VIII KAL. SEPT. (23) NP

VOLCANALIA

Majae supra Comitium

I Volcanalia erano la festa in onore di Volcanus

… Volcanalia da Volcanus, poichè allora cadeva il giorno festivo a lui dedicato e il popolo gettava nel fuoco degli animali per il proprio bene (pro se [nel testo pro se starebbe per pro populo, formula che distingue le feste pubbliche, oppure al posto di se stessi, cioè delle proprie anime])… [Var. L. L. VI, 20]

Si tratta di una divinità molto antica che fu identificata con Efesto, tuttavia i suoi caratteri originari sono molto diversi da quelli del Dio Greco. L’origine del suo nome è incerta, alcuni autori  lo fanno derivare da una radice indoeuropea che ha dato il sanscrito velk, brillare, altri dalla radice etrusca velc o dal cretese Felcanos, ma la questione è tutt’ora incerta. Sembra che gli etruschi conoscessero un Velcans, il cui nome è riportato sul fegato di Piacenza, che corrisponderebbe al Mulciber (epiteto poetico di Vulcanus, colui che fonde, rammollisce, il metallo) che Marziano Capella, nel De Nuptis Philosophiae et Mercuri, colloca nella quarta sede celsete [Mart. Cap. I, 48]; tuttavia la divinità che gli etruschi identificavano con Efesto era Sethlans e non Velcans, che invece potrebbe corrispondere all’antico Vulcanus romano.

Nell’elenco di Marziano Capella Questi appare, assieme a Terra e Tellurus, nella quinta sede celeste [Mart. Cap. I, 49], ma troviamo anche un Volcanus Iovialis a cui era attribuito il potere di inviare la folgore [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varrone annovera Vulcanus tra le divinità introdotte a Roma da Tito Tazio, facendone un Dio Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Altri Lo identificavano con Sol [Serv. Aen. III, 35] che d’altra aprte rappresentava il fuoco celste .

È stato proposto anche un parallelo tra un possibile paleolatino *uelkano e l’osseto Waergon, nome del Dio metallurgo di quel popolo: entrambi i termini deriverebbero dalla radice *urka, lupo e rimanderebbero ad una forma di totemismo per cui il Dio metallurgo paleoindoeuropeo sarebbe stato rappresentato sotto forma di lupo. Anche questa etimologia, però, è poco convincente.

L’iconografia etrusca di Sethlans lo rappresenta come un giovane, dal fisico perfetto, e dai capelli ricci, che porta un’ascia bipenne, immagine molto lontana da quella dell’Efesto greco che sarà quella prevalente nelle raffiurazioni romane

Il principale e più antico luogo sacro dedicato a Vulcanus era il Volcanal o ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX,  46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: uno spazio delimitato attorno ad un altare a cielo aperto che si trovava all’angolo nord-est del Foro, 5 metri più in alto del Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] e sarebbe stato consacrato da Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Da qui, in epoca arcaica, prima della costruzione dei rostra, il re e i magistrati si rivolgevano al popolo [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. Vi si trovavano una quadriga in bronzo dedicata da Romolo e una statua di Romolo stesso [Dion. H. II, 54, 2], una statua di Orazio Coclite [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11,2; Plut. Popl. 16] e quella di un danzatore colpito da un fulmine [Fest. 290].

La festa. In occasione dei Volcanalia, i romani sacrificavano degli animali vivi nel fuoco del Dio [Var. L. L. VI, 20], si trattava di pesci pescati nel Tevere, forse pescati in occasione dei ludi piscatorii di Aprilis [Fest.238], o più probabilmente venduti dai pescatori nell’area del tempio. Tale offerta sostituiva quella di esseri umani,

… pro animis humanis… [Fest. 238]

oppure, se intendiamo altrimenti il passaggio di Festo (anche alla luce del pro se di Varrone) era fatta per la salute ed il benessere di coloro che sacrificavano (pro popolo), placando il Dio, così da tenere lontani gl’incendi.

In questo giorno, secondo i Fasti Anziati, avveniva anche un sacrificio a Maja sopra il Comitium, ovvero quindi nel luogo dove si trovava il Volcanal [ILLRP 9].

