IV KAL. JUN. (29) C

Ambarvalia

Attorno agli ambarvalia vi è un’ampia disputa tra gli studiosi: l’esistenza di un tale rito pubblico, la sua natura e i rapporti con i sacrifici in onore di Dea Dia (vedi oltre), sono infatti oggetto di un ampio dibattito che ancora non ha portato a una conclusione ampiamente accettata.

Le notizie realmente riferibili al rito pubblico degli Ambravalia sono estremamente scarse e frammentarie. Il nome deriva da ambio (andare intorno) + arva (i campi coltivati, opposti ai pascoli e alle terre selvagge) [Serv. Ecl. III, 77] ed indica una processione che seguiva i confini dei campi, a scopo purificatorio [Hist. Aug. Aurel. XIX, 6; XX, 3] e propiziatorio. Secondo Strabone, il rito si svolgeva in una località chiamata Festi, tra il V e il VI miglio da Roma della via Appia (questa località è stata variamente identificata, ad esempio con la fortificazione chiamata Fossa Cluilia [Liv. I, 23], o con il bosco sacro in cui sorgerà il tempio di Dea Dia), che allora era ritenuto il confine dell’ager romanus (alcuni autori ritengono che festi sarebbe una corruzione della formula augurale finis esto che indicava il limite dell’ager romanus e non il nome di una località definita) e in altri luoghi, probabilmente situati in vari punti del confine dell’ager ed era officiato dai pontefici.

… tra la V e la VI pietra miliare che segna la distanza da Roma, vi è un luogo chiamato Festi; essi dicono che un tempo questo era il li limite dell’ager romanus e, oggi, sia qui che in molti altri siti che essi ritengono essere stati luoghi di confine, i pontefici offrono il sacrificio chiamato Ambarvia… [Strabo V, 3, 2]

Secondo un’altra interpretazione, basata essenzialmente su un passo corrotto di Festo, relativo alle vittime ambarvali, il rito era compiuto dalla confraternita dei fratelli arvali, un antico collegio religioso che era connesso alla fertilità della terra ed ai raccolti, Varrone, infatti li definisce:

… coloro che compiono riti pubblici affinché i campi portino frutti (fruges ferrent arva), da ferre e arva, sono chiamati fratelli arvali… [Var. L. L. V, 85]

Indossavano corone di spighe di grano (altro elemento che rimanda all’abbondanza dei raccolti), intrecciate con nastri sacri, considerato il tipo di corona più antico, mai usata dai romani. Tale attributo spettava ai sacerdoti per tutta la vita e non poteva essere tolto loro nemmeno in caso di incarcerazione o di esilio [Plin. Nat. Hist. XVIII, 2, 6; Masur. Sab. Fr. 14 H apud Gel. VII, 6].

Non abbiamo molte informazioni sulla confraternita, la maggior parte ci derivano dai protocolli dei loro riti che furono scolpiti su lastre di marmo che ornavano il tempio di Dea Dia. Sappiamo che era composta da dodici membri e che era guidata da un magister eletto annualmente. La tradizione vuole che gli arvali fossero i dodici figli di Acca Larentia, la madre adottiva di Romolo, e che, alla morte di uno di essi, Romolo stesso ne prese il posto, divenendo a tutti gli effetti figlio di Acca [Plin. Nat. Hist. Cit.; Gel. Cit; Fulg. Plac. Serm. Ant. riporta 30 fratelli]. Questo mito collega gli arvali, oltre che a Dea Dia e Cerere, anche alla Madre dei Lari, identificata con Acca (vedi Larentalia VIII Kal. Jan.).

Per quanto riguarda gli ambarvalia, sappiamo che comportavano un sacrificio per propiziare la fertilità dei campi

… sono chiamate ambarvales le vittime che sono immolate da †due† fratelli per la fertilità dei campi… [Fest. 5]

La definizione di Festo è ripresa da Macrobio che spiega che bisogna intendere, per vittime ambarvali, quelle che sono condotte attorno ai campi, a causa di un servizio religioso volto a propiziare un bon raccolto. Lo stesso autore aggiunge che, poiché purificare (lustrare), significa circumire o ambire, le vittime prendono il nome da questa processione [Macr. Sat. III, 5, 7].

… e quando purificheremo i campi, così sopra ‘quando offriamo una vittima (vitula) per i raccolti (pro frugibus)’ [Verg. Ecl. III, 77]; lustrare qui è circumire, infatti parla del sacrificio ambarvale [Serv. Ecl. V, 75]

Molti autori hanno accostato questo rito alla purificazione dei campi attraverso una lustratio ed il sacrificio di suovetaurilia descritta da Catone nel De Agricoltura [Cat. Agr. 141], opinione rafforzata dal fatto che, sia nel carme degli arvali (vedi oltre), che nella preghiera di Catone, viene invocato Mars, tuttavia questa era solo uno degli aspetti che dovevano avere gli ambarvalia, mancando in Catone, ogni riferimento alla fecondità dei campi o all’abbondanza dei raccolti.

Altre fonti letterarie di età imperiale, Virgilio [Verg. Georg. I, 338 – 350] e Tibullo [Tib. II, 1], che descrivono poeticamente gli ambarvalia privati, ci danno un quadro diverso: come abbiamo già visto, erano immolate ambarvales hostiae [Fest. 5; Macr. Cit; Serv. Ecl V, 75; III, 77; Georg. I, 345], si trattava di una vitella [Verg. Ecl. III, 77; Tib. II, 1, 15], oppure un’agnella [Verg. Georg. I, 341; Tib. II, 1, 15], o una scrofa [Serv. Georg. I, 345]; queste vittime rimandano piuttosto all’immolazione della scrofa praecidanea (o dell’agna praecidanea [Fest. 233]) che è prescritta sempre da Catone prima della mietitura [Cat. Agr. 134; Gel. IV, 6, 7; Var. apud Non. 163, 21]. È tuttavia possibile che nel rituale pubblico, vi fossero più sacrifici a differenti divinità, quindi non solo a Mars, ma forse anche a Cerere, assieme ai Lares e ai Semones, divinità collegate con la crescita delle sementi. In questo caso i suovetaurilia sarebbero stati immolati a Mars, come divinità protettrice, mentre alle altre divinità sarebbero state sacrificate vittime differenti per propiziare un buon raccolto. Si può anche ipotizzare che i tre animali menzionati come ambarvales hostiae, fossero immolati assieme come un tipo particolare di suovetaurilia che, oltre alla valenza lustrale aveva anche quella di propiziare la fecondità dei campi: trattandosi di vittime di sesso femminile, se quest’ipotesi fosse vera, la divinità beneficiaria non avrebbe potuto essere Mars, bensì Cerere.

È verosimile che le incertezze relative a questa festività siano dovute alla sovrapposizione di rituali differenti: nella realtà le informazioni sul rito pubblico non sono tali da darci un quadro del suo svolgimento, né del suo scopo, sono tuttavia sufficienti a provare la sua esistenza, ma, a fianco di tale rito, esisteva una pratica diffusa in tutte le zone rurali che prevedeva una lustrazione precedente il raccolto: essa è menzionata nelle menologie rustiche come Segetes lustrantur [CIL VI, 2306 = CIL VI, 32504 = CIL I, p 280 = Inscr. It. XIII, 2, 48 = AE 2004, 11; CIL VI, 2305 = CIL VI, 32503 = CIL I, p 280 = Inscr. It. XIII, 2, 47 = AE 2012, 179; CIL X, 3792 = Inscr. It. XIII, 2, 46 = AE 1994, 429; CIL IX, 1618; 5565]. La data di queste celebrazioni non era stabilita, ma doveva cadere nel mese di Majus, probabilmente in momenti differenti a seconda della zona e delle usanze locali. Questi ambarvalia privati, compiuti dai proprietari terrieri, o dalle comunità locali, attorno ai campi coltivati, poco prima del raccolto, possono aver fornito la base per le descrizioni poetiche di Virgilio e Tibullo, ma non erano direttamente collegate agli ambarvalia pubblici. Per questo motivo, ancora oggi tra gli studiosi non vi è accordo su quello che doveva essere il rituale degli ambarvalia, né sul fatto che i passi poetici di Virgilio e Tibullo descrivessero realmente questa festività e non altre come i Compitalia, la lustratio dei pagi, o qualche celebrazione privata per i Cerealia.

Sacrum Dee Diae

In epoca imperiale non sappiamo se gli ambarvalia, come festa pubblica, fossero ancora celebrati e alcuni autori hanno ipotizzato che fossero stati sostituiti da un rituale che i fratelli arvali compivano in onore di Dea Dia. Sul come sia avvenuta questa sostituzione non abbiamo alcun dato, né gli studiosi sono tutti concordi sull’identità tra gli ambarvalia e sacrum Deae Diae, è però possibile, come scritto sopra, che il rito più antico fosse sopravvissuto sotto la responsabilità dei pontefici, e che un intervento di Augusto avesse creato un nuovo culto, essendo Dea Dia una divinità sconosciuta prima dell’età imperiale, affidato ad una restaurata confraternita arvale.

Su Dea Dia non abbiamo altre informazioni oltre a quanto ci è stato tramandato dai protocolli degli arvali: il suo nome significa semplicemente la Dea del Cielo Splendente e d era invocata perché portasse a maturazione le messi; era forse identificata con Cerere, oppure ne era un aspetto che per qualche motivo fu onorata come una divinità autonoma. Il suo culto si svolgeva in un bosco sacro (lucus) che si trovava a circa sei miglia da Roma lungo la via Portuensis, alle pendici di una collina, nei pressi del Tevere, che poteva essere uno degli altri luoghi dove si celebravano gli ambarvalia, secondo l’accenno di Strabone [Strab. Cit.]. Nel bosco si trovava un tempio dedicato alla Dea e ad un’altra divinità ctonia, forse la Madre dei Lari.

Oltre al tempio di Dea Dia, il complesso sacro comprendeva un cesareum, dove erano esposte ed onorate le effigi degli imperatori, un complesso termale ed i locali usati dai sacerdoti, un circo. I riti in onore della Dea duravano tre giorni, erano una feria conceptiva che poteva cadere nello stesso periodo degli ambarvalia e la loro data era fissata all’inizio dell’anno, in Januarius. Una descrizione precisa può essere ricavata dai frammenti dei protocolli degli arvali che furono ritrovati nel bosco sacro.

