XIV KAL. NOV. (19) NP

ARMILUSTRIUM

In questo giorno avveniva la purificazione delle armi da parte dei salii [Polyb. XXI, 10, 12; Liv. XXXVII, 33, 7] in un luogo chiamato Armilustrium, situato sul colle Aventino [CIL VI, 802; 975], dove, secondo la tradizione fu sepolto Tito Tazio [Plut. Rom. 23]. Questa cerimonia faceva parte dei riti di chiusura della stagione bellica di lunga durata (Martius – September) che già in età monarchica aveva sostituito quella più breve, della durata di soli due mesi, che si chiudeva in Majus.

I salii danzavano armati degli ancilia attorno alle armi, al suono delle trombe [Var. L. L. VI, 22; Fest. 19; Lyd. IV, 34] e le armi erano così purificate per essere riposte. Poichè questa ricorrenza segnava il passaggio dal periodo delle campagne militari al tempo di pace, è probabile che il rito non fosse officiato dai salii palatini, ma dai salii agonales, sacerdoti di Quirinus, la divinità che permetteva il passaggio dallo stato di guerra a quello di pace. Questo collegio fu istituito, secondo la tradizione, da Tullo Ostillo in adempimento ad un voto pronunciato in battaglia [Dion. H. III, 32], affinchè la guerra si concludesse in fretta: la loro azione permetteva di smobilitare l’esercito e di riporre le armi fino al mese di Martius successivo (arma condita).

La tradizione riportata da Plutarco, Dionigi di Alicarnasso e Verrio Flacco, vuole che alcuni parenti di Tito Tatio uccisero degli ambasciatori lavinati che si recavano a Roma per rubare le loro ricchezze. Mentre Romolo era intenzionato a punire i colpevoli, Tatio esitava, per questo, mentre si trovava con Romolo nella città di Lavinio per compiere dei sacrifici, fu ucciso dai parenti delle vittime proprio durante il rito sacro. Romolo decise di non punire né gli assassini degli ambasciatori, né quelli del re sabino, ritenendo che il primo omicidio era stato espiato dal secondo, ma questa decisione causò pestilenze, morti e gravi prodigi in entrambe le città. Il re allora punì entrambi i gruppi di assassini e si procedette alla purificazione di tutt’e due le città [Plut. Rom. XXIII, 1 – 2; Dion. H. II, 51, 1 – 5; Liv. I, 14, 1 – 3; Fest. 360 seg.].

Tito Tazio fu seppellito sul colle Aventino, in un luogo chiamato Loretum, o Lauretum, per via di un bosco di allori che vi si trovava [Fest. 360 seg.; Var. L. L. V, 32; 152]. Questo sito doveva trovarsi nei pressi dell’Armilustrum, uno spiazzo aperto nell’angolo nord-ovest del colle che probabilmente, in epoca arcaica, accoglieva i soldati di ritorno dalle campagne militari, finchè non erano stati compiuti gli adeguati riti purificatori. Fino ad allora, essi erano impiati [Apul. Met. I, 18; III, 3; Min. Fel. XXV, 6], ossia ancora contaminati dalle stragi compiute e dalle devastazioni delle guerre. Sappiamo che sulla sepoltura di Tazio venivano compiute annualmente pubbliche libagioni [Dion. H. II, 52, 5], il che fa pensare che si trattasse della sede di un culto eroico connesso con l’ambito militare degli juvenes (tale sito non era lontano dai templi di Minerva e Liber, divinità che, in età arcaica, presiedevano all’ingresso dei giovani, nel corpo civico e quindi nell’esercito). La presenza di alberi di alloro rafforza una tale ipotesi, sappiamo, infatti che a tale albero si attribuiva una forte valenza purificatoria e che suffumigi fatti con le sue foglie erano usati per purificare i soldati dal sangue dei nemici uccisi, prima del loro rientro in Roma [Masur. Sab. Fr 19H apud Plin. Nat. Hist. XV, 30, 40]; proprio tale usanza avrebbe condotto all’uso dell’alloro durante le cerimonie del trionfo.

È possibile che la connessione tra il culto di Tatio e il luogo deputato alle purificazioni fosse dovuto proprio al carattere particolare della sua morte e alla sua sepoltura, avvenuta, senza espiazione e purificazione: i terribili prodigi che seguirono, dovevano essere da monito per i combattenti di ritorno dalle guerre, affinchè non trascurassero le purificazioni prescritte.

La lustratio compiuta in questo giorno, che comportava una danza in cerchio dei sacerdoti armati e il suono delle trombe, aveva lo scopo di allontanare i lemures dei nemici uccisi, tenendoli al di fuori del pomerium e di espiare il sangue versato dai combattenti romani, affinché, da impiati, divenissero piati, purificati e potessero far ritorno a Roma, senza portare con loro alcuna contaminazione che sarebbe potuta ricadere sull’intera comunità.

 

ARMILUSTRIUM

On this day cleansing he took the weapons from the ascended [Polyb. XXI, 10, 12; Liv. XXXVII, 33, 7] in a place called armilustrium, located on the Aventine Hill [CIL VI, 802; 975], where, according to tradition was buried Tito Tazio [Plut. Rom. 23]. This ceremony was part of the closing ceremonies of the war long season (Martius – September) that already in the monarchical age had replaced the shortest, lasting only two months, which was closed in majus.

Armed danced climbed the ancilia around the arms, the trumpets, [Var. L. L. VI, 22; Fest. 19; Lyd. IV, 34] and the weapons were so purified to be pinned. Since this event marked the transition from the period of military campaigns in times of peace, it is likely that the rite was not officiated by palatine went up, but went up by Agonales, priests of Quirinus, the divinity that allowed the passage from the state of war to that of peace. This college was founded, according to tradition, by Tullo Ostillo in fulfillment of a vow in battle [Dion. H. III, 32], so that the war would end quickly: their action allowed to demobilize the army and storing weapons until the end of next Martius (seasoned weapon).

The tradition reported by Plutarch, Dionysius of Halicarnassus and Verrius Flaccus, wants that some relatives of the killed TitoTatio lavinati ambassadors who came to Rome to steal their wealth. While Romulus was intenzioinato to punish the guilty, Tatio hesitated, for this, while he was with Romulus in the city of Lavinio to make sacrifices, she was killed by the relatives of their victims during the holy rite. Romulus decided not to punish the murderers nor the ambassadors, nor those of the Sabine king, believing that the first murder had been expiated by the second, but this decision caused plagues, deaths and serious prodici in both cities. The king then punished both groups of killers and they proceeded to the purification of both cities [Plut. Rom. XXIII, 1-2; Dion. H. II, 51, 1 – 5; Liv. I, 14, 1 – 3; Fest. 360 et seq.].

Tito Tazio was buried on the Aventine hill, in a place called Loretum, or Lauretum, because a forest of laurels that were in [Fest. 360 seq .; Var. L. L. V, 32; 152]. This site should be near dell’Armilustrum, an open space in the northwest corner of the hill which probably, in ancient times, welcomed the soldiers returning from military campaigns, as long as they were not the appropriate purification rites were performed. Until then, they were impiati [Apul. Met. I, 18; III, 3; Min. Fel. XXV, 6], which is still contaminated and the massacres carried out by the ravages of war. We know that the burial of Tazio were made public annually libations [Dion. H. II, 52, 5], which suggests that it was the site of a heroic cult connected with the military of the Juvenes (this site was not far from the temples of Minerva and Liber, divinity, in the Archaic period, presiedevado the entrance of young people in the civic body and then in the army). The presence of laurel trees strengthens such a case, sappimo fact that this tree was credited with a strong purifying value and that fumigations made with its leaves were used to purify the blood of soldiers killed enemies, before they return to Rome [Masur. Sat. Fr 19H apud Plin. Nat. Hist. XV, 30, 40]; precisely this practice would lead to the use laurel in ceremony of triumph.

It is possible that the connection between the cult of Tatio and the purification appointed place was due precisely to the particular nature of his death and his burial, which took place without atonement and purification: the terrible wonders that followed, had to be a warning to the fighters return from the wars, lest neglect the prescribed purifications.

The lustratio accomplished on this day, which included a dance in a circle of armed priests and the sound of trumpets, was intended to ward off lemures of slain enemies, keeping them outside the pomerium and atone for the blood shed by the Roman soldiers, so that from Systems, tools would become piati, purified and could return to Rome without bringing with them any contamination that could be cast on the entire community.

