VI KAL. MAJ. (25) NP

ROBIGALIA

Nei Fasti Prenestini, in occasione di questo giorno troviamo questa nota

Feriae di Robigus, [si sacrifica] al V miglio della via Claudia, affinché Robigus non nuoccia alle messi. Sacrificio e ludi, corse maggiori e minori. Il giorno è festivo per i figli dei lenoni, poiché il successivo lo è per le prostitute [Cal. Praen.]

Robigus rappresentava la ruggine del grano [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16], una malattia che attacca i cereali quando la spiga inizia a formarsi [Plin. Nat. Hist. XVIII, 91; Col. Agr. II, 12] e che, secondo gli autori antichi, era causata dal calore del sole [Plin. Nat. Hist. XVIII, 273]. Questa divinità era strettamente associata a Marte, infatti sappiamo che i giochi in suo onore furono istituiti da Numa, assieme a quelli per Marte [Tert. Spect. V]; in quanto Questi è Colui che difende la città e i campi attorno ad essa, dai nemici e dalle influenze negative.

Nella maggior parte delle fonti Robigus è un Dio maschio [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 284], in Ovidio, invece, si tratta di una Dea.

Il bosco sacro (lucus) a questa divinità si trovava al V miglio della via Claudia e Ovidio, nei Fasti [Ov. Fast. IV, 901 – 42], ci dà una descrizione del rituale che vi si svolgeva.

Il flmen quirinalis sacrificava, forse a Roma, o, più probabilmente, nei pressi di un campo [Var. L. L. VI, 16] un cane ed una pecora, quindi portava in processione le viscere degli animali, fino al bosco sacro, seguito da un gruppo di persone vestite di bianco. Qui, dopo aver invocato la protezione di Robigus ed aver offerto vino ed incenso, le viscere di entrambi gli animali erano bruciate.

Secondo Columella, si trattava di un rituale apotropaico di origine etrusca, che aveva lo scopo di allontanare la minaccia della ruggine dai campi; il cane sacrificato doveva essere un cucciolo (catulus) e, per placare Robigus, ne venivano offerti il sangue e le interiora [Col. Agr. X, 342 – 343].

 

Robigalia

In the Fasti Prenestini, at this day we find this note

Feriae of Robigus, [sacrifices] from the fifth mile of the Via Claudia, so Robigus not harm the crops. Sacrifice and Ludi, major and minor races. The day is a holiday for the children of pimps, because the next it is for prostitutes [Cal. Praen.]

Robigus represented the wheat rust [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16], a disease that attacks cereals when the ear begins to form [Plin. Nat. Hist. XVIII, 91; Col. Agr. II, 12] and that, according to the ancient authors, it was caused by the heat of the sun [Plin. Nat. Hist. XVIII, 273]. This deity was closely associated with Mars, in fact we know that the games in his honor were instituted by Numa, together with those for Mars [Tert. Spect. V]; because it is the One who defends the city and the fields around it, from enemies and from negative influences.

In most Robigus sources is a male God [Fest. 267; Var. L. L. VI, 16; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 284], in Ovid, however, it is a Goddess.

The sacred grove (Lucus) to this deity was the fifth mile of the Via Claudia, and Ovid in Fasti [Ov. Fast. IV, 901-42], it gives us a description of the ritual that took place there.

The flmen Quirinalis sacrificed, perhaps in Rome, or, more likely, in the vicinity of a field [Var. L. L. VI, 16] a dog and a sheep, then carried in procession entrails of animals, to the sacred grove, followed by a group of people dressed in white. Here, after invoking the protection of Robigus and having offered wine and incense, the guts of both animals were burned.

According to Columella, it was an apotropaic ritual of Etruscan origin, which was intended to avert the threat of rust from the fields; the dog had to be sacrificed a puppy (Catulus) and, to appease Robigus, they were offered the blood and entrails [Col. Agr. X, 342-343].

Picture

Numerius Fabius Pictor. 126 BC. AR Denarius (17mm – 3.88 g). Rome mint. Helmeted head of Roma right; M below chin / The Flamen Quirinalis, Q. Fabius Pictor, seated left; shield at side inscribed QVI/RIN in two lines; O behind the Flamen’s head. Crawford 268/1b; Sydenham 517a; Fabia 11.

VII KAL. MAJ. (24) C

FERIAE LATINAE

Benché questa festività si svolgesse sul monte Albano, era sotto la diretta supervisione dei magistrati romani [Dion. H. IV, 49] e quindi era considerata una festa romana a tutti gli effetti.

Si trattava di feriae concenptivae e la loro data veniva stabilita dai consoli al momento in cui entravano in carica [CIL. VI, 455]. Essi, o se non vi fossero stati, il dittatore, dovevano presenziare alla festa, lasciando un praefectus urbis in città e solo dopo la fine delle celebrazioni potevano partire per le province a loro assegnate.

Era una festività molto antica, stabilita forse prima della nascita di Roma (secondo Festo da re Latino [Fest. 194], che sarebbe anche stato identificato con Juppiter Latiaris), anche se, secondo Dionigi di Alicarnasso, avrebbe avuto origine durante l’età monarchica [Dion. H. Cit.]. Lo storico greco deduce questa data dal fatto che il tempio in onore di Juppiter Latiaris sul monte Albano fu costruito sotto i Tarquini, ma è probabile che essi abbiano solo ampliato un luogo di culto già esistente. Gli scholii bobiensi a Cicerone riportano che gli autori antichi erano incerti sulla data della fondazione di questa festività, benché la ritenessero comunque molto antica: secondo alcuni sarebbe stata creata da Tarquinio Prisco, secondo altri dai Prisci Latini, sotto il regno di Faunus, oppure per commemorare Latino o Enea, ascesi al cielo e divinizzati [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

In origine il rito era celebrato dai 30 populi che facevano parte della Lega Latina, sotto il controllo di Alba Longa; si tratta di antiche comunità che, all’epoca a cui datano le nostre fonti erano in gran parte scomparse, lasciando solo un ricordo nel nome di alcune località, per questo c’è molta incertezza sulla reale composizione della Lega. Un elenco dei Populi Albenses ci è fornito da Plinio [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizzabili sul colle Celio), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizzabili sulla Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). Un secondo elenco, delle città che la componevano, all’epoca della conquista di Fidene, ci viene da Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. V, 61, 3]: oltre a Fidene, Ardea, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In parte i due elenchi coincidono (ad esempio Bubetani e Bubento, Coriolani e Corioli, Querquetulani e Quercetola, forse Accienses e Ariccia, Foreti e Fortinea, Manates e Mento), ma vi sono anche molte differenze la cui causa può essere molteplice: alcune comunità possono essere sparite e poi sostituite da altre, oppure il loro nome può essere sopravvissuto, ma storpiato poiché ormai non senza un reale significato geografico; ancora Plinio e Dionigi possono essersi riferiti a fonti precedenti che riportavano un elenco incompleto e l’hanno poi integrato in base alle loro conoscenze (come indica ad esempio la ripetizione Laurento, Lanuvio, Lavinio, tutte versioni del nome della città di Lavinio). Cicerone, per la sua epoca menziona Tuscolo, Lavicum, Bovillae e Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

Dalle informazioni che possediamo [Dion. H. Cit.] sappiamo che i rappresentanti delle città della Lega Latina si riunivano una volta all’anno sul monte Albano dove avveniva un grande banchetto sacrificale in onore di Juppiter Latiaris officiato dai consoli. I Romani versavano libagioni di latte [Fest. Cit.] (si pensa che in tempi molto antichi, prima che la viticoltura fosse diffusa nel Lazio, questo alimento fosse usato nelle libagioni agli Dei e quindi che questo tipo di sacrificio sarebbe una prova dell’estrema antichità della festa), mentre altre città, in base ad un preciso regolamento, portavano agnelli, formaggio, liba al miele e noci.

La principale vittima sacrificale era un toro bianco che non avesse mai portato il giogo. Dopo la sua immolazione e uccisione, i rappresentanti di ogni città ricevevano una parte delle carni, la cui distribuzione era regolata in maniera molto precisa secondo un ordine stabilito dalle norme rituali [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violare le norme sulla distribuzione delle parti delle vittime, voleva dire commettere un piaculum e quindi le Feriae avrebbero dovuto essere ripetute (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. Lo stesso avveniva se si verificava un cattivo omen durante la cerimonia [Liv. XL, 45; XLI, 16].

Per le città partecipanti, durante la festività era nefas portare azioni belliche contro altre città della Lega [Dion. H. Cit.; Macr. Sat. I, 16, 16], per questo motivo, in seguito, in questo giorno vi fu divieto di condurre guerre.

Dopo il sacrificio vi era una festa e oscilla erano appese agli alberi [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Secondo Festo si svolgeva anche un qualche tipo di lusus in cui degli uomini mascherati si dondolavano su altalene [Fest. Cit.]: il passo è molto confuso e oggi si ritiene che potesse trattarsi di una qualche danza in armi analoga a quella dei salii a Roma; d’altra parte sappiamo che tale sacerdozio era diffuso anche in altre città latine, come Tuscolo (vedi Salii)

Le Feriae Latinae, qualunque fosse stata la loro data, erano seguite da due dies religiosi [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recentemente  è stato proposto che le celebrazioni si concludessero a Roma con un sacrificio chiamato Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; Macr. Sat. I, 16, 16 – 17], celebrato sul collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], una delle cime del Quirinale, in onore di Juppiter Latiaris; la cerimonia urbana, così come quella sul Monte Cavo, doveva essere celebrata dai consoli [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. Si trattava sicuramente di un rito estremamente antico, come dimostra il nome, che rimanda all’età arcaica e non è da escludere che si trattasse di una fase della celebrazione originaria delle Feriae Latinae che fu trasferita a Roma durante la dominazione etrusca. Le uniche informazioni che possediamo derivano Plinio e da fonti tarde.