Le celebrazioni in onore di Dea Dia duravano tre giorni: il 27°, 29° e 30° giorno di Majus, tuttavia, ad anni alterni la data veniva anticipata al 17°, 19°, 20° giorno. Gli studiosi moderni ritengono che il motivo di quest’alternanza (escludiamo i rari casi in cui la festa fu posticipata oltre il mese di Majus) risiedesse in una tradizione risalente all’età repubblicana: in tale epoca vigeva un calendario luni-solare che prevedeva l’inserimento, ad anni alterni, di un mese di 20 giorni, detto intercalare; se ammettiamo che la festa avesse come data il 27 – 30 e che il suo inizio fosse legato a un particolare evento astronomico del ciclo solare (si tratta del nono giorno dall’entrata del sole nella costellazione dei Gemelli), in un anno con intercalazione, l’evento astronomico sarebbe avvenuto all’incirca 10 giorni prima rispetto a un anno senza intercalazione. Possiamo quindi ritenere che la celebrazione dei riti per Dea Dia fosse fissata al 27 – 30 Majus per coincidere con un determinato fenomeno astronomico e che la sua anticipazione ad anni alterni fosse la sopravvivenza, in epoca imperiale, quando il calendario era definitivamente solare, di una tradizione più antica.

La data della festa era fissata dalla confraternita, in una riunione pubblica, in virtù del suo jus contionandi e jus edicendi (il luogo in cui si teneva tale riunione era il pronao del tempio di Concordia o del Pantheon) tra le Non. e le Eid, di Januarius, solitamente l’11° Jan., ovvero un trinundium dopo l’inizio dell’anno secondo il calendario degli arvali, fissato ai Saturnalia. Di fatto non si trattava di una festa pubblica, quindi i giorni delle celebrazioni non erano nefas, né feriae, era una celebrazione privata pro populo, quindi un semplice sacrum. Durante la cerimonia dell’indictio, il promagister, dopo essersi purificato lavandosi le mani e volto a oriente, promulgava la data dei sacrifici in onore di Dea Dia

Le cerimonie in onore di Dea Dia rappresentavano un rito unico, un sacrum (non una sequenza di sacra) il cui inizio era segnato dalle offerte nella dimora urbana della Dea (la casa del magister della confraternita) (… sacrificium Deae Diae concepit…) per continuare nel Suo santuario e poi chiudersi di nuovo nella dimora del magister (… ad consummandum sacrificium deae Diae cenarunt…): le espressioni concepit e consummandum usate per queste due cerimonie e l’indicazione costante di sacrum, dimostrano che si tratta di un’unica sequenza cerimoniale, caratterizzata da alta unitarietà e dalla ripetizione di segmenti ben definiti. Possiamo altresì ritenere che il vero inizio del rituale sia da trovare nella indictio: l’atteggiamento del promagister rimanda, infatti, alla pratica sacrificale romana: il capo coperto, il volgersi a oriente, sono tutti indizi che lasciano credere che il celebrante fosse intento in un vero e proprio rito religioso, configurabile come fase preparatoria alla celebrazione vera e propria che si sarebbe tenuta alcuni mesi dopo.

 

Ambarvalia

Around the ambarvalia there is wide debate among scholars: if today it is difficult to determine if such a ritual really existed, its nature and its relations with the sacrifices in honor of the Goddess Dia (see below) are one of the most debated topics among those that deal with Roman religion.

The informations related to the public ritual of Ambravalia are extremely scarce and fragmented. The name comes from ambio (go around) + arva (cultivated fields, pastures and opposed to the wilds) [Serv. ECL. III, 77] and indicates a procession that followed the borders of the fields, for the purpose of purification [Hist. Aug. Aurel. XIX, 6; XX, 3] and mercy. According to Strabo [Strabo V, 3, 2], it took place in a place called Festi, between the fifth and sixth mile of the Appian Way from Rome (this has been variously identified, for example with the fortification called Fossa Cluilia [Liv. I, 23], or with the sacred grove of Dia Goddess temple), which was considered the boundary of the ager romanus (some authors believe that it would be a corruption of the festi wishing formula finis esto that indicated the limits of the ager romanus and not the name a location defined) and at other places, probably located in various points of the ager border; it was officiated by the pontifexes.

According to another interpretation, based mainly on a corrupted step from Festus concerning ambarvalia victims, the rite was performed by the brotherhood of the Arval brothers, an ancient religious collegium connected to the fertility of the land and crops, Varro, in fact defines them :

… Those who perform public rites so that the fields bear fruit (fruges ferrent arva), from ferre and avalanche transceivers, are called Arval brothers … [Var. L. L. V, 85]

They wore wreaths of ears of corn (another element that refers to the abundance of crops), interwoven with sacred ribbons, considered the oldest type of crown, never used by the Romans. This attribute belonged to the priests for life and could not be taken away from them even in the event of imprisonment or exile [Plin. Nat. Hist. XVIII, 2, 6; Masur. Sat. Fr. 14 H apud Gel. VII, 6].

We have not much information about the brotherhood, we derive most of their rituals by the protocols that were carved on marble slabs that adorned the temple of the Goddess Dia. We know that it was composed of twelve members and was headed by a magister elected annually. Tradition has it that Arvali were the twelve sons of Acca Larentia, the foster mother of Romulus, and that the death of one of them, the same Romulus took his place, becoming in all child effects of Acca [Plin. Nat. Hist. cit .; Gel. cit; Fulg. Plac. Serm. Ant. reports 30 brothers]. This myth connects Arvali, as well as to Dea Dia and Ceres, also the Mother of the Lares, identified with Acca (see larentalia VIII Kal. Jan.).

As regards the ambarvalia, we know that entailed a sacrifice to propitiate the fertility of the fields

… Are called ambarvales victims who are sacrificed by † † two brothers for the fertility of the fields … [Fest. 5]

The definition of Festus is taken from Macrobius which explains that we must understand, for ambarvalia victims, those which are conducted around the fields, because of a religious service aimed at bringing about a good harvest. The same author adds that, since purification (polishing), means circumire or aspire, victims are named after this procession [Macr. Sat. III, 5, 7].

Many authors have approached this ritual purification of the fields through a lustratio and the sacrifice of suovetaurilia described by Cato in De Agriculture [Cat. Agr. 141], opinion reinforced by the fact that, both in the Arvale hymn and in Cato’s prayer, is called Mars, but this was only one of the aspects that had to have the ambarvalia, lacking in Cato, any reference to fertility the courts or the abundance of crops.

Other literary sources of the imperial age, Virgil [Verg. Georg. I, 338-350] and Tibullus [Tib. II, 1], describing poetically private ambarvalia, give us a different picture: as we have seen, were sacrificed ambarvales hostiae [Fest. 5; Macr. cit; Serv. Ecl V, 75; III, 77; Georg. I, 345], so a heifer [Verg. Ecl. III, 77; Tib. II, 1, 15], or a lamb [Verg. Georg. I, 341; Tib. II, 1, 15], or a sow [Serv. Georg. I, 345]; these victims refer rather to the immolation of the praecidanea porca (or dell’agna praecidanea [Fest. 233]) which is always prescribed by Cato before the harvest [Cat. Agr. 134; Gel. IV, 6, 7; Var. Apud no. 163, 21]. However, it is possible that in public rituals, more sacrifices to Gods others than Mars (maybe to Ceres, along with the Lares and Semones, deities associated with the growth of the seed) were performed. In this case the suovetaurilia were sacrificed to Mars, as patron deity, while the other Gods would have been received different victims to propitiate a good harvest. One could also imagine that the three animals mentioned as ambarvales hostiae, were sacrificed together as a particular type of suovetaurilia that in addition to the lustral valence had to propitiate the fertility of the fields: these are female victims, if this hypothesis was true, the beneficiary deities could not be Mars, but Ceres.

It is likely that the uncertainties surrounding this festival are due to the superposition of different rituals: in reality, the public rite informations are not such as to give us a picture of its development, nor its purpose, but they are just sufficient to prove its existence. Next to this rite, there was a widespread practice in all rural areas that included harvest lustration mentioned in the rustic menologiae as segetes lustrantur [CIL VI, 2306 = CIL VI, 32504 = CIL I, p = 280 inscr. En. XIII, 2, 48 = AE 2004 11; CIL VI, 2305 = CIL VI, 32503 = CIL I, p 280 = Inscr. En. XIII, 2, 47 = AE 2012, 179; CIL X 3792 = Inscr. En. XIII, 2, 46 = AE 1994, 429; CIL IX, 1618; 5565]. The date of these celebrations was not established, but had to fall in the month of Majus, probably at different times depending on the area and local customs. These private ambarvalia, made by landowners, or local communities, around the cultivated fields, just before the harvest, may have provided the basis for the poetic descriptions of Virgil and Tibullus, but they were not directly linked to public ambarvalia. For this reason, even today among scholars there is no consensus on what was to be the ritual of ambarvalia, nor on the fact that the poetic passages of Virgil and Tibullus really were describing this festival and not others such as Compitalia, the lustratio of pages, or some private celebration for Cerealia.

 

Sacrum Dee Diae

In imperial times we do not know if ambarvalia, as a public holiday, they were still celebrated and some authors have suggested that they had been replaced by a ritual that the brothers of Arvali made in honor of Dea Dia. About how this substitution has taken place we do not have any data, nor the scholars all agree on the identity between the sacrum Deae Diae and ambarvalia.

We have no other information about Dea Dia in addition to what has been handed down by the Arvali protocols: Her name simply means the Goddess of Heaven Shining and She was invoked to bring crops to fruition; She was perhaps identified with Ceres, or She was an aspect that for some reason was honored as an independent deity. Her cult took place in a sacred grove (lucus) located about six miles from Rome on the Via Portuensis, on the slopes of a hill, near the Tiber, which could be one of the other places where they celebrated the ambarvalia, according to the hint of Strabo [Strab. Cit.]. In the forest there was a temple dedicated to the Goddess and another chthonic deities, perhaps the mother of the Lares.

In addition to the temple of the Goddess Dia, the sacred complex included a cesareum, where they were exposed and honored the effigies of the emperors, a bath complex used by the priests, a circus. The rites in honor of the Goddess lasted three days, were a feriae conceptivae that could fall in the same period of ambarvalia and their date was fixed at the beginning of the year, on Januarius. A detailed description can be obtained from the fragments of the Arvali protocols that were found in the sacred grove.

