XV KAL. SEPT. (16) C

Sacrum Anniversarium Cereris

Questa ricorrenza celebrava il ritrovamento di Proserpina [Fest. 97; Plut. Fab. Max. XVIII; Arnob. Adv. Nat. II, 73], si tratta quindi di una festività collegata al mito eleusino, introdotta a Roma probabilmente dalla Magna Grecia; poiché la più antica menzione che conosciamo è relativa alla sconfitta al Lago Trasimeno, la data della sua istituzione si deve situare nella prima metà del III sec aev. o nel IV sec. aev. Continua a leggere XV KAL. SEPT. (16) C

XIV KAL. SEXT.  (19) NP – XII KAL. SEXT. (21) NP

LUCARIA

A quattro e due giorni di distanza dai Neptunalia, ci celebravano i due Lucaria, questa disposizione all’interno del calendario, che ritroviamo in molte altre circostanze, suggerisce che vi fosse una relazione tra le due festività e che Lucaria I e II, Neptunalia e Furrinalia formassero un unico complesso. Continua a leggere XIV KAL. SEXT.  (19) NP – XII KAL. SEXT. (21) NP

KAL. QUINCT. (1) N

Felicitati in Campidolio

L’anniversario della dedica del tempio di Felicitas è menzionato dai Fasti Anziati [CIL I², 33, 339; ILLRP 9], ma non si hanno notizie certe a riguardo, l’unico riferimento che possediamo è la notizia che un tempio a Felicitas fu eretto da L. Licinius Lucullus con il bottino raccolto in Spagna, nel 151 – 150 aev e da lui dedicato nel 146 aev [Strabo VIII, 6, 23; Cass. Dio. Fr. LXXVI, 2]. Continua a leggere KAL. QUINCT. (1) N

EID. MAJ. (15) NP

Feriae Iovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290]. Continua a leggere EID. MAJ. (15) NP

X KAL. MAJ. (21) NP

PALILIA

In questo giorno veniva festeggiata la Dea Pales, antica divinità pastorale [Prob. Ad Georg. III, 1], connessa con la fecondità delle greggi, del cui nome non sappiamo l’origine. Servius lo fa derivare da pascolo, pabulum, ma si tratta di una paraetimologia [Serv. Georg. III, 1]

Vi sono due varianti del nome della festa, Palilia, in quanto derivato dal nome della Dea Pales (come Cerialia da Cerere [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… perché si fanno sacrifici a questa Dea perché favorisca la nascita degli agnelli (pro partu pecoris)… [Fest. 222]

oppure Parilia [Fest. 245] perché fatto derivare da pario, partorire (connessione che è comunque anche in Festo, a proposito del lemma Palilia)

… poiché in quel periodo tutti gli animali, i cereali, gli alberi e le erbe danno frutto (parturiant)… [Vict. Mar. De Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

La festività era sia pubblica (era annoverata tra i sacra popularia), che privata ed avveniva sia in città, che nelle campagne [Var. Apud Schol. in Pers. I, 72]; per quel che riguarda la festa cittadina sappiamo dell’esistenza di un tempio dedicato alla Dea dopo la guerra contro i Salentini (267 aev.) [Flor. Ep. I, 15, 20], ma l’unico riferimento che possediamo parla solo di un giorno di letizia e giochi o danze (lusi) [Prop. IV, 4, 75 – 76]. Secondo un’altra tradizione, invece, tale festa era in onore di Ilia, colei che partorì (peperit) Romolo e Remo [Schol. in Pers. I, 72].

A proposito di Pales è stata sollevata la questione dell’esistenza di due divinità, una maschile e l’altra femminile con lo stesso nome o di un’unica divinità il cui sesso fosse incerto. Dai pochi frammenti che possediamo, possiamo dedurre che per i Romani esistevano un Pales maschile [Var. Ant. Div. Fr. 84 A apud Serv. Georg. III, 1], ed una Pales femminile [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], differenti e nettamente distinti fra loro.