Secondo l’erudito romano il rito comprendeva una corsa tra quattro carri, al vincitore veniva offerta una bevanda a base di assenzio [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], tuttavia egli colloca tale celebrazione sul Campidoglio, in connessione quindi con Juppiter Optimus Maximus (potrebbe però trattarsi di un confusione con i Ludi Capitolini).

Gli apologeti cristiani descrivono invece dei sacrifici umani [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395 – 399; Tat. Ad Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. Ad Autol. III, 8] in cui uno schiavo [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4 – 5], o un bestiario (un gladiatore specializzato nel combattimento con le belve feroci), scelto forse dopo lo svolgimento di un combattimento [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], venivano sacrificati e il loro sangue era usato per aspergere il simulacro della divinità.  Tale usanza è confermata da Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] e forse da un’allusione in Svetonio relativa a Caligola che fu soprannominato dai suoi nemici Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2 – 3], per cui non sembra un topos della letteratura apologetica cristiana.

Le fonti affermano che il sacrificio era diretto a Juppiter Latiaris, tuttavia alcuni autori Lo identificano con Saturno [Just. Apol. II, 12, 4 – 5] e lo stesso suggerisce Macrobio, parlando del Latiar in un passo dedicato all’aition dei Saturnalia. L’esistenza di tale sacrificio umano è tuttavia messa in discussione da molti studiosi

Il complesso dei ludi e dei riti compiuti in tale occasione sembra rimandare a un substrato protostorico forse collegato alla funzione regale e al rinnovamento annuale del potere del rex.

 

Feriae Latinae

Although this festival to take place on Mount Albano, was under the direct supervision of the Roman magistrates [Dion. H. IV, 49], and so it was considered a Roman party in all respects.

It was feriae concenptivae and their date was determined by the consuls at the time they entered office [CIL. VI, 455]. They, or if there were, the dictator, had to attend the party, leaving a praefectus Urbis in the city and only after the end of the celebrations could leave for the provinces assigned to them.

It was a very ancient feast, perhaps established before the birth of Rome (according to Festo by King Latino [Fest. 194], which would have also been identified with Jupiter Latiaris), although, according to Dionysius of Halicarnassus, would have originated during the age monarchical [Dion. H. Cit.]. The greek historian deduced this from the fact that the temple in honor of Jupiter Latiaris on Mount Albano was built under Tarquini, but it is likely that they have only expanded an existing place of worship. The scholii bobiensi to Cicero reported that the ancient authors were uncertain about the date of the foundation of this holiday, although they felt still very ancient: according to some it was created by Tarquinio Prisco, according to others by the Latins Prisci, under the reign of Faunus, or to commemorate Latino or Aeneas, ascended to heaven and deified [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

Originally the rite was celebrated by the 30 nations that were part of the Latin League, under the control of Alba Longa; these are ancient communities that at the time at which date from our sources were largely disappeared, leaving only a memory in the name of some places, so there is a lot of uncertainty about the actual composition of the League. A list of Populi Albenses is provided by Pliny [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizable on Caelian), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizable on Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). A second list of the cities that composed it, at the time of the conquest of Fidenae, comes from Dionysius of Halicarnassus [Dion. H. V, 61, 3]: in addition to Fidene, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In part, the two lists are the same (for example Bubetani and Bubento, Coriolani and Corioli, Querquetulani and Quercetola perhaps Accienses and Ariccia, Foreti and Fortinea, Manates and Chin), but there are also many differences the cause of which can be varied: some communities they can be gone and then replaced by others, or the name may have survived, but now crippled as not without a real geographic meaning; even Pliny and Dionysius may have referred to earlier sources that reported an incomplete list and have then integrated based on their knowledge (as indicated for example Laurento repetition, Lanuvio, Lavinio, all versions of the name of the city of Lavinio). Cicero, for his time mention Tusculum, Lavicum, Bovillae and Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

From the information that we possess [Dion. H. Cit.] We know that the representatives of the cities of the Latin League would meet once a year on Mount Albano where it was a great sacrificial banquet in honor of Jupiter Latiaris officiated by the consuls. The Romans poured libations of milk [Fest. Cit.] (It is thought that in ancient times, before the viticulture was widespread in Lazio, this food was used in libations to the gods and therefore that this kind of sacrifice would be a proof of the extreme antiquity of the feast), while other cities , according to a specific regulation, brought lambs, cheese, honey and nuts liba.

The main sacrificial victim was a white bull that he never came yoke. After his immolation and murder, the representatives of each city received a portion of the meat, the distribution of which was adjusted very precisely in the order decided by the ritual norms [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violate regulations on the distribution of shares of the victims, he meant committing a piaculum and then the Feriae were to be repeated (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. The same thing happened when a bad omen occurred during the ceremony [Liv. XL, 45; XLI, 16].

For the participating cities during the holidays was nefas take military actions against other cities of the League [Dion. H. Cit .; MACR. Sat. I, 16, 16], for this reason, hereinafter, in this day there was prohibition of wars.

After the sacrifice, there was a party and swings hung from the trees [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. According to Festo also he held some kind of lusus where the masked men were swinging on swings [Fest. Cit.]: The pace is very confusing and it is now believed that this could be some kind of dance in arms similar to that of went up in Rome; on the other hand we know that the priesthood was also widespread in other Latin cities, as Tusculum (see climbed)

The Feriae Latinae, whatever be their date, they were followed by two religious dies [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recently it has been proposed that the celebrations will concludessero in Rome with a sacrifice called Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; MACR. Sat. I, 16, 16-17], celebrated on collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], one of the peaks of the Quirinale, in honor of Jupiter Latiaris; Urban ceremony, as well as that of Mount Cavo, was to be celebrated by the consuls [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. It was certainly a very ancient rite, as evidenced by the name, which refers to the archaic era, and it is possible that it was a stage of the original celebration of Feriae Latinae which was transferred to Rome during the Etruscan period. The only information we have derived Pliny and later sources.

According to the Roman scholar ritual included a race between four chariots, the winner was offered a beverage made from wormwood [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], however, he places such celebration in the Capitol, then in connection with Jupiter Optimus Maximus (though it could be a confusion with the Capitoline Games).

Christian apologists instead describe human sacrifices [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395-399; Tat. For Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. For Autol. III, 8] in which a slave [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4-5], or a bestiary (a specialized gladiator in combat with wild beasts), perhaps chosen after conducting a combat [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], were sacrificed and their blood was used to sprinkle the statue of the deity. This custom is confirmed by Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] and perhaps in an allusion related to Suetonius Caligula who was nicknamed by his enemies Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2-3], so there seems to be a topos of the Christian apologetic literature.

Sources claim that the sacrifice was headed for Jupiter Latiaris, however some authors I identify with Saturn [Just. Apol. II, 12, 4-5] and suggests Macrobius, speaking of Latiar in a passage dedicated all’aition of Saturnalia. The existence of such human sacrifice, however, is questioned by many scholars

The whole of Ludi and rituals performed on this occasion seems to refer to a proto substrate maybe connected to the royal office and the annual renewal of king’s power.

Picture

L. Antestius Gragulus, Antestia, Rome, 136 BC (RRC), 124-103 BC (BMCRR), Denarius , AR, gr. 3,9, mm 18,5/20. Helmeted head of Roma r.; before, X; behind, GRAG. Rv. Juppiter in quadriga r., holding sceptre and reins in l. hand and hurling thunderbolt in r. hand; below, L. ANTES; in ex. ROMA. RRC 238/1; BMCRR Roma 976; B. Antestia 9; Sydenham 451

VIII KAL. MAJ. (23) NP

VINALIA PRIORA

Questo giorno è marcato NP nel calendario Maffeiano, FP (equivlanete a NP) in quello Caer. e F nei Fasti Prenestini e in quelli Antiates Majores. Questa festa era chiamata Vinalia Priora per distinguerla dai Vinalia Rustica del 19 Sext.

Secondo Ovidio le due festività erano sacre a Venere [Ov. Fast. IV, 877], ma per Varrone [Var. L. L. VI, 16], Festo [Fest. 65; 374] e Masurio Sabino [Masur. Sab. apud Macr. Sat. I, 4, 6], si tratta di ricorrenze in onore di Giove: nella festa di Aprilis, in particolare, veniva libato a Lui il vino nuovo, prima che fosse assaggiato dagli uomini [Fest. 65; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 287]. Da quanto ci ha trasmesso Varrone [Var. Cit.], è anche probabile che il vino fosse portato in città dalle campagne solo poco tempo prima di questo rituale. Il vino era chiamato calpar, il nome deriva da un tipo di vaso che veniva usato anticamente per contenerlo e che fu poi sostituito dal dolium [Var. Apud. Non. 546, 28]. Questo rito si svolgeva davanti al tempio di Venere [Plut. Q. R. 45].

L’associazione tra Venere ed i Vinalia è comunque attestata dal fatto che tre templi dedicati a questa divinità furono consacrati in occasione di queste feste [Var. L. L. VI, 20; Fest. 289].

