II NON. SEPT. (4) C – XII KAL. OCT. (19) C

Ludi Romani

I Ludi Romani o Magni erano la principale manifestazione di questo genere fissata nel calendario. Erano indetti in onore di Giove [Fest. 122]. Secondo la tradizione storiografica, furono fondati da Tarquinio Prisco in occasione della conquista della città di Apiolae [Liv. I, 35, 9], oppure nel primo secolo della Repubblica, dopo la vittoria del Lago Regillo sui Latini [Dion. H. VII, 71; Cic. Div. I, 26, 55], ma è più probabile che siano stati istituiti nel primo anno dopo la cacciata dei re, in occasione della dedica del tempio di Giove Ottimo Massimo, alle Eid. Sept. del 509 aev. e che all’origine si svolgessero solo in questo giorno. Secondo la tradizione riportata da Livio, fu in occasione dei primi Ludi voluti da Tarquinio Prisco, che furono innalzate le prime strutture permanenti nel Circo Massimo, affinchè i cittadini potessero assistere alle gare ippiche [Liv. I, 35, 9].

Il periodo in cui si svolgevano questi spettacoli, subito dopo la fine delle campagne militari e prima dei riti con cui erano purificate le armi e le truppe, fa pensare che, in epoca arcaica, la loro istituzione sia avvenuta per esaudire un voto fatto dai comandanti a Giove, perché preservasse la città di Roma da particolari pericoli delle campagne militari e perché garantisse la prosperità dello Stato e che si svolgessero dopo il trionfo, la cui processione saliva fino al tempio capitolino, o anche in caso che non fosse celebrato. In origine non si trattava di una festività ripetuta annualmente, ma indetta ogni volta che fosse stato ritenuto opportuno, solo in un’epoca che non possiamo identificare, ma anteriore al IV sec. aev., i giochi divennero annuali, tuttavia rimasero ancora per molto tempo ludi “eccezionali”, non regolarmente inseriti nel calendario [Liv. I, 35, 9]. È probabile che la designazione di Ludi Magni, riguardasse questi ludi votivi, mentre il nome di Ludi Romani fu assegnata in seguito, quando divennero una festa fissa del calendario, gli autori antichi usano spesso i due nomi come sinonimi [Cic. Rep. II, 20, 35; Ver. I, 10, 31; Fest. 122; PsAsc. pgg. 142 – 3 Or.; Liv. VIII, 40, 2]. Altri nomi con cui erano definiti sono Ludi Stati [Liv. X, 47, 7; XXV, 2, 8] e Ludi Votivi [XXII, 9, 10; XXII, 10, 7; XXVII, 33, 8; XXXVI, 2, 2; XXXIX, 22, 2; Suet. Aug. XXIII].

I Ludi Romani non appaiono in lettere maiuscole nei calendari epigrafici, per cui è stato ipotizzato che vi siano stati introdotti subito dopo il periodo monarchico, o comunque in un’epoca molto antica, prima del 491 aev (Livio ne menziona la celebrazione in quest’anno per la prima volta [Liv. II, 36], tuttavia non fa alcun riferimento alla loro istituzione, il che lascia intendere che fosse anteriore a questa data); nel 322 aev, sono menzionati per la prima volta come festività fissa [Liv. VIII, 40, 2], ma probabilmente divennero feriae stativae dal 367 aev, quando la loro organizzazione passò agli aediles curules, magistratura nata proprio in questa occasione per presiedere alla loro organizzazione, anche se la celebrazione spettava sempre ai consoli.

All’inizio la durata era di un solo giorno (le Eidus Sept.); un secondo fu aggiunto dopo la cacciata dei re [Dion. H. VI, 95], un terzo dopo la secessione della plebe (494 aev) [Liv. VI, 42, 12] e un quarto alla fine delle ostilità tra patrizi e plebei nel 367 aev [Plut. Camil. XLII]. Furono poi portati a dieci giorni tra il 191 e il 171 aev [Liv. XXXVI, 2,; XXXIX, 22, 1; Mommsen, Röm. Forsch. 2, 54] e, subito prima della morte di Cesare, ne duravano quindici [Cic. Ver, 1,10; 31], dal 5° al 19° Sept. Un sedicesimo giorno fu infine aggiunto dopo la morte di Cesare [Cic. Phil. II, 43, 110], probabilmente il 4° Sept. [Cic. Verr. II, 52, 130], cosicché l’ultimo giorno fosse sempre il 19° Sept. [CIL I, 401]. Durante questo periodo si svolgevano anche l’Epulum Jovis (13° Sept.) e la Equitum Probatio (14° Sept.). La celebrazione di questi Ludi era nelle mani, dapprima dei consoli, poi degli edili curuli, a sottolinearne la connotazione essenzialmente patrizia.

Questa celebrazione era composta da un solenne processione, pompa, che partendo dal Campidoglio, attraversava il Foro, il Velabro, il Foro Boario ed entrava nel Circo dalla Porta Pompae. Era guidata dai magistrati che si occupavano dei giochi che procedevano su una biga, abbigliati come trionfatori (con la trabea e la toga praetexta), indossando una corona d’oro [Juv. X, 35 – 42]. Quindi seguivano i giovani, prima i cavalieri in squadroni ordinati a cavallo, poi coloro destinati a militare nella fanteria, anch’essi in gruppi ordinati e gli aurighi, su quadrighe, bighe o su un solo cavallo. Poi venivano i danzatori che indossavano una tunica rossa, fermata da una cintura di bronzo e le armi (danzatori di pyrrhica) e quelli vestiti da satiri e sileni che imitavano e ridicolizzavano i movimenti degli altri, ballando il sicinnis, lanciando lazzi e frasi spiritose. Venivano quindi i suonatori di flauto e di lira. Infine vi erano i sacerdoti, divisi nei loro collegia e le immagini degli Dei, portate o sulle spalle degli uomini, o su carri detti tonsae [Dion. H. VII, 72]. Alla fine della processione, i magistrati e i sacerdoti sacrificavano dei tori [Dion. H. Cit.].

In seguito si svolgevano gare di quadrighe guidate da un auriga e un guerriero che, alla fine della competizione, correva a piedi [Dion. H. VII, 72], pratica peculiare dei Ludi Romani. Vi erano altre competizioni a cavallo in cui si cimentavano i desultores, atleti che saltavano dai carri o dai cavalli per competere a piedi, simili ai membri della cavalleria greca di Taranto (da cui si pensa che provenga questo tipo di competizione) [Liv. XXIII, 29, 5]. Oltre alle gare ippiche, si svolgevano anche competizioni atletiche di lotta e pugilato [Liv. I, 39; Dion. H. VII, 72] In origine vi era probabilmente solo una competizione per ogni disciplina, a cui partecipavano solo due o tre contendenti [Liv. XLIV, 9, 4], ad esempio le fationes delle corse delle bighe erano, all’inizio, solo due o tre: bianchi, verdi e rossi. Successivamente il loro numero e così anche quello dei partecipanti.  Oltre a questi eventi principali vi erano anche altre competizioni tra giovani a cavallo (lusus trojae) e di lotta. Furono aggiunte danze e spettacoli scenici, dal 364 aev [Liv. XXIV, 43, 7]. I vincitori delle competizioni erano premiati con corone ed indossavano le armi dei nemici sconfitti.

 

Ludi Romani

The Ludi Romani or Magni was the main event of its kind established in the calendar. They were organized in honor of Jupiter [Fest. 122]. According to the historiographical tradition, they were founded by Tarquinio Prisco on the occasion of the conquest of the city of Apiolae [Liv. I, 35, 9], or in the first century of the Republic, after the victory of Lake Regillo over the Latins [Dion. H. VII, 71; Cic. Div. I, 26, 55], but it is more likely to have been established in the first year after the expulsion of the kings on the occasion of the dedication of the temple of Jupiter Optimus Maximus, the Eid. Sept. of 509 BCE. and that the origin would take place only on this day. According to the tradition reported by Livy, it was the occasion of the first Ludi wanted by Tarquinio Prisco, which were built the first permanent structures in the Circus Maximus, so that people could watch the horse races [Liv. I, 35, 9].

