EID. QUINCT. (15) NP

Transvectio Equitum

Questo giorno è ritenuto l’anniversario della dedica del tempio di Castore nel Foro nel 494 aev e della battaglia del Lago Regillio [Liv. II, 42, 5]. La cerimonia sembra quindi legata al culto di Castor.

La battaglia del Lago Regillio, secondo gli storici romani, fu decisa dall’intervento degli equites che, smontati da cavallo, si schierarono sul campo di battaglia, il loro intervento fermò la ritirata dei fanti che, riprendendo coraggio, riuscirono a respingere i Latini che furono poi inseguiti e sbaragliati dalla cavalleria, nel frattempo il dittatore invocò l’aiuto di Castor, che viene chiaramente associato ai cavalieri.

È possibile che Castore fosse già venerato dalla classe equestre (forse per influsso greco-etrusco), ma che non fosse ancora annoverato tra le divinità a cui era tributato un culto pubblico; il beneficio portato allo Stato romano dalla cavalleria, fu così ricompensato accogliendo il loro Dio protettore tra coloro venerati pubblicamente.

Castore, a Roma, finì per assorbire anche le competenze del gemello Polluce che non appare nel culto pubblico fino all’età imperiale (l’introduzione in un contesto in cui l’ambito della fecondità era già saldamente legato ad una struttura divina definita, la scarsa rilevanza che aveva l’allevamento e l’impossibilità di legarsi ad un particolare ordinamento, furono tra le cause che misero in ombra la figura divina di Polluce). Lo vediamo infatti divenire divinità guaritrice [Schol. Ad Pers. II, 56] e ricevere particolare onore tra le donne cui era propria la formula di giuramento ecastor o mecastor (benché sia attestata anche epol ed edepol, in origine sempre riservata alle donne [Var. apud Gel. XI, 6])

In origine la cavalleria romana era composta da soldati a cui veniva affidato un cavallo pubblico, cioè dello stato (equus publicus) e, con la riforma di Tullio Ostillio, era inquadrata nelle 18 centurie equestri. Erano i censori a vigilare su questo gruppo di cavalieri: questi magistrati avevano il potere di privarli del cavallo, relegandoli tra gli erarii [Liv. XXIV, 43, 3], cioè coloro che dovevano pagare una tassa maggiore degli altri cittadini [Fest. 54; Plac. 27], così come di assegnare i cavalli vacanti a coloro che avevano servito usando il proprio animale e si erano particolarmente distinti [Liv. XXXIX, 19, 4].

L’ispezione dei cavalieri che avevano ricevuto un equus publicus aveva luogo pubblicamente nel Foro (Equitum Romanorum Probatio, o equitum census, o recensus) [Cic. Pro Cluent. XLVIII, 134; Gel. IV, 20, 11; Liv. XXXVIII, 28, 2; XLII, 10, 4; XLIV, 16, 8; Suet. Vesp. IX; Aug. XXXVIII; Claud. XVI]: essi erano suddivisi per tribù e, chiamati uno ad uno per nome, si avvicinavano al censore, conducendo il proprio cavallo [Liv. XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6]. Se i magistrati non trovavano mancanze nel comportamento del cavaliere e nell’equipaggiamento, lo facevano passare avanti (traduc equum) [Valer. Max. IV, 1, 10]. Se invece lo trovavano indegno del suo rango, lo depennavano dall’elenco e gli ordinavano di vendere il proprio cavallo [Liv. XXIX, 37; XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6], così da risarcire lo Stato; mentre, se aveva trascurato il proprio animale, era accusato di negligenza (inpolitia) e veniva privato del suo rango [Gel. IV, 12, 2; Fest. 108]. Chi, dopo aver servito per il tempo stabilito, voleva lasciare il proprio ruolo, doveva fare al censore un elenco delle campagne in cui aveva combattuto e, dopo un esame, era dimesso con onore o vergogna [Plut. Pomp. XXII]. In questa occasione i censori permettevano di lasciare il servizio come cavaliere, a chi era entrato nel Senato [Var. apud Non. 86]. È possibile che la revisione dei ranghi dei cavalieri non avvenisse annualmente, ma solo negli anni in cui erano in attività i censori, mentre le altre cerimonie collegate (vedi oltre) si celebrassero tutti gli anni.

Secondo Livio furono i censori Q. Fabius Rullianus e P. Decius [Liv. IX, 46; Val. Max. II, 2, 9], nel 304 aev., ad istituire la processione dei cavalieri, transvectio equitum che si svolgeva alle Eid. Quinct., mentre secondo Dionigi di Alicarnasso, questa cerimonia era più antica e fu istituita dopo la battaglia del lago Regillio (496 aev.) per ricordare l’apparizione di Castore e Polluce che annunciarono la vittoria dei Romani [Dion. H. VI, 13].

Nel giorno delle Eid. Quinct. i pontefici compivano dei sacrifici (forse per commemorare la vittoria del 496 aev.), quindi i cavalieri, vestiti della trabea (tunica a righe porpora e scarlatte), con l’equipaggiamento militare e indossando corone di ulivo e i premi che avevano ricevuto per le loro azioni di valore, riuniti per tribù e centurie, compivano una processione che partiva da un tempio di Marte fuori le mura (probabilmente quello nel Campo Marzio, il luogo dove si radunava l’esercito di ritorno da una campagna militare, in attesa di poter rientrare in città dopo essere stato purificato), attraversava varie zone della città e passava dal Foro per concludersi al tempio di Castore e Polluce dove sacrificavano i tribuni celeris [Dion. H. VI, 13].

L’abbigliamento regale e trionfale, così come l’uso di corone di ulivo che avevano valore purificatorio, farebbero pensare al ricordo di una qualche processione trionfale del periodo monarchico, preceduta, forse, dai sacrifici espiatori dei pontefici.

 

EID. QUINCT. (15) NP

Transvectio Equitum

This day is considered the anniversary of the dedication of the Temple of Castor in the Forum in 494 BCE, and the Battle of Lake Regillio [Liv. II, 42, 5]. The ceremony thus seems linked to the cult of Castor.

The Battle of Lake Regillio, according to Roman historians, was decided by the intervention of equites who, dismounted, took sides on the battlefield, their intervention stopped the retreat of the infantry that, taking courage, managed to repel the Latins that were then pursued and routed by the cavalry, meanwhile dictator invoked the help of Castor, which is clearly associated with the knights.

It is possible that Castor was already revered by the equestrian class (maybe because of greek-Etruscan influence), but it was not yet counted among the gods who had bestowed a public worship; the benefit brought to the Roman state by the cavalry, was well rewarded by accepting their God protector among those venerated publicly.

Castor, in Rome, absorbed the skills of Pollux who does not appear in public worship until the imperial age (the introduction in a context in which the scope of fertility was already firmly tied to a definite divine structure, minor place took by breeding and the inability to bind to a particular order, were among the causes that overshadowed the divine figure of Pollux). We see it becoming a healer divinity [Schol. To Pers. II, 56] and receive special honor among women whose own was the oath ecastor or mecastor (although it is also attested epol and Edepol, always reserved in origin women [Var. Apud Gel. XI, 6])

Originally the Roman cavalry was made up of soldiers who were given a public horse by the state (equus publicus) and, with Tullio Ostillio reform was framed in 18 equestrian centuries. The censors watched over this group of riders: these magistrates had the power to deprive them of the horse, relegating among erarii [Liv. XXIV, 43, 3], that is, those who had to pay a higher fee than other citizens [Fest. 54; Plac. 27], as well as to allocate the horses vacancies to those who had served using its animal and had particularly distinguished [Liv. XXXIX, 19, 4].

The inspection of the knights who had received an equus publicus took place publicly in the Forum (Equitum Romanorum probatio, or equitum census, or recensus) [Cic. Pro Cluent. XLVIII, 134; Gel. IV, 20, 11; Liv. XXXVIII, 28, 2; XLII, 10, 4; XLIV, 16, 8; Suet. Vesp. IX; Aug. XXXVIII; Claud. XVI]: they were divided into tribes, and called one by one by name, approached the censor, leading his horse [Liv. XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6]. If the judges found no deficiencies in the knight’s behavior and in the equipment, they did move forward (traduc equum) [Val. Max. IV, 1, 10]. If they found him unworthy of his rank, they cancelled him from the list and ordered to sell his horse [Liv. XXIX, 37; XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6], to compensate the State; whereas if he had neglected his own animal, he was accused of negligence (inpolitia) and was deprived of his rank [Gel. IV, 12, 2; Fest. 108]. Who, after having served for the set time, wanted to leave his role, he had to give to censors a list of campaigns in which he had fought and, after consideration, had resigned with honor or shame [Plut. Pomp. XXII]. On this occasion the censors allowed to leave the service as a knight, who had entered the Senate [Var. apud Non. 86]. It is possible that the revision of the ranks of the riders did not happen every year, but only in the years when they were in business, the censors, and other related ceremonies (see below) should be celebrated every year.

According to Livy the censors Q. Fabius and P. Decius Rullianus [Liv. IX, 46; Val. Max. II, 2, 9], in 304 BCE., established the procession of knights, transvectio equitum that took place at Eid. Quinct., While according to Dionysius of Halicarnassus, this ceremony was the oldest and was established after the Battle of Lake Regillio (496 BCE.) To recall the appearance of Castor and Pollux, who announced the victory of the Romans [Dion. H. VI, 13].