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Augustus AR Denarius. P. Licinius Stolo, moneyer. Rome, 17 BC. AVGVSTVS TR•POT, bare head right / P•STOLO III•VIR, Apex Flaminis between two ancilia. RIC 343; BMC 74; C. 438. 3.99g, 19mm, 7h.

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Reciprocità nella religione romana

C’è chi afferma che il rapporto tra l’uomo romano si basasse sul principio del do ut des, nella realtà, una tale affermazione potrebbe essere riferita votum, che era un caso speciale di sacrificio (per altro non limitato alla religione romana), tuttavia tale enunciazione non è corretta.

La formula romana era sempre espressa con un periodo ipotetico nel quale la protasi stabiliva una serie di condizioni, nelle quali l’azione divina era solitamente sottintesa e un intervallo temporale entro il quale le condizioni dovevano avverarsi. Se questo fosse successo, nella apodosi, veniva promessa una controparte.

Mentre do ut des presuppone una causalità che ha come motore l’uomo (do qualcosa così da creare una sorta di obbligo nel divino), la formula romana è l’opposto: gli Dei sono del tutto liberi, in molti casi non viene nemmeno richiesto un loro intervento esplicito, ma si enuncia solo le condizioni che dovevano essere soddisfatte. Solo se queste condizioni si realizzano e solo successivamente, è l’uomo ad essere in debito, ad essere voti reus e ad avere l’obbligo di fare quanto promesso, l’obbligo è sempre dalla parte dell’uomo, la libertà sempre dalla parte degli Dei.

Un caso a parte era invece la devotio, nella quale si aveva realmente un meccanismo di do ut des, ma anche qui abbiamo un esempio (la devotio del primo dei Decii), nel quale gli Dei realizzarono quanto richiesto, pur rigettando l’offerta, altro segno della suprema libertà Loro propria

EID. OCT. (15) NP

October Equus

Sull’October Equus abbiamo poche informazioni che ci arrivano solo dallo storico greco Timeo, citato da Polibio, da alcune glosse di Festo e da un delle Questioni Romane di Plutarco.

Alle Eid. Oct. si svolgeva una corsa tra carri [Plut. Q. R. 97], bighe o trighe, il cavallo a destra del carro vincitore, chiamato October Equus [Fest. 178 – 179], era poi coronato di pani e sacrificato a Mars nel Campo Martio [Plut. Cit. Fest. Cit; 220; Polyb. XII, 4b, 1] dai pontefici e dal flamen martialis [Cas. Dio. XLIII, 24, 4] che lo uccideva trafiggendolo con una lancia presso l’ara Martis. Questo tipo di uccisione è insolita nella ritualistica romana, ma potrebbe essere stata dettata dal divieto di toccare i cavalli che avevano i flamines [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 146]. La testa dell’animale era contesa tra gli abitanti della Suburra e quelli della Via Sacra: se l’avessero ottenuta i primi, l’avrebbero affissa sulla Torre Mamilia, i secondi alla Regia. Dopo l’immolazione e l’uccisione, la coda dell’animale era rapidamente portata alla Regia, dove il sangue era fatto colare sul focolare [Fest. Cit.]. Con questo sangue le vestali preparavano il suffimentum usato nei Palillia [Ov. Fast. IV, 732].

Il cavallo non è una vittima usuale nei sacrifici romani, infatti questo è l’unico caso in cui compare.

 

October Equus

we have little information we receive only from the historic greek Timaeus, quoted by Polybius, some glosses Festo and a Roman Issues of Plutarch.

The Eid. Oct. took place a race between wagons [Plut. QR 97], or trighe chariot, the horse to the right wagon winner, called October Equus [Fest. 178-179], was then crowned with loaves and sacrificed to Mars in the Campo Marzio [Plut. Cit. Fest. Cit; 220; Polyb. XII, 4b, 1] by the popes and the flamen martialis [Cas. Dio. XLIII, 24, 4] who killed him by stabbing him with a spear at the altar Martis. This kind of killing is unusual in the Roman ritual, but may have been dictated by the prohibition to touch the horses who had flamines [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 146]. The animal’s head was disputed between the inhabitants of the Suburra and those of the Sacred Way: if they had obtained the first, would have affixed to the Turris Mamilia, the seconds to the Royal. After the immolation and killing, the tail of the animal was quickly brought to the Royal, where the blood was poured on the stove [Fest. Cit.]. With this blood the vestal virgins used in preparing the suffimentum for Palillia [Ov. Fast. IV, 732].

The horse is not a victim in the usual sacrifices Romans, in fact this is the only case in which it appears.

 

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Drachm circa 241-235, AR 3.24 g. Helmeted head of Mars r. Rev. Horse’s head r.; behind, sickle; below, ROMA. Sydenham 25. RBW 39. Crawford 25/2. Historia Numorum Italy 298.

PRID. OCT. (14) EN

Penatibus in Velia

Un tempio dedicato ai Penati era situate sul Velia, tradizionalmente sul sito che era stato occupato dalla casa del 3° re di Roma, Tullo Ostillo [Var. apud Non. 531; Solin. I, 22; Donat. ad Ter. Eun. 256], non lontano dal Foro, su una strada che conduceva alle Carinae [Dion. H. I, 68, 1], il tempio era probabilmente raggiungibile tramite una scala, come lascia intendere la citazione da parte di Varrone di scalae deum Penatium [Var. apud Donat. Cit.]. Non ci sono informazioni sulla sua costruzione, ma è menzionato nella lista dei sacella Argeorum [Var. L. L. V, 54] e, in base a Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. Cit.] si pensa che la sua fondazione sia avvenuta poco prima della Prima Guerra Punica.

Nel 167 aev. fu colpito da un fulmine [Liv. XLV, 16, 5] e nel 165 aev è annoverato tra I prodigi l’aprirsi delle sue porte in piena note [Obseq. XIII]. Fu restaurato da Augusto.

Al suo interno si trovava un’antica statua dei Penati come Dioscuri seduti e armati [Dion. H. Cit.], identificazione che si trova anche su monete di M. Fonteius del 104 aev [Babelon, Monnaies I, 503, No. 8], C. Sulpicius, del 94 aev [Babelon, Monnaies II, 471, No. 1] e C. Antius Restio del 49-45 [Babelon, Monnaies I, 155, No. 2]. Un tempio dedicato ai Penati è forse rappresentato su uno dei rilievi dell’Ara Pacis Augustae.

Si crede che l’edifici sacro fu abbattuto sotto Vespasiano per la costruzione del Forum Pacis, oppure che avesse occupato l’area del cosiddetto “templum Romuli”, ma la teoria più accreditata è che l’edificio rettangolare che forma la parte principale della chiesa dei SS. Cosma e Damiano sia il muro perimetrale del tempio dei Penati così, come fu restaurato da Augusto, che si troverebbe quindi al di sotto dell’edificio cristiano.

Il muro posteriore in mattoni su cui si trovava la forma Urbis, risale all’epoca di Settimio Severo, mentre la rotonda, a quella di Massenzio.

La data del 14° Oct. potrebbe riferirsi ad un restauro piuttosto che alla prima dedica.

Penatibus in Velia

A temple dedicated to the household gods was located on the Velia, traditionally on the site that had been occupied by the home of the 3rd king of Rome, Tullus Ostillus [Var. apud No. 531; Solin. I, 22; Donat. to Ter. It’s a. 256], not far from the Forum, on a road leading to Carinae [Dion. H., 68, 1], the temple was probably reached by a staircase, as suggested by the quotation from Varro of scalae Deum Penatium [Var. apud Donat. Cit.]. There is no information about its construction, but it is mentioned in the list of Sacella Argeorum [Var. LL V, 54] and, according to Dionysius of Halicarnassus [Dion. H. Cit.] I think that his foundation has taken place shortly before the First Punic War.

In 167 BCE. He was struck by lightning [Liv. XLV, 16, 5] and in 165 BCE is counted among the wonders of the open its doors in the middle notes [Obseq. XIII]. It was restored by Augustus.

Inside was an ancient statue of sitting Penati as Castor and armed [Dion. H. Cit.], Identification that is also found on coins of M. Fonteius of 104 BCE [Babelon, Monnaies I, 503, No. 8], C. Sulpicius, 94 BCE [Babelon, Monnaies II, 471, No. 1] and C. Antius Restio of 49-45 [Babelon, Monnaies I, 155, No. 2]. A temple dedicated to Penati is perhaps represented on one of the reliefs of the Ara Pacis Augustae.

