III EID. DEC. (11) NP

Agonium Indigetis.

Giovanni Lido ascrive questa festa a Sol Indiges [Lyd. Mens. IV, 155; Fest. 340]

Septimontium

In questo giorno si svolgeva la festività chiamata Septimontium: si trattava di una celebrazione che riguardava i montes primitivi su cui sorsero i primi insediamenti che avrebbero poi dato   origine alla città di Roma [Var. L. L. V, 41; VI, 24; Plut. Q. R. 69]: Palatino, Velia, Fagutal, Suburra, Cermalus, Oppio, Cispio [Fest. 348]. Non sappiamo esattamente di cosa si trattasse, ma è probabile che si svolgessero sacrifici in luoghi definiti dei montes, forse uniti da una processione [Fest. 340]; tuttavia un frammento di Antistio Labeone citato da Festo [Ant. Lab. Fr 14 H apud Fest. 348] indica solo per Palatino e Velia dei sacrifici: sul Palatino veniva onorata Palatua, Dea eponima del monte, a cui veniva offerto un sacrificio chiamato palatuar, probabilmente dal flamen palatualis [Var. L. L. VII, 3]; la divinità onorata sulla Velia è purtroppo sconosciuta. Da questo è stato ipotizzato che solo su questi montes si svolgessero dei riti sacrificali, forse per una loro particolare rilevanza sacrale, oppure perchè sede degli insediamenti più antichi. Sappiamo però dell’esistenza di magistri e flamines dei montani anche sul monte Oppio [ILLRP 648], il che indurrebbe a pensare che vi si svolgessero delle cerimonie sacrificali rivolte alla divinità tutelare del mons, officiate dal suo flamen in modo analogo a quanto accadeva su Palatino e Velia. Tale scoperta ha quindi portato a ritenere che su tutti i montes, interessati dal rito, si svolgessero sacrifici analoghi.

Non si trattava di una celebrazione compiuta dall’intera cittadinanza (pro populo), ma solo dagli abitanti dei montes (pro montanis) [Var. L. L. VI, 24] per cui non appare nei calendari epigrafici fino ad epoca tarda. La festa esisteva ancora in età imperiale [Tert. Idol. X; CIL I2, 336] e sappiamo che Domiziano la celebrò con un epulum a cui parteciparono senatori, cavalieri e plebe [Suet. Domit. IV]. L’unica informazione che abbiamo sulle celebrazioni è che non era consentito che vi partecipassero veicoli aggiogati [Plut. Q. R. 69].

 

Agonium Indigetis

Johannes Lydus wrote that this festival was dedicated to Sol Indiges [Lyd. Mens. IV, 155; Fest. 340]

Septimontium

On this day the feast called Septimontium took place: it was a celebration that involved the Montes primitive on which the first settlements of the Rome area were built [Var. L. L. V, 41; VI, 24; Plut. QR 69]: Palatine, Velia, Fagutal, Suburra, Cermalus, Oppius, Cispius [Fest. 348]. We do not know exactly what it was, but it is likely that sacrifices were held in defined places of Montes, perhaps joined by a procession [Fest. 340]; However, a fragment of Antistius Labeone quoted by Festus [Ant. Lab. Fr 14 H apud Fest. 348] indicates only the sacrifices on Palatine and Velia: during the first, called palatuar, Palatua, eponymous goddess of the mountain was honored (probably by the flamen palatualis [Var. L. L. VII, 3]); the deity honored on Velia is unfortunately unknown. From this it was assumed that only on these montes were held sacrificial rites, perhaps because of their particular relevance, or because the seat of the oldest settlements. But we know of the existence of the mountain flamines and magistri and also on Mount Oppius [ILLRP 648], which would lead us to think that there also the sacrificial ceremonies aimed at the tutelary deity were held, officiated by his own flamen, as on Palatine and Velia. It was not a celebration performed by the entire citizenship (pro populo), but only by the inhabitants of Montes (pro montanis) [Var. LL VI, 24] that does not appear in the epigraphic calendars until quite late. The festival still existed in imperial era [Tert. Idol. X; CIL I2, 336] and we know that Domitian celebrated it with a Epulum attended by senators, knights and plebeians [Suet. Domit. IV]. The only information we have on the celebrations is that yoked vehicles were not permitted [Plut. Q. R. 69].

 

Picture

Vespasian, 69 – 79. Sestertius, 71, Æ 28.39 g. IMP CAESAR VESPASIANVS AVG PM TR P COS III Laureate head r., with aegis Rev. S – C Roma seated r. on the seven hills propping head on r. hand and holding sceptre in l.; to l., wolf and twins; to r., river Tiber. C 404. BMC 774 (these dies). RIC 108 (these dies). CBN 523.

VI EID. DEC. (8) C

Tiberino in Insula

Il tempio di Tiberinus, si trovava sull’Isola al centro del fiume Tevere. La data della dedica era l’8° Dec. [Fast. Amit. ad vi Id. Dec., CIL I2, 245; 336; Fast. Ant. NS 1921, 118]. Non se ne conoscono nè l’esatta localizzazione, nè la storia.

Gajae, Tiberino

Tiberino, Gajae. Tiberinus era un’antica divinità latina [Var. L. L. V, 29], come si può dedurre dall’epiteto Pater [Verg. Georg. IV, 369; Verg. Aen. VIII, 72; Cic. Nat. Deor. III, 20, 52] che gli era attribuito e che condivideva con le più antiche divinità venerate dai Romani

… Tiberine pater te sancte precor… [Liv. II, 10, 11]

Il Suo numen dimorava nelle acque del fiume Tevere, quindi era considerato sia Dio, che Genius Loci [Verg. Aen. VIII, 31; Serv. ad loc.; Var. L. L. V, 71].

La tradizione ne faceva un figlio di Janus e Camensis [Serv. Aen. VIII, 330], mentre la maggior parte degli storici romani riteneva che il nome del fiume derivasse da quello di un antico re di Alba, Tiberinus, figlio di Capis, che morì combattendo vicino alle sue sponde [Liv. I, 3, 9; App. Reg. Fr. I, 2; B. C. Rom. E Rem. Fr. I, 2; Dion. H. I, 71; Ps. Aur. Vict. Orig. Gent. Rom. XVIII; Ov. Fast. II, 389; Met. XIV, 616; Serv. VIII, 330; Diod. Sic. VII, Fr. 5 apud Euseb. Chron; Var. L. L. V, 30]; in base a questa leggenda il fiume precedentemente era chiamato Albula [Liv. I, 3, 6; 9; Ov. Fast. IV, 68; Met. XIV, 332; Plin. Nat. Hist. III, 9, 53; Verg. Aen. VIII, 332; Var. L. L. V, 30] per via del colore delle sue acque fangose [Serv. Aen. VIII, 332]. Si conosce però, ancora in epoca imperiale, un altro corso d’acqua chiamato Albula, che scorreva vicino a Tivoli [Vitr. VIII, 3, 2; Mart. I, 13, 2; Stat. Silv. I, 3, 75; Suet. Aug. LXXX; Nero XXXI]. È quindi possibile che l’assegnazione al Tevere di questo antico nome sia un errore necessario alla coerenza della leggenda di Tiberinus, ipotesi confermata da Servius che rileva l’incoerenza della versione riportata da Livio, affermando che il fiume era chiamato Tiber già prima della fondazione di Alba [Serv. Aen. VIII, 330].

Altre versioni ne facevano invece un re etrusco [Serv. Aen. VIII, 330] o aborigeno [Serv. Aen. VIII, 72]; oppure facevano risalire il nome del fiume a un certo Thebris [Serv. Aen. VIII, 330; Var. L. L. V, 29] o ai Siculi [Serv. Aen. III, 500; VIII, 330].

Tiberinus era nominato nei libri degli auguri come ‘serpente’ (colubrum), per via della sinuosità del suo corso [Serv. Aen. VIII, 95] ed era invocato spesso dai pontefici che avevano un legame speciale con questa divinità, poichè avevano presieduto alla costruzione del primo ponte sul fiume Tevere (Sublicius) e compivano di frequente cerimonie sulle sue sponde [Var. L. L. V, 83], probabilmente per salvaguardare gli argini, in quanto sappiamo che Tiberinus era indigitato come Serra (sega), per via della continua opera di erosione delle rive [Serv. Aen. VIII, 63].

In tempi di siccità era invocato il Suo aiuto affinchè accrescesse le acque del fiume

… adesto, Tiberine, cum tuis undis… [Serv. Aen. VIII, 72]

Formula echeggiata da Ennio e Virgilio

… Teque, pater Tiberine, tuo cum flumine sancto… [Enn. Ann. Fr. 30 V apud Macr. Sat. VI, 1, 12]

Il culto di Tiberinus sarebbe stato instaurato da Romolo [August. IV, 23; Sen. Dial. de sup., Fr. 31 – 43 apud August. VI, 10] ed era forse celebrato nello stesso giorno in cui fu dedicato il tempio. È possibile che Virgilio, nell’Eneide [Verg. Aen. VIII, 71 – 78], richiami la cerimonia che si svolgeva

… [Enea] si alza e, nell’etere osservando verso oriente i sorgenti bagliori del sole, secondo il rito, l’onda del fiume nelle cavità delle palme solleva e queste parole disperde nell’etere

Ninfe, laurenti ninfe, da cui la famiglia dei fiumi deriva, e tu, Tevere genitore, con la tua santa corrente, accogliete Enea e infine allontanate i pericoli. Dovunque sia del lago che ti tiene, pietoso quale sei dei nostri disagi, la fonte, dovunque dal suolo bellissimo sgorghi, sempre nei miei omaggi, sempre sarai celebrato coi miei doni, o irto di corna, fiume sovrano delle acque esperidi: soltanto, assistimi e più vicina conferma la tua divinità…

Nei Fasti Anziati Maggiori in questo giorno Tiberino era venerato assieme ad una divinità femminile, probabilmente invocata con lui durante le preghiere, Gaja [Fast. Ant. NS 1921, 118]. Dalla storia romana conosciamo una vestale Gaja Teracia che donò al popolo romano il Campo Tiberino (identificato col Campo Martio o almeno con una sua parte) [Gel. VII, 7, 4; Plut. Popl. VIII; Q. R. 30; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 11, 25] e Gaja Caecilia, nome che fu dato a Tanaquil, moglie di Tarquinio Prisco [Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194; Fest. 95]. Entrambi questi personaggi potrebbero essere la trasfigurazione storica dell’antica divinità paredra di Tiberinus.

 

Tiberinus in Insula

The temple Tiberinus, is located on the island in the middle of the river Tiber. The date of the dedication was the 8th Dec. [Fast. Amit. to there Id. Dec., CIL I2, 245; 336; Fast. Ant. NS 1921, 118]. We don’t know neither the location nor the story.

Gajae, Tiberino

Tiber, Gajae. Tiberinus was an ancient Latin divinity [Var. LL V, 29], as can be inferred by the epithet Pater [Verg. Georg. IV, 369; Verg. Aen. VIII, 72; CIC. Nat. Deor. III, 20, 52] that He shared with the oldest deity worshiped by the Romans

… Tiberine pater you sancte precor … [Liv. II, 10, 11]

His numen dwelt in the waters of the Tiber River, so He was considered both God and Genius Loci [Verg. Aen. VIII, 31; Serv. Ad loc .; Var. L. L. V, 71].