On the day of Eid. Quinct. the pontifices made sacrifices (maybe to commemorate the victory of 496 BCE.), then the knights, clothes trabea (tunic in purple and scarlet stripes), with military equipment and wearing olive crowns and the awards they received for their valuable actions, gathered to tribes and centuries, made a procession that started from a temple of Mars outside the walls (probably the one in the Campus Martius, the place where they gathered the army return from a military campaign, waiting to return to the city after being purified), passing through various areas of the city and by the Forum to end at the temple of Castor and Pollux, where the tribunes celeris made sacrifices [Dion. H. VI, 13].

The regal and triumphant clothing, as well as the use of olive wreaths that had purifying value, would think of the memory of a few triumphal procession of the monarchical period, preceded perhaps by sin offerings of the popes.

Picture

Licinius Crassus, Licinia, Rome, 55 BC (RRC and BMCRR), Denarius , AR, gr. 4,1, mm 18. Bust of Venus r., draped, Laureated and wearing diadem; behind, S.C. Rv. Female figure leading horse l. with r. hand and holding spear in l. hand; at feet, cuirass and shield; around, P. CRASSVS. M. F.. RRC 430/1; BMCRR Roma 3901; B. Licinia 18; Sydenham 929, Catalli 2001, 615.

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II NON.  QUINCT.  (6) N – III EID. QUINCT. (13) C

Ludi Apollinares

I Ludi in onore di Apollo furono introdotti a Roma nel 212 aev. nel pieno della guerra contro Annibale, in quell’anno furono scoperte delle profezie scritte dal vate romano Marcio: una prevedeva la sconfitta di Canne, l’altra affermava che, se i Romani avessero voluto scacciare i nemici che erano giunti da lontano, avrebbero dovuto istituire dei giochi in onore di Apollo, da celebrare ogni anno

… Romani, se volete cacciar via i nemici, tumore giunto da lontano, penso che voi dobbiate far voto ad Apollo di istituire dei giochi, da celebrare gioiosamente ogni anno in onore di Apollo; ad essi, in parte contribuisca il popolo con denaro dell’erario, in parte contribuiscano i privati per loro e per le loro famiglie. La celebrazione di quei giochi sarà presieduta dal pretore che eserciterà al più alto grado, la giustizia per la cittadinanza e per la plebe. I decemviri celebrino i riti sacrificando vittime secondo il rito greco. Se così, correttamente, agirete, ne trarrete gioia per sempre e la vostra sorte andrà sempre migliorando. Infatti quel Dio che gioisce nel fecondare i vostri campi, distruggerà i vostri nemici… [Liv. XXV, 12]

Furono consultati anche i Libri Sibillini che confermarono l’istituzione di questi ludi e così fu deciso che i decemviri, che fino ad allora non avevano presieduto a riti sacrificali, vi avrebbero compiuto sacrifici graeco ritu [Liv. Cit.].

All’inizio la celebrazione si svolgeva il 13° giorno di Quinctilis, il finanziamento dei giochi spettava all’erario pubblico, ma vi concorrevano anche a donazioni di privati, mentre l’organizzazione era sotto la responsabilità del pretore urbano. Durante i primi Ludi Apollinares i decemviri sacrificarono un bue ornato d’oro ad Apollo, due capre bianche, anch’esse ornate d’oro, a Diana e una vacca ornata d’oro per Latona. L’erario fornì al pretore 12000 assi per il rito e due vittime adulte [Liv. Cit.]. Il popolo partecipò indossando corone di fronde, le matrone offrendo suppliche, inoltre in tutte le case si tennero banchetti a porte aperte, cosicché chiunque avrebbe potuto entrare e beneficiare dell’ospitalità del padrone [Liv. Cit].

All’inizio le celebrazioni non avevano cadenza annuale, il senato, infatti, li indiceva anno per anno (erano cioé festa conceptiva). Solo nel 208 aev, in seguito ad una pestilenza, fu emanato un senatoconsulto che istituiva i Ludi Apollinares come festa stativa, da celebrarsi annualmente nel 13° Quinct. [Liv. XXVII, 23, 5].

Col tempo la durata dei festeggiamenti si allungò fino a prendere sette giorni, dal 6° al 13° Quinct.

Erano composti di ludi scoenici [Fest. 326; Cic. Brut. XX, 78; pro. Mur. XIX, 40; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 53; XIX, 23, 59; Val Max. II, 4, 6; Cic. Phil. I, 15, 36; II, 13, 31; X, 3, 7], venationes [Plut. Sul. V; Plin. Nat. Hist. VIII, 53; Sen. De Brev. Vit. XIII; Cic ad Att. XVI, 4; Cas. Dio. XLVIII, 33] e ludi circenses [Cas. Dio. XLVIII, 20] a cu il popolo partecipava indossando corone di alloro [Fest. 23].

Apollo era già venerato a Roma almeno dal V sec. aev., il primo tempio gli fu votato nel 433 aev., su prescrizione dei Libri Sibillini, per allontanare dalla città una pestilenza e dedicato nel 431 aev [Liv. IV, 29, 7; XXV, 3]. Compare poi nel primo lectisternium dedicato a divinità greche, del 399 aev. Su prescrizione dei Libri Sibillini, i simulacri di tre coppie di Dei: Apollo e Latona, Ercole e Diana, Mercurio e Nettuno, furono sdraiati su letti dai magnifici ornamenti e venerate per 8 giorni. Anche durante quella cerimonia vi furono festeggiamenti privati e le porte delle case furono lasciate aperte, cosicché tutti potessero entrare e partecipare ai banchetti [Liv. V, 13, 5 – 8].

 

II NO. QUINCT. (6) N – III EID. QUINCT. (13) C

Ludi Apollinares

The Ludi in honor of Apollo were introduced in Rome in 212 BCE. in the middle of the war against Hannibal, in that year were discoveries of the prophecies written by the poet Roman Marcio: one foresaw the defeat of Canne, the other said that if the Romans had wanted to drive out the enemies who had come from afar, they should set up the games in honor of Apollo, to be celebrated every year

… Romans, if you want to drive out the enemy, cancer come from far away, I think you need to vote to Apollo to set up the games, to celebrate joyfully each year in honor of Apollo; to them, partly contribute the people with money exchequer, partly contributing individuals for them and for their families. The celebration of those games will be presided over by the magistrate who will exercise the highest degree, justice for the citizens and for the populace. The decemvirs celebrate the rites by sacrificing victims graeco ritu. If so, properly, you will act, will derive joy forever and your fate will always improving. In fact, the God who rejoices in fertilize your fields, destroy your enemies … [Liv. XXV, 12]

Books were also consulted Sibillini which confirmed the establishment of these ludi and so it was decided that the decemvirs, who until then had not presided in sacrificial rites, they would have made sacrifices graeco ritu [Liv. Cit.].

At the beginning the celebration took place on the 13th day of Quinctilis, the funding of the games belonged public treasury, but there concurred also private donations, while the organization was under the responsibility of the urban magistrate. During the first Ludi Apollinares the decemvirs sacrificed an ornate golden bull to Apollo, two white goats, also adorned with gold, to Diana and an ornate golden cow for Latona. The tax authorities gave the magistrate 12000 axles for the rite and two adult victims [Liv. Cit.]. The people participated wearing crowns of leaves, the matrons offered prayers, also all the houses were held banquets in open, so anyone could come in and enjoy the hospitality of the owner [Liv. Cit].

Early celebrations were not annual, the Senate, in fact, issued them year to year (ie were conceptiva holiday). Only in 208 BCE, after a plague, it was issued a senatus which established the Ludi Apollinares as stative festival, to be celebrated annually on 13th Quinct. [Liv. XXVII, 23, 5].

In time, the duration of the festivities reached up to take seven days, from 6th to 13th Quinct.

Were ludi compounds scoenici [Fest. 326; Cic. Brut. XX, 78; pro. Mur. XIX, 40; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 53; XIX, 23, 59; Val Max. II, 4, 6; Cic. Phil. I, 15, 36; II, 13, 31; X, 3, 7], venationes [Plut. On. V; Plin. Nat. Hist. VIII, 53; De Sen. Pat. Vit. XIII; Cic to Att. XVI, 4; Cas. Dio. XLVIII, 33] and ludi circuses [Cas. Dio. XLVIII, 20], at whom the people took part wearing laurel crowns [Fest. 23].

Apollo was already venerated in Rome since at least the fifth century. BCE., he was voted the first temple in 433 BCE., on the order of the Sibylline Books, to drive away from the city a plague and dedicated in 431 BCE [Liv. IV, 29, 7; XXV, 3]. Then appears in the first lectisternium dedicated to Greek gods, of 399 BCE. Prescription of the Sibylline Books, the statues of three pairs of gods: Apollo and Latona, Diana and Hercules, Mercury and Neptune, were lying on beds with magnificent ornaments and venerated for 8 days. Also during the ceremony, there were private parties and the doors of the houses were left open, so that everyone could come in and take part in the banquet [Liv. V, 13, 5 – 8].

