III KAL. SEXT. (30) NP

Fortunae Huiusce Diei in Campo

Un tempio fu votato a Fortuna Huiusce Diei, la Fortuna di questo giorno, da Q. Lutatius Catulus il giorno della battaglia di Vercelli (101 aev.) [Plut. Mar. XXVI, 3], probabilmente con la formula

… eo die hostis fudisset… [Liv. XXIX, 36, 8; XXXII, 30, 10]

Fu da lui dedicato l’anno successivo [Plut. Mar. XXVI, 8; Fast. Allif. Pinc. ad III Kal. Aug., CIL I², 217; 219; 323], per questo divenne noto come aedes catuli [Var. R. R. III, 5, 12].

Si trovava nel Campo Marzio e aveva forma circolare [Var. cit.]; non sappiamo esattamente dove fosse ubicato, ma è probabile che si tratti del tempio B dell’area sacra di Largo Argentina. Plinio riporta che era celebre per le opere d’arte che vi erano raccolte, tra cui delle statue di Pitagora [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 54; 60; cfr. Cic. De Signis 126], ma si trattava forse di un altro tempio dedicato alla stessa divinità da Emilio Paolo nel 168 aev. sul Palatino. Secondo Procopio, nel VI secolo vi si trovava una replica in pietra del Palladium [Procop. BG I, 15, 1], vicino a un’antica statua in bronzo di Atena che era stata portata a Roma da Emilio Paolo.

Secondo Cicerone, si trattava della Fortuna che reca la buona riuscita di quel che si compie ogni giorno [Cic. Leg. II, 28], tuttavia si tratta di un’estrema generalizzazione di quello che doveva essere un culto molto più particolare.

A partire dal III sec aev. Fortuna cominciò a divenire una Dea che presiedeva all’ordine temporale, alla durata e alla successione degli eventi, un doppio temporale di quello che il Genius era a livello spaziale. Come per quest’ultima divinità assistiamo quindi alla frammentazione della personalità divina di un’unica forza universale che, calandosi nella dimensione della molteplicità, acquista attributi particolari inerenti allo specifico frammento di universo in cui se ne manifesta la presenza (nel caso del Genius, il Lar Omnium Cunctalis [Mat. Cap. Nup. I, 55], o Genius Universalis [Mart. Cap. Nup. II, 152], sorta di anima universale, principio eterno e vivificante dell’universo molteplice [Serv. Aen. V, 95; Fest. 94; Prud. Contra Sym. II, 446 – 449]). Per questo motivo, a fianco della molteplicità dei Genii Loci, dei Genii personali, possiamo trovare le Fortuna Huiusce Diei, divinità dispensatrici di buona fortuna, che presiedono alla riuscita positiva delle azioni quotidiane, assicurando la felicità della vita umana nel momento in cui scorre senza avversità. Questa sembra l’interpretazione di Cicerone, tuttavia, la personalità di Fortuna è generalmente meno rassicurante.

I Romani la vedevano piuttosto come una Dea misteriosa, i cui disegni erano oscuri agli occhi dei mortali e che non interveniva nella quotidianità, bensì in momenti cruciali per gl’individui (vedi Fortunae in Foro Boario III EID.  JUN. 11° Jun.), quando le forze umane, la virtus, non sembravano sufficienti ad affrontare le prove che si dovevano fronteggiare, era necessario invocare Fortuna e cercare di attirare il suo favore. L’intervento sovrannaturale arrivava allora improvviso, a risolvere quella che sembrava una situazione disperata e a salvare il destino di uomini, eserciti e nazioni. Chi la invocava dava prova di umiltà, riconosceva la grandezza degli eventi in cui si trovava coinvolto e la loro superiorità rispetto alle proprie forze; compiva una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una divinità il cui soccorso era tutt’altro che scontato, per il bene superiore dello Stato.

Fortuna Huiusce Diei è quindi la Dea del giorno supremo, del momento decisivo, in cui una battaglia contro un nemico che sembra superiore, può segnare le sorti dello Stato Romano. Per questo motivo fu invocata a Pidna, da Emilio Paolo, e a Vercelli, da Catulo, affinché le sorti incerte della battaglia che stava per aver luogo, arridessero ai Romani e si evitasse una grave disfatta.

 

Fortunae Huiusce Diei in Campo

A temple was voted in Fortuna Huiusce Diei, Fortune of this day, by Q. Catulus Lutatius the day of the battle of Vercelli (101 BCE.) [Plut. Mar. XXVI, 3], probably with the formula

… Eo die hostis fudisset … [Liv. XXIX, 36, 8; XXXII, 30, 10]

He dedicated it the following year [Plut. Mar. XXVI, 8; Fast. Allif. Pinc. to III Kal. Aug., CIL I², 217; 219; 323], so it became known as aedes catuli [Var. R. R. III, 5, 12].

It stood in the Campus Martius and had circular shape [Var. cit.]; we do not know exactly where it was located, but it is likely that this is the temple B of the sacred area of Largo Argentina. Pliny reports that it was famous for the works of art there collected, including the statues of Pythagoras [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 54; 60; cfr. Cic. De Signis 126], but may be it refers to another temple dedicated to the same deity by Emilius Paulus in 168 BCE. on the Palatine. According to Procopius, in the sixth century there was a stone replica of the Palladium [Procop. BG I, 15, 1], near an ancient bronze statue of Athena that had been brought to Rome by Paolus Emilius.

According to Cicero, the deity was Fortuna bearing the success of what is accomplished every day [Cic. Leg. II, 28], but this is an extreme generalization of what was to be a much more special cult.

From the third century BCE. Fortuna started to become a goddess who presided over the temporal order, the duration and sequence of events, a double time than what the Genius was spatially. As for the latter deity then witnessing the fragmentation of the divine personality of a single universal force, lowering the size of the multiplicity, has special attributes related to the specific fragment of the universe in which it manifests the presence (in the case of Genius, the Lar Omnium Cunctalis [Mat. Cap. Nup. I, 55], or Genius Universalis [Mart. Cap. Nup. II, 152], sort of universal soul, eternal principle of the universe and life-giving manifold [Serv. Aen. V, 95; Fest. 94; Prud. Contra Sym. II, 446-449]). For this reason, alongside the multiplicity of Genii Loci, personal Genii, we can find the Fortuna Huiusce Diei, dispensing gods of good fortune, that govern the successful outcome of daily actions, ensuring the happiness of human life when flowing without adversity. This seems the interpretation of Cicero, however, the Fortuna personality is generally less reassuring.

The Romans saw it rather as a mysterious goddess, whose designs were obscure to the eyes of mortals and that did not intervene in everyday life, but at crucial moments for individuals (see Fortunae in Foro Boario EID III. JUN. 11 Jun °.) when human forces, virtus, did not seem sufficient to address the evidence that you were facing, it was necessary to invoke Fortuna and try to attract his favor. The supernatural intervention came so sudden, to solve what seemed like a hopeless situation and to save the fate of men, armies and nations. Those who advocated giving proof of humility, recognizing the magnitude of the events in which he was involved and their superiority to their forces; He performed a kind of captatio benevolentiae against a deity whose rescue was far from obvious, for the greater good of the State.

Fortuna Huiusce Diei is therefore the goddess of the supreme day of the decisive moment, where a battle against an enemy that seems superior, may mark the fate of the Roman State. For this reason it was invoked to Pidna, Emilio Paulo, and in Vercelli, from Catulus, that the uncertain fate of the battle that was about to take place, arridessero to the Romans and avoided a serious defeat.

 

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Largo di Torre Argentina area sacra, temple B

VII KAL. SEXT. (26) C

Augurium Canarium

Non sappiamo esattamente in che periodo si svolgesse questo rituale; i pontefici ne fissavano il giorno anno per anno e gli autori moderni hanno formulato diverse ipotesi sul quando esso cadesse. Festo e Servio [Serv. Georg. IV, 424] collocano questo augurium poco prima del sorgere di Sirio affinché le messi potessero giungere a maturazione (questa data è diversa a seconda dell’autore [Plin. XVIII, 269; Pallad. Agr. VII, 9], ad esempio Columella, che segue il calendario giuliano, la pone il VII Kal. Aug.[Col. Agr. XI, 50]).