We know different traditions about Him: in one case He was a son of Janus and Camensis [Serv. Aen. VIII, 330], but most Roman historians believed that the river’s name was derived from that of an ancient king of Alba, Tiberinus, Capis son, who died fighting near its shores [Liv. I, 3, 9; App. Reg. Fr., I, 2; B. C. Roma. And Rem. Br, I, 2; Dion. H. I, 71; Ps. Aur. Vict. Orig. Gent. Rom. XVIII; Ov. Fast. II, 389; Met. XIV, 616; Serv. VIII, 330; Diod. Sic. VII, Fr. 5 apud Euseb. Chron; Var. L. L. V, 30]; according to this legend, the river was formerly called Albula [Liv. I, 3, 6; 9; Ov. Fast. IV, 68; Met. XIV, 332; Plin. Nat. Hist. III, 9, 53; Verg. Aen. VIII, 332; Var. LL V, 30] because of the color of its waters muddy [Serv. Aen. VIII, 332]. But, even in imperial times, another river, which flowed near Tivoli, was called Albula [Vitr. VIII, 3, 2; Mart. I, 13, 2; Stat. Silv. I, 3, 75; Suet. Aug. LXXX; Black XXXI]. It is therefore possible that the allocation to the Tiber of this ancient name is a mistake to keep the consistency of the legend of Tiberinus, hypothesis confirmed by Servius that shows the inconsistency of Livy version, stating that the river was called Tiber before the foundation Alba [Serv. Aen. VIII, 330].

Other versions: He was an Etruscan king [Serv. Aen. VIII, 330] or an Aboriginal [Serv. Aen. VIII, 72]; or the name comes from a Thebris [Serv. Aen. VIII, 330; Var. L. L. V, 29] or from the Siculi [Serv. Aen. III, 500; VIII, 330].

In the books of the augurs Tiberinus was named as ‘snake’ (colubrum), due to the meandering of his course [Serv. Aen. VIII, 95] and was often invoked by the pontefices who had a special connection with this deity, as they had presided over the construction of the first bridge (Sublicius) and performed frequently ceremonies on its banks [Var. LL V, 83] (probably to protect the banks, because we know that Tiberinus indigitamenta was Serra (saw), because of the continuing work of the erosion of the banks [Serv. Aen. VIII, 63]).

In times of drought he had invoked his help for increasing river waters

… Adesto, Tiberine, cum tuis undis … [Serv. Aen. VIII, 72]

Formula echoed by Ennio and Virgil

… Teque, pater Tiberine, your cum flumine sancto … [Enn. Ann. Fr. 30 V apud MACR. Sat. VI, 1, 12]

The cult of Tiberinus was established by Romulus [August. IV, 23; Sen. Dial. de sup., Br 31-43 apud August. VI, 10] and probably it was celebrated on the same day the Temple was dedicated. It is possible that Virgil, Aeneid [Verg. Aen. VIII, 71-78], recalls the ceremony that took place

… [Aeneas] He rose, and looking up, beheld the skies

With purple blushing, and the day arise.

Then water in his hollow palm he took

From Tiber’s flood, and thus the pow’rs bespoke:

“Laurentian nymphs, by whom the streams are fed,

And Father Tiber, in thy sacred bed

Receive Aeneas, and from danger keep.

Whatever fount, whatever holy deep,

Conceals thy wat’ry stores; where’er they rise,

And, bubbling from below, salute the skies;

Thou, king of horned floods, whose plenteous urn

Suffices fatness to the fruitful corn,

For this thy kind compassion of our woes,

Shalt share my morning song and ev’ning vows.

But, O be present to thy people’s aid,

And firm the gracious promise thou hast made!”

Thus having said, two galleys from his stores,

With care he chooses, mans, and fits with oars. …

Following the Antiates Majores Fati on this day Tiber was worshiped together with a female deity, possibly called with Him during prayers, Gaja [Fast. Ant. NS 1921, 118]. From the historians we know a Roman vestal Gaja Teracia who donated to the Roman people the Tiber Field (identified with Campo Marzio or at least part of it) [Gel. VII, 7, 4; Plut. Popl. VIII; Q. R. 30; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 11, 25] and Gaja Caecilia, name that was given to Tanaquil, wife of the elder Tarquin [Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194; Fest. 95]. Both of these characters could be the transfiguration of historical ancient deities paredra Tiberinus.

 

Picture

Antoninus Pius (138-161), Sestertius, Rome, AD 140-144, AE (g 24,56″; mm 34; h 1), ANTONINVS AVG – PIVS P P TR P COS III, laureate head r., Rv. TIBERIS, Tiber reclining l., leaning on rocks; holding reed and resting hand on boat; below, S C. RIC 643; C 820.

NON. DEC. (5) F

Faunalia Rustica

Questa festa ci è nota solo da un’ode di Orazio e dagli scholii ad essa relativi [Hor. Car. III, 18]. Si trattava di feriae che si svolgevano nelle campagne [Ps. Acr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 11]: in questo giorno i contadini non lavoravano e celebravano le cerimonie in onore di Faunus [Porphyr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 15]. Si svolgevano sacrifici di agnelli [Porphyr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 10] e libagioni di vino, accompagnate da allegria e danze [Porphyr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 15]. Poichè si trattava di una festività dei pagi, non è registrata nei calendari epigrafici

 

Faunalia Rustica

This festival is known only from an ode by Horace and by the scholii relating to it [Hor. Car. III, 18]. It took place in the countryside [Ps. Acr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 11]: on this day the peasants didn’t work and celebrated the ceremonies in honor of Faunus [Porphyr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 15] with sacrifices of lambs [Porphyr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 10] and libations of wine, accompanied by joy and dances [Porphyr. Schol. in Hor. Car. III, 18, 15]. Since it was a feast of pagi, it is not registered in the epigraphic  calendars

Picture

Faunus, roman mosaic

III NON. DEC. (3) N

Sacra Bonae Deae

Le cerimonie religiose in onore di Bona Dea, erano uno dei culti ufficiali dello Stato Romano [Suet. Jul. VI, 3; Cas. Dio. XXXVII, 35, 4], si svolgevano infatti pro Populo Romano o pro salute Populi Romani [Cic. Att. I, 12, 3; I, 13, 3; Har. Resp. XVII, 37; VI, 12; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 336 Orelli]. Erano anche l’unica celebrazione che era permesso compiere di notte alle matrone [Cic. Leg. II, 9, 21].

Il nome della divinità a cui era rivolto il culto, Bona Dea, era in realtà un perifrasi per non usare il nome segreto della Dea, noto soltanto agl’iniziati e che non poteva in nessun caso essere pronunciato da un uomo  [Serv. Aen. VIII, 314; Lact. Inst. I, 22, 9; Cic. Har. Resp. XVII]. Secondo Macrobio nei libri dei pontefici era identificata con Fauna e aveva come indigitamenta Ops e Fatua [Macr. Sat. I, 12, 22 – 23].

Lo stesso autore riporta altre teorie sulla Sua identità: secondo Cornelio Labeone Essa era identificabile con Maja e Tellus [Macr. Sat. I, 12, 21]; altri autori reputavano che fosse Proserpina o Juno, poiché le si sacrificava una scrofa ed era raffigurata con lo scettro; altri ancora la identificavano con divinità greche: Ecate Ctonia, Semele, Medea o Gynaikeia [Macr. Sat. I, 12, 26 – 27]. Fauna e Fatua o Fenta e Fatua erano suoi nomi anche secondo altri eruditi romani [Gab. Bas. apud Lact. Inst. I, 22; Sext. Clod. apud Arnob. Adv. Nat. V, 18]. Plutarco riprende l’accostamento con Gynaikeia e con Fauna e la collega ai culti orfici, facendone la madre innominabile di Dioniso (probabilmente in base al mito secondo cui essa era figlia di Faunus, vedi oltre) [Plut. Caes. IX, 4]. In alcune iscrizioni era associata a divinità guaritrici: Hygeia [CIL VI, 74] o Valetudo [CIL VI, 20747]

La tradizione mitica identificava Bona Dea con Fauna, moglie (e sorella) o figlia di Faunus. Esempio delle virtù matronali, era rinomata soprattutto per la sua pudicizia, al punto che nessun uomo, al di fuori di Faunus, l’aveva mai vista e nemmeno aveva pronunciato il suo nome; questo sarebbe stato il motivo per cui nessun uomo poteva essere presente ai suoi riti, né pronunciare il suo vero nome [Tert. Ad. Nat. II, 9; Lact. Inst. I, 22; Serv. Aen. VIII, 314; Macr. Sat. I, 12, 27]. Secondo una versione del mito, la moglie di Faunus bevve di nascosto del vino; il marito, avendolo scoperto, furioso, la colpì con verghe di mirto fino ad ucciderla. Preso poi dal rimorso, Le accordò onori divini e così divenne Bona Dea. Questi elementi avrebbero spiegato sia l’interdizione del mirto dai luoghi di culto della Dea, che la proibizione di nominare il vino [Plut. Q. R. 20; Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18]. Secondo un’altra versione Faunus tentò di sedurre la figlia che rifiutò di concedersi, allora il padre tentò di farla ubriacare con del vino per poi abusare di Lei, ma Fauna non cedette ancora. Faunus la picchiò con verghe di mirto, ma senza ottenere nulla; alla fine, trasformatosi in serpente, riuscì ad unirsi a Lei [Macr. Sat. I, 12, 24]. Questo racconto avrebbe spiegato, oltre all’interdizione del mirto, il falso nome con cui era usato il vino e l’importanza del serpente nel culto della Dea.

In un altro mito, raccontato da Properzio, il culto di Bona Dea sarebbe già stato praticato nel Lazio all’epoca della venuta di Ercole; essendo l’Eroe arrivato ad un bosco sacro alla Dea ed essendogli stato vietato di assistere ai riti che vi si svolgevano, per contrappasso, avrebbe escluso le donne dalle cerimonie dell’Ara Maxima [Prop. IV, 9, 23 – 30; 51 – 60; Macr. Sat. I, 12, 27 – 28].

I riti di December non si svolgevano nel tempio della Dea sull’Aventino (vedi KAL. MAJ.), bensì nella casa di un console o di un pretore (cioè di un magistrato cum imperio) [Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 7; Cas. Dio. XXXVII, 45, 1; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 336 Orelli] ed erano rigorosamente interdetti agli uomini [Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 329 Orelli; Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 6; Cic. XXVIII, 2], per questo motivo, tutti i maschi, sia liberi che schiavi lasciavano la casa e venivano coperte statue o dipinti che rappresentassero personaggi maschili [Plut. Caes. IX, 7; Q. R. 20; Cic, XIX, 4; Juv. 6, 339 – 341]; questa interdizione accomuna Bona Dea a Vesta. La cerimonia era presieduta dalla moglie del padrone di casa [Plut. Caes. IX, 7; Cic. XIX, 5] e vi partecipavano le matrone più nobili della città e le vestali [Cic. Har. Resp. XVII, 37; Mil. XXVII, 72; Cic, Att. I, 13, 3; Plut. Cic. XIX, 5; Cic XX, 2 – 3; Cass. Dio XXXVII, 45]. Si trattava di rituali segreti [Cic, Har. Resp. XVII; Sen. Luc. XCVII, 2; Fest. 68; Lact. Inst I, 22, 9; Juv. VI, 314; Plut. Caes. XIX] che già in epoca imperiale avevano fama di essere molto decaduti [Juv. VI, 314 – 336; Ovid. A. A. 637 – 38].