 

Picture

Piso Frugi, Calpurnia, Denarius, Rome, 67 BC (RRC) 64 BC (BMCRR), AR, gr. 3,9, mm 17,94, Head of Apollo right with fillet, Horseman galloping left, with palm and wearing conical hat, C PISO L F FRVGI. RRC 408/1; Babelon: Calpurnia 24 -29; Sydenham 840-878Catalli 2001,582

III EID. QUINCT. (13) C

Apollini

Secondo I Fasti Anziati Maggiori, il 13° giorno di Quinctilis, in concomitanza con la chiusura dei Giochi Apollinari, si ricordava la dedica del primo tempio ad Apollo in Roma [ILLRP 9]. Nel 433 aev. A causa di una pestilenza fu votato un tempio al Dio Apollo [Liv. IV, 25, 3], che fu dedicato nel 431 dal console Cn. Julius [Liv. IV, 29, 7]. Trattandosi di un culto straniero fu eretto fuori dal pomerium [Liv. XXXIV, 43, 2; XXXVII, 58, 3], nel Campo Martio su un più antico luogo di culto chiamato Apollinar, un altare o un bosco sacro. Rimase l’unico tempio di questa divinità fino a quando Augusto non ne costruì un altro sul Palatino [Ascon. In Cic. Orat. 90 – 91]. Vi si tenevano le riunioni del Senato fuori dai confini della città [Liv. Cit.; XXXIX, 4, 1; XLI, 17, 4; Cic. Ad Q. Fr. II, 3, 3; Ad Fam. VIII, 4, 4; 5, 6; Ad Att. XV, 3, 1; cf. Lucan III, 103].

Era descritto in vari modi: extra portam Carmentalem inter forum holitorium et circum Flaminium [Asc. Cit.], in pratis Flaminiis [Liv. III, 63, 7], vicino al Foro [Plut. Sulla XXXII], vicino al Campidoglio [Cass. Dio Fr L, 1], vicino al Teatro di Marcello [Mon. Anc. IV, 22; cf. Liv. XXVII, 37, 11], per cui possiamo, con buona approssimazione, situarlo a nord del teatro di Marcello e a est del Portico di Ottavio, sulla via che portava alla Porta Carmentalis nel Campo Martio, oggi poco a sud di Piazza Campitelli.

Livio parla di una dedica nel 353 aev [Liv. VII, 20, 9] e probabilmente si riferisce ad un primo restauro dell’edificio.

Il tempio era noto anche come quello di Apollo Medico e, nel 179 aev, i censori permisero di costruire un portico da lì al Tevere, dietro al tempio di Spes [Liv. XL, 51, 6; Cas. Dio. Fr. 50, 1]. Viene citato il prodigio della statua del Dio, che vi era venerata, che pianse per tre giorni alla morte di Scipione il giovane [Cas. Dio. Fr. 84, 2].

Plinio parla due volte delle opere d’arte contenute nel tempio di Apollo Sosianus [Plin. Nat. Hist. XIII, 53; XXXVI, 28], tale epiteto è spiegabile considerando il restauro che fu effettuato da C. Sosio, console nel 32 aev e governatore della Siria, tra di esse dipinti di Aristide di Tebe [Plin. Nat. Hist. XXXV, 99], varie statue di Filisco di Rodi [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 34], un Apollo citharoedus di Timarchide [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 35], una statua di Apollo in legno di cedro proveniente da Seleucia [Plin. Nat. Hist. XIII, 53] e il celebre gruppo di Niobe [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 28], che già in epoca antica era dubbio se fosse da attribuire a Scopas o a Prassitele.

Il giorno della dedica del tempio di epoca augustea era il 23° September [Fast. Arv. ad IX Kal. Oct.; CIL I2, 215; 252; 339].

Al di sotto del chiostro di S. Maria in Campitelli si trovano I resti dei muri del podio lunghi 13 metri, alti 4 e spessi 2. Si tratterebbe di un nucleo in cappellaccio di tufo appartenente alla struttura originaria, e di un ampliamento relativo ad un restauro del 179 aev [Liv. XL, 51, 6], con pezzi di opus reticulatum, attribuibili al restauro di Sosio.

 

EID III. QUINCT. (13) C

Apollini

According to the Ancient Fasti Antiates, the 13th day of Quinctilis, with the closing of the Apollinares Games, the dedication of the first Apollo’s temple in Rome was remembered [ILLRP 9]. In 433 BCE because the plague a temple to the god Apollo was voted [Liv. IV, 25, 3], which was dedicated in 431 by the consul Cn. Julius [Liv. IV, 29, 7]. Being a foreign worship was erected outside the pomerium [Liv. XXXIV, 43, 2; XXXVII, 58, 3], in Campo Marzio on a more ancient place of worship called Apollinar, an altar or a sacred forest. it was the only temple of this deity until Augustus built another on Palatine [Ascon. In Cic. Orat. 90 – 91]. It was the Senate meeting place outside city boundaries [Liv. cit .; XXXIX, 4, 1; XLI, 17, 4; Cic. Ad Q. Fr. II, 3, 3; Ad Fam. VIII, 4, 4; 5, 6; Ad Att. XV, 3, 1; cf. Lucan III, 103].

It was described in various ways: extra portam Carmentalem inter forum Holitorium et circum Flaminium [Asc. Cit.], In Pratis Flaminiis [Liv. III, 63, 7], near the court [Plut. On XXXII], near the Capitol [Cass. God Fr, 1], near the Teatro Marcello [Mon. Anc. IV, 22; cf. Liv. XXVII, 37, 11], for which we can, with good approximation, situate it at north of the Theatre of Marcellus and east of Porticus Octavia, on the street leading to Porta Carmentalis in Campo Marzio, today just south of Piazza Campitelli.

Livy speaks of a dedication in 353 BCE [Liv. VII, 20, 9] and probably refers to a first restoration of the building.

The temple was also known as the Apollon Medicus and in 179 BCE, the censors allowed to build a porch from there to the Tiber, behind the temple of Spes [Liv. XL, 51, 6; Cas. Dio. Fr. 50, 1]. It quoted the miracle statue of God, that was venerated, who wept for three days the death of the young Scipio [Cas. Dio. Fr. 84, 2].

Pliny speaks twice of artworks contained in the temple of Apollo Sosianus [Plin. Nat. Hist. XIII, 53; XXXVI, 28], this epithet is understandable considering the restoration was carried out by C. Sosius, consul in 32 BCE and governor of Syria, among them paintings by Aristides of Thebes [Plin. Nat. Hist. XXXV, 99], various statues Philiscus Rhodes [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 34], one of Apollo citharoedus Timarchide [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 35], a statue of Apollo wooden cedar from Seleucia [Plin. Nat. Hist. XIII, 53] and the famous group of Niobe [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 28], which already ancient era was doubt if attributed to Scopas or Praxiteles.

The day of the dedication of the temple of the Augustan age was 23 ° September [Fast. Arv. to IX Kal. Oct .; CIL I2, 215; 252; 339].

Under the cloister of St. Mary School are the remains of walls of the podium 13 meters long, 4 high and thick 2. It would be a core tuff hat belonging to original structure, and an extension on a restoration of 179 BCE [Liv. XL, 51, 6], with pieces of opus reticulatum, attributable to restore Sosio.

Picture

Gordian III AV Aureus. Rome, AD 241-243. IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG, laureate and draped bust right / P M TR P IIII COS II P P, Apollo, bare to waist, seated left, holding branch and resting left elbow on lyre. RIC 102; Calicó 3221a. 5.22g, 21mm, 12h.

VII EID. QUINCT. (9) N

Vitulatio

Sul significato di questa festa abbiamo solo un paio di accenni in Macrobio:

… nel primo libro di Fabio Pittore sul diritto ponteficale si trova questo verbo, vitulari. Sull’origine di questa parola Tizio riferisce: vitulari è esprimere gioia con la voce (voce laetari). Anche Varrone, nel libro XV delle Cose Divine, riferisce che i pontefici in certi riti sacri, sono soliti vitulari, cioè fare quello che i Greci dicono cantare un Pean… Hyginus, nel suo libro sugli Dei, afferma che si chiama Vitula al Dea che presiede alla letizia… Pisone disse che la Vittoria era chiamata Vitula, in proposito porta questo argomento: il giorno dopo le Non. Jul. Dato che il giorno prima il popolo era stato messo in fuga dai Tuscolani (da cui il Poplifugia), dopo la vittoria furono celebrati determinati sacrifici detti vitulatio…  [Macr. Sat. III, 2, 11 – 15]

Questi riferimenti metterebbero in relazione questa festa con una qualche manifestazione di giubilo o il canto di particolari inni religiosi, cosa che è molto improbabile. Secondo altri autori la Dea Vitula avrebbe derivato il nome da vita, perché le si offrivano le primizie dei frutti della terra che sostiene la vita [Macr. Sat. III, 2, 15]

È più probabile che questa festa fosse in relazione con un qualche tipo di sacrificio che aveva come vittima il vitulus, il toro (animale che era sacrificato di preferenza a Giove), oppure una vitula, una vitella, come lascia intendere Virgilio, immolata all’inizio del raccolto [Macr. Sat. III, 2, 16].

… quando per il raccolto offrirò con una vitula… [Verg. Ecl. III, 77]

L’ambiguità sul significato di vitula potrebbe essere dovuto al clima gioioso e festoso che accompagnava l’inizio della mietitura, la cui eco sarebbe rimasta nell’idea di vitulari come cantare gioiosamente.

Dalle Tavole Iguvine, sappiamo che, durante le cerimonie di lustrazione, venivano sacrificate certe vittime espiatorie chiamate vitulae (bovini) che rappresentavano i nemici che volevano catturare la città. La loro immolazione era presagio di future vittorie.