 

Augurium Canarium

We do not know exactly in which period should take place this ritual; pontiffs he stared at the year day per year and modern authors have made several assumptions about when it fell. Festo and Servio [Serv. Georg. IV, 424] put this Augurium shortly before the rising of Sirius so that they could put to mature (this date is different depending on the author [Plin. XVIII, 269; Pallad. Agr. VII, 9], such as Columella, which follows the julian calendar, the places the VII Kal. Aug. [Col. Agr. XI, 50]).

 

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Canis Major constellation and Syrius star

VIII KAL. SEXT. (25) NP

FURRINALIA

Furrina, o Furina, o Forina [Mart. Cap. II, 164; Fest. 88] era un’antichissima divinità italica e in tempi arcaici possedeva anche un flamen [Var. L. L. V, 84], tuttavia ai tempi di Varrone la sua identità era stata quasi del tutto dimenticata [Var. L. L. VI, 19]. Il suo nome è stato messo in relazione con furvus, nero, luttuoso o con l’umbro furfare, latino februare, purificare per cui la si riteneva forse una Dea del mondo infero (Marziano Capella la include nella lista delle divinità infere, assieme a Mania, uno dei nomi della Mater Larum) o forse una ninfa, legata ad una fonte che si trovava sul Gianicolo [CIL VI, 422]; in epoca classica fu associata alle Erinni (in latino Furiae [Mart. Cap. Cit; Cic. Nat. Deor. III, 18, 46]).

Il suo culto è attestato a Roma in un lucus oltre Tevere, sacro alle Ninphae Furrines [CIL VI, 422; 10200], in cui, secondo Plutarco, Caio Gracco, in fuga, fu ucciso da un suo servitore [Plut. C. Grac. XVII; Cic. Nat. Deor. Cit.; App. B. C. I, 3, 26].

Dumézil  ha rintracciato l’origine del nome della Dea nella radice indoeuropea *bhr-u-n, che avrebbe originato il gotico brunna, sorgente, e l’antico irlandese tipra (*to-aith-bre-want-), sempre sorgente, da confrontare con il sanscrito bhurván, movimento d’acqua. In greco, questa radice avrebbe portato a frear, pozzo, e in armeno, a albiwr, sorgente, da *blewar- < *bre-w-r. In latino questa radice si ritrova in feruere, bollire, gorgogliare, da cui defrutum, vino cotto, e avrebbe portato a *fruur- senza però andare a indicare pozzi o rosi d’acqua. L’autore francese ha accostato Furrina a Fons, ritenendola una personificazione delle acque sotterranee, associata ad un gruppo di ninfe Furrinae che presiedevano ai pozzi, assieme alle fontes [CIL VI, 166; VII, 171].

La distanza di soli due giorni dai Neptunalia, suggerisce che le due festività fossero in qualche modo legate per la teologia romana. Nel mese di Quinctilis, l’agronomo Palladio [Pall. Agr. IX – XI], oltre ai lavori di canalizzazione delle acque correnti, prescrive anche, in maniera dettagliata, di scavare i pozzi, così, da assicurare ai campi un adeguato approvvigionamento idrico. Furrina sarebbe quindi stata la Dea che presiedeva a tali operazioni, custode delle acque sotterranee, nascoste e inaccessibili, se non a prezzo di un faticoso lavoro ed era quindi invocata nel periodo in cui questi lavori si svolgevano con maggiore frequenza, affinché rivelasse la presenza delle falde e lasciasse scaturire le acque sotterranee.

Questa interpretazione coniuga quindi l’aspetto “acquatico” con quello ctonio: mentre Fons e le ninfe sarebbero state divinità delle acque correnti superficiali, Furrina avrebbe presieduto alle acque sotterranee, nascoste sotto terra, quindi ctonie, che non sgorgavano spontaneamente e che era necessario “portare alla luce” scavando un pozzo.

 

Furrinalia

Furrina, or Furina, or Forina [Mart. Chap. II, 164; Fest. 88] it was an ancient Italic divinity and archaic times also had a flamen [Var. L. L. V, 84], but at the time of Varro his identity had been almost completely forgotten [Var. L. L. VI, 19]. His name has been linked with Furvus, black, mournful or Umbrian furfare, Latin februare, purify why you perhaps thought a goddess of the underworld (Martian Capella includes it in the list of underworld deities, along with Mania , one of the Mater Larum names) or perhaps a nymph, linked to a source who was on the Janiculum [CIL VI, 422]; in classical times it was associated with the Furies (Latin Furiae [Mart. Cap. Cit, Cic. Nat. Deor. III, 18, 46]).

His cult came to Rome in a lucus over the Tiber, sacred to Ninphae Furrines [CIL VI, 422; 10200], in which, according to Plutarch, Caius Gracchus, on the run, he was killed by one of his servants [Plut. C. Grac. XVII; Cic. Nat. Deor. cit .; App. B. C. I, 3, 26].

Dumezil has traced the origin of the name of the Goddess in the Indo-European root * bhr-one, which would rise to the Gothic brunna, source, and the ancient Irish Tipra (* to-aith-bre-want-), always the source, to be compared with Sanskrit bhurván, water movement. In greek, this root would lead to frear, well, and in Armenian, in albiwr, source from *blewar- <* ber-w-r. In Latin this root is found in feruere, boiling, bubbling, from which defrutum, cooked wine, and would lead to * fruur- without going to indicate rosi wells or water. The French author has approached Furrina in Fons, considering it a personification of groundwater, associated to a group of Furrinae nymphs who presided over the wells, together with fontes [CIL VI, 166; VII, 171].

The only two days away from Neptunalia, it suggests that the two holidays were in any way linked to the Roman theology. In the month of Quinctilis, the agronomist Palladio [Pall. Agr. IX – XI], in addition to the work of the current water channeling, also prescribes, in detail, to dig wells, so as to ensure an adequate water supply to the fields. Furrina would thus have been the goddess who presided with such transactions, guardian of underground water, hidden and inaccessible, except at the cost of hard work and was therefore invoked in the period in which these works were held more frequently, so that revealed the presence of foot and left arise groundwater.

This interpretation then combines the “water” aspect with the chthonic: while Fons and nymphs were deities of surface running waters, Furrina would preside groundwater, hidden under the ground, then chthonic, that does not flowed spontaneously and that it was necessary ” bring to light “digging a well.

 

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Rural landscape, fresco from Pompeii

X KAL. SEXT. (23) NP

NEPTUNALIA

Si tratta della festa in onore di Neptunus [Var. L. L. VI, 19]. Di questa antica divinità romana non sappiamo praticamente nulla, poiché, già in epoca antica, fu identificata con Poseidone. Il suo nome deriva da un’ipotetica radice indoeuropea *neptu-, sostanza umida, da cui provengono i nomi di altre divinità connesse alle acque, come l’iranico Apam Napat ed il celtico Nechtan. Anche gli etruschi avevano un Dio, identificato con Poseidone, chiamato Nethuns o Nethunus. In origine si trattava di una divinità legate alle acque dolci: fiumi, laghi e fonti [Serv. Georg. IV, 24], che, con lo stabilirsi dei proto-latini, in una zona non lontana dal mare e lo sviluppo dei traffici marittimi, finì per essere associata a questa distesa d’acqua.

Delle celebrazioni di questo giorno sappiamo pochissimo, sembra che i romani uscissero dalla città e festeggiassero sotto tende costruite con frasche (umbrae) [Fest. 377], è anche possibile che si bevesse vino e si cantasse e danzasse (come farebbe intendere u di Orazio dedicata a questa festa [Hor. Car. III, 28]).