Dalle testimonianze che ci sono pervenute è possibile ricostruire alcuni elementi del rituale: le donne ornavano il luogo dove si svolgeva con piante e ghirlande di foglie, potevano essere usate tutte le essenze, ad esclusione del mirto che era interdetto al culto della Dea; al contrario la vite Le era particolarmente gradita ed ornava anche la sua statua nel tempio sull’Aventino [Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q.  R. 20; Caes. IX, 5]. Per le libagioni veniva introdotta un’anfora velata chiamata “vaso del miele”, che conteneva però vino, a sua volta chiamato “latte” [Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q.  R.  20]: questo mascheramento dell’uso del vino può essere dovuto all’interdizione, esistente in tempi arcaici, per le donne di bere vino o di usarlo per compiere libagioni . Macrobio parla del sacrificio di una scrofa [Macr. Sat. I, 12, 20; Juv. Sat. II, 86], mentre Plutarco aggiunge che veniva suonata musica e si svolgevano danze e giochi [Plut. Caes. IX, 8; X, 2; Prop. IV, 9, 23 – 26]. Forse erano presenti dei serpenti, considerati l’animale favorito della Dea, tanto da essere allevati nel suo tempio [Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Caes. IX, 5]. Festo riporta che il nome della Dea era Damia e quindi il sacrificio era chiamato damium, e la sua sacerdotessa damiatrix [Fest. 68], tuttavia questo epiteto è forse legato ad una divinità portata a Roma da Taranto dopo la presa della città nel 272 aev.

Le raffigurazioni, di epoca tarda, La rappresentano come una divinità matronale seduta sul trono, velata e con la patera in una mano e la cornucopia dell’abbondanza nell’altra; quest’ultimo attributo era caratteristico di Fortuna e può essere presente a causa di un sincretismo tra le due Dee, secondo Macrobio, infatti, Bona Dea teneva uno scettro [Macr. Sat. I, 12, 25] e non la cornucopia. Lo stesso autore, assieme a Plutarco [Plut. Caes. IX, 6], afferma che ai piedi dell’immagine della Dea, si trovava un serpente fatto confermato dalle rappresentazioni iconografiche dove il serpente o si trova ai piedi della Dea, o beve da una coppa che Essa tiene in mano.

 

Sacrum Bonae Deae

Religious ceremonies in honor of Bona Dea, was one of the official religions of the Roman Empire [Suet State. Jul. VI, 3; Cas. God. XXXVII, 35, 4], took place in fact pro Populo Romano or pro Health Populi Romani [Cic. Att. I, 12, 3; I, 13, 3; Har. Resp. XVII, 37; VI, 12; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. Orelli pg 336]. They were also the only celebration that was allowed to make night matrons [Cic. Leg. II, 9, 21].

The name of the deity to whom it was addressed worship, Bona Dea, was actually a paraphrase for not using the secret name of the Goddess, known only agl’iniziati and could not under any circumstances be pronounced by a man [Serv. Aen. VIII, 314; Lact. Inst. I, 22, 9; Cic. Har. Resp. XVII]. According to Macrobius in the books of the pontiffs he was identified with Fauna and had as indigitamenta Ops and Fatua [Macr. Sat. I, 12, 22 – 23].

The same author reports other theories about his identity: according Cornelio Labeone It was identified with Maja and Tellus [Macr. Sat. I, 12, 21]; other authors they deemed it was Proserpina or Juno, because they killed a pig and was depicted with a scepter; others identified with the Greek gods: Hecate chthonic, Semele, Medea or Gynaikeia [Macr. Sat. I, 12, 26-27]. Fauna and Fatua or Fenta and Fatua were his names also according to other Roman scholars [Gab. Bas. apud Lact. Inst. I, 22; Sext. Clod. apud Arnob. Adv. Nat. V, 18]. Plutarch takes up the combination with Gynaikeia and Fauna and connects the Orphic cults, making it the unnamable mother of Dionysus (probably based on the myth that it was the daughter of Faunus, see below) [Plut. Caes. IX, 4]. In some inscriptions he was associated with healing deities: Hygeia [CIL VI, 74] or Valetudo [CIL VI, 20747]

The mythical tradition identified with Bona Dea Fauna, wife (and sister) daughter of Faunus. Example of the virtues matronly, was especially known for his modesty, to the point that no man, outside of Faunus, had never seen nor had pronounced his name; This would be the reason why no man could be present to its rites, nor pronounce his real name [Tert. A.D. Nat. II, 9; Lact. Inst. I, 22; Serv. Aen. VIII, 314; Macr. Sat. I, 12, 27]. According to one version of the myth, the Faunus wife secretly drank wine; her husband, having found out, furious, struck her with myrtle rods up to kill her. Then taken by remorse, Le granted divine honors and so became Bona Dea. These elements would explain both the interdiction of myrtle from the places of worship of the Goddess, that the prohibition of appointing wine [Plut. Q. R. 20; Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18]. According to another version Faunus tried to seduce the daughter who refused to indulge, then the father tried to get her drunk with wine before abusing her, but did not give Fauna yet. Faunus beat her with myrtle rods, but without getting anything; eventually turned into a serpent, he was able to join you [Macr. Sat. I, 12, 24]. This story would explain, over the interdiction of the myrtle, the false name that was used the wine and the importance of the snake in the worship of the Goddess.

n another myth, told by Properzio, the cult of Bona Dea has already been practiced in England at the time of the coming of Hercules; being the Hero came to a wood sacred to the Goddess and, having been banned from attending the rituals that took place there, in retaliation, he excluded women from the ceremonies Ara Maxima [Prop. IV, 9, 23 – 30; 51-60; Macr. Sat. I, 12, 27 – 28].

The December non rites were held in the temple of the goddess on the Aventine (see KAL. MAJ.), But in the house of a consul or a magistrate (that of a magistrate cum imperio) [Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 7; Cas. Dio. XXXVII, 45, 1; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. Orelli pg 336] and were strictly forbidden to men [Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 329 Orelli; Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 6; Cic. XXVIII, 2], for this reason, all males, both free and slaves left the house and were covered statues or paintings that represent male characters [Plut. Caes. IX, 7; Q. R. 20; CIC, XIX, 4; Juv. 6, 339-341]; this interdiction unites Bona Dea Vesta. The ceremony was chaired by the wife of the landlord [Plut. Caes. IX, 7; Cic. XIX, 5] and attended there the noblest matrons of the city and the vestal virgins [Cic. Har. Resp. XVII, 37; Mil. XXVII, 72; Cic, Att. I, 13, 3; Plut. Cic. XIX, 5; CIC XX, 2-3; Cass. Dio XXXVII, 45]. These were secret rituals [CIC, Har. Resp. XVII; Sen. Luc. XCVII, 2; Fest. 68; Lact. The Inst, 22, 9; Juv. VI, 314; Plut. Caes. XIX] already in imperial times they had the reputation of being very fallen [Juv. VI, 314-336; Ovid. A. A. 637-38].

From the evidence we have received is possible to reconstruct some elements of the ritual: women decorated the place where it took place with plants and garlands of leaves, they could be used all the woods, with the exception of the myrtle which was closed to the cult of the Goddess; on the contrary the screw’s was particularly pleasing and also adorned his statue in the temple on the Aventine [Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q. R. 20; Caes. IX, 5]. Libation was introduced amphora veiled called “honey jar”, but contained wine, in turn, called “milk” [Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q. R. 20] This use masking wine may be due to the interdiction, existing in archaic times, for women to drink wine or to use it to make libations. Macrobius speaks of the sacrifice of a sow [Macr. Sat. I, 12, 20; Juv. Sat. II, 86], while Plutarch adds that music was being played and were held dances and games [Plut. Caes. IX, 8; X, 2; Prop. IV, 9, 23-26]. Maybe there were snakes, considered the favorite animal of the Goddess, as to be raised in his temple [Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Caes. IX, 5]. Festo reports that the name of the Goddess was Damia and then the sacrifice was called damium, and his priestess damiatrix [Fest. 68], but this epithet is perhaps linked to a flow deities from Taranto to Rome after the capture of the city in 272 BCE.

The depictions of the late period, the account as a matronly deity sitting on the throne, veiled and with a patera in one hand and a cornucopia of abundance in the other; the latter attribute was characteristic of Fortuna and can be present because of a syncretism between the two goddesses, according to Macrobius, in fact, Bona Dea held a scepter [Macr. Sat. I, 12, 25] and not the cornucopia. The same author, along with Plutarch [Plut. Caes. IX, 6], states that at the foot of the image of the Goddess, was a snake fact confirmed by iconographic representations where the snake or is at the foot of the Goddess, or drinking from a cup that holds it in his hand.

Picture

Bona Dea

Kal. Dec.

Neptuno, Pietati ad Circum Flaminium

Un tempio dedicato a Nettuno nel Circo Flaminio è ricordato in un’iscrizione di età Flavia [CIL VI, 8423] e da Plinio [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 26], che parla del famoso gruppo dell’artista Scopas con Nettuno, Teti, Achille, Nereidi e Tritoni, Forco ed il suo seguito di mostri marini, che vi si trovava, portato dalla Bitinia. Una moneta di Cn. Domitius Henobarbus datata tra il 42 e il 38 aev, che rappresenta l’edificio tetrastilo, dimostra che fu costruito prima di questo periodo, infatti Livio e Cassio Dione lo menzionano in relazione ad un prodigio avvenuto nel 206 aev [Liv. XXVIII, 11, 4; Cas. Dio. Fr. 57, 60], il che fa supporre che fu edificato nel III sec aev, forse tra il 257 e il 228 aev, come scioglimento di un voto espresso durante una battaglia navale. L’edificio è chiamato delubrum Cn. Domitii [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 26], cosa che, assieme alla rappresentazione sulla moneta di Cn. Domitius, fa ritenere che questo personaggio lo abbia restaurato e ridedicato, forse nel 32 aev quando era console [Babelon, Monn. I, 466, Domitia 20, BM. Rep. II, 487, 93] (vedi X Kal. Sext.). La data della dedica è le Kal. Dec. [Fast. Amit. ad Kal. Dec., CIL I2, 245; 335]. Si crede che parti di un fregio siano state preservate e oggi si trovino a Parigi e a Monaco: vi è rappresentata la lustratio di un esercito dell’epoca precedente Mario e, probabilmente, si tratta di un riferimento alla vittoria di un antenato del costruttore del tempio, sui Celti presso l’Iser nel 121 aev.

Pietati

Un tempio dedicato a Pietas e situato nel Circo Flaminio, fu colpito da un fulmine nel 91 aev. [Obseq. 54; Cic. Div. I, 98; Leg. II, 28]. La data della dedica era le Kal. Dec. [Fast. Amit. ad Kal. Dec., CIL Ia, 245; 335 – 336], ma non si hanno altre informazioni.

Fortunae Muliebri

Secondo la storiografia romana, le matrone celebrarono l’anniversario della ritirata dell’armata dei Volsci, guidata da Coriolano, alle Kal. Dec. 487 aev. un anno prima della dedica del tempio consacrato a Fortuna Muliebri. La duplicità della festa sembra legata alla duplicità della divinità (rappresentata, nel racconto storico dalla coppia Volumnia – Veturia). Vedi II NON. QUINCT.

Secondo Giovanni Lido in questa data si veneravano anche Afrodite e Anfitrite (forse Venilia e Salacia, divinità marine associate a Neptunus), Fortuna Respiciens, Prudentia, Eros [Lyd. Mens. IV, 154], ma non sappiamo l’epoca in cui siano nati questi culti.