 

VII EID. QUINCT.  (9) N

Vitulatio

About the significance of this feast we have just a couple of hints in Macrobius:

… In the first book of Fabius Pictor “on pontefical law” we find the verb vitulari. About the origin of this word refers Titius: vitulari is to express joy with the voice (voce laetari). Even Varro, in the fifteenth book of Divine Things, reports that the pontefices in certain sacred rites, were used to vitulari, ie do what the Greeks say sing a Pean … Hyginus, in his book on the Gods, claims that it is called Vitula a goddess who presides over the gladness … Piso said that Victoria was called Vitula in this regard bears this topic: the day after Non. Jul. Since the day before the people had been put to flight by Tuscolan (hence the Poplifugia), after the victory certain sacrifices were celebrated called vitulatio … [Macr. Sat. III, 2, 11-15]

These references connect this feast with some jubilation event or the singing of religious hymns, which is very unlikely. According to other authors Goddess Vitula derived Her name from vita, life, because they offered to Her the first fruits of the fruits of the earth that sustains life [Macr. Sat. III, 2, 15]

It is more likely that this party was related to some kind of sacrifice that had as its victim a vitulus, the bull (animal that was sacrificed in preference to Jupiter), or a vitula, a heifer, as suggested by Virgil, sacrifices related to the beginning of harvest [Macr. Sat. III, 2, 16].

… When to harvest will offer a vitula … [Verg. ECL. III, 77]

The ambiguity about the meaning of vitula could be due to the joyous and festive atmosphere that accompanied the start of the harvest, the echo of which would remain in the idea of ​​vitulari how to sing joyfully.

From Tabulae Iguvinae, we know that, during the lustration ceremonies were sacrificed certain victims expiatory vitulae calls (cattle) which represented the enemies who wanted to capture the city. Their immolation was an omen of future victories.

 

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The Bellum Sociale. Denarius, Bonavium circa 89, AR 3.91 g.

Laureate head of Italia l.; behind, Viteliu in Oscan characters. Rev. Soldier in helmet and cloak, standing facing, head r., holding reversed spear; his l. foot is placed on a Roman standard; by his side, on r., recumbent bull. In exergue, >. Syd. 627. Campana 124.

NON.  QUINCT. (7) N

NONAE CAPROTINAE

Anche questa festività appare nei calendari epigrafici in caratteri maiuscoli, il che la fa risalire al periodo monarchico, per cui è da escludere che sia connessa ad episodi successi all’inizio della Repubblica.

L’aition. Secondo la tradizione, dopo la sconfitta dei Galli, i popoli latini, sotto la guida del dittatore di Fidene Aulus Postumius, attaccarono il territorio romano (secondo la versione dello Pseudo Plutarco i nemici che assediarono Roma erano Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). Gli aggressori, per risparmiare la città, chiesero al Senato che fossero consegnate loro le giovani di condizione libera, così da poter fondere i due gruppi. I senatori, temendo che i nemici volessero solo prendere degli ostaggi, rimasero incerti sul da fare. Una serva, Tutela (o Philote, o Rhetana) propose di ingannare i Latini e si offrì di guidare un gruppo di schiave, abbigliate ed ornate come donne libere (che si apprestavano al matrimonio), nel campo nemico. Il Senato accettò e così, le schiave, travestite da giovani cittadine, furono condotte da un corteo in lutto fino al campo dei nemici.

Nella notte le donne incitarono gli uomini a divertirsi e a bere e, quando tutti si furono addormentati, Tutela, salì su un albero di fico selvatico e agitò una torcia la cui luce aveva in parte schermato con un velo perché non fosse vista dal campo avversario. Al segnale i Romani, guidati da Camillo, si gettarono disordinatamente sul nemico e lo sconfissero [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 segg; Polyaen. VIII, 30]. Questa tradizione storiografica si basa sul presupposto che, dopo che i Galli ebbero lasciato Roma, i popoli vicini attaccarono la città, ma gli studi recenti hanno dimostrato che un tale evento non ha alcuna base storica e che nessuna delle popolazioni confinanti con Roma, tentò di invadere il suo territorio. Siamo quindi di fronte alla trasposizione storica di una tradizione mitica che come tale deve essere interpretata.

La festa. Le donne uscivano dalla città e si recavano alla Palude della Capra (da qui il legame con il Poplifugia) dove banchettavano sotto i rami di un fico selvatico e compivano un rituale, in onore di Juno Caprotina, in cui era usato un ramo tagliato dall’albero ed il latte che ne fuoriusciva. Nella stessa occasione, le schiave, abbigliate come matrone, percorrevano la città lanciando motti licenziosi ed attirando gli uomini, per poi simulare un combattimento, lanciandosi dei sassi. [Var. L. L. VI, 18; Macr. I, 11, 36 segg; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

Questo giorno era marcato anche come Ancillarum Feriae [Cal. Silv.; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; Macr. Sat. I, 11, 36]: Ovidio riporta che era uso fare dei regali alle ancelle per ricordare l’azione eroica di Tutela che salvò Roma [Ov. A. A. II, 257 – 258].

 

Sacra Consi in Circo

Secondo Tertulliano, alle Non. Quinct. I pontefici compivano un sacrificio sull’altare sotterraneo di Conso, situato presso il Circo Massimo [Tert. Spect. V]. L’altare era coperto di terra e veniva scoperto solo in occasione dei sacrifici pubblici (vedi CONSUALIA). Questa cerimonia non sembra avere un legame con i riti del 5° e 7° Quinct., tuttavia va notato che nel mito tramandato da Plutarco (vedi sopra), colei che salva Roma dai nemici che l’assediano, è Tutela, nome che appartiene anche a una delle divinità protettrici delle messi [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerate nel Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. La coincidenza del luogo e il nome del personaggio non sono sicuramente casuali: è possibile che nel complesso dei riti dei primi giorni di questo mese, fosse venerata Tutela come protettrice della città e dei cereali già raccolti (non possiamo determinare quale sia il nesso causale tra le due azioni della Dea). I riti in suo onore si svolgevano presso l’ara sotterranea di Conso, che rappresentava il luogo in cui erano conservate le riserve alimentari della città, sui cui, dalla colonna sui cui si trovava il suo simulacro, la Dea avrebbe esteso la sua protezione che si univa a quella di Consus. È possibile quindi che la cerimonia fosse dedicata ad entrambe le divinità, e che Tutela abbia col tempo perso di importanza.

La differenza tra il rito di questo giorno e i Consualia è segnata dal fatto che qui sono i pontefici ad officiare la cerimonia, mentre nel mese successivo, sarà il flamen quirinalis con le vestali.

 

Palibus II

(vedi PALILLIA). Le fonti letterarie riportano la dedica di un tempio a Pales da parte di M. Attilius Regulus, console nel 267 aev in seguito a un voto pronunciato durante una battaglia contro i Sallentini [Flor. I, 15; schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Ad Verg. Georg. III, 1]; il cognomen della divinità varia a seconda delle fonti, Floro ha Pastoria, gli scholii veronesi, Matuta. La menzione nei Fasti Antiates di Palibus duabus [ILLRP 9], così come un passo del De Re Rustica di Varrone [Var. R. R. II, 5, 1] lascerebbero intendere che esistesse un unico tempio dedicato a due aspetti diversi della Dea. La sua posizione non è conosciuta, ma probabilmente si trovava sul pendio del Palatino, vicino al tempio della Magna Mater [schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1].

NON. QUINCT. (7) N

Nonae CAPROTINAE

The feast is in epigraphic calendars appears in upper case, which dates back to the monarchical period, so it is possible that it is related to episodes successes at the beginning of the Republic.

The aition. According to tradition, after the defeat of the Gauls, the Latin peoples, under the leadership of the Fidene Aulus Postumius the dictator, they attacked the Roman territory (according to the version of Pseudo Plutarch enemies who laid siege to Rome were Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). The attackers, to save the city, asked the Senate that were delivered of their young Free State, so as to merge the two groups. The senators, fearing that enemies wanted only take hostages, they were uncertain what to do. A servant, protection (or Philote, or Rhetana) proposed to deceive the Latins and offered to lead a group of slaves, dressed and adorned as free women (who were preparing for marriage), in the enemy camp. The Senate agreed and so, the slaves disguised as young citizens, were led by a procession in mourning until the enemy camp.

On the night the women urged the men to have fun and to drink, and when everyone was asleep, Protection, climbed a fig tree wild and waved a torch whose light had partially shielded with a veil because they had not seen half of the field. To signal the Romans, led by Camillo, they threw wildly on the enemy and defeated him [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 et seq; Polyaen. VIII, 30]. This historiographical tradition is based on the assumption that, after the Gauls had left Rome, the neighboring peoples attacked the city, but recent studies have shown that such an event has no historical basis and that none of the neighboring populations with Rome, attempted to invade his territory. We are therefore faced the historical transposition of a mythical tradition as such should be interpreted.

The party. The women came out from the city and went to the Swamp of the Goat (hence the link with the poplifugia) where they feasted under the branches of a wild fig tree and performed a ritual in honor of Juno Caprotina, in which a cut branch was used by ‘ tree and the milk that flowed. On the same occasion, the slaves, dressed as matrons, round the town throwing slogans licentious and attracting men, and then simulate a fight, throwing stones. [Var. L. L. VI, 18; MACR. I, 11, 36 et seq; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

This day was also marked as Ancillarum Feriae [Cal. Silv .; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; MACR. Sat. I, 11, 36]: Ovid reports that it was making use of the maids gifts to remember the heroic action of protection that saved Rome [Ov. A. A. II, 257-258].

