NON.  QUINCT. (7) N

NONAE CAPROTINAE

Anche questa festività appare nei calendari epigrafici in caratteri maiuscoli, il che la fa risalire al periodo monarchico, per cui è da escludere che sia connessa ad episodi successi all’inizio della Repubblica.

L’aition. Secondo la tradizione, dopo la sconfitta dei Galli, i popoli latini, sotto la guida del dittatore di Fidene Aulus Postumius, attaccarono il territorio romano (secondo la versione dello Pseudo Plutarco i nemici che assediarono Roma erano Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). Gli aggressori, per risparmiare la città, chiesero al Senato che fossero consegnate loro le giovani di condizione libera, così da poter fondere i due gruppi. I senatori, temendo che i nemici volessero solo prendere degli ostaggi, rimasero incerti sul da fare. Una serva, Tutela (o Philote, o Rhetana) propose di ingannare i Latini e si offrì di guidare un gruppo di schiave, abbigliate ed ornate come donne libere (che si apprestavano al matrimonio), nel campo nemico. Il Senato accettò e così, le schiave, travestite da giovani cittadine, furono condotte da un corteo in lutto fino al campo dei nemici.

Nella notte le donne incitarono gli uomini a divertirsi e a bere e, quando tutti si furono addormentati, Tutela, salì su un albero di fico selvatico e agitò una torcia la cui luce aveva in parte schermato con un velo perché non fosse vista dal campo avversario. Al segnale i Romani, guidati da Camillo, si gettarono disordinatamente sul nemico e lo sconfissero [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 segg; Polyaen. VIII, 30]. Questa tradizione storiografica si basa sul presupposto che, dopo che i Galli ebbero lasciato Roma, i popoli vicini attaccarono la città, ma gli studi recenti hanno dimostrato che un tale evento non ha alcuna base storica e che nessuna delle popolazioni confinanti con Roma, tentò di invadere il suo territorio. Siamo quindi di fronte alla trasposizione storica di una tradizione mitica che come tale deve essere interpretata.

La festa. Le donne uscivano dalla città e si recavano alla Palude della Capra (da qui il legame con il Poplifugia) dove banchettavano sotto i rami di un fico selvatico e compivano un rituale, in onore di Juno Caprotina, in cui era usato un ramo tagliato dall’albero ed il latte che ne fuoriusciva. Nella stessa occasione, le schiave, abbigliate come matrone, percorrevano la città lanciando motti licenziosi ed attirando gli uomini, per poi simulare un combattimento, lanciandosi dei sassi. [Var. L. L. VI, 18; Macr. I, 11, 36 segg; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

Questo giorno era marcato anche come Ancillarum Feriae [Cal. Silv.; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; Macr. Sat. I, 11, 36]: Ovidio riporta che era uso fare dei regali alle ancelle per ricordare l’azione eroica di Tutela che salvò Roma [Ov. A. A. II, 257 – 258].

 

Sacra Consi in Circo

Secondo Tertulliano, alle Non. Quinct. I pontefici compivano un sacrificio sull’altare sotterraneo di Conso, situato presso il Circo Massimo [Tert. Spect. V]. L’altare era coperto di terra e veniva scoperto solo in occasione dei sacrifici pubblici (vedi CONSUALIA). Questa cerimonia non sembra avere un legame con i riti del 5° e 7° Quinct., tuttavia va notato che nel mito tramandato da Plutarco (vedi sopra), colei che salva Roma dai nemici che l’assediano, è Tutela, nome che appartiene anche a una delle divinità protettrici delle messi [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerate nel Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. La coincidenza del luogo e il nome del personaggio non sono sicuramente casuali: è possibile che nel complesso dei riti dei primi giorni di questo mese, fosse venerata Tutela come protettrice della città e dei cereali già raccolti (non possiamo determinare quale sia il nesso causale tra le due azioni della Dea). I riti in suo onore si svolgevano presso l’ara sotterranea di Conso, che rappresentava il luogo in cui erano conservate le riserve alimentari della città, sui cui, dalla colonna sui cui si trovava il suo simulacro, la Dea avrebbe esteso la sua protezione che si univa a quella di Consus. È possibile quindi che la cerimonia fosse dedicata ad entrambe le divinità, e che Tutela abbia col tempo perso di importanza.

La differenza tra il rito di questo giorno e i Consualia è segnata dal fatto che qui sono i pontefici ad officiare la cerimonia, mentre nel mese successivo, sarà il flamen quirinalis con le vestali.

 

Palibus II

(vedi PALILLIA). Le fonti letterarie riportano la dedica di un tempio a Pales da parte di M. Attilius Regulus, console nel 267 aev in seguito a un voto pronunciato durante una battaglia contro i Sallentini [Flor. I, 15; schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Ad Verg. Georg. III, 1]; il cognomen della divinità varia a seconda delle fonti, Floro ha Pastoria, gli scholii veronesi, Matuta. La menzione nei Fasti Antiates di Palibus duabus [ILLRP 9], così come un passo del De Re Rustica di Varrone [Var. R. R. II, 5, 1] lascerebbero intendere che esistesse un unico tempio dedicato a due aspetti diversi della Dea. La sua posizione non è conosciuta, ma probabilmente si trovava sul pendio del Palatino, vicino al tempio della Magna Mater [schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1].

NON. QUINCT. (7) N

Nonae CAPROTINAE

The feast is in epigraphic calendars appears in upper case, which dates back to the monarchical period, so it is possible that it is related to episodes successes at the beginning of the Republic.

The aition. According to tradition, after the defeat of the Gauls, the Latin peoples, under the leadership of the Fidene Aulus Postumius the dictator, they attacked the Roman territory (according to the version of Pseudo Plutarch enemies who laid siege to Rome were Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). The attackers, to save the city, asked the Senate that were delivered of their young Free State, so as to merge the two groups. The senators, fearing that enemies wanted only take hostages, they were uncertain what to do. A servant, protection (or Philote, or Rhetana) proposed to deceive the Latins and offered to lead a group of slaves, dressed and adorned as free women (who were preparing for marriage), in the enemy camp. The Senate agreed and so, the slaves disguised as young citizens, were led by a procession in mourning until the enemy camp.

On the night the women urged the men to have fun and to drink, and when everyone was asleep, Protection, climbed a fig tree wild and waved a torch whose light had partially shielded with a veil because they had not seen half of the field. To signal the Romans, led by Camillo, they threw wildly on the enemy and defeated him [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 et seq; Polyaen. VIII, 30]. This historiographical tradition is based on the assumption that, after the Gauls had left Rome, the neighboring peoples attacked the city, but recent studies have shown that such an event has no historical basis and that none of the neighboring populations with Rome, attempted to invade his territory. We are therefore faced the historical transposition of a mythical tradition as such should be interpreted.

The party. The women came out from the city and went to the Swamp of the Goat (hence the link with the poplifugia) where they feasted under the branches of a wild fig tree and performed a ritual in honor of Juno Caprotina, in which a cut branch was used by ‘ tree and the milk that flowed. On the same occasion, the slaves, dressed as matrons, round the town throwing slogans licentious and attracting men, and then simulate a fight, throwing stones. [Var. L. L. VI, 18; MACR. I, 11, 36 et seq; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

This day was also marked as Ancillarum Feriae [Cal. Silv .; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; MACR. Sat. I, 11, 36]: Ovid reports that it was making use of the maids gifts to remember the heroic action of protection that saved Rome [Ov. A. A. II, 257-258].

 

Sacra Consi in Circuo

According to Tertullian, at Non. Quinct. pontifices mede an underground sacrifice on the altar of Consus, located in the Circo Massimo [Tert. Spect. V]. The altar was covered with earth and was discovered only on for public sacrifices (as Consualia). This ceremony does not seem to have a connection with the rites of the 5th and 7th Quinct. However it should be noted that in the myth handed down by Plutarch (see above), who saves Rome from enemies was Tutels, a name that belongs also one of the protective deities of the harvest [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. Apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerated in Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. The coincidence of the place and the name of the character are certainly not random: it is possible that the whole of the rites of the early days of this month, was worshiped as the protector of the city and protection of cereal crops already (we can not determine which is the causal link between the two actions of the Goddess). The rites in his honor took place at the underground Conso ara, which was the place where the food supply of the city were preserved, on which, from the column on the circumstances that led to its simulacrum, the Goddess would have extended its protection he joined to that of Consus. It is possible that the ceremony was dedicated to both deities, and that protection has over time lost its importance.

