IX KAL. JUN. (24) F

Q. R. C. F.

Quando Rex Comitiavit, Fas

Nella nota relativa del calendario di Preneste, questo giorno è confuso col Regifugium. Il rex sacrorum (in tempi più antichi il rex), si recava nel Comitium e, compiendo un sacrificio, pronunciava una formula appropriata; dopodiché era fas trattare gli affari e tenere le assemblee giudiziarie ed i comizi elettorali, cosa che in precedenza era nefas [Varr. L. L. VI, 31]. Anticamente, in questa data si riunivano i comitia calata, non sappiamo che funzione avessero, forse erano solo l’assemblea dei cittadini a cui il rex annunciava le leggi (è molto improbabile che avessero la funzione di ratificare le sue decisioni) [Gajus Inst. II, 101] e che acclamava i nuovi sovrani dopo l’inauguratio. In origine avevano anche una funzione militare, ed erano l’assemblea degli uomini in armi, il populus, quindi questa data segnava la prima riunione, davanti al rex o ai capi militari, dell’esercito che si preparava all’inizio della stagione bellica; per questo motivo il luogo di assemblea era il Comitium, esterno al pomerium del Palatino.

Secondo Cornelio Labeone, i comitia calata erano presieduti dal collegio dei pontefici [Labeo apud Gel. XV, 27, 1] e durante la loro riunione venivano redatti i testamenti e le detestatio sacrorum [Gel. XV, 27, 3; Gajus Cit.]

 

Quando Rex Comitiavit, Fas

In the note of Preneste calendar, this day is confused with regifugium. The rex sacrorum (in ancient times the rex), went in Comitium and, making a sacrifice, uttered an appropriate formula; after which it was fas transacting business and keeping the judicial and electoral meetings assemblies, which previously was nefas [Varr. L. L. VI, 31]. In ancient times, on this date the comitia calata met; we do not know what function they had, perhaps they were just the citizens’ assembly at which the rex announced laws (it is very unlikely that they would function to ratify its decisions) [Gajus Inst. II, 101] and cheered the new rulers after the inauguratio. Originally they also had a military function, and they were the assembly of men under arms, the populous: this date marked the first meeting of the army, in front of the rex or military chiefs, at the beginning of the war season; for this reason the place of assembly was the Comitium, outside the pomerium of the Palatine.

According to Cornelius Labeo, the comitia calata were presided over by the college of pontiffs [Labeo apud Gel. XV, 27, 1] and during their meeting were drawn up wills and detestatio sacrorum [Gel. XV, 27, 3; Gajus Cit.]

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Ara Pacis: procession with flamines and lictors

 

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X KAL. JUN. (23) NP

TUBILUSTRIUM

Feriae volcani

Questo giorno era così chiamato perchè nell’atrio sutorio avveniva, attraverso il sacrificio di un agnello, la purificazione (lustratio) delle trombe (tubae) usate nelle cerimonie [Fest. 353; Varr. L. L. VI, 14]. Le trombe erano quelle utilizzate dagli araldi per convocare il popolo, il giorno seguente e anche durante le battaglie [Liv. II, 64] (con il passaggio alla repubblica questo fu l’impiego principale, mentre in precedenza il corno era preferito); sono menzionate tra le armi purificate durante l’armilustrium di October. La sequenza Tubilustrium, Q.R.C.F. del mese di Majus, che cade il 23° e il 24° giorno del mese è la stessa del mese di Martius, dove, nei giorni 23° e 24° troviamo le stesse ricorrenze. È probabile che in questo rito fosse coinvolto Volcanus, dato che questo giorno era festivo in suo onore (Feriae Volcani [CIL I2, 221; 224; 310; 243]); questo fatto può essere spiegato ammettendo che in un’epoca arcaica il mese di Majus segnasse la conclusione di campagne militari di breve durata (è probabile che all’inizio della storia della città di Roma, le guerre fossero combattute contro oppida e città site nei dintorni e che si trattasse principalmente di scorrerie volte a saccheggiare il territorio dei nemici più che di guerre di conquista) e che in questo giorno festivo si bruciassero le spoliae catturate ai nemici, con un rituale purificatorio da cui potrebbe essere derivato quello che più tardi si svolgerà sui campi di battaglia [Liv. VIII, 1; XXX, 6, 9; XLV, 33, 1]. Ammettendo questa ipotesi i riti purificatori compiuti in questo mese segnavano la chiusura del periodo bellico breve e la purificazione di uomini ed armi, laddove quelli simmetrici di Martius ne segnavano l’inizio. Volcanus interveniva come divinità del fuoco purificatore, probabilmente assieme a Mars e Lua.

 

TUBILUSTRIUM

Feriae volcani

This day was had this name because the purification (lustratio) of trumpets (tubae) used in public ceremonies took place in the atrium sutorio, through the sacrifice of a lamb, [Fest. 353; Varr. L. L. VI, 14]. The trumpets were used by heralds to summon the people, the next day and even during the battles [Liv. II, 64] (with the transition to a republic that was the principal use, whereas previously the horn was preferred); they are mentioned among the weapons purified during the Armilustrium in October. The sequence Tubilustrium, Q.R.C.F. of the majus, which falls on 23 th and 24 th day of the month it is the same as the month Martius, where, on 23 th and 24 th falls the same occurrences. It is likely that in this ritual was involved Volcanus, since that day was a public holiday in his honor (Feriae Volcani [CIL I2, 221; 224; 310; 243]); this fact can be explained by admitting that in the archaic era the month of Majus would mark the conclusion of short-term military campaigns (it is likely that at the beginning of the history of the city of Rome, the wars were fought against oppida site and surrounding towns and that it was mainly raids aimed at plunder the territory of the enemy rather than wars of conquest) and that this day the spoliae captured to enemies were burned, with a purifying ritual from which could be derived what later will take place on the battlefield [Liv. VIII, 1; XXX, 6, 9; XLV, 33, 1]. Admitting this hypothesis the purification rites performed in this month marked the close of a short war period and purification of men and weapons, while those symmetrical in Martius it marked the beginning. Volcanus intervened as a purifying fire deities, along with probably Mars and Lua.

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Roman army trumpet players from the trajan coloumn

XII KAL. JUN. (21) NP

AGONALIA

Agonium Vejovis [Macr. Sat. I, 4, 15]

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MAXIMUS César (235-238), AR denier, 236-237, Rome. D/ MAXIMUS CAES GERM B. dr. à d. R/ PIETAS AVG Emblèmes sacerdotaux: lituus, couteau, vase à sacrifice, simpulum et aspergillum. BMC 239, 201; RIC 2.

EID. MAJ. (15) NP

Feriae Iovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

Mercurio, Majae

Nel 495 aev. alle Eidus di Majus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] fu dedicato un tempio a Mercurius, sito sul pendio dell’Aventino, di fronte al Circo Massimo [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Dato che non vi era accordo tra i consoli su chi avrebbe dovuto dedicare l’edificio, il Senato demandò la decisione al popolo che, in segno di disappunto, tributò tale onore al centurione Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Poiché Mercurio era venerato come Dio del commercio, questo giorno divenne la festa della corporazione dei mercanti [Fest. 148] che compivano sacrifici a Mercurio [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. Nello stesso giorno veniva onorata anche la madre del Dio, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52 – 53; Mart. VII, 74, 5] che, probabilmente, era venerata nello stesso tempio.

L’edificio è forse rappresentato su una moneta di Marco Aurelio [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmaler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: l’immagine ci restituisce un edificio con podio a tre livelli, su cui 4 erme fungevano da colonne, supportando un architrave di forma semicircolare su cui sono scolpiti gli animali sacri al Dio e i suoi attributi. La statua di Mercurius si trova tra le erme. La struttura dell’architrave sembra suggerire un tempio di forma circolare, così come affermato da Servius [Serv. Aen. IX, 406] con copertura a cupola, ma è possibile che essa fosse frutto di un restauro compiuto dall’imperatore. L’edificio compare nei cataloghi regionali fino al IV sec. poi non se ne ha più notizia.

Marti Invicto

I calendari epigrafici [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (la data 14° Maj è probabilmente un errore)] riportano in questa data la dedica di un tempio a Mars Invictus, ma non si hanno altre informazioni su questo tempio.

Sacra Argeorum

Nei Fasti, Ovidio assegna questa festività al giorno precedente le Eidus, Prid. Maj. (C); secondo Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. I, 38, 1], invece, essa si svolgeva alle Idus.

Secondo gli antiquari romani, il termine Argei, designava anticamente i Greci in generale (Argivi, Achei) [Porph. Scholia ad Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], oppure Greci della città di Argo [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. A seconda delle versioni si sarebbe trattato dei compagni di Ercole durante la sua traversata dell’Italia, che qui sarebbero morti [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] o si sarebbero stabiliti [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649 – 652], nella località detta Saturnia; oppure, in generale di Greci, cioè stranieri, che, approdando nel Lazio, venivano uccisi e sacrificati dai suoi antichi abitanti [Plut. Q. R. 32; Dion. H. I, 38, 1; Macr. Sat. I, 7].

Secondo la prima tradizione, dopo la morte, gli Argei sarebbero stati sepolti in luoghi di Roma che divennero poi dei sacrari o sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Ercole (o i loro discendenti) avrebbe quindi gettato nel Tevere dei simulacri che li rappresentavano, affinché la corrente li trasportasse al mare e quindi verso la loro patria, così che potessero in qualche modo farvi ritorno, pur se i loro corpi rimanevano lontani dalla loro terra natia [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654 – 656].