The celebrations in honor of the Goddess Dia lasted three days: 27 °, 29 ° and 30 ° of Majus, however, every other year the date was brought forward to 17 °, 19 °, 20 °. Modern scholars believe that the reason for this alternation (we exclude the rare cases in which the party was postponed over the month of majus) resided in a tradition dating back to the Republic: a lunar-solar calendar was in force at that time which provided the inclusion, in alternate years, of one 20 days month, said interlayer. If we admit that the celebration had the date 27-30 and that its beginning was linked to a particular astronomical event of the solar cycle (this is the ninth day of the entry of the sun in the constellation Gemini), in a year with intercalation, the astronomical event would take place approximately 10 days earlier than a year without intercalation. We can therefore assume that the celebration of the rites for the Goddess Dia was set at 27-30 Majus to coincide with a particular astronomical phenomenon and its anticipation in alternate years was the survival, in the imperial era, when the calendar was definitely Solar, of older traditions.

The feast date was defined by the brotherhood, in a public meeting (the place where the meeting was held was the portico of the Temple of Concordia or Pantheon) between Non and Eid of Januarius, usually the Jan. 11, or one trinundium after the beginning of the year according to the Arvale calendar, attached to the Saturnalia. It was not a public holiday, then the days of the celebrations were not nefas nor feriae, but it was a private celebration pro populo, a simple sacrum. During the indictio ceremony, the promagister, after being purified by washing hands and face to the east, promulgated the date of the sacrifices in honor of the Goddess Dia

The ceremonies represented a unique ritual, a sacrum (not a sacred sequence) whose beginning was marked by offerings in the Goddess urban residence (the home of the magister of the brotherhood) (… sacrificium Deae Diae concepit …) to continue in Her sanctuary, and then close again in the home of magister (… to consummandum sacrificium deae Diae cenarunt …): the concepit and consummandum formula used for these two ceremonies and the constant indication of sacrum, show that it is a single ceremonial sequence, characterized by high uniformity and repetition of well-defined segments. We can also assume that the true beginning of the ritual is to be found in indictio: the attitude of promagister refers, in fact, the Roman sacrificial practice: his head covered, turning to the east, are all clues that let believe that the celebrant was intent a real religious rite, configurable as a preparatory phase to the actual celebration to be held a few months later.

 

Picture

Roman ara: a magistrate is performing a sacrifice to Dea Dia, from Colonia

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VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P(ublicae) P(opuli) R(omani) Q(uiritium) in colle Quirin(ali)

In questo giorna cadeva l’anniversario della dedica di uno dei cosìdetti Tres Aedes Fortunae, che si   trovavano sul colle Quirinale, presso la Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probabilmente si trattava di quello dedicata a Fortuna Primigenia, la divinità venerata a Preneste, che a Roma prese il nome di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer.; CIL I², 213; 319] o anche: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in colle Quirinali [Fast. Esquil.; CIL I², 211], Fortuna Publica populi Romani in colle [Fast. Venus.] (Figura 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Populi Fortuna Potentis Publica [Lyd. Mens. IV, 7]. Il tempio fu votato nel 204 aev. dal console P. Sempronius Sofus, all’inizio della battaglia di Crotone contro Annibale, “se fosse riuscito a mettere in fuga i nemici” [Liv. XXIX, 36, 8] e fu poi dedicato circa 10 anni dopo, nel 194 aev. da Q. Marcus Ralla [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

Secondo i Fasti Amiterni [CIL I2, 245] in questo giorno si ricordava la dedica di un luogo di culto dedicato a Venus, sul monte Velia. Non sappiamo esattamente di quale luogo si trattasse: M. Torelli ha ipotizzato che sul Velia fosse ospitato il culto di Venus Calva, il che ci porta a un tempio [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], la cui data di edificazione non conosciamo, o più probabilmente a un sacellum, che doveva ospitare la statua della Dea [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servio riporta alcuni aitia sulla nascita di tale culto: durante l’assedio gallico, avendo i Romani esaurito le corde per le macchine da guerra, le matrone, guidate da una Domitia, offrirono i loro capelli per farne di nuove, in ringraziamento per tale sacrificio, il senato decretò la dedica della statua a Venus Calva. Un’altra versione ne proietta l’origine all’età regia: a causa di un prurito pestilenziale le donne romane tagliarono i loro capelli, il re Anco dedicò una statua a Venus come espiazione e così i capelli ricrebbero [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

La presenza di una Domitia nel primo racconto riportato da Servio, così come l’esistenza della familia dei domitii calvini all’interno della gens domitia, ha fatto pensare che il culto di Venus Calva avesse una connessione con essa e che la statua si trovasse nei pressi della domus dei calvini, sul Velia, collocazione avvalorata dalla presenza, nello stesso sito, di un altro culto che poteva essere in relazione con quello di Venus Calva, quello di Mutinus Tutinus.

Secondo le testimonianze antiche, questo culto doveva essere molto antico, e già gli eruditi romani lo mettevano in relazione con quello di Aphrodite barbata diffuso in oriente, particolarmente a Cipro [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3] .

Secondo Torelli, doveva avere una connessione con i riti iniziatici dei giovani romani, dell’età arcaica: il simulacro non doveva essere del tutto calvo, ma solamente portare una tonsura, propria dai giovani di entrambi i sessi che si apprestavano al matrimonio (è possibile che le giovani donne offrissero a questa divinità i capelli che venivano loro tagliati); altro simbolo che connette Venus Calva alla sfera matrimoniale è il pettine, che secondo la testimonianza della Suida, era tenuto in mano dalla Dea [Suida cit.].

Doveva trattarsi di una rappresentazione androgina avente in parte attributi maschili e in parte femminili, forse equestre [Suida cit.], tali elementi avvalorano la sua antichità. Testimonianza della notorietà di cui godeva questa immagine è il fatto che, secondo Macrobio, fu proprio essa a guidare il poeta Laevius nel comporre i seguenti versi [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est…

così come il poeta Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venerem…

L’androginia era collegata alla sfera matrimoniale (e ai riti di “inversione” praticati all’inizio dell’anno), in particolare all’iniziazione delle giovani che vi si apprestavano (allusione che torna anche nel simbolismo della tonsura e del pettine, pecten che a sua volta rimanda alla pratica dei crines soluti [Fest. 213], l’acconciatura che le giovani donne portavano il giorno del matrimonio ) alla promiscuità sessuale: secondo Macrobio le offrivano sacrifici sia gli uomini, che però si vestivano da donna, che le donne, che si abbigliavano da uomo [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. Tale inversione dei ruoli torna in un altro rito, non a caso compiuto sempre in prossimità della domus dei domitii, quello di Mutinus Tutinus [Fest. 154]: riti con un chiaro legame con la sfera matrimoniale, quelli in onore di Mutinus Tutinus prevedevano che le donne sacrificassero avvolte nella toga praetexta, cioè abbigliate come un uomo.

 

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P (ublicae) P (opuli) in Quirin hill R (omani) Q (uiritium) (wings)

This day fell the anniversary of the dedication of one of the so-called Tres Aedes Fortunae, that were on the Quirinal Hill, near the Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probably it was the one dedicated to Fortuna Primigenia, the deity worshiped at Praeneste, which in Rome was called Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer .; CIL I², 213; 319] or even: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in Quirinali [Fast hill. Esquil .; CIL I², 211], Fortuna Publica Populi Romani in the hill [Fast. Venus.] (Figure 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Fortuna Publica Populi Potentis [Lyd. Mens. IV, 7]. The temple was voted in 204 BCE. by P. Sempronius Sofus console at the beginning of the Battle of Crotone against Hannibal, “if he could put the enemy” [Liv. XXIX, 36, 8] and was later dedicated about 10 years later, in 194 BCE. by Q. Marcus Thrust [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

According to the Fasti Amiterni [CIL I2, 245] on this day we remembered the dedication of a place of worship dedicated to Venus, on Mount Velia. We do not know exactly which place it was: M. Torelli hypothesized that Venus Calva was worshiped on the Velia, which leads us to a temple [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], whose construction date is unknown, or more probably, a sacellum, hosting the Goddess’ statue [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servius reports some stories about the birth of this cult: during the Gallic siege, having the Romans exhausted the ropes for the war machines, the matrons, led by a Domitia, offered their hair to make new ones, in thanksgiving for this sacrifice , the senate decreed the dedication of the statue to Venus Calva. Another version has its origin into the royal age: due to a pestilent itching Roman women cut their hair, King Ancus dedicated a statue to Venus as expiation and so the hair grew [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

The presence of a Domitia in the first story reported by Servius, as well as the existence of the family of the domitii calvini inside the gens domitia, has suggested that the cult of Venus Calva had a connection with this gens and that the statue was in near the domus of the calvini, on the Velia, position supported by the presence, on the same site, of another cult that could be related to Venus Calva, Mutinus Tutinus (see below).

According to ancient evidence, this cult had to be very ancient, and already the Roman scholars put it in relation with that of Aphrodite barbata widespread in the East, especially in Cyprus [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3].

According to Torelli, he could have been a connection with the archaic initiation rites of the young Romans: the simulacrum should not be completely bald, but only bring a tonsure, proper to the young people of both sexes who were preparing for marriage (it is possible that the young women would offer the hair that was cut to this divinity); another symbol that connects Venus Calva to the matrimonial sphere is the comb, which according to the testimony of Suida, was held in the hands of the Goddess [Suida cit.]. It must have been an androgynous representation having partly masculine and partly feminine attributes, perhaps equestrian [Suida cit.].

The widespread knowledge of this image is testimonied by Macrobius citing the poet Laevius who would have composed the following verses thinking to her [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est …

as well as the poet Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venus …

The androgyny was connected to the matrimonial sphere (and to the “inversion” rituals practiced at the beginning of the year), in particular to the initiation of the young people who were preparing for it (an allusion that also returns in the symbolism of the tonsure and comb, pecten which, in turn, refers to the practice of the solitary crines [Fest. 213], the hairstyle that the young women wore on their wedding day) to sexual promiscuity: according to Macrobius they offered sacrifices to both men, who dressed as women, who women dressed in men [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. This reversal of roles returns to another rite, not coincidentally carried out near the domus of the domitii, that of Mutinus Tutinus [Fest. 154]: rites with a clear link with the matrimonial sphere, those in honor of Mutinus Tutinus foresaw that women sacrificed wrapped in the praetexta toga, that is, dressed like a man.