È stato proposto che una celebre ode di Orazio dedicata alla fonte Bandusia [Hor. Car. III, 13] descriva la celebrazione dei Neptunalia: in questo caso è possibile che le celebrazioni si svolgessero nelle vicinanze di fiumi, fonti o corsi d’acqua in cui venivano gettate corone di fiori e libagioni di vino. L’ode parla anche del sacrificio di un capretto il cui sangue sarebbe stato libato nell’acqua.

È stato anche proposto un collegamento tra i Neptunalia e i Lucaria (principalmente in base al frammento di Verrio Flacco che parla di una festa che si svolgeva non lontano dal Tevere, vedi Lucaria), si sarebbe trattato di celebrazioni che avevano lo scopo di allontanare la siccità e la grande calura che arrivava con il sorgere di Sirio, cioè durante il periodo della Canicola.

Dumézil ha ipotizzato che l’aition dei Neptunalia debba essere ricercato nell’episodio dello straripamento del Lago Albano, avvenuto durante la guerra tra Roma e Veio: mentre i Romani assediavano la città etrusca, il Lago straripò inspiegabilmente e le sue acque allagarono le campagne circostanti. Un aruspice prigioniero e un oracolo di Apollo Delfico, spiegarono il prodigio e ne indicarono la procuratio: l’evento fuori dal comune era un monito degli Dei a causa di un vitium che era stato compiuto durante la celebrazione delle Feriae Latinae, i Romani avrebbero dovuto placare la divinità appropriata (che non è nominata nei racconti degli storici, ma è facilmente individuabile in Neptunus che originariamente presiedeva alle acque interne) e poi canalizzare le acque, impedendo loro di raggiungere il mare, in questo modo il lago sarebbe tornato al suo livello normale e Roma avrebbe vinto la guerra. Così fu fatto e la guerra fu vinta [Cic. Div. I, 100; II, 23; Liv. V, 15 – 17; Dion. H. XII fr. 11 – 17; Plut. Cam. III – IV; Zon. Ann. VII, 20; Val. Max. I, 6, 2].

Secondo l’autore francese, paragonando il racconto romano al tema mitico celtico del fiume che scaturisce impetuoso e distruttivo dal pozzo sacro di Nechtan, è possibile dedurre che il primo alludesse al controllo e all’”addomesticamento” delle acque dolci e del loro potere distruttivo.

L’osservazione che, per il mese di Quinctilis, gli agronomi latini prescrivessero molti lavori che avevano a che fare con l’acqua, la sua canalizzazione e regolazione, indica quanto fosse importante, nel pieno della stagione secca, distribuire e preservare una risorsa così importante. La festa dei Neptunalia sarebbe quindi stata celebrata per invocare Neptunus, affinché concedesse che le acque “selvagge” (associate a Salacia), scaturissero naturalmente in abbondanza, e facesse altresì in modo che esse si lasciassero “addomesticare” dall’uomo, attraverso i lavori di canalizzazione, piegandosi di buon grado ai suoi bisogni (queste acque addomesticate erano associate a Venilia).

Un altare fu dedicato a Neptunus nel Circo Flaminio nel 206 aev probabilmente nel giorno dei Neptunalia [Liv. XXVIII, 11, 4]

 

X KAL. Sext. (23) NP

NEPTUNALIA

It is the feast in honor of Neptunus [Var. L. L. VI, 19]. Of this ancient Roman deity we know practically nothing, for, in ancient times, was identified with Poseidon. Its name comes from a hypothetical Indo-European root * neptu-, moist substance, from which the names of other deities related to water, such as the Iranian Apam Napat and Nechtan Celtic. The Etruscans also had a God, identified with Poseidon, called Nethuns or Nethunus. Originally it was a divinity related to fresh water: rivers, lakes and sources [Serv. Georg. IV, 24], which, with the establishment of the proto-Latin, in an area not far from the sea and the development of maritime trade, came to be associated with this expanse of water.

The celebration of this day we know very little, it seems that the Romans to come out from the city and revel in tents built with branches (umbrae) [Fest. 377], it is also possible that they drank wine and sang and danced (as would be understood u Horace dedicated to this party [Hor. Car. III, 28]).

It was proposed that a famous ode by Horace dedicated to Bandusia source [Hor. Car. III, 13] describes the celebration of Neptunalia: in this case it is possible that the celebrations were held in the vicinity of rivers, springs or streams where wreaths and wine libations were thrown. The ode also speaks of the sacrifice of a goat whose blood was quaffed water.

It has also proposed a link between the Neptunalia and Lucaria (mainly based on fragment Verrius Flaccus talking about a party that took place not far from the Tiber, see Lucaria), this would be celebrations that were intended to ward off drought and the great heat that came with the rise of Sirius, ie during the period of the heatwave.

Dumézil suggested that the aition of Neptunalia should be sought in the episode of the overflowing of Lake Albanus, which occurred during the war between Rome and Veii: while the Romans were besieging the Etruscan city, the lake overflowed inexplicably and its waters flooded the surrounding countryside . Haruspex a prisoner and an oracle of Delphic Apollo, explained the miracle and it indicated the procuratio: the extraordinary event was a warning of the Gods due to a vitium that had been made during the celebration of the Feriae Latinae, the Romans would have to appease the appropriate deities (which is not mentioned in the stories of historians, but it is easily identifiable in Neptunus originally presided over the inland waters) and then channel the water, preventing them from reaching the sea, so the lake would return to its level normal and Roma would win the war. This was done and the war was won [Cic. Div. I, 100; II, 23; Liv. V, 15-17; Dion. H. XII fr. 11-17; Plut. Cam. III – IV; Zon. Ann. VII, 20; Val. Max. I, 6, 2].

According to the french author, comparing the Roman tale theme Celtic mythical river that flows rushing and destructive from the sacred well of Nechtan, you can deduce that the first allusion to the control and all ‘ “domestication” of freshwaters and their destructive power.

The observation that, for the month of Quinctilis, the Latin agronomists prescribing many jobs that had to do with the water, its channeling and regulation, indicates how important it was, in the middle of the dry season, distribute and preserve a resource so important. The feast of Neptunalia would then celebrated to invoke Neptunus, that would grant the “wild waters” (associated with Salacia), may emerge naturally in abundance, and also did so they were allowed to “tame” the man, through the work canalization, leaning willingly to your needs (these domesticated waters were associated with Venilia).

An altar was dedicated to Neptunus in the CircusFlaminius in 206 BCE, probably in the day of Neptunalia [Liv. XXVIII, 11, 4]

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Crepereius M. f. Rocus AR Serrate Denarius. Rome, 72 BC. Bust of Amphitrite or Venus right, seen from behind, dolphin on left, D on right / Neptune in biga of sea-horses, brandishing trident, D above, Q. CREPEREI [ROCVS] in two lines below. Crawford 399/1a; Sydenham 796

XI KAL. SEXT. (22) C

Concordiae

Il tempio di Concordia [Act. Arv. LVI; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 73; 80; 89 – 90; XXXVI, 196; Serv. Aen. II, 116, Notitia; delubrum in Plin. Nat. Hist. XXXV, 66; XXXVII, 4] si trovava tra il Volcanal e le pendici del Campidoglio [Ov. Fast. I, 637 – 638; Act. Arv. Cit.; Serv. Aen. II, 116; Stat. Silv. I, 1, 31; Plut. Cam. XLII; Var. L. L. V, 148; 156], lo spazio circostante era chiamato area Concordiae [Liv. XXXIX, 56, 6; XL, 19, 2; Obseq. IV]. Livio ne fa risalire la costruzione al 304 aev, da parte dell’edile curule Cn. Flavius [Liv. IX, 46, 6; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19]. La ricorrenza della dedica cadeva il 22° Quinct. [ILLRP 9), mentre ad un restauro successive si riferisce la data del 16° Jan. [Ov. Fast. I, 637; Fast. Praen. Ad XVII Kal. Feb., CIL I, 231; 308; Fast. Verol. Insc. It. XIII, 2, 22]. Nel 211 aev. una statua di Victoria sul suo tetto fu colpita da un fulmine [Liv. XXVI, 23, 4].

