VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P(ublicae) P(opuli) R(omani) Q(uiritium) in colle Quirin(ali)

In questo giorna cadeva l’anniversario della dedica di uno dei cosìdetti Tres Aedes Fortunae, che si   trovavano sul colle Quirinale, presso la Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probabilmente si trattava di quello dedicata a Fortuna Primigenia, la divinità venerata a Preneste, che a Roma prese il nome di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer.; CIL I², 213; 319] o anche: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in colle Quirinali [Fast. Esquil.; CIL I², 211], Fortuna Publica populi Romani in colle [Fast. Venus.] (Figura 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Populi Fortuna Potentis Publica [Lyd. Mens. IV, 7]. Il tempio fu votato nel 204 aev. dal console P. Sempronius Sofus, all’inizio della battaglia di Crotone contro Annibale, “se fosse riuscito a mettere in fuga i nemici” [Liv. XXIX, 36, 8] e fu poi dedicato circa 10 anni dopo, nel 194 aev. da Q. Marcus Ralla [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

Secondo i Fasti Amiterni [CIL I2, 245] in questo giorno si ricordava la dedica di un luogo di culto dedicato a Venus, sul monte Velia. Non sappiamo esattamente di quale luogo si trattasse: M. Torelli ha ipotizzato che sul Velia fosse ospitato il culto di Venus Calva, il che ci porta a un tempio [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], la cui data di edificazione non conosciamo, o più probabilmente a un sacellum, che doveva ospitare la statua della Dea [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servio riporta alcuni aitia sulla nascita di tale culto: durante l’assedio gallico, avendo i Romani esaurito le corde per le macchine da guerra, le matrone, guidate da una Domitia, offrirono i loro capelli per farne di nuove, in ringraziamento per tale sacrificio, il senato decretò la dedica della statua a Venus Calva. Un’altra versione ne proietta l’origine all’età regia: a causa di un prurito pestilenziale le donne romane tagliarono i loro capelli, il re Anco dedicò una statua a Venus come espiazione e così i capelli ricrebbero [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

La presenza di una Domitia nel primo racconto riportato da Servio, così come l’esistenza della familia dei domitii calvini all’interno della gens domitia, ha fatto pensare che il culto di Venus Calva avesse una connessione con essa e che la statua si trovasse nei pressi della domus dei calvini, sul Velia, collocazione avvalorata dalla presenza, nello stesso sito, di un altro culto che poteva essere in relazione con quello di Venus Calva, quello di Mutinus Tutinus.

Secondo le testimonianze antiche, questo culto doveva essere molto antico, e già gli eruditi romani lo mettevano in relazione con quello di Aphrodite barbata diffuso in oriente, particolarmente a Cipro [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3] .

Secondo Torelli, doveva avere una connessione con i riti iniziatici dei giovani romani, dell’età arcaica: il simulacro non doveva essere del tutto calvo, ma solamente portare una tonsura, propria dai giovani di entrambi i sessi che si apprestavano al matrimonio (è possibile che le giovani donne offrissero a questa divinità i capelli che venivano loro tagliati); altro simbolo che connette Venus Calva alla sfera matrimoniale è il pettine, che secondo la testimonianza della Suida, era tenuto in mano dalla Dea [Suida cit.].

Doveva trattarsi di una rappresentazione androgina avente in parte attributi maschili e in parte femminili, forse equestre [Suida cit.], tali elementi avvalorano la sua antichità. Testimonianza della notorietà di cui godeva questa immagine è il fatto che, secondo Macrobio, fu proprio essa a guidare il poeta Laevius nel comporre i seguenti versi [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est…

così come il poeta Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venerem…

L’androginia era collegata alla sfera matrimoniale (e ai riti di “inversione” praticati all’inizio dell’anno), in particolare all’iniziazione delle giovani che vi si apprestavano (allusione che torna anche nel simbolismo della tonsura e del pettine, pecten che a sua volta rimanda alla pratica dei crines soluti [Fest. 213], l’acconciatura che le giovani donne portavano il giorno del matrimonio ) alla promiscuità sessuale: secondo Macrobio le offrivano sacrifici sia gli uomini, che però si vestivano da donna, che le donne, che si abbigliavano da uomo [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. Tale inversione dei ruoli torna in un altro rito, non a caso compiuto sempre in prossimità della domus dei domitii, quello di Mutinus Tutinus [Fest. 154]: riti con un chiaro legame con la sfera matrimoniale, quelli in onore di Mutinus Tutinus prevedevano che le donne sacrificassero avvolte nella toga praetexta, cioè abbigliate come un uomo.

