo dall’Olympieion di Atene [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], tuttavia una moneta del 43 aev rappresenta colonne in stile dorico. La parte più consistente dei lavori fu assegnata dal Senato a Q. Lutatio Catulo, scelto per sorteggio [Cic. Verr. IV, 69; Var. ap. Gell. II, 10; Lact. De Ira Dei XXII, 6; Suet. Caes. XV]; lo stesso dedicò il nuovo tempio nel 69 aev [Liv. ep. CXCVIII; Plut. Popl. XV; cfr. Plin. Nat. Hist. VII, 138; XIX, 23; Suet. Aug. XCIV] e il suo nome fu inciso sopra l’entrata, dove rimase fino al 69, quando fu sostituito, per volontà del Senato, con quello di Cesare [Tac. Hist. III, 72; Cas. Dio XLIII, 14; cfr. XXXVII, 44]. Il secondo tempio fu costruito sulle fondamenta del primo, di cui aveva le stesse dimensioni, eccetto per il fatto di essere più alto [Tac. Cit.; Val. Max. IV, 4, 11], più costoso e più splendido del precedente [Dion. H. IV, 61]. La grande altezza dell’edificio non era in armonia con lo stilobato e Catulo cercò di rimediare abbassando il livello dell’Area Capitolina, ma ciò non fu possibile a causa della presenza di numerose camere sotterranee (favissae) [Fest. 88; Gell. II, 10]. La struttura era aerostila e il frontone, su cui si trovavano probabilmente statue dorate, fu edificato ‘tuscano more’ [Vitr. III, 3, 35] Il tetto era supportato da aquile ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] e coperto con tegole di bronzo dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. Un denario di Petillio Capitolino del 43 aev mostra la facciata del tempio in cui si possono distinguere Roma in piedi su scudo tra due uccelli, con la lupa e i gemelli a destra [cfr. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. XCIV] e, sull’apex, una statua di Giove in quadriga. All’interno l’antica statua in terracotta fu rimpiazzata da una in oro e avorio che rappresentava Giove seduto in trono, scolpita da un artista greco, forse Apollonio, a imitazione di quella di Zeus a Olimpia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338c]. Catulo dedicò anche una statua a Minerva ‘infra Capitolium’ [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 77; cfr. CIL I², 725; 730 -732 = VI, 30920 – 24; 30928].

I fulmini colpirono frequentemente il Campidoglio causando ingenti danni anche all’edificio [Cic. Cat. III, 19; Div. I, 20; II, 45; Cas. Dio XLI, 14; XLII, 26; XLV, 17; XLVII, 10] e Augusto fu costretto a restaurarlo con grande spesa, forse nel 26 aev. Il tempio è menzionato nei protocolli dei Giochi Secolari [CIL VI, 32323, 9; 29; 70] e fu colpito ancora da fulmini nel 9 aev [Cas. Dio LV, 1] e nel 56 [Tac. Ann. XIII, 24].

Nel 69 il secondo tempio bruciò ancora durante la rivolta dei Vitelliani [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195 – 200]. Fu ricostruito da Vespasiano, sempre sulla stessa pianta, ma con altezza ancora maggiore [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I ; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. Le monete di questo periodo rappresentano un edificio esastilo con colonne corinzie e statue di Giove (cella centrale), Giunone (cella a sinistra) e Minerva (cella a destra) negli spazi centrali tra le colonne, ma differiscono per il numero e la posizione delle figure che sormontano l’edificio: quadrighe, aquile, teste di cavalla e altri oggetti di difficile identificazione [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Dom. 533].

Anche il terzo tempio bruciò nell’80 [Cas. Dio LXVI, 24] e fu restaurato da Domiziano [Suet. Dom. V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. I lavori cominciarono nello stesso anno [Act. Arv. Henzen, cvi. 115 – 116] e la dedica avvenne nell’82 [Cohen, Dom. 230]. La struttura sorpassò le precedenti per magnificenza: era esastila con colonne di ordine corinzio di marmo pentelico, materiale che non fu usato per nessun altro edificio della città [Plut. Popl. XV]. Le porte e le tegole del tetto erano dorate [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; forse vi furono portate quattro colonne di bronzo fatte con i rostri delle navi catturate ad Anzio [Serv. Georg. III, 29]. Il frontone era ornate con bassorilievi e l’apex e il tetto con statue come negli edifici precedenti [Cohen, Dom. 23, 174]. Nei secoli successive Ammiano [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] e Ausonio [Clar. Urb. XIX, 17] ne scrissero con ammirazione.

La distruzione dell’ultimo tempio iniziò nel V sec. quando Stilicone asportò i pannelli dorati delle porte [Zos. V, 38]. Genserico portò via metà delle tegole [Procop. B. Vand. I, 5], ma nel VI secolo era ancora ritenuto una delle meraviglie del mondo [Cassiod. Var. VII, 6]. Nel 571. Il generale bizantino Narsete asportò le statue, o almeno la maggior parte di esse [Chron. Min. I, 336 (571]. Nel XII secolo una bolla di papa Anacleto I si riferisce ancora al tempio, ma successivamente non se ne ebbero più notizie.

Gli scavi archeologici (Ann. d. Inst. X, 865, 382; 1876, 145 – 172; Mon. d. Inst. VIII, pl. 23, 2; X pl. 30 a; BC 1875, 165 – 189; 1876, 31 – 34; Bull. d. Inst. 1882, 276, NS 1896, 161; 1921, 38), hanno permesso di ricostruire la pianta del tempio che rimase immutata durante i vari rifacimenti. L’edificio era quasi quadrato e orientato a sud-est. Lo stilobato era forse di muri paralleli larghi 5.6 m in blocchi di tufo senza malta, affondati nel terreno. Resti considerevoli ne sono visibili nei Musei Capitolini, in Palazzo Caffarelli, l’altezza dei blocchi è di 4 – 5 m. Il rapporto tra la larghezza della cella centrale e quello delle laterali era di 4/3. La lunghezza dello stilobato, esclusa la parte che si estendeva nell’area capitolina, di cui non si sa nulla, era di 55 m e quella del lato più lungo, di 60 m (Mitt. 1889, 249; CR 1902, 335-336; NS 1907, 362; AA 1914, 75-82). Se ci si affida alle informazioni lasciateci da Vitruvio e Dionigi di Alicarnasso [Vitr. III, 3, 5; Dion. H. IV, 61], il lato più lungo doveva essere di 61.4 o 59.77 m, quello corto di 56.98 o 55.6 m.