 

Sacra Consi in Circuo

According to Tertullian, at Non. Quinct. pontifices mede an underground sacrifice on the altar of Consus, located in the Circo Massimo [Tert. Spect. V]. The altar was covered with earth and was discovered only on for public sacrifices (as Consualia). This ceremony does not seem to have a connection with the rites of the 5th and 7th Quinct. However it should be noted that in the myth handed down by Plutarch (see above), who saves Rome from enemies was Tutels, a name that belongs also one of the protective deities of the harvest [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. Apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerated in Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. The coincidence of the place and the name of the character are certainly not random: it is possible that the whole of the rites of the early days of this month, was worshiped as the protector of the city and protection of cereal crops already (we can not determine which is the causal link between the two actions of the Goddess). The rites in his honor took place at the underground Conso ara, which was the place where the food supply of the city were preserved, on which, from the column on the circumstances that led to its simulacrum, the Goddess would have extended its protection he joined to that of Consus. It is possible that the ceremony was dedicated to both deities, and that protection has over time lost its importance.

The difference between the ritual of this day and the Consualia is marked by the fact that here are the popes to officiate the ceremony, while the following month, will be the flamen Quirinalis with the vestal virgins.

 

Palibus II

Literary sources include a temple dedication to Pales by M. Attilius Regulus, consul in 267 BCE following a vow made during a battle against Sallentins [Flor. I, 15; schol. Ver. Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Verg. Georg. III, 1]; the cognomen of the divinity varies depending on the source, Floro has Pastoria, the scholii Veronenses, Matuta. The mention in the Fasti Antiates of Palibus duabus [ILLRP 9], as well as a passage of Varro De Re Rustica [Var. R. R. II, 5, 1] ​​gives the impression that there was only one temple dedicated to two different aspects of the Goddess. Its location is not known, but probably stood on the slope of the Palatine, near the temple of the Magna Mater [schol. Ver. Verg. Georg. III, 1].

 

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  1. Renius AR Denarius. Rome, c. 138. Helmeted head of Roma r. / Juno Caprotina driving galloping biga of goats r., holding sceptre. Crawford 231/1; RSC Renia

II NON.  QUINCT. (6) N

Fortunae Muliebri

Nel giorno che precedeva le Non. Quinct. Le matrone romane celebravano l’anniversario della costruzione del tempio di Fortuna Muliebris al IV miglio della Via Latina [Fest. 242; Val. Max. I, 8, 4]. Era un culto matronale (mulier era la donna sposata) molto arcaico del quale gli autori del periodo classico già non comprendevano più il significato originario.

Dai pochi riferimenti che abbiamo, sappiamo che era celebrato esclusivamente dalle matrone, sotto la guida di una sacerdotessa [Dion. H. VIII, 55; Tert. Monog. XVII, 3]. Gli atti di devozione erano affidati alle neo-spose e comprendevano l’incoronazione rituale della statua della Dea con ghirlande o corone. Come nel caso di Mater Matuta, solo le donne che si erano sposate una volta sola (univirae) potevano compierli o, in generale, toccare la statua della Dea (cosa che era esplicitamente vietato a tutti gli altri, comprese le matrone che si erano sposate più di una volta, bis nuptae [Serv. Aen. IV, 19]).

La costruzione del tempio risale ad un’epoca molto antica, non più tardi degl’inizi del V sec. aev. [Plut. Fort. Rom. V (319a); Plut. Cor. XXXVII; Dion. H. VIII, 55 – 56; Liv. II, 40; Val. Max. I, 8, 4; V, 2, 1], anche se è probabile che, prima della sua edificazione, esistesse già un altare ed un fanum, dedicato alla Dea [Dion. H. VIII, 55].

 

II NO. QUINCT. (6) N

fortunae muliebri

In the days that preceded the Nonae Quinct. The Roman matrons celebrated the anniversary of the construction of the temple of Fortuna Muliebris at the fourth mile of the Via Latina [Fest. 242; Val. Max. I, 8, 4]. Was a cult matronly (mulier was the married woman) very archaic which authors of the classical period did not already included as the original meaning.

From the few references we have, we know it was celebrated only by the matrons, under the guidance of a priestess [Dion. H. VIII, 55; Tert. Monog. XVII, 3]. Acts of devotion were entrusted to the neo-brides and included the ritual coronation of the statue of the Goddess with garlands or wreaths. As with Mater Matuta, only women who had married only once (univirae) could fulfill them or, in general, touch the statue of the Goddess (which was explicitly forbidden to all others, including the matrons who had married more than once, a nuptae [Serv. Aen. IV, 19]).

The construction of the temple dates back to very ancient times, no later than beginning of the fifth century. BCE. [Plut. Fort. Rom. V (319a); Plut. Cor. XXXVII; Dion. H. VIII, 55-56; Liv. II, 40; Val. Max. I, 8, 4; V, 2, 1], although it is likely that, prior to its construction, there was already an altar and a fanum, dedicated to the Goddess [Dion. H. VIII, 55].

 

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FAUSTINA II (Augusta, 147-176). Denarius. Rome. Obv: FAVSTINA AVGVSTA. Draped bust right. Rev: FORTVNAE MVLIEBRI. Fortuna seated left, holding rudder and cornucopia. RIC 683 (Marcus Aurelius).

III NON.  QUINCT. (5) NP

Feriae jovi

Il giorno del Poplifugia era marcato feriae Jovi nei Fasti di Amiterno e anche Cassio Dione accenna al fatto che fosse sacro a Giove [Cas. Dio. XLVII, 18].

POPLIFUGIA

Si tratta dell’unica festività, marcata in caratteri maiuscoli nei calendari epigrafici, che cade prima delle Nonae del mese e questo suggerirebbe che fosse una sorta di preludio alle celebrazioni delle Non. Quinct.

La forma del nome rimanda al Regifugium di Februarius, tuttavia, mentre il nome di quella festività è al singolare, -fugium, Poplifugia è un plurale, -fugia, il che farebbe pensare ad una fuga disordinata (più persone che fuggono in maniera non coordinata).

Alcuni autori antichi attribuivano questa ricorrenza alle Nonae Caprotinae, sia assegnandola al giorno 7, che anticipando le Nonae al giorno 5, il che ha indotto anche studiosi moderni a confondere le due festività, tuttavia nei calendari epigrafici [CIL I2; 222 – 228; 243 – 245; 247 – 249] e nella descrizione di Varrone sono ben distinte.

Se si accetta l’idea che Quinctilis segnasse l’inizio di un ciclo minore all’interno dell’antico calendario lunare romano, è possibile anche ipotizzare che in questo periodo i pontefici compissero una sorta di aggiustamento (necessario a causa dell’uso di mesi di 29 e 31 giorni che portavano ad uno sfasamento tra il ciclo calendariale e il ciclo lunare che durava 29.5 giorni) per riallineare i punti nodali del mese con le fasi lunari. Se ipotizziamo che, in età arcaica, il mese di Martius iniziasse sempre col novilunio precedente l’equinozio di primavera, il mantenimento dell’allineamento tra Eidus e pleniluni avrebbe richiesto che quelle di Quinctilis cadessero il 13° giorno e conseguentemente le Nonae sarebbero state il il 5° giorno del mese, ossia concomitanti con il Poplifugia. In questo modo si ridimensiona la singolarità di questa festa, poiché sarebbe caduta in quelle che erano le Nonae “astronomiche”. Tuttavia, poiché nella realtà, sarebbe stato possibile che il plenilunio cadesse tra il 13° e il 15° giorno di Quinctilis, sembra che i romani avessero posto le Eidus al 15° giorno per essere sicuri che cadessero sempre dopo di esso. Stando così le cose era necessario posticipare le Nonae al 7° giorno. Poiché alle Nonae venivano annunciati al popolo i dies festi del mese, possiamo forse vedere nella ricorrenza del giorno 5 una sorta di Nonae abortite, in cui il popolo non si radunava per ricevere i fasti del mese; in questo senso, va forse intesa la fuga del popolo.

L’aition. Varrone così descrive il Poplifugia

… il Poplifugia (la fuga del popolo), sembra che abbia preso il nome dal fatto che in questo giorno il popolo fuggì improvvisamente in una rumorosa confusione… alcune tracce della fuga di questo giorno appaiono nei sacrifici… [Var. L. L. VI, 18]

Il passo è molto laconico e non ci permette di comprendere il reale significato della festività.

Varrone allude ad una fuga avvenuta dopo l’incendio gallico di Roma [Var. Cit.]; Plutarco, nella Vita di Camillo, ritiene che si ricordi l’attacco dei popoli latini (nel testo di Varrone, Fidenati e Ficuleati) che assediarono Roma dopo la sconfitta dei Galli [Plut. Cam. XXXIII], mentre Macrobio sostiene che sia il ricordo della messa in fuga dell’esercito romano da parte dei Tuscolani [Macr. Sat. III, 2, 14]. Negli eventi citati da Varrone e Plutarco si inserisce anche l’episodio che sarebbe poi stato commemorato nelle Nonae Caprotinae.

Un’altra tradizione ritiene che la festività commemori la fuga del popolo spaventato nel giorno in cui Romolo sparì dalla terra per essere assunto tra gli Dei [Cic. Rep. I, 16, 25 in cui però la data viene confusa con le Non. Quinct; II, 10, 17; Dion. H. II, 56; Plut. Rom. XXVII, 7 – 9; Rom. XXIX, 2; Cam. XXXIII, 6 – 7; Num. II, 1; Fort. Rom. VIII; Aur. Vict. De Vir. II; Ov. Fast. II, 491 – 496; Liv. I, 16; Flor. I, 1, 16; Solin. I, 20; Hist. Aug. Comm. II, 2], l’evento sarebbe accaduto presso la Palude della Capra, il luogo dove si celebravano anche le Nonae Caprotinae [Plut. Rom. XXIX]: mentre il re stava passando in rassegna l’esercito (o stava tenendo un discorso) si scatenò una tempesta e il cielo si oscurò; quando la luce fu tornata Romolo era sparito, portato tra gli Dei ed identificato con Quirino.