It is believed that the sacred buildings was demolished under Vespasian for the construction of the Forum Pacis, or who had occupied the area of the so-called “templum Romuli”, but the most popular theory is that the rectangular building that forms the main part of the church SS. Cosmas and Damian is the perimeter wall of the Temple of Penati so, as it was restored by Augustus, who would then be below the Christian building.

The back wall of bricks in the shape it was in Urbis, dates back to Septimius Severus, while the round, that of Maxentius.

The date of the 14th Oct. might refer to a restoration rather than at the first dedication.

 

Picture

  1. Sulpicius Galba. Denarius serratus, 106. AR 3.88 g. D.P.-P. Jugate, laureate heads of Dei Penates l. Rev. C. SVLPICI. C. F. Two male figures standing facing each other, each holding spear in l. hand and with r. hand pointing at sow which lies between them; above, control mark D. Cr. 312/1. Syd. 572. Seaby Sulpicia 1.

III EID. OCT. (13) NP

FONTINALIA

Questo giorno era la festa propria al Dio Fons, numen fontis [CIL VI, 151; 152], numen acquae [Juv. III, 19]. Secondo la tradizione riportata da Arnobio, Egli era figlio di Janus e Juturna [Arnob. Adv. Nat. III, 29]; in suo onore si gettavano ghirlande nelle fonti e si restauravano i muri dei pozzi [Var. L. L. VI, 23]. Un passo di Orazio [Hor. Car. III, 13] si riferisce forse a questa festa (o ai Neptunalia di Quinctilis): venivano gettate corone in fiumi, fonti e corsi d’acqua, e vi si versavano anche libagioni di vino. L’ode parla anche del sacrificio di un capretto il cui sangue sarebbe stato libato nell’acqua.

A Roma esisteva un Delubrum Fontis, un tempio dedicato nel 231 aev da Cn. Papirio Maso [Cic. Nat. Deor. III, 52] che, probabilmente si trovava fuori dalla Porta Fontinalis [CIL VI, 32493; Fest. 85]. Esisteva anche un’Ara Fontis sul Gianicolo [Cic. Leg. II, 56], il colle sacro a Janus, su cui, secondo la tradizione, sarebbe esistita l’antica città da Lui governata.

Fonti extra Portam Fontinalem

Il tempio fu votato da C. Papirius Maso nel 231 aev in seguito alla miracolosa scoperta di una fonte tra le montagne della Corsica, che salvò la sua campagna militare. Da lui dedicato nello stesso anno, la sua costruzione fu finanziata col bottino raccolto [Cic. Nat. Deor. III, 52; Zon. VIII, 18, 14]. L’edificio, definito delubrum, si trovava all’esterno della Porta Fontinalis nella parte meridionale del Campo Martio[CIL VI, 32493].

 

FONTINALIA

This day was the feast proper to God Fons, numen fontis [CIL VI, 151; 152], numen acquae [Juv. III, 19]. According to the tradition reported by Arnobius, he was the son of Janus and Juturna [Arnob. Adv. Nat. III, 29]; wreaths were thrown in the sources his honor and the wells’ walls were restored [Var. L. L. VI, 23]. A step of Horace [Hor. Car. III, 13] probably refers to this day (or Neptunalia of Quinctilis): crowns were thrown in rivers, springs and streams, and libations of wine were poured. The ode also speaks of the sacrifice of a goat whose blood was quaffed water.

In Rome there was a delubrum Fontis, a temple in built 231 BCE by Cn. Papirius Maso [CIC. Nat. Deor. III, 52] that probably stood outside the door Fontinalis [CIL VI 32493; Fest. 85]. There was also an altar Fontis on the Janiculum [CIC. Leg. II, 56], the hill sacred to Janus, which, according to tradition, would have prevailed in the ancient city governed by Him.

Fonti extra Portam Fontinalem

The temple was voted by C. Papirius Maso in 231 BCE after the miraculous discovery of a source in the mountains of Corsica, who saved his campaign. He dedicated the same year, its construction was financed with the loot collected [CIC. Nat. Deor. III, 52; Zon. VIII, 18, 14]. The building, called delubrum, was outside the Porta Fontinalis in the southern part of the Campo Marzio [CIL VI 32493].

 

Picture

  1. Fonteius. 114-113 BC. AR Denarius (21mm – 3.89 g). Rome mint. Laureate, janiform head of Fons or Fontus; I before / Quinquereme left with three rowers and gubernator at stern. Crawford 290/1; Sydenham 555; Fonteia 1

V EID. OCT. (11) NP

MEDITRINALIA

Feriae Jovis

Questo giorno era consacrato alla Dea Meditrina, di cui non ci resta alcuna informazione a parte una citazione nel lemma corrispondente di Festo [Fest. 123] e segnava la fine del periodo della vendemmia.

Secondo Varrone, il nome della festa derivava da medeor, la struttura della parola *meditrina, ne farebbe la designazione del luogo ove si compiva un’operazione artigianale, in questo caso il posto in cui si applicava un medicamentum al vino (vedi oltre), cioè la cantina o un locale apposito.

Era usanza versare una libagione di vino vecchio e una di vino nuovo (mustum), probabilmente a Juppiter o a Liber, poichè se Meditrina poteva essere l’indigitamenta di una particolare operazione che si compiva durante il ciclo del vino, quest’ultimo, così come l’intera preparazione erano sotto la protezione della maggiore divinità Romana; questo sarebbe sottolineato dalla dicitura Feraie Jovi, che troviamo nei Fasti Amiterni in concomitanza con questa festa.

Si pronunciava anche una frase di buon augurio

… bevo del vino nuovo, del vino vecchio, della nuova e della vecchia malattia mi guarisco… [Var. L. L. VI, 21]

Frase che viene riportata in una forma differente da Festo

… vetus, novum vinum bibo, veteri novo morbo medeor (vecchio, bevo del vino nuovo; col vino vecchio risano una nuova malattia)… [Fest. 123]

Considerando il periodo della festa, non è possibile che i Romani avessero già a disposizione il vino nuovo, poichè la vendemmia si era conclusa da poco tempo e la fermentazione non poteva ancora essere avvenuta. Questa discrepanza ha portato alcuni autori moderni ad attribuire i passi citati sopra ai Vinalia di Aprilis, ipotizzando un errore di Varrone nella collocazione calendariale. Se però si esaminano i testi degli agronomi, in particolare di Columella e Palladio, si può notare che il termine vinum veniva usato per diversi derivati dell’uva, compresi il mosto e il defrutum, per cui la critica moderna perde la sua base.

Possiamo quindi ipotizzare che il passo di Varrone si riferisca all’usanza di “adulterare” il mostum (il succo d’uva spremuto da poco) (conditura) [Plin. Nat. Hist. XIV, 24, 120 – 121]. Columella [Col. Agr. XII, 19 – 20] descrive la produzione del defrutum, vino bollito e aromatizzato, a cui, per evitare che si guastasse e migliorarne il gusto, si aggiungeva defrutum dell’anno precedente. Questa operazione poteva essere fatta anche con il mosto destinato a diventare vino: poichè spesso il mostum aveva un contenuto alcoolico troppo basso e rischiava di guastarsi durante il periodo della fermentazione, l’aggiunta di vino di un anno, con un tenore alcoolico più alto, ne aumentava la durata prevenendo che andasse a male durante il tempo che permaneva nei dolia (cioè fino ad Aprilis dell’anno successivo). Il vino vecchio fungeva così da medicamina, cioè da medicamento che preveniva la degradazione, per quello nuovo.

Il mosto non ancora fermentato era chiamato sacrima e in questa occasione Festo parla di libagioni, versate con vasi che portavano lo stesso nome, a Liber. Si trattava dell’offerta delle primizie del vino (mosto) alla sua divinità tutelare, così come si offrivano le prime spighe mietute (praemetium) a Cerere [Fest. 318 – 319].

 

Meditrinalia

This day was dedicated to the goddess Meditrina, of which there is no information apart from a quote in the corresponding lemma of Festus [Fest. 123] and marked the end of the harvest period.

According to Varro, the name of the festival came from medeor, the structure of the word *Meditrina, would make the designation of the place where an operation was accomplished, in this case the place where you applied a medicamentum wine (see below), that is the cellar or a special room.

It was customary to pour a libation of old wine and new wine (mustum), probably to Juppiter or Liber, as if he could be the Meditrina indigitamenta of a particular operation that was taking place during the cycle of the wine, the latter, as well as the entire preparation were under the protection of the greater Roman gods; this would be emphasized by the words Feraie Jovi, we find in Fasti Amiterni in conjunction with this festival.