L’aition della festa ci viene tramandato da varie fonti e le versioni presentano alcune differenze tra loro. La più antica è quella di Catone nelle Origenes, citato nei Saturnalia di Macrobio: il re etrusco Mezenzio, offrì il proprio aiuto ai Rutuli nella guerra contro i Latini, ma in cambio chiese che gli fossero date tutte le primizie del territorio del Lazio, invece di riservarle agli Dei. I Latini fecero un voto simile e, rivolgendosi a Giove pronunciarono queste parole

in questo testo non viene menzionato il vino, ma le primizie di tutti i frutti prodotti dalla terra del Lazio. Nella versione raccontata da Ovidio [Ov. Fast. IV, 877 – 900] e, con alcune differenze, da Festo e Plutarco [Fest. 265 che lo racconta proposito dei Rustica Vinalia; Plut Q. R. 45; cfr. Cas. Dio. I Fr apud Tzet. Schol. In Lycophr. Alex. 1232] Mezenzio, per allearsi coi Rutuli nella guerra contro i Latini, chiese in cambio tutto il vino della vendemmia successiva (secondo Plutarco, Mezenzio avrebbe prima chiesto ad Enea tale prezzo per la propria alleanza e al rifiuto di questi, si sarebbe rivolto ai Rutuli). Avendolo saputo Enea chiese l’aiuto di Giove e gli votò tutto il vino dei Latini. Dopo la sconfitta dei nemici, Enea mantenne il suo voto e da allora, ogni anno, il vino nuovo venne libato a Giove. Dionigi di Alicarnasso e l’Origo Gentis Romanae situano l’episodio in un periodo di poco posteriore: Enea è già morto e i Latini sono guidati da suo figlio Ascanio, essi sono in guerra con gli Etruschi guidati da Mezenzio, il quale, in cambio della pace, chiede loro che gli sia consegnato come tributo, ogni anno, tutto il vino prodotto dalle terre del Lazio. I Latini rifiutarono e votarono il loro vino a Giove, nella guerra che seguì Ascanio sconfisse Mezenzio che accettò la pace coi Latini [Dion. H. I, 65, 2; Serv. Aen. IV, 760; cfr. PsAurel. Vict. OGR. XIV – XV]. Nelle sue varie versioni, Il racconto mette in scena tre elementi costanti: Enea, discendente di Venus e simbolo della pietas; i ricchi Latini che detengono i frutti della terra laziale e sarà proprio in seguito al matrimonio con la figlia del re Latino che Enea acquisirà la regalità ed il possesso del Lazio; i bellicosi Etruschi, il cui unico scopo è partecipare alla guerra per trarne un bottino, guidati da un empio comandante.

L’episodio mitico sembra essere stato ben presente al console L. Papirius Cursur che, prima della battaglia di Aquilonia contro i Sanniti, essendo l’esito molto incerto, votò a Juppiter Victor una coppa di vino in cambio della vittoria [Liv. X, 42, 6 – 7; Plin. Nat. Hist. XIV, 15, 91]

Veneri Erycinae

Il primo tempio dedicato a Venere Erycina (dal monte Erice in Sicilia dove esisteva un famoso santuario dedicato a questa divinità [Ov. Fast. IV, 872; Rem. Am. 550; Strabo VI, 2, 6; Diod. Sic. IV, 83]) fu votato da Q. Fabio Massimo, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, dopo la sconfitta del lago Trasimeno (217 aev) [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10] e dedicato dallo stesso due anni dopo [Liv. XXIII, 30, 13; XXIII, 31, 9]. Si trovava sul Campidoglio, vicino a quello di Mens.

Un secondo tempio, dedicato alla stessa divinità fu votato durante la guerra contro i Liguri nel 184 aev dal console L. Porcius Licinus, che lo dedicò in qualità di duumviro nel 181 aev [Liv. XL, 34, 4]. Si trovava fuori dalla Porta Collina, non lontano da essa [Ov. Fast. IV, 871; Rem. Am. 549; Liv. XXX, 38, 10; App. B. C. I, 93; Fast. Arv. ad IX Kal. Mai, CIL I², 214; 215; 316; Strabo VI, 2, 6], probabilmente sul lato ovest della via Salaria. Vi si celebrava una festa il 23 Apr. in concomitanza coi Vinalia Priora [Ov. Fast. Cit.; ILLRP 9] e il 24 Oct. [Fast. Praen.]. Secondo Strabone era una copia del santuario ericino, circondato da un notevole portico [Strabo Cit.]. In epoca imperiale sembra che fosse noto come tempio di Venere agli Orti Sallustiani [CIL VI, 2274].

Il culto di Erice risale probabilmente all’antica popolazione degli Elimi che veneravano una divinità forse chiamata Herentas, poi, con il dominio cartaginese, identificata con la fenicia Astarte [CIS I, 135] e infine con la greca Afrodite, prima di passare a Roma come Venere.

Con l’introduzione in Roma, il culto ericino perse alcuni aspetti di origine orientale: in particolare non veniva esercitata la prostituzione sacra come a Erice [Cic. Div. Caec. XVII, 55; Diod. Sic. cit.], benché Ovidio faccia dell’anniversario della dedica del tempio una festa delle prostitute che si recavano al santuario fuori dalla Porta Collina (vedi oltre) per offrire mirto e rose alla Dea [Ov. Fast. IV, 863 segg.; CIL I2, 316].

 

Vinalia PRIORA

This day is marked NP in Maffeiano calendar, FP (equivlanete to NP) in the Caer. and F in Fasti Prenestini and in those Antiates Majores. This festival was called Vinalia Priora to distinguish it from Vinalia Rustica of 19 Sext.

According to Ovid, the two holidays were sacred to Venus [Ov. Fast. IV, 877], but for Varro [Var. L. L. VI, 16], Festus [Fest. 65; 374] and Masurius Sabinus [Masur. Sat. Apud Macr. Sat. I, 4, 6], they were celebrations in honor of Jupiter: in Aprilis new wine was quaffed to Him, before it was tasted by men [Fest. 65; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 287]. It is also likely that the wine was brought into the city from the countryside only a short time prior to this ritual [Var. Cit.]. New wine was called calpar, the name comes from a type of vessel that was formerly used to contain him and who was later replaced by dolium [Var. Apud. No. 546, 28].

This ceremony took place in front of the temple of Venus [Plut. Q. R. 45].

The association between Venus and Vinalia is still attested by the fact that three temples dedicated to this deity were consecrated on these festivals [Var. L. L. VI, 20; Fest. 289].

The aition the party is handed down to us from various sources and versions have some differences between them. The oldest is that of Cato in Origenes, quoted in the Saturnalia of Macrobius: the Etruscan king Mezentius, offered its help to the Rutuli in the war against the Latins, but in return asked that they should be given all the first fruits of the Lazio region, on the other hand to reserve them to the gods. The Latins did a similar vote, and turning to Jupiter uttered these words.

In this text the author does not mention wine, but the first fruits of all it was produced from the land of Latium. In the version told by Ovid [Ov. Fast. IV, 877-900] and, with a few differences, by Festus and Plutarch [Fest. 265 tells about the Vinalia Rustica; Plut Q. R. 45; cfr. Cas. Dio. Fr apud Tzet. Schol. In Lycophr. Alex. 1232] Mezentius offered an alliance to the Rutuli during their war against the Latins, in exchange asked all the wine the next harvest (according to Plutarch, Mezentius would have first asked the price for Enea for its alliance and the rejection of these, it would be aimed at Rutuli ). Having known it, Enea enlisted the help of Jupiter and voted all the wine of the Latins. After the defeat of the enemy, Aeneas kept his vow and since then, every year, the new wine was quaffed to Jupiter. Dionysius of Halicarnassus and the Origo Gentis Romanae situate the episode in a period shortly after Aeneas is already dead and the Latins are guided by his son Ascanius, they are at war with the Etruscans led by Mezentius, who, in exchange for peace, asked them to deliver, as tribute, every year, all the wine produced from the lands of Latium. The Latins refused and voted their wine to Jupiter, in the war that followed Ascanius defeated Mezentius who accepted the peace with the Latins [Dion. H., 65, 2; Serv. Aen. IV, 760; cfr. PsAurel. Vict. OGR. XIV – XV]. In its various versions, the story depicts three constant elements: Enea, descendant of Venus and symbol of piety; the wealthy Latins who hold the fruits of Lazio’s, and it will be after her marriage with the daughter of the Latin king that Aeneas will acquire the royalty and possession of Lazio; the warlike Etruscans, whose sole purpose is to participate in the war to draw a tally, led by a wicked master.

The legendary episode seems to have been very present to L. Papirius Cursur console, before the battle of Aquilonia against the Samnites, being very uncertain outcome, he voted to Jupiter Victor a cup of wine in exchange for victory [Liv. X, 42, 6 – 7; Plin. Nat. Hist. XIV, 15, 91]

 

Erycinae Veneri

The first temple dedicated to Venus Erycina (from Mount Erice in Sicily where there was a famous sanctuary dedicated to this deity [Ov. Fast. IV, 872; Rem. Am. 550; Strabo VI, 2, 6; Diod. Sic. IV, 83]) it was voted by Q. Fabius Maximus, following consultation of the Sibylline Books, after the defeat of lake Trasimeno (217 BCE) [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10], and dedicated by the same two years later [Liv. XXIII, 30, 13; XXIII, 31, 9]. He stood on the Capitol, close to that of Mens.

A second temple, dedicated to the same divinity was voted during the war against the Ligurian people in 184 BCE by L. Porcius Licinus console, who dedicated it as duumvir in 181 BCE [Liv. XL, 34, 4]. He stood out from the Gate Hill, not far from it [Ov. Fast. IV, 871; Rem. Am. 549; Liv. XXX, 38, 10; App. B. C., 93; Fast. Arv. to IX Kal. Never, CIL I², 214; 215; 316; Strabo VI, 2, 6], probably on the west side of the Via Salaria. It celebrated a festival on April 23 in conjunction with Vinalia Priora [Ov. Fast. cit .; ILLRP 9] and on 24 Oct. [Fast. Praen.]. According to Strabo was a copy of Erice sanctuary, surrounded by a large porch [Strabo Cit.]. In imperial times it seems that it was known as the Temple of Venus to Sallustiani Orti [CIL VI, 2274].

The cult of Erice probably dates back to the ancient people of the Elimi who worshiped a deity perhaps called Herentas, then, with the Carthaginian domination, identified with the Phoenician Astarte [CIS I, 135] and finally with the Greek Aphrodite, before moving to Rome as Venus.