The period in which these events took place immediately after the end of military campaigns and before the rites with which weapons and troops were purified, suggests that, in ancient times, setting them up has taken place to fulfill a vow made by the commanders Jupiter, because it would preserve the city of Rome by particular dangers of military campaigns and why would guarantee the prosperity of the state and that would take place after the triumph, whose saliva procession to the Capitoline temple, or even if it was not celebrated. Originally it was not a feast annually repeated, but each time it was called was considered appropriate, only in a time that we can not identify, but earlier than the fourth century. BCE., the games became annual, however, they remained for a long time ludi “exceptional”, not regularly entered in the calendar [Liv. I, 35, 9]. It is likely that the designation of Ludi Magni, concern these ludi votivi, while the name of Ludi Romani was given later, when they became a fixed feast of the calendar, the ancient authors often use the two names interchangeably [Cic. Rep. II, 20, 35; Ver. I, 10, 31; Fest. 122; PsAsc. pgg. 142-3 Or .; Liv. VIII, 40, 2]. Other names by which they were defined are Ludi States [Liv. X, 47, 7; XXV, 2, 8] and Ludi Votive [XXII, 9, 10; XXII, 10, 7; XXVII, 33, 8; XXXVI, 2, 2; XXXIX, 22, 2; Suet. Aug. XXIII].

The Ludi Romani does not appear in capital letters in the epigraphic calendars, so it has been speculated that there have been introduced immediately after the monarchical period, or at least in a very early period, before 491 BCE (Livy mentions the celebration in quest ‘ year for the first time [Liv. II, 36], however, makes no reference to their institution, which suggests that it was prior to this date); in 322 BCE, they are mentioned for the first time as fixed holidays [Liv. VIII, 40, 2], but probably became feriae stativae from 367 BCE, when their organization passed to curules aediles, magistrates born right on this occasion to preside over their organization, although the celebration always belonged to the consuls.

At first the term was only one day (Eidus Sept.); a second was added after the expulsion of the kings [Dion. H. VI, 95], third after the secession of the plebeians (494 BCE) [Liv. VI, 42, 12] and a quarter at the end of hostilities between the patricians and plebeians in 367 BCE [Plut. Camil. XLII]. They were then taken to ten days between 191 and 171 BCE [Liv. XXXVI, 2 ,; XXXIX, 22, 1; Mommsen, Röm. Forsch. 2, 54], and, just before the death of Caesar, it lasted fifteen [Cic. Ver, 1.10; 31], from the 5th to the 19th Sept. A sixteenth day was finally added after the death of Caesar [Cic. Phil. II, 43, 110], probably the 4th Sept. [Cic. Verr. II, 52, 130], so that always the last day was the 19th Sept. [CIL I, 401]. During this period they also held the Epulum Jovis (13th Sept.) and Equitum probatio (14th Sept.). The celebration of these Ludi was in the hands, first of the consuls, then the curule aediles, to emphasize the essentially patrician connotation.

This celebration consisted of a solemn procession, pump, which starts from the Capitol, crossed the Forum, the Velabro, the Foro Boario and entered in the Circus from Porta Pompae. It was led by judges who took care of the games that were proceeding on a chariot, dressed as winners (with trabea and praetexta toga), wearing a golden crown [Juv. X, 35-42]. Then followed the young, before the horsemen in squadrons ordered horse, then those intended for the military in the infantry, and the charioteers themselves in ordered groups of chariots, chariot or a single horse. Then came the dancers who wore a red tunic, stopped by a bronze belt and weapons (of pyrrhica dancers) and those dressed as satyrs and Sileni who imitated and ridiculed the movements of the other, dancing the sicinnis, throwing jokes and witty phrases. After these came the flute and lyre. Finally there were priests, divided in their collegia and the images of the Gods, flow rates or on men’s shoulders, or on these wagons tonsae [Dion. H. VII, 72]. At the end of the procession, the magistrates and the priests sacrificed bulls [Dion. H. Cit.].

Following chariot races took place guided by a charioteer and a warrior who, at the end of the competition, he ran on foot [Dion. H. VII, 72], the peculiar practice of the Romans Ludi. There were other competitions on horseback in which competed the desultores, athletes leaping from their chariots and horses to compete walk, similar to the members of the Greek cavalry of Taranto (which is expected to come this type of competition) [Liv. XXIII, 29, 5]. In addition to the horse races, also they held athletic competitions of wrestling and boxing [Liv. I, 39; Dion. H. VII, 72]. Originally there was probably only a competition for each discipline, they attended only two or three contenders [Liv. XLIV, 9, 4], such as fationes of chariot races were, at first, only two or three: white, green and red. Subsequently their number and thus also that of the participants. In addition to these major events, there were also other competitions between young horse (lusus trojae) and struggle. They were added dances and stage performances, from 364 BCE [Liv. XXIV, 43, 7]. The winners of the competitions were rewarded with crowns and wore the weapons of defeated enemies.

 

Picture

Caracalla augustus, 198 – 217. Sestertius 213, Æ 23.33 g. M AVREL ANTONINVS PIVS AVG BRIT Laureate, draped and cuirassed bust r. Rev. P M TR P XVI IMP II View of the Circus Maximus with its arches, the obelisk, the spina, chariots; in the background, a temple and a colonnade. In exergue, COS IIII P P / S C. C 236. BMC 251 and pl. 75, 4 (this reverse die). RIC 500a.

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VIII KAL. SEPT. (23) NP

VOLCANALIA

Majae supra Comitium

I Volcanalia erano la festa in onore di Volcanus

… Volcanalia da Volcanus, poichè allora cadeva il giorno festivo a lui dedicato e il popolo gettava nel fuoco degli animali per il proprio bene (pro se [nel testo pro se starebbe per pro populo, formula che distingue le feste pubbliche, oppure al posto di se stessi, cioè delle proprie anime])… [Var. L. L. VI, 20]

Si tratta di una divinità molto antica che fu identificata con Efesto, tuttavia i suoi caratteri originari sono molto diversi da quelli del Dio Greco. L’origine del suo nome è incerta, alcuni autori  lo fanno derivare da una radice indoeuropea che ha dato il sanscrito velk, brillare, altri dalla radice etrusca velc o dal cretese Felcanos, ma la questione è tutt’ora incerta. Sembra che gli etruschi conoscessero un Velcans, il cui nome è riportato sul fegato di Piacenza, che corrisponderebbe al Mulciber (epiteto poetico di Vulcanus, colui che fonde, rammollisce, il metallo) che Marziano Capella, nel De Nuptis Philosophiae et Mercuri, colloca nella quarta sede celsete [Mart. Cap. I, 48]; tuttavia la divinità che gli etruschi identificavano con Efesto era Sethlans e non Velcans, che invece potrebbe corrispondere all’antico Vulcanus romano.

Nell’elenco di Marziano Capella Questi appare, assieme a Terra e Tellurus, nella quinta sede celeste [Mart. Cap. I, 49], ma troviamo anche un Volcanus Iovialis a cui era attribuito il potere di inviare la folgore [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varrone annovera Vulcanus tra le divinità introdotte a Roma da Tito Tazio, facendone un Dio Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Altri Lo identificavano con Sol [Serv. Aen. III, 35] che d’altra aprte rappresentava il fuoco celste .

È stato proposto anche un parallelo tra un possibile paleolatino *uelkano e l’osseto Waergon, nome del Dio metallurgo di quel popolo: entrambi i termini deriverebbero dalla radice *urka, lupo e rimanderebbero ad una forma di totemismo per cui il Dio metallurgo paleoindoeuropeo sarebbe stato rappresentato sotto forma di lupo. Anche questa etimologia, però, è poco convincente.