 

Neptuno ad Circum Flaminium

A temple dedicated to Neptune in the Circus Flaminio is remembered in an inscription of age Flavia [CIL VI, 8423] and Pliny [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 26], which speaks of the famous artist Scopas group with Neptune, Thetis, Achilles, Nereids and Tritons, Forco and his entourage of sea monsters, who was there, led by Bithynia. A coin of Cn. Domitius Henobarbus dated between 42 and 38 BCE, which is the tetrastyle building, shows that it was built before this period, Livy and Dio Cassius mention it in relation to a miracle which occurred in 206 BCE [Liv. XXVIII, 11, 4; Cas. God. Fr. 57, 60], which suggests that it was built in the third century BCE, probably between 257 and 228 BCE, as the dissolution of a vote expressed during a naval battle. The building is called delubrum Cn. Domitii [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 26], which, together with the representation on Cn currency. Domitius, suggests that this character has restored and rededicated it, maybe in 32 BCE when he was consul [Babelon, Monn. I, 466, Domitian 20, BM. Rep. II, 487, 93] (see X Kal. Sext.). The date of the dedication is the Kal. Dec. [Fast. Amit. to Kal. Dec., CIL I2, 245; 335]. It is believed that parts of a frieze has been preserved and today they are in Paris and Monaco: there is represented the lustratio of an army of the previous epoch Marius and, probably, it is a reference to the victory of an ancestor of the temple builder, on the Celts at the Iser in 121 BCE.

Pietati ad Circum Flaminium

A temple dedicated to Pietas and in the Flaminio Circus, was struck by lightning in 91 BCE. [Obseq. 54; Cic. Div. I, 98; Leg. II, 28]. The date of the dedication was the Kal. Dec. [Fast. Amit. to Kal. Dec., CIL Ia, 245; 335-336], but there is no other information.

Fortunae Muliebri

According to Roman historians, the matrons celebrated the anniversary of the retreating army of Volscians led by Coriolanus, to Kal. Dec. 487 BCE. one year before the dedication of the temple dedicated to Fortuna feminine. The duplicity of the festival seems to be linked to the duality of divinity (represented, in the historical narrative from Volumnia – Veturia pair). See II NOT. QUINCT.

According to Giovanni Lido on this date is also worshiped Aphrodite and Amphitrite (perhaps Venilia and Salacia, sea gods associated with Neptunus), Fortuna Respiciens, Prudentia, Eros [Lyd. Mens. IV, 154], but we do not know the time when these cults were born.

Picture

Cn. Domitius Ahenobarbus. Aureus, mint moving with Ahenobarbus in 41 BC, AV 8.00 g. AHENOBAR Bare male head (Ahenobarbus ?) r. Rev. CN·DOMITIVS·L·F IMP Tetrastyle temple; in upper field, NE – PT. Babelon Domitia 1. Bahrfeldt 68 (this obverse die). Sydenham 1176. Kent-Hirmer pl. 27-28, 100 (this obverse die). Sear Imperators 338. Calicó 69 (these dies). RBW –. Crawford 519/1.

XVII KAL. DEC. (14) F

Feroniae in Campo

Nei pressi della Porta Salaria, nel Campo Martio, si trovava un bosco sacro alla Dea Feronia. All’interno era sito il suo tempio [Fast. Arval. ad Id. Nov.; CIL VI, 2295; 32482; I2, 335 ; Fast. Ant. ap. NS 1921, 117] di cui, però, non conosciamo né la data, né le circostanze della costruzione: secondo un’ipotesi la Dea sarebbe stata introdotta a Roma a seguito di un’evocatio, in concomitanza con la conquista di Capena nel IV sec. aev, tuttavia oggi si preferisce ritenere che il tempio sia stato costruito un secolo dopo a seguito della definitiva conquista della Sabinia da parte di M. Curtius Dentatus (per cui la costruzione sarebbe avvenuta nel 272 aev, o comunque tra il 292 e il 265 aev), anche se la facilità di questa campagna non lascerebbe spazio per il voto di un tempio. Un’altra possibilità è che il culto di Feronia sia stato introdotto a Roma da lucus Feroniae, nel territorio di Capena, negli anni 228 – 225 aev. nell’ambito dell’unificazione dei territori che formarono la terra Italiae (ovvero i domini di Roma nella parte cis-appenninica della penisola). In questo caso è possibile è che sia stato votato dal console L. Aemilius Papus nel 225 aev, al comando di un esercito di romani, sabini e etruschi durante la Guerra Gallica del 225 – 222 aev. La posizione dell’anniversario della fondazione nel mezzo dei Ludi Plebei, fa pensare che essa avvenne prima dell’istituzione dei giochi, benchè la prima notizia che se ne abbia è del 217 aev in occasione di solenni riti espiatori ordinati dai Libri Sibillini, durante i quali le matrone pagarono le offerte a Juno Regina, mentre le prostitute (libertinae) a Feronia [Liv. XXI, 1, 18].

La localizzazione di questo tempio è incerta, tuttavia alcuni elementi farebbero pensare che si tratti del cosiddetto Tempio C di Largo Argentina

Feronia era un’antica divinità italica che, secondo Varrone, di origine Sabina, fu introdotta a Roma in epoca arcaica [Var. L. L. V, 74]. Per quanto non vi siano dati archeologici precisi a conferma dell’affermazione dell’erudito romano, la concentrazione e l’importanza dei luoghi di culto dedicati a Feronia in area sabina e il fatto che l’immagine della Dea appaia su monete della gens Petronia Turpiliana, di origine sabina, avvalorerebbero questa ipotesi.

Feronia era una Dea dalla personalità complessa, che fu identificata sia con Juno Virgo [Serv. Aen. VII, 799], che con Proserpina [Dion. H. III, 32, 1]. Altri suoi epiteti erano: Portatrice di fiori, Amante delle ghirlande [Dion. H. III, 32, 1], Dea dei campi [C. Gl. Lat. IV, 238, 25; 342, 18; V, 456, 23; 500, 47; 599, 27].

Il suo culto era diffuso in varie località della penisola (dal Lazio alle Marche, fino ad Aquileia), in particolare a Terracina, Amiternum, Preneste e Capena; qui, ai piedi del monte Soratte si trovava un lucus e un tempio circolare in cui era venerata assieme a Soranus. Il culto era celebrato dalla confraternita degli Hirpi Sorani che, ogni anno, nel bosco adiacente portavano le vittime immolate per tre volte lungo un percorso di carboni ardenti ed infine le deponevano sull’altare della divinità [Sil. V, 175 segg; Plin. Nat. Hist. VII, 19; Serv. Aen. XI, 787; Strabo. V, 2, 9]. Alla Dea erano offerte le primizie dei raccolti [Liv. XXVI, 11, 9] e altri doni e, col tempo, il suo santuario divenne molto ricco [Sil. XIII, 83 segg.; Liv. I, 30; Dion. H. III, 32]. Questo santuario, estremamente antico, sembra aver goduto di grande rispetto a Roma, fin da epoca arcaica [Liv. I, 30; Cato Orig. Fr I, 31 apud Prisc. Gram. IV, 129; VII, 337; Fr II, 19 apud Serv. Aen. VII, 697]

A Trebula Mutuesca, in Sabinia, esisteva un altro centro di culto della Dea, in cui non era associata a Soranus (Apollo), bensì a Mars [Obseq. CII; CIII] e al suo uccello simbolo, il picchio: assieme al Picus Martius, infatti, Festo riporta l’esistenza di un Picus Feronius [Fest. 197]. In Etruria esisteva una città chiamata Feronia, sede del culto della Dea [Strabo. V, 2, 9].

A Terracina (Anxur) Feronia era identificata con Juno Virgo [Serv. Aen. VII, 799]: nelle iscrizioni la Dea lì venerata era chiamata sia Juno Regina, che Juno Feronia [CIL V, 412; Orelli 1315] ed era associata a Juppiter Anxyrus (Juppiter Puer; Anxur deriva da una radice volsca il che dimostra l’antichità di questo culto) [Verg. Aen. VII, 795 e segg; Serv. Cit]. Il suo santuario si trovava nei pressi di un bosco e di una sorgente [Hor. Sat. I, 5, 24; Ps-Acron Schol. Ad Hor. Sat. I, 5, 24; Verg. Aen. VII, 795 e segg; Serv. Aen. VII, 800; VIII, 564; Liv. I, 30, 5; XXVI, 11] ed era il luogo dove venivano affrancati gli schiavi: vi era infatti un sedile di pietra su cui gli schiavi che dovevano essere liberati si sedevano col capo rasato; alzandosi essi divenivano liberti e veniva loro dato il pilleum [Serv. Aen. VIII, 564 Plaut. Am. 462]: per questo motivo Varrone definiva Feronia, Dea della Libertà [Serv. Cit.]. Anche le donne liberte facevano offerte a Feronia [Liv. XXII, 1, 18]. Questo collegamento tra la Dea e le persone di bassa condizione è confermato da diverse iscrizioni votive [CIL I2, 2867 = ILLRP 93a; 2869a; 2869c]

Feronia era venerata anche a Preneste dove, la tradizione riportata da Virgilio, ne faceva la madre di Erulo, a cui aveva conferito tre vite. Questo personaggio fu ucciso da Evandro [Verg. Aen. VIII, 560 segg; Serv. Aen. VIII, 564]; sembra che fosse onorata assieme a Fortuna Prenestina [Orelli 1756] e questa associazione si ritrova anche a Roma, dove la data della dedicazione del suo tempio, coincide con quella del tempio di Fortuna Primigenia.

Fortunae Primigeniae in Colle

La tradizione fa risalire la fondazione di un tempio dedicato a Fortuna Primigenia sul Campidoglio a Servius Tullus [Plut. Fort. Rom. X; Q. R. 74], tuttavia su questo luogo di culto non vi sono ulteriori informazioni; non sappiamo quindi se sia veramente esistito o se Plutarco abbia commesso un errore e si riferisse al tempio sul Quirinale.

Livio riporta che il tempio di Fortuna Primigenia fu votato nel 204 aev dal console P. Sempronio Sofo all’inizio della battaglia di Crotone contro Annibale [Liv. XXIX, 36, 8] e che fu poi dedicato nel 194 aev da Q. Marcio Ralla [Liv. XXXIV, 53, 5]. La data della dedica fu il 25 Majus o, secondo i calendari epigrafici, il 13 Nov. [Fast. Arval. ad Id. Nov., CIL I², 215; 335; Fast. Ant. ap. NS. 1921, 117].

Fortuna Primigenia era un’antica divinità italica il cui centro di culto principale era Prenestedove esisteva un grande tempio a lei dedicato. Il luogo di culto originario era una grotta in cui scorreva una sorgente: lì era venerato come divinità cosmica esistente fin dalle origini dell’universo (Primigenia, cioè nata alle origini; a questo si ricollega anche il simbolismo della grotta e dell’acqua) e quindi anteriore all’era dell’ordine gioviano. Era una divinità materna e courotropha, la cui rappresentazione, seduta in trono mentre allatta due bambini ricorda quella di molte altre “Dee Madri” il cui culto, antichissimo, era diffuso dall’Oriente all’Italia. Era ritenuta la madre di Juppiter e Juno, che sarebbero stati i bambini da lei allattati [Cic. Div. II, 85 segg] e per questo identificata con Rhea, tuttavia un’iscrizione la chiama Diovo Filea, Figlia di Giove [CIL XIV, 2937; 2972], il che dimostra la complessità della personalità di questa Dea, non del tutto riducibile al modello materno.