With the introduction in Rome, the ericino cult lost some oriental aspects: in particular was not exercised the sacred prostitution as a Erice [Cic. Div. CAEC. XVII, 55; Diod. Sic. cit.], although Ovid face of the anniversary of the dedication of the temple a party of prostitutes who came to the sanctuary out of the Porta Collina (see below) to provide myrtle and roses to the goddess [Ov. Fast. IV, 863 et seq .; CIL I2, 316].

 

Picture

Roman Republic. C. Considius Nonianus, moneyer. AR Denarius minted at Rome, 57 BC. Laureate, diademed, and draped bust right of Venus Erycina. Reverse: Temple of Venus Erycina atop mountain, ERVC inscribed at base; in foreground, circuit of city walls with gateway at center and two towers. Sear 381; Considia 1a; Cr. 424/1; Syd. 887

X KAL. MAJ. (21) NP

PALILIA

In questo giorno veniva festeggiata la Dea Pales, antica divinità pastorale [Prob. Ad Georg. III, 1], connessa con la fecondità delle greggi, del cui nome non sappiamo l’origine. Servius lo fa derivare da pascolo, pabulum, ma si tratta di una paraetimologia [Serv. Georg. III, 1]

Vi sono due varianti del nome della festa, Palilia, in quanto derivato dal nome della Dea Pales (come Cerialia da Cerere [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… perché si fanno sacrifici a questa Dea perché favorisca la nascita degli agnelli (pro partu pecoris)… [Fest. 222]

oppure Parilia [Fest. 245] perché fatto derivare da pario, partorire (connessione che è comunque anche in Festo, a proposito del lemma Palilia)

… poiché in quel periodo tutti gli animali, i cereali, gli alberi e le erbe danno frutto (parturiant)… [Vict. Mar. De Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

La festività era sia pubblica (era annoverata tra i sacra popularia), che privata ed avveniva sia in città, che nelle campagne [Var. Apud Schol. in Pers. I, 72]; per quel che riguarda la festa cittadina sappiamo dell’esistenza di un tempio dedicato alla Dea dopo la guerra contro i Salentini (267 aev.) [Flor. Ep. I, 15, 20], ma l’unico riferimento che possediamo parla solo di un giorno di letizia e giochi o danze (lusi) [Prop. IV, 4, 75 – 76]. Secondo un’altra tradizione, invece, tale festa era in onore di Ilia, colei che partorì (peperit) Romolo e Remo [Schol. in Pers. I, 72].

A proposito di Pales è stata sollevata la questione dell’esistenza di due divinità, una maschile e l’altra femminile con lo stesso nome o di un’unica divinità il cui sesso fosse incerto. Dai pochi frammenti che possediamo, possiamo dedurre che per i Romani esistevano un Pales maschile [Var. Ant. Div. Fr. 84 A apud Serv. Georg. III, 1], ed una Pales femminile [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], differenti e nettamente distinti fra loro.

A. Carandini ha ipotizzato che Pales fosse in origine la divinità protettrice dell’insediamento preurbano posto sul Cermalus, così come Palatua lo era di quello sul Palatino [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; sarebbe quindi da accostare a Fales, Dea eponima della città di Falerii ed entrambi i nomi deriverebbero dal falisco fala, che significa struttura difensiva, palizzata, per cui la Dea sarebbe stata il nume tutelare delle strutture difensive di un antico oppidum. Paredro di Pales, sarebbe stato Falacer, divinità di cui sappiamo solo che aveva un flamen minore [Var. L. L. V, 15; VII, 3]. Il nome di Falacer deriverebbe da falisca, un tipo di lancia, analogamente a Quirinus da curis e Pilumnus da pilum, che era forse un suo attributo. Una divinità analoga esisteva forse presso i Sabini e avrebbe dato il nome all’insediamento di Falacrinae.

La festa. La festa era celebrata sia pubblicamente, che in privato e sia a Roma che nelle campagne: delle cerimonie pubbliche non sappiamo quasi nulla, solo che erano officiate dal rex sacrorum; per la celebrazione privata, Ovidio ci ha fornito una descrizione di quanto accadeva nelle campagne romane nel IV libro dei fasti [Ov. Fast. IV, 721 segg.]. Il tema di fondo dei rituali sembra fosse la purificazione: delle greggi, degli ovili e dei pastori, in vista della nascita degli agnelli e l’espiazione per eventuali offese arrecate alle divinità delle zone boschive e selvagge, da parte dei pastori. Se i pastori o i contadini erano dipendenti di un padrone, è possibile che i riti fossero compiuti dal dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

La purificazione degli ovili avveniva spargendo sul terreno acqua di fonte, gesto rituale, ampiamente attestato in ambito romano, e spazzandone fuori la sporcizia (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], gesto che si trova menzionato altre volte in relazione a cerimonie di purificazione, soprattutto per quel che riguarda il tempio di Vesta [Ov. Fast. VI, 713 – 14]; dopodiché venivano posti fronde e ghirlande.

Quella delle greggi avveniva principalmente col fuoco, sotto varie forme: attraverso zolfo fumante [Ov. Fast. IV, 740] e con suffumigi (suffimenta), a questo scopo si usava un suffimen preparato dalle vestali con la cenere dei vitelli sacrificati ai Fordicidia, steli di fave raccolte ai Lemuria e sangue del cavallo sacrificato all’Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725 – 726; 731 – 734]. Il potere del fuoco come elemento datore di vita (il cui aspetto distruttore – purificatore è sempre presente attraverso lo zolfo [Ov. Fast. IV, 785 – 787]), viene rafforzato dai materiali usati nella fumigazione, tutti in qualche modo connessi con offerte e sacrifici fatti per l’accrescimento della forza vitale della natura. Vengono bruciate anche altre piante sacre, che compaiono spesso nei rituali purificatori, come l’alloro, l’olivo e l’erba sabina [Ov. Fast. IV, 741 – 742]. Oltre al fuoco anche l’acqua, l’altro elemento purificatore – generativo [Ov. Fast. IV, 788 – 790] viene usato nel rituale, sparsa con rami di alloro [Ov. Fast. IV, 728].

Dopo le purificazioni delle greggi alla Dea vengono offerte (probabilmente davanti a un simulacro ligneo [Tib. II, 5, 27 – 28; I, 1, 35 – 36]): una focaccia di miglio, libagioni di latte [Prob. In Verg. Georg. III, 1] e la parte delle vivande del pasto rituale [Prop. IV, 4, 75 – 78] tritate in un secchio [Ov. Fast. IV, 743 – 746]. L’offerta era accompagnata da una preghiera alla Dea che aveva tre parti: la prima era un’espiazione per le eventuali offese che i pastori, durante le loro attività, hanno potuto arrecare alle divinità agresti e le infrazioni alle leggi sacre (tutti i casi sono menzionati chiaramente) [Ov. Fast. IV, 746 – 758]; la seconda era una richiesta di protezione alla Dea, dagli eventi negativi e dai pericoli che erano celati nei boschi (sai connessi con nemici materiali come le belve feroci, che all’incontro con esseri divini come fauni e ninfe) [Ov. Fast. IV, 759 – 768]. Infine richiedeva a Pales di portare la prosperità delle greggi e dei prodotti dell’attività dei pastori [Ov. Fast. IV, 769 – 776]. La preghiera era ripetuta quattro volte rivolti ad oriente e alla fine l’officiante si lavava le mani, segno che una fase del rito era concluse e se ne apriva un’altra.

Calpurnio Siculo in questa occasione parla anche di una lustratio degli ovili che comprendeva il sacrificio di una vittima

… ma non far uscire i greggi sui pascoli prima di aver placato Pales. Allora poni il fuoco del sacrificio sulla viva zolla e invoca il Genius Loci e Faunus e i Lares con farro salato, poi una vittima bagni del suo sangue i coltelli tiepidi: e con questa, mentre è ancora in vita, purifica (lustra) gli ovili… [Calp. Sic. Ecl. V, 24 – 28]

E aggiunge che spesso ai Palillia i pastori sacrificavano un’agnella [Calp. Sic. Ecl. II, 63 – 64].

A questo punto veniva bevuta una miscela di latte e vino bollito e concentrato (sapa) e i pastori compivano un altro rito di purificazione che riguardava loro stessi, saltando dei cumuli di paglia in fiamme [Ov. Fast. IV, 781 – 782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Pers. I, 72]. Questo gesto è analogo alla suffitio, una delle purificazioni che erano previste dopo un rito funebre: i partecipanti, alla fine, erano aspersi d’acqua e dovevano saltare attraverso fuochi accesi sul terreno in file dispari [Fest. 2]. Abbiamo quindi, dopo il piaculum dei pastori, la chiusura del rito espiatorio attraverso il potere purificatorio del fuoco che brucia le impurità e forse è anche in relazione ad una preparazione alla produzione degli alimenti derivati dall’attività pastorale.

Palilia

On this day the Pales Goddess, ancient pastoral divinity [Prob. To Georg. III, 1], connected with the fertility of flocks was celebrated. we do not know the Her name origin. Servius derives it from the pasture, pabulum, but it is a paraethimology [Serv. Georg. III, 1]

There are two variants of the name of the holiday, Palilia, as derived from the name of the Goddess Pales (as Cerialia by Ceres [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… Because we make sacrifices to this goddess he favor the lambing (pro partu pecoris) … [Fest. 222]

or Parilia [Fest. 245] because it did result from Parian, give birth (connection which is also still in Festus, about the lemma Palilia)

… Because at that time all the animals, cereals, trees and herbs give fruit (parturiant) … [Vict. Mar. Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

The feast was both public (it was included among the sacred Popularia), that private and occurred in both cities, as in campaigns [Var. Apud Schol. in Persons. I, 72]; with regard to the town festival we know of the existence of a temple dedicated to the goddess after the war against the Salento (267 BCE.) [Flor. Ep. I, 15, 20], but the only reference we possess only about a day of gladness and games or dances (lusi) [Prop. IV, 4, 75-76]. According to another tradition, however, the party was in honor of Ilia, she who gave birth (peperit) Romulus and Remus [Schol. in Persons. I, 72].