Nel 121 aev. Dopo la morte di C. Gracco, il Senato ordinò a L. Opimio di restaurare il tempio [App. B. C. I, 26; Plut. C. Gracch. XVII; Cic. Pro Sest. 140; August. C. D. III, 25]. In quell’occasione, Opimio probabilmente costruì la sua basilica a nord dell’edificio sacro. Nel 7 aev. Tiberio restaurò nuovamente il tempio con le spoglie riportate dalla Germania [Cas. Dio LV, 8, 2] e la struttura fu ridedicata come aedes Concordiae Augustae, in nome di Tiberio e del fratello Druso il 16° Jan. del 10 [Ov. Fast. I, 640; 643 – 648; Cas. Dio LVI, 25; Suet. Tib. XX]. La struttura è rappresentata su una moneta di Tiberio [Cohen, Tib. 68-70; BM. Tib. 116, 132-4] e su una di Orbiana, moglie di Alessandro Severo [Froehner, Med. 177-178 1], oltre che su un frammento della pianta di marmo. Un’ulteriore restauro fu compiuto forse nel 284 [CIL VI, 89] e sembra che sia crollato all’epoca di papa Adriano I (772 – 795).

Dopo il restauro di Opimio il tempio fu spesso usato come luogo di riunione del Senato [Cic. Cat. III, 21; Pro Sest. 26; De domo 111; Phil. II, 19; 112; III, 31; V, 18; Sall. Cat. XLVI, 49; Cas. Dio. LVIII, 11, 4; Hist. Aug. Pert. 4; Alex. Sev. 6; Max. et Balb. 1, cf. Herod. II, 10; Prob. 11] e della confraternita degli Arvali [AFA pg. 5].

Tiberio obbligò gli abitanti di Rodi a vendergli una statua di Vesta per il tempio [Cas. Dio LV, 9, 6] che col tempo divenne una specie di museo poiché Plinio menziona numerose opera d’arte che vi erano custodite: [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 73; 77; 80; 89; 90; XXXV, 66; 131; 144; 196; XXXV, 4].

 

Concordiae

The Temple of Concordia [Act. Arv. LVI; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 73; 80; 89-90; XXXVI, 196; Serv. Aen. II, 116, Notitia; delubrum in Plin. Nat. Hist. XXXV, 66; XXXVII, 4] was among the Volcanal and the foot of the Capitol [Ov. Fast. I, 637-638; Act. Arv. cit .; Serv. Aen. II, 116; Stat. Silv. I, 1, 31; Plut. Cam. XLII; Var. L. L. V, 148; 156], the space around it was called Concordiae area [Liv. XXXIX, 56, 6; XL, 19, 2; Obseq. IV]. Livy dates the building to 304 BCE by dell’edile curule Cn. Flavius ​​[Liv. IX, 46, 6; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19]. The anniversary of the dedication fell 22 ° Quinct. [ILLRP 9), while a subsequent restoration refers to the date of Jan. 16 ° [Ov. Fast. I, 637; Fast. Praen. For XVII Kal. Feb., CIL I, 231; 308; Fast. Verol. Insc. En. XIII, 2, 22]. In 211 BCE. a statue of Victoria on its roof was struck by lightning [Liv. XXVI, 23, 4].

In 121 BCE. After the death of C. Gracchus, the senate ordered L. Opimius to restore the temple [App. B. C., 26; Plut. C. Gracch. XVII; Cic. Pro Sest. 140; August. C. D. III, 25]. On that occasion, Opimius probably built his basilica north of the sacred building. In 7 BCE. Tiberius again restored the temple with the remains reported from Germany [Cas. Dio LV, 8, 2] and the structure was rededicated as aedes Concordiae Augustae, in the name of Tiberius and his brother Drusus 16 ° Jan. 10 [Ov. Fast. I, 640; 643-648; Cas. Dio LVI, 25; Suet. Tib. XX]. The structure is represented on a coin of Tiberius [Cohen, Tib. 68-70; BM. Tib. 116, 132-4] and on a Orbiana, wife of Alexander Severus [Froehner, Med. 177-178 1], more than that of a fragment of the marble plant. Further restoration was carried out perhaps in 284 [CIL VI, 89] and seems to have collapsed at the time of Pope Adrian I (772-795).

After the restoration of Opimius the temple was often used as a place of the Senate [Cic meeting. Cat. III, 21; Pro Sest. 26; De domo 111; Phil. II, 19; 112; III, 31; V, 18; Sall. Cat. XLVI, 49; Cas. Dio. LVIII, 11, 4; Hist. Aug. Pert. 4; Alex. If V. 6; Max. Et Balb. 1, cf. Herod. II, 10; Prob. 11] and the brotherhood of Arvali [AFA pg. 5].

Tiberius forced the inhabitants of Rhodes to sell him a statue of Vesta temple [Cas. Dio LV, 9, 6] which in time became a kind of museum since Pliny mentions several art works belonging to the church: [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 73; 77; 80; 89; 90; XXXV, 66; 131; 144; 196; XXXV, 4].

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Tiberius, 14 – 37. Sestertius 36-37, Æ 25.36 g. Hexastyle temple with flanking wings; statue of Concordia seated within, holding patera in r. hand and cornucopiae in l.; on either side of the temple, Hercules and Mercury standing on podium. Jupiter, Juno, Minerva, Victories and other figures above pediment. Rev. TI CAESAR DIVI AVG F AVGVST P M TR POT XXXIIX around S C. C 70. BMC 133. RIC 67. CBN 119.

XIV KAL. SEXT.  (19) NP – XII KAL. SEXT. (21) NP

LUCARIA

A quattro e due giorni di distanza dai Neptunalia, ci celebravano i due Lucaria, questa disposizione all’interno del calendario, che ritroviamo in molte altre circostanze, suggerisce che vi fosse una relazione tra le due festività e che Lucaria I e II, Neptunalia e Furrinalia formassero un unico complesso.

Si tratta di una festa estremamente antica il cui esatto significato era andato perso nel periodo classico. Varrone non la menziona nel suo elenco delle feste romane, mentre secondo Verrio Flacco

… Ai Lucaria i romani compivano una celebrazione in un grande bosco sacro che si trovava tra la Via Salaria e il Tevere, poiché, dopo essere stati vinti e messi in fuga dai Galli, si nascosero in esso… [Fest. 119]

Secondo gli autori romani, Lucaria deriva da lucar, una tassa sui boschi sacri (luci) che veniva incassata dall’erario per finanziare i giochi [Plut. Q. R. 88], ma per la moderna etimologia, questo nome deriva da lucus, la radura all’interno di un bosco, attraverso la mediazione di un arcaico *Lucalia .

Secondo un’ipotesi si sarebbe trattato di una festa che aveva lo scopo propiziare le divinità che abitavano nei boschi attorno alle terre coltivate fuori Roma. Poiché siamo in una stagione dove si svolgono molti lavori nei campi e nei pascoli, diventava importante chiedere alle divinità silvestri perdono per eventuali sconfinamenti nei loro domini, così come di non interferire con le attività umane. Probabilmente non si indirizzava ad una divinità precisa poiché spesso i Romani non conoscevano tutte le entità che abitavano questi luoghi.

Dumézil ha proposto un’interpretazione alternativa: gli agronomi latini prescrivono per la seconda metà di Quinctilis, di compiere i lavori di disboscamento necessari a ricavare nuova terra coltivabile nelle zone occupate da boschi, conlucare lucum [Col. II, 52; Pall. 8 Jul.; cfr. Fest. 37; 348; 349; Cat. Agr. CXXXIX; CXL; Plin. Nat. Hist. XVII, 267]. Quest’attività era compiuta in due modalità diverse: per extirpatio, cioè estirpando gli alberi con le loro radici e quindi portandoli via, oppure succidendis arboribus, ovvero attraverso incendi controllati e quindi lasciando gli alberi al loro posto [Col. cit.]; è quindi possibile che i Lucaria, in epoca arcaica, segnassero l’inizio di questi lavori.