L’iconografia etrusca di Sethlans lo rappresenta come un giovane, dal fisico perfetto, e dai capelli ricci, che porta un’ascia bipenne, immagine molto lontana da quella dell’Efesto greco che sarà quella prevalente nelle raffiurazioni romane

Il principale e più antico luogo sacro dedicato a Vulcanus era il Volcanal o ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX,  46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: uno spazio delimitato attorno ad un altare a cielo aperto che si trovava all’angolo nord-est del Foro, 5 metri più in alto del Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] e sarebbe stato consacrato da Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Da qui, in epoca arcaica, prima della costruzione dei rostra, il re e i magistrati si rivolgevano al popolo [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. Vi si trovavano una quadriga in bronzo dedicata da Romolo e una statua di Romolo stesso [Dion. H. II, 54, 2], una statua di Orazio Coclite [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11,2; Plut. Popl. 16] e quella di un danzatore colpito da un fulmine [Fest. 290].

La festa. In occasione dei Volcanalia, i romani sacrificavano degli animali vivi nel fuoco del Dio [Var. L. L. VI, 20], si trattava di pesci pescati nel Tevere, forse pescati in occasione dei ludi piscatorii di Aprilis [Fest.238], o più probabilmente venduti dai pescatori nell’area del tempio. Tale offerta sostituiva quella di esseri umani,

… pro animis humanis… [Fest. 238]

oppure, se intendiamo altrimenti il passaggio di Festo (anche alla luce del pro se di Varrone) era fatta per la salute ed il benessere di coloro che sacrificavano (pro popolo), placando il Dio, così da tenere lontani gl’incendi.

In questo giorno, secondo i Fasti Anziati, avveniva anche un sacrificio a Maja sopra il Comitium, ovvero quindi nel luogo dove si trovava il Volcanal [ILLRP 9].

Le fonti antiche definiscono questa divinità paredra di Volcanus [Gel. XII, 23,1] e i dati cultuali (oltre al sacrificio che si svolgeva ai Volcanalia, il fatto che alle Kal. Maj. fosse il flamen volcanalis ad offrire a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]) confermano questo legame: il nome Maja, deriva dalla stessa radice di major e majestas e rimanda al crescere, all’aumentare, per cui Essa può essere vista come la capacità del fuoco di crescere rapidamente quando viene alimentato. Un’altra divinità femminile associata a Volcanus era Stata Mater [CIL VI, 802], purtroppo non abbiamo molte informazioni su di Lei, sappiamo che una Sua statua era venerata nel Foro e che il cui culto era celebrato in tutti i vici [Fest. 317]. Il suo nome rimanda alla capacità di bloccare il propagarsi del fuoco, per cui la sua azione è opposta a quella di Maja .

Vulcanus era anche associato a Vesta, come dimostra il fatto che nel lectisternio del 217 aev. queste due divinità si trovavano sullo stesso letto, tale associazione sarebbe un riflesso dell’antica teologia indoeuropea dei fuochi, di cui si trova la più completa elaborazione nei testi vedici.

 

Volcano in Circo Flaminio

La posizione del tempio è controversa: alcuni calendari epigrafici lo collocano nel Circo Flaminio [Fast. Val. ad Kal. Sept., CIL Ia pg 240], altri non danno indicazioni [Fast. Arv. CIL I pg 215 = VI, 32482], mentre i Fasti Anziati lo citano assieme al tempio delle Ninfe in Campo, il che lascerebbe intendere che si trovasse nel Campo Marzio, come afferma Livio [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. Queste discrepanze hanno suggerito l’ipotesi che esistessero due templi diversi, che, tuttavia, è stata scartata. L’opinione più accreditata, oggi, è che il tempio si trovasse nel Campo Marzio, nei pressi di quella che fu la Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5 – 6; Q. R. 47], al confine col complesso dei templi del Circo Flaminio. L’edificio sorgeva dove oggi si trova Palazzo Mattei, al centro della Cripta Balbi [CIL VI, 798]. La data di costruzione ci è ignota, ma sappiamo che deve essere prima del 214 aev. poichè in quell’anno fu colpito da un fulmine, così come accadde nel 197 aev. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Forse è questo tempio che la tradizione fa risalire a Romolo e quello a cui si riferisce Vitruvio dicendo che si trovava fuori dalle mura della città [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], il che porrebbe la sua data di costruzione dopo l’allargamento del pomerium e l’edificazione delle mura serviane che compresero il Comitium ed il più antico Volcanal. Alcune monete del 105 aev che rappresentano un busto di Volkanus, con gli attributi che aveva a Lipara, farebbero riferimento al trionfo di L. Aurelius Cota, conquistatore di Lipara e potrebbe essere stato costui a votare il tempio durante il suo consolato del 252 aev [Crawford 1974, no. 314; ad locum, pg 322]

Il 23 Sext. vi si svolgevano sacrifici in onore di Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi Opifera

Un tempio dedicato a Ops sul Campidoglio è menzionato per la prima volta nel 186 aev quando fu colpito da un fulmine [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. Secondo Plinio fu dedicato da L. Caecilius Metellus pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: gli autori moderni hanno identificato questo personaggio con L. Caecilius Metellus Delmaticus, che avrebbe restaurato un tempio precedente nella seconda metà del II sec. aev (probabilmente nel 119 aev); oppure con L. Caecilius Metellus che lo avrebbe dedicato quando era console nel 251 o 247 aev come risoluzione di un voto formulato durante la battaglia di Panormo.

Il tempio divenne famoso come luogo dove Cesare depositò il tesoro pubblico di 700’000’000 di sesterzi [Cic. ad Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174], inoltre, fu decorato con una delle statue equestri che Q. Caecilius Metellus Scipio fece erigere in onore dei suoi antenati quando fu console nel 52 aev  [Cic. ad Att. VI, 1, 17] ed è citato negli scholii veronesi all’Eneide [Schol. Ver. Aen. II, 714]. Le matrone vi si riunirono in occasione della celebrazione dei ludi saeculares del 17 aev. [CIL VI, 32323]. Diplomi militari concessi a soldati che si erano distinti erano appesi alle sue pareti e forse vi erano conservati i pesi standard di riferimento (è stato ritrovato un peso di bronzo con l’iscrizione templ(um) Opis aug(ustae) [CIL XVI, 3; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

Il cognomen della Dea a cui era dedicato non è certo, così come la data della sua dedica: il calendario degli arvali riporta per il 23 Sext, Volcanalia, la dedica di un tempio a Ops Opifera (che, secondo Plinio sarebbe stato quello dedicato da Caecilius Metellus), altri calendari hanno Opi in Capitolio al 25 Sext, Opiconsiva, il che farebbe pensare che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Consiva [Fast. Arv. ad VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. L’opinione prevalente degli autori moderni è che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Opifera e che il suo dies natalis fosse ai Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

L’invocazione delle ninfe, divinità delle fonti e dell’acqua corrente, nel giorno in cui si celebrava Volcanus, aveva forse uno scopo apotropaico, Plinio riporta infatti che, quando, durante un banchetto, veniva pronunciata la parola “incendio”, bisognava subito gettare dell’acqua sulla tavola [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

Il tempio intitolato alle Ninfe nel Campo Marzio conteneva documenti del census che furono bruciati da Clodio [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Non si conosce la data della sua costruzione, che, si ipotizza, sia avvenuta nel III sec aev, oppure tra il 179 aev e il 166 aev. Fu dedicato il 23 Sext. [Fast. Arv; CIL I², 215; 326), ma non vi sono indicazioni del luogo esatto in cui si sorgeva, a meno che non lo si identifichi col locus Juturnae; situato anch’esso nel Campo Martio, fu edificato da Q. Lutatio Catulo [Serv. Aen. XII, 139], vincitore della Prima Guerra Punica. Si trovava vicino al luogo dove poi sarebbe arrivato l’acquedotto dell’aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicerone parla anche di una statua dorata [Cic. Pro Clu. 101). La data della dedica è 11 Jan. in concomitanza coi Juturnalia [Ov. cit.; ILLRP 9], ma vi si celebravano anche dei sacrifici ai Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Un’altra ipotesi, oggi prevalente, è che si tratti dell’edificio sacro emerso durante i lavori di scava in via delle Botteghe Oscure (alcuni autori, tuttavia, ritengono che si tratti del tempio dei Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

I calendari epigrafici riportano tra le dediche compiute in questo giorno, quella dell’altare di Hora sul colle Quirinale [ILLRP 9]. Un passo delle Metamorfosi, racconta della deificazione di Hersilia, moglie di Romolo, avvenuta sul colle Quirinale, in un bosco sacro nei pressi del tempio di Quirino [Ov. Met. XIV, 836 – 837], è quindi possibile che l’altare si trovasse in quel luogo. In questo caso avrebbe potuto trattarsi di un tempio vero e proprio, edificato nel III sec. aev, di cui non abbiamo notizia. Un’altra ipotesi è che si trattasse di un altare all’interno dell’area sacra del tempio di Quirino, ma in questo caso sarebbe stato improbabile che ne fosse ricordata la dedica.