Le fonti antiche definiscono questa divinità paredra di Volcanus [Gel. XII, 23,1] e i dati cultuali (oltre al sacrificio che si svolgeva ai Volcanalia, il fatto che alle Kal. Maj. fosse il flamen volcanalis ad offrire a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]) confermano questo legame: il nome Maja, deriva dalla stessa radice di major e majestas e rimanda al crescere, all’aumentare, per cui Essa può essere vista come la capacità del fuoco di crescere rapidamente quando viene alimentato. Un’altra divinità femminile associata a Volcanus era Stata Mater [CIL VI, 802], purtroppo non abbiamo molte informazioni su di Lei, sappiamo che una Sua statua era venerata nel Foro e che il cui culto era celebrato in tutti i vici [Fest. 317]. Il suo nome rimanda alla capacità di bloccare il propagarsi del fuoco, per cui la sua azione è opposta a quella di Maja .

Vulcanus era anche associato a Vesta, come dimostra il fatto che nel lectisternio del 217 aev. queste due divinità si trovavano sullo stesso letto, tale associazione sarebbe un riflesso dell’antica teologia indoeuropea dei fuochi, di cui si trova la più completa elaborazione nei testi vedici.

 

Volcano in Circo Flaminio

La posizione del tempio è controversa: alcuni calendari epigrafici lo collocano nel Circo Flaminio [Fast. Val. ad Kal. Sept., CIL Ia pg 240], altri non danno indicazioni [Fast. Arv. CIL I pg 215 = VI, 32482], mentre i Fasti Anziati lo citano assieme al tempio delle Ninfe in Campo, il che lascerebbe intendere che si trovasse nel Campo Marzio, come afferma Livio [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. Queste discrepanze hanno suggerito l’ipotesi che esistessero due templi diversi, che, tuttavia, è stata scartata. L’opinione più accreditata, oggi, è che il tempio si trovasse nel Campo Marzio, nei pressi di quella che fu la Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5 – 6; Q. R. 47], al confine col complesso dei templi del Circo Flaminio. L’edificio sorgeva dove oggi si trova Palazzo Mattei, al centro della Cripta Balbi [CIL VI, 798]. La data di costruzione ci è ignota, ma sappiamo che deve essere prima del 214 aev. poichè in quell’anno fu colpito da un fulmine, così come accadde nel 197 aev. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Forse è questo tempio che la tradizione fa risalire a Romolo e quello a cui si riferisce Vitruvio dicendo che si trovava fuori dalle mura della città [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], il che porrebbe la sua data di costruzione dopo l’allargamento del pomerium e l’edificazione delle mura serviane che compresero il Comitium ed il più antico Volcanal. Alcune monete del 105 aev che rappresentano un busto di Volkanus, con gli attributi che aveva a Lipara, farebbero riferimento al trionfo di L. Aurelius Cota, conquistatore di Lipara e potrebbe essere stato costui a votare il tempio durante il suo consolato del 252 aev [Crawford 1974, no. 314; ad locum, pg 322]

Il 23 Sext. vi si svolgevano sacrifici in onore di Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi Opifera

Un tempio dedicato a Ops sul Campidoglio è menzionato per la prima volta nel 186 aev quando fu colpito da un fulmine [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. Secondo Plinio fu dedicato da L. Caecilius Metellus pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: gli autori moderni hanno identificato questo personaggio con L. Caecilius Metellus Delmaticus, che avrebbe restaurato un tempio precedente nella seconda metà del II sec. aev (probabilmente nel 119 aev); oppure con L. Caecilius Metellus che lo avrebbe dedicato quando era console nel 251 o 247 aev come risoluzione di un voto formulato durante la battaglia di Panormo.

Il tempio divenne famoso come luogo dove Cesare depositò il tesoro pubblico di 700’000’000 di sesterzi [Cic. ad Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174], inoltre, fu decorato con una delle statue equestri che Q. Caecilius Metellus Scipio fece erigere in onore dei suoi antenati quando fu console nel 52 aev  [Cic. ad Att. VI, 1, 17] ed è citato negli scholii veronesi all’Eneide [Schol. Ver. Aen. II, 714]. Le matrone vi si riunirono in occasione della celebrazione dei ludi saeculares del 17 aev. [CIL VI, 32323]. Diplomi militari concessi a soldati che si erano distinti erano appesi alle sue pareti e forse vi erano conservati i pesi standard di riferimento (è stato ritrovato un peso di bronzo con l’iscrizione templ(um) Opis aug(ustae) [CIL XVI, 3; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

Il cognomen della Dea a cui era dedicato non è certo, così come la data della sua dedica: il calendario degli arvali riporta per il 23 Sext, Volcanalia, la dedica di un tempio a Ops Opifera (che, secondo Plinio sarebbe stato quello dedicato da Caecilius Metellus), altri calendari hanno Opi in Capitolio al 25 Sext, Opiconsiva, il che farebbe pensare che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Consiva [Fast. Arv. ad VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. L’opinione prevalente degli autori moderni è che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Opifera e che il suo dies natalis fosse ai Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