 

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P (ublicae) P (opuli) in Quirin hill R (omani) Q (uiritium) (wings)

This day fell the anniversary of the dedication of one of the so-called Tres Aedes Fortunae, that were on the Quirinal Hill, near the Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probably it was the one dedicated to Fortuna Primigenia, the deity worshiped at Praeneste, which in Rome was called Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer .; CIL I², 213; 319] or even: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in Quirinali [Fast hill. Esquil .; CIL I², 211], Fortuna Publica Populi Romani in the hill [Fast. Venus.] (Figure 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Fortuna Publica Populi Potentis [Lyd. Mens. IV, 7]. The temple was voted in 204 BCE. by P. Sempronius Sofus console at the beginning of the Battle of Crotone against Hannibal, “if he could put the enemy” [Liv. XXIX, 36, 8] and was later dedicated about 10 years later, in 194 BCE. by Q. Marcus Thrust [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

According to the Fasti Amiterni [CIL I2, 245] on this day we remembered the dedication of a place of worship dedicated to Venus, on Mount Velia. We do not know exactly which place it was: M. Torelli hypothesized that Venus Calva was worshiped on the Velia, which leads us to a temple [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], whose construction date is unknown, or more probably, a sacellum, hosting the Goddess’ statue [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servius reports some stories about the birth of this cult: during the Gallic siege, having the Romans exhausted the ropes for the war machines, the matrons, led by a Domitia, offered their hair to make new ones, in thanksgiving for this sacrifice , the senate decreed the dedication of the statue to Venus Calva. Another version has its origin into the royal age: due to a pestilent itching Roman women cut their hair, King Ancus dedicated a statue to Venus as expiation and so the hair grew [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

The presence of a Domitia in the first story reported by Servius, as well as the existence of the family of the domitii calvini inside the gens domitia, has suggested that the cult of Venus Calva had a connection with this gens and that the statue was in near the domus of the calvini, on the Velia, position supported by the presence, on the same site, of another cult that could be related to Venus Calva, Mutinus Tutinus (see below).

According to ancient evidence, this cult had to be very ancient, and already the Roman scholars put it in relation with that of Aphrodite barbata widespread in the East, especially in Cyprus [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3].

According to Torelli, he could have been a connection with the archaic initiation rites of the young Romans: the simulacrum should not be completely bald, but only bring a tonsure, proper to the young people of both sexes who were preparing for marriage (it is possible that the young women would offer the hair that was cut to this divinity); another symbol that connects Venus Calva to the matrimonial sphere is the comb, which according to the testimony of Suida, was held in the hands of the Goddess [Suida cit.]. It must have been an androgynous representation having partly masculine and partly feminine attributes, perhaps equestrian [Suida cit.].

The widespread knowledge of this image is testimonied by Macrobius citing the poet Laevius who would have composed the following verses thinking to her [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est …

as well as the poet Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venus …

The androgyny was connected to the matrimonial sphere (and to the “inversion” rituals practiced at the beginning of the year), in particular to the initiation of the young people who were preparing for it (an allusion that also returns in the symbolism of the tonsure and comb, pecten which, in turn, refers to the practice of the solitary crines [Fest. 213], the hairstyle that the young women wore on their wedding day) to sexual promiscuity: according to Macrobius they offered sacrifices to both men, who dressed as women, who women dressed in men [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. This reversal of roles returns to another rite, not coincidentally carried out near the domus of the domitii, that of Mutinus Tutinus [Fest. 154]: rites with a clear link with the matrimonial sphere, those in honor of Mutinus Tutinus foresaw that women sacrificed wrapped in the praetexta toga, that is, dressed like a man.