 

Volcanalia

Majae supra Comitium

The Volcanalia were the party in honor of Volcanus

… Volcanalia from Volcanus, then fell as the public holiday dedicated to him and threw people in the animal heat for their own good (pro se [in the text pro se would be for pro populo, formula that distinguishes public holidays, or to instead of themselves, that is their own souls]) … [Var. L. L. VI, 20]

It is a very ancient deity who was identified with Hephaestus, yet its original characteristics are very different from those of the Greek God. The origin of its name is uncertain, some authors do result from an Indo-European root that gave Sanskrit Velk, shine, others from the Etruscan root velo by the Cretan F, but the question is still uncertain. It seems that the Etruscans knew a Velans, whose name appears on the liver of Piacenza, which would correspond to Mulciber (poetic epithet of Vulcanus, who melts, softens, metal) that Martian Capella, in De Nuptis Philosophiae et Mercuri, It ranks in fourth seat celsete [Mart. Chap. I, 48]; However, the divinity that the Etruscans identified with Hephaestus was Sethlans and not Velans, which instead could match the ancient Roman Vulcanus.

These appear in the list of Marziano Capella, along with Earth and Tellurus, in the fifth heavenly home [Mart. Chap. I, 49], but we also find a Volcanus Iovialis who had the power to send lightning [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varro Vulcanus counts among the deities brought to Rome by Titus Tazio, making a God Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. The other identified with Sol [Serv. Aen. III, 35] that the other aprte represented fire celste.

It has also proposed a parallel between a possible paleolatino * uelkano and Ossetian Waergon, name of the metallurgist God to the people: both terms derive from the root * urka, wolf and rimanderebbero to a form of totemism that the God would metallurgist paleoindoeuropeo It was represented in the form of a wolf. Even this etymology, however, is unconvincing.

The Etruscan iconography Sethlans represents him as a young man, the perfect body, and curly hair, carrying an ax ax, image very different from the greek dell’Efesto that will be that prevailing in the Roman raffiurazioni

The main and most ancient sacred place dedicated to Vulcanus was the Volcanal or ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX, 46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: a designated area around an altar in the open air which was located at the northeast corner of the Forum, 5 meters higher than the Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] and would be consecrated by Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Hence, in ancient times, before the construction of the rostra, the king and the magistrates addressed the people [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. There were a bronze chariot dedicated by Romulus and a statue of Romulus himself [Dion. H. II, 54, 2], a statue of Horatius Codes [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11.2; Plut. Popl. 16] and that of a dancer struck by lightning [Fest. 290].

The party. On the occasion of Volcanalia, the Romans sacrificed for live animals in the fire of God [Var. L. L. VI, 20], it was fish caught in the Tiber, perhaps caught on the occasion of ludi piscatorii of Aprilis [Fest.238], or more probably sold by fishermen in the temple area. Such offer replaced that of humans,

… Pro animis humanis … [Fest. 238]

or, if we are otherwise the passage of Festus (especially in light of the pro se Varro) it was made for the health and welfare of those who sacrificed (pro people), appeasing the God, so keep away the conflagrations.

On this day, according to Antiates Fasti, also occurred a sacrifice to Maja above the Comitium, then that is the place where was the Volcanal [ILLRP 9].

Ancient sources define this paredra deities Volcanus [Gel. XII, 23.1] and worshiping data (in addition to the sacrifice that took place at Volcanalia, the fact that the Kal. Maj. Was the flamen volcanalis to offer Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 ff] ) confirm this relationship: the name Maja, comes from the same root as majors and majestas and refers to grow, increasing, so it can be seen as the fire ability to grow rapidly when fed. Another female deity associated with Volcanus was Stata Mater [CIL VI, 802], unfortunately we do not have a lot of information about you, we know that His statue was venerated in the Forum and whose cult was celebrated in all the vici [Fest. 317]. Its name refers to the ability to block the spread of fire, so that its action is opposite to that of Maja.

Vulcanus was also associated with Vesta, as evidenced by the fact that in lectisternio in 217 BCE. these two gods were located on the same bed, this association would be a reflection of the ancient Indo-European theology of fires, which is the most complete processing in the Vedic texts.

 

Volcano in Circo Flaminio

The location of the temple is controversial: some epigraphic calendars placed him in the Circus Flaminio [Fast. Val. to Kal. Sept., CIL Ia pg 240], others do not give indications [Fast. Arv. CIL’s 215 pg = VI, 32482], while the Fasti Antiates cite it together to the temple of the Nymphs in Campo, which would suggest that he was in the Campus Martius, as Livy says [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. These discrepancies have suggested the hypothesis that there were two different temples, which, however, was discarded. The most accepted opinion today is that the temple he was in the Campus Martius, near what was once the Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5-6; Q. R. 47], on the border with the temples of the Flaminio Circus. The building stood where today there is the Palazzo Mattei, the heart of Balbi Crypt [CIL VI, 798]. The date of construction is unknown to us, but we know it must be prior to 214 BCE. because in that year he was struck by lightning, as happened in 197 BCE. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Perhaps it is this temple that the tradition dates back to Romulus and the one referred to by Vitruvius saying it was outside the city walls [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], which would place its construction date after the enlargement of the pomerium and the building of the Servian walls that understood the Comitium and the oldest Volcanal. Some coins of 105 BCE representing a bust of Volkanus, with the attributes that had to Lipara, would refer to the triumph of L. Aurelius Cota, of Lipara conqueror and he may have been to vote for the temple during his consulate in 252 BCE [ Crawford 1974 no. 314; ad locum, pg 322]

23 Sext. sacrifices took place there in honor of Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi opifera

A temple of Ops on the Capitol is mentioned for the first time in 186 BCE when it was struck by lightning [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. According to Pliny, it was dedicated by L. Caecilius Metellus Pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: modern authors have identified this character with L. Caecilius Metellus Delmaticus, which would restore an earlier temple in the second half of the second century. BCE (probably in 119 BCE); or with L. Caecilius Metellus that he would dedicate when he was consul in 251 or 247 BCE as the resolution of a vow made during the Battle of Panormo.

The temple became famous as the place where Caesar deposited the public treasury of 700’000’000 of gold [Cic. to Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174] also was decorated with one of the equestrian statues that Q. Caecilius Metellus Scipio erected in honor of his ancestors when he was consul in 52 BCE [Cic. to Att. VI, 1, 17] and is cited in the Verona scholii Aeneid [Schol. Ver. Aen. II, 714]. The matrons met there on the occasion of the celebration of the secular games of 17 BCE. [CIL VI, 32323]. Military diplomas granted to soldiers who had distinguished themselves were hung on its walls were preserved and perhaps the reference standard weights (was found a bronze weight with the inscription templ (um) Opis aug (ustae) [CIL XVI, 3 ; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

The cognomen of the Goddess who was dedicated is not certain, as well as the date of its dedication: Arvali of the calendar shows for 23 Sext, Volcanalia, the dedication of a temple in Ops opifera (which, according to Pliny would have been dedicated to Caecilius Metellus), other calendars have Opi in Capitolio to 25 Sext, Opiconsiva, which suggests that the Capitoline temple was dedicated to Ops Consiva [Fast. Arv. to VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. The prevailing opinion of modern authors is that the Capitoline temple was dedicated to Ops opifera and that his Dies Natalis was to Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

The invocation of the nymphs, gods of the sources and running water, in the day when they celebrated Volcanus, had perhaps a purpose apotropaico, Pliny reports that in fact, when, during a banquet, was pronounced the word “fire”, it had suffered throw water on the table [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