A. Carandini ha ipotizzato che Pales fosse in origine la divinità protettrice dell’insediamento preurbano posto sul Cermalus, così come Palatua lo era di quello sul Palatino [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; sarebbe quindi da accostare a Fales, Dea eponima della città di Falerii ed entrambi i nomi deriverebbero dal falisco fala, che significa struttura difensiva, palizzata, per cui la Dea sarebbe stata il nume tutelare delle strutture difensive di un antico oppidum. Paredro di Pales, sarebbe stato Falacer, divinità di cui sappiamo solo che aveva un flamen minore [Var. L. L. V, 15; VII, 3]. Il nome di Falacer deriverebbe da falisca, un tipo di lancia, analogamente a Quirinus da curis e Pilumnus da pilum, che era forse un suo attributo. Una divinità analoga esisteva forse presso i Sabini e avrebbe dato il nome all’insediamento di Falacrinae.

La festa. La festa era celebrata sia pubblicamente, che in privato e sia a Roma che nelle campagne: delle cerimonie pubbliche non sappiamo quasi nulla, solo che erano officiate dal rex sacrorum; per la celebrazione privata, Ovidio ci ha fornito una descrizione di quanto accadeva nelle campagne romane nel IV libro dei fasti [Ov. Fast. IV, 721 segg.]. Il tema di fondo dei rituali sembra fosse la purificazione: delle greggi, degli ovili e dei pastori, in vista della nascita degli agnelli e l’espiazione per eventuali offese arrecate alle divinità delle zone boschive e selvagge, da parte dei pastori. Se i pastori o i contadini erano dipendenti di un padrone, è possibile che i riti fossero compiuti dal dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

La purificazione degli ovili avveniva spargendo sul terreno acqua di fonte, gesto rituale, ampiamente attestato in ambito romano, e spazzandone fuori la sporcizia (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], gesto che si trova menzionato altre volte in relazione a cerimonie di purificazione, soprattutto per quel che riguarda il tempio di Vesta [Ov. Fast. VI, 713 – 14]; dopodiché venivano posti fronde e ghirlande.

Quella delle greggi avveniva principalmente col fuoco, sotto varie forme: attraverso zolfo fumante [Ov. Fast. IV, 740] e con suffumigi (suffimenta), a questo scopo si usava un suffimen preparato dalle vestali con la cenere dei vitelli sacrificati ai Fordicidia, steli di fave raccolte ai Lemuria e sangue del cavallo sacrificato all’Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725 – 726; 731 – 734]. Il potere del fuoco come elemento datore di vita (il cui aspetto distruttore – purificatore è sempre presente attraverso lo zolfo [Ov. Fast. IV, 785 – 787]), viene rafforzato dai materiali usati nella fumigazione, tutti in qualche modo connessi con offerte e sacrifici fatti per l’accrescimento della forza vitale della natura. Vengono bruciate anche altre piante sacre, che compaiono spesso nei rituali purificatori, come l’alloro, l’olivo e l’erba sabina [Ov. Fast. IV, 741 – 742]. Oltre al fuoco anche l’acqua, l’altro elemento purificatore – generativo [Ov. Fast. IV, 788 – 790] viene usato nel rituale, sparsa con rami di alloro [Ov. Fast. IV, 728].

Dopo le purificazioni delle greggi alla Dea vengono offerte (probabilmente davanti a un simulacro ligneo [Tib. II, 5, 27 – 28; I, 1, 35 – 36]): una focaccia di miglio, libagioni di latte [Prob. In Verg. Georg. III, 1] e la parte delle vivande del pasto rituale [Prop. IV, 4, 75 – 78] tritate in un secchio [Ov. Fast. IV, 743 – 746]. L’offerta era accompagnata da una preghiera alla Dea che aveva tre parti: la prima era un’espiazione per le eventuali offese che i pastori, durante le loro attività, hanno potuto arrecare alle divinità agresti e le infrazioni alle leggi sacre (tutti i casi sono menzionati chiaramente) [Ov. Fast. IV, 746 – 758]; la seconda era una richiesta di protezione alla Dea, dagli eventi negativi e dai pericoli che erano celati nei boschi (sai connessi con nemici materiali come le belve feroci, che all’incontro con esseri divini come fauni e ninfe) [Ov. Fast. IV, 759 – 768]. Infine richiedeva a Pales di portare la prosperità delle greggi e dei prodotti dell’attività dei pastori [Ov. Fast. IV, 769 – 776]. La preghiera era ripetuta quattro volte rivolti ad oriente e alla fine l’officiante si lavava le mani, segno che una fase del rito era concluse e se ne apriva un’altra.