Nel De Re Rustica Catone descrive i lavori necessari per aprire una radura in un bosco: conlucare e poi eventualmente fodere [Cat. Agr CXXXIX – CXL], ovvero, prima disboscare, poi eventualmente dissodare il terreno; poichè entrambe le operazioni sembrano necessarie per il completamento del lavoro, è possibile che le due feste dei Lucaria fossero a loro rispettivamente associate (una prima festa era dedicata al disboscamento vero e proprio, la seconda al dissodamento).

 

XIV KAL. Sext. (19) NP – XII KAL. Sext. (21) NP

Lucaria

A four two days away from Neptunalia, the two Lucaria were celebrated, this provision within the calendar, is found in many other circumstances, suggesting that there was a relationship between the two holidays and that Lucaria I and II, Neptunalia and Furrinalia formed a single complex.

It is a very ancient festival whose exact meaning was lost in classical period. Varro does not mention it in his list of the Roman festivals, while according Verrius Flaccus

… Ai Lucaria the Romans were making a celebration in a large sacred grove that was located between the Via Salaria and the Tiber, since, after being defeated and put to flight by the Gauls, hid themselves in it … [Fest. 119]

According to Roman writers, Lucaria comes from lucar, a tax on sacred groves (lights) that was collected by the Treasury to finance the games [Plut. Q. R. 88], but for the modern etymology, the name derives from Lucus, the clearing in a forest, through the mediation of an archaic * Lucalia.

According to a hypothesis this would be a celebration that was intended to propitiate the gods who lived in the forests around the cultivated land outside Rome. Because we are in a season where he held many jobs in the fields and pastures, it became important to ask forgiveness sylvan deity for any overruns in their domains, so as not to interfere with human activities. Probably it not addressed to a specific deity often because the Romans did not know all the entities inhabiting these places.

Dumézil has proposed an alternative interpretation: the Latin agronomists prescribe for the second half of Quinctilis, to carry out deforestation work necessary to obtain new agricultural land in areas occupied by forests, conlucare lucum [Col. II, 52; Pall. 8 Jul .; cfr. Fest. 37; 348; 349; Cat. Agr. CXXXIX; CXL; Plin. Nat. Hist. XVII, 267]. This activity was carried out in two different ways: for extirpatio, ie uprooting the trees with their roots and then taking them away, or succidendis arboribus, or through controlled burning and then leaving the trees in their place [Col. cit.]; it is therefore possible that the Lucaria, in ancient times, Were marking the start of these works.

In the De Re Rustica Cato describes the work required to open a clearing in a forest: conlucare and then eventually [Cat liners. Agr CXXXIX – CXL], or, before clearing, then eventually the soil is broken; since both operations appear to be necessary for completion of the work, it is possible that the two parties of Lucaria were associated with them respectively (a first festival was dedicated to the true deforestation and right, the second to tillage).

 

Picture
sacred grove from a pompeian fresco

XV KAL. SEXT. (18) C

Dies Alliensis

Secondo la tradizione in questo giorno si svolse la battaglia presso il fiume Allia nella quale i Romani furono sconfitti dai Galli di Brenno nel 390 o 388 aev. La disfatta dell’esercito, la fuga e la dispersione delle truppe superstiti, permise ai nemici di arrivare facilmente alla conquista di Roma [Liv. V, 37 – 39; VI, 1; Verg. Aen. VII, 717; VIII, 652; Lucan. Phars. VII, 408]. Dopo la cacciata dei Galli e la ricostruzione della città, il Senato, valutando il fatto che nella stessa data era anche avvenuta la sconfitta dei Fabi al Cremera, decise di marcare nel calendario questo giorno come oscuro, dies ater, o religiosus [Cic. Att. IX, 5, 2; Plut. Camil. XIX; Fest 7; 278; Suet. Vit. XI]. Nella stessa occasione, secondo la tradizione, fu deciso di dichiarare atri tutti I giorni seguenti alle Kalendae, alle Nonae e alle Eidus [Macr. Sat. I, 16, 27; Liv. VI, 1, 9].

 

XV KAL. SEXT.  (18) C

Dies Alliensis

According to tradition, on this day the battle at the Allia River where the Romans were defeated by the Gauls of Brennus took place in 390 or 388 BCE. The army’s defeat, the flight and the dispersion of the surviving troops, allowed the enemy to walk easily to conquer Rome [Liv. V, 37 – 39; VI, 1; Verg. Aen. VII, 717; VIII, 652; Lucan. Phars. VII, 408]. After the expulsion of the Gauls and the reconstruction of the city, the Senate, considering the fact that on the same date was also occurred the defeat of the Cremera Fabi, decided to mark in the calendar this day as dark, dies ater, or religiosus [Cic. Att. IX, 5, 2; Plut. Camil. XIX; Fest 7; 278; Suet. Vit. XI]. At the same time, according to tradition, it was decided to declare all atria The days following the Kalendae, to Nonae and Eidus [Macr. Sat. I, 16, 27; Liv. VI, 1, 9].

XVI KAL. SEXT. (17) C

Honori

Honos e Virtus erano divinità pertinenti alla sfera militare, come dimostra la loro.

Poiché i calendari epigrafici [ILLRP 9] riportano solo Honori, non è certo che questa sia la data della dedica del tempio di Honos et Virtus, infatti è possibile che si tratti di quella del tempio di Honos fuori dalla Porta Collina [Cic. Leg. II, 58; CIL VI, 3692 = VI, 30913 = ILLRP 157], costruito nel III sec. aev, tuttavia potrebbe trattarsi del giorno in cui fu dedicato il più antico tempio di Honos fuori Porta Capena che fu poi ridedicato come Honos et Virtus.

Il tempio di Honos si trovava poco fuori dalla Porta Capena [Liv. XXV, 40, 3; XXIX, 11, 13; Mon. Anc. II, 29], fu originariamente costruito da Q. Fabio Massimo Verrucoso [Cic. De Nat. Deor. II, 61] nel 234 aev. dopo la sua vittoria sui Liguri e dedicato il 17° Quinct. [ILLRP 9].

Nel 222 aev. alla battaglia di Clostridium, M. Claudio Marcello votò un tempio ad Honos et Virtus (Figura 113; Figura 116), voto che rinnovò dopo la presa di Siracusa nel 211 aev e che tentò di sciogliere ridedicando l’esistente tempio di Honos ad entrambi gli Dei nel 208 aev. Poiché questo fu proibito dai pontefici, egli restaurò quello di Honos e costruì una nuova cella dedicata a Virtus, facendone così un tempio doppio [Sym. Ep. I, 20] che fu dedicato da suo figlio nel 205 aev. [Liv. XXV, 40, 1 – 3; XXVII, 25, 7 – 9; XXIX, 11, 13; Val. Max. I, 1, 8; Plut. Marcell. XXVIII]. Conteneva molti tesori portati da Siracusa [Cic. De Rep. I, 21; Verr. IV, 121; Liv. XXVI, 32, 4; Asc. in Pison. 44], gran parte dei quali era sparita ai tempi di Livio [Liv. XXV, 40, 3]. Conteneva anche un antico scrigno di bronzo che si riteneva risalisse all’epoca di Numa, aedicula Camenarum, che fu poi trasferito nel tempio di Ercole e le Muse [Serv. Aen. I, 8; Schol. Juv. III, 11, 1 – 2]. Nelle vicinanze si trovava il sepolcro di Scipione [Liv. XXXVIII, 55, 2; XXXVI, 56, 4].

Il tempio fu restaurato da Vespasiano e decorato da due artisti romani; Cornelius Pino e Attius Priscus [Plin. Nat. Hist. XXXV, 120].

