… quali Dei si devono adorare pubblicamente, i riti e i sacrifici che si devono compiere secondo le rispettive competenze…

La distinzione varroniana dei tre generi di teologia, risale al II sec. aev. ed è attribuita al pontefice massimo Q.Mucio Scevola che così indicava quel che era fas e quel che era nefas

… Chiamano mitico il genere creato prevalentemente dai poeti, fisico dai filosofi, civile dagli Stati. Nel primo che ho detto [egli continua] si hanno molti fatti leggendari contro la dignità e la natura degli Dei. Vi si trova infatti che un dio è nato dalla testa, un altro dal femore e un altro da gocce di sangue; vi si trova anche che gli Dei sono stati ladri, adulteri e a servizio di un uomo; inoltre vi si attribuiscono agli Dei tutti quei fatti che possono verificarsi non solo in un uomo qualsiasi ma anche nel più abietto…

Il secondo genere di cui ho parlato [egli dice] è quello sul quale i filosofi hanno molti scritti. Vi si ricercano l’essere degli Dei, la sede, la nozione e la proprietà; se gli Dei hanno cominciato ad esistere nel tempo o nell’eternità; se derivano dal fuoco, come pensa Eraclito, o dai numeri, come sostiene Pitagora, o dagli atomi come dice Epicuro. Allo stesso modo vi si espongono altri concetti che è più facile udire fra le pareti di una scuola che in pubblico nel foro…

Il terzo genere, [egli dice] è quello di cui i cittadini e soprattutto i sacerdoti devono conoscere la funzione. Gli spetta stabilire quali Dei si devono adorare pubblicamente, i riti e i sacrifici che si devono compiere secondo le rispettive competenze…

[Var. Antiq. Rer. Div. I Fr 6; 8; 10a Agahd apud August. C. D. VI, 5]

Gli farà eco, anni dopo, Cicerone, parlando per bocca del pontefice Cotta nel De Natura Deorum

… Io le difenderò sempre [le credenze sugli Dei immortali che ci sono state tramandate dagli antenati, i riti, le cerimonie, le pratiche religiose] e sempre le ho difese, e il discorso di nessuno, sia egli colto o ignorante, mi smuoverà dalle credenze sul culto degli Dei immortali che ho ricevuto dai nostri antenati. Ma quando si tratta di religione, io seguo i pontefici massimi Tiberio Coruncanio, Publio Scipione e Publio Scevola, non Zenone, Cleante o Crisippo, e ho Caio Lelio, augure e per di più sapiente, da ascoltare quando parla della religione nel suo famoso discorso, piuttosto che qualunque caposcuola dello stoicismo. Tutta la religione del popolo romano è divisa in riti e auspici, a cui si è aggiunta una terza suddivisione, le predizioni degli interpreti della Sibilla e degli aruspici basate sui portenti e sui prodigi; io non ho mai pensato che si dovesse trascurare alcuna di queste pratiche e mi sono persuaso che Romolo con gli auspici, Numa con l’istituzione del rituale abbiano gettato le fondamenta della nostra civitas, che certamente non avrebbe potuto essere così grande se gli Dei Immortali non fossero stati sommamente propizi (sine summa placatione Deorum)…

[Cic. Nat. Deor. III, 2, 5]