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Fortuna, marble statua from Vatican Museum

IX KAL. JUN. (24) F

Q. R. C. F.

Quando Rex Comitiavit, Fas

Nella nota relativa del calendario di Preneste, questo giorno è confuso col Regifugium. Il rex sacrorum (in tempi più antichi il rex), si recava nel Comitium e, compiendo un sacrificio, pronunciava una formula appropriata; dopodiché era fas trattare gli affari e tenere le assemblee giudiziarie ed i comizi elettorali, cosa che in precedenza era nefas [Varr. L. L. VI, 31]. Anticamente, in questa data si riunivano i comitia calata, non sappiamo che funzione avessero, forse erano solo l’assemblea dei cittadini a cui il rex annunciava le leggi (è molto improbabile che avessero la funzione di ratificare le sue decisioni) [Gajus Inst. II, 101] e che acclamava i nuovi sovrani dopo l’inauguratio. In origine avevano anche una funzione militare, ed erano l’assemblea degli uomini in armi, il populus, quindi questa data segnava la prima riunione, davanti al rex o ai capi militari, dell’esercito che si preparava all’inizio della stagione bellica; per questo motivo il luogo di assemblea era il Comitium, esterno al pomerium del Palatino.

Secondo Cornelio Labeone, i comitia calata erano presieduti dal collegio dei pontefici [Labeo apud Gel. XV, 27, 1] e durante la loro riunione venivano redatti i testamenti e le detestatio sacrorum [Gel. XV, 27, 3; Gajus Cit.]

 

Quando Rex Comitiavit, Fas

In the note of Preneste calendar, this day is confused with regifugium. The rex sacrorum (in ancient times the rex), went in Comitium and, making a sacrifice, uttered an appropriate formula; after which it was fas transacting business and keeping the judicial and electoral meetings assemblies, which previously was nefas [Varr. L. L. VI, 31]. In ancient times, on this date the comitia calata met; we do not know what function they had, perhaps they were just the citizens’ assembly at which the rex announced laws (it is very unlikely that they would function to ratify its decisions) [Gajus Inst. II, 101] and cheered the new rulers after the inauguratio. Originally they also had a military function, and they were the assembly of men under arms, the populous: this date marked the first meeting of the army, in front of the rex or military chiefs, at the beginning of the war season; for this reason the place of assembly was the Comitium, outside the pomerium of the Palatine.

According to Cornelius Labeo, the comitia calata were presided over by the college of pontiffs [Labeo apud Gel. XV, 27, 1] and during their meeting were drawn up wills and detestatio sacrorum [Gel. XV, 27, 3; Gajus Cit.]

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Ara Pacis: procession with flamines and lictors

 

X KAL. JUN. (23) NP

TUBILUSTRIUM

Feriae volcani

Questo giorno era così chiamato perchè nell’atrio sutorio avveniva, attraverso il sacrificio di un agnello, la purificazione (lustratio) delle trombe (tubae) usate nelle cerimonie [Fest. 353; Varr. L. L. VI, 14]. Le trombe erano quelle utilizzate dagli araldi per convocare il popolo, il giorno seguente e anche durante le battaglie [Liv. II, 64] (con il passaggio alla repubblica questo fu l’impiego principale, mentre in precedenza il corno era preferito); sono menzionate tra le armi purificate durante l’armilustrium di October. La sequenza Tubilustrium, Q.R.C.F. del mese di Majus, che cade il 23° e il 24° giorno del mese è la stessa del mese di Martius, dove, nei giorni 23° e 24° troviamo le stesse ricorrenze. È probabile che in questo rito fosse coinvolto Volcanus, dato che questo giorno era festivo in suo onore (Feriae Volcani [CIL I2, 221; 224; 310; 243]); questo fatto può essere spiegato ammettendo che in un’epoca arcaica il mese di Majus segnasse la conclusione di campagne militari di breve durata (è probabile che all’inizio della storia della città di Roma, le guerre fossero combattute contro oppida e città site nei dintorni e che si trattasse principalmente di scorrerie volte a saccheggiare il territorio dei nemici più che di guerre di conquista) e che in questo giorno festivo si bruciassero le spoliae catturate ai nemici, con un rituale purificatorio da cui potrebbe essere derivato quello che più tardi si svolgerà sui campi di battaglia [Liv. VIII, 1; XXX, 6, 9; XLV, 33, 1]. Ammettendo questa ipotesi i riti purificatori compiuti in questo mese segnavano la chiusura del periodo bellico breve e la purificazione di uomini ed armi, laddove quelli simmetrici di Martius ne segnavano l’inizio. Volcanus interveniva come divinità del fuoco purificatore, probabilmente assieme a Mars e Lua.

 

TUBILUSTRIUM

Feriae volcani

This day was had this name because the purification (lustratio) of trumpets (tubae) used in public ceremonies took place in the atrium sutorio, through the sacrifice of a lamb, [Fest. 353; Varr. L. L. VI, 14]. The trumpets were used by heralds to summon the people, the next day and even during the battles [Liv. II, 64] (with the transition to a republic that was the principal use, whereas previously the horn was preferred); they are mentioned among the weapons purified during the Armilustrium in October. The sequence Tubilustrium, Q.R.C.F. of the majus, which falls on 23 th and 24 th day of the month it is the same as the month Martius, where, on 23 th and 24 th falls the same occurrences. It is likely that in this ritual was involved Volcanus, since that day was a public holiday in his honor (Feriae Volcani [CIL I2, 221; 224; 310; 243]); this fact can be explained by admitting that in the archaic era the month of Majus would mark the conclusion of short-term military campaigns (it is likely that at the beginning of the history of the city of Rome, the wars were fought against oppida site and surrounding towns and that it was mainly raids aimed at plunder the territory of the enemy rather than wars of conquest) and that this day the spoliae captured to enemies were burned, with a purifying ritual from which could be derived what later will take place on the battlefield [Liv. VIII, 1; XXX, 6, 9; XLV, 33, 1]. Admitting this hypothesis the purification rites performed in this month marked the close of a short war period and purification of men and weapons, while those symmetrical in Martius it marked the beginning. Volcanus intervened as a purifying fire deities, along with probably Mars and Lua.

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Roman army trumpet players from the trajan coloumn

XII KAL. JUN. (21) NP

AGONALIA

Agonium Vejovis [Macr. Sat. I, 4, 15]

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MAXIMUS César (235-238), AR denier, 236-237, Rome. D/ MAXIMUS CAES GERM B. dr. à d. R/ PIETAS AVG Emblèmes sacerdotaux: lituus, couteau, vase à sacrifice, simpulum et aspergillum. BMC 239, 201; RIC 2.

EID. MAJ. (15) NP

Feriae Iovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

Mercurio, Majae

Nel 495 aev. alle Eidus di Majus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] fu dedicato un tempio a Mercurius, sito sul pendio dell’Aventino, di fronte al Circo Massimo [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Dato che non vi era accordo tra i consoli su chi avrebbe dovuto dedicare l’edificio, il Senato demandò la decisione al popolo che, in segno di disappunto, tributò tale onore al centurione Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Poiché Mercurio era venerato come Dio del commercio, questo giorno divenne la festa della corporazione dei mercanti [Fest. 148] che compivano sacrifici a Mercurio [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. Nello stesso giorno veniva onorata anche la madre del Dio, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52 – 53; Mart. VII, 74, 5] che, probabilmente, era venerata nello stesso tempio.

L’edificio è forse rappresentato su una moneta di Marco Aurelio [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmaler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: l’immagine ci restituisce un edificio con podio a tre livelli, su cui 4 erme fungevano da colonne, supportando un architrave di forma semicircolare su cui sono scolpiti gli animali sacri al Dio e i suoi attributi. La statua di Mercurius si trova tra le erme. La struttura dell’architrave sembra suggerire un tempio di forma circolare, così come affermato da Servius [Serv. Aen. IX, 406] con copertura a cupola, ma è possibile che essa fosse frutto di un restauro compiuto dall’imperatore. L’edificio compare nei cataloghi regionali fino al IV sec. poi non se ne ha più notizia.

Marti Invicto

I calendari epigrafici [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (la data 14° Maj è probabilmente un errore)] riportano in questa data la dedica di un tempio a Mars Invictus, ma non si hanno altre informazioni su questo tempio.

Sacra Argeorum

Nei Fasti, Ovidio assegna questa festività al giorno precedente le Eidus, Prid. Maj. (C); secondo Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. I, 38, 1], invece, essa si svolgeva alle Idus.

Secondo gli antiquari romani, il termine Argei, designava anticamente i Greci in generale (Argivi, Achei) [Porph. Scholia ad Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], oppure Greci della città di Argo [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. A seconda delle versioni si sarebbe trattato dei compagni di Ercole durante la sua traversata dell’Italia, che qui sarebbero morti [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] o si sarebbero stabiliti [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649 – 652], nella località detta Saturnia; oppure, in generale di Greci, cioè stranieri, che, approdando nel Lazio, venivano uccisi e sacrificati dai suoi antichi abitanti [Plut. Q. R. 32; Dion. H. I, 38, 1; Macr. Sat. I, 7].

Secondo la prima tradizione, dopo la morte, gli Argei sarebbero stati sepolti in luoghi di Roma che divennero poi dei sacrari o sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Ercole (o i loro discendenti) avrebbe quindi gettato nel Tevere dei simulacri che li rappresentavano, affinché la corrente li trasportasse al mare e quindi verso la loro patria, così che potessero in qualche modo farvi ritorno, pur se i loro corpi rimanevano lontani dalla loro terra natia [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654 – 656].