La seconda tradizione, invece, fa risalire il rituale compiuto in Majus al ricordo di sacrifici umani perpetrati dai Pelasgi in tempi molto antichi, a cui avrebbe messo fine Ercole, durante il suo viaggio attraverso l’Italia (su questo punto le due tradizioni, in un certo senso, si confondono). L’origine di questi sacrifici ci viene raccontata da Macrobio [Macr. Sat. I, 11]: i Pelasgi ricevettero un oracolo a Dodona, secondo il quale, una volta trovato il luogo indicato dal Dio, in cui avrebbero dovuto stabilirsi, avrebbero dovuto sacrificare: ad Apollo la decima del bottino conquistato combattendo contro gl’indigeni, ad Ade, delle teste e a Saturno degli uomini. Quando l’oracolo si realizzò e i Pelasgi arrivarono presso Kotyla, combatterono contro gli Aborigeni che già vi abitavano e li scacciarono. Quindi, in adempimento di quanto era stato loro comandato, consacrarono la decima del bottino ad Apollo ed iniziarono a compiere sacrifici umani per Dis Pater e Saturno; le vittime consacrate a quest’ultimo erano legate mani e piedi e gettate nel Tevere da un ponte [Dion. H. I, 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Giungendo in quelle zone, Ercole, convinse gli abitanti ad abbandonare i sacrifici umani, mostrando loro che la parola fwta, usata dall’oracolo, poteva indicare sia uomini, che torce. Per questo il sacrificio umano in onore di saturno, fu sostituito dall’offerta di torce e candele che avveniva ai Saturnalia. Tuttavia, in ricordo di quel rituale, lo stesso Ercole inaugurò l’usanza di gettare nel Tevere dei fantocci di vimini dall’aspetto umano.

Una variante voleva che fossero stati gli Arcadii di Evandro ad uccidere dei Greci della città di Argo, o un greco di nome Argo o Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In ogni caso queste due narrazioni mettono in collegamento l’origine del rituale degli Argei con Ercole, quindi con il periodo più antico dell’occupazione del sito di Roma e con l’opera del primo eroe civilizzatore che abbia agito in quel sito. Rinviano quindi, al periodo più arcaico della storia romana, probabilmente antecedente alla fondazione vera e propria della città.

Una terza tradizione sosteneva che l’uso di gettare fantocci di vimini nel Tevere, dal ponte Sublicio, ricordasse l’antica usanza di gettare in acqua gli anziani con più di 60 anni (depontati) [Fest. 334; 75; Var. apud Non. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623 – 24], oppure di impedire loro il passaggio del ponte Sublicio, perché non potessero recarsi al Comitium per le votazioni e così fossero esclusi dalle cariche pubbliche [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

Questa celebrazione non faceva parte delle feriae publicae, essendo pro curiis e pro sacellis e non pro populo, per cui non era annotata nei calendari. La sua qualifica ed il percorso che seguiva, nella parte più antica della città, la fanno risalire all’ordinamento curiato all’origine dell’abitato di Roma (seguendo Carandini  le 27 curiae avrebbero composto l’abitato protourbano inerente il setimontium ed anteriore la fondazione romulea che ne portò il numero a 30), prima che la riforma serviana suddividesse la città in regiones e creasse i compita. Mentre con i Lupercalia, di epoca romulea, veniva compiuta una lustratio del solo Palatino e così il resto della città era purificato solo simbolicamente, la cerimonia degli Argei rimase come rituale comprendente in maniera omogenea l’intero abitato più arcaico.

Secondo Livio [Liv. I, 21, 5] il rituale degli Argei sarebbe stato stabilito, nella forma che si è trasmessa fino all’epoca delle nostre fonti, da Numa che fu anche colui che dedicò i sacrari chiamati loca argeorum [Fest. 19] (il che però non esclude che tali luoghi sacri esistessero anche in precedenza). Esso era descritto, assieme al percorso delle processioni e ai luoghi in cui si trovavano i sacella, nei libri dei pontefici [Liv. Cit.; Var. L. L. V, 45]. Il rituale comprendeva quindi una processione che toccava 27 sacrari [Var. L. L. VII, 44] posti nelle antiche curiae romulee, la cui posizione, in parte, ci è stata tramandata da Varrone [Var. L. L. V, 45 – 54]. Questa processione si svolgeva due volte, la prima nel giorno XVII Kal. Apr. o XVI Kal. Apr. (16° o 17° Mart): è probabile (anche se le fonti non ne fanno menzione) che in questa occasione dei fantocci di vimini con sembianze umane fossero deposti nei sacrari (secondo Ulpiano, “sacrario è un luogo dove vengono deposti oggetti sacri” [Dig. I, 8, 9, 2]); non sappiamo se avvenivano anche dei sacrifici. La deposizione seguiva quindi l’antico capodanno fissato nel giorno di Anna Perenna e cadeva in concomitanza con la data in cui i giovani ricevevano la toga virile e, probabilmente, in tempi più antichi, venivano integrati nelle curie.

Dopo un periodo di circa 60 giorni, (che coincideva con quello durante il quale il prigioniero judicatus era imprigionato prima dell’esecuzione capitale che lo consegnava alla divinità che aveva offeso ) alle Ides Maji, si svolgeva un’altra processione, a cui partecipavano i pontefici, le vergini vestali, i pretori [Dion. H. I, 38, 3],  la flaminica dialis in atteggiamento di lutto [Gel. X, 15, 30] e tutti i cittadini che ne avevano diritto (quindi probabilmente quelli iscritti nelle curiae). Veniva ripetuto il percorso della prima e, probabilmente, venivano recuperati i fantocci di vimini dai sacrari (anche in questo caso non sappiamo se vi si svolgessero dei sacrifici). Questa volta il rito si concludeva sul ponte Sublicio, da dove, dopo aver compiuto dei sacrifici appropriati, le vestali gettavano nel Tevere i fantocci (secondo Dionigi di Alicarnasso 30 e non 27 come per Varrone) [Dion. H. I, 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

In questo giorno, il Feriale Cumanum riporta una supplicatio alle Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It. XIII, 2, 44].

Il plurale moles, indicava in origine una catasta di oggetti, possiamo quindi pensare che le Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] fossero le divinità a cui erano consacrate le cataste delle armi vinte ai nemici durante le più antiche campagne militari di due mesi (marzo – maggio), prima della loro distruzione che sarebbe avvenuta al Tubislutrum (vedi). Il rito si inseriva nelle più antiche cerimonie per il reditus, il ritorno delle truppe, e aveva probabilmente lo scopo di “depotenziare” le armi dei nemici, prima della loro consacrazione: pratica che sopravvisse in età storica attraverso quella del figere arma [Verg. Aen. I, 241 – 49; III, 286; VII, 170 – 91], l’affissione di armature e scudi presi ai nemici, ovvero l’atto di attraversarli con un chiodo che, secondo Servio, equivaleva a dedicarli agli Dei [Serv. Aen. I, 248]201. Su queste divinità non sappiamo nient’altro, ma possiamo pensare che in origine fossero rappresentate da vere e proprie cataste di armi, in particolare scudi, presi ai nemici e custoditi in un luogo sacro. Tale immagine ci rimanda al mito di Tarpeia e alle sue rappresentazioni iconografiche, in particolare quelle sulle monete.

Questo rito, su cui non abbiamo ulteriori informazioni, è stato messo in relazione con Tarpeia , la donna romana che, secondo il mito, durante la guerra contro i sabini seguita al ratto delle loro donne, tradendo il proprio popolo, aiutò i nemici a penetrare nell’Arx. In cambio del tradimento, la ragazza aveva chiesto quello che i sabini portavano al braccio sinistro, intendendo i monili d’oro con cui si ornavano, essi però le lanciarono i loro scudi, con cui la seppellirono uccidendola [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var. L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38 – 40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Rom. XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio. I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Il sepolcro di Tarpea, secondo la tradizione, si trovava sul colle capitolino, che da lei prendeva anche il nome di colle tarpeio [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom. IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio. II Fr. 11]; su quel luogo venivano compiute annualmente libagioni [Dion. H. XL, 3], il che lascia intendere che il mito nasconda riti molto antichi, essendo impossibile che una traditrice fosse ricordata e onorata pubblicamente. Con la consacrazione del colle a Giove e la costruzione del tempio alla Triade Capitolina, Tarquinio Prisco, ordinò che il corpo della giovane fosse trasferito altrove [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], ma da quel momento non se ne ebbe più notizia, altro indizio che abbiamo a che fare con un mito e non con eventi storici. Il luogo rimase tuttavia nefasto e da lì erano scagliati i condannati alla pena della precipitazione “e saxo tarpeio” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var. L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652 – 54; Prop. IV, 4, 29 – 30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Sempre sul Campidoglio, doveva esistere un antico luogo di culto dedicato a Mars (il colle, in età pre-serviana era fuori dal pomerium) [Var. apud August. C. D. IV, 23, 3], ulteriore indizio della relazione tra Tarpea e la sfera della guerra; il legame tra la Dea e Mars emerge anche a livello calendariale, nel giorno della supplicatio alle Moles Martis fu infatti dedicato il tempio di Marte al Circo Flaminio e quello di Mars Ultor nel foro di Augusto, dedica ancor più significativa se si tiene conto che essa coincise con il ritorno in patria delle armi di Crasso, reditus simbolico delle armate sconfitte dai Parti.

Tarpeia sembra quindi essere un antichissimo nume tutelare del colle capitolino: le varie versioni del suo mito si collocano nelle occasioni in cui esso fu messa sotto assedio (guerra contro i Sabini, guerra contro Appio Erdonio, assedio gallico), inoltre la giovane è spesso messa in relazione con la tutela dell’Arx (figlia del guardiano delle mura) e con conoscenze arcane (nella versione di Plutarco, Tarpeia viene uccisa per non aver voluto rivelare i segreti di Romolo), il che induce a ritenere che Essa fosse coinvolta nei riti di evocatio.

 

Feriae Iovis

The idus of every month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, Jupiter [Sat. I, 15], taking it on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

Mercurio, Majae

In 495 BCE. to Majus Eidus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] was dedicated a temple to Mercurius (Figure 68; Figure 69), located on the Aventine hill, in front of the Circus Maximus [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Since there was no agreement between the consuls as to who should have devoted the building, the Senate left the decision to the people who, in disappointment, bestowed this honor to the centurion Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Because Mercury was worshiped as god of commerce, this day was the feast of the guild of merchants [Fest. 148] who were making sacrifices to Mercury [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. On the same day he was also honored the mother of God, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52-53; Mart. VII, 74, 5] which, probably, was worshiped in the same temple.

The building is perhaps represented on a coin of Marcus Aurelius [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmäler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: The image gives us a podium building with three levels, of which 4 Herms served as columns, supporting a lintel semicircular on which the sacred animals to God and his attributes are carved. The statue of Mercurius is located between the Herms. The lintel structure seems to suggest a circular temple, as stated by Servius [Serv. Aen. IX, 406] with a domed roof, but it is possible that it was the result of a restoration carried out by the emperor. The building appears in regional catalogs until the fourth century. then if they have more news.