Il tempio era esastilo con tre file di colonne sul fronte e una sola ai lati, la distanza tra le colonne corrispondeva alla differenza in larghezza tra le celle. Considerando che la base delle colonne aveva un diametro di 2.23 m e che lo spazio tra di esse era di 11.12 m o 8.9 m, la cella doveva essere di 27.81 m2 (100 piedi quadrati). Della soprastruttura rimangono solo frammenti in marmo pentelico (NS 1897, 60), benchè i diari degli scavi riportino che furono trovati vari resti di cornici e fregi (LR 300-301 ; BC 1914, 88-89)

Il tempio di Giove Ottimo Massimo era il centro della vita religiosa dello Stato romano durante la Repubblica e l’Impero ed aveva grande importanza politica: i consoli vi offrivano un sacrificio quando entravano in carica, il Senato vi si riuniva in assemblee solenni, era la destinazione delle processioni trionfali, l’archivio dei documenti relativi alle relazioni estere. Era il simbolo della sovranità, del potere e dell’immortalità di Roma. (Rosch. II, 720 – 739; Jord. I, 2, 94 – 95).

L’introduzione del culto di Juppiter Optimus Maximus, segnò un punto di svolta nella religione e nella sfera politica romana, che fu messo in evidenza anche attraverso la legge sacra che imponeva di infiggere ogni anno, alle Eidus di Settembre, un chiodo (clavis annalis [Fest. 56]) nella parete che divideva la caella di Juppiter da quella di Minerva per segnare il trascorrere degli anni. Questa usanza, probabilmente di origine etrusca, sottolineava il potere di Giove sul tempo e sul destino di Roma e, sostanzialmente sanciva un nuovo inizio della sua storia.

In origine, probabilmente prima che il consolato divenisse una magistratura stabile, tale incarico spettava la praetor maximus, la massima autorità politica della città, successivamente passò ai consoli, tuttavia ben presto tale usanza cadde nell’oblio, suscitando l’ira degli Dei. Per questo motivo fu creato un dictator che aveva come unico compito quello di compiere tale rito: dictator clavi fingendi causa [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Romani, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio. Questa celebrazione avveniva solo per i Ludi Romani e per i Ludi Plebei ed era ciò che li rendeva giochi sacri in senso proprio [Cas. Dio. LI, 1, 2]. Nella dialettica tra il culto di Giove Capitolino e quello di Giove Latiare e tra Ludi Romani e Feriae Latinae, l’epulum jovis era la controparte del banchetto sacro che si svolgeva sul monte Albano. Anziché i rappresentanti delle città latine, a Roma erano presenti i senatori, coloro che, in ultima istanza, si dividevano l’imperium dato da Giove (gli auspicia imperii che, fin dall’età monarchica, erano nelle mani dei senatori, come dimostra la formula che sancisce l’inizio dell’interregnum: auspicia ad patres redeunt) e che ne demandavano l’esercizio ai magistrati.

In tempi più antichi l’epulum era sotto la responsabilità dei pontefici, poi, nel 196 aev, fu istituita il collegio degli epulones, membri della gerarchia sacerdotale [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 segg], che avevano il compito di indire e organizzare l’epulum Iovis [Fest. 78; Cic. Orat. III, 19, 73], i pontefici mantennero comunque la supervisione sulla cerimonia come sulle altre attività che si svolgevano nel periodo dei giochi, al fine di individuare errori che avrebbero reso necessaria un’espiazione [Cic. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. All’inizio erano 3, ma il loro numero fu gradualmente aumentato fino a 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Poichè, col nome di Epulum Iovis, questa ricorrenza compare solo nei calendari epigrafici di epoca imperiale [cfr. Cas. Dio. XLVIII, 52], e alcuni accenni nelle fonti antiche farebbero pensare che ci fosse solo un Epulum Iovis durante l’anno (nei calendari di epoca imperiale ne sono menzionati due, uno in occasione dei Ludi Romani in September, l’altro in occasione dei Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], è stato ipotizzato che in età repubblicana l’epulum dei Giochi Romani non fosse dedicato a Giove, ma forse a Minerva [Menol. Val. CIL I, 359] o alla Triade Capitolina, poichè comunque tutte le divinità della triade partecipavano al banchetto; in seguito, per influenza dell’epulum Iovis dei Ludi Plebei, anche questo epulum fu dedicato a Giove, pur restando la partecipazione delle altre Dee.

Il giorno stabilito, dopo che si erano svolti i sacrifici in onore della Triade Capitolina, le carni erano consumate in un solenne banchetto a cui partecipavano i senatori [Gel. XII, 8], che godevano dello jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], e anche donne [August. C. D. VI, 10], davanti alle statue degli Dei [Cas. Dio. LIV, 4]: secondo l’uso romano, Giove era sdraiato su un triclinio, mentre Giunone e Minerva, sedute [Val. Max. II, 1, 2]. Generalmente in queste occasioni venivano cantati inni agli Dei che esaltavano anche le azioni degli uomini [Cic. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; si svolgevano anche libagioni [Cic. Har. Resp. X], poichè il simbolo degli epulones era la patera. Con l’andar del tempo a questo collegio rimase solo il compito di cantare gl’inni religiosi. Il popolo riceveva le carni degli animali sacrificati e le poteva consumare su tavole approntate nel Foro [Liv. XXXIX, 46], in caso di mal tempo, venivano issate delle tende, ma era ritenuto un cattivo auspicio. Stando a Dionigi di Alicarnasso che parla di un epulum alla presenza di simulacri divini, non specificando l’occasione in cui si svolgeva, le tavole su cu si mangiava erano di legno e le stoviglie semplici, di terracotta; venivano consumati frutta e focacce e si svolgevano libagioni [Dion. H. II, 23].

In questo giorno il praetor maximus, o un altro magistrato, conficcava un chiodo nel muro del tempio, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], retaggio di un’usanza di origine etrusca, di cui troviamo traccia nel tempio della Dea Northia a Volsini [Liv. VIII, 3], divinità assimilabile alla Fortuna romana [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 segg.]

 

Feriae Jovis

The idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep to Jupiter, such a practice would be sent to Rome, in fact during the Eidus, a solemn procession led by the flamen Dialis, priest consecrated to the worship of Jupiter, went up to the Capitol to sacrifice a sheep, said Idulis Iovis, to Jupiter [Mscr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Traditionally on this day he remembers the dedication of the great temple on the Capitoline Hill to Juppiter, Juno and Minerva, the Capitoline Triad.