Calpurnio Siculo in questa occasione parla anche di una lustratio degli ovili che comprendeva il sacrificio di una vittima

… ma non far uscire i greggi sui pascoli prima di aver placato Pales. Allora poni il fuoco del sacrificio sulla viva zolla e invoca il Genius Loci e Faunus e i Lares con farro salato, poi una vittima bagni del suo sangue i coltelli tiepidi: e con questa, mentre è ancora in vita, purifica (lustra) gli ovili… [Calp. Sic. Ecl. V, 24 – 28]

E aggiunge che spesso ai Palillia i pastori sacrificavano un’agnella [Calp. Sic. Ecl. II, 63 – 64].

A questo punto veniva bevuta una miscela di latte e vino bollito e concentrato (sapa) e i pastori compivano un altro rito di purificazione che riguardava loro stessi, saltando dei cumuli di paglia in fiamme [Ov. Fast. IV, 781 – 782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Pers. I, 72]. Questo gesto è analogo alla suffitio, una delle purificazioni che erano previste dopo un rito funebre: i partecipanti, alla fine, erano aspersi d’acqua e dovevano saltare attraverso fuochi accesi sul terreno in file dispari [Fest. 2]. Abbiamo quindi, dopo il piaculum dei pastori, la chiusura del rito espiatorio attraverso il potere purificatorio del fuoco che brucia le impurità e forse è anche in relazione ad una preparazione alla produzione degli alimenti derivati dall’attività pastorale.

Palilia

On this day the Pales Goddess, ancient pastoral divinity [Prob. To Georg. III, 1], connected with the fertility of flocks was celebrated. we do not know the Her name origin. Servius derives it from the pasture, pabulum, but it is a paraethimology [Serv. Georg. III, 1]

There are two variants of the name of the holiday, Palilia, as derived from the name of the Goddess Pales (as Cerialia by Ceres [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… Because we make sacrifices to this goddess he favor the lambing (pro partu pecoris) … [Fest. 222]

or Parilia [Fest. 245] because it did result from Parian, give birth (connection which is also still in Festus, about the lemma Palilia)

… Because at that time all the animals, cereals, trees and herbs give fruit (parturiant) … [Vict. Mar. Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

The feast was both public (it was included among the sacred Popularia), that private and occurred in both cities, as in campaigns [Var. Apud Schol. in Persons. I, 72]; with regard to the town festival we know of the existence of a temple dedicated to the goddess after the war against the Salento (267 BCE.) [Flor. Ep. I, 15, 20], but the only reference we possess only about a day of gladness and games or dances (lusi) [Prop. IV, 4, 75-76]. According to another tradition, however, the party was in honor of Ilia, she who gave birth (peperit) Romulus and Remus [Schol. in Persons. I, 72].

About Pales we know about two gods, one male and the other female with the same name or a single deity whose sex was uncertain. From the few fragments that we possess, we can deduce that the Romans existed a male Pales [Var. Ant. Div. A 84 Fr. apud Serv. Georg. III, 1], and a female Pales [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], different and clearly distinct from each other.

A. Carandini suggested that Pales was originally the patron deity of the settlement pre-urban place on Cermalus, as Palatua it was the one on the Palatine [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; It would then be stacked in Fales, eponymous goddess of the city of Falerii, and both derive names from falisco fala, meaning defensive structure, fence, so the Goddess was the tutelary deity of the defensive structures of an ancient oppidum.  Falacer, deities of which we know only that he had a minor flamen [Var. L. L. V, 15; VII, 3] would have been the male counterpart of Pales. The name derives from Falacer falisca, a type of spear, like Quirinus by curis and Pilumnus from pilum, which was perhaps an attribute. A similar deities perhaps existed at the Sabines and would give the name of the settlement Falacrinae.