La seconda tradizione, invece, fa risalire il rituale compiuto in Majus al ricordo di sacrifici umani perpetrati dai Pelasgi in tempi molto antichi, a cui avrebbe messo fine Ercole, durante il suo viaggio attraverso l’Italia (su questo punto le due tradizioni, in un certo senso, si confondono). L’origine di questi sacrifici ci viene raccontata da Macrobio [Macr. Sat. I, 11]: i Pelasgi ricevettero un oracolo a Dodona, secondo il quale, una volta trovato il luogo indicato dal Dio, in cui avrebbero dovuto stabilirsi, avrebbero dovuto sacrificare: ad Apollo la decima del bottino conquistato combattendo contro gl’indigeni, ad Ade, delle teste e a Saturno degli uomini. Quando l’oracolo si realizzò e i Pelasgi arrivarono presso Kotyla, combatterono contro gli Aborigeni che già vi abitavano e li scacciarono. Quindi, in adempimento di quanto era stato loro comandato, consacrarono la decima del bottino ad Apollo ed iniziarono a compiere sacrifici umani per Dis Pater e Saturno; le vittime consacrate a quest’ultimo erano legate mani e piedi e gettate nel Tevere da un ponte [Dion. H. I, 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Giungendo in quelle zone, Ercole, convinse gli abitanti ad abbandonare i sacrifici umani, mostrando loro che la parola fwta, usata dall’oracolo, poteva indicare sia uomini, che torce. Per questo il sacrificio umano in onore di saturno, fu sostituito dall’offerta di torce e candele che avveniva ai Saturnalia. Tuttavia, in ricordo di quel rituale, lo stesso Ercole inaugurò l’usanza di gettare nel Tevere dei fantocci di vimini dall’aspetto umano.

Una variante voleva che fossero stati gli Arcadii di Evandro ad uccidere dei Greci della città di Argo, o un greco di nome Argo o Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In ogni caso queste due narrazioni mettono in collegamento l’origine del rituale degli Argei con Ercole, quindi con il periodo più antico dell’occupazione del sito di Roma e con l’opera del primo eroe civilizzatore che abbia agito in quel sito. Rinviano quindi, al periodo più arcaico della storia romana, probabilmente antecedente alla fondazione vera e propria della città.

Una terza tradizione sosteneva che l’uso di gettare fantocci di vimini nel Tevere, dal ponte Sublicio, ricordasse l’antica usanza di gettare in acqua gli anziani con più di 60 anni (depontati) [Fest. 334; 75; Var. apud Non. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623 – 24], oppure di impedire loro il passaggio del ponte Sublicio, perché non potessero recarsi al Comitium per le votazioni e così fossero esclusi dalle cariche pubbliche [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

Questa celebrazione non faceva parte delle feriae publicae, essendo pro curiis e pro sacellis e non pro populo, per cui non era annotata nei calendari. La sua qualifica ed il percorso che seguiva, nella parte più antica della città, la fanno risalire all’ordinamento curiato all’origine dell’abitato di Roma (seguendo Carandini  le 27 curiae avrebbero composto l’abitato protourbano inerente il setimontium ed anteriore la fondazione romulea che ne portò il numero a 30), prima che la riforma serviana suddividesse la città in regiones e creasse i compita. Mentre con i Lupercalia, di epoca romulea, veniva compiuta una lustratio del solo Palatino e così il resto della città era purificato solo simbolicamente, la cerimonia degli Argei rimase come rituale comprendente in maniera omogenea l’intero abitato più arcaico.

Secondo Livio [Liv. I, 21, 5] il rituale degli Argei sarebbe stato stabilito, nella forma che si è trasmessa fino all’epoca delle nostre fonti, da Numa che fu anche colui che dedicò i sacrari chiamati loca argeorum [Fest. 19] (il che però non esclude che tali luoghi sacri esistessero anche in precedenza). Esso era descritto, assieme al percorso delle processioni e ai luoghi in cui si trovavano i sacella, nei libri dei pontefici [Liv. Cit.; Var. L. L. V, 45]. Il rituale comprendeva quindi una processione che toccava 27 sacrari [Var. L. L. VII, 44] posti nelle antiche curiae romulee, la cui posizione, in parte, ci è stata tramandata da Varrone [Var. L. L. V, 45 – 54]. Questa processione si svolgeva due volte, la prima nel giorno XVII Kal. Apr. o XVI Kal. Apr. (16° o 17° Mart): è probabile (anche se le fonti non ne fanno menzione) che in questa occasione dei fantocci di vimini con sembianze umane fossero deposti nei sacrari (secondo Ulpiano, “sacrario è un luogo dove vengono deposti oggetti sacri” [Dig. I, 8, 9, 2]); non sappiamo se avvenivano anche dei sacrifici. La deposizione seguiva quindi l’antico capodanno fissato nel giorno di Anna Perenna e cadeva in concomitanza con la data in cui i giovani ricevevano la toga virile e, probabilmente, in tempi più antichi, venivano integrati nelle curie.

Dopo un periodo di circa 60 giorni, (che coincideva con quello durante il quale il prigioniero judicatus era imprigionato prima dell’esecuzione capitale che lo consegnava alla divinità che aveva offeso ) alle Ides Maji, si svolgeva un’altra processione, a cui partecipavano i pontefici, le vergini vestali, i pretori [Dion. H. I, 38, 3],  la flaminica dialis in atteggiamento di lutto [Gel. X, 15, 30] e tutti i cittadini che ne avevano diritto (quindi probabilmente quelli iscritti nelle curiae). Veniva ripetuto il percorso della prima e, probabilmente, venivano recuperati i fantocci di vimini dai sacrari (anche in questo caso non sappiamo se vi si svolgessero dei sacrifici). Questa volta il rito si concludeva sul ponte Sublicio, da dove, dopo aver compiuto dei sacrifici appropriati, le vestali gettavano nel Tevere i fantocci (secondo Dionigi di Alicarnasso 30 e non 27 come per Varrone) [Dion. H. I, 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

In questo giorno, il Feriale Cumanum riporta una supplicatio alle Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It. XIII, 2, 44].

Il plurale moles, indicava in origine una catasta di oggetti, possiamo quindi pensare che le Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] fossero le divinità a cui erano consacrate le cataste delle armi vinte ai nemici durante le più antiche campagne militari di due mesi (marzo – maggio), prima della loro distruzione che sarebbe avvenuta al Tubislutrum (vedi). Il rito si inseriva nelle più antiche cerimonie per il reditus, il ritorno delle truppe, e aveva probabilmente lo scopo di “depotenziare” le armi dei nemici, prima della loro consacrazione: pratica che sopravvisse in età storica attraverso quella del figere arma [Verg. Aen. I, 241 – 49; III, 286; VII, 170 – 91], l’affissione di armature e scudi presi ai nemici, ovvero l’atto di attraversarli con un chiodo che, secondo Servio, equivaleva a dedicarli agli Dei [Serv. Aen. I, 248]201. Su queste divinità non sappiamo nient’altro, ma possiamo pensare che in origine fossero rappresentate da vere e proprie cataste di armi, in particolare scudi, presi ai nemici e custoditi in un luogo sacro. Tale immagine ci rimanda al mito di Tarpeia e alle sue rappresentazioni iconografiche, in particolare quelle sulle monete.

Questo rito, su cui non abbiamo ulteriori informazioni, è stato messo in relazione con Tarpeia , la donna romana che, secondo il mito, durante la guerra contro i sabini seguita al ratto delle loro donne, tradendo il proprio popolo, aiutò i nemici a penetrare nell’Arx. In cambio del tradimento, la ragazza aveva chiesto quello che i sabini portavano al braccio sinistro, intendendo i monili d’oro con cui si ornavano, essi però le lanciarono i loro scudi, con cui la seppellirono uccidendola [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var. L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38 – 40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Rom. XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio. I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Il sepolcro di Tarpea, secondo la tradizione, si trovava sul colle capitolino, che da lei prendeva anche il nome di colle tarpeio [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom. IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio. II Fr. 11]; su quel luogo venivano compiute annualmente libagioni [Dion. H. XL, 3], il che lascia intendere che il mito nasconda riti molto antichi, essendo impossibile che una traditrice fosse ricordata e onorata pubblicamente. Con la consacrazione del colle a Giove e la costruzione del tempio alla Triade Capitolina, Tarquinio Prisco, ordinò che il corpo della giovane fosse trasferito altrove [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], ma da quel momento non se ne ebbe più notizia, altro indizio che abbiamo a che fare con un mito e non con eventi storici. Il luogo rimase tuttavia nefasto e da lì erano scagliati i condannati alla pena della precipitazione “e saxo tarpeio” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var. L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652 – 54; Prop. IV, 4, 29 – 30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Sempre sul Campidoglio, doveva esistere un antico luogo di culto dedicato a Mars (il colle, in età pre-serviana era fuori dal pomerium) [Var. apud August. C. D. IV, 23, 3], ulteriore indizio della relazione tra Tarpea e la sfera della guerra; il legame tra la Dea e Mars emerge anche a livello calendariale, nel giorno della supplicatio alle Moles Martis fu infatti dedicato il tempio di Marte al Circo Flaminio e quello di Mars Ultor nel foro di Augusto, dedica ancor più significativa se si tiene conto che essa coincise con il ritorno in patria delle armi di Crasso, reditus simbolico delle armate sconfitte dai Parti.

Tarpeia sembra quindi essere un antichissimo nume tutelare del colle capitolino: le varie versioni del suo mito si collocano nelle occasioni in cui esso fu messa sotto assedio (guerra contro i Sabini, guerra contro Appio Erdonio, assedio gallico), inoltre la giovane è spesso messa in relazione con la tutela dell’Arx (figlia del guardiano delle mura) e con conoscenze arcane (nella versione di Plutarco, Tarpeia viene uccisa per non aver voluto rivelare i segreti di Romolo), il che induce a ritenere che Essa fosse coinvolta nei riti di evocatio.

 

Feriae Iovis

The idus of every month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, Jupiter [Sat. I, 15], taking it on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

Mercurio, Majae

In 495 BCE. to Majus Eidus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] was dedicated a temple to Mercurius (Figure 68; Figure 69), located on the Aventine hill, in front of the Circus Maximus [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Since there was no agreement between the consuls as to who should have devoted the building, the Senate left the decision to the people who, in disappointment, bestowed this honor to the centurion Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Because Mercury was worshiped as god of commerce, this day was the feast of the guild of merchants [Fest. 148] who were making sacrifices to Mercury [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. On the same day he was also honored the mother of God, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52-53; Mart. VII, 74, 5] which, probably, was worshiped in the same temple.

The building is perhaps represented on a coin of Marcus Aurelius [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmäler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: The image gives us a podium building with three levels, of which 4 Herms served as columns, supporting a lintel semicircular on which the sacred animals to God and his attributes are carved. The statue of Mercurius is located between the Herms. The lintel structure seems to suggest a circular temple, as stated by Servius [Serv. Aen. IX, 406] with a domed roof, but it is possible that it was the result of a restoration carried out by the emperor. The building appears in regional catalogs until the fourth century. then if they have more news.