The difference between the ritual of this day and the Consualia is marked by the fact that here are the popes to officiate the ceremony, while the following month, will be the flamen Quirinalis with the vestal virgins.

 

Palibus II

Literary sources include a temple dedication to Pales by M. Attilius Regulus, consul in 267 BCE following a vow made during a battle against Sallentins [Flor. I, 15; schol. Ver. Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Verg. Georg. III, 1]; the cognomen of the divinity varies depending on the source, Floro has Pastoria, the scholii Veronenses, Matuta. The mention in the Fasti Antiates of Palibus duabus [ILLRP 9], as well as a passage of Varro De Re Rustica [Var. R. R. II, 5, 1] ​​gives the impression that there was only one temple dedicated to two different aspects of the Goddess. Its location is not known, but probably stood on the slope of the Palatine, near the temple of the Magna Mater [schol. Ver. Verg. Georg. III, 1].

 

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  1. Renius AR Denarius. Rome, c. 138. Helmeted head of Roma r. / Juno Caprotina driving galloping biga of goats r., holding sceptre. Crawford 231/1; RSC Renia
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KAL.  JUN. (1) N

Junoni Monetae in Arce

Il tempio di Giunone Ammonitrice (Moneta) fu dedicato nel 344 aev. assolvendo a un voto pronunciato l’anno prima dal dittatore M. Furius Camillus durante la guerra contro gli Aurunci.

Si trovava sul Campidoglio, nel luogo dove prima c’era la casa di Manlio Capitolino, che era stata distrutta in seguito alla sua condanna a morte [Liv. VII, 28, 4 – 6; VI, 20, 13; Val. Max. VI, 3, 1; Ov. Fast. VI, 183; I, 638]. Secondo un’altra tradizione, sarebbe stato costruito sul luogo in cui sorgeva la regia di Tito Tazio [Plut. Rom. XX, Solin. I, 21]. La leggenda vuole che, durante l’assedio gallico di Roma, delle oche, consacrate a Giunone, avessero avvertito i Romani di un tentativo dei nemici di scalare le mura dell’Arx; in questo modo Manlio Capitolino, riuscì a respingerli e a salvare la cittadella [Plut. Camil. XXVII]. A questo episodio si fa risalire l’epiteto “Ammonitrice” dato a Giunone; un’altra versione vuole che, durante un terremoto, dal tempio della Dea si udì una voce che chiedeva di espiare il prodigio sacrificando una scrofa gravida [Cic. Div. I, 101]. Poiché l’assedio gallico avvenne prima della costruzione del tempio votato da Camillo e, a causa dell’incertezza delle fonti sulla sua localizzazione, è stato ipotizzato che sul Campidoglio esistesse già un luogo di culto (ara o sacellum), probabilmente dedicato a Juno Regina che sarebbe poi stato sostituito dal tempio, o che avrebbe continuato ad esistere e ad essere celebrato il 10° Oct.

L’epiteto Moneta, deriva da moneo, un verbo il cui significato primario è ricordare, richiamare all’attenzione, da cui anche monumentum, dal proto-indoeuropeo *mon-eje-, per cui correttamente significa, colei che riporta alla mente, la Memoria, tant’è che Livio Andronico, traducendo in latino l’Odissea, tradusse con Moneta, Mnhmosunh [Liv. Andr. Fr 21 B apud Prisc. GL II, 198 K].

Quando i romani iniziarono ad usare monete, nel III sec. aev, nei pressi del tempio di Juno Moneta sorse la zecca di Roma, da cui il nome di moneta

 

Marti in Clivio

Il tempio di Marte in Clivio, si trovava sul Clivius Martis, sul lato sinistro della via Appia, tra il primo ed il secondo miglio dalla citta, fuori dalla Porta Capena, presso un bosco [CIL VI, 10234; Serv. Aen. I, 292; App. B.C. III, 6, 41; Ov. Fast. VI, 191 – 195; Schol. Juv. I, 7]. Non si conosce la data in cui fu costruito, ma sembra che fosse stato votato durante la guerra gallica e dedicato nel 388 aev. da Titus Quinctius, un duumviro sacris faciendis [Liv. VI, 5, 8]. Nei pressi di questo tempio si riunivano le truppe in armi, prima di partire per una campagna militare [Liv. VII, 23, 3] e dallo stesso luogo partiva la transactio equitum, la processione dei cavalieri che si svolgeva nel mese Quinctilis (vedi) [Dion. H. VI, 13, 4]. All’interno del tempio vi era una statua di Marte ed immagini di lupi [Liv. XXII, 1, 12], mentre nelle sue vicinanze si trovava il lapis manalis: secondo Festo [Fest. 128] una grossa pietra che veniva portata in città nei periodi di siccità, ottenendo così la pioggia, dal fatto che con essa “scorresse (manaret)” l’acqua, era chiamata manalis. Da Varrone apprendiamo che con questa pietra si compiva un qualche rito chiamato, dai pontefici, manale sacrum [Var. apud. Non. 547].

Nel 189 aev. la via Appia fu pavimentata fino a questo tempio e così la collina su cui si trovava, in seguito furono aggiunti portici che correvano lungo la via che fu quindi definita via tecta.

 

Carna – Kalendae Fabariae

Alle Kal. Jun. si venerava Carna, un’antica divinità romana, il cui nome deriva da caro, carnis, la carne e di cui abbiamo poche notizie. Secondo un documento epigrafico, è possibile che questo giorno, in suo onore, fosse chiamato anche Carnaria [CIL III, 3893].

Le nostre uniche fonti sono un passo di Macrobio ed uno dei Fasti di Ovidio. Entrambi mettono in relazione Carna con gli organi interni, vitalia, e di cui ne fanno una sorta di protettrice [Macr. Sat. I, 12, 32]. Essa era anche connessa con la salus, intesa sia come salvezza del popolo [Macr. Sat. I, 12, 33], che come salute delle persone [Ov. Fast. VI, 151 – 162], è infatti il suo intervento che salva Proca dalla consunzione, un indebolimento progressivo che si pensava fosse causato da demoni che succhiavano le viscere dei neonati (striges). Questi elementi fanno ipotizzare che si trattasse di una Dea che presiedeva alla buona salute e alla forza vitale che si credeva fosse racchiusa negli organi interni (vitalia).

Secondo Ovidio Carna era anche legata a un cibi insoliti, la purea di farro e fave ed il lardo, ritenuti semplici, ma molto sostanziosi [Ov. Fast. VI, 169 – 171; Macr. Sat. I, 12, 32; Plin. XVIII, 29, 118]. Questo legame era celebrato una volta all’anno quando alla Dea erano offerti questi alimenti. Quest’ulteriore elemento fa pensare che Carna fosse più in particolare legata all’assorbimento degli alimenti e alla loro trasformazione in carne, massa corporea, e forza vitale (caro, vitalia). Essa presiedeva quindi al nutrimento e al mantenimento in buona salute e in vigore fisico attraverso di esso combattendo tutto ciò che provoca consunzione ed indebolimento. Per questo motivo è Lei a rivelare alla nutrice di Proca il rituale apotropaico con cui allontanare le striges dal bambino, permettendo che riprenda le forze ed il colorito della carne [Ov. Fast. VI, 151 – 162].  I cibi che Le erano offerti, al di là del loro valore nutritivo, potevano anche avere un significato simbolico: la Dea estendeva la sua influenza su ogni alimento e la totalità dei cibi era rappresentata da carne e vegetali, ovvero dal lardo e le fave. Questo ha portato Dumézil ad accostare Carna alla divinità vedica Pitù cha aveva lo stesso ruolo nel Rg Veda .

Altri autori hanno proposto interpretazioni diverse, in particolare facendo di Carna una Dea protettrice delle porte, Cardea (in base ad Ovidio [Ov. Fast. VI, 101 – 130]), una divinità infera, in base all’associazione con le fave, o un aspetto di Giunone. La discussione di tutte queste tesi, con gli elementi a favore e contrari si trova nel testo già citato di Dumézil2. Secondo l’autore, il legame di Carna – Crane con Janus e la protezione delle porte deriverebbero dallo sviluppo, compiuto da Ovidio, di una paraetimologia che si articola attraverso Carna – Cardea – Crane, da cardo, il cardine delle porte; così come lo stesso autore romano aveva sviluppato la paraetimologia che collegava Carmenta al carro denominato carpentum.

Un legame con Giunone non è da escludere completamente, sebbene non sia possibile ritenere Carna un aspetto della Sposa di Giove, è tuttavia possibile che rappresentasse una manifestazione particolare di quella forza vitale, che a un livello più astratto era personificata da Juno. A favore di questa idea starebbe il legame tra la Dea, a cui avrebbe dedicato un fanum sul Celio [Macr. Sat. I, 12, 33; Tert. Ad. Nat. II, 9, 7], e Junius Brutus, il primo console di Roma, prototipo della funzione guerriera era anche simbolo degli juvenes, degli uomini nel pieno del vigore fisico e del possesso della forza vitale.

 

KAL. JUN. (1) N

Junoni Monetae in Arce

The temple of Juno Ammonitrice (Moneta) was dedicated in 344 BCE. fulfilling a vow made the previous year by the dictator M. Furius Camillus during the war against the Aurunci.

He stood on the Capitol, where there was the house of Manlius Capitolinus, which had been destroyed as a result of his death sentence [Liv. VII, 28, 4 – 6; VI, 20, 13; Val. Max. VI, 3, 1; Ov. Fast. VI, 183; I, 638]. According to another tradition, it was built on the site of Titus Tatius regia [Plut. Rom. XX, Solin. I, 21]. The legend says that, during the Gallic siege of Rome, geese, consecrated to Juno, had warned the Romans about an enemies attempt of climbing the Arx walls, so Manlius Capitolinus was able to fight them off and save the citadel [Plut. Camil. XXVII]. This episode goes back the epithet “Cautionary” given to Juno. Another version has that, during an earthquake, from the Goddess temple a voice was heard calling to expiate the prodigy sacrificing a pregnant sow [Cic. Div. I, 101]. Since the Gallic siege took place before the construction of Camillus temple and, because of the uncertainty of the sources on its location, it was hypothesized that on the Capitol there was already a place of worship (ara or sacellum), probably dedicated to Juno Regina who was later replaced by the temple, or that he would continue to exist and to be celebrated on 10th Oct.

When the Romans began to use coins, in the third century. BCE, near the temple of Juno Moneta rose the mint of Rome, hence the name of the currency

 

Marti in Clivio

The Temple of Mars in Clivius, was on Clivius Martis, on the left side of the Appian Way, between the first and second mile from the town, outside the Porta Capena, at a forest [CIL VI 10234; Serv. Aen. I, 292; App. B.C. III, 6, 41; Ov. Fast. VI, 191-195; Schol. Juv. I, 7]. We do not know the building date, but it seems that it had been voted during the Gallic War and dedicated in 388 BCE by Titus Quinctius, duumvir sacris faciendis [Liv. VI, 5, 8]. Near the temple the troops under arms gathered before leaving for a military campaign [Liv. VII, 23, 3] and from the same place was leaving the transvectio equitum, the procession of knights that took place in the month Quinctilis [Dion. H. VI, 13, 4]. Inside the temple there was a statue of Mars and wolf pictures [Liv. XXII, 1, 12], while in its vicinity there was the lapis Manalis: according to Festus [Fest. 128] a great stone that was brought to the city in times of drought, resulting in rain, from the “flow (manare)” of water, it was called Manalis. According to Varro the stone was involved in some ritual called, by the pontefices, manale sacrum [Var. apud. Non. 547].

In 189 BCE. the Appian Way was paved up to this temple and so the hill on which it stood, were later added porticoes that ran along the road which was then defined via tecta.

 

Carna – Kalendae Fabariae

At Kal. Jun. Carna, an ancient Roman god, whose name comes from dear, carnis, flesh, was venerated. According to a written document, it is possible that this day, in his honor, was also called Carnaria [CIL III, 3893].

Our only sources are a step Macrobius and one of the Fasti of Ovid. Both relate Carna with the internal organs, vitalia, and which make it a sort of patron [Macr. Sat. I, 12, 32]. It was also connected with the salus, understood both as a salvation of the people [Macr. Sat. I, 12, 33], and as people’s health [Ov. Fast. VI, 151-162], is in fact his intervention that saves Proca from consumption, a progressive weakening that was thought to be caused by demons sucking the bowels of infants (striges). These elements seem to indicate that it was a goddess who presided over the good health and the life force that is believed to be contained in the internal organs (vitalia).

According to Ovid Carna was also linked to an unusual foods, mashed barley and broad beans and lard, considered simple, but very substantial [Ov. Fast. VI, 169-171; Macr. Sat. I, 12, 32; Plin. XVIII, 29, 118]. This bond was celebrated once a year when these foods were offered to the goddess. This additional element suggests that Carna was more particularly linked to the absorption of food and changes to them in the flesh, body mass, and life force (expensive, vitalia). It then presided at nurturing and maintaining good health and physical stamina through it fighting anything that causes wasting and weakening. For this reason it is she to reveal the nurse of Proca apotropaic ritual with which the striges away from the baby, allowing it to resume the forces and the color of the flesh [Ov. Fast. VI, 151-162]. The Foods that were offered, beyond their nutritional value, they could also have a symbolic meaning: the Goddess extended its influence on every food and all food was represented by meat and vegetables, or the bacon and beans. This led Dumézil to pull Carna to Vedic deities Pitu cha had the same role in the Rg Veda.

Other authors have proposed different interpretations, particularly of Carna making a goddess protector of the doors, Cardea (according to Ovid [Ov. Fast. VI, 101-130]), an underworld deity, according to the association with the beans, or an aspect of Juno. The discussion of all these theses, with the elements for and against is in the text already quoted Dumézil2. According to the author, the binding of Carna – Crane with Janus and protection of ports would arise from the development, taken from Ovid, a paraetimologia that is articulated through Carna – Cardea – Crane, from thistle, the mainstay of the doors; as well as the same Roman author had developed paraetimology linking Carmenta the wagon called carpentum.

A link with Juno is not excluded completely, although it is not possible to consider Carna an aspect of Jupiter’s Bride, it is nevertheless possible to represent a particular manifestation of the life force, which in a more abstract level was personified by Juno. In favor of this idea would be the link between the Goddess, who would dedicate a fanum Caelian [Macr. Sat. I, 12, 33; Tert. A.D. Nat. II, 9, 7], and Junius Brutus, the first consul of Rome, the prototype of the warrior function was also symbolic of the Juvenes, men in full physical vigor and possession of the life force.

 

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  1. Carisius

Denarius 46, AR 3.82 g. MONETA Head of Juno Moneta r. Rev. T·CARISIVS Coining implements. All within laurel wreath. Babelon Carisia 1. Sydenham 982. Sear Imperators 70. Crawford 464/2.

KAL.  MAR. (1) NP

Feriae Martis

Per gli autori antichi questo giorno era il dies natalis di Mars, che sarebbe stato concepito da Giunone, toccando certi fiori, il cui segreto le era stato rivelato da Flora [Ov. Fast. V, 253 – 56]. Secondo Giovanni Lido invece Mars sarebbe nato dall’unione di Giove, l’etere, e Giunone, l’aria e rappresenterebbe il fuoco celeste [Lyd. Mens. IV, 33].

Con questo giorno iniziava il periodo propriamente calendariale che caratterizzava il tempo stabile e cosmicizzato posto sotto il dominio di Juppiter. Veniva quindi rinnovata l’azione ordinatrice, volta a dare forma all’universo, del Dio Celeste attraverso una serie di rituali di inizio e rinnovamento: i rami di alloro, ormai secchi, che si trovavano nelle case dei principali sacerdoti della città (flamines maggiori, pontefice massimo), nell’aedes Vestae, nella Regia e nelle Curiae veteres erano sostituiti con nuovi; il fuoco sacro di dell’aedes Vestae veniva spento per essere riacceso usando dei tizzoni presi dal fuoco domestico che ardeva nell’atrium del tempio [Macr. I, 12, 6; Ov. Fast. III, 135 segg.] (se invece il fuoco si spegneva per negligenza di una sacerdotessa, esso veniva riacceso per sfregamento di alcuni rami di arbor felix, le scintille ottenute venivano raccolte in un crivello di bronzo [Fest. 106]. Quest’operazione si svolgeva fuori dall’aedes, probabilmente nell’atriuim. Altre fonti riportano anche l’uso di specchi ustori [Plut. Num. IX; Plin. Nat. Hist. XIV, 4]).

Probabilmente iniziava in questo giorno anche il periodo delle cerimonie officiate dai Salii, secondo la tradizione, infatti, fu alle kalendae Martii che l’ancile cadde sulla terra. Questa confraternita di sacerdoti partecipava ad un sacrificio nel sacrarium martis della Regia, dov’era conservata la hasta martis. Questo rituale si svolgeva alla presenza del rex sacrorum, del pontefice massimo e di un gruppo di vergini, chiamate vergines saliae [Fest. 326], vestite come i Salii. Durante il sacrificio venivano forse offerte delle focacce chiamate molucrum e coperte di mola salsa [Fest. 141] ed immolate delle vittime le cui exta erano definite, con un termine arcaico, prosicium [Varr. L. L. V, 110]. Forse in questo giorno i Salii prendevano gli ancilia e compivano la prima processione del mese di Martius. Data la grande importanza che rivestivano i loro rituali, da questo momento, per 30 giorni, non potevano lasciare la città [Polyb. XXI, 13, 12; Liv. XXXVII, 33]. In questo periodo, in date determinate compivano particolari cerimonie loro proprie. È stato ipotizzato che la presenza delle virgines saliae, vestite in modo identico ai sacerdoti, può rientrare nell’ambito dei “rovesciamenti” che caratterizzano questo giorno, soprattutto in connessione con i Matronalia.

Secondo Giovanni Lido, Marte era onorato all’inizio di Martius consumando fave e spalmandosi in faccia un olio tratto da questo legume, che sembrava sangue [Lyd. Mens. IV, 42].

 

Matronalia

Si tratta di una festa estremamente arcaica sul cui substrato, nel corso dei secoli, si sono installati elementi connessi al culto di Giunone Lucina, per questo motivo, tra gli autori di età imperiale, vi è una certa confusione sulla sua origine, di cui troviamo diverse versioni in Ovidio [Ov. Fast. III, 199 – 258] e sul suo significato.

Secondo un aition [Ov. Fast. III, 199 – 231; Serv. Aen. VIII, 638], la festa sarebbe stata istituita da Romolo [Plut. Rom. XXI, 1] in onore delle donne che erano state rapite e poi si gettarono tra le schiere romane e sabine per porre fine alla guerra tra i due popoli. La loro fusione, in seguito, sarà un evento decisivo per lo sviluppo della comunità romana.

Sempre nei Fasti, un’altra versione, ne fa risalire l’origine alla fondazione del tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino [Ov. Fast. III, 245 – 48; anche Fest. 148; CIL I, 2, 387], avvenuta diversi secoli dopo l’episodio della guerra romano – sabina.

La festa: in questo giorno le matrone romane, coronate di fiori, si recavano in processione [Tib. III, 1, 2 – 4] al tempio di Giunone Lucina per compiere dei sacrifici [Ov. Fast. III, 251 – 258; Hor. Car. III, 8, 1 – 4] e offrire fiori alla Dea. Si consumavano e libavano bevande e cibi dolci per la salus dei mariti [Lyd. Mens. IV, 42]

… recate fiori alla Dea! Questa dea si compiace / di erbe fiorite; incoronate il capo di teneri fiori! / E dite ‘O Lucina, tu ci hai dato la luce!’ / E dite ‘ Tu sei propizia al voto delle partorienti!’ / Se qualcuna è ancor gravida, con la chioma disciolta, / preghi la Dea per un parto senza dolore… [Ov. Fast. III, 253 – 258]

Il tempio fu fondato nel 375 a. c. in un luogo dove probabilmente esisteva già un bosco sacro (lucus) alla Dea Lucina [Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235], la cui venerazione risaliva probabilmente all’origine della città di Roma; il bosco sacro sull’Esquilino e il culto, sono infatti menzionati da Ovidio in relazione all’origine dei Lupercali [Fast. II, 425 – 50]. Lucina presiedeva al parto, al venire alla luce (Lucina, colei che porta alla luce, da lux, lucis), in quanto aspetto di Giunone, il suo tempio fu fondato alle Kalendae, il giorno del mese sacro alla Dea. Nel precedente passo dei Fasti è venerata come Dea della fecondità, che si manifesta al debutto della primavera, ma anche come Dea del parto, a cui si rivolgono le donne incinte per invocarne la protezione. In questo caso le donne compivano le cerimonie in onore di Giunone Lucina con i capelli [Ov. Cit.] e la veste [Serv. Aen. IV, 518] sciolti, poiché i nodi e gl’intrecci in generali erano considerati una forma di incantesimo negativo per le partorienti [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 17, 59].

La Dea era invocata con questa formula

Juno Lucina, fer opem serva me obsecro!… [Ter. Ad. III, 4, 41; An. III, 1, 15]

In questa festa vi sono però elementi che non sono riconducibili al culto di Lucina e che derivano da un nucleo più antico: in questo giorno, infatti, era anche usanza fare doni alle donne, così come durante i Saturnalia era usanza fare doni agli uomini [Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Dig. XXIV, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689 – 90].

Ecco arrivate le Kalendae, festa del Romano Marte / – per i nostri antenati questo era il primo giorno dell’anno – / ovunque per le vie e le case della città / si distribuiscono doni in processioni solenni; / ditemi, o Pieridi, con quale dono devo rendere omaggio / a Neera, che è mia o che, sebbene mi illuda, mi è cara?… [Tib. III, 1, 1 – 6]

…i Saturnali sono passati per intero, eppure non mi hai mandato, Galla, nessun regalino, neanche uno più piccolo del solito. E va bene, passi pure così il mio dicembre; certo sai, almeno credo, che tra poco arriveranno i vostri Saturnali, le Kalendae di marzo: allora ti renderò, Galla, pan per focaccia. [Mart. V, 84, 6 – 12]

Inoltre, così come ai Saturnalia, anche in questo giorno vi era un rovesciamento dei ruoli sociali e le matrone preparavano un banchetto per i loro schiavi e li servivano [Macr. Sat. I, 12, 7; Lyd. Mens. III, 15; IV, 42]. Secondo alcuni autori, forse era anche usanza travestirsi da donna, come in una sorta di Carnevale.

I Matronalia erano prima di tutto la festa delle matronae, delle donne sposate e, in traslato, la celebrazione del matrimonio, come base della struttura sociale romana; istituita per onorare questa istituzione (il rapimento delle Sabine e la loro integrazione nella comunità romana rappresenta una forma arcaica di matrimonio) e per affermare uno dei principi fondanti su cui essa insisteva. Durante le cerimonie di questo giorno esse continuavano ad assolvere il proprio compito di mogli pregando ‘per la salute dei mariti’ [PsAcr. In Hor. Car. III, 8, 1], o ‘in lode degli uomini’ [Aus. Fer. Rom. 7 – 8], così, al debutto dell’anno, nel momento in cui veniva a costituirsi un nuovo ordine cosmico, veniva affermata al centralità dell’istituzione matrimoniale nell’opera di creazione di quel microcosmo che era la città.

 

Junoni Lucinae

Questo tempio fu costruito nel 375 aev [Var. apud Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235] nel bosco (lucus) che era stato consacrato alla Dea fin da epoca molto antica (secondo la tradizione riportata da Varrone, da Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]) [Dion. H. IV 15]. Si trovava sul colle Cispio presso il sesto sacello degli Argei [Var. L. L. V, 50; Ov. Fast. II, 435 – 36; III, 245 – 46], probabilmente a nord-est della Torre Cantarelli, in cui furono rinvenute varie iscrizioni relative al culto [CIL VI, 356 – 361; 3694 – 3695; 30199]. Il bosco si estendeva probabilmente lungo il pendio a sud del tempio e, nel 41 aev, un questore, Q. Pedio, costruì o ristrutturò un muro che li circondava entrambi [CIL VI, 358]. Gli storici riportano che Servius Tullus ordinò di porre i doni per i nuovi nati nel tesoro del tempio [Dion. H. IV, 15], il che indurrebbe a pensare che un qualche luogo di culto esistesse già prima della costruzione dell’edificio sacro. Nel 190 aev fu colpito da un fulmine che danneggiò il timpano e le porte [Liv. XXXVII, 3, 2]. Qui, alle Kal. Mart., giorno della dedica del tempio, si celebrava la festa annuale dei Matronalia [Fest. 147; Ov. Fast. III, 247; Hemer. Praenest. ad Kal. Mart., CIL I2, 310].

Secondo la nota di Verrio Flacco nei Fasti Antiates Majores [ILLRP 9], il tempio fu costruito dalle matrone romane dopo che era stato votato da una donna, figlia o moglie di un certo L. Albinus (forse quel  L. Albinius che le fonti ricordano come colui che portò in salvo le vestali e i sacra di Roma a Caere durante l’assedio gallico nel 390 aev [Plut. Cam. XXII, 4]), affinché la Dea la assistesse nel parto imminente, per questo motivo il tempio, in origine, sarebbe stato sede di un culto esclusivamente matronale e quindi non a carattere pubblico, dal che la ragione per cui i Matronalia non figurano tra le festività riportate nei calendari epigrafici, ma vengono menzionati solo dalle fonti letterarie

 

Kal. Mar. (1) NP

Feriae Martis

For the ancient authors this day was the Dies Natalis of Mars, it would be conceived by Juno, touching certain flowers, whose secret had been revealed by Flora [Ov. Fast. V, 253-56]. According to Johannes Lydus instead Mars would be born from the union of Jupiter, the ether, and Juno, the air and represent the heavenly fire [Lyd. Mens. IV, 33].

This day began the proper calendar period that characterized the stable and cosmic time ruled by Jupiter. His ordering action, aimed at giving shape to the universe, was then renewed through a series of start and renewal rituals: the branches of laurel, that were found in the houses of the chief priests of the city (flamines majores , Pontifex Maximus), in aedes Vestae, in the Regia and Curiae Veteres were replaced with new ones; the sacred fire at Aedes Vestae was turned off to be turned on again using the embers taken from the home fire burning in the temple atrium [Macr. I, 12, 6; Ov. Fast. III, 135 ff.].

Probably it also began the period of the ceremonies officiated by the Salii, according to tradition, in fact, that ancile fell to Earth on kalendae Martii. This brotherhood of priests took part in a sacrifice in the Regia’s sacrarium martis, where it was preserved the hasta martis. This ritual took place in presence of the rex sacrorum, the Pontifex Maximus and a group of virgins, called vergines saliae [Fest. 326], dressed as the male priests. During the sacrifice cakes called molucrum covered of mola salsa, were offered [Fest. 141] and victims whose exta were defined, with an archaic term, prosicium [Varr. L. L. V, 110] were sacrificed. Maybe on this day they went up taking the ancilia and performed the first procession. Given the great importance that covered their rituals, by this time, for 30 days, they could not leave the city [Polyb. XXI, 13, 12; Liv. XXXVII, 33]. In this period, in certain special ceremonies they were making their own dates. It has been suggested that the presence of virgines saliae, dressed identically to the priests, may be part of “reversals” that characterize this day, especially in connection with Matronalia.

According to Johannes Lydus, Mars was honored at the beginning of Martius consuming beans and smearing themselves in the face of a sudden oil from this legume, which looked like blood [Lyd. Mens. IV, 42].

Matronalia

It is an extremely archaic feast on whose substrate, over the centuries, have installed items related to the cult of Juno Lucina, for this reason, among the authors of the imperial age, there is some confusion about its origin, of which we find different versions in Ovid [Ov. Fast. III, 199-258] and its meaning.

According to an aition [Ov. Fast. III, 199-231; Serv. Aen. VIII, 638], the feast would have been set up by Romulus [Plut. Rom. XXI, 1] in honor of women who had been kidnapped and then threw themselves between the Roman legions and Sabine to end the war between the two peoples. Their fusion, later, will be a decisive event for the development of the Roman community.

Still in the Fasti, according to another version, he traces the origin to the foundation of the temple of Juno Lucina on the Esquiline [Ov. Fast. III, 245-48; Also Fest. 148; CIL I, 2, 387], which took place several centuries after the episode of that war.

On this day the Roman matrons, crowned with flowers, went in procession [Tib. III, 1, 2-4] to the temple of Juno Lucina to make sacrifices [Ov. Fast. III, 251-258; Hor. Car. III, 8, 1-4] and offer flowers to the Goddess. They were used to pour libations and to offer sweet foods for their husbands salus [Lyd. Mens. IV, 42]

… Are ever flowers to the Goddess! This goddess Welcomes / of flowering herbs; crowned the head of tender flowers! / And say, ‘O Lucina, you gave us the light!’ / And say, ‘You are propitious to the vote of women in labor!’ / If someone is still fraught with the dissolved hair, / pray to the Goddess for a birth without pain. .. [Ov. Fast. III, 253-258]

The temple was founded in 375. c. in a place where probably there was already a sacred grove (Lucus) to Lucina Goddess [Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235], whose veneration probably dated back to the origin of the city of Rome; the sacred grove on the Esquiline and worship, are in fact mentioned by Ovid in relation to the origin of the Lupercalia [Fast. II, 425-50]. Lucina presided over childbirth, to be born (Lucina, she who brings to light, from lux, lucis), as an aspect of Juno, his temple was founded at Kalendae, the day sacred to the Goddess. According to Ovid She was honored as goddess of fertility, which is manifested at the spring debut, but also as a goddess of childbirth, to which pregnant women are turning to invoke protection. In this case the women were making the ceremonies in honor of Juno Lucina wearing no nodes [Ov. Cit.; Serv. Aen. IV, 518] considered a form of negative spell to pregnant women [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 17, 59].

The Goddess is invoked with this formula

… Juno Lucina, fer opem obsecro serve me! … [Ter. A.D. III, 4, 41; An. III, 1, 15]

In this festival, however, there are items that are not related to the cult of Lucina and which derive from a more ancient nucleus: it was also customary to make gifts to women, as well as during the Saturnalia was customary to give gifts to men [ Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Dig. XXIV, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689-90].

Here came the Kalendae, feast of the Roman Mars / – for our ancestors this was the first day of the year – / everywhere in the streets and houses of the city / will distribute gifts in solemn processions; / Tell me, or Pierides, with what gift I have to pay tribute / a Neera, which is mine, or that although deceived me, is dear to me? … [Tib. III, 1, 1 – 6]

… The Saturnalia are passed in full, but not sent me, Galla, no gift, even a smaller than usual. All right, so did my steps in December; sure you know, I think, that soon will come your Saturnalia, the March Kalendae: then I will make you, Galla, tit for tat. [Mart. V, 84, 6-12]

Moreover, as the Saturnalia, even in this day there was a reversal of social roles and the matrons were used to prepare banquets for their slaves [Macr. Sat. I, 12, 7; Lyd. Mens. III, 15; IV, 42]. According to some authors, it might also be customary disguise himself as a woman, as in a kind of carnival.

The Matronalia were first of all the festival of matronae, married women and, metaphorically, the celebration of marriage as the basis of the Roman social structure; established to honor this institution (the abduction of the Sabine women and their integration in the Roman community is an archaic form of marriage) and to affirm one of the founding principles on which it insisted. During the ceremonies of this day they continued to fulfill their duties as wives praying ‘for the health of husbands’ [PSAcr. In Hor. Car. III, 8, 1], or ‘in praise of men’ [Aus. Fer. Rom. 7-8], as well, the debut of the year, when they came to constitute a new cosmic order, was established at the institution’s central role in the work of double creation of that microcosm that was the city.

Junoni Lucinae

This temple was built in 375 BCE [Var. apud Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235] in the wood (lucus) which had been consecrated to the Goddess since very ancient times (in the tradition reported by Varro, Titus Tayius [Var. L. L. V, 74]) [Dion. H. IV 15]. It was on the Cispius hill near the sixth chapel of Argei [Var. L. L. V, 50; Ov. Fast. II, 435-36; III, 245-46], probably in northeastern Cantarelli Tower, where various inscriptions related to the cult were found [CIL VI, 356-361; 3694 – 3695; 30199]. The forest stretched probably along the south-facing slope of the temple, and in 41 BCE, a quaestor, Q. Pedio, built or rebuilt a wall that surrounded them both [CIL VI, 358]. Historians report that Servius Tullus ordered to put the gifts for the new born into the treasury [Dion. H. IV, 15], which would lead us to think that some place of worship already existed before the construction of the sacred building. In 190 BCE he was struck by lightning that damaged the eardrum and the doors [Liv. XXXVII, 3, 2]. Here, the Kal. Mart., The day of the dedication of the temple, celebrated the annual feast of Matronalia [Fest. 147; Ov. Fast. III, 247; Hemer. Praenest. to Kal. Mart., CIL I2, 310].

According to the note of Verrius Flaccus in Fasti Antiates Majores [ILLRP 9], the temple was built by the Roman matrons after it was voted by a woman, the daughter or wife of a certain L. Albinus (maybe that L. Albinus that the sources point as the one who brought to safety the vestal virgins and sacred Rome in Caere during the gallic siege in 390 BCE [Plut. Cam. XXII, 4]), so that the Goddess assisted her in the upcoming birth, which is why the temple, originally, would be home to a cult exclusively matronly and therefore not public, this is the reason because Matronalia is not present among the festivities in epigraphic calendars, but it is only mentioned from literary sources.

XV KAL. MAR. (15) NP

LUPERCALIA

Si tratta di una festività estremamente antica, secondo la tradizione fu istituita ancor prima della fondazione di Roma [Plut. Rom. XXI, 4 e segg.; Cic. Cael. 26] da Evandro [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] oppure da Romolo e Remo [Ov. Fast. II, 360 segg; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 e segg; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], ma proprio la sua estrema antichità, rende difficile comprenderne a pieno il significato.

La festa. Una descrizione succinta della festività dei Lupercalia ci è stata trasmessa da diverse fonti. In questo giorno avvenivano delle cerimonie che coinvolgevano il flamen dialis [Ov. Fast. II, 282] e la confraternita dei Luperci: il nome collega questi sacerdoti ai lupi, ma la sua costruzione non è chiara: secondo Varrone [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] lupercus deriverebbe da lupus e parcere, in ricordo della lupa che allattò i gemelli Romolo e Remo; secondo Servius [Serv. Aen. VIII, 343] da lupum arcere e sarebbe legato a Faunus Lupercus, divinità protettrice delle greggi e che difendeva dai lupi. Secondo la moderna etimologia deriverebbe da lupus, lup-ercus secondo la schema di quella di noverca (nova-erca) da novus. Molte altre etimologie sono state proposte.

I Luperci si radunavano sotto il Palatino, nel luogo chiamato Lupercal: lì vi era una grotta, circondata da un bosco sacro, in cui era venerato, fin da tempi molto antichi, il Dio Faunus [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII,1; Dion. H. I, 32,3]; si tramanda infatti che il suo culto sarebbe stato portato dall’Arcadia da Evandro [Ov. Fast. II, 279 – 81] ed istituito sul modello di quello di Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. Questo, secondo la tradizione, era anche il punto dove la corrente del Tevere lasciò i gemelli Romolo e Remo sotto il ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] e dove furono allattati da una lupa [Serv. Aen. VIII, 343].

Il rituale che qui avveniva è descritto brevemente da Plutarco [Rom. XXI, 6 e segg.; Q. R. 68]: si compiva il sacrificio di alcune capre a Faunus e con le loro pelli i Luperci si coprivano succintamente e ricavavano delle fruste. Durante questo rituale due giovani venivano toccati sulla fronte con una spada insanguinata e poi erano detersi con un panno di lana imbevuto di latte; a questo punto dovevano ridere. Sembra anche che venisse sacrificato un cane [Plut. Q. R. 68].

Dopo i sacrifici, la confraternita si divideva in due gruppi [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: i Luperci Fabiani e i Luperci Quinctiliani (o Quinctiles) [Ov. Fast. 375 – 78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles in CIL 1933, VI] che correvano, attorno alle pendici del monte Palatino, seminudi [Ov. Fast. II, 267] (coperti solo dalle pelli di capra come Faunus rappresentato in una statua nel Lupercal [Just. XLIII, 1]), unti di olio, portando delle corone di fiori e indossando maschere, o con la faccia coperta di fango [Lact. Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicerone descrivendo Antonio che partecipava alla corsa, lo definisce anche ‘ebro’ [Cic. Phil. III, 12]. Non è chiaro quale fosse il loro percorso preciso, da un accenno di Agostino [August. C. D. XVIII, 12] si può ipotizzare che dal Foro corressero fino alla parte alta della Sacra Via e che da qui poi tornassero indietro. Alcuni autori moderni hanno anche ipotizzato che i due gruppi in cui erano divisi (vedi oltre) corressero in direzioni opposte. Varrone [Var. L. L. VI, 34] invece, a proposito dei Lupercalia, usa il termine lustratio, il che farebbe pensare che i sacerdoti percorressero in senso antiorario il perimetro del nucleo antico del Palatino, forse seguendo il percorso delle sue mura [Calendario di Polem. Sil. CIL I, 269]. Anche Censorino parla di una lustratio ed aggiunge che in questo rituale veniva portato del sale caldo che era chiamato februm [Cens. D. N. XXII, 15]. È possibile che le due versioni non si escludano a vicenda, infatti, benché non abbiamo informazioni sull’ordinamento della confraternita, è possibile che i Luperci fossero suddivisi in giovani e anziani (juniores e seniores): mentre i primi compivano la corsa rituale [Prud. Contra Sym. II, 862 – 863; Suet. Aug. XXXI], i secondi, nello stesso momento, o in una fase differente della cerimonia, potevano compire la lustratio del Palatino

Durante la corsa i Luperci colpivano con le fruste di pelle di capra, chiamate ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], tutti coloro che incontravano [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII] o forse solo le giovani donne [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. Peri. X, 161 – 165], o in particolare le donne; questo gesto propiziava la fertilità [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

Durante questa festività, è possibile che avvenissero anche rituali legati alla funzione regale (al rinnovamento del potere del rex?) come farebbe intuire l’episodio, narrato da Plutarco e Cicerone [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33 – 34], in cui Antonio, allora console e luperco, si staccò dal gruppo dei corridori per consegnare una corona a Cesare che assisteva dai rostri vestito di porpora. Questo atto fu chiaramente interpretato da tutto il popolo come un’investitura regale, che Cesare però rifiutò; la scelta del giorno dei Lupercalia per questa prova non doveva essere stata casuale.

Gli aitia: le fonti riportano diversi episodi legati alla vicenda di Romolo e Remo, che potrebbero essere all’origine della festa. Secondo Dionigi di Alicarnasso, che cita lo storico Elio Tuberone [Dion. H. I, 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romolo e Remo, con i loro uomini, mentre già celebravano i Lupercalia, corsero assieme, ma Remo e i suoi sopravanzarono Romolo e giunsero per primi; tuttavia al loro arrivo, questi furono attaccati da briganti che catturarono Remo, che fu poi liberato da Romolo. Poiché i briganti portarono remo da Numitore, quando Romolo vi si recò per riavere il fratello, i due gemelli furono riconosciuti dal re di Alba. Valerio Massimo riporta una variante di questo episodio [Val. Max. II, 2, 9] in cui, invece della corsa, avviene un combattimento ritualizzato.

Ovidio riporta altre due versioni. Nella prima [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romolo e Remo, assieme ai loro uomini fecero un sacrificio a Faunus, ma, prima che fossero consumati gli exta, fu annunciato che dei briganti avevano rubato le loro greggi. Romolo coi suoi e Remo coi Fabii, deposte le toghe, corsero in direzioni opposte, all’inseguimento. Remo recuperò la preda e tornò per primo al banchetto sacrificale, così consumò tutti gli exta. Romolo, che arrivò per secondo, fu così escluso dal banchetto sacrificale. Questa vicenda ricorda l’aition della Lex Sacra dell’Ara Maxima che prevedeva che, al banchetto sacrificale che vi si svolgeva in onore di Ercole, potesse partecipare solo la gens dei Potitii, mentre quella dei Pinarii ne era esclusa, benché entrambe le famiglie fossero incaricate dei sacra. L’esclusione sarebbe derivata dal fatto che i Pinarii arrivarono in ritardo alla fondazione del rito, quando già gli exta erano già stati consumati [Dion. H. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269 – 71].

Tale episodio ha un parallelo nel mito descritto da Servius [Serv. Aen. XI, 785], relativamente alla nascita della confraternita degli hirpi sorani. Anche in questo caso, durante un sacrificio (a Dite, anziché Faunus), gli exta vennero rubati, non però da briganti, ma da lupi, animali comunque considerati predoni e immagine dei briganti che vivevano nelle zone selvagge fuori delle città (il parallelo tra lupo e brigante era ben noto nell’antichità e ricordato anche alla fine dell’episodio). Alla fine, per scongiurare un’epidemia scoppiata in seguito all’avvenimento, un gruppo di pastori deve divenire “simile a lupi”, vivendo di rapine, nelle foreste del monte Soratte. È significativo ricordare che la divinità etrusca identificata con Dispater, che probabilmente era venerata sul monte Soratte, era Aita, Dio Infero, che vestiva una pelle di lupo e quindi aveva un’iconografia simile a quella più arcaica di Faunus.

Nella seconda versione [Ov. Fast. II, 425 – 50] si racconta che le sabine rapite dai Romani (ai Consualia) erano diventate sterili, allora il popolo si recò a pregare Giunone in un bosco sacro sull’Esquilino. La Dea annunciò che, per metter fine alla sterilità, le donne avrebbero dovuto essere penetrate da un sacro caprone. Un aruspice interpretò questo segno ed ordinò che si sacrificassero dei capri e che le donne fossero percosse con le loro pelli.

lastra marmorea dal Palatino Casa di Livia - Luperci collezione Jandolo

 

XV KAL. Mar. (15) NP

Lupercalia

It is an extremely ancient feast: according to traditions it was established even before the foundation of Rome [Plut. Rom. XXI, 4 et seq .; Cic. Cael. 26] by Evander [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] or by Romulus and Remus [Ov. Fast. II, 360 ff; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 et seq; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], but its extreme antiquity, makes it difficult to fully understand the meaning.

A succinct description of the Lupercalia festival has been transmitted from different sources. On this day ceremonies involving the flamen Dialis [Ov. Fast. II, 282] and the Luperci brotherhood took place: their name connects these priests to the wolves, but its construction is not clear: according to Varro [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] Lupercus would result from lupus and parcere, in memory of the she-wolf suckled the twins Romulus and Remus; according Servius [Serv. Aen. VIII, 343] from lupum arcere and would be linked to Faunus Lupercus, patron deity of flocks and defending from wolves. According to modern etymology it derives from lupus: lup-ercus according to the pattern of that of stepmother, nova-erca, from novus. Many other etymologies have been proposed.

The Luperci gathered under the Palatine Hill, the place called Lupercal where there was a cave, surrounded by a sacred wood, in which the God Faunus was revered since very ancient times [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32.3]; it is said that His cult was brought from Arcadia by Evander [Ov. Fast. II, 279 – 81] following that of Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. According to tradition, it was also the point where the Tiber current left the twins Romulus and Remus under the ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] and where they were suckled by a she-wolf [Serv. Aen. VIII, 343].

The ritual that occurred here is briefly described by Plutarch [Rom. XXI, 6 et seq ; Q. R. 68]: the Luperci scarified few goats to Faunus and they covered succinctly and derived whips with their skins. During this ritual two young men were been touched on the forehead with a bloody sword and then were cleaned with a woolen cloth soaked in milk; at this point they had to laugh. It seems to have been sacrificed a dog [Plut. Q. R. 68].

After the sacrifices, the brotherhood was divided into two groups [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: the Luperci Fabiani and the Luperci Quinctiliani (or Quinctiles) [Ov. Fast. 375-78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles CIL in 1933, VI] running around the slopes of Mount Palatine, half-naked [Ov. Fast. II, 267] (covered only by goatskins as Faunus represented in a statue in Lupercal [Just. XLIII, 1]), anointed with oil, bringing the wreaths and wearing masks, or with the face covered in mud [Lact . Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicero describing Antonio who participated in the race, defines him ‘intoxicated’ [Cic. Phil. III, 12]. It is not clear their precise route, by a hint of Augustine [August. C. D. XVIII, 12] it can be assumed that they ran until the top of the Sacred Way, and from here returned back. Some modern authors have also speculated that the two groups were running in opposite directions. Varro [Var. L. L. VI, 34] however uses, about the Lupercalia, the term lustratio, which suggests that the priests scour counterclockwise the perimeter of the ancient Palatine nucleus, perhaps following the path of its walls [of Polem Calendar. Sil. CIL I, 269]. Censorinus also speaks of a lustratio and adds that in this ritual was brought hot salt which was called februm [Cens. D. N. XXII, 15]. It is possible that the two versions are not mutually exclusive, in fact, although we have no information on the organization of the brotherhood, it is possible that the Luperci were divided into young and old (juniors and seniors): while the former were making the ritual race [Prud . Contra Sym. II, 862-863; Suet. Aug. XXXI], the latter, at the same time, or in a different phase of the ceremony, could accomplish the lustratio the Palatine

During the race the Luperci struck with goatskin whips, calls ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], all those who met [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII], or maybe just young women [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. For the. X, 161-165]; this gesture propitiated fertility [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

During this festival, it is possible to come to pass even rituals related to the royal office (the renewal of power rex?) As you would guess the episode, narrated by Plutarch and Cicero [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33-34], in which Antonio then console and Lupercus, broke away from the group of runners to deliver a crown to Caesar who attended the rostrum dressed in purple. This act was clearly understood by all the people as a royal investiture, but Caesar refused, however; the choice of Lupercalia day for this test should not have been accidental.

The aitia: sources reported several incidents of the story of Romulus and Remus, which could be at the origin of the feast. According to Dionysius of Halicarnassus, who quotes the historian Elio Tubero [Dion. H., 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romulus and Remus, with their men, and already celebrating the Lupercalia, ran together, Remus came first, but when he and his companions arrived, they were attacked by bandits who captured Remus. The robbers took him to Numitore, when Romulus went there to regain his brother, the twins were recognized by the King of Alba. Valerio Massimo shows a variant of this episode [Val. Max. II, 2, 9] in which, instead of the race, a ritualized combat took place.

Ovid shows two other versions. In the first [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romulus, Remus and their men made a sacrifice to Faunus, but before they completed it, it was announced that the robbers had stolen their flocks. Romulus and Remus each of them with his men, laid the robes, they ran in opposite directions, in pursuit. Remus recovered his prey and went first to the sacrificial banquet, so consumed the exta. Romulus, who came second, was excluded from the sacrificial banquet. This story reminds of the Ara Maxima Lex Sacra, which provided that, at the sacrificial feast that took place there in honor of Hercules, could only participate in the gens of Potitii, while that of Pinarii was excluded, although both families were entrusted with the sacred. The exclusion would be derived from the fact that the Pinarii arrived late to the foundation of the rite, when already the exta had already been consumed [Dion. H., 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-71].