The festival was celebrated both publicly and privately, and both in Rome and in the countryside: the public ceremonies we know almost nothing, only that they were officiated by rex sacrorum; for the private celebration, Ovid has given us a description of what was happening in Roman campaigns in the fourth book of the glories [Ov. Fast. IV, 721 et seq.]. The theme of the rituals of the bottom seems to be the purification of the flocks, of the sheep-folds and shepherds, in view of the birth of lambs and atonement for any offenses brought to the gods of the forest and wilderness areas, from pastors. If the shepherds or farmers were employees of an employer, it is possible that the rituals were performed by the dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

The purification was done by spreading the folds on the ground water source, ritual gesture, widely attested in ancient Roman scene and sweeping out the dirt (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], a gesture which is sometimes mentioned in connection with purification ceremonies, especially with regard to the temple of Vesta [Ov. Fast. VI, 713-14]; then they were placed leaves and garlands.

The flocks occurred mainly in the fire, in various forms: through steaming sulfur [Ov. Fast. IV, 740], and with fumigations (suffimenta), for this purpose they used a suffimen prepared by Vestal with the ashes of the sacrificed calves to fordicidia, bean stalks harvested at Lemuria and blood of the sacrificed horse at Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725-726; 731-734]. The power of fire as a life-giving element (whose appearance destroyer – purifier is always present through the sulfur [Ov. Fast. IV, 785-787]), is reinforced by the materials used in the fumigation, all in some way connected with offers and sacrifices made for the growth of the life force of nature. Are burned also other sacred plants, which often appear in purifying rituals, such as bay leaves, olives and sabina grass [Ov. Fast. IV, 741-742]. In addition to the fire even the water, the other purifying element – generative [Ov. Fast. IV, 788-790] is used in the ritual, strewn with branches of laurel [Ov. Fast. IV, 728].

After the purification of flocks, offers were presented to the Goddess (probably in front of a wooden simulacrum [Tib. II, 5, 27-28; I, 1, 35-36]): a cake of millet, libations of milk [Prob. In Verg. Georg. III, 1] and the part of the ritual meal food [Prop. IV, 4, 75-78] chopped in a bucket [Ov. Fast. IV, 743-746]. The offer was accompanied by a prayer to the Goddess who had three parts: the first was an atonement for any offense that the shepherds during their activities, they could cause to the rural deities and infringements of the sacred laws (all cases they are clearly mentioned) [Ov. Fast. IV, 746-758]; the second was a request for the protection of the goddess, from the adverse events and the dangers that were hidden in the woods (you know associated with material enemies as wild beasts, that the encounter with divine beings such as fauns and nymphs) [Ov. Fast. IV, 759-768]. Finally he required to bring the prosperity of crude oil and products of the shepherds [Ov. Fast. IV, 769-776]. The prayer was repeated four times facing east and eventually the officiant washing his hands, a sign that a phase of the rite was completed and it opened another.

Calpurnius Siculus on this occasion also speaks of a lustratio of folds which included the sacrifice of a victim

… But do not let out the flocks on the pastures until you have calmed Pales. Then ask the focus of the sacrifice on the live plate and invokes the Genius Loci and Faunus and Lares with salty spelled, then a victim of his blood baths lukewarm knives: and this, while it is still alive, purifies (lustrous) sheepfolds. .. [Calp. Sic. ECL. V, 24-28]

He adds that often the Palillia pastors sacrificed a lamb [Calp. Sic. ECL. II, 63-64].