The temple was voted by Tarquinio Prisco during a battle with the Sabines, but most of the work was done by Tarquinius Superbus, who arrived almost complete. Roman historians report that were present on the hill altars and fana consecrated to various gods, so it was necessary that the augurs did a liberation rite for the site to allow a new consecration: almost all the gods agreed to leave, except for Terminus and Juventas when their altars were incorporated in the new temple [CIC. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55-56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

The dedication of the building happened to Eid. Sept. of 509 BCE, the first year of the Republic by the consul Horatius Pulvillus, chosen by lottery [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; CIC. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; see. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

The original structure was probably built with tuff taken from the slopes of the Capitol and legend has it that, during the excavation of the foundations were found a human head looking intact [Liv. I, 55, 5]: etruscan people interpreted this as an auspicious omen of the future Roman rule the world [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

The aedes had three cellae side by side: the central one was dedicated to Jupiter and contained a statue of the God who was holding Lightning terracotta work of the artisan Vulca Etruscan Veii, on holidays his face was painted red [Ov. Fast. I, 201-202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111-112; XXXV, 157]. The cell on the right was dedicated to Minerva [Liv. VII, 3, 5] and the left in Juno Regina [CIL VI 32329, 9]; probably even these were statues of goddesses and each deity had its altar [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. The statue of Jupiter was dressed in a tunic adorned with palm branches and Victories (tunica palmata), covered by a purple toga embroidered with gold (toga picta, palmata), the same clothing of the generals who celebrated the triumph for which also reported the custom color of the body and face of red [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. The beams of the roof were made of wood and on top of the gable was a terra cotta sculpture with Jupiter chariot always Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], replaced it in 296 BCE by a bronze [Liv. X, 23, 12]. The corners of the roof were decorated with terracotta figures, including a statue of Summanus definitely ‘in pediment’ (a acroterion), whose head was struck by lightning in 275 BCE. [CIC. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. In front of the staircase entrance, in the Capitoline, he was the great altar of Jupiter (Jovis ara), where he was offered a solemn sacrifice at the beginning of each year, on the occasion of the triumph and for special events [Suet. Aug. xciv; Zonaras VIII, 1; Fest. 285].

The first temple burned in 83 BCE. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C., 83; 86; Obseq. LVII; Plut. On. XXVII; Cassiod. To A. 671], together with the statue of Jupiter and the Sibylline Books that were preserved in a stone casket [Plut. De Isis, 71; see. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62]. The reconstruction was undertaken by Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], which is said to have brought the white marble Corinthian columns from Athens Olympieion [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], but a coin of 43 BCE is Doric columns. The second temple was built on the foundations of the first, of which had the same dimensions, except for the fact to be higher [Tac. Cit .; Val. Max. IV, 4, 11], most expensive and most beautiful of the previous [Dion. H. IV, 61]. The great height of the building was not in keeping with the stilobato Catulo and tried to remedy by lowering the level of the Area Capitolina, but this was not possible due to the presence of numerous underground chambers (favisses) [Fest. 88; Gell. II, 10]. The structure was aerostila and the pediment, which were probably the golden statues, was built ‘tuscano blackberries’ [Vitr. III, 3, 35] The roof was supported by eagles ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] and covered with tiles of gilded bronze [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. A denarius of Petillio Capitoline 43 BCE shows the facade of the temple in which we can distinguish Roma standing on shields between two birds, with the wolf and twins on the right [see. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. xciv] and, sull’apex, a statue of Jupiter in the chariot. Inside the ancient terracotta statue was replaced by a gold and ivory representing Jupiter seated on a throne carved from a greek artist, perhaps Apollonius, in imitation of that of Zeus at Olympia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338C].

In 69 AD the second temple burned again during the revolt of Vitellians [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195-200]. It was rebuilt by Vespasian, always on the same plant, but with even greater height [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. The coins of this period are a hexastyle building with Corinthian columns and statues of Jupiter (the central cell), Juno (left cell) and Minerva (cell to the right) in the central area between the columns, but differ in the number and location of figures that surmount the building: chariots, eagles, heads of horse and other items of identification difficult [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Sun 533].

The third temple burned in 80 [Cas. Dio LXVI, 24] and was restored by Domitian [Suet. Sun V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. Work began in the same year [Act. Arv. Henzen, cvi. 115-116] and the dedication took place in 82 [Cohen, Sun 230]. The structure surpassed the previous magnificence was hexastyle with Corinthian columns of Pentelic marble, a material that was not used for any other building in the city [Plut. Popl. XV]. The doors and the roof tiles were golden [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; perhaps they were brought four bronze columns made with beaks of the ships captured at Anzio [Serv. Georg. III, 29]. The pediment was decorated with bas-reliefs and the apex and the roof with statues like in the earlier buildings [Cohen, Sun 23, 174]. In the centuries following Ammianus [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] and Ausonius [Clar. Urb. XIX, 17] they wrote with admiration.

The destruction of the last temple began in the fifth century. when Stilicho carried off the golden panels of doors [Zos. V, 38]. Genserico took away half of the tiles [Procop. B. Vand. I, 5], but in the sixth century was still considered one of the wonders of the world [Cassiod. Var. VII, 6]. In 571. The Byzantine general Narses carried off the statues, or at least most of them [Chron. Min. I, 336 (571]. In the twelfth century a bull of Pope Anacleto I still refers to the temple, but then did not had more news.

The temple of Jupiter Optimus Maximus was the center of religious life of the Roman state during the Republic and the Empire and had great political importance: the consuls were offering a sacrifice when you came into office, the Senate met there in solemn assemblies, was the destination of the triumphal processions, the archive of documents relating to foreign relations. It was the symbol of the sovereignty, power and immortality of Rome. (Rosch. II, 720-739; Jord. I, 2, 94-95).

The introduction of the cult of Jupiter Optimus Maximus, marked a turning point in religion and in politics Roman, which was also highlighted through the sacred law that required it to fix each year, the Eidus of September, a nail (clavis annalis [Fest. 56]) in the wall that divided the Caella of Jupiter from that of Minerva to mark the passing of the years. This custom, probably of Etruscan origin, stressed the power of Jupiter on time and on the fate of Rome and essentially sanctioned a new beginning of its history.

Originally, probably before the consulate became a stable judiciary, that office was up the praetor maximus, the highest political authority in the city, then passed to the consuls, but quickly such custom was forgotten, provoking the anger of the gods. For this reason it was created a dictator who had the sole task to perform this ritual: dictator clavi fingendi because [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28]

 

Epulum Jovis

During the Roman Games and Ludi Plebei, he was celebrated a solemn sacrificial banquet in the Capitol. This celebration was what made these sacred games in the strict sense [Cas. Dio. LI, 1, 2]. In the dialectic between the worship of Jupiter and Jupiter Latiare and between Roman Games and Feriae Latinae, the Epulum jovis was the counterpart of the sacred banquet that took place on Mount Albano. Instead representatives of Latin cities, in Rome was attended by senators, those who, ultimately, were divided the imperium given by Jupiter (the auspicia empires that, from the age of the monarchy, were in the hands of the senators, as evidenced by the formula that marks the beginning of interregnum: auspicia ad patres redeunt) whose action they gave to the magistrates.