Picture
Fortuna, marble statua from Vatican Museum

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VIII KAL. MAJ. (23) NP

VINALIA PRIORA

Questo giorno è marcato NP nel calendario Maffeiano, FP (equivlanete a NP) in quello Caer. e F nei Fasti Prenestini e in quelli Antiates Majores. Questa festa era chiamata Vinalia Priora per distinguerla dai Vinalia Rustica del 19 Sext.

Secondo Ovidio le due festività erano sacre a Venere [Ov. Fast. IV, 877], ma per Varrone [Var. L. L. VI, 16], Festo [Fest. 65; 374] e Masurio Sabino [Masur. Sab. apud Macr. Sat. I, 4, 6], si tratta di ricorrenze in onore di Giove: nella festa di Aprilis, in particolare, veniva libato a Lui il vino nuovo, prima che fosse assaggiato dagli uomini [Fest. 65; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 287]. Da quanto ci ha trasmesso Varrone [Var. Cit.], è anche probabile che il vino fosse portato in città dalle campagne solo poco tempo prima di questo rituale. Il vino era chiamato calpar, il nome deriva da un tipo di vaso che veniva usato anticamente per contenerlo e che fu poi sostituito dal dolium [Var. Apud. Non. 546, 28]. Questo rito si svolgeva davanti al tempio di Venere [Plut. Q. R. 45].

L’associazione tra Venere ed i Vinalia è comunque attestata dal fatto che tre templi dedicati a questa divinità furono consacrati in occasione di queste feste [Var. L. L. VI, 20; Fest. 289].

L’aition della festa ci viene tramandato da varie fonti e le versioni presentano alcune differenze tra loro. La più antica è quella di Catone nelle Origenes, citato nei Saturnalia di Macrobio: il re etrusco Mezenzio, offrì il proprio aiuto ai Rutuli nella guerra contro i Latini, ma in cambio chiese che gli fossero date tutte le primizie del territorio del Lazio, invece di riservarle agli Dei. I Latini fecero un voto simile e, rivolgendosi a Giove pronunciarono queste parole

in questo testo non viene menzionato il vino, ma le primizie di tutti i frutti prodotti dalla terra del Lazio. Nella versione raccontata da Ovidio [Ov. Fast. IV, 877 – 900] e, con alcune differenze, da Festo e Plutarco [Fest. 265 che lo racconta proposito dei Rustica Vinalia; Plut Q. R. 45; cfr. Cas. Dio. I Fr apud Tzet. Schol. In Lycophr. Alex. 1232] Mezenzio, per allearsi coi Rutuli nella guerra contro i Latini, chiese in cambio tutto il vino della vendemmia successiva (secondo Plutarco, Mezenzio avrebbe prima chiesto ad Enea tale prezzo per la propria alleanza e al rifiuto di questi, si sarebbe rivolto ai Rutuli). Avendolo saputo Enea chiese l’aiuto di Giove e gli votò tutto il vino dei Latini. Dopo la sconfitta dei nemici, Enea mantenne il suo voto e da allora, ogni anno, il vino nuovo venne libato a Giove. Dionigi di Alicarnasso e l’Origo Gentis Romanae situano l’episodio in un periodo di poco posteriore: Enea è già morto e i Latini sono guidati da suo figlio Ascanio, essi sono in guerra con gli Etruschi guidati da Mezenzio, il quale, in cambio della pace, chiede loro che gli sia consegnato come tributo, ogni anno, tutto il vino prodotto dalle terre del Lazio. I Latini rifiutarono e votarono il loro vino a Giove, nella guerra che seguì Ascanio sconfisse Mezenzio che accettò la pace coi Latini [Dion. H. I, 65, 2; Serv. Aen. IV, 760; cfr. PsAurel. Vict. OGR. XIV – XV]. Nelle sue varie versioni, Il racconto mette in scena tre elementi costanti: Enea, discendente di Venus e simbolo della pietas; i ricchi Latini che detengono i frutti della terra laziale e sarà proprio in seguito al matrimonio con la figlia del re Latino che Enea acquisirà la regalità ed il possesso del Lazio; i bellicosi Etruschi, il cui unico scopo è partecipare alla guerra per trarne un bottino, guidati da un empio comandante.

