NON.  JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius è un nome che unisce due divinità distinte, tale identificazione è testimoniata sia dai documenti epigrafici ritrovati nel tempio [CIL VI, 567 – 568; 30994], che da Varrone e Verrio Flacco [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

Secondo Dionigi di Alicarnasso, il culto di Semo Sancus, fu istituito sul Quirinale dai Sabini che lo occupavano, prima che entrasse a far parte della città di Roma [Dion. H. II, 49, 2]. Il suo tempio fu votato da Tarquinio il Superbo e dedicato da Septimius Postumius nel 466 aev. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241]: si trovava sul colle Mucialis [Var. L. L. V, 52], presso la Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], sul luogo di un antico fanum o sacellum (ovvero luogo di culto a cielo aperto), che la tradizione vuole fosse stato consacrato da Tito Tazio [Ov. Fast. VI, 217 – 18; Prop. IV, 9, 74; Tert. Ad Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], sebbene non figuri nella lista dei culti istituiti da questo re, riportata da Varrone [Var. L. L. V, 74]. All’interno del tempio vi era la statua di Gaja Caecilia (o Tanaquil), moglie di Tarquinio Prisco, ornata di una cintura che, si pensava, contenesse dei rimedi che allontanavano i mali chiamati praebia [Fest. 238 segg; Plut. Q. R. 30; Var. apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. Vi era anche conservato il trattato di pace tra Roma e Gabii, scritto sulla pelle di una capra sacrificata es inchiodato su uno scudo [Dion. H. IV, 58, 4]. La statua del Dio che vi si trovava, lo rappresentava nudo, simile ad un Apollo arcaico; le mani non sono state ritrovate, quindi non si sa quali fossero gli attributi del Dio, forse la clava, come Ercole, o l’uccello augurale sanqualis, alcuni autori ritengono che tenesse dei fulmini, poiché un’iscrizione sul basamento riporta decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567 – 568], i suoi sacerdoti erano quindi addetti all’espiazione dei fulmini attraverso il sacrificio di agnelli bidentes e alla consacrazione dei luoghi dove questi cadevano.

Gli autori antichi sono concordi sul fatto che Semo fosse un’antica divinità di origine sabina [Ov. Fast. VI, 213 – 216]: secondo Catone era un Dio indigeno del reatino, padre di Sabus, l’eponimo del popolo sabino [Cat. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], mentre Agostino e Lattanzio, seguendo Varrone, lo identificano con il primo re e fondatore della nazione sabina [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; secondo Giovanni Lido Sancus era il nome del cielo in lingua sabina [Lyd. Mens. IV, 90], notizia che rimanderebbe ad una sorta di Giove sabino. Nelle Tavole Eugubine è, tuttavia, nominato dopo Juppiter, un Fisius Sancius (divinità che fa parte del gruppo di rango inferiore rispetto alla triade principale della città) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] che sembra ricalcare esattamente il Sancus Dius Fidius romano.

Il nome Semo si collega ai Semones, divinità invocate nel carmen arvale, che sarebbero connesse alla semina (il termine deriva da sero , seminare, la cui radice ha dato anche il peligno Semunu, e si riferiva alla forza generativa contenuta nel semen), tuttavia, per gli autori latini più tardi, i Essi diverranno piuttosto entità intermedie tra uomini e Dei, Semi-Dei non degni di risiedere in cielo, ma di rango superiore alle creature terrestri [Fulg. Plac. In Non. De Comp. Doct. 391], proprio in base a questa interpretazione Marziano Capella inserisce Semo Sancus nella sua lista di divinità (di ascendenza etrusca) nella dodicesima sede celeste [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] tra i demoni (Lares), gli Eroi e i Manes. È anche nota una Dea Semonia, connessa alla sfera agricola (associata a Segesta e Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; Macr. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], alla quale si sacrificava un bidens per purificare il popolo dopo l’esecuzione di una condanna a morte [Fest. 309].