The temple dedicated to the Nymphs in the Campus Martius contained documents of the census that were burned by Clodius [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Do not know the date of its construction, which, it is assumed, took place in the third century BCE, or between 179 BCE and 166 BCE. It was dedicated on 23 Sext. [Fast. arv; CIL I², 215; 326), but there is no indication of the exact location where you stood, unless it is identified with Juturnae locus; also situated in the Campo Marzio, it was built by Q. Catulus Lutatio [Serv. Aen. XII, 139], winner of the First Punic War. It was located near the place where then would come the Aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicero also speaks of a golden statue [Cic. Pro Clu. 101). The date of the dedication is Jan. 11 in conjunction with Juturnalia [Ov. cit .; ILLRP 9], but there is also celebrating sacrifices to Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Another hypothesis, prevailing today, is that this is a sacred building emerged during the work of digs because of the Dark Shops (some authors, however, believe that it is the temple of Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

The epigraphic calendars reported among the dedications made on this day, the altar of Hora on the Quirinal Hill [ILLRP 9]. A step of the Metamorphoses, tells of the deification of Hersilia, wife of Romulus, which occurred on the Quirinal Hill, in a sacred grove near the temple of Quirinus [Ov. Met. XIV, 836-837], it is therefore possible that the altar was in that place. In this case it could be a real temple, built in the third century. BCE, which we have no news. Another hypothesis is that it was an altar within the sacred space of the temple of Quirinus, but in this case it would be unlikely that they had remembered the dedication.

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Valerian I AR Antoninianus.Valerian I AR Antoninianus. Rome, AD 253-260. Radiate and draped bust right / Vulcan standing left holding hammer and tongs in tetrastyle temple, anvil at his feet. RIC 5. 3.37g, 20mm, 8h.

X KAL. SEPT. (21) NP

CONSUALIA

I Consualia erano celebrati in onore del Dio Consus [Var. L. L. VI, 20], si tratta di una festa estremamente antica che affonda le proprie origini all’inizio della storia della città. Secondo gli storici romani sarebbe stata istituita dagli Arcadi di Evandro [Dion. H. I, 33, 1 – 3], oppure da Romolo [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Tert. Spect. V].

Consus è un’antica divinità romana che è stata identificata con Poseidone Hippus [Dion. H. I, 33; Liv. I, 9; Strabo. Geog. V, 3, 2; Plut. Rom. XIV; Q. R. 48; Serv. Aen. VIII, 635 – 637; Tert. Spect. V], o Poseidone Squoti-terra [Dion. H. II, 31], oppure Neptunus [Strabo. V, 3, 2]. Le fonti latine fanno derivare il suo nome da conslio, dare consigli [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Serv. Aen. VIII, 635 – 637; Tert. Spect. V; Nat. II, 11, 10; Ov. Fast. III, 199; Fest. 41; Ps. Ascon. In Cic. Verr. I, 31 (pg 142 – 43 Or); August. C. D. IV, 11; Arnob. III, 23; Aus. Ecl. XXIII, 20], ma si tratta di una falsa etimologia; l’origine va invece cercata nel verbo condere, riunire, seppellire, nascondere, immagazzinare i raccolti (condere o recondre) [Col. XII, 10], dalla radice indoeuropea *dhe-, mettere, immagazzinare. Il participio consus sarebbe una forma arcaica conservatasi nel vocabolario religioso assieme alla forma regolare conditus e a consivus, un appellativo del Dio.

Legato alle attività agricole, specificamente Consus presiedeva all’imagazzinamento dei raccolti, non è un caso quindi che il suo altare si trovasse nel Circo Massimo, assieme a quello di altre divinità che proteggevano le varie fasi del lavoro agricolo: Seia, Segetia, Tutilina, Consus presiedevano alla serie delle operazioni che si svolgevano nei campi: semina, mietitura, preparazione ed immagazzinamento dei cereali. La festa di Consus cadeva quindi dopo la fine dei raccolti, nel mese Sextilis, tuttavia vi erano altre due feste deidcate a questa divinità, una all’inizio di Quinctilis (vedi sacrum Consi) e una in December (vedi Consualia in December).

L’altare di Consus, che si trovava nei pressi delle Metae Murciae, era sotterraneo e normalmente non era visibile poiché l’accesso era chiuso in superficie da porte [Serv. Aen. VIII, 636 – 37; Tert. Spect. V; VIII; Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV]. Veniva aperto solo in occasione delle feste del Dio, quando vi si svolgevano i riti [Spect. V; Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Var. L. L. VI, 20]. Si trattava probabilmente di un templum sotterraneo, una sala quadrangolare in cui si trovava l’altare per i sacrifici; sulla superficie del terreno il sito era sormontato da un podio, forse circolare, in cui si apriva l’ingresso al sotterraneo (normalmente chiuso), a sua volta coperto da una cupola sostenuta da colonne, i cui intercolumni erano chiusi da grate metalliche.

La collocazione ipogea è stata messa in relazione con l’uso, in tempi molto antichi, di immagazzinare i cereali, in strutture sotterranee. Un’altra ipotesi, che però oggi è stata scartata dagli studiosi, vuole che la collocazione dell’altare di Consus e la derivazione da condere, seppellire, lo identificassero come una divinità ctonia connessa con la germinazione dei cereali dopo la semina.

Ai Consualia l’accesso all’altare del Dio era aperto e il flamen quirinalis e le vestali vi sacrificavano le primizie dei raccolti [Dion. H. II, 30; Tert. Spect. V]. Nel Circo si svolgevano dei ludi, che, all’epoca delle nostre fonti storiche, comprendevano corse di cavalli, di carri, competizioni atletiche, corse di muli [Dion. H. II, 30 – 31; Tert. Spect. V; Fest. 148] e probabilmente anche spettacoli mimici e danze [Ov. A. A. I, 111 – 112] a cui presiedevano dei sacerdoti (gli stessi che avevano compiuto il sacrificio? I pontefici?) [Var. L. L. VI, 20]. In questo giorno muli e cavalli riposavano dai loro lavori e venivano coronati di fiori [Plut. Q. R. 48; Fest. 148; CIL I, 237]. Poichè le competizioni equestri sono state introdotte a Roma solo sotto il regno dei Tarquini [Liv. I, 35, 8 – 9] e i giochi scenici in epoca ancora successiva, è probabile che, in tempi arcaici, si svolgessero solo competizioni atletiche molto semplici che Varrone chiama “giochi di briganti”, che consistevano in prove di agilità e abilità su pelli bovine indurite accompagnati da musica e canti [Var. Vita Pop. Rom. I apud Non. 21]

Secondo la tradizione fu durante la celebrazione dei giochi dei Consualia, quattro mesi dopo la fondazione della città [Plut. Rom. XIV], o quattro anni dopo [Dion. H. II, 31], che furono rapite le Sabine: Romolo, poiché nella sua città mancavano donne, o per stringere alleanze con le città vicine (o per avere il pretesto per una guerra) mandò a chiedere che gli fossero mandate delle giovani affinchè sposassero uomini romani, ma le sue richieste furono rifiutate; allora decise di indire dei grandi giochi in onore di Consus a cui invitò i popoli confinanti. Durante il loro svolgimento i giovani romani rapirono le donne non ancora sposate. Da tale azione scaturì una guerra che si concluse solamente con l’intervento delle donne rapite che accettarono di vivere a Roma e di sposare gli uomini romani. La pace tra i romani e i sabini fu sancita presso il sacello di Cloacina e in seguito Romolo sancì le unioni tra i suoi concittadini e le donne straniere, istituendo così i più antichi riti matrimoniali. [Plut. Rom. XIV; Dion. H. II, 30 – 31; Serv. Aen. VIII, 635; Liv. I, 9, 1 – 2; Cic. Rep. II, 12; Prop. II, 6, 21-22; IV, 4, 57-58; Verg. Aen. VIII, 635 – 641; Ov. A. A. I, 101 – 30; Fast. III, 189 – 200; VI, 93 – 95; Strabo. V, 3, 2; Val. Pat. I, 8, 6; Val. Max. II, 4, 4; Plin. Nat. Hist. XV, 119; Flor. I, 1, 10; Ps. Ascon. in Cic, Verr. I, 31 (142 – 143 Or); App I, fr. 5, 1; Polyen VIII, 3, 1; Tert. Spect. V, 5; Min. Fel. Oct. XXV, 3; Eutr. I, 2, 2; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill II, 1, 4; Macr. Sat. I, 9, 17; Aus. Ecl. XXIII, 19-22; August. C. D. II, 17; Oros. II, 4, 2; Mal. VIII, 6; Zon. VII, 3 – 4].