Un’altra versione vuole invece che in questo giorno Romolo fosse stato ucciso, o da “nuovi cittadini” che erano stati integrati nella comunità urbana a seguito delle vittorie del re [Dion. H. II, 56], o dai senatori [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXXII], presso il Volcanal (o forse il tempio di Volcanus presso il Circo Falminio, nel Campo Martio); in questo caso, il corpo di Romolo sarebbe stato fatto a pezzi e suddiviso tra i suoi uccisori che avrebbero poi sepolto i resti nelle curiae [Plut. Rom. XXVII, 6; Num. II, 2 – 3; Dion. H. II, 56, 3 – 5], così da farlo sparire ed avvalorare il racconto della sua assunzione tra gli Dei. In seguito un uomo, chiamato Julius Proclus, raccontò che Romolo gli era apparso come Quirinus, dicendogli di annunciare al popolo la sua apoteosi.

Non va scartata l’ipotesi che esistesse un’ulteriore versione sulla morte di Romolo (vi accenna Agostino [August. C. D. III, 15], forse riferendosi ad un frammento perduto del De Republica di Cicerone) che lo voleva ucciso dalla folgore: la morte del primo re, folgorato e poi divinizzato, viene quindi contrapposta alla morte del terzo re, Tullus Hostilius, morto folgorato per la sua empietà. È anche possibile che queste due leggende siano state in qualche modo fuse dando origine alla storia del re albano Aremulius Silvius che si proclamò superiore a Giove e cercò, con dei sotterfugi, di dimostrare di poter produrre i fulmini. Per questa sua arroganza morì folgorato [Ps-Aurel. Vict. O. G. R. XVIII, 2 – 4]. Le fonti riportano vari nomi di questo re [Diod. Sic. VII, 5, 10 – 11; VII, 7, 1; Dion. H. I, 7, 1; Liv. I, 3, 9; Ov. Fast. IV, 49 – 50], tra cui anche Romylos Silvius e Romulus Silvius; sembra quindi possibile che un’antica tradizione che voleva Romolo ucciso dalla folgore, sia stata in qualche modo messa in ombra, facendola slittare su un re albano che sembra un doppio di Romolo e Tullus Hostilius.

La festa. In questo giorno il popolo usciva dalla città in processione, gridando nomi di buon augurio come Marcus, Gajus, Lucius, così come i soldati romani erano soliti chiamarsi tra loro quando dovevano formare i ranghi, dirigendosi verso Palude della Capra, nel Campo Martio, dove avvenivano dei sacrifici [Plut. Rom. XXIX, 2 – 4]. Gli autori antichi, tuttavia, situano la sparizione di Romolo in due luoghi diversi: il Campo Martio, dove si trovava anche la palus caprae ed il Volcanal che era situato nei pressi del Comitium [Dion. H. VI, 72, 2; VII, 17, 2; XI, 39, 1], dove, secondo differenti tradizioni, si trovava la tomba di Romolo [Hor. Epod. XVI, 11 – 14; Schol Porph. ad loc. cit.; Schol Ps Acron. ad loc. cit.; Fest. 177]; o quella di Faustolo [Fest. 177; Dion. H. I, 87, 2]; oppure quella di un compagno di Romolo di nome Hostius Hostilius [Liv. I, 21, 1 – 3; I, 22, 1; Dion. H. III, 1, 2 – 3]. Ora questi due siti avevano in comune il fatto di essere stati, in tempi diversi, il luogo di riunione del popolo: durante l’era monarchica, i comitia curiata si riunivano nel Comitium [Var. L. L. V, 155], allora fuori dal pomerium che cingeva il Palatino, mentre, con le riforme operate dai re etruschi e l’allargamento della cinta muraria (mura serviane) fino a comprendere l’area del Comitium, il nuovo luogo di riunione dei comitia centuriata divenne il Campo Martio, di nuovo fuori dal pomerium. In base all’analisi approfondita di questi ed altri elementi, R. D. Woodard  ha ipotizzato che i due luoghi menzionati dalle fonti, corrispondessero a rituali che si svolsero in tempi diversi: nella prima età monarchica, “il piccolo Poplifugium” vedeva l’uscita del popolo dai confini della città palatina e la sua riunione nel Comitium, mentre, dopo l’allargamento del pomerium, il “grande Poplifugium” comprendeva una processione dalla città, verso il Campo Martio. Questo dualismo renderebbe anche conto del plurale del termine Poplifugia, laddove una festa dal nome simile, il Regifugium è al singolare, e dell’incertezza degli autori antichi sulla data e la localizzazione della scomparsa di Romolo.

Secondo Agostino, in occasione dei Fugalia (Poplifugia), si svolgevano spettacoli licenziosi [August. C. D. II, 6], forse, però, l’autore si confonde con le Nonae Caprotinae.

 

III NOT. QUINCT. (5) NP

Feriae Jovi

The day was marked Poplifugia Feriae Jovi in ​​the Fasti of Amiterno and also Cassius Dio mentions that was sacred to Jupiter [Cas. Dio. XLVII, 18].

Poplifugia

It is the only festival, marked in capital letters in the epigraphic calendars, falling before the Nonae of the month and this would suggest that it was a kind of prelude to the celebrations of not. Quinct.

The form of the name refers to Regifugium of Februarius, however, while the name of the festival is in the singular, -fugium, Poplifugia is a plural, -fugia, which suggests a stampede (more people fleeing in an uncoordinated ).

Some ancient authors attributed this occurrence to Nonae Caprotinae, either by assigning a day 7, which anticipating Nonae day 5, which also led modern scholars to confuse the two celebrations, but in the epigraphic calendars [CIL I2; 222-228; 243-245; 247-249] and Varro description are quite distinct.

If you accept the idea that Quinctilis would mark the beginning of a minor cycle in the ancient Roman lunar calendar, it is also possible to assume that in this period pontifices made a kind of adjustment (necessary because of the use of months of 29 and 31 days that led to a divergence between the calendar cycle and the lunar cycle that lasted 29.5 days) to realign the nodal points of the month with the lunar phases. If we assume that, in the archaic period, Martius always began with the new moon preceding the spring equinox, keeping the alignment between Eidus and full moons would have required that those Quinctilis fell 13 days and consequently the Nonae would be the 5th day of the month, so concomitant with Poplifugia. This will resize the uniqueness of this festival, since it would fall on those who were the Nonae “astronomical”. However, because in reality, it would be possible that the full moon fell on the 13th and 15th days of Quinctilis, it seems that the Romans had laid the Eidus to 15 days to be sure they always fall after it. That being the case it was necessary to postpone the Nonae on the 7th day. Since the Nonae were announced to the people the dies festi of the month, perhaps we can see on the anniversary of the day 5 some sort of Nonae aborted, in which the people did not gather to receive the splendor of the month; in this sense, perhaps to be understood the escape of the people.

The aition. Varro describes the poplifugia

… The poplifugia (escaping the people), seems to have taken its name from the fact that on this day the people suddenly fled in a noisy confusion … some trace of the flight of this day appear in the sacrifices … [Var . L. L. VI, 18]

The pitch is very laconic and does not allow us to understand the real meaning of the holidays.

Varro refers to an escape occurred after the Gallic fire of Rome [Var. Cit.]; Plutarch, in the Life of Camillus, believes that remember the attack of the Latin people (in the text of Varro, Fidenati and Ficuleati) who laid siege to Rome after the defeat of the Gauls [Plut. Cam. XXXIII], while Macrobius claims that both the memory of the mass in the Roman army fleeing by Tuscolani [Macr. Sat. III, 2, 14]. In the events mentioned by Varro and Plutarch it is also part of the episode that would later be commemorated in Nonae Caprotinae.

Another tradition holds that the festival commemorates the flight of the people scared on the day when Romulus disappeared from the earth to be taken among the Gods [Cic. Rep. I, 16, 25 in which, however the date is not confused with. Quinct; II, 10, 17; Dion. H. II, 56; Plut. Rom. XXVII, 7-9; Rom. XXIX, 2; Cam. XXXIII, 6-7; Num. II, 1; Fort. Rom. VIII; Aur. Vict. De Vir. II; Ov. Fast. II, 491-496; Liv. I, 16; Flor. I, 1, 16; Solin. I, 20; Hist. Aug. Comm. II, 2], the event would happen at the Swamp of the Goat, the place where they also celebrated the Nonae Caprotinae [Plut. Rom. XXIX]: while the king was going through the army (or was giving a speech) broke a storm and the sky darkened; when the light was back Romulus was gone, taken between the gods and identified with Quirinus.

Another version has it that on this day instead Romulus was killed, or “new citizens” who had been integrated into the urban community as a result of the victories of the king [Dion. H. II, 56], or by Senators [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. xxxii], at the Volcanal (or perhaps the temple Volcanus Falminio at the Circus, in Campo Marzio); in this case, the body of Romulus would have been torn to pieces and divided among his killers that they then buried the remains in curiae [Plut. Rom. XXVII, 6; Num. II, 2-3; Dion. H. II, 56, 3-5], so as to make it disappear and corroborate the story of his engagement between the gods. Then a man named Julius Proclus, related that Romulus had appeared to him as Quirinus, telling him to announce to the people its apotheosis.