L’episodio mitico sembra essere stato ben presente al console L. Papirius Cursur che, prima della battaglia di Aquilonia contro i Sanniti, essendo l’esito molto incerto, votò a Juppiter Victor una coppa di vino in cambio della vittoria [Liv. X, 42, 6 – 7; Plin. Nat. Hist. XIV, 15, 91]

Veneri Erycinae

Il primo tempio dedicato a Venere Erycina (dal monte Erice in Sicilia dove esisteva un famoso santuario dedicato a questa divinità [Ov. Fast. IV, 872; Rem. Am. 550; Strabo VI, 2, 6; Diod. Sic. IV, 83]) fu votato da Q. Fabio Massimo, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, dopo la sconfitta del lago Trasimeno (217 aev) [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10] e dedicato dallo stesso due anni dopo [Liv. XXIII, 30, 13; XXIII, 31, 9]. Si trovava sul Campidoglio, vicino a quello di Mens.

Un secondo tempio, dedicato alla stessa divinità fu votato durante la guerra contro i Liguri nel 184 aev dal console L. Porcius Licinus, che lo dedicò in qualità di duumviro nel 181 aev [Liv. XL, 34, 4]. Si trovava fuori dalla Porta Collina, non lontano da essa [Ov. Fast. IV, 871; Rem. Am. 549; Liv. XXX, 38, 10; App. B. C. I, 93; Fast. Arv. ad IX Kal. Mai, CIL I², 214; 215; 316; Strabo VI, 2, 6], probabilmente sul lato ovest della via Salaria. Vi si celebrava una festa il 23 Apr. in concomitanza coi Vinalia Priora [Ov. Fast. Cit.; ILLRP 9] e il 24 Oct. [Fast. Praen.]. Secondo Strabone era una copia del santuario ericino, circondato da un notevole portico [Strabo Cit.]. In epoca imperiale sembra che fosse noto come tempio di Venere agli Orti Sallustiani [CIL VI, 2274].

Il culto di Erice risale probabilmente all’antica popolazione degli Elimi che veneravano una divinità forse chiamata Herentas, poi, con il dominio cartaginese, identificata con la fenicia Astarte [CIS I, 135] e infine con la greca Afrodite, prima di passare a Roma come Venere.

Con l’introduzione in Roma, il culto ericino perse alcuni aspetti di origine orientale: in particolare non veniva esercitata la prostituzione sacra come a Erice [Cic. Div. Caec. XVII, 55; Diod. Sic. cit.], benché Ovidio faccia dell’anniversario della dedica del tempio una festa delle prostitute che si recavano al santuario fuori dalla Porta Collina (vedi oltre) per offrire mirto e rose alla Dea [Ov. Fast. IV, 863 segg.; CIL I2, 316].

 

Vinalia PRIORA

This day is marked NP in Maffeiano calendar, FP (equivlanete to NP) in the Caer. and F in Fasti Prenestini and in those Antiates Majores. This festival was called Vinalia Priora to distinguish it from Vinalia Rustica of 19 Sext.

According to Ovid, the two holidays were sacred to Venus [Ov. Fast. IV, 877], but for Varro [Var. L. L. VI, 16], Festus [Fest. 65; 374] and Masurius Sabinus [Masur. Sat. Apud Macr. Sat. I, 4, 6], they were celebrations in honor of Jupiter: in Aprilis new wine was quaffed to Him, before it was tasted by men [Fest. 65; Plin. Nat. Hist. XVIII, 69, 287]. It is also likely that the wine was brought into the city from the countryside only a short time prior to this ritual [Var. Cit.]. New wine was called calpar, the name comes from a type of vessel that was formerly used to contain him and who was later replaced by dolium [Var. Apud. No. 546, 28].