 

Consualia

The Consualia were celebrated in honor of the god Consus [Var. L. L. VI, 20], it is a very ancient festival that has its origins at the beginning of the city’s history. According to the Roman historians it would be set up by the Arcadians of Evander [Dion. H. I, 33, 1-3], or by Romulus [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Tert. Spect. V].

Consus was an ancient Roman deity who was identified with Poseidon Hippus [Dion. H. I, 33; Liv. I, 9; Strabo. Geog. V, 3, 2; Plut. Rom. XIV; Q. R. 48; Serv. Aen. VIII, 635-637; Tert. Spect. V], or Poseidon Squoti-earth [Dion. H. II, 31], or Neptunus [Strabo. V, 3, 2]. The Latin sources derive its name from conslio, give advice [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Serv. Aen. VIII, 635-637; Tert. Spect. V; Nat. II, 11, 10; Ov. Fast. III, 199; Fest. 41; Ps. Ascon. In Cic. Verr. I, 31 (pg 142-43 Or); August. C. D. IV, 11; Arnob. III, 23; Aus. ECL. XXIII, 20], but it is a false etymology; the source must be sought rather in the verb condere, bring together, bury, hide, store the collected (or condere recondre) [Col. XII, 10], from the Indo-European root * dhe-, put, store. The participle Consus would be an archaic form preserved in the religious vocabulary along with the regular form conditus and consivus, an epithet of God.

Related to farming activities, specifically Consus presided all’imagazzinamento of crops, it is not by chance that his altar he was in the Circus Maximus, along with that of other deities that protected the various stages of agricultural work: Seia, Segetia, Tutilina, Consus presided over the series of transactions that were carried out in the fields planting, harvesting, preparation and storage of cereals. The Consus party then fell after the end of the crops, in the month Sextilis, however there were two other deidcate parties to this deity, one at the beginning of Quinctilis (see sacrum Coun) and in December (see Consualia in December).

The altar of Consus, who was in the vicinity of metae Murciae, was underground and normally was not visible because access was closed to the surface from ports [Serv. Aen. VIII, 636-37; Tert. Spect. V; VIII; Dion. H. II, 31; Plut. . XIV] rom. It was open only during the celebrations of God, when there took place the rites [Spect. V; Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Var. L. L. VI, 20]. It was probably a templum underground, a square room where he was an altar for sacrifices; on the surface of the land the site was surmounted by a podium, perhaps circular, in which opened the entrance to underground (normally closed), in turn covered by a dome supported by columns, whose intercolumns were closed by metal grates.

The underground location has been associated with the use, in very ancient times, to store grain in underground facilities. Another hypothesis, but now has been discarded by scholars, says that the placement of the altar of Consus and the derivation from condere, bury, him identify themselves as a chthonic deities connected with the germination of grains after sowing.

Consualia to access the altar of God was opened and the flamen Quirinalis and vestals you sacrificed the first fruits of the crops [Dion. H. II, 30; Tert. Spect. V]. It took place in the Circus of the ludi, that at the time of our historical sources, included horse racing, chariot, athletic competitions, mule rides [Dion. H. II, 30-31; Tert. Spect. V; Fest. 148] and probably mimic shows and dances [Ov. A. A. I, 111-112] who presided priests (the same ones who had made the sacrifice? The pontiffs?) [Var. L. L. VI, 20]. On this day the mules and horses were resting from their jobs and were crowned with flowers [Plut. Q. R. 48; Fest. 148; CIL I, 237]. As the equestrian competitions were introduced in Rome only in the reign of Tarquinius [Liv. I, 35, 8-9] and scenic games still later, it is likely that, in early times, were held a few very basic athletic competitions which Varro calls “bandits games”, which consisted in agility trials and abilities of skins hardened beef accompanied by music and singing [Var. Pop Life. Rom. I apud Non. 21]

According to tradition, during the celebration of the Consualia games, four months after the founding of the city [Plut. Rom. XIV], or four years after [Dion. H. II, 31], who were kidnapped the Sabine: Romulus, since in his town were missing women, or to form alliances with neighboring cities (or to have a pretext for a war) sent to ask that they send the young people so that They marry Roman men, but his requests were rejected; then he decided to hold the great games in honor of Consus to which he invited the neighboring peoples. During them the young Romans abducted women not yet married. From this sprang action a war that only ended with the intervention of the abducted women who agreed to live in Rome and marry Roman men. The peace between the Romans and the Sabines was sanctioned at the Cloacina shrine and later Romolo sanctioned marriages among his fellow citizens and foreign women, thus establishing the oldest marriage rites. [Plut. Rom. XIV; Dion. H. II, 30-31; Serv. Aen. VIII, 635; Liv. I, 9, 1 – 2; Cic. Rep. II, 12; Prop. II, 6, 21-22; IV, 4, 57-58; Verg. Aen. VIII, 635-641; Ov. A. A., 101-30; Fast. III, 189-200; VI, 93-95; Strabo. V, 3, 2; Val. Pat. I, 8, 6; Val. Max. II, 4, 4; Plin. Nat. Hist. XV, 119; Flor. I, 1, 10; Ps. Ascon. in Cic, Verr. I, 31 (142-143 Or); The app, fr. 5, 1; Polyen VIII, 3, 1; Tert. Spect. V, 5; Min. Fel. Oct. XXV, 3; Eutr. I, 2, 2; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill II, 1, 4; Macr. Sat. I, 9, 17; Aus. Ecl. XXIII, 19-22; August. C. D. II, 17; Oros. II, 4, 2; Mal. VIII, 6; Zon. VII, 3 – 4].

 

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Titurius L. f. Sabinus AR Denarius. Rome, 89 BC. Head of the Sabine king, Tatius, right; ligate TA (for Tatius) to right / Two soldiers, facing each other, each carrying off a Sabine woman in his arms; L•TITVRI in exergue. Crawford 344/1a; RSC Tituria 1. 3.66g, 19mm, 10h.

XI KAL. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

Il tempio di Summanus presso il Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] fu forse eretto su di un luogo di culto più antico, secondo la tradizione, infatti, fu Tito Tazio a consacrare un altare in Suo onore [Var. L. L. V, 74]. La sua costruzione risale al periodo della guerra contro Pirro [Ov. Fast. VI, 731 –32], fra il 278 e il 275 aev. per espiare un fulmine che aveva colpito una statua del Dio (o di Juppiter) che ornava il tempio di Giove Capitolino, facendone cadere la testa nel Tevere e distruggendola [Cic. Div. I,10 Juppiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. La localizzazione dell’edificio sacro è tutt’ora incerta, probabilmente si trovava nelle vicinanze del tempio di Hercules Invictus, nei pressi del carcere del Circo Massimo e, nei cataloghi regionali, sarebbe da identificare col tempio di Dis Pater, con cui Summanus fu identificato in età imperiale [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovidio, parlando della dedica di questo tempio afferma che l’identità della divinità era divenuta già incerta alla sua epoca [Ov. Fast. VI, 731].

Per gli antiquari latini si trattava di un antico Dio della folgore notturna che era molto onorato in tempi arcaici, ma la cui identità si era andata fondendo con quella di Juppiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] ed in effetti sono state ritrovate molte tavolette d’argilla, che servivano ad indicare i luoghi colpiti da fulmini, con l’indicazione F. S. C. Fulgur Summanium Conditum ([qui] è sepolto un fulmine mandato da Summano [CIL V, 3256; 5660]), in contrapposizione con quelle che riportano F. D. C. Fugur Divum Conditum ([qui] è sepolto un fulmine caduto di giorno). Alcuni autori moderni hanno ritenuto che si trattasse di una divinità sabiana, in base all’accenno di Varrone, mentre altri che fosse di origine etrusca e l’hanno identificato col Nocturnus che presiede la sedicesima sede celeste nel catalogo di Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], appartenente agli Dei Inferi e corrispondente al nord; lo stesso autore indica in Summanus, un epiteto di Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derivato da Summus Manum, il più alto tra i Manes.