About Pales we know about two gods, one male and the other female with the same name or a single deity whose sex was uncertain. From the few fragments that we possess, we can deduce that the Romans existed a male Pales [Var. Ant. Div. A 84 Fr. apud Serv. Georg. III, 1], and a female Pales [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], different and clearly distinct from each other.

A. Carandini suggested that Pales was originally the patron deity of the settlement pre-urban place on Cermalus, as Palatua it was the one on the Palatine [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; It would then be stacked in Fales, eponymous goddess of the city of Falerii, and both derive names from falisco fala, meaning defensive structure, fence, so the Goddess was the tutelary deity of the defensive structures of an ancient oppidum.  Falacer, deities of which we know only that he had a minor flamen [Var. L. L. V, 15; VII, 3] would have been the male counterpart of Pales. The name derives from Falacer falisca, a type of spear, like Quirinus by curis and Pilumnus from pilum, which was perhaps an attribute. A similar deities perhaps existed at the Sabines and would give the name of the settlement Falacrinae.

The festival was celebrated both publicly and privately, and both in Rome and in the countryside: the public ceremonies we know almost nothing, only that they were officiated by rex sacrorum; for the private celebration, Ovid has given us a description of what was happening in Roman campaigns in the fourth book of the glories [Ov. Fast. IV, 721 et seq.]. The theme of the rituals of the bottom seems to be the purification of the flocks, of the sheep-folds and shepherds, in view of the birth of lambs and atonement for any offenses brought to the gods of the forest and wilderness areas, from pastors. If the shepherds or farmers were employees of an employer, it is possible that the rituals were performed by the dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

The purification was done by spreading the folds on the ground water source, ritual gesture, widely attested in ancient Roman scene and sweeping out the dirt (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], a gesture which is sometimes mentioned in connection with purification ceremonies, especially with regard to the temple of Vesta [Ov. Fast. VI, 713-14]; then they were placed leaves and garlands.

The flocks occurred mainly in the fire, in various forms: through steaming sulfur [Ov. Fast. IV, 740], and with fumigations (suffimenta), for this purpose they used a suffimen prepared by Vestal with the ashes of the sacrificed calves to fordicidia, bean stalks harvested at Lemuria and blood of the sacrificed horse at Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725-726; 731-734]. The power of fire as a life-giving element (whose appearance destroyer – purifier is always present through the sulfur [Ov. Fast. IV, 785-787]), is reinforced by the materials used in the fumigation, all in some way connected with offers and sacrifices made for the growth of the life force of nature. Are burned also other sacred plants, which often appear in purifying rituals, such as bay leaves, olives and sabina grass [Ov. Fast. IV, 741-742]. In addition to the fire even the water, the other purifying element – generative [Ov. Fast. IV, 788-790] is used in the ritual, strewn with branches of laurel [Ov. Fast. IV, 728].

After the purification of flocks, offers were presented to the Goddess (probably in front of a wooden simulacrum [Tib. II, 5, 27-28; I, 1, 35-36]): a cake of millet, libations of milk [Prob. In Verg. Georg. III, 1] and the part of the ritual meal food [Prop. IV, 4, 75-78] chopped in a bucket [Ov. Fast. IV, 743-746]. The offer was accompanied by a prayer to the Goddess who had three parts: the first was an atonement for any offense that the shepherds during their activities, they could cause to the rural deities and infringements of the sacred laws (all cases they are clearly mentioned) [Ov. Fast. IV, 746-758]; the second was a request for the protection of the goddess, from the adverse events and the dangers that were hidden in the woods (you know associated with material enemies as wild beasts, that the encounter with divine beings such as fauns and nymphs) [Ov. Fast. IV, 759-768]. Finally he required to bring the prosperity of crude oil and products of the shepherds [Ov. Fast. IV, 769-776]. The prayer was repeated four times facing east and eventually the officiant washing his hands, a sign that a phase of the rite was completed and it opened another.

Calpurnius Siculus on this occasion also speaks of a lustratio of folds which included the sacrifice of a victim

… But do not let out the flocks on the pastures until you have calmed Pales. Then ask the focus of the sacrifice on the live plate and invokes the Genius Loci and Faunus and Lares with salty spelled, then a victim of his blood baths lukewarm knives: and this, while it is still alive, purifies (lustrous) sheepfolds. .. [Calp. Sic. ECL. V, 24-28]

He adds that often the Palillia pastors sacrificed a lamb [Calp. Sic. ECL. II, 63-64].

At this point he was drunk a mixture of milk and boiled and concentrated wine (sapa) and the shepherds were making another rite of purification that concerned them, leaping piles of straw on fire [Ov. Fast. IV, 781-782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Persons. I, 72]. This gesture is similar to suffitio, one of the purifications which were provided after a funeral: the participants, at the end, they were sprayed with water and had to jump through the fires burning on the ground in odd file [Fest. 2]. We then, after piaculum of the shepherds, the closure of atonement through the purifying power of fire burning impurities and perhaps it is also related to a preparation for the production of foods derived from pastoral.

Picture

Titus, Caesar 69-79, d=19 mm, denarius, 77-78. AR 3.60 g. T CAESAR – VESPASIANVS Laureate head r. Rev. IMP XIII Shepherd seated l., milking ewe into pail. C. 103. RIC not listed. BN 108, 204.

XII KAL. MAJ. (19) N

CEREALIA

Alla fine del periodo dei Ludi Cerialis, si teneva quella che era forse la più antica festa in onore di Ceres, risalente al periodo monarchico (essendo marcata in lettere maiuscole nei calendari di età tardo repubblicana ed imperiale).

Cerere era un’antica divinità italica, come prova esistenza di un flamen cerialis. Il suo nome deriva dalla radice indoeuropea *ker-, da cui in latino discendono cresco e creo, che ha il significato di accrescere, aumentare. In latino arcaico è già attestato kerus, come epiteto di Giano (vedi carme saliare), mentre nelle tavole eugubine troviamo l’epiteto Çerf-; un’iscrizione in Osco, invece, attesta una Dea Kerri-. Alla sfera semantica di *ker si avvicina la radice *su-, connessa alla fecondità, al parto, che in latino dà luogo a sus, il maiale, animale fecondo per eccellenza e victima propria della Dea

In epoca molto arcaica (forse già in età monarchica) Cerere fu identificata con Demetra, non solo a Roma, ma anche presso altri popoli italici.

Il primo tempio a Lei dedicato fu eretto nel 498 aev su indicazione dei libri sibillini, in conseguenza di una carestia e si trovava ai piedi dell’Aventino, nei pressi del Circo. Fu dedicato nel 493 aev a Cerere, Liber e Libera che rappresentavano probabilmente il gruppo Demetra, Dioniso, Persefone e sappiamo che era di foggia greca, benché all’epoca i templi romani mostrassero una forte influenza etrusca.

La Dea aveva un legame speciale con la plebe romana, già ne è prova l’ubicazione del suo tempio nei pressi dell’Aventino. Questo colle, infatti, fin dalle origini di Roma, fu ritenuto una sorta di polo contrapposto al polo aristocratico centrato sul Palatino e poi sul Campidoglio (l’Aventino fu il colle di Remo e la sede scelta dai plebei, durante la loro secessione). Dalle fonti storiche sappiamo che chi violava la sacrosanctitas dei tribuni della plebe era sacer Cereri [Dion. H. VI, 89; X, 42] e i suoi beni, così come le ammende comminate dai tribuni, venivano trasferiti al tempio della Dea [Liv. III, 55; Dion. H. VI, 89]. Inoltre è alla plebe che spettava la cura annonae, ossia di occuparsi del rifornimento di grano alla città. I Ludi Cerealis sono un altro esempio del legame della Dea con la plebe (vedi sopra)

Del rituale che si svolgeva in questo giorno parla Ovidio che racconta di come nel circo fossero fatte correre delle volpi sul cui dorso erano fissate torce infuocate [Fast. IV, 680 – 82]. Il significato di questa corsa è oscuro, in quanto si era già perso ai tempi dell’autore dei versi e per questo ha dato luogo a molte interpretazioni.

I Cerealia si inseriscono nell’antico ciclo delle feste agrarie del mese di Aprilis, periodo critico prima del raccolto, che è stato aperto dai Fordicidia. Nella tradizione romana arcaica, possiamo individuare una progressione che si associa alla fase finale della crescita e maturazione dei cereali: la terra, gravida del suo frutto, si prepara ad elargire i suoi doni agli uomini, per accrescere la forza degli embrioni che nascono dai semi, vengono sacrificati (tramite l’uccisione rituale delle fordae boves) gli embrioni animali. Dopo la nascita delle piante, si chiedeva a Cerere, Dea dell’accrescimento e della fecondità, di permettere loro di crescere ed arrivare al momento di emettere la spiga. A questo punto era necessario scongiurare il pericolo delle malattie che avrebbero potuto colpire le spighe non ancora piene, attraverso il sacrificio alla Ruggine. Infine s’invocava Flora perché riempisse le spighe generosamente e si avesse un raccolto abbondante.

 

Cerealia

At the end of Ludi Ceriales, happened the oldest celebration in honour of Goddess Ceres, which dates back to the monarchical period (being marked in capital letters in the calendars of the late Republican and Imperial age).