 

NOT. JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius is a name that combines two distinct deities, such identification is demonstrated by both the inscriptions found in the temple [CIL VI, 567-568; 30994], and Varro and Verrius Flaccus statements [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

According to Dionysius of Halicarnassus, the cult of Semo Sancus, was founded by the Sabines on the Quirinal Hill, before it became part of the city of Rome [Dion. H. II, 49, 2]. His temple was voted by Tarquin the Proud and dedicated by Septimius Postumius in 466 BCE. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241] on the Mucialis hill [Var. L. L. V, 52], near to the Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], on the site of an ancient fanum or sacellum (ie place of worship in the open air), which according to tradition, should have been consecrated by Titus Tatius [Ov. Fast. VI, 217-18; Prop. IV, 9, 74; Tert. For Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], although it does not appear in the list of cults established by this king, reported by Varro [Var. L. L. V, 74]. Inside the temple there was a statue of Gaja Caecilia (or Tanaquil), wife of the elder Tarquin, adorned with a belt, it was thought, contained the remedies that strayed evils called praebia [Fest. 238 ff; Plut. Q. R. 30; Var. Apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. There was also preserved the peace treaty between Rome and Gabii, written on the skin of a sacrificed goat eg nailed on a shield [Dion. H. IV, 58, 4]. The statue of the God, represented him naked, like an archaic Apollon; hands have not been found, so it is unknown what were His attributes, perhaps the club, like Hercules, or the bird auspicious Sanqualis, some authors believe that would take lightning, as an inscription on the pedestal shows decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567-568], his priests were so engages in lightning atonement through the sacrifice of lambs bidentes and the consecration of the places where they fell.

The ancient authors agree that Semo was an old Sabine deity [Ov. Fast. VI, 213-216]: according to Cato was a God from Rieti, father of Sabus, the eponym of the Sabine peolple [Cat people. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], while Augustine and Lactantius, following Varro, identify him with the first king and founder of the Sabine nation [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; according to John Lydus Sancus was the name of the sky in the Sabine language [Lyd. Mens. IV, 90], news that would refer to a sort of Jupiter Sabine. In the Tables of Gubbio is, however, named after Jupiter, a Fisius Sancius (divinity that is part of the group of lower rank than the main triad of cities) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] that seems to follow exactly the Sancus Dius Fidius Roman.

The name Semo connects to Semones, deities invoked in Carmen Arvale, that would be connected to the sowing (the term is derived from sero, sow, whose root also gave Peligno Semunu, and referred to the generative contained in semen) strength, however, for the later Latin authors, they will become rather intermediate entities between men and Gods, Semi-Gods are not worthy to live in heaven, but higher-ranking to terrestrial creatures [Fulg. Plac. Not in. De Comp. Doct. 391], just on the basis of this interpretation Marziano Capella put Semo Sancus in his list of gods (of Etruscan ancestry) in the twelfth celestial headquarters [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] among the demons (Lares), the Heroes, and the Manes. It also notices a Semonia Goddess, related to agricultural sphere (associated with Segesta and Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; MACR. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], to which he killed a bidens to purify the people after the execution of a death sentence [Fest. 309].

 

Picture

Illustration of a statue of Sancus found in the Sabine’s shrine on the Quirinal, near the modern church of S. Silvestro from: R. Lanciani – Pagan and Christian Rome, Roma 1893

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VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P(ublicae) P(opuli) R(omani) Q(uiritium) in colle Quirin(ali)