He also pronounced a sentence auspicious

… I drink the new wine, old wine, new and old disease heal myself … [Var. L. L. VI, 21]

Phrase that is shown in a different form from Festo

… Vetus, vinum novum bibo, veteri novo disease medeor (old, I drink the new wine; with old wine heal a new disease) … [Fest. 123]

Considering the period of the festival, it is possible that the Romans had already been available to the new wine, because the harvest was completed recently and the fermentation could not yet have occurred. This discrepancy has led some modern authors to attribute the steps mentioned above to Vinalia of Aprilis, assuming an error of Varro in the placement calendar, but if you examine the texts of agronomists, especially Columella and Palladio, you may notice that the term vinum was used for several grape derivatives, including the must and the defrutum, so modern criticism loses its basis.

We can therefore assume that the passage of Varro refers to the custom of “adulterating” the mostum (grape juice squeezed recently) (conditura) [Plin. Nat. Hist. XIV, 24, 120-121]. Columella [Col. Agr. XII, 19-20] describes the production of defrutum, boiled and flavored wine, which, should fail to prevent and improve the taste, was added defrutum previous year. This could also be made with the juice to become wine: as often mostum had an alcohol content is too low and was likely to fail during the period of fermentation, the addition of wine a year, with a higher alcohol content, it more durable preventing it from spoiling during the time that lingered in dolia (ie until Aprilis the following year). The old wine served so as to medicamina, ie medicament that prevented the degradation, for the new one.

The must was fermented not yet called sacrima and on this occasion Festo speaks of libations, paid with vessels that carried the same name, in Liber. It was the offer of the first fruits of wine (must) to its tutelary deity, as it offered the first ears harvested (praemetium) Ceres [Fest. 318-319].

 

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Philip II as Caesar. 245-247 AD. AE 18, 3.10g. Thrace, Bizya. Obv: M IOVΛ ΦIΛIΠΠOC KAICAP (AP ligate) Head bare right. Rx: BIZVHN – ΩN (HN ligate) Naked Silenos with tail stepping right, holding wineskin on his shoulders from which he pours wine into large krater on ground before him. Jurukova 157, pl. 26 (same dies).

VII EID. OCT. (9) C

Felicitati, Genio Populi Romani, Veneri Victrici in Capitolio

I calendari epigrafici riportano, per questo giorno, un sacrificio a: Felicitas, Genius Publicus Populi Romani e Venus Victrix sul Campidoglio [Fast. Amit. Arval. ad VII Id. Oct., CIL I², 245; 214; 331]. Esistevano quindi dei luoghi di culto dedicati a queste divinità, oppure uno solo dedicato alla triade, sul colle Capitolino.

 

Felicitati, Genio Populi Romani, Veneri Victrici in Capitolio

Epigraphic calendars reported, in this day, a sacrifice to Felicitas, Genius Publicus Populi Romani and Venus Victrix on Capitol [Fast. Amit. Arval. to VII Id. Oct., CIL I², 245; 214; 331], so there were places of worship dedicated to these gods, or one dedicated to the triad, on the Capitoline hill.

 

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Hadrianus (117-138 AD). Aureus (19 mm, 6.35 g), Roma (Rome), 119-122. Obv. IMP CAESAR TRAIAN HADRIANVS AVG, laureate, draped and cuirassed bust to right. Rev. P M TR P COS III / GEN – P R, Genius Populi Romani Standing left, holding cornucopiae in left hand and patera in right. Cohen 796. RIC 123.

NON. OCT. (7) N

Juppiter Fulgur.

Vitruvio [Vitr. I, 2, 5] riporta che il tempio dedicato alla Folgore di Juppiter era a cielo aperto [Fast. Arv. Paul. ad Non. Oct., CIL I2, 214; 242; 331; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115].

 

Juno Curitis

Juno Curitis [Hemer. Arv. ad Non. Oct.; CIL I2, 214; 331; VI, 32482; XI 3126; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115] era la dignità tutelare di Faleri [Tert. Apol. XXIV] il cui culto fu probabilmente introdotto a Roma a seguito di un’evocatio quando la città fu conquistata [Macr. Sat. III, 9, 2 – 9], forse nel 241 aev. La stessa Dea era venerata anche a Tibur, dove le erano attribuiti carro, lancia e scudo ed era invocata per proteggere i membri della medesima curia [Ov. Fast. VI, 59 – 62; Serv. Aen. I, 8; I, 17; CIL XIV, 3556]: l’iconografia rimanda quindi alla Juno Sospita di Lanuvium, a cui si aggiunge il carro (a questo proposito è interessante notare che sia Tibur, che Falerii vantavano di discendere dagli argivi).

L’etimologia dell’epiteto Curitis (noto sotto varie forme Curitum, Curitis, Quiritis, Curis) è incerto: Servius lo fa risalire a curia [Serv. Aen. I, 8; I, 17], si sarebbe trattato della divinità protettrice degli appartenenti alle curiae, la stessa interpretazione si trova in Dionigi, secondo cui il culto di Juno Curis o Quiris sarebbe stato fondato da Tito Tazio e celebrato all’interno delle curiae ancora alla sua epoca [Dion. H. II, 50]: durante queste cerimonie le erano offerti acqua, vino, liba e primizie su tavole di legno nelle sedi delle curiae; questo però implica che il culto della Dea fosse originario di Roma, il che non è coerente con l’ubicazione del Suo tempio al di fuori del pomerium, o quanto meno che fosse stato introdotto già nella prima età monarchica, evento di cui non abbiamo notizia. È però possibile che si tratti di divinità differenti, identificate da epiteti simili (venendo meno la realtà politica e sociale rappresentata dalle curiae, l’antico culto della Dea loro protettrice sarebbe andato gradualmente dimenticato, così che, con l’introduzione di una nuova divinità con un epiteto identico o anche solo simile, gli elementi più arcaici sarebbero poi stati attribuiti alla Nuova Venuta), che sono state confuse dagli eruditi romani. Secondo un’altra etimologia Curitis deriverebbe dalla parola sabina curis, lancia e spettava a Juno poichè era rappresentata con una lancia [Fest. 49; 62 – 63; Var. apud Dion. H. II, 48, 4]. Secondo Persio [Pers. IV, 26], l’epiteto derivava da Cures, la capitale dei Sabini, poichè là Juno era particolarmente venerata; questo implica però che il culto di Juno Curitis, originario della Sabinia, sarebbe poi stato trasferito a Falerii e da lì a Roma. Per Tertulliano, invece derivava da Pater Curris, l’autore però non dà altre informazioni [Tert. Apol. XXIV]. In tempi recenti Dumézil e Radke19 hanno accostato Juno Curitis e Juno Sospita, affermando che le due divinità oltre che somiglianze nell’iconografia, svolgessero funzioni analoghe: essendo noto il significato di Salvatrice, Colei che viene in aiuto per Sospita (da sospes), Radke ha ipotizzato che Curitis derivi da currere (attraverso *cursitis), per cui anche Juno Curitis sarebbe stata Colei che accorreva in soccorso.

Era ritenuta una divinità che presiedeva alla guerra [Serv. Aen. II, 614], informazione coerente con la collocazione del suo tempio nel Campo Martio, tuttavia Ovidio, negli Amores [Ov. Amor. IV, 13; Dion. H. I, 21, 2], ne dà un’immagine diversa, lasciando intendere che fosse collegata alla fertilità (come la Dea di Lavinio), d’altra parte a Roma erano sotto la sua protezione le matrone e le giovani spose [Fest 62 – 63]. Un altro elemento che sembra essere stato importante nel culto di Falerii era l’acqua, infatti, tra le rovine del tempio della Dea, sono stati trovati bacini idrici alimentati attraverso opere di canalizzazione. Ritrovamenti simili sono stati fatti a Volsinii nel tempio di Venere e, presumibilmente a Veio, in quello di Juno Regina. Questa relazione tra la Dea e l’acqua, renderebbe conto della posizione del tempio costruito a Roma nel Campo Marzio, nei pressi della palus caprae.

Ovidio descrive i riti che si svolgevano a Falerii : una processione si snodava dalla città, probabilmente dal tempio di Juno, fino ad un bosco sacro in cui si trovava un santuario presso una fonte o un corso d’acqua. Era condotta dalle sacerdotesse in vesti bianche coperte da un lungo mantello, ornate alla maniera greca, con corone e calzari d’oro (abbiamo però notizia anche di un pontifex sacrarius Junonis Curritis [CIL XI, 3125; 3100]). Seguivano giovani di entrambi i sessi che cantavano inni e infine il simulacro della Dea che attraversava le vie coperte di tappeti al suono dei flauti. All’arrivo nel luogo sacro, avveniva il sacrificio di vitelli, capri e maiali, probabilmente un rito purificatorio analogo ai suovetaurilia, quindi quello di giovenche bianche allevate appositamente allo stato brado (secondo Plinio le acque che scorrevano nell’ager Faliscus avevano la proprietà di rendere bianchi tutti i bovini che le avessero bevute [Plin. Nat. Hist. II, 106, 230]).