In ancient times the Epulum was under the responsibility of the pontefices, then, in 196 BCE, was established the College of epulones, members of the priestly hierarchy [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 ff], which were designed to hold and organize the Epulum Jovis [Fest. 78; CIC. Orat. III, 19, 73], the pontifices, however, maintained the supervise on the ceremony as well as on other activities that took place during the period of the games, in order to detect errors that would have required an atonement [CIC. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. At first they were 3, but their number was gradually increased to 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Since, under the name of Epulum Jovis, this event will only appear in the calendars of the imperial era epigraphic [see. Cas. Dio. XLVIII, 52], and a few references in ancient sources would think that there was only a Epulum Jovis during the year (in the calendars of the imperial era are mentioned two, one at the Roman Games in September, the other in during the Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], it has been suggested that in the Republican era the Epulum of the Romans Games was not dedicated to Jupiter, but perhaps to Minerva [menol. Val. CIL I, 359] or to the Capitoline Triad, as however all the gods of the triad attended the banquet; later, because of the influence of the epulum Iovis in the Ludi Plebei, also this Epulum was dedicated to Jupiter, while remaining the participation of other goddesses.

On the appointed day, after they had carried out the sacrifices in honor of the Capitoline Triad, the meats were consumed in a solemn banquet attended by the senators [Gel. XII, 8], who enjoyed the jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], (also women could be present [August. CD VI, 10]), before the statues of the gods [Cas. Dio. LIV, 4]: according to the roman habit Jupiter was lying on a triclinium, while Juno and Minerva, sitting [Val. Max. II, 1, 2]. Usually on these occasions they were sung hymns to the gods, may be extolling the actions of men [CIC. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; libations were made [Cic. Har. Resp. X], as the symbol of epulones was the patera. With the passage of time in this college remained only the task of singing religious hymns.

Common people received the meat of sacrificed animals and could consume on tablets prepared in the Forum [Liv. XXXIX, 46], in case of bad weather, they were hoisted tents, but it was considered a bad omen.

On this day the praetor maximus, or other officer, jabbed a nail in the wall of the temple, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], the legacy of a custom of Etruscan origin, of which there were traces in the temple of the Goddess Northia to Volsini [Liv. VIII, 3], deity comparable to Roman Fortuna [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 et seq.]

 

Picture

Titus AR Cistophoric Tetradrachm. Ephesus, AD 80-81. Laureate head right / Tetrastyle Temple of Jupiter Optimus Maximus, enclosing figures of Juno, Jupiter seated, and Minerva. RIC 515 (R); RPC 860

XII KAL. QUINCT. (19) C

Minervae in Aventino

La data della costruzione non è nota, ma l’analisi dell’iconografia di Minerva sulle monete romane, mostra un netto cambiamento all’indomani della Prima Guerra Punica, contrassegnato dall’assimilazione di un modello di origine greca analogo a quello di Atena. Questo ha fatto pensare all’introduzione di un culto di origine siciliana che poteva avere il suo centro sull’Aventino. Lo stesso modello iconografico è stato riscontrato nelle monete coniate a Cosa, centro di costruzione della flotta romana durante la metà del III sec. aev, per cui un’altra ipotesi è che l’assimilazione del nuovo modello (e conseguentemente di un nuovo culto) sia stata conseguenza dell’arruolamento degli equipaggi della nuova forza marittima. In ogni caso sembra plausibile situare la costruzione del tempio nella metà del III sec. aev, forse nel 263 o nel 262 per opera di M. Valerius Maximus Messala che avrebbe usato il bottino ottenuto dalla conquista di Siracusa o Akragas.

Alcune fonti indicano che la dedica avvenne il 19 Mar. [Ov. Fast. III, 812; Fest. 257; Fast. Praen. ad XIII Kal. Apr; CIL Ia, 234], altre il 19 Jun. [Ov. Fast. VI, 728; Fast. Esq. Amit. ad XIII Kal. Iul; CIL I², 211; 243; ILLRP 9], Oggi si pensa che la data della prima dedicazione sia il 19° Jun. e che il 19° Mart. sia dovuto ad una confusione con il tempio di Minerva Capta, oppure ad un restauro compiuto da Augusto [Res. Gest. XIX, 2].

Secondo Festo questo tempio divenne la sede degli scribae e degli histriones durante la Seconda Guerra Punica [Fest. 333], il che confermerebbe che vi si celebrasse un culto di origine greca. In epoca imperiale aveva forma peripterale, esastila di larghezza 22 m e lunghezza 45 m, con 13 colonne per ogni lato. Era situato tra il tempio di Luna e quello di Diana [Oros. V, 12].

 

 

XII KAL. QUINCT.  (19) C

Minervae in Aventino

The date of construction is unknown, but the iconography analysis of Minerva on Roman coins, exhibits a distinct change in the aftermath of the First Punic War, marked by the assimilation of a similar model to the Greek origin of Athena. This did think the introduction of a cult of Sicilian origin who could have her on the Aventine center. The same iconographic model was found in coins minted in Cosa, downtown building of the Roman fleet during the mid-third century. BCE, that another hypothesis is that the assimilation of the new model (and consequently of a new cult) was a result of recruitment of the crews of the new maritime force. In any case, it seems plausible to locate the construction of the temple in the middle of the third century. BCE, perhaps in 263 or 262 by the work of M. Valerius Maximus Messala that he would use the spoils won by the conquest of Syracuse and Akragas.

Some sources indicate that the dedication took place on March 19 [Ov. Fast. III, 812; Fest. 257; Fast. Praen. to XIII Kal. April; CIL Ia, 234], other 19 Jun. [Ov. Fast. VI, 728; Fast. Esq. Amit. to XIII Kal. iul; CIL I², 211; 243; ILLRP 9], it is now thought that the date of the first dedication is 19 ° Jun. and that the 19th Mart. It is due to a confusion with the Temple of Minerva It captures, or to a restoration carried out by Augustus [Res. Gest. XIX, 2].

According to Festo this temple became the headquarters of scribae and histriones during the Second Punic War [Fest. 333], which would confirm that will be celebrated a cult of Greek origin. In imperial times it had peripterale form, hexastyle width 22 m and length 45 m, with 13 columns on each side. It was located between the Temple of Luna and that of Diana [Oros. V, 12].