In questo giorna cadeva l’anniversario della dedica di uno dei cosìdetti Tres Aedes Fortunae, che si   trovavano sul colle Quirinale, presso la Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probabilmente si trattava di quello dedicata a Fortuna Primigenia, la divinità venerata a Preneste, che a Roma prese il nome di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer.; CIL I², 213; 319] o anche: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in colle Quirinali [Fast. Esquil.; CIL I², 211], Fortuna Publica populi Romani in colle [Fast. Venus.] (Figura 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Populi Fortuna Potentis Publica [Lyd. Mens. IV, 7]. Il tempio fu votato nel 204 aev. dal console P. Sempronius Sofus, all’inizio della battaglia di Crotone contro Annibale, “se fosse riuscito a mettere in fuga i nemici” [Liv. XXIX, 36, 8] e fu poi dedicato circa 10 anni dopo, nel 194 aev. da Q. Marcus Ralla [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

Secondo i Fasti Amiterni [CIL I2, 245] in questo giorno si ricordava la dedica di un luogo di culto dedicato a Venus, sul monte Velia. Non sappiamo esattamente di quale luogo si trattasse: M. Torelli ha ipotizzato che sul Velia fosse ospitato il culto di Venus Calva, il che ci porta a un tempio [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], la cui data di edificazione non conosciamo, o più probabilmente a un sacellum, che doveva ospitare la statua della Dea [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servio riporta alcuni aitia sulla nascita di tale culto: durante l’assedio gallico, avendo i Romani esaurito le corde per le macchine da guerra, le matrone, guidate da una Domitia, offrirono i loro capelli per farne di nuove, in ringraziamento per tale sacrificio, il senato decretò la dedica della statua a Venus Calva. Un’altra versione ne proietta l’origine all’età regia: a causa di un prurito pestilenziale le donne romane tagliarono i loro capelli, il re Anco dedicò una statua a Venus come espiazione e così i capelli ricrebbero [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

La presenza di una Domitia nel primo racconto riportato da Servio, così come l’esistenza della familia dei domitii calvini all’interno della gens domitia, ha fatto pensare che il culto di Venus Calva avesse una connessione con essa e che la statua si trovasse nei pressi della domus dei calvini, sul Velia, collocazione avvalorata dalla presenza, nello stesso sito, di un altro culto che poteva essere in relazione con quello di Venus Calva, quello di Mutinus Tutinus.

Secondo le testimonianze antiche, questo culto doveva essere molto antico, e già gli eruditi romani lo mettevano in relazione con quello di Aphrodite barbata diffuso in oriente, particolarmente a Cipro [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3] .

Secondo Torelli, doveva avere una connessione con i riti iniziatici dei giovani romani, dell’età arcaica: il simulacro non doveva essere del tutto calvo, ma solamente portare una tonsura, propria dai giovani di entrambi i sessi che si apprestavano al matrimonio (è possibile che le giovani donne offrissero a questa divinità i capelli che venivano loro tagliati); altro simbolo che connette Venus Calva alla sfera matrimoniale è il pettine, che secondo la testimonianza della Suida, era tenuto in mano dalla Dea [Suida cit.].

Doveva trattarsi di una rappresentazione androgina avente in parte attributi maschili e in parte femminili, forse equestre [Suida cit.], tali elementi avvalorano la sua antichità. Testimonianza della notorietà di cui godeva questa immagine è il fatto che, secondo Macrobio, fu proprio essa a guidare il poeta Laevius nel comporre i seguenti versi [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est…

così come il poeta Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venerem…

L’androginia era collegata alla sfera matrimoniale (e ai riti di “inversione” praticati all’inizio dell’anno), in particolare all’iniziazione delle giovani che vi si apprestavano (allusione che torna anche nel simbolismo della tonsura e del pettine, pecten che a sua volta rimanda alla pratica dei crines soluti [Fest. 213], l’acconciatura che le giovani donne portavano il giorno del matrimonio ) alla promiscuità sessuale: secondo Macrobio le offrivano sacrifici sia gli uomini, che però si vestivano da donna, che le donne, che si abbigliavano da uomo [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. Tale inversione dei ruoli torna in un altro rito, non a caso compiuto sempre in prossimità della domus dei domitii, quello di Mutinus Tutinus [Fest. 154]: riti con un chiaro legame con la sfera matrimoniale, quelli in onore di Mutinus Tutinus prevedevano che le donne sacrificassero avvolte nella toga praetexta, cioè abbigliate come un uomo.