Conosciamo anche l’aition di questo sacrificio: il mito vuole che Falerii fu colpita da una pestilenza e un oracolo decretò che per combatterla i suoi abitanti avrebbero dovuto sacrificare ogni anno una vergine a Juno. Quando la sorte decretò che fosse sacrificata al giovane Valeria Luperca, mentre il sacerdote alzava la spada per colpirla, un’aquila scese in picchiata, portò via l’arma e la lasciò cadere su una bianca giovenca che pascolava nelle vicinanze, quindi depose un martello sulle offerte sacrificali. Valeria comprese l’auspicio: sacrificò l’animale a Juno e andò di casa in casa battendo sulla porta con il martello. In questo modo, purificando il popolo con il tocco del martello, la pestilenza finì [Arist. Apud Ps. Plut. Paral. Min. XXXV]. Secondo le fonti, la purificazione rituale era ancora praticata nel II sec. aev. in concomitanza con la festa di Juno.

Ovidio aggiunge anche che nella stessa città si svolgeva una cerimonia, probabilmente all’arrivo della primavera o all’inizio dell’anno, o forse in concomitanza con la festa di Juno Curitis, in cui una capra era fatta allontanare dalla città, mentre i fanciulli cercavano di colpirla con giavellotti; un premio andava a chi riusciva nell’intento. L’azione era avviata da una ragazza nubile chiamata kanephoros che ricorda forse la Valeria Luperca del mito.

Secondo gli storici antichi tra Roma e Falerii le ostilità durarono per più di un secolo, dal 394 aev quando la città falisca andò in aiuto di Veio, fino al 241 aev, anno della sua distruzione. In questo anno la città, che si era ribellata contro il dominio romano nel corso della Prima Guerra Punica, fu assediata e si arrese, consegnandosi attraverso una deditio in fidem. Come condizioni per la pace furono imposti la consegna delle armi, dei cavalli e degli schiavi, oltre all’annessione a Roma di metà del suo territorio come ager publicus; gli abitanti furono poi obbligati a lasciare la città, che fu distrutta, e a trasferirsi in un nuovo insediamento, Falerii Novi [Liv. V, 27, 12; Per. 20; Eutr. II, 28; Val. Max. VI, 5, 2; Zonar. VIII, 18].

Le circostanze che portarono alla distruzione di Falerii fanno ritenere che fosse stata compiuta una evocatio della sua divinità poliade, il tempio nel Campo Marzio19 sarebbe stato costruito per ospitare la statua di culto rimossa dalla città nemica. Il fatto che il culto di Juno a Falerii non cessò con la distruzione della città, ma proseguì fino all’età imperiale, smentirebbe questa possibilità, tuttavia è anche possibile che, per via della resa, fu consentito agli abitanti di Falerii di mantenere un culto a Juno, benchè in posizione meno rilevante, come “succursale” del tempio romano , .

 

Jupiter Fulgur

Vitruvius [Vitr. I, 2, 5] reports that the temple dedicated to Juppiter Fulgur (Thunderbolt) was in the open [Fast. Arv. Paul. Not to. Oct., CIL I2, 214; 242; 331; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115].

 

Juno Curitis

Juno Curitis [Hemer. Arv. Not to. Oct .; CIL I2, 214; 331; VI 32482; XI 3126; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115] was to protect the dignity of Faleri [Tert. Apol. XXIV] whose cult was probably introduced to Rome following an evocatio when the city was conquered [MACR. Sat. III, 9, 2-9], perhaps in 241 BCE. The same goddess was also worshiped at Tibur, where Her attributes were chariot, spear and shield and She was invoked to protect members of the same curia [Ov. Fast. VI, 59-62; Serv. Aen. I, 8; I, 17; CIL XIV, 3556]: the iconography therefore refers to Juno Sospita of Lanuvium, to Which it is added the chariot (in this regard it is interesting to note that both Tibur, which Falerii boasted descent from Argives).

The etymology of the epithet Curitis (known in various forms Curitum, Curitis, Quiritis, Curis) is uncertain: Servius dates it back to the curia [Serv. Aen. I, 8; I, 17], it would be the patron deity of members of the curiae, the same interpretation is in Dionysius: the cult of Juno Curis or Quiris was founded by Titus Tazio and celebrated within curiae still in his time [Dion. H. II, 50]: during these ceremonies water, wine, liba and fruits were offered on wooden tables in the seats of the curiae; however this implies that the worship of the Goddess was native of Rome, which is not consistent with the location of his temple outside pomerium, or at least that was introduced back in the early monarchy, an event of which we have news . We can think that this is different deities, identified by similar epithets (failing the political and social reality represented by curiae, the ancient goddess would be gradually forgotten, so that, with the introduction of a new deity with an epithet identical or even similar, more archaic elements would then be attributed to the New Coming), who have been confused by ancient scholars.

According to other authors Curitis etymology derives from the word Sabine curis, launches and it was up to Juno as it was represented with a spear [Fest. 49; 62-63; Var. Apud Dion. H. II, 48, 4]. According Persius [Pers. IV, 26], the epithet derived from Cures, the capital of the Sabines, as there Juno was particularly venerated; This implies, however, that the cult of Juno Curitis, originally Sabinia, would then be transferred to Falerii and from there to Rome. For Tertullian, instead it stemmed from Pater Curris, but the author does not give more information [Tert. Apol. XXIV]. In recent times Dumezil and Radke have approached Curitis Juno and Juno Sospita, stating that the two deities as well as similarities in the iconography, they perform functions similar: being known the meaning of Salvatrice, one who comes to help for Sospita (from sospes), Radke It speculated that Curitis resulting from currere (through cursitis *), so even Juno Curitis was she who came running to the rescue.

It was considered a deity who presided over the war [Serv. Aen. II, 614], information consistent with the placement of his temple in Campo Marzio, however, Ovid, in Amores [Ov. Amor. IV, 13; Dion. H., 21, 2], it gives a different picture, implying that it was linked to fertility (as the Goddess of Lavinio), on the other hand were in Rome under his protection matrons and young brides [Fest 62-63]. Another element that seems to have been important in the worship of Falerii was the water, in fact, among the ruins of the temple of the Goddess, were found reservoirs fed through canalization. Similar finds have been made in the temple of Venus and Volsinii, presumably to Veii, in that of Juno Regina. This relationship between the Goddess and the water, would be aware of the location of the temple built in Rome in the Campus Martius, near the palus caprae.

Ovid describes the rituals that took place at Falerii: a procession wound its way from the city, probably from the temple of Juno, up to a sacred grove where he was a sanctuary from a source or a watercourse. It was conducted by the priestesses in white covered by a long cape, decorated in the Greek style, with gold crowns and shoes (though we also news of a pontifex sacrarius Junonis Curritis [CIL XI, 3125; 3100]). Followed young people of both sexes who sang hymns and finally the statue of the Goddess that crossed the streets covered with carpets to the sound of flutes. Upon arrival in the holy place, it took place the sacrifice of calves, goats and pigs, probably a rite of purification similar to suovetaurilia, then that of white heifers bred specifically in the wild (according to Pliny the waters that flowed nell’ager Faliscus had the property of whites make all cattle that had drunk [Plin. Nat. Hist. II, 106, 230]).

We also know the aition of this sacrifice: the myth has it that Falerii was hit by a plague and an oracle decreed that to combat its inhabitants would have to sacrifice every year a virgin in Juno. When fate decreed that it was sacrificed to the young Valeria Luperca, while the priest raised his sword to strike, an eagle swooped down, took away the gun and dropped it on a white heifer grazing nearby, so put down a hammer the sacrificial offerings. Valeria including the wish: the animal sacrificed to Juno and went from house to house knocking on the door with a hammer. In this way, by purifying the people with the touch of the hammer, the plague ended [Arist. Apud Ps. Plut. Paral. Min. XXXV]. According to sources, the purification ritual was still practiced in the second century. BCE. to coincide with the feast of Juno.