Picture

Geta, (A.D.209-212), issued as Caesar 205, silver denarius, Rome mint, (3.11 g), obv. P SEPTIMIVS GETA CAES, bare headed bust draped and cuirassed to right, rev. around MINERVA, Minerva standing to left, resting on shield and spear, (S.7182, RIC 46, RSC 77)

EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

Picture

Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

XIV KAL. APR. (19) N

QUINQUATRUS

Questo è il terzo giorno, di cui abbiamo notizia, in ci i Salii compivano il loro rituale in onore di Marte. In questo caso la danza avveniva nel Comitium, alla presenza dei pontefici e dei tribuni celerum, gli antichi comandanti degli squadroni di cavalleria. È probabile che proprio a questo evento si riferisca Varrone quando scrive che

… Il nome dei Salii deriva da salitare, [la danza] che devono e sono soliti fare durante i riti sacri nel Comitium una volta all’anno… [Varr. L. L. V, 85]

Il nome di questa festività deriva, secondo alcuni [Ov. Fast III, 809 segg], dal fatto di durare cinque giorni, e realmente il poeta parla di cinque giorni di festeggiamenti, tuttavia, l’analoga festività di Junius (Quinquatrus Minusculus) sembra che ne durasse solo tre. Festo [Fest. 254] e Varrone [Varr. L. L. VI, 14] affermano che si trattava di un’opinione errata e che questo nome indicava una festività che cadeva il quinto giorno dopo le Eidus; i due eruditi aggiungono che la costruzione di Quinquatrus da quinque + -atrus ricalca nomi analoghi che si trovano presso altri popoli italici (ad esempio gli etruschi avevano Sexatrus, Septimatrus, ecc… probabilmente si trattava di un termine tratto dal linguaggio dei pontefici). Il grammatico Charistus invece scrisse che il nome derivava dal verbo quinquare, cioè purificare, poichè in questo giorno venivano purificate le armi [Charist. GLK. I, 81], forse in riferimento al fatto che, a conclusione dei riti saliari, i sacerdoti, riponessero ritualmente gli ancilia in sacrari [Lyd. Mens. IV, 55]; oppure è possibile che avvenisse davvero una cerimonia di purificazione delle armi prima che l’esercito si radunasse e partisse per la guerra, in maniera simmetrica, alla chiusura della stagione bellica cadeva l’armilustrium del 19° October.

Questo giorno era sacro a Marte e a Nerio [Lyd. Mens. IV, 60; Ov. Fast. III, 850; Gell. XIII, 23, 2], una divinità femminile associata al Dio della guerra, in quanto sua potenza (forse in origine una sua indigitamenta) [Gell. XIII, 23, 10; Enn. Ann. I, 104 Fr 55 V apud Gell. XIII, 23, 18], o sua sposa [Plaut. Truc. 515; Lic. Imb. Fr 1 R apud Gell. XIII, 23, 16]; gli autori romani la ritenevano una divinità sabina, notando che nella lingua di quel popolo ner significava forte, coraggioso [Gel. Cit.; Suet. Tib. 1; Lyd. Mens. IV, 60]. Secondo gli autori moderni Nerio deriverebbe da una radice indoeuropea, *ner-, che indica l’uomo in armi, il combattente.

Nerio sembra essere l’aspetto calmo e benigno di Mars, il grammatico Servius Claudio, con una paraetimologia derivava il suo nome da ne-ira, cioè sine ira [Serv. Claud. Comm. Fr 9 F apud Gell. XIII, 23, 19], ovvero Colei che, in un certo senso poneva dei limiti al furor marziale, questo fatto sembra aver favorito l’identificazione tra Nerio e Minerva che troviamo già in Varrone [Var. Sat. Men. Skiam. Fr I, 506 apud Gell. XIII, 23, 4; Porph. Scholia ad Hor. Ep. II, 2, 209].

La coppia MarsNerio era in qualche modo connessa al matrimonio [Mart. Cap. I, 13, 1], nel quadro forse delle più antiche forme di iniziazione dei guerrieri e dei riti per il passaggio di età e di stato

de nuptiis habito certamine a Minerua Mars uictus est, et obtenta uirginitate Minerua Neriene est adpellata… [Porph. Scholia ad Hor. Ep. II, 2, 209; cfr. Ov. Fast. III, 523]

L’annalista Cn. Gellio riporta che Hersilia (che sarebbe poi diventata la sposa di Romolo) si rivolge proprio a Nerio per porre fine alla guerra tra latini e sabini [Cn. Gel. Ann. Fr 15 P apud Gell. XIII, 23, 13]

Neria Martis te obsecro, pacem da, te, uti liceat nuptiis propriis et prosperis uti, quod de tui coniugis consilio contigit uti nos itidem integras raperent, unde liberos sibi et suis, posteros patriae pararent … Neria sposa di Marte, ti scongiuro, dacci al tua pace, sì che ci sia possibile godere matrimoni sicuri e felici, perché tale è stata la volontà del tuo sposo, che essi ci rapissero intatte per dare dei figli a loro e alla loro gente e discendenti alla patria…

È probabilmente in questo contesto che Nerio può essere stata identificata con Venus, seguendo la tradizione mitica greca [Lyd. Mens. IV, 60].

Proprio in virtù dell’identificazione tra Nerio e Minerva, il Quinquatrus di Martius, chiamato Major, fu considerato il Dies Natalis di quest’Ultima [Fest. 149; Lyd. Mens. IV, 54] (il Quinquatrus minusculus era un’altra festività a Lei dedicata [Fest. 149]). Relazione rafforzata dal fatto che la festa cadeva vicino all’equinozio di primavera, a cui Ella presiedeva [Serv. Aen. II, 296; XI, 259; Georg. I, 227; Macr. Sat. III, 4, 8].

I festeggiamenti duravano cinque giorni: il primo era considerato quello di nascita della Dea [Ov. Fast. III, 809 segg] ed era festivo per gli artigiani (che erano sotto la Sua protezione, artificium dies [Cal. Praen.; Ov. Fast. Cit.]), in particolare della corporazione dei fullones [Nov. apud Non. 508; Plin. XXXV, 143; Lact. Inst. I, 18, 23]; era il giorno di inizio delle scuole e di paga per gli insegnanti, il cui salario era chiamato minerval [Macr. Sat. I, 12, 7; Tert. Idol. X; Var. R. R. III, 2, 18; Hor. Ep. II, 2, 197; Juv. X, 115; Schol. in Juv. X, 115]. La festa era celebrata anche nelle case dove le famiglie si riunivano [Suet. Aug. LXXI; Ner. XXXIV; Tac. An. XIV, 4; XIV, 12; Plaut. Miles. 691 segg.]. Coincideva con la traslazione a Roma della statua di Minerva, dopo evocatio, da Faleri da parte di Camillo [Var. L. L. V, 47; Ov. Fast. III, 835 segg].