This ceremony took place in front of the temple of Venus [Plut. Q. R. 45].

The association between Venus and Vinalia is still attested by the fact that three temples dedicated to this deity were consecrated on these festivals [Var. L. L. VI, 20; Fest. 289].

The aition the party is handed down to us from various sources and versions have some differences between them. The oldest is that of Cato in Origenes, quoted in the Saturnalia of Macrobius: the Etruscan king Mezentius, offered its help to the Rutuli in the war against the Latins, but in return asked that they should be given all the first fruits of the Lazio region, on the other hand to reserve them to the gods. The Latins did a similar vote, and turning to Jupiter uttered these words.

In this text the author does not mention wine, but the first fruits of all it was produced from the land of Latium. In the version told by Ovid [Ov. Fast. IV, 877-900] and, with a few differences, by Festus and Plutarch [Fest. 265 tells about the Vinalia Rustica; Plut Q. R. 45; cfr. Cas. Dio. Fr apud Tzet. Schol. In Lycophr. Alex. 1232] Mezentius offered an alliance to the Rutuli during their war against the Latins, in exchange asked all the wine the next harvest (according to Plutarch, Mezentius would have first asked the price for Enea for its alliance and the rejection of these, it would be aimed at Rutuli ). Having known it, Enea enlisted the help of Jupiter and voted all the wine of the Latins. After the defeat of the enemy, Aeneas kept his vow and since then, every year, the new wine was quaffed to Jupiter. Dionysius of Halicarnassus and the Origo Gentis Romanae situate the episode in a period shortly after Aeneas is already dead and the Latins are guided by his son Ascanius, they are at war with the Etruscans led by Mezentius, who, in exchange for peace, asked them to deliver, as tribute, every year, all the wine produced from the lands of Latium. The Latins refused and voted their wine to Jupiter, in the war that followed Ascanius defeated Mezentius who accepted the peace with the Latins [Dion. H., 65, 2; Serv. Aen. IV, 760; cfr. PsAurel. Vict. OGR. XIV – XV]. In its various versions, the story depicts three constant elements: Enea, descendant of Venus and symbol of piety; the wealthy Latins who hold the fruits of Lazio’s, and it will be after her marriage with the daughter of the Latin king that Aeneas will acquire the royalty and possession of Lazio; the warlike Etruscans, whose sole purpose is to participate in the war to draw a tally, led by a wicked master.

The legendary episode seems to have been very present to L. Papirius Cursur console, before the battle of Aquilonia against the Samnites, being very uncertain outcome, he voted to Jupiter Victor a cup of wine in exchange for victory [Liv. X, 42, 6 – 7; Plin. Nat. Hist. XIV, 15, 91]

 

Erycinae Veneri

The first temple dedicated to Venus Erycina (from Mount Erice in Sicily where there was a famous sanctuary dedicated to this deity [Ov. Fast. IV, 872; Rem. Am. 550; Strabo VI, 2, 6; Diod. Sic. IV, 83]) it was voted by Q. Fabius Maximus, following consultation of the Sibylline Books, after the defeat of lake Trasimeno (217 BCE) [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10], and dedicated by the same two years later [Liv. XXIII, 30, 13; XXIII, 31, 9]. He stood on the Capitol, close to that of Mens.

A second temple, dedicated to the same divinity was voted during the war against the Ligurian people in 184 BCE by L. Porcius Licinus console, who dedicated it as duumvir in 181 BCE [Liv. XL, 34, 4]. He stood out from the Gate Hill, not far from it [Ov. Fast. IV, 871; Rem. Am. 549; Liv. XXX, 38, 10; App. B. C., 93; Fast. Arv. to IX Kal. Never, CIL I², 214; 215; 316; Strabo VI, 2, 6], probably on the west side of the Via Salaria. It celebrated a festival on April 23 in conjunction with Vinalia Priora [Ov. Fast. cit .; ILLRP 9] and on 24 Oct. [Fast. Praen.]. According to Strabo was a copy of Erice sanctuary, surrounded by a large porch [Strabo Cit.]. In imperial times it seems that it was known as the Temple of Venus to Sallustiani Orti [CIL VI, 2274].