In Plauto Summanus è invocato da uno schiavo ladro e summanare è un sinonimo di rubare [Curcul. 413; 453], ulteriore prova che ne fa una divinità della notte.

Secondo G. Dumézil , Summanus era un epiteto di Juppiter derivato da sub + manis, prima del mattino, Dio della luce mattutina, piuttosto che un derivato da summus, intendendo il cielo come summania templa [Lucr. V, 521]: dobbiamo infatti ricordare che, per i Romani, il giorno cominciava a mezzanotte, per cui, poichè sappiamo che Summanus era colui che inviava le folgori notturne e che gli auspici avevano generalmente valore entro il giorno in cui si presentavano, possiamo pensare che Egli presiedesse a quella parte della notte che andava dalla mezzanotte all’alba, da cui sub manis . Era quindi collegato con la nascita giornaliera del sole e per questo è ipotizzabile un qualche legame con Mater Matuta e non sarebbe casuale che l’anniversario della dedica del suo tempio cada in prossimità del solstizio estivo. Festo ricorda particolari liba chiamati summanalia [Fest. 348] focacce decorate con un motivo a ruota o croce (Figura 98) che, forse, erano offerte in questa occasione (nella nota di Festo, che è l’unico a menzionarle, non si parla del loro utilizzo); tale motivo decorativo è notoriamente un simbolo legato al culto solare, elemento che rafforza l’identificazione del Dio con un’arcaica divinità ad esso collegata.

 

KAL XI. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

The temple of Summanus at the Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] was probably built on the site of an ancient cult, according to tradition, in fact, Tito Tazio to consecrated an altar in His honor [Var. L. L. V, 74]. Its construction dates back to the period of the war against Phyrrus [Ov. Fast. VI, 731 -32], between 278 and 275 BCE. to atone lightning that struck a statue of the God (or Jupiter) which adorned the temple of Jupiter, making his head fall into the Tiber and destroying it [Cic. Div. I, 10 Jupiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. The sacred building location is still uncertain, probably it stood near the temple of Hercules Invictus, near the Circus Maximus prison and, in regional catalogs, would be identified with the Temple of Dis Pater, which was identified Summanus in imperial times [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovid, speaking of the dedication of this temple states that the identity of the divinity already had become uncertain in his time [Ov. Fast. VI, 731].

For Latin antiquarians it was an ancient god of lightning that night was very honored in archaic times, but whose identity had been merging with that of Jupiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] and in fact many clay tablets were found, which were used to indicate the places struck by lightning, indicating FSC Fulgur Summanium conditum ([here] is buried a term thunderbolt from Summano [CIL V, 3256 ; 5660]), in contrast with those who report FDC Fugur Divum conditum ([here] a lightning strike during the day) it is buried. Some modern authors have felt that it was a Sabian gods, based at the mention of Varro, while others who were of Etruscan origin and identified with Nocturnus who chairs the sixteenth seat in the celestial catalog of Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], which belongs to the gods Hades and corresponding to the north; the same author indicates in Summanus, an epithet of Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derived from Summus Manum, the highest among the Manes.

In Plautus Summanus it is invoked by a thief slave and summanare is a synonym for stealing [Curcul. 413; 453], further evidence that makes it one of the night deity.

According to G. Dumézil, Summanus was an epithet of Jupiter derived from sub + manis, before morning, God of morning light, rather than a derivative from summus, meaning the sky as SUMMANIA contemplates [Lucr. V, 521]: In fact, we must remember that, for the Romans, the day began at midnight, so, as we know that Summanus was the one who sent the night lightning and that the auspices had generally value within the day that presented themselves, we can think that he preside over that part of the night that went from midnight to dawn, from which sub manis. It was then connected with the daily birth of the sun, so it is conceivable a certain connection with Mater Matuta and would not be coincidence that the anniversary of the dedication of her temple falls near the summer solstice. Festo reminiscent of particular liba called summanalia [Fest. 348] cakes decorated with a pattern of wheel or cross (Figure 98) that, perhaps, were offered for this occasion (in the note of Festus, which is the only one to mention, no mention of their use); This decorative motif is notoriously a symbol linked to sun worship, which again supports the identification of God with an archaic deities connected to it.

 

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Jupiter with thunderbolt. Florence, National Archaeological Museum. Inv. No. 2291.

XII KAL. MAJ. (19) N

CEREALIA

Alla fine del periodo dei Ludi Cerialis, si teneva quella che era forse la più antica festa in onore di Ceres, risalente al periodo monarchico (essendo marcata in lettere maiuscole nei calendari di età tardo repubblicana ed imperiale).

Cerere era un’antica divinità italica, come prova esistenza di un flamen cerialis. Il suo nome deriva dalla radice indoeuropea *ker-, da cui in latino discendono cresco e creo, che ha il significato di accrescere, aumentare. In latino arcaico è già attestato kerus, come epiteto di Giano (vedi carme saliare), mentre nelle tavole eugubine troviamo l’epiteto Çerf-; un’iscrizione in Osco, invece, attesta una Dea Kerri-. Alla sfera semantica di *ker si avvicina la radice *su-, connessa alla fecondità, al parto, che in latino dà luogo a sus, il maiale, animale fecondo per eccellenza e victima propria della Dea

In epoca molto arcaica (forse già in età monarchica) Cerere fu identificata con Demetra, non solo a Roma, ma anche presso altri popoli italici.

Il primo tempio a Lei dedicato fu eretto nel 498 aev su indicazione dei libri sibillini, in conseguenza di una carestia e si trovava ai piedi dell’Aventino, nei pressi del Circo. Fu dedicato nel 493 aev a Cerere, Liber e Libera che rappresentavano probabilmente il gruppo Demetra, Dioniso, Persefone e sappiamo che era di foggia greca, benché all’epoca i templi romani mostrassero una forte influenza etrusca.

La Dea aveva un legame speciale con la plebe romana, già ne è prova l’ubicazione del suo tempio nei pressi dell’Aventino. Questo colle, infatti, fin dalle origini di Roma, fu ritenuto una sorta di polo contrapposto al polo aristocratico centrato sul Palatino e poi sul Campidoglio (l’Aventino fu il colle di Remo e la sede scelta dai plebei, durante la loro secessione). Dalle fonti storiche sappiamo che chi violava la sacrosanctitas dei tribuni della plebe era sacer Cereri [Dion. H. VI, 89; X, 42] e i suoi beni, così come le ammende comminate dai tribuni, venivano trasferiti al tempio della Dea [Liv. III, 55; Dion. H. VI, 89]. Inoltre è alla plebe che spettava la cura annonae, ossia di occuparsi del rifornimento di grano alla città. I Ludi Cerealis sono un altro esempio del legame della Dea con la plebe (vedi sopra)

Del rituale che si svolgeva in questo giorno parla Ovidio che racconta di come nel circo fossero fatte correre delle volpi sul cui dorso erano fissate torce infuocate [Fast. IV, 680 – 82]. Il significato di questa corsa è oscuro, in quanto si era già perso ai tempi dell’autore dei versi e per questo ha dato luogo a molte interpretazioni.

I Cerealia si inseriscono nell’antico ciclo delle feste agrarie del mese di Aprilis, periodo critico prima del raccolto, che è stato aperto dai Fordicidia. Nella tradizione romana arcaica, possiamo individuare una progressione che si associa alla fase finale della crescita e maturazione dei cereali: la terra, gravida del suo frutto, si prepara ad elargire i suoi doni agli uomini, per accrescere la forza degli embrioni che nascono dai semi, vengono sacrificati (tramite l’uccisione rituale delle fordae boves) gli embrioni animali. Dopo la nascita delle piante, si chiedeva a Cerere, Dea dell’accrescimento e della fecondità, di permettere loro di crescere ed arrivare al momento di emettere la spiga. A questo punto era necessario scongiurare il pericolo delle malattie che avrebbero potuto colpire le spighe non ancora piene, attraverso il sacrificio alla Ruggine. Infine s’invocava Flora perché riempisse le spighe generosamente e si avesse un raccolto abbondante.