At this point he was drunk a mixture of milk and boiled and concentrated wine (sapa) and the shepherds were making another rite of purification that concerned them, leaping piles of straw on fire [Ov. Fast. IV, 781-782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Persons. I, 72]. This gesture is similar to suffitio, one of the purifications which were provided after a funeral: the participants, at the end, they were sprayed with water and had to jump through the fires burning on the ground in odd file [Fest. 2]. We then, after piaculum of the shepherds, the closure of atonement through the purifying power of fire burning impurities and perhaps it is also related to a preparation for the production of foods derived from pastoral.

Picture

Titus, Caesar 69-79, d=19 mm, denarius, 77-78. AR 3.60 g. T CAESAR – VESPASIANVS Laureate head r. Rev. IMP XIII Shepherd seated l., milking ewe into pail. C. 103. RIC not listed. BN 108, 204.

KAL.  APR. (1) NP

Veneralia

Fortuna Virilis

Alle Kalendae Aprilis si svolgevano i rituali in onore di Venus Verticordia “Colei che volge i cuori [alla pudicizia]”. Questo culto fu introdotto a Roma in due riprese. Valerio Massimo riporta che all’inizio del III sec. a. c. il Senato decretò la consacrazione di una statua a Venus Verticordia, allo scopo di distogliere le matrone e le giovani romane dalla lussuria e di volgerle alla castità. In quell’occasione si decretò quale fosse la matrona più casta della città: furono scelte 100 matrone e tra esse 10 vennero tirate a sorte, in mezzo a questo piccolo gruppo Sulpicia, moglie di Quintus Fluvius Flaccus, fu decretata sanctissima femina (o pudicissima femina) [Val. Max. VIII, 15, 12; Plin. Nat. Hist. VII, 120; Solin. I, 126].

Circa un secolo dopo, la morte di una giovane figlia di un cavaliere romano, perché colpita da un fulmine, fu presagio di una grave empietà; in breve tempo si scoprì che tre vestali di nobile famiglia si erano rese colpevoli di fornicazione (incestum) con uomini di rango equestre. Le tre donne furono messe a morte e, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, fu decretata la costruzione di un tempio dedicato a Venus Verticordia per espiare il misfatto [Jul. Obs. XXXVII (XCVII); Oros. V, 15, 20 – 21]. Plutarco, in questa occasione, accenna anche al compimento di sacrifici umani [Plut. Q. R. 83]

Le matrone e le giovani romane si recavano al tempio di Venus, compivano la lavatio della statua della Dea, e le offrivano rose e altri fiori [Ov. Fast. IV, 133 – 38]; quindi prendevano un bagno coronate di mirto nei pressi del tempio [Ov. Fast. Cit.; Plut. Num. XIX, 3]. La pratica della lavatio è considerata di origine greca, probabilmente, a causa del periodo tardo in cui questo culto di Venus si è affermato.

In questo giorno era onorata anche Fortuna Virilis: le fonti però non sono concordi, infatti gli autori più tardi, come Plutarco e Giovanni Lido, non fanno più menzione di questa divinità ed ascrivono tutti i riti delle Kalendae ad Afrodite. Questa lacuna ha fatto ipotizzare che in tempi antichi il primo giorno di Aprilis fosse stato sacro a Fortuna Virilis e che in seguito, i riti in suo onore siano stati assorbiti nel culto di Venus Verticordia. Fortunatamente ci sono pervenuti alcuni frammenti di questo culto, soprattutto attraverso le note al calendario di Preneste scritte da Verrio Flacco e i Fasti di Ovidio.

Dai fasti apprendiamo che Fortuna Virilis era onorata dalle donne durante un bagno nelle terme: in questa occasione esse bruciavano incenso e chiedevano alla Dea di celare agli uomini i loro difetti fisici così da renderle più seducenti; inoltre veniva bevuta una mistura di latte, papavero e miele, chiamata cocetum [Fest. 39] (molto probabilmente il nome è di derivazione greca, da cuchton), che era solitamente consumata dalle neospose [Ov. Fast. IV, 145 – 52]. Secondo Verrio Flacco le donne romane pregavano Fortuna Virilis e quelle di bassa condizione e le prostitute, in questo giorno, prendevano un bagno nelle terme degli uomini [CIL. I, 1, 262]. Anche Giovanni Lido parla dell’usanza, da parte delle donne di umile condizione, di bagnarsi nelle terme maschili [Lyd. Mns. IV, 65], ma l’ascrive al culto di Venus (come abbiamo visto prima).