Equorum Probatio

In questo giorno avveniva una sfilata dei cavalli che gareggiavano nei Ludi Plebei

 

Feroniae Campo

A forest sacred to the goddess Feronia was in Campo Marzio, near the Porta Salaria. Her temple was Inside of it [Fast. Arval. to Id. Nov. .; CIL VI, 2295; 32482; I2, 335; Fast. Ant. ap. NS 1921, 117], however, we know neither the date nor the circumstances of construction: the goddess may have been introduced in Rome after an evocatio, in conjunction with the conquest of Capena in the IV cent. BCE, but now it is preferred the view that the temple was built a century later following the final conquest of Sabinia by M. Curtius Dentatus (so the construction would take place in 272 BCE, or at least between 292 and 265 BCE ), although the ease of this campaign would leave no room for the vote of a temple. Another possibility is that the cult of Feronia was introduced in Rome from Lucus Feronia, in the territory of Capena, in the years 228 – 225 BCE as part of the unification of the territories that formed the Terrae Italiae (or domains of Rome in the cis-Apennine Peninsula). In this case it is possible that it has been voted by the consul L. Aemilius Papus in 225 BCE, under the command of an army of Romans, the Sabines and Etruscans during the Gallic War of 225 – 222 BCE. The location of the foundation in the middle of the Ludi Plebei, suggests that it was prior to the institution of the games, although the first mention that we have is in 217 BCE during the solemn rites of atonement ordered by the Sibylline Books, during them, matrons paid offerings to Juno Regina, while prostitutes (libertinae) to Feronia [Liv. XXI, 1, 18].

The location of this temple is uncertain, however, some evidence suggests that this is the so-called Temple C of Largo Argentina

Feronia was an ancient Italic goddess who, according to Varro, was introduced in Rome in ancient times [Var. L. L. V, 74] from Sabina. As there are no precise archaeological evidence to confirm the claim Roman scholar, the concentration and the importance of places of worship dedicated to Feronia in the Sabine area and the fact that the image of the Goddess appears on coins of the gens Petronia Turpiliana, of Sabine origin, would strengthen this hypothesis.

Feronia was a goddess with a complex personality, which was identified with both Juno Virgo [Serv. Aen. VII, 799], and Proserpine [Dion. H. III, 32, 1]. Her other epithets were: Bearer of flowers, garlands Lover [Dion. H. III, 32, 1], the Goddess of the Fields [C. Gl. Lat. IV, 238, 25; 342, 18; V, 456, 23; 500, 47; 599, 27].

Her cult was spread in various locations in the peninsula (from Lazio and Marche, to Aquileia), in particular in Terracina, Amiternum, Preneste and Capena; here, at the foot of Mount Soratte there was a circular temple and a lucus, where She was venerated together with Soranus. The cult was celebrated by the brotherhood of Hirpi Sorani that, every year, in the adjacent forest carried the victims sacrificed three times along a path of burning coals and finally laid it on the altar of divinity [Sil. V, 175 ff; Plin. Nat. Hist. VII, 19; Serv. Aen. XI, 787; Strabo. V, 2, 9]. To the Goddess were offered the first fruits of the harvest [Liv. XXVI, 11, 9] and other gifts and, in time, Her shrine became very rich [Sil. XIII, 83 et seq .; Liv. I, 30; Dion. H. III, 32]. This sanctuary, very old, seems to have enjoyed great respect in Rome, since the Archaic Age [Liv. I, 30; Cato Orig. Fr, 31 apud Prisc. Gram. IV, 129; VII, 337; Fr II, 19 apud Serv. Aen. VII, 697]

A Trebula Mutuesca in Sabinia, there was another center of worship of the Goddess, which was not associated with Soranus (Apollo), but to Mars [Obseq. CII; CIII] and its bird, the woodpecker: together with Martius Picus, in fact, Festo shows the existence of a Picus Feronius [Fest. 197]. In Etruria there was a town called Feronia, home of the cult of the Goddess [Strabo. V, 2, 9].

A Terracina (Anxur) Feronia was identified with Juno Virgo [Serv. Aen. VII, 799]: in the inscriptions the Goddess is called Juno Regina, or Juno Feronia [CIL V, 412; Orelli 1315] and She was associated with Jupiter Anxyrus (Jupiter Puer; Volscian Anxur comes from a root which shows the antiquity of this cult) [Verg. Aen. VII, 795 ff; Serv. Cit]. Her sanctuary was located near a forest and a source [Hor. Sat. I, 5, 24; Ps-Acron Schol. For Hor. Sat. I, 5, 24; Verg. Aen. VII, 795 ff; Serv. Aen. VII, 800; VIII, 564; Liv. I, 30, 5; XXVI, 11] and it was the place where slaves were freed: in fact there was a stone seat on which the slaves to be freed sat their head shaved; getting up they became freedmen and the pilleum was given tho them [Serv. Aen. VIII, 564 Plaut. Am. 462]: this is why Varro called Feronia ‘Goddess of Liberty’ [Serv. Cit.]. Women also made offerings to Feronia [Liv. XXII, 1, 18]. This link between the Goddess and people of low status is confirmed by several votive inscriptions [CIL I2, 2867 = ILLRP 93a; 2869th; 2869c]

Feronia was worshiped even Preneste where, following the tradition reported by Virgil, She was the mother of Erulus, who had given three lives. This character was killed by Evander [Verg. Aen. VIII, 560 ff; Serv. Aen. VIII, 564]; it appears that She have been honored along with Fortuna Prenestina [Orelli 1756] and this couple is also found in Rome, where the date of the dedication of Her temple, coincides with that of the temple of Fortuna Primigenia.

 

Fortunae Primigeniae in Colle

Tradition dates the foundation of a temple dedicated to Fortuna Primigenia on Capitol to Servius Tullius [Plut. Fort. Rom. X; QR 74], but, about this place of worship there is no further information; so we do not know whether it really existed or if Plutarch erred and he was referring to the temple on the Quirinal.

Livy reports that the temple of Fortuna Primigenia was voted in 204 BCE by the consul P. Sempronius Sofo beginning of the battle of Croton against Hannibal [Liv. XXIX, 36, 8]. It was later dedicated in 194 BCE by Q. Marcius Ralla [Liv. XXXIV, 53, 5]. The date of the dedication was the 25 majus or, following the epigraphic calendars, November 13 [Fast. Arval. to Id. Nov., CIL I², 215; 335; Fast. Ant. ap. NS. 1921, 117].

Fortuna Primigenia was an ancient Italic deity whose main cult center was Preneste, where there was a large temple dedicated to Her. The original place of worship was a cave in which flowed a source: there was venerated as a cosmic deity existing since the origins of the universe (Primigenia, ie born at the origins; this is also linked to the symbolism of the cave and water) and therefore prior to the era of the Jovian order. It was a maternal divinity and courotropha, whose representation, seated on a throne while nursing two children is reminiscent of many other “Mother Goddesses” whose ancient worship had spread from the East to Italy. She was believed to be the mother of Jupiter and Juno, who were the children She nursed [CIC. Div. II, 85 ff] and therefore identified with Rhea, however inscription calls Her Diovo Phileas, daughter of Jupiter [CIL XIV, 2937; 2972], which shows the complexity of the personality of this Goddess, not entirely reducible to the maternal model.

Equorum probatio

On this day took place a parade of horses that competed in Ludi Plebei

 

Picture

Roma, Largo di Torre Argentina, Feronia temple

EID. NOV. (13) NP

Feriae Jovi

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Plebei, in maniera sistematica a partire dal 213 aev, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio [Liv. XXV, 2, 10] chiamato epulum jovis, analogamente a quanto accadeva nel mese di September.

Gli storici non sono concordi su quale dei due banchetti sia stato istituito per primo, ma quello che vanta il maggior numero di attestazioni tra le fonti antiche (storiografiche ed epigrafiche), è il banchetto di November, il che ha fatto sorgere l’ipotesi che fosse anche quello più antico e che quello di September fosse stato introdotto in analogia con quest’ultimo.

I rapporti tra le due cerimonie potrebbero però essere più complessi: Dario Sabbatucci, infatti, ha supposto che in origine la celebrazione di November fosse del tutto staccata dalla celebrazione dei Ludi e non fosse rivolta a Juppiter o alla Triade Capitolina, come avveniva in September, ma alle divinità dal carattere “plebeo” che erano celebrate nella parte centrale del mese, Feronia e Fortuna Primigenia. Durante la dominazione della monarchia etrusca, un sacrificio analogo sarebbe stato istituito per Juppiter alle Eid. di September e avrebbe finito per essere integrato nel complesso delle celebrazioni per i Ludi Romani. Con la trasformazione dei Ludi Plebei in festività pubblica, con una struttura rimodellata su quella dei Ludi di September, anche il più antico sacrificio a Feronia e Fortuna, avrebbe subito un processo di integrazione che l’avrebbe trasformato in un epulum jovis.

Il rapporto con Feronia non sarebbe stato solo temporale, ma anche spaziale, poiché il Circo Flaminio, dove si svolgevano i Ludi Plebei, fu edificato nel Campo Marzio, nelle vicinanze del tempio di Feronia.

 

Pietati in Foro Holitorio

Il tempio di Pietas [Plaut. Asin. 506; Curc. 639] fu votato da M. Acilius Glabrius durante la battaglia delle Termopili nel 191 aev; la costruzione fu iniziata da lui, ma la dedica avvenne solo nel 181 aev da parte di suo figlio, allora duumviro [Liv. XL, 34, 4; Val. Max. II, 5, 1; Cic. Leg. II, 28] il 13 Nov. [Fast. Ant. ap. NS 1921, 117]. All’interno si trovava una statua dorata dello stesso Gabrius, la prima di questo tipo che si fosse vista a Roma.

Fu distrutto da Cesare nel 44 aev perchè si trovava sul lato est dell’area su cui, poco dopo, sarebbe stato costruito il Teatro di Marcello [Plin. Nat. Hist. VII, 121; Cass. Dio XLIII, 49, 3].

Pietas fu collegata principalmente alla devozione verso i genitori e per questo alla storia greca della figlia che sostentò il padre imprigionato con il latte del proprio seno [Fest. 209; Val. Max. V, 4, 7], forse anche per la vicinanza con la columna lactaria nel foro Holitorio.

 

Feriae Jovi

The Idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day made a sacrifice of a sheep to Him and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, to Jupiter [Sat. I, 15], taking on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

 

Epulum Jovis

During the Ludi Plebei, systematically from 213 BCE, a solemn sacrificial banquet in the Capitol [Liv. XXV, 2, 10] called Epulum Jovis was celebrated, as it happened in the month of September.

Historians do not agree on which of the two banquet was first established, but that of November has the largest number of claims from the ancient sources (historiography and epigraphic), which gave rise to the hypothesis that It was also the most ancient and that that of September had been introduced in analogy.

The relations between the two ceremonies may however be more complexes: Dario Sabbatucci, in fact, assumed that originally the celebration of November was quite detached from the Ludi and it was not aimed to Jupiter or the Capitoline Triad (as it was in September), but the to the “plebeian” Gods that were celebrated in the middle of the month, Feronia and Fortuna Primigenia. During the domination of the Etruscan monarchy, a similar sacrifice to Jupiter would be set up to Eid. of September and it would ultimately be integrated into all the celebrations of the Roman Games. With the transformation of the Ludi Plebei in public holiday, remodeled on the structure of the September Ludi, the oldest sacrifice to Feronia and Fortuna would also undergo a process of integration that would turn him into the Epulum Jovis.