 

Cerealia

At the end of Ludi Ceriales, happened the oldest celebration in honour of Goddess Ceres, which dates back to the monarchical period (being marked in capital letters in the calendars of the late Republican and Imperial age).

Ceres was an ancient Italic divinity, as evidence the existence of a flamen Cerialis. Its name comes from the Indo-European root *ker-, giving in Latin terms related to grow and, to create, to increase. In archaic Latin is attested Kerus, as an epithet of Janus, while in Gubbio tables we find the epithet Çerf-; an inscription in Oscan, however, attests the Gosses Kerri-. The semantics sphere of *ker- approaches the root *su-, connected to fertility, childbirth, which in Latin gives rise to sus, pig, productive animal par excellence and Goddess’ victim propria.

In very ancient times (perhaps already old monarchy) Ceres was identified with Demeter, not only in Rome, but also from other Italic peoples.

The first temple dedicated to Her was erected in 498 BCE near the Circus, on the advice of the Sibylline books, following to a famine. It was dedicated in 493 BCE to Ceres, Liber and Libera which probably accounted for the group Demeter, Dionysus, Persephone and we know that it was the Greek fashion, although at the time of the Roman temples showed a strong Etruscan influence.

The Goddess had a special bond with the Roman populace, as evidenced by the location of his temple near the Aventine. This hill, in fact, since the origins of Rome, was considered a kind of pole opposed to aristocratic pole centered on the Palatine and then the Capitol (the Aventine was considered Remus’ hill and the site chosen by the plebeians, during their secession). From historical sources we know that those who violated the sacrosanctitas of tribunes was sacer Cereri [Dion. H. VI, 89; X, 42] and his goods, as well as fines imposed by the tribunes, were transferred to the Goddess Temple [Liv. III, 55; Dion. H. VI, 89]. Plebeians had also the cura annonae, ie to deal with the grain supply to the city. The Ludi Cerealis are another example of the Goddess ties to the mob.

The ritual that took place on this day was described by Ovid, who tells us how in the circus happened a run of foxes whose back was set on fire [Ov. Fast. IV, 680-82]. The significance of this race is dark, as it was already lost to the author of the verses time and this has given rise to many interpretations.

The Cerealia fit in the old cycle of agricultural feasts of the month Aprilis, the critical period before the harvest, which was opened by Fordicidia. In ancient Roman tradition, we can identify a progression that is associated with the final phase of the growth and maturation of the grains: the earth, pregnant of its fruit, he is preparing to bestow his gifts to men, to increase the strength of the embryos that are born from the seeds , are sacrificed (by the ritual killing of fordae boves) animal embryos. After the birth of the plants, he wondered to Ceres, Goddess accretion and fertility, to allow them to grow and reach the time to issue the ear. At this point it was necessary to avert the danger of diseases that could have hit the ears not yet filled, through the sacrifice to Rust. Finally Flora was invoked because it filled the ears generously and had an abundant harvest.

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Nero Æ Sestertius. Rome, AD 64. NERO CLAVD CAESAR AVG GER P M TR P IMP P P, laureate bust right, aegis on shoulder / ANNONA AVGVSTI CERES, Ceres seated left, holding corn-ears and a torch, her feet on a stool, facing Annona, standing right, holding a cornucopiae, a modius on a garlanded altar between them, a ship’s stern behind. RIC 130

EQUIRRIA

III KAL. MAR. (27) NP

In questo giorno si svolgevano corse di cavalli nel Campo Marzio. Secondo la tradizione sarebbero state istituite da Romolo in onore di Marte [Varr. L. L. VI, 13; Fest. 81; Ov. Fast. II,857 – 864]. Gli Equirria si ripetevano alla vigilia delle Eid. Mart. e, trattandosi degli unici due giorni in cui cadeva questa ricorrenza, è molto probabile una stretta connessione tra le due date.

Secondo Giovanni Lido (che però situa questi agoni nel mese di Januarius), prima della pompa che apriva corse, i pontefici compivano sacrifici in onore dei defunti (sacra Manibus) [Lyd. Mens. IV, 9].

È possibile che trattasse di antichissimi rituali compiuti in occasione del primo novilunio dell’anno, infatti il periodo incorniciato dalle due date corrisponde alla fase della prima luna crescente dell’antico calendario romuleo.

Secondo diversi autori Romolo istituì le corse dei carri nel circo come rito in onore dei defunti [Lyd. Mens. IV, 30]: in origine i partecipanti erano tre (secondo un’altra versione solo due) in relazione con le tre tribù in cui era divisa la città primitiva ed erano contraddistinti da colori diversi. I russati (rossi) in onore di Marte, gli albati (bianchi) in onore di Giove o degli Zefiri, i virides, o prasini (verdi) in onore di Venere, o Flora (identificata con Roma), o Tellus; in seguito fu aggiunto un altro carro dal colore ceruleo (veneti) in onore di Nettuno, o Saturno, oppure Juno. Era considerato di cattivo auspicio che i virides perdessero, perché era come se a essere sconfitta fosse Roma stessa [Lyd. Mens. III, 26; IV, 30; Tert. Spect. IX, 5]. In speculazioni più tarde, dato il simbolismo cosmico del circo, i quattro carri furono identificati coi quattro elementi: rossi col fuoco, verdi con la terra, bianchi con l’acqua, blu con l’aria, oppure con l’acqua, invertendo blu e bianchi, e con le stagioni: verde con la primavera, blu con l’inverno, rosso con l’estate, bianco con l’autunno [Cassiod. Var. III, 51, 5], oppure blu con l’autunno e bianco con l’inverno [Corip. Laud. Just. I, 317 segg; Tert. Spect. IX, 5].

 

III KAL. Mar. (27) NP

Equirria

On this day horse races were held in Campus Martius. According to tradition they would be instituted by Romulus in honor of Mars [Varr. L. L. VI, 13; Fest. 81; Ov. Fast. II, 857-864]. The Equirria were repeated on the Eid. Mart. and, since it the only two days when falling this anniversary, it is very likely a close connection between the two dates.

According to Johannes Lydus (who situates these contests in the month of Januarius), the pontifices made sacrifices in honor of the deceased (sacred Manibus) before the pompa opening theseruns, [Lyd. Mens. IV, 9].

It is possible that they were ancient rituals performed at the first new moon of the year, in fact, the period framed by their two dates corresponds to the phase of the first crescent of the ancient Romulus’ calendar.

According to several authors Romulus instituted chariot races in the circus as a ritual in honor of the dead [Lyd. Mens. IV, 30]: originally the participants were three (according to another version only two) in connection with the three tribes that had divided the primitive cities and were distinguished by different colors. The russati (red) in honor of Mars, the albati (white) in honor of Jupiter or the Zephyrs, the virides, or prasini (green) in honor of Venus, or Flora (identified with Rome), or Tellus; He was later added another wagon from cerulean color (Venetian) in honor of Neptune, or Saturn, or Juno. It was considered a bad omen that virides lose, because it was like to be defeated was Rome itself [Lyd. Mens. III, 26; IV, 30; Tert. Spect. IX, 5]. In the later speculation, given the cosmic symbolism of the circus, the four chariots were identified with the four elements: red with fire, green with the earth, with white water, blue with air, or with water, reversing blue and white, and with the seasons: green with spring, with blue winter, red with summer, white with autumn [Cassiod. Var. III, 51, 5], or blue with autumn and white with the winter [Corip. Laud. Just. I, 317 ff; Tert. Spect. IX, 5].

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C. Aburius Geminus AR Denarius. Rome, 134 BC. Helmeted head of Roma right; mark of value below chin / Mars driving galloping quadriga right, holding trophy, spear and shield, C ABVRI below, ROMA in exergue. Crawford 244/1; RSC Aburia 1. 3.97g, 19mm, 3h