Marti Invicto

The epigraphic calendars [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (the date 14th Maj is probably a mistake)] reported on this date the dedication of a temple to Mars Invictus, but do not have more information about this temple.

Sacred Argeorum

In the Fasti, Ovid assigns this festival the day before the Eidus, PRID. Maj. (C); according to Dionysius of Halicarnassus [Dion. H., 38, 1], however, it was carried to the Idus.

According to local antique dealers, the term Argei, designated ancient Greeks in general (Argives, Achaeans) [Porph. Scholia to Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], or Greek city of Argos [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. Depending on the version it would be the companions of Hercules during his Italian journey, which here would have died [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] or they would set [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649-652], in the locality called Saturnia; or, in general the Greeks, that foreigners, who, landing in New York, were killed and sacrificed by its ancient inhabitants [Plut. Q. R. 32; Dion. H., 38, 1; MACR. Sat. I, 7].

According to one tradition, after death, the Argei would be buried in places of Rome, which later became the shrines or Sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Hercules (or their descendants) would then thrown into the Tiber simulacra representing them, so that the current was carrying them to the sea and then to their home, so they could in some way to return, even if their bodies remained far from their land native [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654-656].

The second tradition, however, attributes the ritual performed in majus to the memory of human sacrifice perpetrated by the Pelasgians in ancient times, which would put an end Hercules, on his journey through Italy (on this point the two traditions, in a way, are confused). The origin of these sacrifices are told by Macrobius [Macr. Sat. I, 11]: the Pelasgians received an oracle at Dodona, according to which, once you find the place designated by God, which would have to settle down, they would have to sacrifice: to Apollo the tenth of the spoils won by fighting against the natives, to Ade, of the heads of men and Saturn. When the oracle was fulfilled and the Pelasgians arrived at Kotyla, they fought against Aboriginal people who already lived there and drive them out. So, in fulfillment of what had been commanded, they consecrated the tenth of the spoils to Apollo and began to make human sacrifices to Dis Pater and Saturn; consecrated victims latter were tied hand and foot and thrown into the Tiber by a bridge [Dion. H., 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Coming in those areas, Hercules, persuaded the inhabitants to abandon their human sacrifices, showing them that the word fwta, used by the oracle, could indicate both men, twisting. For this human sacrifice in honor of Saturn, it was replaced by the offer of torches and candles that happened to Saturnalia. However, in memory of the ritual, the same Ercole inaugurated the custom of throwing into the Tiber puppets of human-Wicker.

A variant wanted were the Arcadii Evandro to kill the Greeks of the city of Argos, or greek called Argo or Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In any case these two narratives bring into connection the origin of the ritual Argei Hercules, so with the earliest occupation of the site of Rome and the work of the first civilizing hero who acted in that site. Refer therefore to the archaic period of Roman history, probably prior to the real foundation of the city.

A third tradition held that the use of disposable puppets wicker into the Tiber, from Sublicio bridge, remember the ancient custom of throwing water seniors with more than 60 years (depontati) [Fest. 334; 75; Var. Apud not. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623-24], or to prevent them passing the Sublicio bridge, because they could not travel to the Comitium for votes and so they were excluded from public office [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

This celebration was not part of feriae publicae, being pro Curiis and sacellis pro and not pro populo, so it was not recorded in calendars. His status and the path that followed, in the oldest part of the city, the trace is for the curiato the origin of the town of Rome (following Carandini the 27 curiae would compound the proto-urban settlement regarding the setimontium and front the foundation Romulus who brought the number to 30), before the Servian reform suddividesse the city into regiones and creating the spell. While with the Lupercalia, of Romulus era, was accomplished only a lustratio the Palatine and so the rest of the city was purified only symbolically, the ceremony of Argei remained as a ritual comprising evenly the entire village more archaic.

According to Livy [Liv. I, 21, 5] the ritual of Argei would be established, in the form that it was transmitted until the time of our sources, by Numa who was also the one who dedicated the shrines called loca argeorum [Fest. 19] (which, however, it does not exclude that such sacred places also existed previously). It was described, along with the path of the processions and the places where they were the Sacella, in the books of the popes [Liv. cit .; Var. L. L. V, 45]. The ritual then included a procession that touched 27 shrines [Var. L. L. VII, 44] places in the ancient curiae romulee, whose position, in part, has been handed down by Varro [Var. L. L. V, 45-54]. This procession was held twice, the first on the day XVII Kal. Apr. or XVI Kal. Apr. (16 ° or 17 ° Mart) is probable (although the sources do not mention) that on this occasion the wicker puppets in human form were placed in shrines (according to Ulpian, “shrine is a place where they are deposited sacred objects “[Dig. I, 8, 9, 2]); we do not know if it occurred even sacrifices. The deposition then followed the ancient New Year set in the Anna Perenna day and fell to coincide with the date on which the youth received the toga of manhood and, probably, in ancient times, were incorporated in curies.

After a period of about 60 days, (which coincided with that during which the prisoner judicatus was imprisoned before the capital was consigned to the gods who had offended) the Idus Maji, was held another procession, they attended the pontiffs, vestal virgins, the magistrates [Dion. H., 38, 3], the flaminica Dialis of mourning attitude [Gel. X, 15, 30], and all citizens entitled to it (so probably headings of the curiae). It was repeated the path of the first and, probably, were recovered wicker puppets by shrines (also in this case we do not know if they were held there sacrifices). This time the ceremony ended on Sublicio bridge where, after making the appropriate sacrifices, the vestal virgins threw into the Tiber puppets (according to Dionysius of Halicarnassus 30 and not 27 as in Varro) [Dion. H., 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

On this day, Fianale Cumanum reports a supplication to the Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It XIII, 2, 44].

The plural moles originally indicated a stack of objects, so we can assume that the Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] were the deities to which the weapons guns were conquered by enemies during the oldest military campaigns of two months (March – May), before their destruction that would take place at Tubislutrum (see). The rite entered the oldest ceremonies for the reditus, the return of the troops, and was probably intended to “dehumanize” the weapons of the enemies before their consecration: a practice that survived in the historical age through that of weapon fixing [Aen. I, 241-49; III, 286; VII, 170-91], the sending of armor and shields taken to the enemies, or the act of crossing them with a nail that, according to Servius, was equivalent to dedicating them to the gods [Serv. Aen. I, 248] 201. We know nothing about these gods, but we may think that they were originally represented by real weapons guns, in particular shields, taken to the enemy and kept in a sacred place. This image reminds us of the myth of Tarpeia and its iconographic representations, especially those on coins.

This ritual, which we have no further information, has been linked to Tarpeia, the Roman woman who, according to myth, during the war against sabies followed by the rat of their women, betraying their people, helped the enemies penetrate nell’Arx. In return for betrayal, the girl had asked what the sabies carried to their left arm, naming the gold jewelery with which they adorned, but they launched their shields with which they buried it by killing it [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38-40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Romans XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Tarpea’s sepulcher, according to tradition, was on the Capitoline Hill, which also took its name as a needy hill [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio II Fr 11]; There was a yearly libation on that place [Dion. H. XL, 3], which implies that the myth conceals ancient rites, since it is impossible for a traitor to be publicly remembered and honored. With the consecration of the hill to Jupiter and the building of the temple at the Capitoline Triad, Tarquinio Prisco, ordered that the young man’s body be transferred elsewhere [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], but from that moment on there was no news, another clue we have to do with a myth and not with historical events. The place was still nefarious, and the condemned ones were hurled from there to the penalty of precipitation “and saxo needs” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652-54; Prop. IV, 4, 29-30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Always on the Capitol, there was an ancient place of worship dedicated to Mars (the hill, pre-servi age was out of the pomerium) [Var. Apud August. C. D. IV, 23, 3], a further indication of the relationship between Tarpea and the sphere of war; The link between the Goddess and Mars emerges also at the calendary level, on the day of supplication at the Moles Martis was in fact dedicated to the Temple of Mars to the Circus Flaminio and that of Mars Ultor in the august hole, it devotes even more significant if you consider that it Coincided with the return of the weapons of Crassus to the homeland, symbolic reditus of the armies defeated by the Parties.

Needle therefore seems to be a very ancient guardian of the chapel: the various versions of his myth lie on the occasions when it was besieged (war against the Sabines, war against Appius Herdonius, Gallic siege), and the young man is often put In connection with the protection of Arx (the daughter of the guardian of the walls) and with arcane knowledge (in the version of Plutarch, Tarpeia is killed for not wanting to reveal the secrets of Romulus), which leads him to believe that she was involved in the rites of evocatio.

 

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Marcus Aurelius augustus, 161 – 180

Sestertius 172-173, Æ 26.36 g. M ANTONINVS – AVG TR P XXVII Laureate bust r. with drapery on l. shoulder. Rev. IMP VI – COS III S – C Tetrastyle temple within which statue of Mercury standing l. on pedestal holding caduceus and purse; on tympanum , tortoise, cockerel, ram, caduceus winged helmet and purse. C 544 var. BMC 1441 var. RIC 1074 var.

VII EID. (9) N – III EID. MAJ. (13) N

LEMURIA

In questi giorni i templi erano chiusi e si svolgevano le festività dei defunti chiamate Lemuria, si tratta di una ricorrenza molto antica, che risale all’epoca regia, come dimostra il fatto di essere marcata in lettere maiuscole nei Fasti, e che, secondo la tradizione, sarebbe stata istituita dallo stesso Romolo [Ov. Fast. V, 479 – 80]. Per le fonti antiche sarebbe stata la prima celebrazione in onore dei defunti compresa nel calendario romuleo, ma avrebbe perso di importanza, quando, con l’introduzione del mese di Febrarius, i riti in onore dei morti furono spostati in quel mese. Tuttavia, mentre le festività di Febrarius erano dedicate ai Dii Parentes, cioè le anime dei defunti che avevano avuto una discendenza e quindi erano periodicamente onorate con le parentatio, quelle di Majus servivano a scongiurare l’influenza nefasta dei Lemures, le anime di coloro che erano morti anzitempo

… umbras vagantes hominum ante diem mortuorum ed ideo metuendos… [Porph. Schol ad Hor. Epist. II, 2, 208 – 209]

Si pensava, infatti, che tali spiriti divenissero fantasmi che vagavano di notte [Pers. Sat. V, 185; Schol. ad loc.; Non. 135, 13] per tormentare i viventi e che quindi dovevano essere espulsi dalle case con fave, attraverso la porta [Var. apud Non. 135, 13]. Secondo un’interpretazione più tarda, invece, i Lemures erano gli spiriti di coloro che in vita erano stati malvagi, laddove i Lares erano quelli di coloro che in vita erano stati virtuosi [Apul. De Deo Socr. XV apud August. C. D. IX, 11]. Un’altra versione voleva che la festività fosse stata fondata da Romolo per placare i Mani del fratello che aveva ucciso [Serv. Aen. I, 276; Ov. Fast. V, 451 segg; Porph. Schol ad Hor. Epist. II, 2, 208 – 209] e per questo, in origine, sarebbe stata chiamata Remuria, poi divenuto Lemuria [Ov. Cit.; Porph. Cit.].