Ceres was an ancient Italic divinity, as evidence the existence of a flamen Cerialis. Its name comes from the Indo-European root *ker-, giving in Latin terms related to grow and, to create, to increase. In archaic Latin is attested Kerus, as an epithet of Janus, while in Gubbio tables we find the epithet Çerf-; an inscription in Oscan, however, attests the Gosses Kerri-. The semantics sphere of *ker- approaches the root *su-, connected to fertility, childbirth, which in Latin gives rise to sus, pig, productive animal par excellence and Goddess’ victim propria.

In very ancient times (perhaps already old monarchy) Ceres was identified with Demeter, not only in Rome, but also from other Italic peoples.

The first temple dedicated to Her was erected in 498 BCE near the Circus, on the advice of the Sibylline books, following to a famine. It was dedicated in 493 BCE to Ceres, Liber and Libera which probably accounted for the group Demeter, Dionysus, Persephone and we know that it was the Greek fashion, although at the time of the Roman temples showed a strong Etruscan influence.

The Goddess had a special bond with the Roman populace, as evidenced by the location of his temple near the Aventine. This hill, in fact, since the origins of Rome, was considered a kind of pole opposed to aristocratic pole centered on the Palatine and then the Capitol (the Aventine was considered Remus’ hill and the site chosen by the plebeians, during their secession). From historical sources we know that those who violated the sacrosanctitas of tribunes was sacer Cereri [Dion. H. VI, 89; X, 42] and his goods, as well as fines imposed by the tribunes, were transferred to the Goddess Temple [Liv. III, 55; Dion. H. VI, 89]. Plebeians had also the cura annonae, ie to deal with the grain supply to the city. The Ludi Cerealis are another example of the Goddess ties to the mob.

The ritual that took place on this day was described by Ovid, who tells us how in the circus happened a run of foxes whose back was set on fire [Ov. Fast. IV, 680-82]. The significance of this race is dark, as it was already lost to the author of the verses time and this has given rise to many interpretations.

The Cerealia fit in the old cycle of agricultural feasts of the month Aprilis, the critical period before the harvest, which was opened by Fordicidia. In ancient Roman tradition, we can identify a progression that is associated with the final phase of the growth and maturation of the grains: the earth, pregnant of its fruit, he is preparing to bestow his gifts to men, to increase the strength of the embryos that are born from the seeds , are sacrificed (by the ritual killing of fordae boves) animal embryos. After the birth of the plants, he wondered to Ceres, Goddess accretion and fertility, to allow them to grow and reach the time to issue the ear. At this point it was necessary to avert the danger of diseases that could have hit the ears not yet filled, through the sacrifice to Rust. Finally Flora was invoked because it filled the ears generously and had an abundant harvest.

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Nero Æ Sestertius. Rome, AD 64. NERO CLAVD CAESAR AVG GER P M TR P IMP P P, laureate bust right, aegis on shoulder / ANNONA AVGVSTI CERES, Ceres seated left, holding corn-ears and a torch, her feet on a stool, facing Annona, standing right, holding a cornucopiae, a modius on a garlanded altar between them, a ship’s stern behind. RIC 130

XVI KAL. MAR. (15) NP

FORDICIDIA

In questo giorno avveniva il sacrificio delle fordae boves, le mucche gravide (forda o horda vuol dire gravida, che porta nel ventre un feto, da fero [Ov. Fast. IV, 630 – 31; Fest. 83; 102; Var. L. L. VI, 15]). Il nome della festività deriva da fordae + caedendae, il giorno in cui bisogna uccidere le fordae e compare in caratteri maiuscoli nei calendari epigrafici, segno della sua estrema antichità, ha tuttavia varie grafie: Fordicidia, Hordicidia [Fest. 102], Fordicalia [Lyd. Mens. IV, 72].

Secondo Giovanni Lido i pontefici entravano nel teatro e lanciavano fiori sul popolo, dopodiché eseguivano delle cerimonie sulle sementi per propiziarne la fecondità. Fuori dalla città avveniva il sacrificio delle fordae boves nei pressi delle pietre miliari [Lyd. Mens. Cit.]. Varrone, invece, parla solo del sacrificio delle fordae, situandolo però nelle curiae, dove avvenivano cerimonie pubbliche ed ufficiali [Var. L. L. cit.]. Infine Ovidio (che è la fonte che dà maggiori dettagli sul rito) situa il sacrificio sia nelle curiae, che sul Campidoglio [Ov. Fast. IV, 635 – 36].

L’offerta era rivolta a Tellus, le mucche gravide erano uccise ed i feti asportati; le viscere dei bovini ed i vitelli erano bruciati separatamente, questi ultimi erano consegnati alla Vestale Massima che, dopo averli lasciati consumare completamente sul fuoco, ne raccoglieva le ceneri, che, mischiate al sangue dell’October Equus, componevano una sostanza che era usata come suffimen, per fare fumigazioni purificatorie durante i Parillia.

Aition: secondo la tradizione, al tempo di Numa (che istituì la festa), Roma fu colpita da una grave carestia che coinvolse non solo le piante, ma anche gli animali. Il re consultò un oracolo (di Fauno) che gli disse che per placare l’ira di Tellus, avrebbe dovuto sacrificare due vacche, ma con una avrebbe dovuto offrire due vite. Egeria risolse l’enigma e consigliò di immolare due vacche di cui una gravida; così facendo si pose fine alla carestia [Ov. Fast. IV, 641 – 72].

Come si comprende dalla descrizione e dall’aition presentato da Ovidio, si tratta di un rituale teso a propiziare la fecondità sia della terra, che degli animali, infatti scrive che, nel mese di Aprilis, la terra è gravida dei suoi prodotti, i cereali stanno crescendo e si avvicinano al momento in cui la spiga si riempirà ed inizierà il periodo della maturazione, per questo, a Tellus gravida, veniva offerta una vittima gravida [Ov. Fast. IV, 633 – 35].

 

XVI KAL. MAR.  (15) NP

FORDICIDIA

On this day in Rome, the fordae boves, pregnant cows, sacrifice took place (forda or horda means pregnant, carrying a fetus in the womb, from fero [Ov. Fast. IV, 630-31; Fest. 83; 102; Var. L. L. VI, 15]). The name of the holiday comes from fordae + caedendae, the day when the fordae have to be killed and appears in capital letters in epigraphic calendars, a sign of his extreme antiquity, however it has different spellings: Fordicidia, Hordicidia [Fest. 102], Fordicalia [Lyd. Mens. IV, 72].

According to Johannes Lydus the roman pontiffs entered in the theater and threw flowers on people, then they performed ceremonies on seeds to propitiate their fecundity. Outside the city the sacrifice of boves fordae took place near milestones [Lyd. Mens. Cit.]. Varro, however, speaks only about the sacrifice, placing it in the curiae, where public and official ceremonies took place [Var. L. L. cit.]. Finally Ovid (which is the source giving more details about the ritual) situates the sacrifice both in the curiae and on the Capitol [Ov. Fast. IV, 635-36].

The offer was directed to Tellus, pregnant cows were killed and fetuses removed; the guts of cattle and calves were burned separately, they were delivered to the Vestal Maxima that, after letting them completely consume on fire, collected the ashes, which, mixed with October Equus’ blood, composed a substance used as suffimen, to make fumigations purifies during Parillia.

Aition: according to tradition, at the time of Numa, Rome was hit by a severe famine that involved not only plants, but also animals. The king consulted Faunus’ oracle and the God told him to placate the wrath of Tellus, sacrificing two cows, but with one of them he should have offered two lives. Egeria solved the riddle, and advised him to slay two cows, one being pregnant; this sacrifice put an end to the famine [Ov. Fast. IV, 641-72].

As can be understood from the description and dall’aition by Ovid, it is a ritual intended to propitiate the fertility of both the land and animals, writes that, in the month of Aprilis, the earth is pregnant of its products, cereals are growing and approaching the time when the ear will fill and begin the period of maturation, for this, to Tellus pregnant, she was offered a victim pregnant [Ov. Fast. IV, 633-35].

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Hadrian. Silver Denarius (3.4 g), AD 117-138. Rome, ca. AD 134-138. HADRIANVS AVG COS III P P, bare head of Hadrian right. Reverse TELLVS above, STABIL in exergue, Tellus reclining left leaning on basket, resting hand on globe and holding vine branch. RIC 277; Strack 274; BMC 748; RSC 1429.

EID.  APR. (13) NP

Iovi et Libertati

Il tempio si trovava sull’Aventino, forse nei pressi di quello di Juno Regina, dove attualmente c’è la chiesa di S. Sabina. Fu dedicato in origine il 13° Apr. [ILLRP 9] e restaurato da Augusto [Reg. Gest. XIX, 2; Babelon, Egnatia 3] che lo ridedicò alle Kal. Sept. [Fast. Arv. ad Kal. Sept.; CIL I pg 214; 328]. Fu votato e costruito da Ti. Sempronius Graccus quando era edile nel 246 aev [Liv. XXIV, 16, 19] e vi si trovava un dipinto che celebrava la vittoria di Benevento del 214, posto da suo figlio.

L’edificio è rappresentato su un denario fatto coniare da C. Egnatius nel 75 aev [Babelon, Egnatia 3]: proprio lo studio dell’immagine su questa moneta che mostra due statue di culto, una con il pilleum e l’altra che impugna dei fulmini, ha permesso di risolvere il problema della divinità titolare del tempio, ovvero, di determinare che vi si veneravano assieme Juppiter e Libertas, da cui le ambiguità delle fonti che oscillano tra l’uno e l’altra [Fest. 121; Liv. XXIV, 16, 19; Reg. Gest. XIX, 2], oppure riportano Juppiter Libertas [CIL I pg 214; 328]

Iovi Victori

Il tempio (aedes) fu votato nel 295 aev durante la battaglia di Sentinum dal dittatore Q. Fabius Maximus Rullianus, il quale, in seguito, vi depose le spoglie dei Sanniti sconfitti [Liv. X, 29, 14; 18]. Nel 293 aev L. Papirius, durante la battaglia di Aquilonia, votò una coppa di vino nuovo a Juppiter Victor, il che ha fatto pensare che il tempio fosse già stato dedicato [Liv. X, 42, 7]. La data della dedicazione fu le Eid. Apr. [Ov. Fast. IV, 621; ILLRP 9]. Viene menzionato in età imperiale come luogo in cui si riunì il senato dopo l’assassinio di Caligola, nel 41 [Jos. Ant. Iud. XIX, 4, 3] e perché colpito da un fulmine nel 54 [Cas. Dio. XL, 35], mentre nel 42 un fulmine colpì un altare che si trovava nelle sue vicinanze [Cas. Dio. XLVII, 40, 2].