Un altro tempio dedicato a Honos e Virtus fu costruito da Mario con il bottino preso ai Cimbri e ai Teutoni, sul pendio del Campidoglio [CIL I² pg. 195; Fest. 344]. L’architetto che lo costruì fu C. Mucius, il cui lavoro è citato da Vitruvio [Vitr. VII, praef, 17] come perfetto esempio di ambulatio attorno alla cella [Vitr. III, 2, 5]. Secondo Festo [Fest. 344] si trovava sul pendio di un colle, generalmente identificato col Campidoglio.

In questo tempio si riunì il Senato per votare il ritorno di Cicerone dall’esilio [Cic. Pro Sest. 116; Pro Planc. 78; Div. I, 59; Val. Max. I, 7, 5; Schol. Bob. in Cic. pgg. 269; 305 Or; Eumenius, Pro Sest. Schol. 7]. Viene anche chiamato monumentum Marii [Val. Max. II, 5, 6; IV, 4, 8].

 

Victoriae in Capitolio

Una statua d’oro di Victoria fu mandata a Roma, come incoraggiamento, da Ierone di Siracusa, dopo la sconfitta al Lago Trasimeno e posta nel tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio [Liv. XXII, 37, 5 – 12], dove si trovava anche una statua della stessa Dea che guidava una biga [Tac. Hist. I, 86].  Non si sa a quale delle due fosse rivolto il sacrificio che si compiva in questo giorno

 

XVI KAL SEXT 17 (C)

Honori

Honos and Virtus were relevant deity to the military sphere, as evidenced by their iconography.

Since epigraphic calendars [ILLRP 9] reported only Honori, it is not certain that this is the dedication date of the temple of Honos et Virtus, in fact it can belong to the Honos temple outside the Porta Collina [Cic. Leg. II, 58; CIL VI 3692 = VI, 30913 ILLRP = 157], built in the third century BCE, or the day that was dedicated the oldest temple of Honos outside Porta Capena who was later rededicated as Honos et Virtus.

The temple of Honos was just outside the Porta Capena [Liv. XXV, 40, 3; XXIX, 11, 13; Mon. Anc. II, 29], was originally built by Q. Fabius Maximus Verrucosus [Cic. De Nat. Deor. II, 61] in 234 BCE. after his victory over the Ligurian and dedicated the 17th Quinct. [ILLRP 9].

In 222 BCE. the battle of Clostridium, M. Claudius Marcellus voted a temple to Honos et Virtus and renewed vote after the capture of Syracuse in 211 BCE: he tried to absolve it by dedicating the existing Honos’s temple to both the divinities in 208 BCE. Since this was forbidden by the pontifices, he restored Honos temple and built a new cell to Virtus, thus making it a double temple [Sym. Ep. I, 20] which was dedicated by his son in 205 BCE. [Liv. XXV, 40, 1-3; XXVII, 25, 7-9; XXIX, 11, 13; Val. Max. I, 1, 8; Plut. Marcell. XXVIII]. It contained many treasures brought from Syracuse [Cic. De Rep. I, 21; Verr. IV, 121; Liv. XXVI, 32, 4; Asc. in Pison. 44], most of whom had gone to Livy times [Liv. XXV, 40, 3]. It contained also an ancient bronze casket that was believed to date back to the time of Numa, the aedicula Camenarum, which was then transferred into the temple of Hercules and the Muses [Serv. Aen. I, 8; Schol. Juv. III, 11, 1 – 2]. Nearby stood the tomb of Scipio [Liv. XXXVIII, 55, 2; XXXVI, 56, 4].

The temple was restored by Vespasian and decorated by two Roman artists; Cornelius Pino and Attius Priscus [Plin. Nat. Hist. XXXV, 120].

Another temple dedicated to Honos and Virtus was built by Marius with the spoil of the Cimbri and the Teutons, on the Capitoline slope [CIL I² pg. 195; Fest. 344]. The architect who built it was C. Mucius, whose work is cited by Vitruvius [Vitr. VII, praef, 17] as a perfect example of ambulatio around the cell [Vitr. III, 2, 5]. According to Festus [Fest. 344] it was on the slope of a hill, generally identified with the Capitol.

In this temple the Senate met to vote for the return of Cicero from exile [Cic. Pro Sest. 116; Pro Planc. 78; Div. I, 59; Val. Max. I, 7, 5; Schol. Bob. in Cic. pgg. 269; 305 Or; Eumenius, Pro Sest. Schol. 7]. Also called monumentum Marii [Val. Max. II, 5, 6; IV, 4, 8].

 

Victoriae in Capitolio

A golden statue of Victoria was sent to Rome, as an encouragement, by Hiero of Syracuse, after the defeat at Lake Trasimen and placed in the temple of Jupiter Optimus Maximus on the Capitol [Liv. XXII, 37, 5-12], where there was also a statue of the Goddess who was driving a chariot [Tac. Hist. I, 86]. It is not known which of the two had approached the sacrifice that was taking place on this day

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Marcus Aurelius as Caesar. 139-161 AD. Denarius, 3.34g. (h). Rome, 145 AD. Obv: AVRELIVS CAE – SAR AVG PII F Head bare right. Rx: COS – II Honos, togate, standing left holding branch and cornucopia. BM 594. Cohen 110. RIC 429a

EID. QUINCT. (15) NP

Transvectio Equitum

Questo giorno è ritenuto l’anniversario della dedica del tempio di Castore nel Foro nel 494 aev e della battaglia del Lago Regillio [Liv. II, 42, 5]. La cerimonia sembra quindi legata al culto di Castor.

La battaglia del Lago Regillio, secondo gli storici romani, fu decisa dall’intervento degli equites che, smontati da cavallo, si schierarono sul campo di battaglia, il loro intervento fermò la ritirata dei fanti che, riprendendo coraggio, riuscirono a respingere i Latini che furono poi inseguiti e sbaragliati dalla cavalleria, nel frattempo il dittatore invocò l’aiuto di Castor, che viene chiaramente associato ai cavalieri.

È possibile che Castore fosse già venerato dalla classe equestre (forse per influsso greco-etrusco), ma che non fosse ancora annoverato tra le divinità a cui era tributato un culto pubblico; il beneficio portato allo Stato romano dalla cavalleria, fu così ricompensato accogliendo il loro Dio protettore tra coloro venerati pubblicamente.

Castore, a Roma, finì per assorbire anche le competenze del gemello Polluce che non appare nel culto pubblico fino all’età imperiale (l’introduzione in un contesto in cui l’ambito della fecondità era già saldamente legato ad una struttura divina definita, la scarsa rilevanza che aveva l’allevamento e l’impossibilità di legarsi ad un particolare ordinamento, furono tra le cause che misero in ombra la figura divina di Polluce). Lo vediamo infatti divenire divinità guaritrice [Schol. Ad Pers. II, 56] e ricevere particolare onore tra le donne cui era propria la formula di giuramento ecastor o mecastor (benché sia attestata anche epol ed edepol, in origine sempre riservata alle donne [Var. apud Gel. XI, 6])

In origine la cavalleria romana era composta da soldati a cui veniva affidato un cavallo pubblico, cioè dello stato (equus publicus) e, con la riforma di Tullio Ostillio, era inquadrata nelle 18 centurie equestri. Erano i censori a vigilare su questo gruppo di cavalieri: questi magistrati avevano il potere di privarli del cavallo, relegandoli tra gli erarii [Liv. XXIV, 43, 3], cioè coloro che dovevano pagare una tassa maggiore degli altri cittadini [Fest. 54; Plac. 27], così come di assegnare i cavalli vacanti a coloro che avevano servito usando il proprio animale e si erano particolarmente distinti [Liv. XXXIX, 19, 4].