I Parentalia si compivano nelle necropoli, presso le tombe degli antenati ed erano festività pubbliche; dalle informazioni che abbiamo, i riti dei Lemuria si svolgevano in casa ed erano privati. Essendo feriae pubblicae, è possibile che in tempi più antichi questa festività contemplasse riti pubblici più complessi che andarono perdendosi, lasciando solo quelli privati. È anche possibile notare che l’opposizione tra pubblici Parentalia e Lemuria privati, corrisponde ad un’opposizione spaziale tra la sfera d’azione dei Parentes e quella dei Lemures: i primi, appagati per aver vissuto pienamente e aver lasciato una discendenza, si lasciavano allontanare dalla città ed accettando di risiedere fuori dai suoi limiti. I Lemures, invece, non avendo vissuto pienamente, ritornavano periodicamente all’interno della città per reclamare la parte di vita che era stata loro negata e causando una pericolosa confusione tra morti e vivi, mondo esterno ed interno, che doveva essere scongiurata periodicamente.

Durante i Lemuria le vestali raccoglievano farro non ancora maturo che usavano per la preparazione della mola salsa, la farina salata usata per consacrare le vittime sacrificali durante l’immolatio [Serv. Ecl. VIII, 82].

 

Sacrum Maniae

Il calendario di Anzio [ILLRP 9], per il giorno 11 porta una nota mutila che potrebbe indicare un qualche rito in onore di Mania. Alcuni autori identificarono questa divinità con la madre dei Lares [Macr. Sat. I, 7, 34 – 35; Var. L. L. IX, 61; Arnob. Adv. Nat. III, 41], tuttavia un’altra versione ne fa la madre delle larvae [Fest. 128] o in generale di terribili creature infere [Mart. Cap. Nup. II, 164]. Festo [Fest. 128] parla dell’usanza di preparare figure di pasta in forma umana, ma dalle sembianze deformi, chiamate maniae o maniolae, che erano forse collegate con questo giorno in funzione apotropaica.

 

LEMURIA

These days the temples were closed and celebrations of the dead called Lemuria were held Lemuria. It is a very old celebration, which dates back to kings age, as evidenced by the fact of being marked in capital letters in the Fasti, and that, according to tradition, was established by that Romulus [Ov. Fast. V, 479-80]. According to ancient sources it would be the first celebration in honor of the deceased included in Romulus calendar, but would lose in importance when, with the introduction of the Febrarius month, the rites in honor of the dead were moved in that month. However, while the Febrarius festivities were dedicated to the gods Parentes, that the souls of the dead who had had offspring and therefore were regularly honored with parentatio, those Majus ones served to ward off the influence of nefarious Lemures, the souls of those who They died prematurely

… Umbras vagantes hominum ante diem mortuorum and ideo metuendos … [Porph. Schol to Hor. Epistar. II, 2, 208-209]

It was thought, in fact, that these spirits would become ghosts who wandered at night [Pers. Sat. V, 185; Schol. ad loc .; No. 135, 13] to torment the living and therefore had to be expelled from homes with broad beans, through the door [Var. apud no. 135, 13]. According to one interpretation later, however, the Lemures were the spirits of those who in life had been evil, where the Lares were the ones of those who in life had been virtuous [Apul. De Deo Socrates. XV apud August. C. D. IX, 11]. Another version wanted the festivities had been founded by Romulus to appease his brother’s hands that had killed [Serv. Aen. I, 276; Ov. Fast. V, 451 ff; Porph. Schol to Hor. Epistar. II, 2, 208-209] and for that, originally, would be called Remuria, later Lemuria [Ov. cit .; Porph. Cit.].

The Parentalia you were making in the necropolis, the tombs of the ancestors and were public holidays; from the information we have, the rites of Lemuria took place in the house and were private. Being feriae pubblicae, it is possible that in earlier times this season contemplating the most complex public rituals that went disappearing, leaving only private ones. You may also notice that the opposition between public and private Parentalia Lemuria, corresponds to spatial opposition between the sphere of action of Parentes and that of Lemures: the first, satisfied for having fully lived and he left us a seed, they left away from the city and agreeing to reside outside its limits. The Lemures, however, not having lived fully, returning periodically within the city to reclaim part of life that had been denied them and causing a dangerous confusion between dead and alive, external and internal world, which was to be averted periodically.

Lemuria during the vestal virgins gathered unripe spelled that used for the preparation of the mola salsa, salted flour used to consecrate sacrificial victims during immolatio [Serv. ECL. VIII, 82].

 

Sacrum Maniae

Anzio calendar [ILLRP 9], for the day 11 brings a mutilated notes that could indicate some ritual in honor of Mania. Some authors identified this deity with the mother of the Lares [MACR. Sat. I, 7, 34 – 35; Var. L. L. IX, 61; Arnob. Adv. Nat. III, 41], but it is another version of the larvae [Fest mother. 128] or generally terrible underworld creatures [Mart. Cap. Nup. II, 164]. Festus [Fest. 128] speaks of the custom of preparing dough figures in human form, but the misshapen appearance, maniae or maniolae calls, which were perhaps connected with this day to ward off evil.

 

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Roma bronze amulet with phallus and manus fica

KAL.  MAJ. (1) F

Sacrum Majae

Il flamen volcanalis offriva a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]. Secondo Giovanni Lido questo rito aveva lo scopo di scongiurare i terremoti [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

Questa divinità era così chiamata per non pronunciarne il vero nome segreto che era lecito conoscere solo alle donne e veniva usato durante i suoi riti misterici. La data di costruzione dell’edificio è ancor oggi oggetto di dibattito, ma l’ipotesi più accreditata è che l’edificio sacro sia eretto nel 123 aev. dalla vestale Licinia [Cic. Domo 136 – 37] (secondo Ovidio il nome della vestale era Claudia [Ov. Fast. V, 155]) alle pendici dell’Aventino, nel luogo chiamato Remoria. In questo luogo sacro non era permesso che entrassero uomini [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149 – 58], né, formalmente, poteva entrare il vino, che però era portato in vasi chiamati mellaria; anche il mirto era bandito dal Suo tempio. I riti più importanti in onore della Dea si svolgevano in December, nella casa di un console o di un pretore ed erano officiati solo da donne, gli uomini, in quel giorno erano infatti allontanati dall’edificio. Secondo Macrobio [Macr. Sat. I, 12, 23 – 28], Essa era rappresentata con uno scettro nella mano sinistra che simboleggiava la regalità e la assimilava a Giunone ed era coronata di vite. Era anche identificata con Ops, Cerere e Proserpina e Le si sacrificava una scrofa. Nel suo tempio vi erano dei serpenti ed erano tenute numerose erbe con cui i sacerdoti preparavano rimedi e pozioni. Un sacellum della Dea si trovava nella zona di Trastevere [CIL VI, 65].

Dal passaggio di Cicerone [Cic. Cit.] si può dedurre che l’edificio sacro non fosse un tempio pubblico (aedes publica), bensì un luogo di culto privato (probabilmente a causa dell’esclusione degli uomini dal culto della Dea). L’assenza della data della dedica nei calendari epigrafici rafforza questa ipotesi.

Laribus Praestitibus

Le fonti ricordano diversi luoghi di culto dedicati ai Lares, principalmente: un tempio, al sommo della sacra via [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor.  III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] dedicato il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 92], poi restaurato da Augusto e un sacellum, che sarebbe stato dedicato ai Lares Praestites, alle Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129 – 30; ILLRP 9] da Manlio Curio Dentato. Tacito, descrivendo il percorso del pomerium romuleo, identifica uno dei suoi angoli con un sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] che presumibilmente è lo stesso di cui parla Ovidio; in considerazione del fatto che si trattava dei Lari Protettori della città, posti a difesa delle sue mura, non stupisce che il loro luogo di culto si trovasse in prossimità del pomerium. Ovidio descrive queste divinità come gemelli ai cui piedi si trova un cane [Ov. Fast. V, 137 e 143]. Anche Plutarco afferma che i Lares Praestites erano rappresentati in compagnia di un cane o vestiti con pelli di cane [Plut. Q. R. 51] ed entrambi gli autori, riferiscono questo attributo al ruolo di guardiani della città svolto di queste divinità.

Ovidio identifica i gemelli Lares Praestites con i Lares Compitales e racconta il mito della loro nascita da una divinità infera, Lara – Tacita (che sarebbe quindi identificata con Mania vedi Januarius, Compitalia) e Mercurio [Ov. Fast. II, 609 – 16]. Tale identificazione è da ricollegare al fatto che Augusto istituì in questa data una ripetizione dei Compitalia e dei Ludi che li accompagnavano [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. Nel passo dedicato alle Kal Maj Ovidio infatti si riferisce al culto dei Lares Augusti [Ov. V, 129 – 30; 143 – 46] che fu sovrapposto a quello dei Praestites e dei Compitales.

La Loro rappresentazione come gemelli, ha portato anche ad identificarLi con Romolo e Remo, tuttavia Carandini  ha fatto notare come il tema gemellare, nella tradizione latina e romana, sia un archetipo che si attualizza attraverso figure diverse che si manifestano in diversi stadi della storia mitica del Lazio . Quindi Romolo e Remo, in quanto Lari gemelli, non sono che l’ultimo aspetto della coppia originaria che è anche Latino e Fauno (associazione chiaramente richiamata nella rappresentazione dello specchio prenestino di Bolsena), così come Pico e Fauno. Il tema gemellare si ritrova anche in connessione con le divinità tutelari, poste a difesa degli stipiti delle porte, Picumnus e Pilumus , a loro volta identificabili con i Dioscuri. Non avendo alcuna descrizione precisa delle statue di cui parla Ovidio, ciascuna di queste coppie potrebbe essere stata quella che esse rappresentavano, o nessuna in particolare, riferendosi piuttosto all’archetipo.