It should not be discarded the hypothesis that there was another version on the death of Romulus (vi mentions Augustine [August. CD III, 15], possibly referring to a lost fragment of Cicero’s De Republica) who wanted him killed by lightning: death the first king, bowled and then deified, is then contrasted with the third king’s death, Tullus Hostilius, was electrocuted by his own wickedness. It is also possible that these two legends were somehow merged, giving rise to the story of King Albano Aremulius Silvius who proclaimed himself than Jupiter and tried, with subterfuge, to demonstrate his ability to produce lightning. For his arrogance died electrocuted [Ps-Aurel. Vict. O. G. R. XVIII, 2-4]. The sources give different names of this king [Diod. Sic. VII, 5, 10 – 11; VII, 7, 1; Dion. H. I, 7, 1; Liv. I, 3, 9; Ov. Fast. IV, 49-50], including Romylos Silvius Silvius and Romulus; it thus appears that an ancient tradition that Romulus killed by lightning, has been somewhat overshadowed, making it slide on a king albano that looks like a double of Romulus and Tullus Hostilius.

The party. On this day the people out of the city in procession, shouting bode names such as Marcus, Gajus, Lucius, as well as the Roman soldiers used to call each other when they were to form the ranks, heading Swamp of Capra, in Campo Marzio, where They occurred sacrifices [Plut. Rom. XXIX, 2-4]. The ancient authors, however, situate the disappearance of Romulus in two different places: the Campo Marzio, where there was also the palus caprae and Volcanal which was located near the Comitium [Dion. H. VI, 72, 2; VII, 17, 2; XI, 39, 1], where, according to different traditions, was the tomb of Romulus [Hor. EPOD. XVI, 11-14; Schol Porph. ad loc. cit .; Schol Ps Acron. ad loc. cit .; Fest. 177]; or that of Faustolo [Fest. 177; Dion. H., 87, 2]; or that of a fellow named Romulus Hostius Hostilius [Liv. I, 21, 1 – 3; I, 22, 1; Dion. H. III, 1, 2 – 3]. Now these two sites had in common the fact that they were, at different times, the meeting place of the people: during the monarchical age, the comitia curiata gathered in the Comitium [Var. LL V, 155], then, outside the pomerium that surrounded the Palatine, while, with the reforms made by the Etruscan kings and the enlargement of the walls (Servian walls) to include the area of ​​the Comitium, the new venue for comitia centuriata became the Martio Campo, back out of the pomerium. Based on the analysis depth of these and other elements, RD Woodard has suggested that the two places mentioned by the sources, correspond to rituals that took place at different times: in the first monarchical age, “the little Poplifugium” saw the release of the people from the confines of the palatine city and its meeting in the Comitium, and, after the enlargement of the pomerium, the “big Poplifugium” included a procession from the town, towards the Campo Marzio. This dualism also would realize the plural of the term poplifugia, where a party with a similar name, regifugium is in the singular, and the uncertainty of the ancient authors on the date and location of Romulus disappeared.

According to Augustine, on the occasion of Fugalia (poplifugia), they were held licentious performances [August. C. D. II, 6], perhaps, however, the author is confused with Nonae Caprotinae.

 

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Antoninus Pius. 138-161 AD. Aureus, 7.30g. (h). Rome, 140-4 AD. Obv: ANTONINVS – AVG PIVS P P Bust laureate, draped right, seen from side. Rx: TR – POT – COS III Emperor as Romulus advancing right in military dress, holding spear with points at both ends and trophy over shoulder. BM 238. Strack 71 (this bust variety in BM, Paris, Berlin, Milan). Calico 1650 (this coin). Cohen 909 (Paris, 50 Fr.). RIC 90.

II KAL. QUINCT. (29) F

Herculi Musarum

Un tempio dedicato a Ercole e alle Muse [Ov. Fast. VI, 797; Mart. IV, 49, 13] fu eretto da M. Fulvius Nobilior dopo la cattura di Ambracia nel 189 aev (probabilmente dopo il suo trionfo nel 187 aev.). Le fonti raccontano che Fulvius costruì questo tempio perché apprese in Grecia che Ercole era musagete [Eumen. pro rest. Schol. VII, 8 (c. 297 A.D.); Cic. pro Arch. 27). E vi depose una copia dei Fasti con le sue annotazioni (forse fu la prima opera di questo tipo) [Macr. Sat. I, 12, 16; Var. L. L. VI, 33) e le statue delle nove Muse e di Ercole che suonava la lira da Ambracia [Plin. Nat. Hist. XXXV, 66; Ov. Fast. VI, 812; A. A. III, 168); vi pose anche un altare di bronzo dedicato alle Muse e, si diceva, risalente ai tempi di Numa che fu nel tempio di Honos et Virtus [Serv. Aen. I, 8]. Le statue di Ercole e delle Muse furono rappresentate su denarii di Q. Pomponius Musa, nel 64 aev. [Babelon II, 361; Cohen, Med. Cons. 266, pl. 34, 4; BM. Rep. I, 441, 3602-3632]. Nel 29 aev. L. Marcius Philippus restaurò il tempio costruendo un portico, il porticus philippi, [Suet. Aug. XXIX].

 

Herculi Musarum

A temple dedicated to Hercules and the Muses (Figure 99) [Ov. Fast. VI, 797; Mart. IV, 49, 13] was erected by M. Fulvius Nobilior after the capture of Ambracia in 189 BCE (probably after his triumph in 187 BCE.). The sources say that Fulvius built this temple because it learned in Greece that Hercules was musagete [Eumen. pro rest. Schol. VII, 8 (c. A.D. 297); Cic. pro Arch. 27). And he placed a copy of the Fasti with his notes (perhaps it was the first work of this type) [MACR. Sat. I, 12, 16; Var. L. L. VI, 33) and the statues of the nine Muses and Hercules playing the lyre from Ambracia [Plin. Nat. Hist. XXXV, 66; Ov. Fast. VI, 812; A. A. III, 168); He also placed a bronze altar dedicated to the Muses, and, it was said, dates back to the times of Numa who was in the temple of Honos et Virtus [Serv. Aen. I, 8]. The statues of Hercules and the Muses were represented on denarii of Q. Pomponius Musa, in 64 BCE. [Babelon II, 361; Cohen, Med. Cons. 266, pl. 34, 4; BM. Rep. I, 441, 3602-3632]. In 29 BCE. L. Marcius Philippus restored the temple building a porch, the porticus philippi, [Suet. Aug. XXIX].

 

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Q.Pomponius Musa, Pomponia, Rome, 66 BC (RRC) 67 BC (BMCRR), Denarius , AR, gr. 4,0, mm 19. Laureated head of Apollo r.; behind, Q. POMPONI, before, MVSA. Rv. Hercules r., wearing lion-skin and playing lyra; before, club; on r. HERCVLES, on l. MVSARVM. RRC 410/1; BMCRR Rome 3602; B. Pomponia 8, Sydenham 810; Catalli 2001, 585.

IV KAL. QUINCT. (27) C

Laribus in Summa Sacra Via

Le fonti romane parlano di un tempio dedicato ai Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], costruito sul sito su cui sorgeva la dimora di Anco Marcio [Solin. I, 23], il cui dies natalis cadeva il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 791; ILLRP 9], anche se non sappiamo in che anno fu costruito, è molto probabile che risalisse all’inizio del III sec aev. La sua localizzazione è incerta, ma sembra che si trovasse nella parte più alta della Sacra Via, nei pressi dell’arco di Tito o del compitum acilii, nella sella tra Palatino e Velia; secondo Plinio e Cicerone era situato nel recinto del fanum di Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Fu restaurato da Augusto che lo ridedicò nel suo dies natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacito lo nomina tra i punti di riferimento che usa per descrivere la linea del Pomerium romuleo [Tac. Ann. XII, 24]: i vertici del quadrilatero sarebbero stati: “magna Herculis ara, ara Consi, curiae veteres, sacellum Larum”. Non è chiara che relazione ci fosse tra questo tempio e quello dei Lares Praestites (vedi Majus), né se in realtà Tacito si riferisse a quest’ultimo anziché a quello sulla Sacra Via.

Non abbiamo citazioni di questo tempio dopo il periodo di Augusto, il che ha fatto pensare che fosse stato demolito per permettere la costruzione del tempio di Venus e Roma.

 

Iovi Statori

Secondo la tradizione  fu votato da Romolo in un momento critico della guerra contro i Sabini, quando i Romani erano stati respinti attraverso la valle del Foro e si stavano ritirando verso la porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. Secondo Livio non si trattava di un edificio sacro, bensì di un fanum, un templum, cioè un luogo sacro delimitato e consacrato (effatus). Il tempio vero e proprio sarebbe stato votato nel 294 aev. dal console Attilius Regolus durante la battaglia di Luceria contro i Sanniti e costruito poco dopo [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15 – 16].  Per le fonti romane, si trovava sul Palatino poco al di fuori dell’insediamento romuleo, tra la Porta Mugonia e la summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. Iret 24. in Palatii radice; ante Palatini ora iugi, Ov.; ad veterem portam Palatii, Liv.; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. I cataloghi regionali lo collocano nella Regio IV.