L’ispezione dei cavalieri che avevano ricevuto un equus publicus aveva luogo pubblicamente nel Foro (Equitum Romanorum Probatio, o equitum census, o recensus) [Cic. Pro Cluent. XLVIII, 134; Gel. IV, 20, 11; Liv. XXXVIII, 28, 2; XLII, 10, 4; XLIV, 16, 8; Suet. Vesp. IX; Aug. XXXVIII; Claud. XVI]: essi erano suddivisi per tribù e, chiamati uno ad uno per nome, si avvicinavano al censore, conducendo il proprio cavallo [Liv. XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6]. Se i magistrati non trovavano mancanze nel comportamento del cavaliere e nell’equipaggiamento, lo facevano passare avanti (traduc equum) [Valer. Max. IV, 1, 10]. Se invece lo trovavano indegno del suo rango, lo depennavano dall’elenco e gli ordinavano di vendere il proprio cavallo [Liv. XXIX, 37; XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6], così da risarcire lo Stato; mentre, se aveva trascurato il proprio animale, era accusato di negligenza (inpolitia) e veniva privato del suo rango [Gel. IV, 12, 2; Fest. 108]. Chi, dopo aver servito per il tempo stabilito, voleva lasciare il proprio ruolo, doveva fare al censore un elenco delle campagne in cui aveva combattuto e, dopo un esame, era dimesso con onore o vergogna [Plut. Pomp. XXII]. In questa occasione i censori permettevano di lasciare il servizio come cavaliere, a chi era entrato nel Senato [Var. apud Non. 86]. È possibile che la revisione dei ranghi dei cavalieri non avvenisse annualmente, ma solo negli anni in cui erano in attività i censori, mentre le altre cerimonie collegate (vedi oltre) si celebrassero tutti gli anni.

Secondo Livio furono i censori Q. Fabius Rullianus e P. Decius [Liv. IX, 46; Val. Max. II, 2, 9], nel 304 aev., ad istituire la processione dei cavalieri, transvectio equitum che si svolgeva alle Eid. Quinct., mentre secondo Dionigi di Alicarnasso, questa cerimonia era più antica e fu istituita dopo la battaglia del lago Regillio (496 aev.) per ricordare l’apparizione di Castore e Polluce che annunciarono la vittoria dei Romani [Dion. H. VI, 13].

Nel giorno delle Eid. Quinct. i pontefici compivano dei sacrifici (forse per commemorare la vittoria del 496 aev.), quindi i cavalieri, vestiti della trabea (tunica a righe porpora e scarlatte), con l’equipaggiamento militare e indossando corone di ulivo e i premi che avevano ricevuto per le loro azioni di valore, riuniti per tribù e centurie, compivano una processione che partiva da un tempio di Marte fuori le mura (probabilmente quello nel Campo Marzio, il luogo dove si radunava l’esercito di ritorno da una campagna militare, in attesa di poter rientrare in città dopo essere stato purificato), attraversava varie zone della città e passava dal Foro per concludersi al tempio di Castore e Polluce dove sacrificavano i tribuni celeris [Dion. H. VI, 13].

L’abbigliamento regale e trionfale, così come l’uso di corone di ulivo che avevano valore purificatorio, farebbero pensare al ricordo di una qualche processione trionfale del periodo monarchico, preceduta, forse, dai sacrifici espiatori dei pontefici.

 

EID. QUINCT. (15) NP

Transvectio Equitum

This day is considered the anniversary of the dedication of the Temple of Castor in the Forum in 494 BCE, and the Battle of Lake Regillio [Liv. II, 42, 5]. The ceremony thus seems linked to the cult of Castor.

The Battle of Lake Regillio, according to Roman historians, was decided by the intervention of equites who, dismounted, took sides on the battlefield, their intervention stopped the retreat of the infantry that, taking courage, managed to repel the Latins that were then pursued and routed by the cavalry, meanwhile dictator invoked the help of Castor, which is clearly associated with the knights.

It is possible that Castor was already revered by the equestrian class (maybe because of greek-Etruscan influence), but it was not yet counted among the gods who had bestowed a public worship; the benefit brought to the Roman state by the cavalry, was well rewarded by accepting their God protector among those venerated publicly.

Castor, in Rome, absorbed the skills of Pollux who does not appear in public worship until the imperial age (the introduction in a context in which the scope of fertility was already firmly tied to a definite divine structure, minor place took by breeding and the inability to bind to a particular order, were among the causes that overshadowed the divine figure of Pollux). We see it becoming a healer divinity [Schol. To Pers. II, 56] and receive special honor among women whose own was the oath ecastor or mecastor (although it is also attested epol and Edepol, always reserved in origin women [Var. Apud Gel. XI, 6])

Originally the Roman cavalry was made up of soldiers who were given a public horse by the state (equus publicus) and, with Tullio Ostillio reform was framed in 18 equestrian centuries. The censors watched over this group of riders: these magistrates had the power to deprive them of the horse, relegating among erarii [Liv. XXIV, 43, 3], that is, those who had to pay a higher fee than other citizens [Fest. 54; Plac. 27], as well as to allocate the horses vacancies to those who had served using its animal and had particularly distinguished [Liv. XXXIX, 19, 4].

The inspection of the knights who had received an equus publicus took place publicly in the Forum (Equitum Romanorum probatio, or equitum census, or recensus) [Cic. Pro Cluent. XLVIII, 134; Gel. IV, 20, 11; Liv. XXXVIII, 28, 2; XLII, 10, 4; XLIV, 16, 8; Suet. Vesp. IX; Aug. XXXVIII; Claud. XVI]: they were divided into tribes, and called one by one by name, approached the censor, leading his horse [Liv. XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6]. If the judges found no deficiencies in the knight’s behavior and in the equipment, they did move forward (traduc equum) [Val. Max. IV, 1, 10]. If they found him unworthy of his rank, they cancelled him from the list and ordered to sell his horse [Liv. XXIX, 37; XXXIX, 44; Val. Max. II, 9, 6], to compensate the State; whereas if he had neglected his own animal, he was accused of negligence (inpolitia) and was deprived of his rank [Gel. IV, 12, 2; Fest. 108]. Who, after having served for the set time, wanted to leave his role, he had to give to censors a list of campaigns in which he had fought and, after consideration, had resigned with honor or shame [Plut. Pomp. XXII]. On this occasion the censors allowed to leave the service as a knight, who had entered the Senate [Var. apud Non. 86]. It is possible that the revision of the ranks of the riders did not happen every year, but only in the years when they were in business, the censors, and other related ceremonies (see below) should be celebrated every year.

According to Livy the censors Q. Fabius and P. Decius Rullianus [Liv. IX, 46; Val. Max. II, 2, 9], in 304 BCE., established the procession of knights, transvectio equitum that took place at Eid. Quinct., While according to Dionysius of Halicarnassus, this ceremony was the oldest and was established after the Battle of Lake Regillio (496 BCE.) To recall the appearance of Castor and Pollux, who announced the victory of the Romans [Dion. H. VI, 13].

On the day of Eid. Quinct. the pontifices made sacrifices (maybe to commemorate the victory of 496 BCE.), then the knights, clothes trabea (tunic in purple and scarlet stripes), with military equipment and wearing olive crowns and the awards they received for their valuable actions, gathered to tribes and centuries, made a procession that started from a temple of Mars outside the walls (probably the one in the Campus Martius, the place where they gathered the army return from a military campaign, waiting to return to the city after being purified), passing through various areas of the city and by the Forum to end at the temple of Castor and Pollux, where the tribunes celeris made sacrifices [Dion. H. VI, 13].

The regal and triumphant clothing, as well as the use of olive wreaths that had purifying value, would think of the memory of a few triumphal procession of the monarchical period, preceded perhaps by sin offerings of the popes.

Picture

Licinius Crassus, Licinia, Rome, 55 BC (RRC and BMCRR), Denarius , AR, gr. 4,1, mm 18. Bust of Venus r., draped, Laureated and wearing diadem; behind, S.C. Rv. Female figure leading horse l. with r. hand and holding spear in l. hand; at feet, cuirass and shield; around, P. CRASSVS. M. F.. RRC 430/1; BMCRR Roma 3901; B. Licinia 18; Sydenham 929, Catalli 2001, 615.