Secondo i cataloghi regionali si trovava nella Regio X, sul Palatino, ma tale collocazione è più consona al tempio di Juppiter Invictus, il cui epiteto, in età imperiale, venne a essere confuso con Victor.   Un’epigrafe, trovata nei giardini del Quirinale [CIL VI, 438 = 30767] con una dedica a Juppiter Victor da parte di T. Aebutius Carus, triumviro coloniae deducendae nel 183 aev, attesta l’esistenza di questo culto sul Quirinale già in epoca medio-repubblicana, il che lascia pensare che il tempio si trovasse su questo colle.

 

Iovi et Libertati

The temple was on the Aventine, maybe close to that of Juno Regina, where now the church of St. Sabina is. It was originally dedicated on 13th Apr. [ILLRP 9] and restored by Augustus [Reg. Gest. XIX, 2; Babelon, Egnatia 3] who rededicated it at Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept .; The CIL pg 214; 328]. It was voted and built by Ti. Sempronius Graccus when aedilis in 246 BCE [Liv. XXIV, 16, 19]; his son put there a painting celebrating the victory of Benevento, 214 BCE

The building is depicted on a denarius coined by C. Egnatius in 75 BCE [Babelon, Egnatia 3]: precisely the study of the image of this coin showing two cult statues, one with lightning and the other wearing the pilleum, has solved the problem of the temple owner deity. Jupiter and Libertas were worshipped together, so the ambiguity of the sources oscillating between one and the other [Fest. 121; Liv. XXIV, 16, 19; Reg. Gest. XIX, 2], or report Jupiter Libertas [CIL The pg 214; 328]

Iovi Victori

The temple (aedes) was voted in 295 BCE at the Battle of Sentinum by the dictator Q. Fabius Maximus Rullianus, who, later on, put down there the remains of the defeated Samnites [Liv. X, 29, 14; 18]. In 293 BCE L. Papirius, during the Battle of Aquilonia, voted a new cup of wine to Jupiter Victor, which makes us think that the temple was already dedicated [Liv. X, 42, 7]. The date of the dedication was the Eid. Apr. [Ov. Fast. IV, 621; ILLRP 9]. It is mentioned in the imperial age as a place where the Senate met after the assassination of Caligula in 41 [Jos. Ant. Iud. XIX, 4, 3]; struck by lightning in 54 [Cas. Dio. XL, 35], while in the 42 lightning struck an altar nearby [Cas. Dio. XLVII, 40, 2].

According to regional catalogs it was in the Regio X, on the Palatine, but this place is more suited to the temple of Jupiter Invictus, whose epithet, in imperial times, came to be confused with Victor. An epigraph, found in the Quirinal gardens [CIL VI, 438 = 30767] with a dedication to Jupiter Victor by T. Aebutius Carus, Triumvir coloniae deducendae in 183 BCE, shows the existence of this cult on the Quirinal already in medium-Republican age, suggesting that the temple was located on this hill.

 

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  1. Egnatius Cn. f. Cn. n. Maxumus

Denarius 75, AR 3.91 g. MAXSVMVS Winged bust of Cupid r., bow and quiver of arrows over shoulder. Rev. Distyle temple, within which stand Jupiter and Libertas facing; to l., VII, and to r., [CN·N]. In exergue, C·EGNATIVS·[CN· F]. Babelon Egnatia 2. Sydenham 788. Crawford 391/2.

PRID. APR.  (12) N – XII KAL. MAJ. (19) N

Ludi Cereales

La prima attestazione dello svolgimento di questi giochi è in Livio e si riferisce al 202 aev. [Liv. XXX, 29], tuttavia una moneta dell’edile Memmius, sembrerebbe attestare che fossero già celebrati nel 211 aev . Essi erano a cura degli edili plebei [Cic. Ver. V, 14, 36] e, durante il loro svolgimento, i plebei erano soliti scambiarsi inviti a pranzo, così come facevano i patrizi durante i Ludi Megalenses [Gell. XVIII, 2, 11].

Comprendevano ludi circenses [Ov. Fast. IV, 709 – 12; Tac. Ann. XV, 53, 1; 74, 1] e ludi scoenici [Liv. XXX, 39, 8; Cyp. Spect. IV, 4]

Si indossavano vesti bianche e non era consentito indossare abiti luttuosi [Ov. Fast. IV, 619 – 20]. Alla Dea non si offrivano sacrifici cruenti, esclusa la scrofa (victima propria della Dea), ma: incenso, farro, o mola salsa, torce resinose (taeda), sui focolari domestici [Ov. Fast. IV, 407 – 14]

 

Ludi Cereales

The first evidence of these Ludi is Livius and refers to 202 BCE [Liv. XXX, 29], but a coin belonging to Memmius, edilis, would seem to attest them already in 211 BCE. They were organized by the aediles plebeii [Cic. Ver. V, 14, 36] and, during them, plebeians were used to exchange invitations to dinner, as did the patricians during the Ludi Megalenses [Gell. XVIII, 2, 11].

They included ludi circenses [Ov. Fast. IV, 709-12; Tac. Ann. XV, 53, 1; 74, 1] and ludi scoenici [Liv. XXX, 39, 8; Cyp. Spect. IV, 4]

People wore white robes and mournful clothes were not allowed [Ov. Fast. IV, 619-20]. The Goddess not received bloody sacrifices, (excluding sows victima propria for Cereris), but: incense, spelled, or mola salsa, resinous torches (taeda), on domestic hearths [Ov. Fast. IV, 407-14]

 

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  1. Memmius, about 56 BC. Denarius. AR 3.70 g. C. MEMMI. C.F. – QVIRINVS Laureate, bearded head r. of Quirinus. Rev. MEMMIVS. / AED. CERIALIA FECIT Ceres, wearing long dress, seated r. on stool, holding corn-ears in her r. hand, torch with her l. hand; at feet, serpent erect r. Cr. 427/2. Syd. 921.

NON.  APR. (5) C

Fortuna Publica in Colle

Il tempio di Fortuna Publica Citerior era il più vicino alla città, all’interno (citerior) rispetto alla Porta Collina di un gruppo di tre edifici sacri dedicati a Fortuna sul Colle Quirinale [Cas. Dio. XLIII, 26]. Non si sa nulla della sua storia [Fast. Praen. ad Non. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae citerio(ri) in colle; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375 – 76]

 

The temple of Fortuna Publica Citerior was the closest to the city, of a group of three sacred buildings dedicated to Fortuna on the Quirinal Hill, inside (Citerior) the Porta Collina [Cas. Dio. XLIII, 26]. Nothing is known of its history [Fast. Praen. of Not. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae Citerio (re) in the hill; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375-76]

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Titus Aureus, Fortuna reverse, RIC II 696. Titus, as Caesar (69-79 AD). Aureus (20 mm, 6.95 g), Roma (Rome), 74 AD. Obv. T CAESAR IMP VESP, laureate head right. Rev. PONTIF TR POT, Fortuna standing left on garlanded base, holding rudder and cornucopiae. RIC II, 696.

II NON.  APR.  (4) C – IV EID. APR. (10) N

Matri Magnae

Ludi Megalesiaci

Durante la Seconda Guerra Punica, le truppe cartaginesi di Annibale occupavano il territorio italiano, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, fu trovata una profezia che secondo la quale un nemico che avesse portato la guerra nelle terre d’Italia, avrebbe potuto essere sconfitto e scacciato se fosse stata fatta venire a Roma la Grande Madre Idea [Liv. XXIX, 10, 5] (identificata con Rhea, sposa di Kronos e con la Dea frigia Cibele). La profezia fu confermata anche da un responso dell’oracolo di Delfi, quindi, nel 204 a. c. a seguito di una serie di presagi (come la caduta di pietre dal cielo), i Romani inviarono un’ambasciata in Frigia per chiedere di poter trasferire il simulacro della Dea (una pietra nera di forma appuntita) dal santuario di Pessinunte alla loro città [Liv. XXIX, 10; Cic. Har. Resp. XIII, 27; Ov. Fast. IV, 171 segg; Var. L. L. VI, 15; Diod. Sic. XXXV, 33; Herod. I, 11; App. Hann. VII, 9, 56].