Non si potevano compiere sacrifici cruenti, ma si offrivano fiori, liba e mola salsa [Ov. Fast. III, 811; Trist. IV, 13, 17], né si svolgevano giochi gladiatori [Ov. Fast. III, 809 segg], mentre nei giorni successivi vi erano spettacoli nell’arena [Liv. XLIV, 20, 1; Juv. X, 114; Cas. Dio. LIV, 28; LXVII, 1] e competizioni tra poeti e cantori. Durante il periodo imperiale vi erano anche distribuzioni di cibo e denaro; Domiziano, molto devoto a Minerva, celebrò questa festa in modo particolarmente sontuoso [Quinct. Inst. X, 1, 91; Suet. Dom. V, 15; Stat. Silv. IV, 1, 14; Mart. VI, 10, 9].

Se consideriamo le informazioni che abbiamo sulla coppia MarsNerio, possiamo ipotizzare che il Quinqutrus fosse il momento in cui si chiudeva la fase di iniziazione dei giovani ammessi all’interno della civitas come guerrieri e che, forse, comportasse matrimoni collettivi come forma conclusiva del percorso che faceva di un giovane, un civis a tutti gli effetti.

In base ai dati archeologici, Dumézil ha attribuito l’origine del legame Minerva – Mars ad un substrato etrusco – italico: su alcuni specchi etruschi e su una cista prenestina troviamo raffigurate scene in cui Menrua compare strettamente associata a Mars (Marìs etrusco) in scene che sembrano alludere a rituali di iniziazione dei giovani guerrieri. In particolare sulla cista, vediamo la Dea nell’atto di immergere Maris armato in una sorta di calderone ribollente (una scena con lo stesso significato, su uno specchio etrusco, rappresenta Marte armato di fronte a Minerva seduta, mentre una vittoria alata versa del liquido su di Lui da un’anfora): tale immagine si ricollega ad un tema mitico ampiamente diffuso in tutto il mondo indoeuropeo, in particolare nel mondo celtico, sebbene lo si possa riscontrare anche nell’atto con cui Teti rese immortale Achille. Attraverso una triplice iniziazione, rappresentata dall’immersione nel calderone magico, il guerriero acquisiva invulnerabilità, infallibilità e furor; si trattava di tre vere e proprie morti e rinascite, a cui alluderebbe uno specchio etrusco in cui Minerva compare assieme a giovani guerrieri e a tre Maris: Mariś Halna, Mariś Husrnana (Maris bambino) e Mariś Isminthians; la Dea sta traendo un bambino, Mariś Husrnana, da un’anfora in cui è immerso. I tre Marìs rappresenterebbero le tre fasi dell’iniziazione, le tre morti e rinascite, rappresentate dal bambino e avrebbero un corrispettivo nel mito, riportato da Eliano, secondo cui gli Ausoni discendevano da un centauro di nome Maris che visse 123 anni e aveva tre vite [Ael. Vera Hist. IX, 16], che sembra una diversa versione di quello relativo a Erulo, figlio di Feronia, anch’esso in possesso di tre vite [Verg. Aen. VIII, 563]. Menrua è quindi colei che assiste Mars nelle fasi dell’iniziazione, la vergine che accompagna il guerriero nel percorso che lo preparerà alle battaglie della stagione che si apre proprio nel mese di Martius; non stupisce quindi trovare questo tema in questo periodo dell’anno.

 

Minervae Captae

L’altare di Minerva Capta, chiamato anche Minervium [Var. L. L. V, 47], si trovava sul Celio [Ov. Fast. III, 835 – 838; Var. Cit.]. Secondo Ovidio fu eretto quando la statua di Minerva, evocata, da Falerii, fu portata a Roma, all’epoca di Camillo [Ov. Fast. III, 839 – 848], tuttavia sembra che la data della costruzione sia il 214 aev. successiva alla distruzione della città falisca, avvenuta nel 241 aev. La descrizione che ne dà Ovidio come “parvaum delubrum” [Ov. Fast. III, 837] indica che non si trattava di un aedes, bensì solamente di un sacellum, per cui la data della sua dedica non sarebbe apparsa nei calendari e il poeta, indicandola nei suoi Fasti al 19° Mar, si sarebbe confuso con il tempio di Minerva sull’Aventino.

L’epiteto Capta ha creato numerose discussioni tra gli studiosi, poiché sembra alludere ad una cattura della Dea da parte dei romani, il che costituirebbe un unicum nella religione romana, oltre ad andare contro alla prassi ritualistica per cui ogni volta che una nuova divinità era introdotta a Roma, era necessario che Essa desse il suo consenso al trasferimento, infatti

nefas aestimarent deos habere captivos… [Macr. Sat. III, 9, 2]

Scartando l’ipotesi di un “imprigionamento” della Dea conseguente all’asportazione del Suo simulacro da Falerii (capta nel senso passivo di presa, imprigionata, poiché nella formula della deditio con cui si era consegnata ai romani la città si impegnava a “consegnare tutte le cose divine e umane” [Liv. I, 38; VII, 31, 3; XXVI, 33, 12; XXVIII, 34, 7], espressione che, secondo alcuni autori, comprende anche i simulacri degli Dei), secondo un’interpretazione l’epiteto della Dea si sarebbe riferito al fatto che, come divinità protettrice della città, la sua statua cultuale era legata da una sorta di catena, per impedire che la Dea la abbandonasse facendo venir meno la sua protezione, secondo una pratica attestata, anche se non così comune. Il nome sarebbe così stato un’allusione alla realtà del culto falisco che però non aveva riscontro in quello romano (non abbiamo infatti alcuna notizia sul fatto che la statua della Dea fosse in qualche modo legata, fatto non certo comune, che avrebbe dovuto suscitare la curiosità degli eruditi romani e di Ovidio).

Secondo un’altra interpretazione Capta non doveva essere inteso in senso passivo, bensì attivo, come nel caso di Juno Februata (Juno Purificatrice, non purificata), o Fortuna Viscata (Fortuna che cattura col vischio, non invischiata), avremmo così Minerva “Accogliente”, nome che la Dea poteva già avere a Falerii. È anche possibile, vista la scarsità delle fonti a riguardo, che la Dea non provenisse dalla capitale falisca, bensì da Capena, città fondata da gruppi sia falischi che etruschi (forse bande di guerrieri etruschi, accolti nella comunità falisca), il cui nome deriva dalla stessa radice del verbo capere e che fu distrutta dai romani dopo la vittoria su Veio per aver aiutato la città etrusca. Già prima di essere portata a Roma, Minerva sarebbe stata una divinità “accogliente”, che presiedeva all’integrazione degli stranieri, soprattutto le bande di giovani guerrieri, che vagavano nel territorio del Lazio antico, oppure al ritorno dei guerrieri.