The relationship with Feronia was not only in time, but also in space, because the Flaminio Circus, where they carried out the Ludi Plebei, was built in the Campus Martius, near the temple of Feronia.

 

Pietati in Foro Holitorio

The temple of Pietas [Plaut. Asin. 506; CURC. 639] was voted by M. Acilius Glabrius during the battle of Thermopylae in 191 BCE; he started the construction, but the dedication took place only in 181 BCE by his son, then duumvir [Liv. XL, 34, 4; Val. Max. II, 5, 1; CIC. Leg. II, 28] on November 13 [Fast. Ant. ap. NS 1921, 117]. Inside there was a golden statue of the same Gabrius, the first of its kind seen in Rome.

It was destroyed by Caesar in 44 BCE because it was on the east side of the area where, shortly after, the Theatre of Marcellus would be built [Plin. Nat. Hist. VII, 121; Cass. God XLIII, 49, 3].

Piety was mainly directed to the devotion to parents and linked the Greek story of the daughter who nourished his father imprisoned with the milk of their breasts [Fest. 209; Val. Max. V, 4, 7], perhaps also for its proximity to the columna Lactaria in Foro Holitorio.

Picture

L. Coelius Caldus. Denarius 51, AR 4.09 g. C·COEL·CALDVS Head of C. Coelivs Caldvs r.; in l. field, standard inscribed HIS; in r. field, standard in the form of a boar. Rev. Tablet inscribed L·CALDVS/VIIVIR·EPVL, behind which figure preparing epulum ; on either side of table, a trophy. On outer l. field, CALDVS, on outer r. field, IMP·A·X. In exergue, [CALDVS·IIIVIR]. Babelon Coelia 7. Sydenham 894. RBW 1551. Crawford 437/2a.

VI EID. NOV. (8) C

Mundus Patet (Dies Religiosus)

Questa data non è segnata nei calendari epigrafici, tuttavia da una glossa di Festo sappiamo che il mundus veniva aperto in tre giorni durante l’anno. Il primo di questi era il 24 Sext., gli altri due giorni erano il 5 Oct. e l’8 Nov [Fest. 154, 156; 258].

Il termine mundus, in latino, indicava l’insieme dei domini che componevano il cosmo: terra, acqua, cielo [Fest. 143; Var. Menip. Fr. 92; 420 apud Prob. Bern. In Verg. Ecl. VI, 31; Hor. Sat. I, 3, 112] oppure il solo cielo, inteso come volta celeste che racchiude il paino terreste [Schol. Bern. Verg. Ecl. III, 105; Var. Menip. Fr. 92 apud Prob. Bern. Verg. Ecl. VI, 31; Var. L. L. VI, 3; Isid. Orig. XIII, 11; Diomed. GLK I, 365, 18; Catul. LXIV, 206; Verg. Georg. I, 240; Tib. III, 4, 17; Enn. Sat. Fr. 10 V apud Macr. Sat. VI, 2]; in tale accezione aveva significato analogo a quello del greco cόσμος [Cic. Tim. XXXV]

In un’altra accezione designava una fossa, probabilmente con una volta circolare la cui parte inferiore era consacrata ai Dii Manes (i rilevamenti archeologici hanno portato alla luce diverse fasi di occupazione continuativa del Monte Palatino, caratterizzati dalla presenza di capanne nei pressi delle quali si trovava una fossa analoga. Anche in ambito etrusco sono state trovate fosse simili, probabilmente fondative404) coperta da una pietra che era rimossa tre volte all’anno [Fest. 154, 156; 128; Macr. Sat. I, 16,17]. Mundus indicava anche gli altari, posti in una buca scavata nel terreno, dedicati alle divinità infere [Serv. Aen. III, 134]. Dall’analogia, con cόσμος, secondo una diversa accezione [Plin. Nat. Hist. II, 4, 8] designava la cassa contenente gli oggetti personali della donna [Fest. 142; Lucil. Fr. XV, 519 – 20 apud Gel. IV, 1, 3 et Non. 214, 17; Dig. XXXIV, 2, 25; Liv. XXXIV, 7, 9] (i suoi strumenti di bellezza) in particolare il corredo della donna sposata [Apul. Met. VI, 1].

L’origine di questo termine è molto incerta, l’ipotesi più probabile è che derivi dall’etrusco mun (legato a una Dea munqu nota da una serie di iscrizioni su specchi in bronzo) che forse indicava il mondo, oppure da mus, terra [Isid. Orig. XX, 3, 4], o alla radice indoeuropea *munth- da cui derivano termini con il significano di terra, ma anche di rotondo, il che renderebbe conto degli usi principali della parola mundus (volta cleste, fossa, altare circolare interrato); benché la reale etimologia sia ancora dibattuta, è comunque innegabile che il significato primario del termine rimandi alla terra, in particolare alla fossa che vi veniva scavata e quindi alla sfera infera.

Secondo Plutarco [Plut. Rom. XI], quando Romolo fondò Roma con rito etrusco, per prima cosa individuò un punto che si trovasse al centro dell’area delimitata dal pomerium; nel testo questo luogo si trovava nel Comitium, lasciando intendere che l’autore greco si riferisce anacronisticamente al pomerium serviano. Qui Romolo scavò una fossa in cui fu depositato tutto ciò che era previsto dal rituale: Plutarco parla solo di primizie dei raccolti e di una manciata di terra che ciascun uomo che venne a formare il primo nucleo di cittadini romani, aveva portato del suo luogo di origine [Plut. Rom. XI]. Ovidio, nei Fast, sempre in relazione alla fondazione della città, parla di una profonda fossa situata sul Palatino in cui furono gettati cereali e terra presa dai dintorni. Il mundus sarebbe poi stato coperto di terra e sopra vi sarebbe stato eretto un altare [Ov. Fast. IV, 821 segg]; questo avrebbe però reso impossibile la sua riapertura.

Da una glossa di Festo apprendiamo invece che esso era coperto da una pietra chiamata lapis manalis, ritenuta la “Porta dell’Orco” perché la sua rimozione permetteva alle anime che risiedevano negli Inferi di “fluire” (manare) verso il mondo superiore; da qui manalis e la definizione di Dii Manes attribuita a queste anime [Fest. 128].

Questi passi sono contraddittori ed è possibile che la ragione stia nel fatto che essi descrivano due luoghi diversi, infatti, dai pochi riferimenti di cui disponiamo, possiamo dedurre che a Roma vi fossero due siti che corrispondono alle descrizioni degli autori antichi.

Il primo era denominato Roma Quadrata [Fest 258; Var. apud Solin. I, 1; Ov. Trist. III, 1, 31 segg]: si trattava un’area sul Palatino nei pressi del tempio di Apollo e fu il luogo dove venne scavata la fossa di fondazione della città Romulea (il cui pomerium era altresì quadrangolare e circondava le pendici del Palatino [Tac. Ann. XII, 24; Gel. XIII, 14, 2]) in cui furono gettate tutte le cose che ritualmente bisognava mettervi in segno di buona augurio. Era delimitato da un recinto di pietre ed è possibile che vi fosse anche un altare, il che coinciderebbe con la descrizione di Ovidio. Non vi sono accenni al fatto che fosse aperta durante l’anno.

Un secondo sito era il mundus cereris [Fest 142], una fossa circolare che si trovava presumibilmente nei pressi del Comitium, probabilmente, in relazione con l’ampliamento del pomerium primitivo dopo il sinecismo che incluse nello spazio urbano le comunità che vivevano sui Colles al di fuori del Septimontium ; oppure nella Valle Murcia, tra Palatino, Aventino e Tevere, lungo la spina del Circo Massimo  (dove, secondo Dionigi di Alicarnasso, esisteva un heroon di Demetra fondato da Evandro [Dion. H. I, 33, 1 – 2] e abbiamo evidenza dell’esistenza, in tempi storici, di un tholos in relazione col culto della Dea. È questo mundus che veniva aperto tre volte l’anno.

Gli studiosi moderni hanno ipotizzato che in origine il mundus fosse il deposito dei cereali della comunità primitiva, il primo penus, questo spiegherebbe la sua relazione con Consus ed Ops, dato che il mundus patet si trovava nel mezzo del periodo compreso tra le feste di queste divinità.  Da una parte esso era in relazione con l’immagazzinamento delle derrate, dall’altro era il simbolo dell’abbondanza e della prosperità della città, così come il penus lo era della famiglia. Esso era aperto alla fine del raccolto per immagazzinarvi le messi e, probabilmente, di nuovo in autunno per portare fuori quella parte delle sementi destinate alla semina. Tale funzione rimanda al complesso teologico-funzionale di Consus, così come la collocazione del mundus nella parte nord della spina del Circo, stabilisce una simmetria e una corrispondenza con l’ara Consi, posata nella parte meridionale della stessa: se, nell’ambito del simbolismo solare del Circo, l’altare sotterraneo di Conso era inteso come punto in cui il sole, al tramonto, scendeva sotto terra a occidente, simmetricamente, il mundus cereris poteva essere pensato come il varco, a oriente, attraverso cui il sole riemergeva all’alba.

Il mundus cereris, rimanda alle divinità ctonie legate al mistero del loro ciclo vegetativo. Cerere, in particolare, era in origine una Dea che presiedeva alla crescita dei vegetali, strettamente connessa con Tellus (forse ne era un aspetto [Var. R. R. III, 1, 5]), la terra genitrice. Essa aveva anche aspetti ctonii ed era associata alle divinità infere Persefone e Dis Pater. Secondo Macrobio, il mundus era proprio consacrato a Dis e Proserpina [Macr. Sat. I, 16, 18], il che lascia intendere una interpretazione di tale sito alla luce del mito eleusino del Ratto di Proserpina: il mundus avrebbe rappresentato la voragine attraverso cui Dis portò Proserpina nel regno degl’Inferi, ossia un accesso al mondo sotterraneo [Cic. Verr. II, 4, 106 – 107; Prob. In Verg. Georg. I, 38; Schol. Bern. in Verg. Ecl. III, 104], la cui apertura, come abbiamo visto, permetteva la comunicazione tra i differenti piani del cosmo. Nel mundus cereris come luogo che univa cielo, terra e Inferi, tutti questi elementi sono unificati: si sarebbe quindi trattato di una rappresentazione dell’intero mondo (sfera infera, sfera terrestre, sfera celeste). Cerere era presente nella sfera celeste come divinità che portava a maturazione i cereali (un aspetto della Dea che probabilmente diverrà autonomo in età imperiale, come Dea Dia); in quella terrestre, con il suo aspetto produttivo di dispensatrice di abbondanza e nutrimento e, proprio per questo, anche nella sfera infera, in cui si estendeva la sua azione, grazie al legame con Persefone.

Il mundus era anche legato alla fondazione della città, rito in cui Cerere era propiziata per garantire futura abbondanza e benessere, come punto centrale del pomerium, era una sorta di proiezione dell’axis mundi che univa i diversi piani della realtà sacra che si veniva costituendo in quel momento (piano celeste, piano terrestre, piano sotterraneo), creando uno spazio sacro non più bidimensionale (il territorio racchiuso dal pomerium), bensì tridimensionale (attraverso la proiezione del pomerium in alto e in basso), ovvero lo spazio in cui avrebbero interagito gli uomini e le divinità che abitavano i tre piani della realtà.