Ovid also adds that in the same city was held a ceremony, perhaps the arrival of spring or the beginning of the year, or perhaps to coincide with the feast of Juno Curitis, where a goat was made away from the city, while the children They tried to hit it with spears; a prize was to see who could aim. The action was initiated by an unmarried girl called kanephoros reminiscent perhaps Valeria Luperca myth.

According to historians, ancient Rome and Falerii hostilities lasted for more than a century, from 394 BCE when the city falisca went to the aid of Veii until 241 BCE, the year of its destruction. This year the city, which had rebelled against Roman rule during the First Punic War, was besieged and surrendered, giving himself through a deditio in fidem. As conditions for peace were imposed delivery of arms, horses and slaves, as well as the annexation of Rome to half of its territory as publicus ager; the inhabitants were then forced to leave the city, which was destroyed, and move to a new settlement, Falerii [Liv. V, 27, 12; To. 20; Eutr. II, 28; Val. Max. VI, 5, 2; Zonar. VIII, 18].

The circumstances that led to the destruction of Falerii suggest that it had been done a Evocatio of his divinity Polias, the temple in Campo Marzio19 would be built to house the cult statue removed from the enemy city. The fact that the cult of Juno in Falerii not cease with the destruction of the city, but walked on to the imperial age, would refute this possibility, but it is also possible that, due to the yield, was allowed the inhabitants of Falerii to maintain a cult Juno, though less important position, as “branch” of the Roman temple.

 

Picture

Procilius AR Serrate Denarius. Rome, 80 BC. Head of Juno Sospita right, wearing goat-skin headdress; S•C behind / L PROCILI F, Juno Sospita, holding spear and shield, in biga right; serpent below. Crawford 379/2; Sydenham 772; Procilia 2. 3.83g, 19mm, 1h.

KAL. OCT. (1) N

Fidei in Campitolio

Secondo la tradizione, un altare dedicato a Fides (Fides Publica o Fides Publica populi Romani) sarebbe stato eretto sul Campidoglio, da Numa [Liv. I, 21, 4; Dion. H. II, 75, 2 – 3; Plut. Numa XVI, 1], forse sullo stesso luogo, in seguito, sorse il tempio in onore della Dea dedicato da A. Atilio Calatino [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. Non si conosce la data esatta della costruzione che potrebbe essere stato l’anno 254 aev, o il 250 aev, oppure il 249 aev; fu poi restaurato e ridedicato M. Emilio Scauro nel 115 aev. [Cic. cit.]. La data della dedica era le Kal. Oct. [Fast. Arv. Amit. Paul. ad Kal. Oct., CIL I2, 214, 215, 242; Fast. Ant. ap. NS 1921, 114].

Il tempio si trovava nei pressi di quello di Giove Ottimo Massimo [Cato apud Cic. De Off. III, 104], fu usato come luogo di riunione del Senato [Val. Max. III, 17; App. B. C. I, 16] e sulle sue pareti erano affisse tavole bronzee su cui erano scritti i trattati internazionali: nel 43 aev. una tempesta ne fece staccare alcune [Cass. Dio. XLV, 17, 3; Obseq. 128); anche i diplomata dei soldati congedati con onore erano affissi alle sue pareti [CIL III, 902, 916]. All’interno vi era un dipinto di Apelle raffigurante un vecchio che insegnava ad un ragazzo a suonare la lira [Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. Fides vi era venerata da sola.

Gli studiosi ritengono che il tempio non fosse così vicino a quello di Juppiter come le fonti lascerebbero intendere e che si trovasse nell’angolo sud del colle Capitolino, sopra al Vicus Jugarius. Le sue rovine sarebbero da identificare con quelle dell’edificio sacro che si trova a est della chiesa di S. Omobono.

Livio riporta come si svolgeva il solenne sacrificio in onore di Fides, istituito da Numa [Dion. H. II, 75, 3; Plut. Num. XVI]

… a Fides… dedicò una festa solenne. Dispose che i flamines si facessero portare a quel solenne sacrificio su un carro coperto (carpentum), tirato da due cavalli e celebrassero il rito con la mano avvolta fino all’altezza delle dita, indicando così che la fede andava custodita e che anche la sua sede era consacrata nelle mani destre… [Liv. I, 21]

Servius aggiunge che si trattava dei tre flamines maggiori (Juppiter, Mars, Quirinus) e che la mano destra dei sacerdoti era velata da un panno bianco [Serv. Aen. I, 292; Hor. Car. I, 35, 21], poichè la fede doveva rimanere segreta. Anche Plinio conferma che la mano destra era consacrata a Fides [Plin. Nat. Hist. XI, 251] e Valerio Massimo così descrive Fides

… il venerando numen della fides porge apertamente la mano destra, pegno infallibile della salus… [Val. Max. VI, 6, 1]

Questo particolare rituale, richiama quello che si trova nelle Tavole Eugubine

(4)… Mandraclo difue destre habitu. Prosesetir ficla (5) strusla arsveitu. Ape sopo postro peperscust vestisia et mefa spefa scalsie conegus fetu Fisovi Sansi (6) ocriper Fisiu, totaper lovina… [Tab. Eug. Vib, 4 – 6]

Il passo descrive un sacrificio offerto a Fisius Sancus, divinità che è stata connessa ai giuramenti e alla fides. Nel testo umbro, il sacerdote che lo compie copre la mano destra con un mandraclo, termine che è stato accostato al latino mantela, pezzo di stoffa. Su alcune antiche monete provenienti da Todi è rappresentata una mano fasciata da bende, probabilmente vittae, che può avere lo stesso significato; le sfere che si vedono attorno alla mano possono essere le urfita, sfere di bronzo che erano tenute in mano dai sacerdoti durante il rito e che a Roma erano custodite nel tempio di Semo Sancus.

Fides era una divinità che aveva un ruolo nei giuramenti, ma non colei che vi presiedeva, poichè essi appartenevano alla sfera di pertinenza di Juppiter o Dius Fidius Semo Sancus (vedi Junius). A Roma possiamo quindi individuare tre divinità che, benchè non formino una triade vera e propria, hanno un posto nell’azione religiosa di stipulare un patto o pronunciare un giuramento.

L’analisi linguistica ha messo in evidenza che i casi in cui era invocata la fides, riguardavano patti tra soggetti asimmetrici, ovvero non tra eguali, ma situazioni in cui una persona in stato di inferiorità (un prigioniero, uno dei clientes) stabiliva un patto con chi deteneva un potere su di lui (il vincitore, il patrono). La fides era quella qualità, propria di chi si trovava in stato di superiorità, che permetteva all’inferiore di affidarsi all’altra parte, essendo sicuro di ricevere in cambio un trattamento equo ed una ricompensa. Era il presupposto che permetteva di stringere un patto e metteva chi si trovava in stato di necessità in condizione di non doversi abbandonare a chi deteneva un potere, ma gli assicurava la possibilità di stabilire una relazione di reciprocità, che avrebbe dato vantaggi ad entrambi, pur nella totale asimmetria del rapporto tra i contraenti.

Il simbolo della mano coperta, o avvolta da bende rimanda direttamente ad una ricca serie di esempi in ambito romano: il patto viene sancito dallo stringersi la mano destra dei contraenti (dexterarum junctio), così si lega la fides (fidem vincire, alligare, è possibile che la sanzione religiosa consistesse proprio nell’avvolgere con bende sacre le mani dei contraenti); in questo modo la lealtà di chi si è impegnato nel patto è legata in esso e al suo rispetto. Velo e vittae, inoltre, erano simboli di consacrazione (ciò che è consacrato diventa sacer, quindi proprietà degli Dei), di separazione, di chi o cosa era consacrato dal mondo profano, poichè era divenuto possesso degli Dei. Questo simbolismo, nel caso del sacrificio a Fides, vuole sottolineare che la mano destra è consacrata alla Dea, è sua proprietà [Plin. Nat. Hist. XI, 251].

Dall’età tardo repubblicana Fides fu collegata al credito, alla lealtà negli affari, che se, praticata da tutti, a cominciare dall’imperatore, garantiva la prosperità della comunità. Per questo motivo, vediamo monete di epoca imperiale in cui Fides è rappresentata da due mani strette dietro cui appaiono il caduceo, simbolo di Mercurio, Dio dei commerci, e spighe di grano, simbolo della prosperità; nello stesso periodo Fides Pubblica, viene rappresentata con la cornucopia dell’abbondanza e la patera, oppure mentre tiene frutti e spighe di grano.

Sempre in epoca imperiale andrà ad affermarsi Fides Exercitus (rappresentata in piedi o seduta su un trono, tra le insegne delle legioni), la fedeltà personale che unisce i soldati, mediante un giuramento, all’imperatore e che garantisce la stabilità del suo potere ed il successo delle imprese belliche.