Per via di questo carattere della Dea, una volta trasferito a Roma, il Suo culto fu collocato sul Celio, dove si trovavano anche un altare dedicato ai Dii Adventici, gli Dei venuti da fuori [Var. apud Tert. Adv. Nat. II, 9, 6; Macr. Sat. I, 12, 31] e una cappella dedicata a Juppiter Redux; colle connesso con l’accoglienza degli stranieri (dagli etruschi dei fratelli Vibenna [Var. L. L. V, 46; Dion. H. II, 36, 3; Fest. 44; Tac. Ann. IV, 65], agli esuli di Alba Longa [Liv. I, 29; Dion. H. III, 31]), su cui sorgeva la Porta Capena, intesa come Porta “del ritorno” o “dell’accoglienza”, poiché accoglieva le truppe romane di ritorno dalle campagne belliche dell’epoca arcaica. Dal punto di vista temprale, Minerva era legata al passaggio all’età adulta, troviamo infatti la statua di Juventas nella sua cella sul Campidoglio, così essa “accoglieva” chi, col passaggio di età, entrava a far parte del corpo sociale della città [Dion. H. III, 69; IV, 15, 5; Plin. Nat. Hist. XXXV, 108; Liv. V, 54, 7; Flor. I, 7, 8; August. C. D. IV, 23; 29].

 

QUINQUATRUS

This is the third day, of which we know, for us climbed carrying out their ritual in honor of Mars. In this case the dance took place in the Comitium, at the presence of the popes and he tribunes celerum, ancient commanders of cavalry squadrons. It is likely that precisely this event refers Varro when he writes that

… The name of the Salii comes from salitare, [the dance] that need and they usually do during the holy rites in the Comitium once a year … [Varr. L. L. V, 85]

According to some author the name of this festival is due to the fact that it lasted for five days [Ov. Fast III, 809 ff], however, the similar Junius feast (Quinquatrus Minusculus) lasted only three days. Festus [Fest. 254] and Varro [Varr. L. L. VI, 14] claim that this name meant a feast which was in the fifth day after Eidus; the construction of Quinquatrus from quinque and -atrus follows similar names that are found in other Italic languages (such as the Etruscan Sexatrus, Septimatrus, etc …). The grammarian Charistus, instead wrote that the name was derived from the verb quinquare, to purify, because on this day the weapons were purified [Charist. GLK. I, 81], perhaps in reference to salian’s rites [Lyd. Mens. IV, 55], or to a ceremony of purification before the army left for war, symmetrically, at the close of the war season fell the armilustrium of 19 ° October.

This day was sacred to Mars and Nerio [Lyd. Mens. IV, 60; Ov. Fast. III, 850; Gell. XIII, 23, 2], a female deity associated with the god of war, as its power (perhaps originally its indigitamenta) [Gell. XIII, 23, 10; Enn. Ann. I, 104 Fr 55 V apud Gell. XIII, 23, 18], or his bride [Plaut. Truc. 515; Lic. Carton. Fr 1 R apud Gell. XIII, 23, 16]; Roman authors considered Her a Sabine goddess, because in the language of that people ner meant strong, brave [Gel. cit .; Suet. Tib. 1; Lyd. Mens. IV, 60]. According to modern authors Nerio would result from Indo-European root, * nerve, indicating the man in arms, the fighter.

Nerio seems to be calm and benign appearance of Mars, the grammarian Servius Claudius, with a paraetimology derived its name from ne-anger, ie sine ira [Serv. Claud. Comm. Fr 9 F apud Gell. XIII, 23, 19], or one who, in a sense, put limits on the martial fury, this fact seems to have favored the identification of Nerio and Minerva that are already in Varro [Var. Sat. Men. Skiam. Fr I, 506 apud Gell. XIII, 23, 4; Porph. Scholia to Hor. Ep. II, 2, 209].

The couple Mars – Nerio was somehow connected to marriage [Mart. Chap. I, 13, 1], perhaps within the framework of the oldest warriors forms of initiation and rites for the passage of age and status

… De nuptiis Live In certamine to Minerua Mars uictus est, et obtenta uirginitate Minerua neriene east adpellata … [Porph. Scholia to Hor. Ep. II, 2, 209; cfr. Ov. Fast. III, 523]

The chronicler Cn. Gellius reports that Hersilia (which would later become the wife of Romulus) is addressing Nerio to end the war between the Latin and Sabine [Cn. Gel. Ann. Fr 15 P apud Gell. XIII, 23, 13]

… Neriah Martis you obsecro, pacem from, you, uti liceat nuptiis propriis et prosperis uti, quod de tui coniugis contigit consilio uti nos itidem Integra raperent, unde liberos sibi et suis, posteros patriae pararent … … Neriah wife of Mars, I beseech you, to give us your peace, so that we may enjoy safe and happy marriages, because that was the will of your husband, that they they kidnapped us untouched to give their children to them and to their people and descendants at home …

It is probably in this context that Nerio can be identified with Venus, following the Greek mythical tradition [Lyd. Mens. IV, 60].

Precisely in virtue of the identification between Nerio and Minerva, the Quinquatrus Martius, named Major, it was considered the Dies Natalis of this Last [Fest. 149; Lyd. Mens. IV, 54] (the Quinquatrus minusculus was another festival dedicated to her [Fest. 149]). Report reinforced by the fact that the festival fell near the spring equinox, over which you presided [Serv. Aen. II, 296; XI, 259; Georg. I, 227; MACR. Sat. III, 4, 8].

The festivities lasted five days: the first was considered the birth of the Goddess [Ov. Fast. III, 809 ff] and was a holiday for craftsmen (who were under His protection, artificium dies [Cal. Praen .; Ov. Fast. Cit.]), Especially the guild of fullers [Nov. apud no. 508; Plin. XXXV, 143; Lact. Inst. I, 18, 23]; It was the starting day of the schools and pay for teachers, whose salary was called minerval [MACR. Sat. I, 12, 7; Tert. Idol. X; Var. R. R. III, 2, 18; Hor. Ep. II, 2, 197; Juv. X, 115; Schol. in Juv. X, 115]. The festival was also celebrated in homes where families would gather [Suet. Aug. LXXI; Ner. XXXIV; Tac. An. XIV, 4; XIV, 12; Plaut. Miles. 691 et seq.]. It coincided with the transfer to Rome the statue of Minerva, after Evocatio, from Faleri by Camillo [Var. L. L. V, 47; Ov. Fast. III, 835 ff].