 

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P (ublicae) P (opuli) in Quirin hill R (omani) Q (uiritium) (wings)

This day fell the anniversary of the dedication of one of the so-called Tres Aedes Fortunae, that were on the Quirinal Hill, near the Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probably it was the one dedicated to Fortuna Primigenia, the deity worshiped at Praeneste, which in Rome was called Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer .; CIL I², 213; 319] or even: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in Quirinali [Fast hill. Esquil .; CIL I², 211], Fortuna Publica Populi Romani in the hill [Fast. Venus.] (Figure 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Fortuna Publica Populi Potentis [Lyd. Mens. IV, 7]. The temple was voted in 204 BCE. by P. Sempronius Sofus console at the beginning of the Battle of Crotone against Hannibal, “if he could put the enemy” [Liv. XXIX, 36, 8] and was later dedicated about 10 years later, in 194 BCE. by Q. Marcus Thrust [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

According to the Fasti Amiterni [CIL I2, 245] on this day we remembered the dedication of a place of worship dedicated to Venus, on Mount Velia. We do not know exactly which place it was: M. Torelli hypothesized that Venus Calva was worshiped on the Velia, which leads us to a temple [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], whose construction date is unknown, or more probably, a sacellum, hosting the Goddess’ statue [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servius reports some stories about the birth of this cult: during the Gallic siege, having the Romans exhausted the ropes for the war machines, the matrons, led by a Domitia, offered their hair to make new ones, in thanksgiving for this sacrifice , the senate decreed the dedication of the statue to Venus Calva. Another version has its origin into the royal age: due to a pestilent itching Roman women cut their hair, King Ancus dedicated a statue to Venus as expiation and so the hair grew [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

The presence of a Domitia in the first story reported by Servius, as well as the existence of the family of the domitii calvini inside the gens domitia, has suggested that the cult of Venus Calva had a connection with this gens and that the statue was in near the domus of the calvini, on the Velia, position supported by the presence, on the same site, of another cult that could be related to Venus Calva, Mutinus Tutinus (see below).

According to ancient evidence, this cult had to be very ancient, and already the Roman scholars put it in relation with that of Aphrodite barbata widespread in the East, especially in Cyprus [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3].

According to Torelli, he could have been a connection with the archaic initiation rites of the young Romans: the simulacrum should not be completely bald, but only bring a tonsure, proper to the young people of both sexes who were preparing for marriage (it is possible that the young women would offer the hair that was cut to this divinity); another symbol that connects Venus Calva to the matrimonial sphere is the comb, which according to the testimony of Suida, was held in the hands of the Goddess [Suida cit.]. It must have been an androgynous representation having partly masculine and partly feminine attributes, perhaps equestrian [Suida cit.].

The widespread knowledge of this image is testimonied by Macrobius citing the poet Laevius who would have composed the following verses thinking to her [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est …

as well as the poet Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venus …

The androgyny was connected to the matrimonial sphere (and to the “inversion” rituals practiced at the beginning of the year), in particular to the initiation of the young people who were preparing for it (an allusion that also returns in the symbolism of the tonsure and comb, pecten which, in turn, refers to the practice of the solitary crines [Fest. 213], the hairstyle that the young women wore on their wedding day) to sexual promiscuity: according to Macrobius they offered sacrifices to both men, who dressed as women, who women dressed in men [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. This reversal of roles returns to another rite, not coincidentally carried out near the domus of the domitii, that of Mutinus Tutinus [Fest. 154]: rites with a clear link with the matrimonial sphere, those in honor of Mutinus Tutinus foresaw that women sacrificed wrapped in the praetexta toga, that is, dressed like a man.

Picture
Fortuna, marble statua from Vatican Museum

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

 

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

 

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

 

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna.