KAL.  MAR. (1) NP

Feriae Martis

Per gli autori antichi questo giorno era il dies natalis di Mars, che sarebbe stato concepito da Giunone, toccando certi fiori, il cui segreto le era stato rivelato da Flora [Ov. Fast. V, 253 – 56]. Secondo Giovanni Lido invece Mars sarebbe nato dall’unione di Giove, l’etere, e Giunone, l’aria e rappresenterebbe il fuoco celeste [Lyd. Mens. IV, 33].

Con questo giorno iniziava il periodo propriamente calendariale che caratterizzava il tempo stabile e cosmicizzato posto sotto il dominio di Juppiter. Veniva quindi rinnovata l’azione ordinatrice, volta a dare forma all’universo, del Dio Celeste attraverso una serie di rituali di inizio e rinnovamento: i rami di alloro, ormai secchi, che si trovavano nelle case dei principali sacerdoti della città (flamines maggiori, pontefice massimo), nell’aedes Vestae, nella Regia e nelle Curiae veteres erano sostituiti con nuovi; il fuoco sacro di dell’aedes Vestae veniva spento per essere riacceso usando dei tizzoni presi dal fuoco domestico che ardeva nell’atrium del tempio [Macr. I, 12, 6; Ov. Fast. III, 135 segg.] (se invece il fuoco si spegneva per negligenza di una sacerdotessa, esso veniva riacceso per sfregamento di alcuni rami di arbor felix, le scintille ottenute venivano raccolte in un crivello di bronzo [Fest. 106]. Quest’operazione si svolgeva fuori dall’aedes, probabilmente nell’atriuim. Altre fonti riportano anche l’uso di specchi ustori [Plut. Num. IX; Plin. Nat. Hist. XIV, 4]).

Probabilmente iniziava in questo giorno anche il periodo delle cerimonie officiate dai Salii, secondo la tradizione, infatti, fu alle kalendae Martii che l’ancile cadde sulla terra. Questa confraternita di sacerdoti partecipava ad un sacrificio nel sacrarium martis della Regia, dov’era conservata la hasta martis. Questo rituale si svolgeva alla presenza del rex sacrorum, del pontefice massimo e di un gruppo di vergini, chiamate vergines saliae [Fest. 326], vestite come i Salii. Durante il sacrificio venivano forse offerte delle focacce chiamate molucrum e coperte di mola salsa [Fest. 141] ed immolate delle vittime le cui exta erano definite, con un termine arcaico, prosicium [Varr. L. L. V, 110]. Forse in questo giorno i Salii prendevano gli ancilia e compivano la prima processione del mese di Martius. Data la grande importanza che rivestivano i loro rituali, da questo momento, per 30 giorni, non potevano lasciare la città [Polyb. XXI, 13, 12; Liv. XXXVII, 33]. In questo periodo, in date determinate compivano particolari cerimonie loro proprie. È stato ipotizzato che la presenza delle virgines saliae, vestite in modo identico ai sacerdoti, può rientrare nell’ambito dei “rovesciamenti” che caratterizzano questo giorno, soprattutto in connessione con i Matronalia.

Secondo Giovanni Lido, Marte era onorato all’inizio di Martius consumando fave e spalmandosi in faccia un olio tratto da questo legume, che sembrava sangue [Lyd. Mens. IV, 42].

 

Matronalia

Si tratta di una festa estremamente arcaica sul cui substrato, nel corso dei secoli, si sono installati elementi connessi al culto di Giunone Lucina, per questo motivo, tra gli autori di età imperiale, vi è una certa confusione sulla sua origine, di cui troviamo diverse versioni in Ovidio [Ov. Fast. III, 199 – 258] e sul suo significato.

Secondo un aition [Ov. Fast. III, 199 – 231; Serv. Aen. VIII, 638], la festa sarebbe stata istituita da Romolo [Plut. Rom. XXI, 1] in onore delle donne che erano state rapite e poi si gettarono tra le schiere romane e sabine per porre fine alla guerra tra i due popoli. La loro fusione, in seguito, sarà un evento decisivo per lo sviluppo della comunità romana.

Sempre nei Fasti, un’altra versione, ne fa risalire l’origine alla fondazione del tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino [Ov. Fast. III, 245 – 48; anche Fest. 148; CIL I, 2, 387], avvenuta diversi secoli dopo l’episodio della guerra romano – sabina.

La festa: in questo giorno le matrone romane, coronate di fiori, si recavano in processione [Tib. III, 1, 2 – 4] al tempio di Giunone Lucina per compiere dei sacrifici [Ov. Fast. III, 251 – 258; Hor. Car. III, 8, 1 – 4] e offrire fiori alla Dea. Si consumavano e libavano bevande e cibi dolci per la salus dei mariti [Lyd. Mens. IV, 42]

… recate fiori alla Dea! Questa dea si compiace / di erbe fiorite; incoronate il capo di teneri fiori! / E dite ‘O Lucina, tu ci hai dato la luce!’ / E dite ‘ Tu sei propizia al voto delle partorienti!’ / Se qualcuna è ancor gravida, con la chioma disciolta, / preghi la Dea per un parto senza dolore… [Ov. Fast. III, 253 – 258]

Il tempio fu fondato nel 375 a. c. in un luogo dove probabilmente esisteva già un bosco sacro (lucus) alla Dea Lucina [Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235], la cui venerazione risaliva probabilmente all’origine della città di Roma; il bosco sacro sull’Esquilino e il culto, sono infatti menzionati da Ovidio in relazione all’origine dei Lupercali [Fast. II, 425 – 50]. Lucina presiedeva al parto, al venire alla luce (Lucina, colei che porta alla luce, da lux, lucis), in quanto aspetto di Giunone, il suo tempio fu fondato alle Kalendae, il giorno del mese sacro alla Dea. Nel precedente passo dei Fasti è venerata come Dea della fecondità, che si manifesta al debutto della primavera, ma anche come Dea del parto, a cui si rivolgono le donne incinte per invocarne la protezione. In questo caso le donne compivano le cerimonie in onore di Giunone Lucina con i capelli [Ov. Cit.] e la veste [Serv. Aen. IV, 518] sciolti, poiché i nodi e gl’intrecci in generali erano considerati una forma di incantesimo negativo per le partorienti [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 17, 59].

La Dea era invocata con questa formula

Juno Lucina, fer opem serva me obsecro!… [Ter. Ad. III, 4, 41; An. III, 1, 15]

In questa festa vi sono però elementi che non sono riconducibili al culto di Lucina e che derivano da un nucleo più antico: in questo giorno, infatti, era anche usanza fare doni alle donne, così come durante i Saturnalia era usanza fare doni agli uomini [Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Dig. XXIV, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689 – 90].

Ecco arrivate le Kalendae, festa del Romano Marte / – per i nostri antenati questo era il primo giorno dell’anno – / ovunque per le vie e le case della città / si distribuiscono doni in processioni solenni; / ditemi, o Pieridi, con quale dono devo rendere omaggio / a Neera, che è mia o che, sebbene mi illuda, mi è cara?… [Tib. III, 1, 1 – 6]

…i Saturnali sono passati per intero, eppure non mi hai mandato, Galla, nessun regalino, neanche uno più piccolo del solito. E va bene, passi pure così il mio dicembre; certo sai, almeno credo, che tra poco arriveranno i vostri Saturnali, le Kalendae di marzo: allora ti renderò, Galla, pan per focaccia. [Mart. V, 84, 6 – 12]

Inoltre, così come ai Saturnalia, anche in questo giorno vi era un rovesciamento dei ruoli sociali e le matrone preparavano un banchetto per i loro schiavi e li servivano [Macr. Sat. I, 12, 7; Lyd. Mens. III, 15; IV, 42]. Secondo alcuni autori, forse era anche usanza travestirsi da donna, come in una sorta di Carnevale.

I Matronalia erano prima di tutto la festa delle matronae, delle donne sposate e, in traslato, la celebrazione del matrimonio, come base della struttura sociale romana; istituita per onorare questa istituzione (il rapimento delle Sabine e la loro integrazione nella comunità romana rappresenta una forma arcaica di matrimonio) e per affermare uno dei principi fondanti su cui essa insisteva. Durante le cerimonie di questo giorno esse continuavano ad assolvere il proprio compito di mogli pregando ‘per la salute dei mariti’ [PsAcr. In Hor. Car. III, 8, 1], o ‘in lode degli uomini’ [Aus. Fer. Rom. 7 – 8], così, al debutto dell’anno, nel momento in cui veniva a costituirsi un nuovo ordine cosmico, veniva affermata al centralità dell’istituzione matrimoniale nell’opera di creazione di quel microcosmo che era la città.

 

Junoni Lucinae

Questo tempio fu costruito nel 375 aev [Var. apud Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235] nel bosco (lucus) che era stato consacrato alla Dea fin da epoca molto antica (secondo la tradizione riportata da Varrone, da Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]) [Dion. H. IV 15]. Si trovava sul colle Cispio presso il sesto sacello degli Argei [Var. L. L. V, 50; Ov. Fast. II, 435 – 36; III, 245 – 46], probabilmente a nord-est della Torre Cantarelli, in cui furono rinvenute varie iscrizioni relative al culto [CIL VI, 356 – 361; 3694 – 3695; 30199]. Il bosco si estendeva probabilmente lungo il pendio a sud del tempio e, nel 41 aev, un questore, Q. Pedio, costruì o ristrutturò un muro che li circondava entrambi [CIL VI, 358]. Gli storici riportano che Servius Tullus ordinò di porre i doni per i nuovi nati nel tesoro del tempio [Dion. H. IV, 15], il che indurrebbe a pensare che un qualche luogo di culto esistesse già prima della costruzione dell’edificio sacro. Nel 190 aev fu colpito da un fulmine che danneggiò il timpano e le porte [Liv. XXXVII, 3, 2]. Qui, alle Kal. Mart., giorno della dedica del tempio, si celebrava la festa annuale dei Matronalia [Fest. 147; Ov. Fast. III, 247; Hemer. Praenest. ad Kal. Mart., CIL I2, 310].

Secondo la nota di Verrio Flacco nei Fasti Antiates Majores [ILLRP 9], il tempio fu costruito dalle matrone romane dopo che era stato votato da una donna, figlia o moglie di un certo L. Albinus (forse quel  L. Albinius che le fonti ricordano come colui che portò in salvo le vestali e i sacra di Roma a Caere durante l’assedio gallico nel 390 aev [Plut. Cam. XXII, 4]), affinché la Dea la assistesse nel parto imminente, per questo motivo il tempio, in origine, sarebbe stato sede di un culto esclusivamente matronale e quindi non a carattere pubblico, dal che la ragione per cui i Matronalia non figurano tra le festività riportate nei calendari epigrafici, ma vengono menzionati solo dalle fonti letterarie

 

Kal. Mar. (1) NP

Feriae Martis

For the ancient authors this day was the Dies Natalis of Mars, it would be conceived by Juno, touching certain flowers, whose secret had been revealed by Flora [Ov. Fast. V, 253-56]. According to Johannes Lydus instead Mars would be born from the union of Jupiter, the ether, and Juno, the air and represent the heavenly fire [Lyd. Mens. IV, 33].

This day began the proper calendar period that characterized the stable and cosmic time ruled by Jupiter. His ordering action, aimed at giving shape to the universe, was then renewed through a series of start and renewal rituals: the branches of laurel, that were found in the houses of the chief priests of the city (flamines majores , Pontifex Maximus), in aedes Vestae, in the Regia and Curiae Veteres were replaced with new ones; the sacred fire at Aedes Vestae was turned off to be turned on again using the embers taken from the home fire burning in the temple atrium [Macr. I, 12, 6; Ov. Fast. III, 135 ff.].

Probably it also began the period of the ceremonies officiated by the Salii, according to tradition, in fact, that ancile fell to Earth on kalendae Martii. This brotherhood of priests took part in a sacrifice in the Regia’s sacrarium martis, where it was preserved the hasta martis. This ritual took place in presence of the rex sacrorum, the Pontifex Maximus and a group of virgins, called vergines saliae [Fest. 326], dressed as the male priests. During the sacrifice cakes called molucrum covered of mola salsa, were offered [Fest. 141] and victims whose exta were defined, with an archaic term, prosicium [Varr. L. L. V, 110] were sacrificed. Maybe on this day they went up taking the ancilia and performed the first procession. Given the great importance that covered their rituals, by this time, for 30 days, they could not leave the city [Polyb. XXI, 13, 12; Liv. XXXVII, 33]. In this period, in certain special ceremonies they were making their own dates. It has been suggested that the presence of virgines saliae, dressed identically to the priests, may be part of “reversals” that characterize this day, especially in connection with Matronalia.

According to Johannes Lydus, Mars was honored at the beginning of Martius consuming beans and smearing themselves in the face of a sudden oil from this legume, which looked like blood [Lyd. Mens. IV, 42].

Matronalia

It is an extremely archaic feast on whose substrate, over the centuries, have installed items related to the cult of Juno Lucina, for this reason, among the authors of the imperial age, there is some confusion about its origin, of which we find different versions in Ovid [Ov. Fast. III, 199-258] and its meaning.

According to an aition [Ov. Fast. III, 199-231; Serv. Aen. VIII, 638], the feast would have been set up by Romulus [Plut. Rom. XXI, 1] in honor of women who had been kidnapped and then threw themselves between the Roman legions and Sabine to end the war between the two peoples. Their fusion, later, will be a decisive event for the development of the Roman community.

Still in the Fasti, according to another version, he traces the origin to the foundation of the temple of Juno Lucina on the Esquiline [Ov. Fast. III, 245-48; Also Fest. 148; CIL I, 2, 387], which took place several centuries after the episode of that war.

On this day the Roman matrons, crowned with flowers, went in procession [Tib. III, 1, 2-4] to the temple of Juno Lucina to make sacrifices [Ov. Fast. III, 251-258; Hor. Car. III, 8, 1-4] and offer flowers to the Goddess. They were used to pour libations and to offer sweet foods for their husbands salus [Lyd. Mens. IV, 42]

… Are ever flowers to the Goddess! This goddess Welcomes / of flowering herbs; crowned the head of tender flowers! / And say, ‘O Lucina, you gave us the light!’ / And say, ‘You are propitious to the vote of women in labor!’ / If someone is still fraught with the dissolved hair, / pray to the Goddess for a birth without pain. .. [Ov. Fast. III, 253-258]

The temple was founded in 375. c. in a place where probably there was already a sacred grove (Lucus) to Lucina Goddess [Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235], whose veneration probably dated back to the origin of the city of Rome; the sacred grove on the Esquiline and worship, are in fact mentioned by Ovid in relation to the origin of the Lupercalia [Fast. II, 425-50]. Lucina presided over childbirth, to be born (Lucina, she who brings to light, from lux, lucis), as an aspect of Juno, his temple was founded at Kalendae, the day sacred to the Goddess. According to Ovid She was honored as goddess of fertility, which is manifested at the spring debut, but also as a goddess of childbirth, to which pregnant women are turning to invoke protection. In this case the women were making the ceremonies in honor of Juno Lucina wearing no nodes [Ov. Cit.; Serv. Aen. IV, 518] considered a form of negative spell to pregnant women [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 17, 59].

The Goddess is invoked with this formula

… Juno Lucina, fer opem obsecro serve me! … [Ter. A.D. III, 4, 41; An. III, 1, 15]

In this festival, however, there are items that are not related to the cult of Lucina and which derive from a more ancient nucleus: it was also customary to make gifts to women, as well as during the Saturnalia was customary to give gifts to men [ Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Dig. XXIV, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689-90].

Here came the Kalendae, feast of the Roman Mars / – for our ancestors this was the first day of the year – / everywhere in the streets and houses of the city / will distribute gifts in solemn processions; / Tell me, or Pierides, with what gift I have to pay tribute / a Neera, which is mine, or that although deceived me, is dear to me? … [Tib. III, 1, 1 – 6]

… The Saturnalia are passed in full, but not sent me, Galla, no gift, even a smaller than usual. All right, so did my steps in December; sure you know, I think, that soon will come your Saturnalia, the March Kalendae: then I will make you, Galla, tit for tat. [Mart. V, 84, 6-12]

Moreover, as the Saturnalia, even in this day there was a reversal of social roles and the matrons were used to prepare banquets for their slaves [Macr. Sat. I, 12, 7; Lyd. Mens. III, 15; IV, 42]. According to some authors, it might also be customary disguise himself as a woman, as in a kind of carnival.

The Matronalia were first of all the festival of matronae, married women and, metaphorically, the celebration of marriage as the basis of the Roman social structure; established to honor this institution (the abduction of the Sabine women and their integration in the Roman community is an archaic form of marriage) and to affirm one of the founding principles on which it insisted. During the ceremonies of this day they continued to fulfill their duties as wives praying ‘for the health of husbands’ [PSAcr. In Hor. Car. III, 8, 1], or ‘in praise of men’ [Aus. Fer. Rom. 7-8], as well, the debut of the year, when they came to constitute a new cosmic order, was established at the institution’s central role in the work of double creation of that microcosm that was the city.

Junoni Lucinae

This temple was built in 375 BCE [Var. apud Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235] in the wood (lucus) which had been consecrated to the Goddess since very ancient times (in the tradition reported by Varro, Titus Tayius [Var. L. L. V, 74]) [Dion. H. IV 15]. It was on the Cispius hill near the sixth chapel of Argei [Var. L. L. V, 50; Ov. Fast. II, 435-36; III, 245-46], probably in northeastern Cantarelli Tower, where various inscriptions related to the cult were found [CIL VI, 356-361; 3694 – 3695; 30199]. The forest stretched probably along the south-facing slope of the temple, and in 41 BCE, a quaestor, Q. Pedio, built or rebuilt a wall that surrounded them both [CIL VI, 358]. Historians report that Servius Tullus ordered to put the gifts for the new born into the treasury [Dion. H. IV, 15], which would lead us to think that some place of worship already existed before the construction of the sacred building. In 190 BCE he was struck by lightning that damaged the eardrum and the doors [Liv. XXXVII, 3, 2]. Here, the Kal. Mart., The day of the dedication of the temple, celebrated the annual feast of Matronalia [Fest. 147; Ov. Fast. III, 247; Hemer. Praenest. to Kal. Mart., CIL I2, 310].

According to the note of Verrius Flaccus in Fasti Antiates Majores [ILLRP 9], the temple was built by the Roman matrons after it was voted by a woman, the daughter or wife of a certain L. Albinus (maybe that L. Albinus that the sources point as the one who brought to safety the vestal virgins and sacred Rome in Caere during the gallic siege in 390 BCE [Plut. Cam. XXII, 4]), so that the Goddess assisted her in the upcoming birth, which is why the temple, originally, would be home to a cult exclusively matronly and therefore not public, this is the reason because Matronalia is not present among the festivities in epigraphic calendars, but it is only mentioned from literary sources.

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XV KAL. MAR. (15) NP

LUPERCALIA

Si tratta di una festività estremamente antica, secondo la tradizione fu istituita ancor prima della fondazione di Roma [Plut. Rom. XXI, 4 e segg.; Cic. Cael. 26] da Evandro [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] oppure da Romolo e Remo [Ov. Fast. II, 360 segg; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 e segg; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], ma proprio la sua estrema antichità, rende difficile comprenderne a pieno il significato.

La festa. Una descrizione succinta della festività dei Lupercalia ci è stata trasmessa da diverse fonti. In questo giorno avvenivano delle cerimonie che coinvolgevano il flamen dialis [Ov. Fast. II, 282] e la confraternita dei Luperci: il nome collega questi sacerdoti ai lupi, ma la sua costruzione non è chiara: secondo Varrone [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] lupercus deriverebbe da lupus e parcere, in ricordo della lupa che allattò i gemelli Romolo e Remo; secondo Servius [Serv. Aen. VIII, 343] da lupum arcere e sarebbe legato a Faunus Lupercus, divinità protettrice delle greggi e che difendeva dai lupi. Secondo la moderna etimologia deriverebbe da lupus, lup-ercus secondo la schema di quella di noverca (nova-erca) da novus. Molte altre etimologie sono state proposte.

I Luperci si radunavano sotto il Palatino, nel luogo chiamato Lupercal: lì vi era una grotta, circondata da un bosco sacro, in cui era venerato, fin da tempi molto antichi, il Dio Faunus [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII,1; Dion. H. I, 32,3]; si tramanda infatti che il suo culto sarebbe stato portato dall’Arcadia da Evandro [Ov. Fast. II, 279 – 81] ed istituito sul modello di quello di Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. Questo, secondo la tradizione, era anche il punto dove la corrente del Tevere lasciò i gemelli Romolo e Remo sotto il ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] e dove furono allattati da una lupa [Serv. Aen. VIII, 343].

Il rituale che qui avveniva è descritto brevemente da Plutarco [Rom. XXI, 6 e segg.; Q. R. 68]: si compiva il sacrificio di alcune capre a Faunus e con le loro pelli i Luperci si coprivano succintamente e ricavavano delle fruste. Durante questo rituale due giovani venivano toccati sulla fronte con una spada insanguinata e poi erano detersi con un panno di lana imbevuto di latte; a questo punto dovevano ridere. Sembra anche che venisse sacrificato un cane [Plut. Q. R. 68].

Dopo i sacrifici, la confraternita si divideva in due gruppi [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: i Luperci Fabiani e i Luperci Quinctiliani (o Quinctiles) [Ov. Fast. 375 – 78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles in CIL 1933, VI] che correvano, attorno alle pendici del monte Palatino, seminudi [Ov. Fast. II, 267] (coperti solo dalle pelli di capra come Faunus rappresentato in una statua nel Lupercal [Just. XLIII, 1]), unti di olio, portando delle corone di fiori e indossando maschere, o con la faccia coperta di fango [Lact. Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicerone descrivendo Antonio che partecipava alla corsa, lo definisce anche ‘ebro’ [Cic. Phil. III, 12]. Non è chiaro quale fosse il loro percorso preciso, da un accenno di Agostino [August. C. D. XVIII, 12] si può ipotizzare che dal Foro corressero fino alla parte alta della Sacra Via e che da qui poi tornassero indietro. Alcuni autori moderni hanno anche ipotizzato che i due gruppi in cui erano divisi (vedi oltre) corressero in direzioni opposte. Varrone [Var. L. L. VI, 34] invece, a proposito dei Lupercalia, usa il termine lustratio, il che farebbe pensare che i sacerdoti percorressero in senso antiorario il perimetro del nucleo antico del Palatino, forse seguendo il percorso delle sue mura [Calendario di Polem. Sil. CIL I, 269]. Anche Censorino parla di una lustratio ed aggiunge che in questo rituale veniva portato del sale caldo che era chiamato februm [Cens. D. N. XXII, 15]. È possibile che le due versioni non si escludano a vicenda, infatti, benché non abbiamo informazioni sull’ordinamento della confraternita, è possibile che i Luperci fossero suddivisi in giovani e anziani (juniores e seniores): mentre i primi compivano la corsa rituale [Prud. Contra Sym. II, 862 – 863; Suet. Aug. XXXI], i secondi, nello stesso momento, o in una fase differente della cerimonia, potevano compire la lustratio del Palatino

Durante la corsa i Luperci colpivano con le fruste di pelle di capra, chiamate ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], tutti coloro che incontravano [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII] o forse solo le giovani donne [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. Peri. X, 161 – 165], o in particolare le donne; questo gesto propiziava la fertilità [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

Durante questa festività, è possibile che avvenissero anche rituali legati alla funzione regale (al rinnovamento del potere del rex?) come farebbe intuire l’episodio, narrato da Plutarco e Cicerone [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33 – 34], in cui Antonio, allora console e luperco, si staccò dal gruppo dei corridori per consegnare una corona a Cesare che assisteva dai rostri vestito di porpora. Questo atto fu chiaramente interpretato da tutto il popolo come un’investitura regale, che Cesare però rifiutò; la scelta del giorno dei Lupercalia per questa prova non doveva essere stata casuale.

Gli aitia: le fonti riportano diversi episodi legati alla vicenda di Romolo e Remo, che potrebbero essere all’origine della festa. Secondo Dionigi di Alicarnasso, che cita lo storico Elio Tuberone [Dion. H. I, 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romolo e Remo, con i loro uomini, mentre già celebravano i Lupercalia, corsero assieme, ma Remo e i suoi sopravanzarono Romolo e giunsero per primi; tuttavia al loro arrivo, questi furono attaccati da briganti che catturarono Remo, che fu poi liberato da Romolo. Poiché i briganti portarono remo da Numitore, quando Romolo vi si recò per riavere il fratello, i due gemelli furono riconosciuti dal re di Alba. Valerio Massimo riporta una variante di questo episodio [Val. Max. II, 2, 9] in cui, invece della corsa, avviene un combattimento ritualizzato.

Ovidio riporta altre due versioni. Nella prima [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romolo e Remo, assieme ai loro uomini fecero un sacrificio a Faunus, ma, prima che fossero consumati gli exta, fu annunciato che dei briganti avevano rubato le loro greggi. Romolo coi suoi e Remo coi Fabii, deposte le toghe, corsero in direzioni opposte, all’inseguimento. Remo recuperò la preda e tornò per primo al banchetto sacrificale, così consumò tutti gli exta. Romolo, che arrivò per secondo, fu così escluso dal banchetto sacrificale. Questa vicenda ricorda l’aition della Lex Sacra dell’Ara Maxima che prevedeva che, al banchetto sacrificale che vi si svolgeva in onore di Ercole, potesse partecipare solo la gens dei Potitii, mentre quella dei Pinarii ne era esclusa, benché entrambe le famiglie fossero incaricate dei sacra. L’esclusione sarebbe derivata dal fatto che i Pinarii arrivarono in ritardo alla fondazione del rito, quando già gli exta erano già stati consumati [Dion. H. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269 – 71].

Tale episodio ha un parallelo nel mito descritto da Servius [Serv. Aen. XI, 785], relativamente alla nascita della confraternita degli hirpi sorani. Anche in questo caso, durante un sacrificio (a Dite, anziché Faunus), gli exta vennero rubati, non però da briganti, ma da lupi, animali comunque considerati predoni e immagine dei briganti che vivevano nelle zone selvagge fuori delle città (il parallelo tra lupo e brigante era ben noto nell’antichità e ricordato anche alla fine dell’episodio). Alla fine, per scongiurare un’epidemia scoppiata in seguito all’avvenimento, un gruppo di pastori deve divenire “simile a lupi”, vivendo di rapine, nelle foreste del monte Soratte. È significativo ricordare che la divinità etrusca identificata con Dispater, che probabilmente era venerata sul monte Soratte, era Aita, Dio Infero, che vestiva una pelle di lupo e quindi aveva un’iconografia simile a quella più arcaica di Faunus.

Nella seconda versione [Ov. Fast. II, 425 – 50] si racconta che le sabine rapite dai Romani (ai Consualia) erano diventate sterili, allora il popolo si recò a pregare Giunone in un bosco sacro sull’Esquilino. La Dea annunciò che, per metter fine alla sterilità, le donne avrebbero dovuto essere penetrate da un sacro caprone. Un aruspice interpretò questo segno ed ordinò che si sacrificassero dei capri e che le donne fossero percosse con le loro pelli.

lastra marmorea dal Palatino Casa di Livia - Luperci collezione Jandolo

 

XV KAL. Mar. (15) NP

Lupercalia

It is an extremely ancient feast: according to traditions it was established even before the foundation of Rome [Plut. Rom. XXI, 4 et seq .; Cic. Cael. 26] by Evander [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] or by Romulus and Remus [Ov. Fast. II, 360 ff; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 et seq; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], but its extreme antiquity, makes it difficult to fully understand the meaning.

A succinct description of the Lupercalia festival has been transmitted from different sources. On this day ceremonies involving the flamen Dialis [Ov. Fast. II, 282] and the Luperci brotherhood took place: their name connects these priests to the wolves, but its construction is not clear: according to Varro [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] Lupercus would result from lupus and parcere, in memory of the she-wolf suckled the twins Romulus and Remus; according Servius [Serv. Aen. VIII, 343] from lupum arcere and would be linked to Faunus Lupercus, patron deity of flocks and defending from wolves. According to modern etymology it derives from lupus: lup-ercus according to the pattern of that of stepmother, nova-erca, from novus. Many other etymologies have been proposed.

The Luperci gathered under the Palatine Hill, the place called Lupercal where there was a cave, surrounded by a sacred wood, in which the God Faunus was revered since very ancient times [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32.3]; it is said that His cult was brought from Arcadia by Evander [Ov. Fast. II, 279 – 81] following that of Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. According to tradition, it was also the point where the Tiber current left the twins Romulus and Remus under the ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] and where they were suckled by a she-wolf [Serv. Aen. VIII, 343].

The ritual that occurred here is briefly described by Plutarch [Rom. XXI, 6 et seq ; Q. R. 68]: the Luperci scarified few goats to Faunus and they covered succinctly and derived whips with their skins. During this ritual two young men were been touched on the forehead with a bloody sword and then were cleaned with a woolen cloth soaked in milk; at this point they had to laugh. It seems to have been sacrificed a dog [Plut. Q. R. 68].

After the sacrifices, the brotherhood was divided into two groups [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: the Luperci Fabiani and the Luperci Quinctiliani (or Quinctiles) [Ov. Fast. 375-78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles CIL in 1933, VI] running around the slopes of Mount Palatine, half-naked [Ov. Fast. II, 267] (covered only by goatskins as Faunus represented in a statue in Lupercal [Just. XLIII, 1]), anointed with oil, bringing the wreaths and wearing masks, or with the face covered in mud [Lact . Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicero describing Antonio who participated in the race, defines him ‘intoxicated’ [Cic. Phil. III, 12]. It is not clear their precise route, by a hint of Augustine [August. C. D. XVIII, 12] it can be assumed that they ran until the top of the Sacred Way, and from here returned back. Some modern authors have also speculated that the two groups were running in opposite directions. Varro [Var. L. L. VI, 34] however uses, about the Lupercalia, the term lustratio, which suggests that the priests scour counterclockwise the perimeter of the ancient Palatine nucleus, perhaps following the path of its walls [of Polem Calendar. Sil. CIL I, 269]. Censorinus also speaks of a lustratio and adds that in this ritual was brought hot salt which was called februm [Cens. D. N. XXII, 15]. It is possible that the two versions are not mutually exclusive, in fact, although we have no information on the organization of the brotherhood, it is possible that the Luperci were divided into young and old (juniors and seniors): while the former were making the ritual race [Prud . Contra Sym. II, 862-863; Suet. Aug. XXXI], the latter, at the same time, or in a different phase of the ceremony, could accomplish the lustratio the Palatine

During the race the Luperci struck with goatskin whips, calls ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], all those who met [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII], or maybe just young women [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. For the. X, 161-165]; this gesture propitiated fertility [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

During this festival, it is possible to come to pass even rituals related to the royal office (the renewal of power rex?) As you would guess the episode, narrated by Plutarch and Cicero [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33-34], in which Antonio then console and Lupercus, broke away from the group of runners to deliver a crown to Caesar who attended the rostrum dressed in purple. This act was clearly understood by all the people as a royal investiture, but Caesar refused, however; the choice of Lupercalia day for this test should not have been accidental.

The aitia: sources reported several incidents of the story of Romulus and Remus, which could be at the origin of the feast. According to Dionysius of Halicarnassus, who quotes the historian Elio Tubero [Dion. H., 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romulus and Remus, with their men, and already celebrating the Lupercalia, ran together, Remus came first, but when he and his companions arrived, they were attacked by bandits who captured Remus. The robbers took him to Numitore, when Romulus went there to regain his brother, the twins were recognized by the King of Alba. Valerio Massimo shows a variant of this episode [Val. Max. II, 2, 9] in which, instead of the race, a ritualized combat took place.

Ovid shows two other versions. In the first [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romulus, Remus and their men made a sacrifice to Faunus, but before they completed it, it was announced that the robbers had stolen their flocks. Romulus and Remus each of them with his men, laid the robes, they ran in opposite directions, in pursuit. Remus recovered his prey and went first to the sacrificial banquet, so consumed the exta. Romulus, who came second, was excluded from the sacrificial banquet. This story reminds of the Ara Maxima Lex Sacra, which provided that, at the sacrificial feast that took place there in honor of Hercules, could only participate in the gens of Potitii, while that of Pinarii was excluded, although both families were entrusted with the sacred. The exclusion would be derived from the fact that the Pinarii arrived late to the foundation of the rite, when already the exta had already been consumed [Dion. H., 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-71].

This episode has a parallel in the myth described by Servius [Serv. Aen. XI, 785] in relation to the birth of the brotherhood of Hirpi Sorani. Again, during a sacrifice (to say, instead of Faunus), the exta were stolen, but not from robbers, but from wolves, animals considered still image marauders and robbers who lived in the wild outside of the cities (the parallel between wolf and robber was well known in antiquity and also recalled the end of the episode). In the end, to avert an epidemic struck following the event, a group of pastors must become “like wolves”, living from robbery, in the forests of Mount Soratte. It is significant to remember that the Etruscan deity identified with Dispater, which probably was worshiped on Mount Soratte, was Aita, God of the Underworld, Who wore a wolf’s skin and therefore had an iconography similar to that of most archaic Faunus.

In the second version [Ov. Fast. II, 425 – 50] it is said that the Sabine abducted by the Romans (to Consualia) had become sterile, then the people went to pray Juno in a sacred grove on the Esquiline. The Goddess announced that, to put an end to infertility, women would have to be penetrated by a sacred goat. A soothsayer interpreted this sign and ordered that he sacrificed goats and that women were beaten with their skins.

KAL. FEB. (1) N

Sacra Helerni

Secondo Ovidio [Ov. Fast. II, 67] in questo giorno i pontefici celebravano il Dio Helernus nel suo bosco sacro (lucus) nei pressi della foce del Tevere [Ov. Fast. VI, 105 – 107]. Questa divinità viene ancora menzionata alle Kal. Jun. a proposito di Carna, che sarebbe stata generata nel Suo bosco sacro. Quindi Helernus sarebbe in qualche modo il padre o Colui che genera Carna, onorata alle Kal. Jun., e queste sono le uniche informazioni che abbiamo su questo Dio.

Per comprendere la natura della relazione tra Helernus e Carna[1], dobbiamo riferirci al cibo consacrato a quest’ultima, le fave. Sappiamo infatti, dagli agronomi romani, che questa pianta era seminata due volte l’anno: in autunno, da ottobre a dicembre, così da avere un ciclo vegetativo “lungo” (matura, serotica) che comportava la raccolta a fine giugno [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; all’inizio di Februarius, in periodo di luna crescente, con un ciclo “breve”, di soli tre mesi (trimestralis), che permetteva la raccolta alla fine di Majus, in luna calante [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. Le feste delle due divinità sono quindi correlate con le fasi del ciclo della faba trimestralis (la cui qualità e produttività era considerata inferiore a quella della fava matura): Helernus ne tutelava il ciclo vegetativo ed era venerato prima della semina, affinché le piante crescessero rigogliose e dessero frutti abbondanti; Carna, presiedeva al suo uso alimentare, per cui, dopo la raccolta, le era offerta sotto forma di purea (vedi Kal. Jun.), cioè di frutto lavorato. Questa associazione è confermata, secondo Dumézil, dalla derivazione del nome Helernus da holus, legumi verdi, fave, di cui è attestata anche la forma arcaica helus [Fest. 100]; a sua volta il termine romano deriverebbe da una radice indoeuropea che indicava in generale le piante verdi.