Marti Invicto

The epigraphic calendars [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (the date 14th Maj is probably a mistake)] reported on this date the dedication of a temple to Mars Invictus, but do not have more information about this temple.

Sacred Argeorum

In the Fasti, Ovid assigns this festival the day before the Eidus, PRID. Maj. (C); according to Dionysius of Halicarnassus [Dion. H., 38, 1], however, it was carried to the Idus.

According to local antique dealers, the term Argei, designated ancient Greeks in general (Argives, Achaeans) [Porph. Scholia to Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], or Greek city of Argos [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. Depending on the version it would be the companions of Hercules during his Italian journey, which here would have died [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] or they would set [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649-652], in the locality called Saturnia; or, in general the Greeks, that foreigners, who, landing in New York, were killed and sacrificed by its ancient inhabitants [Plut. Q. R. 32; Dion. H., 38, 1; MACR. Sat. I, 7].

According to one tradition, after death, the Argei would be buried in places of Rome, which later became the shrines or Sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Hercules (or their descendants) would then thrown into the Tiber simulacra representing them, so that the current was carrying them to the sea and then to their home, so they could in some way to return, even if their bodies remained far from their land native [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654-656].

The second tradition, however, attributes the ritual performed in majus to the memory of human sacrifice perpetrated by the Pelasgians in ancient times, which would put an end Hercules, on his journey through Italy (on this point the two traditions, in a way, are confused). The origin of these sacrifices are told by Macrobius [Macr. Sat. I, 11]: the Pelasgians received an oracle at Dodona, according to which, once you find the place designated by God, which would have to settle down, they would have to sacrifice: to Apollo the tenth of the spoils won by fighting against the natives, to Ade, of the heads of men and Saturn. When the oracle was fulfilled and the Pelasgians arrived at Kotyla, they fought against Aboriginal people who already lived there and drive them out. So, in fulfillment of what had been commanded, they consecrated the tenth of the spoils to Apollo and began to make human sacrifices to Dis Pater and Saturn; consecrated victims latter were tied hand and foot and thrown into the Tiber by a bridge [Dion. H., 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Coming in those areas, Hercules, persuaded the inhabitants to abandon their human sacrifices, showing them that the word fwta, used by the oracle, could indicate both men, twisting. For this human sacrifice in honor of Saturn, it was replaced by the offer of torches and candles that happened to Saturnalia. However, in memory of the ritual, the same Ercole inaugurated the custom of throwing into the Tiber puppets of human-Wicker.

A variant wanted were the Arcadii Evandro to kill the Greeks of the city of Argos, or greek called Argo or Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In any case these two narratives bring into connection the origin of the ritual Argei Hercules, so with the earliest occupation of the site of Rome and the work of the first civilizing hero who acted in that site. Refer therefore to the archaic period of Roman history, probably prior to the real foundation of the city.

A third tradition held that the use of disposable puppets wicker into the Tiber, from Sublicio bridge, remember the ancient custom of throwing water seniors with more than 60 years (depontati) [Fest. 334; 75; Var. Apud not. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623-24], or to prevent them passing the Sublicio bridge, because they could not travel to the Comitium for votes and so they were excluded from public office [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

This celebration was not part of feriae publicae, being pro Curiis and sacellis pro and not pro populo, so it was not recorded in calendars. His status and the path that followed, in the oldest part of the city, the trace is for the curiato the origin of the town of Rome (following Carandini the 27 curiae would compound the proto-urban settlement regarding the setimontium and front the foundation Romulus who brought the number to 30), before the Servian reform suddividesse the city into regiones and creating the spell. While with the Lupercalia, of Romulus era, was accomplished only a lustratio the Palatine and so the rest of the city was purified only symbolically, the ceremony of Argei remained as a ritual comprising evenly the entire village more archaic.

According to Livy [Liv. I, 21, 5] the ritual of Argei would be established, in the form that it was transmitted until the time of our sources, by Numa who was also the one who dedicated the shrines called loca argeorum [Fest. 19] (which, however, it does not exclude that such sacred places also existed previously). It was described, along with the path of the processions and the places where they were the Sacella, in the books of the popes [Liv. cit .; Var. L. L. V, 45]. The ritual then included a procession that touched 27 shrines [Var. L. L. VII, 44] places in the ancient curiae romulee, whose position, in part, has been handed down by Varro [Var. L. L. V, 45-54]. This procession was held twice, the first on the day XVII Kal. Apr. or XVI Kal. Apr. (16 ° or 17 ° Mart) is probable (although the sources do not mention) that on this occasion the wicker puppets in human form were placed in shrines (according to Ulpian, “shrine is a place where they are deposited sacred objects “[Dig. I, 8, 9, 2]); we do not know if it occurred even sacrifices. The deposition then followed the ancient New Year set in the Anna Perenna day and fell to coincide with the date on which the youth received the toga of manhood and, probably, in ancient times, were incorporated in curies.

After a period of about 60 days, (which coincided with that during which the prisoner judicatus was imprisoned before the capital was consigned to the gods who had offended) the Idus Maji, was held another procession, they attended the pontiffs, vestal virgins, the magistrates [Dion. H., 38, 3], the flaminica Dialis of mourning attitude [Gel. X, 15, 30], and all citizens entitled to it (so probably headings of the curiae). It was repeated the path of the first and, probably, were recovered wicker puppets by shrines (also in this case we do not know if they were held there sacrifices). This time the ceremony ended on Sublicio bridge where, after making the appropriate sacrifices, the vestal virgins threw into the Tiber puppets (according to Dionysius of Halicarnassus 30 and not 27 as in Varro) [Dion. H., 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

On this day, Fianale Cumanum reports a supplication to the Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It XIII, 2, 44].

The plural moles originally indicated a stack of objects, so we can assume that the Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] were the deities to which the weapons guns were conquered by enemies during the oldest military campaigns of two months (March – May), before their destruction that would take place at Tubislutrum (see). The rite entered the oldest ceremonies for the reditus, the return of the troops, and was probably intended to “dehumanize” the weapons of the enemies before their consecration: a practice that survived in the historical age through that of weapon fixing [Aen. I, 241-49; III, 286; VII, 170-91], the sending of armor and shields taken to the enemies, or the act of crossing them with a nail that, according to Servius, was equivalent to dedicating them to the gods [Serv. Aen. I, 248] 201. We know nothing about these gods, but we may think that they were originally represented by real weapons guns, in particular shields, taken to the enemy and kept in a sacred place. This image reminds us of the myth of Tarpeia and its iconographic representations, especially those on coins.

This ritual, which we have no further information, has been linked to Tarpeia, the Roman woman who, according to myth, during the war against sabies followed by the rat of their women, betraying their people, helped the enemies penetrate nell’Arx. In return for betrayal, the girl had asked what the sabies carried to their left arm, naming the gold jewelery with which they adorned, but they launched their shields with which they buried it by killing it [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38-40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Romans XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Tarpea’s sepulcher, according to tradition, was on the Capitoline Hill, which also took its name as a needy hill [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio II Fr 11]; There was a yearly libation on that place [Dion. H. XL, 3], which implies that the myth conceals ancient rites, since it is impossible for a traitor to be publicly remembered and honored. With the consecration of the hill to Jupiter and the building of the temple at the Capitoline Triad, Tarquinio Prisco, ordered that the young man’s body be transferred elsewhere [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], but from that moment on there was no news, another clue we have to do with a myth and not with historical events. The place was still nefarious, and the condemned ones were hurled from there to the penalty of precipitation “and saxo needs” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652-54; Prop. IV, 4, 29-30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Always on the Capitol, there was an ancient place of worship dedicated to Mars (the hill, pre-servi age was out of the pomerium) [Var. Apud August. C. D. IV, 23, 3], a further indication of the relationship between Tarpea and the sphere of war; The link between the Goddess and Mars emerges also at the calendary level, on the day of supplication at the Moles Martis was in fact dedicated to the Temple of Mars to the Circus Flaminio and that of Mars Ultor in the august hole, it devotes even more significant if you consider that it Coincided with the return of the weapons of Crassus to the homeland, symbolic reditus of the armies defeated by the Parties.

Needle therefore seems to be a very ancient guardian of the chapel: the various versions of his myth lie on the occasions when it was besieged (war against the Sabines, war against Appius Herdonius, Gallic siege), and the young man is often put In connection with the protection of Arx (the daughter of the guardian of the walls) and with arcane knowledge (in the version of Plutarch, Tarpeia is killed for not wanting to reveal the secrets of Romulus), which leads him to believe that she was involved in the rites of evocatio.

 

Picture

Marcus Aurelius augustus, 161 – 180

Sestertius 172-173, Æ 26.36 g. M ANTONINVS – AVG TR P XXVII Laureate bust r. with drapery on l. shoulder. Rev. IMP VI – COS III S – C Tetrastyle temple within which statue of Mercury standing l. on pedestal holding caduceus and purse; on tympanum , tortoise, cockerel, ram, caduceus winged helmet and purse. C 544 var. BMC 1441 var. RIC 1074 var.

V NON. (3) C

Florae [in Colle Quirinali]

Ludi Florales Finis

All’ultimo giorno dei Ludi Florales, il calendario venusino, riporta la dicitura Florae, che probabilmente rimanda all’anniversario della dedica del tempio di Flora sul Colle Quirinale. Non si conosce la data della sua edificazione, tuttavia si ritiene che sia avvenuta all’inizio del III sec. aev.

È menzionato da Varrone, Marziale e Vitruvio [Var. L. L. V, 158; Mart. V, 22, 4; VI, 27; Vitr. VII, 9, 4] e doveva trovarsi sul sito di un più antico altare, la cui consacrazione, secondo la tradizione, risaliva a Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]. Anche l’ubicazione esatta è sconosciuta, sulla base dei riferimenti delle fonti, alcuni autori hanno ritenuto che si trovasse alla base del clivius, nella valle tra Quirinale e Pincio, tuttavia tale sito sarebbe al di fuori delle mura serviane, il che sarebbe stato impossibile per un altare risalente all’età arcaica. In base ai cataloghi delle Regiones [Not. Reg. VI], altri hanno ritenuto che si trovasse tra il tempio di Salus e quello di Quirinus, ovvero nella sella tra il Colle Salutaris e il Quirinalis propriamente detto, in direzione del Capitolium vetus.

 

Florae [in Colle Quirinali]

The last day of the Ludi Florales, calendar venusino, the signal word Florae, which probably refers to the anniversary of the dedication of the temple on the Quirinal Hill Flora. We do not know the date of its construction, however, is believed to have taken place at the beginning of the third century. BCE.

It is mentioned by Varro, Martial and Vitruvius [Var. L. L. V, 158; Mart. V, 22, 4; VI, 27; Vitr. VII, 9, 4] and was to be located on the site of a more ancient altar, whose consecration, according to tradition, dating back to Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]. Even the exact location is unknown, according to the sources of references, some authors have felt that he was behind the clivius, in the valley between the Quirinal and the Pincio, however, that site would be outside of the Servian wall, which would have been impossible for an altar dating back to the archaic era. According to the Regiones [Not catalogs. Reg. VI], others felt that he was the temple of Salus and that of Quirinus, or in the saddle between the Colle Salutaris and Quirinalis proper, in the direction of the Capitolium Vetus.

KAL.  MAJ. (1) F

Sacrum Majae

Il flamen volcanalis offriva a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]. Secondo Giovanni Lido questo rito aveva lo scopo di scongiurare i terremoti [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

Questa divinità era così chiamata per non pronunciarne il vero nome segreto che era lecito conoscere solo alle donne e veniva usato durante i suoi riti misterici. La data di costruzione dell’edificio è ancor oggi oggetto di dibattito, ma l’ipotesi più accreditata è che l’edificio sacro sia eretto nel 123 aev. dalla vestale Licinia [Cic. Domo 136 – 37] (secondo Ovidio il nome della vestale era Claudia [Ov. Fast. V, 155]) alle pendici dell’Aventino, nel luogo chiamato Remoria. In questo luogo sacro non era permesso che entrassero uomini [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149 – 58], né, formalmente, poteva entrare il vino, che però era portato in vasi chiamati mellaria; anche il mirto era bandito dal Suo tempio. I riti più importanti in onore della Dea si svolgevano in December, nella casa di un console o di un pretore ed erano officiati solo da donne, gli uomini, in quel giorno erano infatti allontanati dall’edificio. Secondo Macrobio [Macr. Sat. I, 12, 23 – 28], Essa era rappresentata con uno scettro nella mano sinistra che simboleggiava la regalità e la assimilava a Giunone ed era coronata di vite. Era anche identificata con Ops, Cerere e Proserpina e Le si sacrificava una scrofa. Nel suo tempio vi erano dei serpenti ed erano tenute numerose erbe con cui i sacerdoti preparavano rimedi e pozioni. Un sacellum della Dea si trovava nella zona di Trastevere [CIL VI, 65].

Dal passaggio di Cicerone [Cic. Cit.] si può dedurre che l’edificio sacro non fosse un tempio pubblico (aedes publica), bensì un luogo di culto privato (probabilmente a causa dell’esclusione degli uomini dal culto della Dea). L’assenza della data della dedica nei calendari epigrafici rafforza questa ipotesi.

Laribus Praestitibus

Le fonti ricordano diversi luoghi di culto dedicati ai Lares, principalmente: un tempio, al sommo della sacra via [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor.  III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] dedicato il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 92], poi restaurato da Augusto e un sacellum, che sarebbe stato dedicato ai Lares Praestites, alle Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129 – 30; ILLRP 9] da Manlio Curio Dentato. Tacito, descrivendo il percorso del pomerium romuleo, identifica uno dei suoi angoli con un sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] che presumibilmente è lo stesso di cui parla Ovidio; in considerazione del fatto che si trattava dei Lari Protettori della città, posti a difesa delle sue mura, non stupisce che il loro luogo di culto si trovasse in prossimità del pomerium. Ovidio descrive queste divinità come gemelli ai cui piedi si trova un cane [Ov. Fast. V, 137 e 143]. Anche Plutarco afferma che i Lares Praestites erano rappresentati in compagnia di un cane o vestiti con pelli di cane [Plut. Q. R. 51] ed entrambi gli autori, riferiscono questo attributo al ruolo di guardiani della città svolto di queste divinità.

Ovidio identifica i gemelli Lares Praestites con i Lares Compitales e racconta il mito della loro nascita da una divinità infera, Lara – Tacita (che sarebbe quindi identificata con Mania vedi Januarius, Compitalia) e Mercurio [Ov. Fast. II, 609 – 16]. Tale identificazione è da ricollegare al fatto che Augusto istituì in questa data una ripetizione dei Compitalia e dei Ludi che li accompagnavano [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. Nel passo dedicato alle Kal Maj Ovidio infatti si riferisce al culto dei Lares Augusti [Ov. V, 129 – 30; 143 – 46] che fu sovrapposto a quello dei Praestites e dei Compitales.

La Loro rappresentazione come gemelli, ha portato anche ad identificarLi con Romolo e Remo, tuttavia Carandini  ha fatto notare come il tema gemellare, nella tradizione latina e romana, sia un archetipo che si attualizza attraverso figure diverse che si manifestano in diversi stadi della storia mitica del Lazio . Quindi Romolo e Remo, in quanto Lari gemelli, non sono che l’ultimo aspetto della coppia originaria che è anche Latino e Fauno (associazione chiaramente richiamata nella rappresentazione dello specchio prenestino di Bolsena), così come Pico e Fauno. Il tema gemellare si ritrova anche in connessione con le divinità tutelari, poste a difesa degli stipiti delle porte, Picumnus e Pilumus , a loro volta identificabili con i Dioscuri. Non avendo alcuna descrizione precisa delle statue di cui parla Ovidio, ciascuna di queste coppie potrebbe essere stata quella che esse rappresentavano, o nessuna in particolare, riferendosi piuttosto all’archetipo.

Il cane potrebbe essere connesso con queste divinità tutelari, proprio perché ritenuto il guardiano delle soglie (cani sacrificati sono stati rinvenuti nei depositi di fondazione sotto le porte delle città) e quindi naturalmente associato ai Praestites, o per un suo legame con le divinità ctonie, come farebbe intendere il sacrificio di cani a Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], per altro identificata con la Madre dei Lari.

Lo specchio di Bolsena è stato variamente interpretato dagli autori moderni negli ultimi 30 anni, a partire da quanto è stata la sua autenticità . Una sua analisi estremamente puntuale è stata compiuta da T. P. Wiseman184 che, in base alle caratteristiche e agli attributi dei personaggi, vi ha ravvisato una rappresentazione del mito sulla nascita dei Lares Praestites, così com’è raccontato da Ovidio [Ov. Fast. II, 609 – 16], e una scena allegorica dei Feralia. Nel racconto poetico, Mercurio, mentre porta Lara – Tacita nell’Ade, la violenta e concepisce i Lares. Secondo Wiseman, l’episodio sarebbe stato collocato alle Eidus Maji, giorno dedicato a Mercurio e anniversario del concepimento dei Lares Praestites, che verranno alla luce nove mesi dopo, alla fine di Februarius, in concomitanza coi Feralia. Essendo questo il periodo dedicato ai defunti, si può pensare ad una nascita ctonia dei Lares che, tuttavia, esercitavano la loro azione anche nel regno terreno, come difensori della città. A questo secondo aspetto si può ipotizzare che fosse associata una sorta di seconda nascita, alle Kal Maj, una nascita come divinità del regno terrestre, e per questo motivo questa data fu scelta per la dedica del tempio dei Lares Praestites.

La celebrazione dell’anniversario del tempio dei Lares Praestites, le divinità che proteggevano la città dai nemici, sia materiali che spirituali, iniziava per la comunità romana arcaica un periodo di purificazione che aveva lo scopo di eliminare le contaminazioni, espellere gli spiriti maligni, e tenere lontani dai suoi confini le entità nefaste, e si concludeva con la chiusura dei Vestalia, il Q.St.D. F. a metà del mese di Junius. Questo lungo intervallo di tempo comportava rituali e cerimonie che si svolgevano a tutti i livelli e che intendevano liberare tutta la città e il suo ager, in vista del momento del raccolto.

Troviamo rituali privati, Lemuria e Carnaria, cerimonie pubbliche riguardanti sia la città arcaica, i Sacra Argeorum, che le comunità rurali ed il territorio coltivato, gli Ambarvalia; infine la purificazione del Penus Vestae, simbolo dell’intera comunità e dello Stato romano nel suo insieme.

Il tempo occupato da queste cerimonie era quello della tarda primavera, in questo momento critico era necessario allontanare ogni pericolo dalle colture in fase di maturazione (e forse anche dalle gestanti che avevano appena iniziato la gravidanza), così da propiziare il buon esito del raccolto e la comunità, rigenerata e liberata dai fantasmi e da ogni forma di contaminazione, poteva apprestarsi a celebrare l’arrivo dell’estate ed il trionfo della forza solare.

 

Sacrum Majae

The flamen volcanalis offered to Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 et seq]. According to Johannes Lydus this ritual was intended to ward off earthquakes [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

This deity was so called not to pronounce the real secret name that was permitted only to know the women and was used during its rituals mystery. The date of construction of the building is still being debated today, but the most accepted hypothesis is that the sacred building is erected in 123 BCE. from Vestal Licinia [Cic. Domo 136-37] (according to Ovid was the name of the Vestal Claudia [Ov. Fast. V, 155]) to the Aventine hill, in the place called Remoria. In this sacred place men were not allowed to enter [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149-58], also wine was not permitted, but it was carried in in vessels called mellaria; even the myrtle was banished from Her temple. The most important rites in honor of the Goddess took place in December, in the house of a consul or a magistrate and were officiated only by women, men, on that day were in fact moved away from the building. According to Macrobius [Macr. Sat. I, 12, 23-28], She was represented with a scepter in his left hand that symbolized royalty and assimilated to Juno and was crowned with vine. She was also identified with Ops, Ceres and Proserpine and a sow was sacrificed to Her. In Her temple there were snakes and numerous herbs were held at which the priests made remedies and potions. A sacellum Goddess was in the area of ​​Trastevere [CIL VI, 65].

By the passage of Cicero [Cic. Cit.] It can deduce that the sacred building was not a public temple (aedes publica), but a place of private worship (probably because of the exclusion of men from the cult of the Goddess). The absence of the date of the dedication in epigraphic calendars strengthens this hypothesis.

Laribus Praestitibus

The sources point out various places of worship dedicated to the Lares, mainly: a temple, at the top of the sacred way [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] devoted 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-92], then restored by Augustus and a sacellum, which would be devoted to Lares Praestites, to Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129-30; ILLRP 9] by Manlius Curius Dentatus. Tacitus, describing the path of Romulus’ pomerium, identifies one of its corners with a sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] that supposedly is the same mentioned by Ovid; considering the fact that Lares were the protectors of the city, placed to defend its walls, no wonder that their place of worship was in the vicinity of the pomerium. Ovid describes these deities as twins at whose feet is a dog [Ov. Fast. V, 137 and 143]. Plutarch also states that the Lares Praestites were represented in the company of a dog or dressed dog skins [Plut. Q. R. 51] and both authors, this attribute refers to the role of guardians of the city done of these deities.

Ovid identifies the twins Lares Praestites with Lares compitales and tells the myth of their birth from an underworld deity, Lara – Tacita (which would then be identified with Mania see Januarius, Compitalia) and Mercury [Ov. Fast. II, 609-16]. This identification must be linked to the fact that Augustus instituted on this date a repeat of Compitalia and Ludi who accompanied them [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. In the passage devoted to Kal Maj Ovid in fact it refers to the cult of the Lares Augusti [Ov. V, 129-30; 143-46] which was layered with Praestites and compitales.

Their representation as twins, has also led to identify with Romulus and Remus, however Carandini pointed out that the twin theme, in the Latin tradition, and Roman, is an archetype that is actualized through different figures that manifest themselves at different stages of the mythical story Lazio. So Romulus and Remus, as Lari twins, are just the latest aspect of the original couple which is also Latin and faun (Association clearly drawn in the mirror representation prenestino Bolsena), as well as Pico and faun. The twin theme is also found in connection with the tutelary deities, placed in defense of the door jambs, and Picumnus Pilumus, in turn identified with the Dioscuri. Having no precise description of the statues mentioned by Ovid, each of these couples may have been what they represented, or any particular one, but referred rather archetype.

The dog may be connected with these tutelary deities, just because it was considered the guardian of the threshold (sacrificed dogs were found in the foundation deposits under the doors of the city) and then of course associated with Praestites, or for its link with the chthonic deities, as it would mean the sacrifice of dogs to Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], on the other identified with the Mother of the Lares.

The Bolsena mirror has been variously interpreted by modern authors in the last 30 years, starting from what was its authenticity. Its extremely accurate analysis was made by T. P. Wiseman184 that, according to the characteristics and attributes of the characters, has identified you a representation of the myth about the birth of Lares Praestites, as it is told by Ovid [Ov. Fast. II, 609-16], and an allegorical scene of Feralia. In poetic tale, Mercury, while bringing Lara – Tacita Hades, the violent and conceives the Lares. According to Wiseman, the episode would have been placed at Eidus Maji, the day dedicated to Mercury and the anniversary of the conception of Lares Praestites, which will come to light nine months after the end of Februarius, in conjunction with Feralia. This being the period dedicated to the dead, you can think of a chthonic birth of Lares, however, they exerted their action even in the earthly kingdom, as defenders of the city. At this second aspect it can be assumed that it was associated with a sort of second birth, the Kal Maj, a birth as a god’s earthly kingdom, which is why this date was chosen for the dedication of the temple of Lares Praestites.

The anniversary celebration of the temple of Lares Praestites, the deities who protected the city from enemies, both material and spiritual, for the archaic Roman community began a period of purification that was intended to eliminate contamination, expel evil spirits, and keep away from its borders the harmful entities, and ended with the closure of Vestalia, the Q.St.D. F. in the middle of the month Junius. This long time frame involved rituals and ceremonies that took place at all levels and that they intended to free up the entire city and its ager, in view of the harvest time.

We find private rituals, Lemuria and Carnaria, public ceremonies concerning both the archaic city, the Sacred Argeorum, that rural communities and the cultivated land, the ambarvalia; Finally the purification of Penus Vestae, symbol of the whole community and the Roman state as a whole.

The time occupied by these ceremonies was that of the late spring, at this critical time was necessary to remove all danger from the maturing crops (and perhaps also by pregnant women who had just started pregnancy), as well as bringing about the success of the harvest and the community, regenerated and released by ghosts and all forms of contamination, could apprestarsi to celebrate the arrival of summer and the triumph of the solar force.

Picture

Lucius Caesius. 112-111 BC. Denarius (Silver, 3.93 g 1), Rome. Bust of Apollo or Veiovis seen from behind to left, wearing a taenia and with a cloak over his left shoulder, hurling a thunderbolt with his right hand; to right, monogram of AP. Rev. L.CÆSI The Lares Praestites seated facing, turned slightly to right, each on a stool and each holding a long staff; between them, dog standing right; to left and right, monograms of LA and PRE; above, between them, bust of Vulcan to left, wearing his cap and with tongs behind him to right. Babelon (Caesia) 1. Crawford 298/1. Sydenham 564

III KAL.  MAJ. – V NON. MAJ.

Floralia

Flora era una divinità italica connessa alla fioritura delle piante e al riempirsi delle spighe dei cereali

… la Dea Flora [sorveglia] i frumenti quando sono in fiore… [August. C. D. IV, 8]

La sua azione era connessa, quindi, con quella di Cerere e contribuiva alla ricchezza dei raccolti [Ov. Fast. V, 261 – 66] e forse, il più antico rito ad essa associato era il Florifertum, durante il quale delle spighe erano portate in un sacrarium e lì offerte [Fest. 91]; la notizia di Festo è laconica, quindi non ci è dato sapere di che sacrario si trattasse, forse di una cappella annessa al primo luogo di culto della Dea, oppure del sacrarium Opis nella Regia, l’unico che sappiamo fosse usato per compiere sacrifici.

Presso gli osci aveva dato il nome ad un mese, Flusare, probabilmente l’analogo di Aprilis. È annoverata tra le divinità sabine a cui avrebbe innalzato altari Tito Tazio [Var. L. L. V, 74] ed aveva un suo flamen [Var. L. L. VII, 45]; viene anche nominata tra le divinità a cui viene offerto un piaculum in uno dei protocolli degli Arvali [AFA 146].

I primi Ludi Florales sarebbero stati indetti su indicazione dei Libri Sibillini nel 240 o 241 aev. [Val. I, 14, 8], oppure nel 238 aev [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286], per scongiurare una carestia [Plin. Cit.]; divennero annuali solo nel 173 aev.

Le maggiori informazioni sulla festa della Dea Flora e sui giochi in suo onore, ci vengono da Ovidio [Fast. V, 159 – 78]. Si trattava di festeggiamenti allegri e licenziosi, in cui abbondava il vino e le persone si abbandonavano alla baldoria e alla scurrilità durante la giornata e la notte [Ov. Fast. V, 361 – 68]; si indossavano ghirlande di fiori ed abiti dai colori vivaci [Ov. Fast. V, 330 – 46; 355 – 58].

Si svolgevano ludi scoenici con mimi di soggetto osceno o scurrile [Aug. C. D. II, 27] a cui partecipavano numerose prostitute; questa ricorrenza era anzi considerata una sorta di loro festa [Lact. Div. Inst. I, 20]. Un aneddoto, raccontato da Valerio Massimo, vorrebbe che Catone il censore abbandonò il teatro per non assistere alle loro rappresentazioni in abiti discinti [Val. Max. II, 10, 8] e non interferire con tali spettacoli. Assieme ai mimi, si svolgevano anche delle venationes nel Circo, in cui, però, invece di belve feroci, erano cacciate lepri e capre [Ov. Fast. V, 371 – 78]. Durante i festeggiamenti vi era anche l’usanza, da parte dei magistrati o di chi ambisse a cariche politiche, di gettare doni, in particolare legumi, al popolo [Pers. Sat. V, 177].

I Floralia erano in relazione coi Palillia, come nella seconda festività si invocava Pales affinché gli armenti fossero fecondi e salvaguardasse gli animali che stavano per nascere, nella prima si invocava la protezione della Flora sulle spighe di grano, in un momento critico del ciclo del cereale, affinché le proteggesse dal troppo caldo, dal troppo freddo e da ogni pericolo che avrebbe potuto compromettere il futuro raccolto. Si trattava quindi di stabilire la protezione divina sia sugli animali che sui vegetali che si accingevano a procreare all’inizio della stagione primaverile.

Florae in Aventino

Il tempio di Flora sull’Aventino fu costruito dagli edili Lucius and Marcus Publicius tra il 241 e il 238 aev. Restaurato da Augusto, fu ridedicato da Tiberio nel 17 [Tac. Ann. II, 49]: è probabile che la data del 13° Sext. si riferisca a quest’evento, e che la prima dedica sia avvenuta in occasione della prima celebrazione dei Ludi Florales, ai Floralia (III Kal. Maj. [Tac. Ann. II, 49]) del 241 o 240 aev [Vell. I, 14, 8] (oppure, anche se questa datazione è meno probabile, del 238 aev. [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286]). Un ultimo restauro sarebbe stato compiuto nel IV sec da Symmacus [Anth. Lat. IV, 112 – 114].

Si trovava nei pressi del grande santuario di Cerere, sul pendio del colle, verso il lato ovest del Circo Massimo [Fast. Allif. ad Id. Aug.; CIL XV, 7172], probabilmente sul Clivus Publicius costruito dagli stessi edili. Il tempio sarebbe stato edificato con gli introiti delle multe irrogate dagli edili ai pecuarii che avevano pascolato il loro bestiame indebitamente, sul suolo pubblico [Fest. 238; 241]

 

Floralia

Flora was an Italic divinity connected to the flowering of plants and filling the ears of cereal

… The Goddess Flora [oversees] the wheat when they are in bloom … [August. C. D. IV, 8]

Its action was connected, then, with that of Ceres and contributed to the wealth of crops [Ov. Fast. V, 261-66] and perhaps, the most ancient ritual associated with it was the Florifertum, during which the ears of corn were taken to a sacrarium and there offers [Fest. 91]; the news of Festo is laconic, so we can not know what it was shrine, perhaps a side chapel on the first place of worship of the Goddess (see Flora in Colle Quirinali), or the sacrarium Opis in the Regia, the only one who we know it was used to make sacrifices.

At the osci gave its name to a month, Flusare probably the analogue of Aprilis. It is counted among the Sabine deities to which would raise altars Tito Tazio [Var. L. L. V, 74] and had his flamen [Var. L. L. VII, 45]; It is also named among the deities who are offered a piaculum in one of the protocols of Arvali [AFA 146].

The first Ludi Florales (Figure 61) would be organized on the instructions of the Sibylline Books in 240 or 241 BCE. [Val. I, 14, 8], or in 238 BCE [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286], to avert a famine [Plin. Cit.]; they became annual only in 173 BCE.

The more information on the festival of the Goddess Flora and plays in his honor, come to us from Ovid [Fast. V, 159-78]. It was merry and licentious festivities, in which abounded the wine and the people indulged in revelry and profanity during the day and night [Ov. Fast. V, 361-68]; they wore garlands of flowers and brightly colored clothes [Ov. Fast. V, 330-46; 355-58].

Ludi were held scoenici with mimes obscene subject or scurrilous [Aug. C. D. II, 27] they attended numerous prostitutes; this event was indeed considered a sort of their party [Lact. Div. Inst. I, 20]. An anecdote, recounted by Valerius Maximus, would like Cato the censor left the theater not to attend their performances in shabbily dressed [Val. Max. II, 10, 8], and not interfere with these shows. Together with mimes, they were also being held in the Circus of venationes, in which, however, instead of wild beasts, were hunted hares and goats [Ov. Fast. V, 371-78]. During the festivities there was also the custom, by prosecutors or who ambisse for political office, to throw gifts, especially legumes, the people [Pers. Sat. V, 177].

The Floralia were in connection with Palillia, as in the second season is invoked Pales so that the herds were fruitful and would safeguard the animals that were to be born, in the first one called for the Protection of Flora on the ears of corn, at a critical time of the corn cycle , so that would protect from too hot, too cold, and from any hazards that could jeopardize the future harvest. It was therefore to establish the divine protection both animals and on plants that were about to father a child at the beginning of the spring season.

Florae in Aventino

The Temple of Flora on the Aventine was built by Constructions Lucius and Marcus Publicius between 241 and 238 BCE. Restored by Augustus, it was rededicated by Tiberius in 17 [Tac. Ann. II, 49]: it is likely that the date of the 13th Sext. refers to this event, and that the first dedication took place on the occasion of the first celebration of the Ludi Florales, the Floralia (III Kal. Maj. [Tac. Ann. II, 49]) of 241 or 240 BCE [Vell. I, 14, 8] (or, even if this date is less likely, of 238 BCE. [Plin. Nat. Hist. XVIII, 286]). A final restoration would be completed in the fourth century by Symmacus [Anth. Lat. IV, 112-114].

It was located near the great sanctuary of Ceres, on the slope of the hill, to the west side of the Circus Maximus [Fast. Allif. to Id. Aug .; CIL XV, 7172], probably on the Clivus Publicius built by the same construction. The temple was built with the proceeds of fines imposed by construction to pecuarii who had grazed their cattle wrongly, on public land [Fest. 238; 241]

Picture

  1. Servilius C.f. 57 BC. Silver denarius (4.15 gm). Head of Flora right, wearing wreath, lituus behind, FLORA. PRIMIS (MI in monogram) before / Two soldiers facing each other, C. SERVEIL (some letters in monogram) in exergue, C. F. upwards on right. Crawford 423/1. Sydenham 890. Babelon Servilia 15.

VI KAL. MAJ. (25) NP

ROBIGALIA

Nei Fasti Prenestini, in occasione di questo giorno troviamo questa nota

Feriae di Robigus, [si sacrifica] al V miglio della via Claudia, affinché Robigus non nuoccia alle messi. Sacrificio e ludi, corse maggiori e minori. Il giorno è festivo per i figli dei lenoni, poiché il successivo lo è per le prostitute [Cal. Praen.]

Robigus rappresentava la ruggine del grano [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16], una malattia che attacca i cereali quando la spiga inizia a formarsi [Plin. Nat. Hist. XVIII, 91; Col. Agr. II, 12] e che, secondo gli autori antichi, era causata dal calore del sole [Plin. Nat. Hist. XVIII, 273]. Questa divinità era strettamente associata a Marte, infatti sappiamo che i giochi in suo onore furono istituiti da Numa, assieme a quelli per Marte [Tert. Spect. V]; in quanto Questi è Colui che difende la città e i campi attorno ad essa, dai nemici e dalle influenze negative.

Nella maggior parte delle fonti Robigus è un Dio maschio [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 284], in Ovidio, invece, si tratta di una Dea.

Il bosco sacro (lucus) a questa divinità si trovava al V miglio della via Claudia e Ovidio, nei Fasti [Ov. Fast. IV, 901 – 42], ci dà una descrizione del rituale che vi si svolgeva.

Il flmen quirinalis sacrificava, forse a Roma, o, più probabilmente, nei pressi di un campo [Var. L. L. VI, 16] un cane ed una pecora, quindi portava in processione le viscere degli animali, fino al bosco sacro, seguito da un gruppo di persone vestite di bianco. Qui, dopo aver invocato la protezione di Robigus ed aver offerto vino ed incenso, le viscere di entrambi gli animali erano bruciate.

Secondo Columella, si trattava di un rituale apotropaico di origine etrusca, che aveva lo scopo di allontanare la minaccia della ruggine dai campi; il cane sacrificato doveva essere un cucciolo (catulus) e, per placare Robigus, ne venivano offerti il sangue e le interiora [Col. Agr. X, 342 – 343].

 

Robigalia

In the Fasti Prenestini, at this day we find this note

Feriae of Robigus, [sacrifices] from the fifth mile of the Via Claudia, so Robigus not harm the crops. Sacrifice and Ludi, major and minor races. The day is a holiday for the children of pimps, because the next it is for prostitutes [Cal. Praen.]

Robigus represented the wheat rust [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16], a disease that attacks cereals when the ear begins to form [Plin. Nat. Hist. XVIII, 91; Col. Agr. II, 12] and that, according to the ancient authors, it was caused by the heat of the sun [Plin. Nat. Hist. XVIII, 273]. This deity was closely associated with Mars, in fact we know that the games in his honor were instituted by Numa, together with those for Mars [Tert. Spect. V]; because it is the One who defends the city and the fields around it, from enemies and from negative influences.

In most Robigus sources is a male God [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 284], in Ovid, however, it is a Goddess.

The sacred grove (Lucus) to this deity was the fifth mile of the Via Claudia, and Ovid in Fasti [Ov. Fast. IV, 901-42], it gives us a description of the ritual that took place there.

The flmen Quirinalis sacrificed, perhaps in Rome, or, more likely, in the vicinity of a field [Var. L. L. VI, 16] a dog and a sheep, then carried in procession entrails of animals, to the sacred grove, followed by a group of people dressed in white. Here, after invoking the protection of Robigus and having offered wine and incense, the guts of both animals were burned.

According to Columella, it was an apotropaic ritual of Etruscan origin, which was intended to avert the threat of rust from the fields; the dog had to be sacrificed a puppy (Catulus) and, to appease Robigus, they were offered the blood and entrails [Col. Agr. X, 342-343].

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Numerius Fabius Pictor. 126 BC. AR Denarius (17mm – 3.88 g). Rome mint. Helmeted head of Roma right; M below chin / The Flamen Quirinalis, Q. Fabius Pictor, seated left; shield at side inscribed QVI/RIN in two lines; O behind the Flamen’s head. Crawford 268/1b; Sydenham 517a; Fabia 11.

VIII KAL. MAJ. (23) NP

VINALIA PRIORA

Questo giorno è marcato NP nel calendario Maffeiano, FP (equivlanete a NP) in quello Caer. e F nei Fasti Prenestini e in quelli Antiates Majores. Questa festa era chiamata Vinalia Priora per distinguerla dai Vinalia Rustica del 19 Sext.

Secondo Ovidio le due festività erano sacre a Venere [Ov. Fast. IV, 877], ma per Varrone [Var. L. L. VI, 16], Festo [Fest. 65; 374] e Masurio Sabino [Masur. Sab. apud Macr. Sat. I, 4, 6], si tratta di ricorrenze in onore di Giove: nella festa di Aprilis, in particolare, veniva libato a Lui il vino nuovo, prima che fosse assaggiato dagli uomini [Fest. 65; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 287]. Da quanto ci ha trasmesso Varrone [Var. Cit.], è anche probabile che il vino fosse portato in città dalle campagne solo poco tempo prima di questo rituale. Il vino era chiamato calpar, il nome deriva da un tipo di vaso che veniva usato anticamente per contenerlo e che fu poi sostituito dal dolium [Var. Apud. Non. 546, 28]. Questo rito si svolgeva davanti al tempio di Venere [Plut. Q. R. 45].

L’associazione tra Venere ed i Vinalia è comunque attestata dal fatto che tre templi dedicati a questa divinità furono consacrati in occasione di queste feste [Var. L. L. VI, 20; Fest. 289].

L’aition della festa ci viene tramandato da varie fonti e le versioni presentano alcune differenze tra loro. La più antica è quella di Catone nelle Origenes, citato nei Saturnalia di Macrobio: il re etrusco Mezenzio, offrì il proprio aiuto ai Rutuli nella guerra contro i Latini, ma in cambio chiese che gli fossero date tutte le primizie del territorio del Lazio, invece di riservarle agli Dei. I Latini fecero un voto simile e, rivolgendosi a Giove pronunciarono queste parole

in questo testo non viene menzionato il vino, ma le primizie di tutti i frutti prodotti dalla terra del Lazio. Nella versione raccontata da Ovidio [Ov. Fast. IV, 877 – 900] e, con alcune differenze, da Festo e Plutarco [Fest. 265 che lo racconta proposito dei Rustica Vinalia; Plut Q. R. 45; cfr. Cas. Dio. I Fr apud Tzet. Schol. In Lycophr. Alex. 1232] Mezenzio, per allearsi coi Rutuli nella guerra contro i Latini, chiese in cambio tutto il vino della vendemmia successiva (secondo Plutarco, Mezenzio avrebbe prima chiesto ad Enea tale prezzo per la propria alleanza e al rifiuto di questi, si sarebbe rivolto ai Rutuli). Avendolo saputo Enea chiese l’aiuto di Giove e gli votò tutto il vino dei Latini. Dopo la sconfitta dei nemici, Enea mantenne il suo voto e da allora, ogni anno, il vino nuovo venne libato a Giove. Dionigi di Alicarnasso e l’Origo Gentis Romanae situano l’episodio in un periodo di poco posteriore: Enea è già morto e i Latini sono guidati da suo figlio Ascanio, essi sono in guerra con gli Etruschi guidati da Mezenzio, il quale, in cambio della pace, chiede loro che gli sia consegnato come tributo, ogni anno, tutto il vino prodotto dalle terre del Lazio. I Latini rifiutarono e votarono il loro vino a Giove, nella guerra che seguì Ascanio sconfisse Mezenzio che accettò la pace coi Latini [Dion. H. I, 65, 2; Serv. Aen. IV, 760; cfr. PsAurel. Vict. OGR. XIV – XV]. Nelle sue varie versioni, Il racconto mette in scena tre elementi costanti: Enea, discendente di Venus e simbolo della pietas; i ricchi Latini che detengono i frutti della terra laziale e sarà proprio in seguito al matrimonio con la figlia del re Latino che Enea acquisirà la regalità ed il possesso del Lazio; i bellicosi Etruschi, il cui unico scopo è partecipare alla guerra per trarne un bottino, guidati da un empio comandante.

L’episodio mitico sembra essere stato ben presente al console L. Papirius Cursur che, prima della battaglia di Aquilonia contro i Sanniti, essendo l’esito molto incerto, votò a Juppiter Victor una coppa di vino in cambio della vittoria [Liv. X, 42, 6 – 7; Plin. Nat. Hist. XIV, 15, 91]

Veneri Erycinae

Il primo tempio dedicato a Venere Erycina (dal monte Erice in Sicilia dove esisteva un famoso santuario dedicato a questa divinità [Ov. Fast. IV, 872; Rem. Am. 550; Strabo VI, 2, 6; Diod. Sic. IV, 83]) fu votato da Q. Fabio Massimo, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, dopo la sconfitta del lago Trasimeno (217 aev) [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10] e dedicato dallo stesso due anni dopo [Liv. XXIII, 30, 13; XXIII, 31, 9]. Si trovava sul Campidoglio, vicino a quello di Mens.

Un secondo tempio, dedicato alla stessa divinità fu votato durante la guerra contro i Liguri nel 184 aev dal console L. Porcius Licinus, che lo dedicò in qualità di duumviro nel 181 aev [Liv. XL, 34, 4]. Si trovava fuori dalla Porta Collina, non lontano da essa [Ov. Fast. IV, 871; Rem. Am. 549; Liv. XXX, 38, 10; App. B. C. I, 93; Fast. Arv. ad IX Kal. Mai, CIL I², 214; 215; 316; Strabo VI, 2, 6], probabilmente sul lato ovest della via Salaria. Vi si celebrava una festa il 23 Apr. in concomitanza coi Vinalia Priora [Ov. Fast. Cit.; ILLRP 9] e il 24 Oct. [Fast. Praen.]. Secondo Strabone era una copia del santuario ericino, circondato da un notevole portico [Strabo Cit.]. In epoca imperiale sembra che fosse noto come tempio di Venere agli Orti Sallustiani [CIL VI, 2274].

Il culto di Erice risale probabilmente all’antica popolazione degli Elimi che veneravano una divinità forse chiamata Herentas, poi, con il dominio cartaginese, identificata con la fenicia Astarte [CIS I, 135] e infine con la greca Afrodite, prima di passare a Roma come Venere.

Con l’introduzione in Roma, il culto ericino perse alcuni aspetti di origine orientale: in particolare non veniva esercitata la prostituzione sacra come a Erice [Cic. Div. Caec. XVII, 55; Diod. Sic. cit.], benché Ovidio faccia dell’anniversario della dedica del tempio una festa delle prostitute che si recavano al santuario fuori dalla Porta Collina (vedi oltre) per offrire mirto e rose alla Dea [Ov. Fast. IV, 863 segg.; CIL I2, 316].

 

Vinalia PRIORA

This day is marked NP in Maffeiano calendar, FP (equivlanete to NP) in the Caer. and F in Fasti Prenestini and in those Antiates Majores. This festival was called Vinalia Priora to distinguish it from Vinalia Rustica of 19 Sext.

According to Ovid, the two holidays were sacred to Venus [Ov. Fast. IV, 877], but for Varro [Var. L. L. VI, 16], Festus [Fest. 65; 374] and Masurius Sabinus [Masur. Sat. Apud Macr. Sat. I, 4, 6], they were celebrations in honor of Jupiter: in Aprilis new wine was quaffed to Him, before it was tasted by men [Fest. 65; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 287]. It is also likely that the wine was brought into the city from the countryside only a short time prior to this ritual [Var. Cit.]. New wine was called calpar, the name comes from a type of vessel that was formerly used to contain him and who was later replaced by dolium [Var. Apud. No. 546, 28].

This ceremony took place in front of the temple of Venus [Plut. Q. R. 45].

The association between Venus and Vinalia is still attested by the fact that three temples dedicated to this deity were consecrated on these festivals [Var. L. L. VI, 20; Fest. 289].

The aition the party is handed down to us from various sources and versions have some differences between them. The oldest is that of Cato in Origenes, quoted in the Saturnalia of Macrobius: the Etruscan king Mezentius, offered its help to the Rutuli in the war against the Latins, but in return asked that they should be given all the first fruits of the Lazio region, on the other hand to reserve them to the gods. The Latins did a similar vote, and turning to Jupiter uttered these words.

In this text the author does not mention wine, but the first fruits of all it was produced from the land of Latium. In the version told by Ovid [Ov. Fast. IV, 877-900] and, with a few differences, by Festus and Plutarch [Fest. 265 tells about the Vinalia Rustica; Plut Q. R. 45; cfr. Cas. Dio. Fr apud Tzet. Schol. In Lycophr. Alex. 1232] Mezentius offered an alliance to the Rutuli during their war against the Latins, in exchange asked all the wine the next harvest (according to Plutarch, Mezentius would have first asked the price for Enea for its alliance and the rejection of these, it would be aimed at Rutuli ). Having known it, Enea enlisted the help of Jupiter and voted all the wine of the Latins. After the defeat of the enemy, Aeneas kept his vow and since then, every year, the new wine was quaffed to Jupiter. Dionysius of Halicarnassus and the Origo Gentis Romanae situate the episode in a period shortly after Aeneas is already dead and the Latins are guided by his son Ascanius, they are at war with the Etruscans led by Mezentius, who, in exchange for peace, asked them to deliver, as tribute, every year, all the wine produced from the lands of Latium. The Latins refused and voted their wine to Jupiter, in the war that followed Ascanius defeated Mezentius who accepted the peace with the Latins [Dion. H., 65, 2; Serv. Aen. IV, 760; cfr. PsAurel. Vict. OGR. XIV – XV]. In its various versions, the story depicts three constant elements: Enea, descendant of Venus and symbol of piety; the wealthy Latins who hold the fruits of Lazio’s, and it will be after her marriage with the daughter of the Latin king that Aeneas will acquire the royalty and possession of Lazio; the warlike Etruscans, whose sole purpose is to participate in the war to draw a tally, led by a wicked master.

The legendary episode seems to have been very present to L. Papirius Cursur console, before the battle of Aquilonia against the Samnites, being very uncertain outcome, he voted to Jupiter Victor a cup of wine in exchange for victory [Liv. X, 42, 6 – 7; Plin. Nat. Hist. XIV, 15, 91]

 

Erycinae Veneri

The first temple dedicated to Venus Erycina (from Mount Erice in Sicily where there was a famous sanctuary dedicated to this deity [Ov. Fast. IV, 872; Rem. Am. 550; Strabo VI, 2, 6; Diod. Sic. IV, 83]) it was voted by Q. Fabius Maximus, following consultation of the Sibylline Books, after the defeat of lake Trasimeno (217 BCE) [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10], and dedicated by the same two years later [Liv. XXIII, 30, 13; XXIII, 31, 9]. He stood on the Capitol, close to that of Mens.

A second temple, dedicated to the same divinity was voted during the war against the Ligurian people in 184 BCE by L. Porcius Licinus console, who dedicated it as duumvir in 181 BCE [Liv. XL, 34, 4]. He stood out from the Gate Hill, not far from it [Ov. Fast. IV, 871; Rem. Am. 549; Liv. XXX, 38, 10; App. B. C., 93; Fast. Arv. to IX Kal. Never, CIL I², 214; 215; 316; Strabo VI, 2, 6], probably on the west side of the Via Salaria. It celebrated a festival on April 23 in conjunction with Vinalia Priora [Ov. Fast. cit .; ILLRP 9] and on 24 Oct. [Fast. Praen.]. According to Strabo was a copy of Erice sanctuary, surrounded by a large porch [Strabo Cit.]. In imperial times it seems that it was known as the Temple of Venus to Sallustiani Orti [CIL VI, 2274].

The cult of Erice probably dates back to the ancient people of the Elimi who worshiped a deity perhaps called Herentas, then, with the Carthaginian domination, identified with the Phoenician Astarte [CIS I, 135] and finally with the Greek Aphrodite, before moving to Rome as Venus.

With the introduction in Rome, the ericino cult lost some oriental aspects: in particular was not exercised the sacred prostitution as a Erice [Cic. Div. CAEC. XVII, 55; Diod. Sic. cit.], although Ovid face of the anniversary of the dedication of the temple a party of prostitutes who came to the sanctuary out of the Porta Collina (see below) to provide myrtle and roses to the goddess [Ov. Fast. IV, 863 et seq .; CIL I2, 316].

 

Picture

Roman Republic. C. Considius Nonianus, moneyer. AR Denarius minted at Rome, 57 BC. Laureate, diademed, and draped bust right of Venus Erycina. Reverse: Temple of Venus Erycina atop mountain, ERVC inscribed at base; in foreground, circuit of city walls with gateway at center and two towers. Sear 381; Considia 1a; Cr. 424/1; Syd. 887

Natalis Urbis

Secondo la tradizione romana, fu nel giorno dei Palilia che Romolo fondò la città [Var. R. R. II, 1, 9; Cic. Div. II, 98; Prop. IV, 4, 73 – 80; Ov. Met. XV, 774 – 75; Plut. Num. III, 6; Vel. Pat. I, 8; Plin. XVIII, 247; Schol. in Pers. I, 72; Cas. Dio. XLIII, 42, 3; Fest. 239; Cens. D. N. XXI, 6; Hyerom. Chron. 88a; Schol. Ver. in Verg. Georg. III, 1].