 

Laribus in Summa Sacra Via

The Roman sources speak of a temple dedicated to the Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], built on the site where once stood the home of Anco Marcio [Solin. I, 23], whose dies natalis fell 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-791; ILLRP 9], although we do not know what year it was built, it is very likely that dated back to the early third century BCE. Its location is uncertain, but it appears that he was in the highest part of the Sacred Way, near the Arch of Titus or compitum Acilii, in the saddle between the Palatine and Velia; according to Pliny and Cicero it was located in the compound of fanum of Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Was restored by Augustus who rededicated in his Dies Natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacitus named him among the landmarks that used to describe the Pomerium Romulus line [Tac. Ann. XII, 24]: the vertices of the quadrangle would be: “magna Herculis ara, ara Coun, curiae veteres, sacellum Larum”. It is not clear what relationship there was between this temple and that of Lares Praestites (see majus), or if in fact Tacitus was referring to him rather than to the one on the Via Sacra.

We have quotes from this temple after the period of Augustus, who did think it was demolished to allow the construction of the Temple of Venus and Rome.

 

Iovi Statori

According to tradition it was voted by Romulus at a critical time of the war against the Sabines, when the Romans were rejected through the valley of the Forum and were retreating toward the Mugonia Door [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. According to Livy it was not a sacred building, but a fanum, a templum, a simple sacred place delimited and consecrated (effatus). The real temple would be voted in 294 BCE. by Attilius console Regolus during the battle of Luceria against the Samnites and built shortly after [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15-16]. For Roman sources, he was on the Palatine just outside Romulus settlement between the Porta Mugonia and summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. 24. Iret in Palatii root; Palatine ante now iugi, Ov .; to veterem portam Palatii, Liv .; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. Regional catalogs place it in the Regio IV.

 

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GORDIAN III (238-244). Denarius. Rome. Obv: IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG. Laureate, draped and cuirassed bust right. Rev: IOVIS STATOR. Jupiter standing facing, head right, with sceptre and thunderbolt. RIC 112.

VII KAL. QUINCT. (24) C

Forti Fortunae trans Tiberim extra urbem

I calendari epigrafici menzionano due templi dedicati a Fors Fortuna, entrambi oltre il Tevere (trans Tiberim), uno al primo miglio della via Portuensis, l’altro al VI miglio, vicino al bosco di Dea Dia [CIL I² 243, 211, 320], entrambi dedicati il 24° Jun. La tradizione fa risalire la costruzione del più antico tempio dedicato a questa divinità a Servio Tullio [Dion. H. IV, 27, 7; Plut. Fort. Rom. V benchè Plutarco attribuisca la costruzione ad Anco Marcio; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 781 – 84]: anche se non vi sono certezze, gli studiosi ritengono che si trattasse di quello al primo miglio. Il secondo tempio sarebbe stato costruito dal console Sp. Carvilio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 14] con una parte del bottino della vittoriosa guerra contro Etruschi e Sanniti. Un terzo tempio fu dedicato da Tiberio nei giardini che Cesare aveva donato al popolo [Tac. Ann. II, 41; Plut. Fort. Rom. V]. È possibile che in tempi antichi la Dea fosse onorata in un luogo sacro all’aperto, ancor prima della costruzione del tempio, poichè alcune fonti parlano di un fanum Fortis Fortunae, anzichè di un aedes.

In questo giorno, chiamato dies Fortis Fortunae [Var. L. L. VI, 17], si svolgeva una festa gioiosa, celebrata da tutti i Romani, ma soprattutto da plebei e schiavi [Ov. Fast. VI, 781 – 84; Donat. Ad Ter. Phorm. 841]: la gente si recava, a piedi o in barca, in pellegrinaggio al tempio, lì si svolgevano probabilmente giochi nautici tra battelli inghirlandati e banchetti e quindi i partecipanti ritornavano a Roma [Ov. Fast. VI, 775 – 84]. Cicerone cita una festa chiamata Tiberina Descensio, caratterizzata da grande allegria, che dovrebbe essere un altro nome di quella di Fors Fortuna [Cic. Fin. V, 70].

Il termine fors (usato soprattutto come avverbio, forte), in latino classico, ha il significato di caso, evento fortuito [Cic. Leg. II, 11, 28; Div. II, 15; Non. 425, 6] oppure di evento casuale e fausto, buona fortuna [Donat ad Ter. Phor. V, 6, 1; Hec. III, 3, 26; Var. R. R. I, 1, 6]. Dal punto di vista iconografico, abbiamo solo immagini di età imperiale in cui è rappresentata col globo del comando nella mano sinistra e la cornucopia nella destra26, a volte accompagnata da una ruota, mentre da Livio apprendiamo che la statua della Dea portava una corona sormontata da un signum [Liv. XXVII, 11, 3].

Un’etimologia proposta nel XIX secolo da Max Müller fa derivare fors e fortuna dalla radice indoeuropea *bher-, la stessa di fero, per cui Fors Fortuna, sarebbe la Dea “che porta” o “porta via” (il che può essere ricollegato al solstizio estivo come in cui le anime discendono dal mondo sovralunare nella sfera terrena)

Gli studiosi hanno variamente interpretato Fors Fortuna: divinità legata ai raccolti, invocata per garantirne l’abbondanza (interpretazione basata soprattutto su un passo di Columella [Col. Agr. X, 311 – 317] e uno delle Satire Menippee di Varrone, trasmesso da Gellio [Gel XIII, 23, 4] che associa Fortuna a Cerere), o per ringraziare di averli protetti dai capricci delle stagioni; oppure divinità solare connessa al solstizio d’estate (dato che la sua festa si celebrava nel giorno in cui, secondo Plinio [Plin. Nat. Hist. XVIII, 256; Isid. Orig. V, 34; Cal. Phil. CIL I2, 266], cadeva il solstizio), senza però arrivare a conclusioni esaustive.

 

VII KAL. QUINCT.  (24) C

Forti Fortunae trans Tiberim extra urbem

The epigraphic calendars mention two temples dedicated to Fors Fortuna, both across the Tiber (trans Tiberim), one on the first mile of the Portuensis, the other to the sixth mile, near the Goddess Dia forest [CIL I² 243, 211, 320] , both dedicated 24 Jun °. Tradition dates the construction of the ancient temple dedicated to this deity to Servio Tullio [Dion. H. IV, 27, 7; Plut. Fort. Rom. V though Plutarch attribute the construction to Anco Marcio; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 781-84]: even if there are no certainties, scholars believe that this was what the first mile. The second temple would be built by the consul Sp. Carvilius in 293 BCE. [Liv. X, 46, 14] with a share of the spoils of the victorious war against the Etruscans and Samnites. A third temple was dedicated by Tiberius in the gardens that Caesar had given to the people [Tac. Ann. II, 41; Plut. Fort. Rom. V]. It is possible that in ancient times the goddess was honored in a sacred place outdoors, even before the temple was built, as some sources speak of a fanum Fortis Fortunae, instead of an aedes.

On this day, called dies Fortis Fortunae [Var. L. L. VI, 17], was held a joyous festival, celebrated by all the Romans, but mainly by commoners and slaves [Ov. Fast. VI, 781-84; Donat. For Ter. Phorm. 841]: the people went on foot or by boat, on a pilgrimage to the temple, there is probably held nautical games between garlanded boats and banqueting facilities, the participants returned to Rome [Ov. Fast. VI, 775-84]. Cicero quotes a festival called Tiberina Descensio, characterized by great joy, which should be a different name than that of Fors Fortuna [Cic. Fin. V, 70].

The term fors (mostly used as an adverb, strong), in classical Latin, has the meaning of the event, fortuitous event [Cic. Leg. II, 11, 28; Div. II, 15; No. 425, 6] or random event and auspicious, good luck [Donat to Ter. Phor. V, 6, 1; Hec. III, 3, 26; Var. R. R. I, 1, 6]. From the point of view of iconography, we only have pictures of the imperial age in which it is represented with a globe of the command in the left hand and a cornucopia in destra26, sometimes accompanied by a wheel, while Livio learn that the statue of the Goddess wore a crown topped by a signum [Liv. XXVII, 11, 3].

Etymology proposed in the nineteenth century by Max Müller derives fors and fortune from the Indo-European root * bher-, the same fierce, so Fors Fortuna, the Goddess would be “leading” or “take away” (which can be reconnected at the summer solstice as where the souls descend from sovralunare world in the earthly sphere)

Scholars have variously interpreted Fors Fortuna: deities linked to the crops, relied upon to ensure the abundance (interpretation based mainly on a step by Columella [Col. Agr. X, 311-317] and one of the Satires Menippee Varro, transmitted by Gellius [XIII Gel, 23, 4] that associates Fortuna Ceres), or to thank them protected from the vagaries of the seasons; or solar deity linked to the summer solstice (since his feast is celebrated on the day when, according to Pliny [Plin. Nat. Hist. XVIII, 256; ISID. Orig. V, 34; Cal. Phil. CIL I2, 266], he fell the solstice), but did not get to exhaustive conclusions.

 

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CARACALLA, autumn 197(?)–April 8, 217. Sestertius, Rome 211, Æ 24.17 g. Obv. M AVREL ANTONINVS – PIVS AVG BRIT His laureate bust right, paludamentum on left shoulder; border of dots. Rev. FORT RED P M TR P XIIII COS III P P / S C Fortuna seated left, holding rudder in right hand and cornucopia in left; under seat, wheel; border of dots. Literature Cohen – cf. 85 (paludamentum missing) BMC RE V, 425, 31 RIC IV/1, 290, 479b Banti 17