Secondo i Commentari Juris Civilis di Catone [Cato Com. Jur. Civ. Fr 1 apud Fest. 154] nel mundus si poteva entrare, ma non era possibile a tutti farlo, per questo è stato ipotizzato che si trattasse di una profonda fossa formata da tre parti: una volta da cui era possibile vedere una porzione circolare di cielo (quindi identificato con la volta celeste), un sacrum cereris [Schol. Bern. Verg. Ecl. III, 105], un altare o una camera consacrata alla Dea; una parte inferiore sacra agli Dii Inferi, poi a Persefone e Dis Pater [Macr. Sat. I, 16, 18] in cui si potevano calare solo dei bambini (a causa delle sue piccole dimensioni) dove, nei giorni del mundus patet, si svolgeva un qualche rito divinatorio (a Capua è infatti noto un sacerdos cereris mundalis [CIL X, 3926]).

I giorni in cui il mundus era aperto erano dies religiosi, secondo Macrobio erano consacrati alle divinità infere Dis e Proserpina: non era consentito combattere, muovere l’esercito per andare in guerra, non venivano amministrati gli affari dello Stato, a meno di questioni di urgenza tale da non poter essere prorogate, non si poteva levare l’ancora, né era di buon auspicio sposarsi con l’intenzione di avere dei figli [Fest. 154; Macr. Sat. I, 16, 18].

Le più recenti scoperte archeologiche a Bolsena e a Cerveteri hanno permesso di comprendere meglio cosa fosse realmente il mundus di Roma: si trattava di una sala ipogea di forma quadrangolare (che rappresentava lo spazio terrestre ed era probabilmente consacrata a Cerere), costruita a similitudine di un templum, coperta da una cupola (tholos) dotata di un’apertura circolare, oculos (che rappresentava la volta celeste). La parte esterna, visibile in superficie, era probabilmente un sacellum, considerato locus religiosus, delimitato e considerato inviolabile, forse sormontato da una copertura (monopteros). All’interno si trovava un altare o un’edicola, dove avvenivano i sacrifici nei giorni dedicati al culto (offerta di cereali e primizie), e un puteal, uno stretto cunicolo che dava accesso ad un livello inferiore consacrato alle divinità infere. Attraverso questo passaggio un fanciullo era calato nella zona più bassa della struttura per compiere un rito oracolare (in modo simile a quanto accadeva a Preneste [Cic. Div. II, 85 – 87]): entrando in contatto con gli Dei del mondo sotterraneo, si chiedeva un responso sul raccolto dell’anno seguente.

 

Mundus Patet (Dies Religiosus)

This date is not marked in epigraphic calendars, however, by a gloss of Festus we know that the mundus was opened in three days during the year. The first of these was the 24 Sext., The other two days were on Oct. 5 and Nov. 8 [Fest. 154, 156; 258].

The term mundus, in Latin, indicating the set of domains that made up the universe: earth, water, sky [Fest. 143; Var. Menip. Fr. 92; 420 apud Prob. Bern. In Verg. ECL. VI, 31; Hor. Sat. I, 3, 112] or only the sky, seen as the celestial sphere that encloses the paino terrestrial [Schol. Bern. Verg. ECL. III, 105; Var. Menip. Fr. 92 apud Prob. Bern. Verg. ECL. VI, 31; Var. L. L. VI, 3; Isid. Orig. XIII, 11; Diomed. The GLK, 365, 18; Catul. LXIV, 206; Verg. Georg. I, 240; Tib. III, 4, 17; Enn. Sat. Fr. 10 V apud Macr. Sat. VI, 2]; in that sense it had a meaning similar to that of greek όσμος [Cic. Tim. XXXV]

In another sense it designated a pit, probably with a circular once the lower part of which was dedicated to the Dii Manes (archaeological surveys have revealed different phases of ongoing occupation of Monte Palatino, characterized by the presence of huts near which you was a similar pit. Even in Etruscan area were found to be similar, probably fondative404) covered by a stone that was removed three times a year [Fest. 154, 156; 128; Macr. Sat. I, 16,17]. Mundus also indicated the altars, placed in a hole dug in the ground, dedicated to the infernal deities [Serv. Aen. III, 134]. By analogy with όσμος, according to a different meaning [Plin. Nat. Hist. II, 4, 8] he designated the chest containing personal belongings of the woman [Fest. 142; Lucil. Fr. XV, 519-20 apud Gel. IV, 1, 3 et no. 214, 17; Dig. XXXIV, 2, 25; Liv. XXXIV, 7, 9] (its beauty tools) in particular kit married woman [Apul. Met. VI, 1].

The origin of this term is very uncertain, the most likely hypothesis is that it derives from the Etruscan munth (tied to a munthu Goddess known by a number of inscriptions on bronze mirrors) indicated that perhaps the world, or from mus, ground [ISID. Orig. XX, 3, 4], or the Indo-European root *munth-  from which terms with the mean of the earth, but also round, which would realize the main uses of the word mundus (once Cleste pit, underground circular altar); although the real etymology is still debated, it is undeniable that the primary meaning of the word references to the land, in particular the pit that was dug there and then the infernal ball.

According to Plutarch [Plut. Rom. XI], when Romulus founded Rome Etruscan ritual, first you spotted a point that was the center of the area bounded by the pomerium; Text in this place was in the Comitium, hinting that the greek author refers anachronistically to pomerium Servian. There, Romulus dug a pit in which it was deposited all that was expected by the ritual: Plutarch mentions only the first fruits of the crops and a handful of soil that each man who came to form the nucleus of Roman citizens, had taken the place of its origin [Plut. Rom. XI]. Ovid, in the Fast, always in relation to the founding of the city, speaks of a deep pit located on the Palatine where were thrown cereals and land taken from the surroundings. The Mundus would then be covered with earth, and over there it would have been erected an altar [Ov. Fast. IV, 821 ff]; This would, however, made it impossible for its reopening.

By a gloss of Festus we learn instead that it was covered with a stone called lapis Manalis, considered the “Gateway to the Ogre” because its removal enabled the souls residing in the underworld of “flow” (Manare) toward the upper world; from here Manalis and the definition of Dii Manes attributed to these souls [Fest. 128].

These steps are contradictory and it is possible that the reason lies in the fact that they describe two different places, in fact, from the few references we have, we can deduce that in Rome there were two sites that match the descriptions of ancient writers.

The first was called Roma Quadrata [Fest 258; Var. Apud Solin. I, 1; Ov. Trist. III, 1, 31 ff]: it was an area on the Palatine Hill near the temple of Apollo and was the place where he dug the foundation pit of the city Romulea (the pomerium was also rectangular and surrounded the slopes of the Palatine [Tac . Ann. XII, 24; Gel. XIII, 14, 2]) in which were laid all the things you had to ritually put a sign of good luck. He was surrounded by a fence of stones and it is possible that there was also an altar, which would coincide with the Ovid’s description. There are hints that were opened during the year.

A second site was the mundus Cereris [Fest 142], a circular pit that was presumably near the Comitium, probably in connection with the expansion of the original pomerium after synechism that included in the urban space community that lived on the Colles outside of the Septimontium; or in the Murcia Valley between the Palatine, Aventine and the Tiber, along the spine of the Circus Maximus (where, according to Dionysius of Halicarnassus, there was a heroon Demeter founded by Evandro [Dion. H., 33, 1-2], and we have evidence the existence, in historical times, of a tholos in connection with the cult of the Goddess. it is this mundus which was opened three times a year.

Modern scholars have speculated that originally the mundus was the storage of cereals of the primitive community, the first penus, that would explain his relationship with Consus and Ops, as the Mundus patet stood in the middle of the period between the feasts of these divinity. On the one hand it was in connection with the storage of foodstuffs, on the other hand was the symbol of abundance and prosperity of the city, as well as the penus it was family. It was opened at the end of the harvest for the storage of crops and probably again in the fall to bring out that part of the seed for sowing. This function refers to the theological-functional complex of Consus, as well as the placement of the mundus in the north of the Circus pin, establishes a symmetry and a match with the ara Coun, placed in the southern part of the same: if, in the solar symbolism of the circus, the underground altar of Consus was intended as the point where the sun, at sunset, went down under the ground to the west, symmetrically, the mundus Cereris could be thought of as the gate to the east, through which the sun reemerged all ‘Sunrise.

The Mundus Cereris, refer to the chthonic deities related to the mystery of their growth cycle. Ceres, in particular, it was originally a goddess who presided over the growth of plant life, closely connected with Tellus (maybe it was an aspect [Var. R. R. III, 1, 5]), the parent land. It also had chthonic aspects and was associated to the underworld deities Persephone and Dis Pater. According to Macrobius, the mundus was just dedicated to Dis and Proserpina [Macr. Sat. I, 16, 18], which suggests an interpretation of that site in the light of the Eleusinian myth of the Rape of Proserpine: the mundus would have represented the chasm through which Dis brought Persephone in the Underworld kingdom, or an access to the underworld [ Cic. Verr. II, 4, 106-107; Prob. In Verg. Georg. I, 38; Schol. Bern. in Verg. Ecl. III, 104], the opening of which, as we have seen, allowed the communication between the different planes of the cosmos. In Mundus Cereris as a place that united heaven, earth and the underworld, all these elements are unified: it was an instance involving a representation of the entire world (sphere underworld, the terrestrial sphere, celestial sphere). Ceres was present in the celestial sphere as gods that led to maturing cereals (one aspect of the Goddess who is likely to become autonomous in the imperial age, as Dea Dia); in the Earth, with its productive aspect of a dispenser of abundance and nourishment and, for this reason, even in the infernal sphere, where it extended its action, thanks to the link with Persephone.

The Mundus was also linked to the founding of the city, rite in which Ceres was propitiated to ensure future abundance and wealth, as the central point of the pomerium, was a kind of projection of the AXIS mundi that united the different floors of the sacred reality that was forming at that time (the celestial plane, the Earth plane, basement), creating a sacred space no longer two-dimensional (the area enclosed by the pomerium), but three-dimensional (through the projection of pomerium in the top and bottom), or the space in which they would interacted men and gods who inhabited the three planes of reality.

According to the Commentaries Juris Civilis of Cato [Cato Com. Jur. Civ. Fr 1 apud Fest. 154] in the mundus you could get, but it was not possible to do it all, so it was assumed that it was a deep pit consists of three parts: a time in which it was possible to see a circular portion of the sky (so identified with the heavens), a sacrum Cereris [Schol. Bern. Verg. ECL. III, 105], an altar or a room devoted to the goddess; a lower part sacred to the gods Hades, Persephone and then to Dis Pater [Macr. Sat. I, 16, 18] which could fall just children (because of its small size) where, in the days of Mundus patet, took place a few ritual divination (in Capua is in fact known a sacerdos Cereris mundalis [CIL X, 3926]).

The days when the mundus was opened were religious dies, according to Macrobius were consecrated to the infernal deities Dis and Proserpina was not allowed to fight, move the army to go to war, were not administered the affairs of state, less than issues urgent that it can not be prolonged, it could not weigh anchor, nor was it a good omen to get married with the intention of having children [Fest. 154; Macr. Sat. I, 16, 18].

The most recent archaeological discoveries in Bolsena and Cerveteri have allowed us to understand better what was really the mundus of Rome: it was an underground hall quadrangular (representing the Earth’s space and was probably consecrated to Ceres), built in the likeness of a templum, covered by a dome (tholos) with a circular opening, oculos (representing the sky). The outer, visible on the surface, it was probably a sacellum considered locus religiosus, delimited and considered inviolable, perhaps topped by a cover (Monopteros). Inside was an altar or a kiosk, where the sacrifices took place in the days dedicated to religion (range of cereals and fruits), and a Puteal, a narrow tunnel that led to a lower level devoted to the infernal gods. Through this step a child had fallen into the lowest part of the establishment to carry out an oracle rite (in a similar way to what happened in Preneste [Cic. Div. II, 85-87]): getting in touch with the gods of the underworld, he wondered a response on the harvest of the following year.

 

Picture

Ostia. Il mundus (MUN). Lo stato tardoantico con chiusura dell’ingresso e l’ultimo restauro. In A. Gering – Le ultime fasi della monumentalizzazione del centro di Ostia tardoantica, Les Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité (MEFRA), 126-1, 2014: Ostia antica – Varia

II NON. NOV. (4) C – XIV KAL. DEC. (17) C

Ludi Plebei

Secondo Cicerone sarebbero stati fondati all’epoca di Numa [Cic. Orat. III, 19, 73], mentre per lo Pseudo Asconio, scholiaste di Cicerone, sarebbero stati istituiti dopo la cacciata dei re, oppure, con maggior verosimiglianza, in seguito alla riconciliazione tra patrizi e plebei [PsAsc. Schol. ad Cic. Ver. I pg 143 Or.] che seguì la secessione sull’Aventino (449 aev.); dopo questo evento, con la promulgazione delle leggi Valerie-Horatie [Liv. III, 55] furono anche istituiti gli aediles plebei che ebbero sempre la cura di questa celebrazione, si sarebbe così avuta l’istituzione della festività in concomitanza con quella dei magistrati ad essa preposti. Il fatto che vengono menzionati per la prima volta solo nel 216 aev [Liv. XXIII, 30, 17], non è prova della loro introduzione in epoca medio-repubblicana: infatti sappiamo che gli aediles curules, furono istituiti nel 367 aev per presiedere all’organizzazione dei Ludi Romani, in analogia con gli aediles plebei e i Ludi Plebei, il che lascia intendere che l’istituzione di questi ultimi fosse anteriore a tale data. È anche possibile che in origine non si trattasse di una celebrazione pubblica (pro populus), ma quasi privata, riservata solo alla plebe e che l’introduzione nel calendario pubblico romano sia avvenuta solo in età medio-repubblicana.

In origine, si svolgevano nel Circo Flaminio [Val. Max. I, 7, 4], che fu costruito nel 220 aev [Liv. XX epit.] da Tito Flaminio quando era censore, ed erano celebrati dagli edili plebei nella sola giornata del 14° Nov, ma già dal 207 aev, avevano una durata di più giorni; alla fine del periodo repubblicano arrivarono a 13 giorni e ad occupare tutta la parte centrale del mese: il cuore degli spettacoli rimasero i Giochi Circensi del 14°, mentre nei 3 giorni conclusivi si svolgevano rappresentazioni sceniche. In connessione con questi giochi fu istituito anche l’epulum Jovis [Liv. XXV, 2, 10; XXVII, 3, 9], mentre quello che si svolgeva durante i Ludi Romani sarebbe stato introdotto successivamente.

 

Ludi Plebei

According to Cicero they would have been created at the time of Numa [Cic. Orat. III, 19, 73], while for the Pseudo Asconius, Cicero scholiaste, they would have been established after the expulsion of the kings, or, with greater likelihood, following the reconciliation between patricians and plebeians [PsAsc. Schol. to CIC. Ver. I pg 143 Or.] after the Aventine Secession (449 BCE.); following this event, with the promulgation of Valerie-Horatiae laws [Liv. III, 55] the plebeian aediles were also established and they took care of this celebration. According to this hypothesis we would have the establishment of the festivities in conjunction with the magistrates that deal with it. The fact that these Ludi are mentioned for the first time only in 216 BCE [Liv. XXIII, 30, 17], is not proof of their introduction in the medium-republican era: in fact we know that the aediles curules, were established in 367 BCE to oversee the organization of the Roman Games, in analogy with the plebeian aediles and the Ludi Plebei, which suggests that the establishment of the latter was made prior to that date. It is also possible that originally it was not a public celebration (pro populus), but almost a private one, reserved only to the plebs and the introduction in the public Roman calendar happened in middle-aged Republican.

Originally, they were held in Circus Flaminius [Val. Max. I, 7, 4], which was built in 220 BCE [Liv. Epit XX.] by Titus Flaminius when he was censor, and were celebrated by the aediles plebeians in only one day, the 14th of November. Already in 207 BCE, they had a duration of several days and, at the end of the Republican period, they came to 13 days and occupy all the central part of the month. The heart of the shows were the Circus games of the 14th, while in the final three days stage performances were held. In connection with these games the Epulum Jovis [Liv. XXV, 2, 10; XXVII, 3, 9] was set up.

Picture

L. Critonius and M. Fannius, Denarius, Rome, BC 86; AR (g 3,60; mm 18; h 3); Draped bust of Ceres r., wearing a wreath of corn-ears; behind, AED PL, Rv. Two male figures seated on subsellium r.; on l., PA; on r., corn-ear; in ex. M FAN L CR+. Crawford 351/1; Critonia 1, Fannia 4; Sidenham 717.

VII KAL. NOV.  (26) C – KAL. NOV. (1) C

Ludi Victoriae Sullanae

All’inizio erano definiti solo Ludi Victoriae, in seguito furono indicati come Victoriae Sullanae per distinguerli dai Ludi Victoriae Cesaris. Furono indetti la prima volta nell’81 aev per celebrare la vittoria di Silla sui Sanniti alla Porta Collina ed erano organizzati dai pretori.

Culminavano coi circenses delle Kal. Nov. L’anniversario della battaglia.

 

Ludi Capitolini

La data dei Giochi Capitolini non è ricordata nei calendari epigrafici perchè non si trattava di una festa pubblica, ma di una celebrazione indetta dal collegio dei Capitolini, una confraternita che sappiamo essere ancora attiva all’epoca di Cicerone che ne parla in una lettera al fratello [Cic. Q. Fr. II, 5, 2] e che, fin dalla sua fondazione, aveva il compito di celebrare questi ludi.

La precisa origine dei giochi non è nota, ma doveva essere antica, poichè la storiografia romana la faceva risalire a Romolo che li avrebbe istituiti o per commemorare la conquista di Veio [Plut. Rom. XXV, 6; Fest. 322], o la consacrazione di un tempio a Giove (quello di Juppiter Feretrius?) [Enn. Ann. Fr. 51 V apud Schol. Bern. Ad Georg. II, 384; Tert. Spect. V]; oppure a Camillo [Liv. V, 50] che li avrebbe celebrati per la mancata conquista del Campidoglio da parte dei Galli [Liv. Cit.].

Gli uomini vi assistevano vestendo la toga praetexta e, durante il loro svolgimento, avveniva un episodio curioso: un uomo anziano con indosso un abito bordato di porpora e una bulla d’oro era condotto attraverso il Foro fino al Campidoglio, mentre un araldo annunciava che ‘i Sardi erano in vendita’ [Fest. Cit.; Plut. Cit.].

Non si conosce l’origine di quest’usanza: Festo e Plutarco affermano che l’uomo anziano rappresentava il re di Veio che fu condotto tra i prigionieri che seguirono il corteo trionfale di Romolo e che Sardi si sarebbe riferito agli Etruschi, che si pensava fossero originari della Lidia e precisamente della città di Sardi [Fest. Cit.; Plut. Cit.]. Un’altra possibilità è che l’annuncio del banditore, a cui era associato il proverbio

… Sardi venales alius alio nequitor… [Fest. 322]

fosse diventato proverbiale dopo la conquista della Sardegna e della Corsica, nel 238 aev da parte di Tiberio Gracco, per via della grande quantità di prigionieri che arrivarono a Roma per essere venduti come schiavi a poco prezzo [Fest. Cit.].

È più probabile che questi giochi, che Tertulliano chiama Ludi Tarpei [Tert. Spect. V] fossero stati istituiti in occasione della consacrazione di un tempio a Juppiter: quello di Juppiter Optimus Maximus, o quello, più antico, di Juppiter Feretrius [Enn. Cit.; Tert. Spect. V].

Secondo la tradizione che risale ad Ennio, quando furono celebrati per la prima volta erano composti da gare di corsa e combattimenti di pugilato in cui i contendenti si ungevano il corpo di olio [Enn. Cit.; Serv. Dan. Aen. III, 384]. È possibile che si svolgessero anche danze in armi (bellicrepa) [Fest. 25].

 

Ludi Victoriae Sullanae

At first they were only defined Ludi Victoriae, they were later identified as Victoriae Sullanae to distinguish them from Ludi Victoriae Cesaris. They were organized the first time in 81 BCE to celebrate the victory over the Samnites to Silla Porta Collina and were organized by the magistrates.

They culminated with circuses of Kal. Nov. The anniversary of the battle.

 

Ludi Capitolini

The date of the Capitoline games is not mentioned in epigraphic calendars because it was not a public holiday, but a celebration held by the College of Capitoline, a brotherhood that we know is still active at the time of Cicero, who speaks in a letter to his brother [Cic. Q. Fr. II, 5, 2] and which, since its foundation, had the task of celebrating these Ludi.

The precise origin of the games is not known, but it had to be ancient, as the Roman historiography traced to Romulus that he instituted them, or to commemorate the conquest of Veii [Plut. Rom. XXV, 6; Fest. 322], or the consecration of a temple to Jupiter (Jupiter to Feretrius?) [Enn. Ann. Fr. 51 V apud Schol. Bern. To Georg. II, 384; Tert. Spect. V]; or Camillo [Liv. V, 50] which would have celebrated them for failure to conquer the Capitol by the Gauls [Liv. Cit.].

They watched the men wearing the toga praetexta and an old man wearing a robe edged with purple, and a gold bulla was conducted through the Forum to the Capitol, while a herald announcing that ‘the Sardinians were for sale’ [Fest. cit .; Plut. Cit.].

You do not know the origin of this: Festo and Plutarch say that the old man was the king of Veii, which was conducted among the prisoners who followed the triumphal procession of Romulus and Sardis would have referred to the Etruscans, which was thought It originated in Lydia, namely the city of Sardis [Fest. cit .; Plut. Cit.]. Another possibility is that the announcement of the auctioneer, who was associated with the proverb

… Sardi venales alius alio nequitor … [Fest. 322]

He had become proverbial after the conquest of Sardinia and Corsica, in 238 BCE by Tiberius Gracchus, because of the large number of prisoners who arrived in Rome to be sold as slaves cheaply [Fest. Cit.].

It is more likely that these games, which Tertullian called Ludi Tarpei [Tert. Spect. V] had been set up at the dedication of a temple to Jupiter: that of Jupiter Optimus Maximus, or that, oldest, of Jupiter Feretrius [Enn. cit .; Tert. Spect. V].

According to the tradition going back to Ennio, when they were celebrated for the first time they were composed of running races and boxing fights where the contenders were anointed body oil [Enn. cit .; Serv. Dan. Aen. III, 384]. They can also dances that were held in arms (bellicrepa) [Fest. 25].

Picture

  1. Nonius Sufenas. Silver Denarius (4.09 g), 57 BC. Rome. SVFENAS before, S C behind, head of Saturn right; behind, harpa and conical stone. Reverse SEX NONI in exergue, PR L V P F (Sextus Nonius, praetor ludos victoriae primus fecit) around, Roma seated left on cuirass and shield, holding spear, crowned by Victory standing to left behind her, holding palm. Crawford 421/1; Sydenham 885; Nonia 1