Il simulacro della Dea, una pietra caduta dal cielo [Diod. Sic. XXXV, 33], fu trasferito in nave fino al porto di Ostia, lì fu accolto dai sacerdoti, dalle vestali, dalle matrone. Secondo la tradizione qui una di esse [Liv. XXIX, 14, 12], di nome Claudia Quinta, della gens Claudia, che i pettegolezzi accusavano di infedeltà coniugale [App. Hann. VII, 9, 56], si sottopose al giudizio della Dea: dopo essersi purificata con l’acqua del Tevere per tre volte ed aver invocato gli Dei, si prostrò in atteggiamento supplice e chiese a Cibele di confermare la sua castitas. A questo punto prese la gomena che fermava la nave che portava la Dea e la trasse lungo il Tevere senza sforzo, così la Dea diede il suo giudizio positivo sulla donna [Ov. Fast. IV, 305 – 328; Sil. It. XVII, 23 segg.]. Secondo un’altra versione la nave che portava la Dea si fermò alla foce del Tevere e non ci fu alcun modo di muoverla e condurla verso Roma, allora una vestale accusata di aver violato la castità pregò la Dea di seguirla se fosse stata ancora pura; quindi legarono una fune alla prua della nave e la donna riuscì a tirarla facilmente lungo il fiume [Herod. I, 11; Sen. Matrim. Fr. 80; Suet. Tib. II; Tac. Ann. IV, 64; Plin. Nat. Hist. VII, 35, 120]. Questo aneddoto era molto noto e sembra anche oggetto di opere teatrali [Ov. Fast. IV, 326]; versioni più tarde tramandano che Claudia fu scelta per andare a ricevere la Dea perché ritenuta donna di grande virtù, ella allora legò la propria cintura alla prua della nave e la trascinò miracolosamente da sola [Lact. Inst. II, 7, 12; Tert. Apol. XXII; Macr. Sat. II, 5, 4; August. C. D. X, 16; Aurel. Vict. De Vir. Ill. XLVI; Claudian. Laus Ser. 17]. In seguito, per commemorare l’episodio, una statua in bronzo di Claudia Quinta che tirava la nave della Dea fu collocata nel tempio [Val. Max. I, 8, 11; Tac. Ann. IV, 64, 3].

Dopo aver condotta la nave inghirlandata lungo un tratto del Tevere, un flamine prese la pietra che rappresentava Cibele e la consegnò, dopo il compimento di opportuni riti (Ovidio menziona la lavatio del simulacro e degli oggetti sacri ed il sacrificio di una giumenta mai sottoposta al giogo [Ov. Fast. IV, 334 – 340]), alle matrone. Le donne la passarono di mano in mano andando in processione fino a Roma, nel frattempo la cittadinanza intera si fece loro incontro e furono disposti tripodi che bruciavano incenso vicino alle porte da cui passarono. Infine fu provvisoriamente deposta nel tempio di Vittoria sul Palatino [Liv. XXIX, 14; Ov. Fast. IV, 293 segg]; il tempio di Cibele fu dedicato sempre sul Palatino nel 191 a. c. [Liv. XXXVI, 36]

In ricordo dell’arrivo della Dea a Roma, ogni anno si svolgeva una lavatio rituale degli oggetti a Lei sacri [August. C. D. II, 4] e venivano celebrati dei giochi detti Ludi Megalesiaci, poiché in consacrati alla Grande Madre Idea degli Dei, chiamata anche Dea Megale [CIL I, 1, 390]; in origine scenici [Liv. XXXIV, 54] e organizzati dagli edili curuli (Figura 51) (il che ne dimostra il carattere aristocratico), in seguito anche circensi [CIL I, 1, 391] ed organizzati dai pretori [Dion. H. II, 19, 3]; duravano sette giorni dal 4° al 10° di Aprilis e dapprima si svolsero sul Palatino, nei pressi del tempio della Grande Dea [Cic. De Har. Resp. XII, 24], dove per l’occasione era allestito un teatro di legno. I resti del podio del tempio ricostruito in età augustea mostrano una scalinata che scendeva verso il Circo Massimo e che poteva essere usata da un piccolo gruppo di persone, per assistere ai ludi circensi. In quest’occasione furono rappresentate alcune opere di Terenzio e commedie di Plauto, nonché mimi di carattere osceno, forse connessi ai misteri della Dea e al mito di Attis [August. cit.; Arn. Adv. Nat. VII, 33].

Durante i festeggiamenti in Suo onore si svolgevano sacrifici di giovenche [Ov. Fast. IV, 316], compiuti dal pretore urbano [Dion. H. II, 19, 4] (secondo il rito romano secondo Dionigi, ma non è da escludere che si trattasse di quello greco ), accompagnati da un lectisternium; venivano anche deposte, sulla statua della Dea, le primizie della mietitura [Var. Sat. Men. Eumen 134 Fr 18].

Alla Grande Dea si offriva una focaccia fatta di erbe pestate in un mortaio con formaggio, sale, olio e aceto chiamata moretum [Ov. Fast. IV, 367 – 368]. Durante il periodo dei festeggiamenti per Cibele, i patrizi erano soliti scambiarsi inviti a banchetto che erano detti mutationes [CIL. I, 1, 390; Gell. XVIII, 2, 11]: sembra che fossero estremamente sfarzosi, tanto che una legge promulgata dal senato nel 161 aev limitò le spese per imbandirli a 120 assi e la quantità i argenteria da poter sfoggiare, a 100 libbre [Gell. II, 24, 2].

 

Matri Magnae

Ludi Megalesiaci

During the Second Punic War, the Carthaginian Hannibal’s troops occupied the Italian territory, following consultation of the Sibylline Books, a prophecy was found saying that an enemy who had brought the war in the lands of Italy, could have been defeated and driven off if the Great Mother Idea would be come to Rome [Liv. XXIX, 10, 5]. The prophecy was confirmed by a Delphi oracle, therefore, in 204. c. following a series of omina, the Romans sent an embassy in Phrygia asking to transfer the image of the Goddess (a pointed shape black stone) from Pessinus shrine to their city [ Liv. XXIX, 10; Cic. Har. Resp. XIII, 27; Ov. Fast. IV, 171 ff; Var. L. L. VI, 15; Diod. Sic. XXXV, 33; Herod. I, 11; App. Hann. VII, 9, 56].

The image of the Goddess, a stone fallen from the sky [Diod. Sic. XXXV, 33], was transferred by ship to the port of Ostia, there it was received by the priests, the Vestals, and the matrons. According to tradition one of them [Liv. XXIX, 14, 12], named Claudia Quinta, belonging to the Claudia gens, accused of marital infidelity [App. Hann. VII, 9, 56], submitted herself to the Goddess judgment: after being purified with the water of the Tiber three times and having invoked the Gods in suppliant attitude, she asked Cybele to confirm her castitas. She took the hawser that stopped the Goddess ship and pulled along the Tiber without effort, so the Goddess gave her positive opinion on the woman [Ov. Fast. IV, 305-328; Sil. En. XVII, 23 et seq.]. According to another version, the ship stood at the mouth of the Tiber, and there was no way to move it, so a vestal charged with breaking chastity prayed the Goddess to follow her if she was still pure; the woman was able to pull the ship easily along the river [Herod. I, 11; Sen. Matrim. Fr. 80; Suet. Tib. II; Tac. Ann. IV, 64; Plin. Nat. Hist. VII, 35, 120]. This story was very well known and it seems the subject of plays [Ov. Fast. IV, 326]; later handed down versions that Claudia was chosen to go to receive the Goddess because it was deemed a great virtue woman, she then tied his belt around the bow of the ship and dragged it miraculously alone [Lact. Inst. II, 7, 12; Tert. Apol. XXII; Macr. Sat. II, 5, 4; August. C. D. X, 16; Aurel. Vict. De Vir. Ill. XLVI; Claudian. Laus Ser. 17]. To commemorate the episode, a bronze statue of Claudia Quinta pulling the Goddess ship was placed in the temple [Val. Max. I, 8, 11; Tac. Ann. IV, 64, 3].

Having conducted the garlanded the ship along a stretch of the Tiber, a flamine took the stone that represented Cybele and gave, after completion of appropriate rites (Ovid mentions the washhouse of the statue and the sacred objects and the sacrifice of a mare never submitted to yoke [Ov. Fast. IV, 334-340]), to the matrons. The women passed from hand to hand going in procession to Rome, in the meantime the whole town met them and were willing tripods burning incense near the ports from which they passed. Finally it was provisionally placed in the temple of Victory on the Palatine [Liv. XXIX, 14; Ov. Fast. IV, 293 ff]; the temple of Cybele was always paid on the Palatine in 191 a. c. [Liv. XXXVI, 36]

To commemorate the arrival of the Goddess in Rome, each year he spent a lavatio ritual objects sacred to you [August. C. D. II, 4] and were celebrated of those Megalesiaci Ludi games, because in consecrated to the Great Mother Idea of ​​the Gods, also called Goddess Megale [CIL I, 1, 390]; in the scenic origin [Liv. XXXIV, 54], and organized by the curule aediles (Figure 51) (which demonstrates the aristocratic character), later also circus [CIL I, 1, 391] and organized by magistrates [Dion. H. II, 19, 3]; It lasted seven days from the 4th to the 10th of Aprilis and at first took place on the Palatine, near the temple of the Great Goddess [Cic. De Har. Resp. XII, 24], where the opportunity was set up a wooden theater. The remains of the podium of the temple rebuilt in the Augustan period show a staircase leading down to the Circus Maximus, and that could be used by a small group of people, to attend the circus games. On this occasion they were represented some works of Terence and Plautus, and mimes obscene, perhaps related to the Goddess and the Attis myth [August. cit .; Arn. Adv. Nat. VII, 33].

During the festivities in Her honor heifers sacrifices were held [Ov. Fast. IV, 316], made by the urban magistrate [Dion. H. II, 19, 4], accompanied by a lectisternium; first fruits of the harvest were offered to the Goddess [Var. Sat. Men. Eumen 134 Fr 18], as well as a cake made of herbs pounded in a mortar with cheese, salt, oil and vinegar called moretum [Ov. Fast. IV, 367-368]. During the celebrations for Cybele, the patricians were used to exchange a banquet invitations called mutationes [CIL. I, 1, 390; Gell. XVIII, 2, 11]: it seems that they were extremely gorgeous, so much so that a law enacted by the Senate in 161 BCE limited expenses imbandirli to 120 axes and amount can show off the silverware, 100 pounds [Gell. II, 24, 2].

 

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Claudia Quinta pulling Cybele ship, brass medallion struck in honour of the elder Faustina