Le versioni del racconto sono numerose e spesso divergenti per alcuni punti, ma è possibile combinarle per ricostruire una narrazione unitaria.

Dopo aver restaurato il nonno Numitore sul trono di Alba, Romolo e Remo, seguiti da coloro che li avevano seguiti durante la loro vita da briganti e da una parte del popolo di Alba e di Lavinio, si accinsero a fondare una città sul sito in cui erano vissuti con Faustolo (una versione alternativa vuole che sia stato il nonno a spingere i giovani a fondare una nuova città, fornendo loro uomini e risorse).

Abbiamo qui un’eco dell’antico rito italico del ver sacrum, la primavera sacra nel corso della quale i giovani, precedentemente consacrati agli Dei, lasciavano la propria comunità per andare a fondare una nuova città, seguendo i segni inviati dal cielo, spesso sotto forma di un animale totemico [Serv. Aen. VII, 796; L. Corn. Sisen. Fr 99 P apud Non. 522, 12; Fr 100 P apud Non. 277, 12; Macr. Sat. III, 7, 6; Fest. 320 – 321; 379; Liv. XXII, 10, 2 – 6; XXXIII, 44; XXXIV, 44; Plut. Fab. Max. IV]. Non sarebbe un caso il fatto che il sito su cui sorgerà Roma, vide i gemelli nutriti dalla lupa e dal picchio, entrambi animali legati a Marte (divinità guida dei veri sacra), che compaiono nelle tradizioni italiche relative a tali migrazioni [Fest. 106; 158; 212; 320 – 321; Dion. H. I, 16; Serv. Aen. VII, 796; XI, 785; Strabo. V, 3, 1; 4, 2; 4, 12; Fest. 106; 212]: è ipotizzabile che nelle tradizioni più antiche, poi rielaborate per confluire nella vulgata, fosse stato proprio uno di questi animali, o entrambi, a guidare la migrazione degli albani condotti dai gemelli Romolo e Remo, o nella realtà da un solo capo, il rex, termine la cui origine, chiarita da Benveniste[1], rimanda all’idea di tracciare una linea (dalla radice *reg- da cui regere, nel senso di tracciare linne di demarcazione), colui che aveva il compito di tracciare la via, seguendo i segno augurali e, una volta giunti sul luogo prescelto, di definire i confini sacrali del nuovo insediamento.

Giunti nei luoghi della loro infanzia, sorse una discordia tra i fratelli su chi avrebbe avuto il diritto di fondare la città e sul sito della sua edificazione: Romolo scelse il Palatino, Remo, l’Aventino [Var. L. L. IX, 50; R. R. II, 1, 9; Ov. Fast. IV, 809 – 17; Verg. Aen. I, 275 – 77; Liv. I, 6; 7; Flor. I, 1, 6 – 7; Dion. H. I, 85 – 87; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. IX; XI; Strab. V, 3; Serv. Aen. I, 273; Fest. 276; Zon. VII, 3; PsAurel. Vict. OGR. XXXIII]. Per dirimere la questione si ricorse a una contesa augurale, entrambi i fratelli presero gli auspici, Remo, vide per primo sei avvoltoi, Romolo, successivamente, ne vide dodici posarsi sul colle da lui scelto [Enn. Ann. I, Fr. 47 V; Val. Mes. Corv. Fr. 2 H apud Gel. XIII, 14, 5 – 6; Var. apud Cens. XVII, 15; Var. apud Solin. I, 17 – 18; Ov. Fast. V, 151 – 54; Prop. IV, 6, 43 – 44; Cic. Nat. Deor. III, 5; Rep. II, 16; Div. I, 3; 30; II, 12; 70; Schol. Bob. In Cic. In Vat. XXIII; Fest. 270; Dion. H. XIV, 2, 5; Tac. Ann. XII, 24; Plut. Rom. XXII, 1 – 2; Cam. XXXII, 6 – 7; Diod. Sic. VIII, 5; Serv. Aen. I, 273; VI, 779; Vel. I, 8, 4 – 5; Plin. Nat. Hist. III, 9, 66; XVIII, 66, 247; Schol. In Pers. I, 72; Ael. Nat. Anim. X, 22; Cas. Dio. XLIII, 42, 3; Lyd. Magist. I, 8; Nepotian. I, 4 praef.; CIL X, 809]. Fu così deciso che fosse quest’ultimo il fondatore della nuova città, allora Romolo, salì sull’Aventino e scagliò una lancia in corniolo sul Palatino per prenderne possesso ritualmente. La lancia si conficcò nel terreno e presto ne nacque un albero di corniolo, che, secondo la tradizione sopravvisse per molti secoli [Ov. Met. XV, 560 – 64; Plut. Rom. XX, 6; Serv. Aen. III, 46; Lact. Plac. Myth. XV, 48].

La descrizione del rito di fondazione ci è stata trasmessa da diversi autori [Var. L. L. V, 143; Liv. I, 7, 2 – 4; 44, 4 – 5; Dion. H. I, 88, 1 – 3; II, 65, 3; Ov. Fast. IV, 817 – 36; Plut. Rom. XI – XII; Lyd. Mens. IV, 50; Gel. XIII, 14, 2; Tac. Ann. XII, 24; Diod. Sic. VIII, 6, 1]

Il testo più antico che riporta il rito fondativo, è un passo delle Origines di Catone: Romolo, aggiogati un toro sul lato destro (esterno) e una vacca su quello sinistro (interno), indossò la toga al modo di Gabii (cinctus gabinus) e, col capo velato, tracciò il perimetro della nuova città tenendone la stiva inclinata, così che le tutte le zolle sollevate, cadessero nello spazio interno al solco. In questo modo tracciò il percorso delle future mura, alzando l’aratro in corrispondenza di quelle che sarebbero state le porte della città [Cato Orig. I Fr 18 C = 18 P apud Serv. Aen. V, 755].

La descrizione più dettagliata si trova in Plutarco, il quale precisa che il fondatore era guidato da esperti etruschi nel compimento del rito: riuniti i futuri abitanti della città, Romolo scavò una fossa circolare (nel luogo che sarebbe poi diventato il comitium), che sarà chiamata mundus, e ognuno vi gettò dentro ciò che è bello secondo consuetudine e necessario secondo natura e poi una manciata di terra presa dal proprio luogo di provenienza. Dopo aver aggiogato un toro e una vacca a un aratro di bronzo, tracciò il perimetro della nuova città, attorno a pietre di confine, in forma circolare (avente per centro il mundus). Mentre compiva tale azione, alcuni uomini che lo seguivano facevano sì che tutte le zolle smosse, nessuna esclusa, ricadessero nello spazio interno al perimetro. Dove sarebbero sorte le porte della città, il vomere veniva alzato [Plut. Rom. XI].

Di un etruscus ritus per la fondazione di Roma, come di altre città del Lazio, parla chiaramente Varrone: l’autore reatino scrive che il rito doveva svolgersi in un giorno in cui erano stati presi gli auspici e descrive l’aggiogamento di un toro e di una vacca all’aratro, al fine di tracciare un solco; afferma anche che la città era protetta religiosamente da una fossa e da un muro, sfortunatamente il passo riguardante la sostanza di tali fossa e muro e il loro rapporto col pomerium, è molto oscuro [Var. L. L. V, 143]. Varrone aggiunge anche un’etimologia di urbs, città, termine che deriverebbe da orbe, in riferimento al suo perimetro circolare, o da urvus, l’aratro con cui esso è tracciato [Var. L. L. V, 143; cfr Isid. Orig. XV, 2]

Ovidio non si discosta molto dal racconto plutarcheo, la differenza principale è nella descrizione della fossa che è situata sul Palatino e non viene mai chiamata mundus, inoltre gli uomini vi gettano terra e cereali e poi la chiudono, costruendovi sopra un altare su cui arderà il primo fuoco della città [Ov. Fast. IV, 819 – 36] (alcuni autori hanno visto in questa descrizione un riferimento alla Roma Quadrata [Fest. 258 – 60]).

Per Dionigi, che dà un resoconto più succinto, il perimetro della città sarebbe stato tracciato, in forma quadrangolare, sul Palatino [Dion. H. I, 88], stessa collocazione che indica Livio [Liv. I, 7, 2 – 4], mentre Tacito descrive le pietre di confine che formavano il pomerium romuleo (e che sarebbero identificabili con quelle menzionate da Plutarco), ai piedi del colle Palatino [Tac. Ann. XII, 23].

Al termine del rito di fondazione (in verità l’autore non precisa il momento in cui tale atto sarebbe avvenuto), secondo Giovanni Lido, Romolo prese una tromba rituale, lituus e la suonò proclamando il nome della nuova città [Lyd. IV, 50].

Seguendo le indicazioni di Catone, Varrone e Plutarco, possiamo concludere che, per gli autori romani, Romolo fondò la città tracciando un solco con un aratro aggiogato a un toro e una vacca, girando da destra verso sinistra, tuttavia, poiché gli aratri romani avevano un vomere simmetrico, tale azione avrebbe fatto ricadere le zolle di terra da una parte e dall’altra del solco. Per evitarlo, e fare sì che tutta la terra fosse compresa all’interno del perimetro sacro della città (andando a formare il primo murus del centro abitato[2]), l’ecista tenne il vomere inclinato creando un urvum, ossia un solco curvo [Var. L. L. V, 27; 31; Fest. 375; Serv. Georg. I, 170] da cui sarebbe derivato il termine urbs, circondato da un solco curvo [Alf. Var. Fr. 4 F apud Dig. L, 16, 239, 6; Fest. 375].

[1] È. Benveniste – Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. Einaudi, 2001, Vol II, § 1, pgg 291 – 96

[2] G. De Sanctis – Urbigonia in I Quaderni del Ramo d’oro on‐line, numero speciale (2012), pgg 105 – 35

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The Triumvirs. Octavian. Autumn 30-summer 29 BC. AR Denarius (21mm, 3.98 g, 6h). Mint in Italy, possibly Rome. Laureate head of Apollo of Actium right, with features resembling Octavian / Octavian, as city founder, veiled and wearing priestly robes, holding whip in outstretched left hand and plow-handle in right, plowing right with yoke of oxen; IMP • CAESAR in exergue. CRI 424; RIC I 272; RSC 117; BMCRE 638-40 = BMCRR Rome 4363-5; BN 92-6.