 

Veneralia

Fortuna Virilis

At Kalendae Aprilis rituals in honor of Venus Verticordia “She who turns hearts [to modesty]” held. This cult was introduced in Rome on two moments. Valerius Maximus reports that at the beginning of the third century BC. the Senate decreed the consecration of a statue Venus Verticordia, in order to divert the matrons and young Roman lust and turn them to chastity. On that occasion the most chaste matron of the city was chosen: 100 matrons were selected and among them 10 were drawn by lot, among this small group Sulpicia, wife of Quintus fluvius Flaccus, was decreed sanctissima femina (or pudicissima femina ) [Val. Max. VIII, 15, 12; Plin. Nat. Hist. VII, 120; Solin. I, 126].

About a century later, the death of the young daughter of a Roman knight, struck by lightning, was a harbinger of serious impiety; soon it was discovered that three vestal noble family had made guilty of fornication (incestum) with men of equestrian rank. The three women were put to death and, following consultation of the Sibylline Books, the construction of a temple dedicated to Venus Verticordia was decreed to atone for the crime [Jul. Obs. XXXVII (XCVII); Oros. V, 15, 20-21]. Plutarch, on this occasion, also refers to the fulfillment of human sacrifices [Plut. Q. R. 83].

The Roman matrons and young people went to the temple of Venus, were making the lavatio the statue of the Goddess, and offered roses and other flowers [Ov. Fast. IV, 133-38]; then they took a bath myrtle crowned near the temple [Ov. Fast. cit .; Plut. Num. XIX, 3]. The practice of the washhouse is considered of Greek origin, probably, because of the late time when the cult of Venus has emerged.

This day was also honored Fortuna Virilis: the sources, however, do not agree, in fact, to later authors, such as Plutarch and Johannes Lydus, do not make more mention of this deity and ascribe all the rites of Kalendae to Aphrodite. This gap has led to the hypothesis that in ancient times on the first day of Aprilis was sacred to Fortuna Virilis and later, the rites in his honor have been absorbed in the cult of Venus Verticordia. Fortunately we have received some fragments of this cult, especially through the notes on the calendar for Preneste written by Verrius Flaccus and Ovid’s Fasti.

From the pomp we learn that Fortuna Virilis was honored by the women during a bath in the thermae. On this occasion they burned incense and asked the goddess to conceal men their physical flaws making them more attractive; on drank a mixture of milk, honey and poppy, called cocetum [Fest. 39] (most likely the name is derived from Greek, from cuchton), which was usually consumed by new-bride [Ov. Fast. IV, 145-52]. According Verrius Flaccus Roman women prayed Fortuna Virilis and those of low condition and prostitutes, on this day, took a bath in the men’s baths [CIL. I, 1, 262]. Following Lydus women of humble condition were used to bathe in the men’s baths [Lyd. Mns. IV, 65], but the author ascribes it to the worship of Venus (as we saw earlier).

Mensis Interkalaris

Finché i romani seguirono un calendario lunisolare, si presentò loro il problema di compensare la diversa durata dell’anno solare rispetto a quello lunare: il primo dura all’incirca di 365.25 giorni, il secondo circa 354.36 giorni, sia così una differenza di 10.89 giorni. Continua a leggere Mensis Interkalaris

IX KAL. MAR. (21) FP

FERALIA

Con il giorno dei Feralia, si chiudono i nove giorni dedicati alla commemorazione dei defunti (parentatio). Gli antiquari romani attribuirono il nome di questa festa all’usanza di portare, ferre, pasti ai morti [Varr. L. L. VI, 13; Var. apud Macr. Sat. I, 4, 14; Fest. 57] Continua a leggere IX KAL. MAR. (21) FP