La fava era spesso associata ai morti e ai fantasmi[2], che si pensava se ne cibassero e compare in alcuni rituali dedicati a divinità infere (Tacita Muta, Lemuria), per cui è possibile che anche Helernus avesse questo carattere. In Festo, alla voce furvum, troviamo citato il sacrificio di un bue nero ad Aternus [Fest 93], è possibile che il nome della divinità sia un errore dei manoscritti e che il passo si riferisca a Helenus; in questo caso avremmo la conferma che si tratta di questa ipotesi.

 

Sempre Ovidio [Ov. Fast. II, 69 – 70], in questo giorno, menziona sacrifici di un ovino di due anni a Giove (nel tempio dedicato a Juppiter Tonans da Augusto e sulla cima dell’Arx) e nell’aedes Vestae.

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

Il tempio si trovava nel Foro Olitorio e fu votato nel 197 aev dal console C. Cornelius Cethegus durante la guerra contro gl’Insubri [Liv. XXXII, 30, 10] e dedicato nel 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] alle Kal. Feb. [ILLRP 9], tuttavia, sulla divinità tutelare, non vi è accordo tra gli studiosi: Livio, infatti riporta che Cethegus dedicò il tempio a Juno Matuta, mentre Ovidio situa il tempio di Juno Sospita sul Palatino [Ov. Fast. II, 55], il che sarebbe stato impossibile trattandosi di una divinità non romana, bensì introdotta da Lanuvio. È quindi probabile che entrambi gli autori abbiano commesso un errore e che il tempio edificato da Cethego nel Foro Olitorio fosse quello di Juno Sospita. Cicerone afferma che L. Julius, console nel 90 aev restaurò il tempio in seguito ad un sogno di Cecilia, figlia di Q. Cecilius Metellus Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. É generalmente identificato col più piccolo tra i tre templi (gli altri due dedicati a Spes e Janus) che si trovano affiancati sotto l’odierna chiesa di S. Nicola in Carcere: si tratta di una struttura di ordine dorico, esastilo, anfiprostilo e peripterale in travertino; cinque delle sue colonne sono incluse nel muro sud dell’edificio cristiano.

 

KAL. February (1) N

sacra Helerni

According to Ovid [Ov. Fast. II, 67] in this day the pontefices celebrated the God Helernus in His sacred grove (Lucus) near the mouth of the Tiber [Ov. Fast. VI, 105-107]. This deity is still mentioned at Kal. Jun. about Carna, which would have been generated in His sacred grove. So Helernus would be somehow the father or one who generates Carna.

To understand the nature of the relationship between Helernus and Carna, we must refer to their consecrated food, the broad beans. We know, by the Roman agronomists, that this plant was sown twice a year: in the autumn, from October to December, so to have a vegetative cycle “long” and collection in late June [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; but also in earlier Februarius, with a “short” cycle, lasting only three months (trimestralis), that allowed the collection at the end of Majus [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. The parties of the two deities are then correlated with the stages of the faba trimestralis cycle (whose quality and productivity was considered inferior to that of the mature bean): Helernus protected the vegetative cycle and was worshiped before planting, so that plants grow luxuriant and they gave abundant fruit; Carna, presided at his food use, so, after the harvest, beans were offered in the form of puree, that is, processed fruit.

This association is confirmed, according to Dumezil, the derivation of the name from Helernus Holus, green leafy vegetables, beans, which is also attested to the archaic form Helus [Fest. 100]; in turn the Roman term derives from a root that indicated in general caucasian green plants.

Always Ovid [Ov. Fast. II, 69-70], in this day mentions sacrifice of a sheep than two years to Jupiter (the temple dedicated to Jupiter Tonans by Augustus and on top dell’Arx) and nell’aedes Vestae.

 

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

The temple was located in the Forum Olitorius, it was voted in 197 BCE by the consul C. Cornelius Cethegus during the war against Insubrians [Liv. XXXII, 30, 10] and dedicated in 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] at Kal. Feb. [ILLRP 9] However, about the tutelary deity, there is no agreement among scholars: Livius, in fact reports that Cethegus dedicated the temple to Juno Matuta, while Ovid situates the temple of Juno Sospita on the Palatine [Ov. Fast. II, 55], which would have been impossible since it is a non-Roman deities, but introduced from Lanuvius. It is therefore likely that both authors have made a mistake and that the temple built by Cethegus was to Juno Sospita. Cicero says that Julius L., consul in 90 BCE restored the temple following a dream of Cecilia, daughter of Q. Metellus Cecilius Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. It is generally identified with the smallest of the three temples (the other two dedicated to Spes and Janus) located side by side under the today’s church of St. Nicholas in Prison: it is a command structure Doric hexastyle, amphiprostyl and peripteral travertine; five of its columns are included in the south wall of the Christian building.

[1] G. Dumézil –  Fêtes romaines d’été et d’automne (1975), pp. 225 segg.

[2] L. Pedroni – I Fabi, Remo e le fave: assonanze e suggestioni in Faventia 32 – 33, 2010 – 2011 pgg 59 – 72