This episode has a parallel in the myth described by Servius [Serv. Aen. XI, 785] in relation to the birth of the brotherhood of Hirpi Sorani. Again, during a sacrifice (to say, instead of Faunus), the exta were stolen, but not from robbers, but from wolves, animals considered still image marauders and robbers who lived in the wild outside of the cities (the parallel between wolf and robber was well known in antiquity and also recalled the end of the episode). In the end, to avert an epidemic struck following the event, a group of pastors must become “like wolves”, living from robbery, in the forests of Mount Soratte. It is significant to remember that the Etruscan deity identified with Dispater, which probably was worshiped on Mount Soratte, was Aita, God of the Underworld, Who wore a wolf’s skin and therefore had an iconography similar to that of most archaic Faunus.

In the second version [Ov. Fast. II, 425 – 50] it is said that the Sabine abducted by the Romans (to Consualia) had become sterile, then the people went to pray Juno in a sacred grove on the Esquiline. The Goddess announced that, to put an end to infertility, women would have to be penetrated by a sacred goat. A soothsayer interpreted this sign and ordered that he sacrificed goats and that women were beaten with their skins.

KAL. FEB. (1) N

Sacra Helerni

Secondo Ovidio [Ov. Fast. II, 67] in questo giorno i pontefici celebravano il Dio Helernus nel suo bosco sacro (lucus) nei pressi della foce del Tevere [Ov. Fast. VI, 105 – 107]. Questa divinità viene ancora menzionata alle Kal. Jun. a proposito di Carna, che sarebbe stata generata nel Suo bosco sacro. Quindi Helernus sarebbe in qualche modo il padre o Colui che genera Carna, onorata alle Kal. Jun., e queste sono le uniche informazioni che abbiamo su questo Dio.

Per comprendere la natura della relazione tra Helernus e Carna[1], dobbiamo riferirci al cibo consacrato a quest’ultima, le fave. Sappiamo infatti, dagli agronomi romani, che questa pianta era seminata due volte l’anno: in autunno, da ottobre a dicembre, così da avere un ciclo vegetativo “lungo” (matura, serotica) che comportava la raccolta a fine giugno [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; all’inizio di Februarius, in periodo di luna crescente, con un ciclo “breve”, di soli tre mesi (trimestralis), che permetteva la raccolta alla fine di Majus, in luna calante [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. Le feste delle due divinità sono quindi correlate con le fasi del ciclo della faba trimestralis (la cui qualità e produttività era considerata inferiore a quella della fava matura): Helernus ne tutelava il ciclo vegetativo ed era venerato prima della semina, affinché le piante crescessero rigogliose e dessero frutti abbondanti; Carna, presiedeva al suo uso alimentare, per cui, dopo la raccolta, le era offerta sotto forma di purea (vedi Kal. Jun.), cioè di frutto lavorato. Questa associazione è confermata, secondo Dumézil, dalla derivazione del nome Helernus da holus, legumi verdi, fave, di cui è attestata anche la forma arcaica helus [Fest. 100]; a sua volta il termine romano deriverebbe da una radice indoeuropea che indicava in generale le piante verdi.

La fava era spesso associata ai morti e ai fantasmi[2], che si pensava se ne cibassero e compare in alcuni rituali dedicati a divinità infere (Tacita Muta, Lemuria), per cui è possibile che anche Helernus avesse questo carattere. In Festo, alla voce furvum, troviamo citato il sacrificio di un bue nero ad Aternus [Fest 93], è possibile che il nome della divinità sia un errore dei manoscritti e che il passo si riferisca a Helenus; in questo caso avremmo la conferma che si tratta di questa ipotesi.

 

Sempre Ovidio [Ov. Fast. II, 69 – 70], in questo giorno, menziona sacrifici di un ovino di due anni a Giove (nel tempio dedicato a Juppiter Tonans da Augusto e sulla cima dell’Arx) e nell’aedes Vestae.

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

Il tempio si trovava nel Foro Olitorio e fu votato nel 197 aev dal console C. Cornelius Cethegus durante la guerra contro gl’Insubri [Liv. XXXII, 30, 10] e dedicato nel 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] alle Kal. Feb. [ILLRP 9], tuttavia, sulla divinità tutelare, non vi è accordo tra gli studiosi: Livio, infatti riporta che Cethegus dedicò il tempio a Juno Matuta, mentre Ovidio situa il tempio di Juno Sospita sul Palatino [Ov. Fast. II, 55], il che sarebbe stato impossibile trattandosi di una divinità non romana, bensì introdotta da Lanuvio. È quindi probabile che entrambi gli autori abbiano commesso un errore e che il tempio edificato da Cethego nel Foro Olitorio fosse quello di Juno Sospita. Cicerone afferma che L. Julius, console nel 90 aev restaurò il tempio in seguito ad un sogno di Cecilia, figlia di Q. Cecilius Metellus Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. É generalmente identificato col più piccolo tra i tre templi (gli altri due dedicati a Spes e Janus) che si trovano affiancati sotto l’odierna chiesa di S. Nicola in Carcere: si tratta di una struttura di ordine dorico, esastilo, anfiprostilo e peripterale in travertino; cinque delle sue colonne sono incluse nel muro sud dell’edificio cristiano.

 

KAL. February (1) N

sacra Helerni

According to Ovid [Ov. Fast. II, 67] in this day the pontefices celebrated the God Helernus in His sacred grove (Lucus) near the mouth of the Tiber [Ov. Fast. VI, 105-107]. This deity is still mentioned at Kal. Jun. about Carna, which would have been generated in His sacred grove. So Helernus would be somehow the father or one who generates Carna.

To understand the nature of the relationship between Helernus and Carna, we must refer to their consecrated food, the broad beans. We know, by the Roman agronomists, that this plant was sown twice a year: in the autumn, from October to December, so to have a vegetative cycle “long” and collection in late June [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; but also in earlier Februarius, with a “short” cycle, lasting only three months (trimestralis), that allowed the collection at the end of Majus [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. The parties of the two deities are then correlated with the stages of the faba trimestralis cycle (whose quality and productivity was considered inferior to that of the mature bean): Helernus protected the vegetative cycle and was worshiped before planting, so that plants grow luxuriant and they gave abundant fruit; Carna, presided at his food use, so, after the harvest, beans were offered in the form of puree, that is, processed fruit.

This association is confirmed, according to Dumezil, the derivation of the name from Helernus Holus, green leafy vegetables, beans, which is also attested to the archaic form Helus [Fest. 100]; in turn the Roman term derives from a root that indicated in general caucasian green plants.

Always Ovid [Ov. Fast. II, 69-70], in this day mentions sacrifice of a sheep than two years to Jupiter (the temple dedicated to Jupiter Tonans by Augustus and on top dell’Arx) and nell’aedes Vestae.

 

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

The temple was located in the Forum Olitorius, it was voted in 197 BCE by the consul C. Cornelius Cethegus during the war against Insubrians [Liv. XXXII, 30, 10] and dedicated in 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] at Kal. Feb. [ILLRP 9] However, about the tutelary deity, there is no agreement among scholars: Livius, in fact reports that Cethegus dedicated the temple to Juno Matuta, while Ovid situates the temple of Juno Sospita on the Palatine [Ov. Fast. II, 55], which would have been impossible since it is a non-Roman deities, but introduced from Lanuvius. It is therefore likely that both authors have made a mistake and that the temple built by Cethegus was to Juno Sospita. Cicero says that Julius L., consul in 90 BCE restored the temple following a dream of Cecilia, daughter of Q. Metellus Cecilius Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. It is generally identified with the smallest of the three temples (the other two dedicated to Spes and Janus) located side by side under the today’s church of St. Nicholas in Prison: it is a command structure Doric hexastyle, amphiprostyl and peripteral travertine; five of its columns are included in the south wall of the Christian building.

[1] G. Dumézil –  Fêtes romaines d’été et d’automne (1975), pp. 225 segg.

[2] L. Pedroni – I Fabi, Remo e le fave: assonanze e suggestioni in Faventia 32 – 33, 2010 – 2011 pgg 59 – 72