They could not make blood sacrifices, but only offered flowers, liba and mola salsa [Ov. Fast. III, 811; Trist. IV, 13, 17], nor were held gladiatorial games [Ov. Fast. III, 809 ff], while in the following days there were performances in the arena [Liv. XLIV, 20, 1; Juv. X, 114; Cas. Dio. LIV, 28; LXVII, 1], and competition between poets and singers. During the imperial period there were also food distributions and money; Domitian, very devoted to Minerva, this festival celebrated in a particularly lavish [Quinct. Inst. X, 1, 91; Suet. Sun V, 15; Stat. Silv. IV, 1, 14; Mart. VI, 10, 9].

If we consider the information we have on the couple Mars – Nerio, we can assume that the Quinqutrus was the moment when he closed the phase of initiation of young people allowed inside the civitas as warriors, and that, perhaps, behave as the final form of the mass weddings path was a young man, a civis in effect.

According to archaeological data, Dumezil has attributed the origin of the link Minerva – Mars to a substrate Etruscan – Italic: on some Etruscan mirrors and a cist prenestina are depicted scenes where Menrua appears closely associated with Mars (Maris Etruscan) in scenes that seem to allude to rituals of initiation of young warriors. In particular on the pail, we see the Goddess in the act of immersing armed Maris in a kind of seething cauldron (a scene with the same meaning, on an Etruscan mirror, Mars is reinforced in front of Minerva sitting, while a winged victory spill liquid about him from a jar): this image is linked to a mythic theme widely spread around the world indoors, especially in the Celtic world, although it can also be found in the act by which Thetis made Achilles immortal. Through a triple initiation, represented by the immersion in the magic cauldron, the warrior acquired invulnerability, infallibility and fury; it was three actual birth and death, to which allude an Etruscan mirror in which Minerva appears alongside young warriors and three Maris: Maris Halna, Husrnana Maris (Maris child) and Maris Isminthians; the Goddess is taking a child, Maris Husrnana, from an amphora that surrounds (Figure 67). Maris The three represent the three stages of initiation, the three deaths and rebirths, represented by the child and would have a counterpart in the myth, reported by Aelian, that the Ausonians descended from a centaur named Maris, who lived 123 years and had three lives [Ael. Vera Hist. IX, 16], which seems a different version than that concerning Erulus, son of Feronia, also holding three screw [Verg. Aen. VIII, 563]. Menrua is therefore she who attends Mars in the initiation phase, a virgin, who accompanies the warrior in the path that will prepare you to the battles of the season that opens in the month of Martius; no wonder then find this theme in this year.

 

Minervae Captae

The altar of Minerva Capta, also called Minervium [Var. L. L. V, 47], was on the Celio [Ov. Fast. III, 835-838; Var. Cit.]. According to Ovid it was erected when the statue of Minerva, evoked, from Falerii, was brought to Rome in the time of Camillus [Ov. Fast. III, 839-848], but it seems that the date of the construction is 214 BCE. after the destruction of the Faliscan city, in 241 BCE. The description given Ovid as “parvaum delubrum” [Ov. Fast. III, 837] indicates that it was not an aedes, but merely a sacellum, so the date of its dedication would not have appeared in calendars and the poet, pointing in his Fasti in 19th Mar, it would be confused with the temple Minerva on the Aventine.

The epithet Capta has created numerous discussions among scholars, because it seems to allude to a catch of the Goddess by the Romans, which would be unique in the Roman religion, as well as going against the ritualistic practices that every time a new deity was introduced in Rome, it was necessary that it give its consent to the transfer, in fact

… Nefas aestimarent deos habere captivos … [Macr. Sat. III, 9, 2]

Discarding the hypothesis of a “lockup” of the subsequent removal of your Goddess statue from Falerii (picks up in the passive sense taken, imprisoned, as in the formula of deditio with which it was delivered to the Romans the city undertook to “hand over all divine and human things “[Liv. I, 38; VII, 31, 3; XXVI, 33, 12, XXVIII, 34, 7], an expression which, according to some authors, also includes the statues of the Gods), according to a ‘ interpretation of the epithet of the Goddess would have referred to the fact that, as a patron deity of the city, its cult statue was bound by a kind of chain, to prevent the Goddess abandoned by failing his protection, according to a practice attested, although not as common. The name would thus have been an allusion to the reality of falisco worship but had no counterpart in the Roman (we do not have any news on the fact that the statue of the goddess was in any way linked, uncommon fact certain that it should arouse curiosity of the Roman scholars and Ovid).

According to another interpretation Capta was not to be understood in a passive sense, but active, as in the case of Februata Juno (Juno Cleansing, not purified), or Viscata Fortuna (Fortuna catching with mistletoe, not mired), we would like Minerva “Cozy “the name that the Goddess could already have Falerii. It is also possible, given the scarcity of sources in this regard that the Goddess does not come from the Faliscan capital, but from Capena, a city founded by groups both Faliscans that the Etruscans (maybe bands of Etruscan warriors, greeted in falisca communities), whose name comes from the same root as the verb capere, and which was destroyed by the Romans after the victory over Veii for helping the Etruscan city. Already before being taken to Rome, Minerva would be a “welcoming” divinity, who presided over the integration of foreigners, especially the young warrior bands, wandering in the ancient Lazio territory, or the return of the warriors.

Because of this character of the Goddess, once moved to Rome, His cult was placed on the Celio, where there were also an altar dedicated to the Dii Adventici, the Gods came from outside [Var. apud Tert. Adv. Nat. II, 9, 6; MACR. Sat. I, 12, 31] and a chapel dedicated to Jupiter Redux; Hill connected with the reception of foreigners (from the Etruscans of Vibenna brothers [Var. LL V, 46; Dion. H. II, 36, 3; Fest. 44; Tac. Ann. IV, 65], to the exiles of Alba Longa [Liv. I, 29; Dion. H. III, 31]), on which stood the Porta Capena, understood as Porta “back” or “welcome”, as he welcomed the Roman troops returning from war campaigns of ‘ archaic period. From the point of view temprale, Minerva was linked to the transition to adulthood, in fact we find the statue of Juventas in his cell on the Capitol, so it “welcomed” who, with the passage of age, became part of the city’s social body [Dion. H. III, 69; IV, 15, 5; Plin. Nat. Hist. XXXV, 108; Liv. V, 54, 7; Flor. I, 7, 8; August. C. D. IV, 23; 29].

Picture

Domitian AV Aureus. Rome, AD 81. IMP CAES DOMITIANVS AVG P M, laureate head right / TR P COS VII DES VIII P P, Minerva advancing right, holding spear and shield. C. 559; BMC 11 note; RIC 57; CBN 27; Calicó 922. 7.25g, 19mm, 6h