The cult of Erice probably dates back to the ancient people of the Elimi who worshiped a deity perhaps called Herentas, then, with the Carthaginian domination, identified with the Phoenician Astarte [CIS I, 135] and finally with the Greek Aphrodite, before moving to Rome as Venus.

With the introduction in Rome, the ericino cult lost some oriental aspects: in particular was not exercised the sacred prostitution as a Erice [Cic. Div. CAEC. XVII, 55; Diod. Sic. cit.], although Ovid face of the anniversary of the dedication of the temple a party of prostitutes who came to the sanctuary out of the Porta Collina (see below) to provide myrtle and roses to the goddess [Ov. Fast. IV, 863 et seq .; CIL I2, 316].

 

Picture

Roman Republic. C. Considius Nonianus, moneyer. AR Denarius minted at Rome, 57 BC. Laureate, diademed, and draped bust right of Venus Erycina. Reverse: Temple of Venus Erycina atop mountain, ERVC inscribed at base; in foreground, circuit of city walls with gateway at center and two towers. Sear 381; Considia 1a; Cr. 424/1; Syd. 887

KAL.  APR. (1) NP

Veneralia

Fortuna Virilis

Alle Kalendae Aprilis si svolgevano i rituali in onore di Venus Verticordia “Colei che volge i cuori [alla pudicizia]”. Questo culto fu introdotto a Roma in due riprese. Valerio Massimo riporta che all’inizio del III sec. a. c. il Senato decretò la consacrazione di una statua a Venus Verticordia, allo scopo di distogliere le matrone e le giovani romane dalla lussuria e di volgerle alla castità. In quell’occasione si decretò quale fosse la matrona più casta della città: furono scelte 100 matrone e tra esse 10 vennero tirate a sorte, in mezzo a questo piccolo gruppo Sulpicia, moglie di Quintus Fluvius Flaccus, fu decretata sanctissima femina (o pudicissima femina) [Val. Max. VIII, 15, 12; Plin. Nat. Hist. VII, 120; Solin. I, 126].

Circa un secolo dopo, la morte di una giovane figlia di un cavaliere romano, perché colpita da un fulmine, fu presagio di una grave empietà; in breve tempo si scoprì che tre vestali di nobile famiglia si erano rese colpevoli di fornicazione (incestum) con uomini di rango equestre. Le tre donne furono messe a morte e, in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini, fu decretata la costruzione di un tempio dedicato a Venus Verticordia per espiare il misfatto [Jul. Obs. XXXVII (XCVII); Oros. V, 15, 20 – 21]. Plutarco, in questa occasione, accenna anche al compimento di sacrifici umani [Plut. Q. R. 83]

Le matrone e le giovani romane si recavano al tempio di Venus, compivano la lavatio della statua della Dea, e le offrivano rose e altri fiori [Ov. Fast. IV, 133 – 38]; quindi prendevano un bagno coronate di mirto nei pressi del tempio [Ov. Fast. Cit.; Plut. Num. XIX, 3]. La pratica della lavatio è considerata di origine greca, probabilmente, a causa del periodo tardo in cui questo culto di Venus si è affermato.

In questo giorno era onorata anche Fortuna Virilis: le fonti però non sono concordi, infatti gli autori più tardi, come Plutarco e Giovanni Lido, non fanno più menzione di questa divinità ed ascrivono tutti i riti delle Kalendae ad Afrodite. Questa lacuna ha fatto ipotizzare che in tempi antichi il primo giorno di Aprilis fosse stato sacro a Fortuna Virilis e che in seguito, i riti in suo onore siano stati assorbiti nel culto di Venus Verticordia. Fortunatamente ci sono pervenuti alcuni frammenti di questo culto, soprattutto attraverso le note al calendario di Preneste scritte da Verrio Flacco e i Fasti di Ovidio.