II NON.  QUINCT.  (6) N – III EID. QUINCT. (13) C

Ludi Apollinares

I Ludi in onore di Apollo furono introdotti a Roma nel 212 aev. nel pieno della guerra contro Annibale, in quell’anno furono scoperte delle profezie scritte dal vate romano Marcio: una prevedeva la sconfitta di Canne, l’altra affermava che, se i Romani avessero voluto scacciare i nemici che erano giunti da lontano, avrebbero dovuto istituire dei giochi in onore di Apollo, da celebrare ogni anno

… Romani, se volete cacciar via i nemici, tumore giunto da lontano, penso che voi dobbiate far voto ad Apollo di istituire dei giochi, da celebrare gioiosamente ogni anno in onore di Apollo; ad essi, in parte contribuisca il popolo con denaro dell’erario, in parte contribuiscano i privati per loro e per le loro famiglie. La celebrazione di quei giochi sarà presieduta dal pretore che eserciterà al più alto grado, la giustizia per la cittadinanza e per la plebe. I decemviri celebrino i riti sacrificando vittime secondo il rito greco. Se così, correttamente, agirete, ne trarrete gioia per sempre e la vostra sorte andrà sempre migliorando. Infatti quel Dio che gioisce nel fecondare i vostri campi, distruggerà i vostri nemici… [Liv. XXV, 12]

Furono consultati anche i Libri Sibillini che confermarono l’istituzione di questi ludi e così fu deciso che i decemviri, che fino ad allora non avevano presieduto a riti sacrificali, vi avrebbero compiuto sacrifici graeco ritu [Liv. Cit.].

All’inizio la celebrazione si svolgeva il 13° giorno di Quinctilis, il finanziamento dei giochi spettava all’erario pubblico, ma vi concorrevano anche a donazioni di privati, mentre l’organizzazione era sotto la responsabilità del pretore urbano. Durante i primi Ludi Apollinares i decemviri sacrificarono un bue ornato d’oro ad Apollo, due capre bianche, anch’esse ornate d’oro, a Diana e una vacca ornata d’oro per Latona. L’erario fornì al pretore 12000 assi per il rito e due vittime adulte [Liv. Cit.]. Il popolo partecipò indossando corone di fronde, le matrone offrendo suppliche, inoltre in tutte le case si tennero banchetti a porte aperte, cosicché chiunque avrebbe potuto entrare e beneficiare dell’ospitalità del padrone [Liv. Cit].

All’inizio le celebrazioni non avevano cadenza annuale, il senato, infatti, li indiceva anno per anno (erano cioé festa conceptiva). Solo nel 208 aev, in seguito ad una pestilenza, fu emanato un senatoconsulto che istituiva i Ludi Apollinares come festa stativa, da celebrarsi annualmente nel 13° Quinct. [Liv. XXVII, 23, 5].

Col tempo la durata dei festeggiamenti si allungò fino a prendere sette giorni, dal 6° al 13° Quinct.

Erano composti di ludi scoenici [Fest. 326; Cic. Brut. XX, 78; pro. Mur. XIX, 40; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 53; XIX, 23, 59; Val Max. II, 4, 6; Cic. Phil. I, 15, 36; II, 13, 31; X, 3, 7], venationes [Plut. Sul. V; Plin. Nat. Hist. VIII, 53; Sen. De Brev. Vit. XIII; Cic ad Att. XVI, 4; Cas. Dio. XLVIII, 33] e ludi circenses [Cas. Dio. XLVIII, 20] a cu il popolo partecipava indossando corone di alloro [Fest. 23].

Apollo era già venerato a Roma almeno dal V sec. aev., il primo tempio gli fu votato nel 433 aev., su prescrizione dei Libri Sibillini, per allontanare dalla città una pestilenza e dedicato nel 431 aev [Liv. IV, 29, 7; XXV, 3]. Compare poi nel primo lectisternium dedicato a divinità greche, del 399 aev. Su prescrizione dei Libri Sibillini, i simulacri di tre coppie di Dei: Apollo e Latona, Ercole e Diana, Mercurio e Nettuno, furono sdraiati su letti dai magnifici ornamenti e venerate per 8 giorni. Anche durante quella cerimonia vi furono festeggiamenti privati e le porte delle case furono lasciate aperte, cosicché tutti potessero entrare e partecipare ai banchetti [Liv. V, 13, 5 – 8].

 

II NO. QUINCT. (6) N – III EID. QUINCT. (13) C

Ludi Apollinares

The Ludi in honor of Apollo were introduced in Rome in 212 BCE. in the middle of the war against Hannibal, in that year were discoveries of the prophecies written by the poet Roman Marcio: one foresaw the defeat of Canne, the other said that if the Romans had wanted to drive out the enemies who had come from afar, they should set up the games in honor of Apollo, to be celebrated every year

… Romans, if you want to drive out the enemy, cancer come from far away, I think you need to vote to Apollo to set up the games, to celebrate joyfully each year in honor of Apollo; to them, partly contribute the people with money exchequer, partly contributing individuals for them and for their families. The celebration of those games will be presided over by the magistrate who will exercise the highest degree, justice for the citizens and for the populace. The decemvirs celebrate the rites by sacrificing victims graeco ritu. If so, properly, you will act, will derive joy forever and your fate will always improving. In fact, the God who rejoices in fertilize your fields, destroy your enemies … [Liv. XXV, 12]

Books were also consulted Sibillini which confirmed the establishment of these ludi and so it was decided that the decemvirs, who until then had not presided in sacrificial rites, they would have made sacrifices graeco ritu [Liv. Cit.].

At the beginning the celebration took place on the 13th day of Quinctilis, the funding of the games belonged public treasury, but there concurred also private donations, while the organization was under the responsibility of the urban magistrate. During the first Ludi Apollinares the decemvirs sacrificed an ornate golden bull to Apollo, two white goats, also adorned with gold, to Diana and an ornate golden cow for Latona. The tax authorities gave the magistrate 12000 axles for the rite and two adult victims [Liv. Cit.]. The people participated wearing crowns of leaves, the matrons offered prayers, also all the houses were held banquets in open, so anyone could come in and enjoy the hospitality of the owner [Liv. Cit].

Early celebrations were not annual, the Senate, in fact, issued them year to year (ie were conceptiva holiday). Only in 208 BCE, after a plague, it was issued a senatus which established the Ludi Apollinares as stative festival, to be celebrated annually on 13th Quinct. [Liv. XXVII, 23, 5].

In time, the duration of the festivities reached up to take seven days, from 6th to 13th Quinct.

Were ludi compounds scoenici [Fest. 326; Cic. Brut. XX, 78; pro. Mur. XIX, 40; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 53; XIX, 23, 59; Val Max. II, 4, 6; Cic. Phil. I, 15, 36; II, 13, 31; X, 3, 7], venationes [Plut. On. V; Plin. Nat. Hist. VIII, 53; De Sen. Pat. Vit. XIII; Cic to Att. XVI, 4; Cas. Dio. XLVIII, 33] and ludi circuses [Cas. Dio. XLVIII, 20], at whom the people took part wearing laurel crowns [Fest. 23].

Apollo was already venerated in Rome since at least the fifth century. BCE., he was voted the first temple in 433 BCE., on the order of the Sibylline Books, to drive away from the city a plague and dedicated in 431 BCE [Liv. IV, 29, 7; XXV, 3]. Then appears in the first lectisternium dedicated to Greek gods, of 399 BCE. Prescription of the Sibylline Books, the statues of three pairs of gods: Apollo and Latona, Diana and Hercules, Mercury and Neptune, were lying on beds with magnificent ornaments and venerated for 8 days. Also during the ceremony, there were private parties and the doors of the houses were left open, so that everyone could come in and take part in the banquet [Liv. V, 13, 5 – 8].

 

Picture

Piso Frugi, Calpurnia, Denarius, Rome, 67 BC (RRC) 64 BC (BMCRR), AR, gr. 3,9, mm 17,94, Head of Apollo right with fillet, Horseman galloping left, with palm and wearing conical hat, C PISO L F FRVGI. RRC 408/1; Babelon: Calpurnia 24 -29; Sydenham 840-878Catalli 2001,582