 

Tigillo Sororio in compitum Acilii

L’edificazione del Tigillum Sororium, risale, secondo la storiografia romana, al tempo di Tullo Ostillo. Si trattava di uno jugum, una struttura formata da due sostegni verticali posti ai lati di una via, sormontati da una trave orizzontale. In origine era forse in legno, poi fu edificata in pietra. Ai piedi delle colonne si trovavano due altari dedicati a Janus Curiatius e Juno Sororia. In seguito i sostegni furono inglobati in due edifici. Si trovava nei pressi di un incrocio, il compitum acilii che era sulla via che dal Palatino conduceva alle Carinae.

L’aition. Durante il regno di Tullo, la guerra con Alba fu decisa dallo scontro tra tre campioni albani, i Curiatii e tre campioni romani, gli Horatii, solo uno di questi ultimi sopravvisse e portò al trionfo dei romani e alla sottomissione di Alba. Tornando in città con le spolia dei nemici uccisi, fuori dalla Porta Capena, Horatio incontrò la sorella Horatia, che, fidanzata con uno dei Curiatii (in una versione alternativa segretamente innamorata di uno di essi) ed avendo capito che il futuro sposo era stato ucciso da suo fratello, manifestò il suo dolore e non volle salutarlo; questi, giudicando il suo comportamento un tradimento, la uccise. L’assassino, condannato da due magistrati scelti dal re (duumviri), si appellò al popolo che lo assolse, così come fece suo padre, tuttavia gli fu imposto si sottoporsi ad una serie di riti purificatori per espiare la contaminazione che l’omicidio di un consanguineo aveva portato sulla città. Compiuti alcuni riti purificatori, probabilmente quelli usati per coloro che si macchiavano di un omicidio involontario [Dion. H. III, 22], suo padre costruì un tigillum, una struttura composta da due pali che sorreggevano un architrave, alla cui base eresse due altari, uno a Janus Curiatius, l’altro a Juno Sororia; velato il capo del figlio, ve lo fece passare attraverso. In seguito questi riti purificatori furono custoditi dalla gens Horatia e compiuti per il bene pubblico [Liv. I, 25 – 26; Val. Max. VI, 3, 6; Flor. I, 3; Cic. Pro Mil. 3; Dion. H. III, 21 – 22; Fest. 297; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill. II, 4, 9; Schol. Bob. Ad Cic. Pro Mil. 2, pg 277 Orelli]; Plut. Paral. Min. XVI; Zonar. VII, 6].

 

Fidei in Campitolio

According to tradition, an altar dedicated to Fides (Fides Publica Publica or Fides Populi Romani) would be erected on the Capitol, by Numa [Liv. I, 21, 4; Dion. H. II, 75, 2 – 3; Plut. Numa XVI, 1], possibly on the same site, later, the temple was built in honor of the Goddess devoted by A. Atilius Calatinus [CIC. Nat. Deor. II, 61; Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. We do not know the exact date of the building that may have been the year 254 BCE, or 250 BCE, or the 249 BCE. It was later restored and rededicated M. Emilius Scaurus in 115 BCE. [CIC. cit.]. The date of the dedication was the Kal. Oct. [Fast. Arv. Amit. Paul. to Kal. Oct., CIL I2, 214, 215, 242; Fast. Ant. ap. NS 1921, 114].

The temple was near that of Jupiter Optimus Maximus [Cato apud CIC. De Off. III, 104], and it was meeting place of the Senate [Val. Max. III, 17; App. BC I, 16]; on its walls there were bronze tablets with the international treaties: in 43 BCE. a storm made him remove some [Cass. God. XLV, 17, 3; Obseq. 128). The diplomata of honorably discharged soldiers were also pinned to the walls [CIL III, 902, 916]. Inside there was a painting by Apelles depicting an old man who was teaching a boy to play the lyre [Plin. Nat. Hist. XXXV, 100].

Scholars believe that the temple was not so close to that of Jupiter, it may have been in the south of the Capitoline Hill, above the Vicus Jugarius. His remains would be identified with those of the sacred building located east of the church of S. Omobono.

Livy shows how was the solemn sacrifice in honor of Fides, created by Numa [Dion. H. II, 75, 3; Plut. Num. XVI]

… Fides … he dedicated a feast. Ordered that flamines it did lead to the solemn sacrifice of a covered wagon (carpentum), pulled by two horses and should celebrate the rite with his hand wrapped to the height of the fingers, indicating that the faith was kept and that his headquarters was consecrated in the right hands … [Liv. I, 21]

Servius adds that it was the three flamines major (Jupiter, Mars, Quirinus) and that the right hands of the priests was veiled by a white cloth [Serv. Aen. I, 292; Hor. Car. I, 35, 21], as faith ought to remain secret. Pliny also confirms that the right hand was consecrated Fides [Plin. Nat. Hist. XI, 251] and Valerio Massimo describes Fides

… The venerable numen of fides openly holds out his right hand, infallible pledge of salus … [Val. Max. VI, 6, 1]

This particular ritual, recalls the one found in the Tables of Gubbio

(4) … Mandraclo difue right regulars. Prosesetir ficla (5) strusla arsveitu. Bee sopo Postro peperscust vestisia et mefA spefa scalsie conegus fetu Fisovi Sansi (6) ocriper Fisiu, totaper lovina … [Tab. Eug. Vib, 4 – 6]

The passage describes a sacrifice offered to Fisius Sancus, deity connected to the oaths and fides. In the umbrian text the priest who performs it covers the right hand with a mandraclo, a term which has been compared to the latin mantela, piece of cloth. On some ancient coins from Todi shows a bandaged hand in bandages, probably vittae, likely to have the same meaning; spheres that are seen around the hand can be the urfita, bronze spheres that were kept in hand by the priests during the ceremony and in Rome were kept in the temple of Semo Sancus.

Fides was a deity who had a role in oaths, but not her who presided, as they belonged to the sphere of relevance of Jupiter or Dius Fidius Semo Sancus (see Junius). In Rome, we can then identify three deities, though not forming a triad itself, have a place in the action of a pact religious or swear an oath.

Linguistic analysis showed that cases in which it was invoked fides, concern agreements between individuals of asymmetric status, not equals, but situations in which a person in a state of inferiority (a prisoner, one of clientes) established a pact with those who held power over him (the winner, the patron). Fides was the quality of someone who was in a state of superiority, which allowed to the inferior to trust the other side, being sure to receive in exchange for fair treatment and a reward. It was assumed that allowed to make a pact and put those who were in need in the condition of not having to leave to those who held power, but assured him the opportunity to establish a relationship of reciprocity, which would give advantages to both, while the total asymmetry of the relationship between the contractors.

The hand symbol covered or wrapped in bandages refers directly to a rich set of examples within the Roman Empire: the pact is sanctioned by shaking right hand of the contractors (dexterarum junctio), so it binds fides (fidem vincire, alligare) – it is possible that the religious sanction consisted precisely in winding bandages with sacred hands of contractors – in this way the loyalty of those who have engaged in the covenant is linked to it and to its respect. Veil and vittae also were symbols of consecration (what is sacred becomes sacer, then property of the Gods), separation, who or what was sacred from the profane world, as he became the possession of the gods. This symbolism, in the case of sacrifice to Fides, underlines that the right hand is consecrated to the Goddess, it is his property [Plin. Nat. Hist. XI, 251].

From the late Republican Fides was linked to credit, honesty in business, which if practiced by everyone, starting from the emperor, guaranteed the prosperity of the community. For this reason, we see coins of the imperial era in which Fides is represented by two hands clasped behind which appear the caduceus, the symbol of Mercury, god of trade, and ears of wheat, symbol of prosperity; in the same period Fides Public, it is represented with the cornucopia of abundance and the patera, or while holding fruits and ears of corn.

Always in the imperial era will go to establish Fides Exercitus (shown standing or sitting on a throne, surrounded by the insignia of the legions), the personal loyalty that unites the soldiers, by an oath, the Emperor and that ensures the stability of his power and the success of the war effort.

 

Tigillo Sororio

The construction of tigillum Sororium, dates, according to Roman historiography, in the time of Tullus Ostillo. It was one jugum, a structure formed by two vertical supports positioned at the sides of a street, surmounted by a horizontal beam. Originally it was probably made of wood, then it was built in stone. Below the columns were two altars dedicated to Janus and Juno Curiatius Sororia. Following the supports were incorporated in two buildings. It was located near an intersection, the compitum Acilii that was on the road that led to the Palatine Carinae.