Dai fasti apprendiamo che Fortuna Virilis era onorata dalle donne durante un bagno nelle terme: in questa occasione esse bruciavano incenso e chiedevano alla Dea di celare agli uomini i loro difetti fisici così da renderle più seducenti; inoltre veniva bevuta una mistura di latte, papavero e miele, chiamata cocetum [Fest. 39] (molto probabilmente il nome è di derivazione greca, da cuchton), che era solitamente consumata dalle neospose [Ov. Fast. IV, 145 – 52]. Secondo Verrio Flacco le donne romane pregavano Fortuna Virilis e quelle di bassa condizione e le prostitute, in questo giorno, prendevano un bagno nelle terme degli uomini [CIL. I, 1, 262]. Anche Giovanni Lido parla dell’usanza, da parte delle donne di umile condizione, di bagnarsi nelle terme maschili [Lyd. Mns. IV, 65], ma l’ascrive al culto di Venus (come abbiamo visto prima).

 

Veneralia

Fortuna Virilis

At Kalendae Aprilis rituals in honor of Venus Verticordia “She who turns hearts [to modesty]” held. This cult was introduced in Rome on two moments. Valerius Maximus reports that at the beginning of the third century BC. the Senate decreed the consecration of a statue Venus Verticordia, in order to divert the matrons and young Roman lust and turn them to chastity. On that occasion the most chaste matron of the city was chosen: 100 matrons were selected and among them 10 were drawn by lot, among this small group Sulpicia, wife of Quintus fluvius Flaccus, was decreed sanctissima femina (or pudicissima femina ) [Val. Max. VIII, 15, 12; Plin. Nat. Hist. VII, 120; Solin. I, 126].

About a century later, the death of the young daughter of a Roman knight, struck by lightning, was a harbinger of serious impiety; soon it was discovered that three vestal noble family had made guilty of fornication (incestum) with men of equestrian rank. The three women were put to death and, following consultation of the Sibylline Books, the construction of a temple dedicated to Venus Verticordia was decreed to atone for the crime [Jul. Obs. XXXVII (XCVII); Oros. V, 15, 20-21]. Plutarch, on this occasion, also refers to the fulfillment of human sacrifices [Plut. Q. R. 83].

The Roman matrons and young people went to the temple of Venus, were making the lavatio the statue of the Goddess, and offered roses and other flowers [Ov. Fast. IV, 133-38]; then they took a bath myrtle crowned near the temple [Ov. Fast. cit .; Plut. Num. XIX, 3]. The practice of the washhouse is considered of Greek origin, probably, because of the late time when the cult of Venus has emerged.

This day was also honored Fortuna Virilis: the sources, however, do not agree, in fact, to later authors, such as Plutarch and Johannes Lydus, do not make more mention of this deity and ascribe all the rites of Kalendae to Aphrodite. This gap has led to the hypothesis that in ancient times on the first day of Aprilis was sacred to Fortuna Virilis and later, the rites in his honor have been absorbed in the cult of Venus Verticordia. Fortunately we have received some fragments of this cult, especially through the notes on the calendar for Preneste written by Verrius Flaccus and Ovid’s Fasti.

From the pomp we learn that Fortuna Virilis was honored by the women during a bath in the thermae. On this occasion they burned incense and asked the goddess to conceal men their physical flaws making them more attractive; on drank a mixture of milk, honey and poppy, called cocetum [Fest. 39] (most likely the name is derived from Greek, from cuchton), which was usually consumed by new-bride [Ov. Fast. IV, 145-52]. According Verrius Flaccus Roman women prayed Fortuna Virilis and those of low condition and prostitutes, on this day, took a bath in the men’s baths [CIL. I, 1, 262]. Following Lydus women of humble condition were used to bathe in the men’s baths [Lyd. Mns. IV, 65], but the author ascribes it to the worship of Venus (as we saw earlier).