Il cane potrebbe essere connesso con queste divinità tutelari, proprio perché ritenuto il guardiano delle soglie (cani sacrificati sono stati rinvenuti nei depositi di fondazione sotto le porte delle città) e quindi naturalmente associato ai Praestites, o per un suo legame con le divinità ctonie, come farebbe intendere il sacrificio di cani a Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], per altro identificata con la Madre dei Lari.

Lo specchio di Bolsena è stato variamente interpretato dagli autori moderni negli ultimi 30 anni, a partire da quanto è stata la sua autenticità . Una sua analisi estremamente puntuale è stata compiuta da T. P. Wiseman184 che, in base alle caratteristiche e agli attributi dei personaggi, vi ha ravvisato una rappresentazione del mito sulla nascita dei Lares Praestites, così com’è raccontato da Ovidio [Ov. Fast. II, 609 – 16], e una scena allegorica dei Feralia. Nel racconto poetico, Mercurio, mentre porta Lara – Tacita nell’Ade, la violenta e concepisce i Lares. Secondo Wiseman, l’episodio sarebbe stato collocato alle Eidus Maji, giorno dedicato a Mercurio e anniversario del concepimento dei Lares Praestites, che verranno alla luce nove mesi dopo, alla fine di Februarius, in concomitanza coi Feralia. Essendo questo il periodo dedicato ai defunti, si può pensare ad una nascita ctonia dei Lares che, tuttavia, esercitavano la loro azione anche nel regno terreno, come difensori della città. A questo secondo aspetto si può ipotizzare che fosse associata una sorta di seconda nascita, alle Kal Maj, una nascita come divinità del regno terrestre, e per questo motivo questa data fu scelta per la dedica del tempio dei Lares Praestites.

La celebrazione dell’anniversario del tempio dei Lares Praestites, le divinità che proteggevano la città dai nemici, sia materiali che spirituali, iniziava per la comunità romana arcaica un periodo di purificazione che aveva lo scopo di eliminare le contaminazioni, espellere gli spiriti maligni, e tenere lontani dai suoi confini le entità nefaste, e si concludeva con la chiusura dei Vestalia, il Q.St.D. F. a metà del mese di Junius. Questo lungo intervallo di tempo comportava rituali e cerimonie che si svolgevano a tutti i livelli e che intendevano liberare tutta la città e il suo ager, in vista del momento del raccolto.

Troviamo rituali privati, Lemuria e Carnaria, cerimonie pubbliche riguardanti sia la città arcaica, i Sacra Argeorum, che le comunità rurali ed il territorio coltivato, gli Ambarvalia; infine la purificazione del Penus Vestae, simbolo dell’intera comunità e dello Stato romano nel suo insieme.

Il tempo occupato da queste cerimonie era quello della tarda primavera, in questo momento critico era necessario allontanare ogni pericolo dalle colture in fase di maturazione (e forse anche dalle gestanti che avevano appena iniziato la gravidanza), così da propiziare il buon esito del raccolto e la comunità, rigenerata e liberata dai fantasmi e da ogni forma di contaminazione, poteva apprestarsi a celebrare l’arrivo dell’estate ed il trionfo della forza solare.

 

Sacrum Majae

The flamen volcanalis offered to Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 et seq]. According to Johannes Lydus this ritual was intended to ward off earthquakes [Lyd. Mens. IV, 76].

Bonae Deae in Aventino

This deity was so called not to pronounce the real secret name that was permitted only to know the women and was used during its rituals mystery. The date of construction of the building is still being debated today, but the most accepted hypothesis is that the sacred building is erected in 123 BCE. from Vestal Licinia [Cic. Domo 136-37] (according to Ovid was the name of the Vestal Claudia [Ov. Fast. V, 155]) to the Aventine hill, in the place called Remoria. In this sacred place men were not allowed to enter [Fest. 278; Macr. Sat. I, 12, 21; 26; Ov. Fast. V, 149-58], also wine was not permitted, but it was carried in in vessels called mellaria; even the myrtle was banished from Her temple. The most important rites in honor of the Goddess took place in December, in the house of a consul or a magistrate and were officiated only by women, men, on that day were in fact moved away from the building. According to Macrobius [Macr. Sat. I, 12, 23-28], She was represented with a scepter in his left hand that symbolized royalty and assimilated to Juno and was crowned with vine. She was also identified with Ops, Ceres and Proserpine and a sow was sacrificed to Her. In Her temple there were snakes and numerous herbs were held at which the priests made remedies and potions. A sacellum Goddess was in the area of ​​Trastevere [CIL VI, 65].

By the passage of Cicero [Cic. Cit.] It can deduce that the sacred building was not a public temple (aedes publica), but a place of private worship (probably because of the exclusion of men from the cult of the Goddess). The absence of the date of the dedication in epigraphic calendars strengthens this hypothesis.

Laribus Praestitibus

The sources point out various places of worship dedicated to the Lares, mainly: a temple, at the top of the sacred way [Solin. I, 23; Obseq. IV; Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16] devoted 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-92], then restored by Augustus and a sacellum, which would be devoted to Lares Praestites, to Kal. Maj. [Ov. Fast. V, 129-30; ILLRP 9] by Manlius Curius Dentatus. Tacitus, describing the path of Romulus’ pomerium, identifies one of its corners with a sacellum Larum [Tac. Ann. XII, 24] that supposedly is the same mentioned by Ovid; considering the fact that Lares were the protectors of the city, placed to defend its walls, no wonder that their place of worship was in the vicinity of the pomerium. Ovid describes these deities as twins at whose feet is a dog [Ov. Fast. V, 137 and 143]. Plutarch also states that the Lares Praestites were represented in the company of a dog or dressed dog skins [Plut. Q. R. 51] and both authors, this attribute refers to the role of guardians of the city done of these deities.

Ovid identifies the twins Lares Praestites with Lares compitales and tells the myth of their birth from an underworld deity, Lara – Tacita (which would then be identified with Mania see Januarius, Compitalia) and Mercury [Ov. Fast. II, 609-16]. This identification must be linked to the fact that Augustus instituted on this date a repeat of Compitalia and Ludi who accompanied them [Suet. Aug. XXXI, 4; CIL I2 pg 317]. In the passage devoted to Kal Maj Ovid in fact it refers to the cult of the Lares Augusti [Ov. V, 129-30; 143-46] which was layered with Praestites and compitales.

Their representation as twins, has also led to identify with Romulus and Remus, however Carandini pointed out that the twin theme, in the Latin tradition, and Roman, is an archetype that is actualized through different figures that manifest themselves at different stages of the mythical story Lazio. So Romulus and Remus, as Lari twins, are just the latest aspect of the original couple which is also Latin and faun (Association clearly drawn in the mirror representation prenestino Bolsena), as well as Pico and faun. The twin theme is also found in connection with the tutelary deities, placed in defense of the door jambs, and Picumnus Pilumus, in turn identified with the Dioscuri. Having no precise description of the statues mentioned by Ovid, each of these couples may have been what they represented, or any particular one, but referred rather archetype.

The dog may be connected with these tutelary deities, just because it was considered the guardian of the threshold (sacrificed dogs were found in the foundation deposits under the doors of the city) and then of course associated with Praestites, or for its link with the chthonic deities, as it would mean the sacrifice of dogs to Genita Mana [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14; Plut. Q. R. 52], on the other identified with the Mother of the Lares.

The Bolsena mirror has been variously interpreted by modern authors in the last 30 years, starting from what was its authenticity. Its extremely accurate analysis was made by T. P. Wiseman184 that, according to the characteristics and attributes of the characters, has identified you a representation of the myth about the birth of Lares Praestites, as it is told by Ovid [Ov. Fast. II, 609-16], and an allegorical scene of Feralia. In poetic tale, Mercury, while bringing Lara – Tacita Hades, the violent and conceives the Lares. According to Wiseman, the episode would have been placed at Eidus Maji, the day dedicated to Mercury and the anniversary of the conception of Lares Praestites, which will come to light nine months after the end of Februarius, in conjunction with Feralia. This being the period dedicated to the dead, you can think of a chthonic birth of Lares, however, they exerted their action even in the earthly kingdom, as defenders of the city. At this second aspect it can be assumed that it was associated with a sort of second birth, the Kal Maj, a birth as a god’s earthly kingdom, which is why this date was chosen for the dedication of the temple of Lares Praestites.

The anniversary celebration of the temple of Lares Praestites, the deities who protected the city from enemies, both material and spiritual, for the archaic Roman community began a period of purification that was intended to eliminate contamination, expel evil spirits, and keep away from its borders the harmful entities, and ended with the closure of Vestalia, the Q.St.D. F. in the middle of the month Junius. This long time frame involved rituals and ceremonies that took place at all levels and that they intended to free up the entire city and its ager, in view of the harvest time.

We find private rituals, Lemuria and Carnaria, public ceremonies concerning both the archaic city, the Sacred Argeorum, that rural communities and the cultivated land, the ambarvalia; Finally the purification of Penus Vestae, symbol of the whole community and the Roman state as a whole.

The time occupied by these ceremonies was that of the late spring, at this critical time was necessary to remove all danger from the maturing crops (and perhaps also by pregnant women who had just started pregnancy), as well as bringing about the success of the harvest and the community, regenerated and released by ghosts and all forms of contamination, could apprestarsi to celebrate the arrival of summer and the triumph of the solar force.

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Lucius Caesius. 112-111 BC. Denarius (Silver, 3.93 g 1), Rome. Bust of Apollo or Veiovis seen from behind to left, wearing a taenia and with a cloak over his left shoulder, hurling a thunderbolt with his right hand; to right, monogram of AP. Rev. L.CÆSI The Lares Praestites seated facing, turned slightly to right, each on a stool and each holding a long staff; between them, dog standing right; to left and right, monograms of LA and PRE; above, between them, bust of Vulcan to left, wearing his cap and with tongs behind him to right. Babelon (Caesia) 1. Crawford 298/1. Sydenham 564