During the reign of Tullus, the war with Alba it was decided by the clash between three samples Alban, the Curiatii three samples Romans, the Horatii, only one of the latter survived and leading to the Roman triumph and to the submission of Alba. Returning to town with spolia of enemies killed, outside the Porta Capena, Horatius met his sister Horatia, who, engaged to one of Curiatii (in alternative secretly in love with one of them) and having realized that the groom had been killed his brother, expressed his sorrow and refused to greet him; he, judging her behavior a betrayal, killed her. The assassin, convicted of two judges chosen by the king (duumviri), appealed to the people that acquitted him, as did his father, but he was required to undergo a series of purification rituals to atone for the contamination that he had taken over the city [Dion. H. III, 22]. His father built a tigillum, a structure consisting of two poles that supported an architrave, the base of which he made two altars, one to Janus Curiatius, the other in Juno Sororia; veiled the head of the child, Horatius did go through. In later time, these purification rites were kept from the gens Horatia and made for the public good [Liv. I, 25 – 26; Val. Max. VI, 3, 6; Flor. I, 3; CIC. Pro Mil. 3; Dion. H. III, 21-22; Fest. 297; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill. II, 4, 9; Schol. Bob. For CIC. Pro Mil. 2, pg 277 Orelli]; Plut. Paral. Min. XVI; Zonar. VII, 6].

 

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HADRIAN (117-138). Denarius. Rome. Obv: HADRIANVS AVG COS III P P. Bare head right. Rev: FIDES PVBLICA.

Fides standing right, holding corn ears and basket of fruits. RIC 241a.

V KAL. OCT. (26) C

Veneri Genetrici in Foro Caesaris

Alla battaglia di Farsalo Cesare votò un tempio a Venus Genetrix, considerate l’antenata divina della gens Julia; in seguito lo edificò al centro del suo Foro, allora in costruzione [App. B. C. II, 68 – 69; 102; III, 28; Cas. Dio XLIII, 22, 2], che così divenne un porticus che circondava l’edificio sacro. Tempio e Foro furono dedicati assieme l’ultimo giorno delle celebrazioni per il grande trionfo di Cesare, il 26° Sept. 46 aev [Cas. Dio. cit.; Fast. Arv. Pine. Vail. Ad VI Kal. Oct., CIL I², 215; 219; 240; 322 – 323; 330; Fast. Praen. in BC 1915, 170, 346], benchè il Foro non fosse finito [cfr. Nic. Damasc. Caes. 22; Plin. Nat. Hist. XXXV, 156], infatti i lavori si concluderanno con Ottaviano, dopo la morte del padre adottivo [Cas. Dio XLV, 6, 4]. Di fronte al tempio si trovava una fontana circondata da ninfe chiamate Appiades. Il foro fu danneggiato da un incendio nel 283 e restaurato da Diocleziano [Chron. 148].

L’edificio sacro era picnostilo [Vitr. III, 3, 2] e costruito in marmo [Ov. A. A. I, 81]. La statua di Venus Genetrix in piedi fu scolpita da Arcesilao [Plin. Nat. Hist. XXXV, 156; cfr. Cas. Dio. XLVII, 18, 4] e Caesar pose nell’edificio anche due dipinti di Timomaco: Aiace e Medea [Plin. Nat. Hist. VII, 126; XXXV, 26; 136]; una statua dorata di Cleopatra [Cas. Dio. LI, 22, 3; App. B. C. II, 12]; sei dactyliothecae (collezioni di gemme intagliate) [Plin. Nat. Hist. XXXVII, 11]; e un thorax adorno di perle della Britannia [Plin. Nat. Hist. IX, 16]. In seguito Augusto vi pose una statua di Cesare deificato la cui testa era circondata da una stella [Cas. Dio. XLV, 7, 1; XLVII, 18, 4; Plin. Nat. Hist. II, 93], ma forse si tratta di un errore degli storici che confondevano il tempio di venere con quello del Divo Julio. Danneggiato dal fuoco nell’80, fu restaurato da Domiziano e poi ridedicato da Traiano nel 113.

Nei pressi del tempio fu eretta una statua colossale in onore di Tiberio da quattordici città dell’Asia Minore che l’imperatore aiutò dopo i terremoti del 17 e del 23. La personificazione delle città si trovava alla base. Una coppia di questo rilievo fu trovata a Pozzuoli [Tac. II, 47; IV, 13; CIL X, 1624]. Dopo la morte di Drusilla una sua statua fu eretta nel tempio [Cas. Dio. LIX, 11, 2 – 3].

Scavi del XVI secolo portarono alla luce parte delle fondamenta dell’edificio in peperino e travertino e frammenti di colonne e fregi. Palladio e Labacco disegnarono una mappa e una ricostruzione che rappresentava un peripatio octastilo con uno spazio molto ristretto tra le colonne [Pallad. Quattro Libri dell’Architettura 1570, IV, § 3, 128 segg; Labac. Libro appartenente all’ Architettura, 1552, 25 – 28; 1559, 33 – 36].

 

Veneri Genetrici in Foro Caesaris

During the battle of Pharsalus Caesar vowed a temple to Venus Genetrix, considered the divine ancestor of the gens Julia; later he built it in the middle of his forum, then under construction [App. B. C. II, 68-69; 102; III, 28; Cas. Dio XLIII, 22, 2], so that it became a porticus that surrounded the sacred building. Temple and forum were dedicated together on the last day of the celebrations for the great triumph of Caesar, the 26th Sept. 46 BCE [Cas. Dio. Cit .; Fast. Arv. Pine. Vail. For VI Kal. Oct., CIL I², 215; 219; 240; 322-323; 330; Fast. Praen. BC in 1915, 170, 346], although the court had not finished [Nic. Damasc. Caes. 22; Plin. Nat. Hist. XXXV, 156], in fact, the meeting will end with Octavian, after the death of his adoptive father [Cas. Dio XLV, 6, 4]. In front of the temple was a fountain surrounded by nymphs calls Appiades. The forum was burned in 283 A.D. and restored by Diocletian [Chron. 148].

The sacred place was picnostil [Vitr. III, 3, 2] and constructed in marble [Ov. A. A., 81]. The statue of Venus Genetrix standing was sculpted by Arcesilaus [Plin. Nat. Hist. XXXV, 156; Cas. Dio. XLVII, 18, 4]; Caesar placed in the building also two paintings by Timomachus: Ajax and Medea [Plin. Nat. Hist. VII, 126; XXXV, 26; 136]; a golden statue of Cleopatra [Cas. Dio. LI, 22, 3; App. B. C. II, 12]; six dactyliothecae (collections of engraved gems) [Plin. Nat. Hist. XXXVII, 11]; and a thorax adorned with pearls of Britain [Plin. Nat. Hist. IX, 16]. Later he placed a statue of Augustus Caesar deified whose head was surrounded by a star [Cas. Dio. XLV, 7, 1; XLVII, 18, 4; Plin. Nat. Hist. II, 93], but maybe it is a mistake of historians who confused the temple of Venus with that of Divus Julius. Damaged by fire in 80 AD, rebuilt under Domitian, and finally rededicated by Trajan in 113 AD

Near the temple it was erected a huge statue in honor of Tiberius by fourteen cities of Asia Minor that the emperor helped after the earthquakes of 17 and 23. The personification of the city was at the base. A pair of this relief was found in Pozzuoli [Tac. II, 47; IV, 13; CIL X, 1624]. After the death of Drusilla, his statue was erected in the temple [Cas. Dio. LIX, 11, 2-3].

Excavations of the sixteenth century brought to light part of the foundations of the building of granite, travertine and fragments of columns and friezes. Palladium and Labacco drew a map and a reconstruction that was a peripatio octastilo with a very small space between the columns [Pallad. Four Books of Architecture in 1570, IV, § 3, 128 ff; Labac. Book belongs to ‘Architecture, 1552, 25-28; 1559, 33-36].

 

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Trajan Æ Sestertius. Rome, 104-111 AD. IMP CAES NERVAE TRAIANO AVG GER DAC P M TR P COS V P P, laureate bust right, displaying bare shoulder & chest, slight drapery on left shoulder / SPQR OPTIMO PRINCIPI, octostyle temple of Venus Genetrix(?), Venus standing within; Jupiter seated facing in pediment, flanked by smaller reclining figures; five statues on roof; SC in exergue. RIC 575; C. 552. 27.89g, 35mm, 7h.