L’invocazione delle ninfe, divinità delle fonti e dell’acqua corrente, nel giorno in cui si celebrava Volcanus, aveva forse uno scopo apotropaico, Plinio riporta infatti che, quando, durante un banchetto, veniva pronunciata la parola “incendio”, bisognava subito gettare dell’acqua sulla tavola [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

Il tempio intitolato alle Ninfe nel Campo Marzio conteneva documenti del census che furono bruciati da Clodio [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Non si conosce la data della sua costruzione, che, si ipotizza, sia avvenuta nel III sec aev, oppure tra il 179 aev e il 166 aev. Fu dedicato il 23 Sext. [Fast. Arv; CIL I², 215; 326), ma non vi sono indicazioni del luogo esatto in cui si sorgeva, a meno che non lo si identifichi col locus Juturnae; situato anch’esso nel Campo Martio, fu edificato da Q. Lutatio Catulo [Serv. Aen. XII, 139], vincitore della Prima Guerra Punica. Si trovava vicino al luogo dove poi sarebbe arrivato l’acquedotto dell’aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicerone parla anche di una statua dorata [Cic. Pro Clu. 101). La data della dedica è 11 Jan. in concomitanza coi Juturnalia [Ov. cit.; ILLRP 9], ma vi si celebravano anche dei sacrifici ai Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Un’altra ipotesi, oggi prevalente, è che si tratti dell’edificio sacro emerso durante i lavori di scava in via delle Botteghe Oscure (alcuni autori, tuttavia, ritengono che si tratti del tempio dei Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

I calendari epigrafici riportano tra le dediche compiute in questo giorno, quella dell’altare di Hora sul colle Quirinale [ILLRP 9]. Un passo delle Metamorfosi, racconta della deificazione di Hersilia, moglie di Romolo, avvenuta sul colle Quirinale, in un bosco sacro nei pressi del tempio di Quirino [Ov. Met. XIV, 836 – 837], è quindi possibile che l’altare si trovasse in quel luogo. In questo caso avrebbe potuto trattarsi di un tempio vero e proprio, edificato nel III sec. aev, di cui non abbiamo notizia. Un’altra ipotesi è che si trattasse di un altare all’interno dell’area sacra del tempio di Quirino, ma in questo caso sarebbe stato improbabile che ne fosse ricordata la dedica.

 

Volcanalia

Majae supra Comitium

The Volcanalia were the party in honor of Volcanus

… Volcanalia from Volcanus, then fell as the public holiday dedicated to him and threw people in the animal heat for their own good (pro se [in the text pro se would be for pro populo, formula that distinguishes public holidays, or to instead of themselves, that is their own souls]) … [Var. L. L. VI, 20]

It is a very ancient deity who was identified with Hephaestus, yet its original characteristics are very different from those of the Greek God. The origin of its name is uncertain, some authors do result from an Indo-European root that gave Sanskrit Velk, shine, others from the Etruscan root velo by the Cretan F, but the question is still uncertain. It seems that the Etruscans knew a Velans, whose name appears on the liver of Piacenza, which would correspond to Mulciber (poetic epithet of Vulcanus, who melts, softens, metal) that Martian Capella, in De Nuptis Philosophiae et Mercuri, It ranks in fourth seat celsete [Mart. Chap. I, 48]; However, the divinity that the Etruscans identified with Hephaestus was Sethlans and not Velans, which instead could match the ancient Roman Vulcanus.

These appear in the list of Marziano Capella, along with Earth and Tellurus, in the fifth heavenly home [Mart. Chap. I, 49], but we also find a Volcanus Iovialis who had the power to send lightning [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varro Vulcanus counts among the deities brought to Rome by Titus Tazio, making a God Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. The other identified with Sol [Serv. Aen. III, 35] that the other aprte represented fire celste.

It has also proposed a parallel between a possible paleolatino * uelkano and Ossetian Waergon, name of the metallurgist God to the people: both terms derive from the root * urka, wolf and rimanderebbero to a form of totemism that the God would metallurgist paleoindoeuropeo It was represented in the form of a wolf. Even this etymology, however, is unconvincing.

The Etruscan iconography Sethlans represents him as a young man, the perfect body, and curly hair, carrying an ax ax, image very different from the greek dell’Efesto that will be that prevailing in the Roman raffiurazioni

The main and most ancient sacred place dedicated to Vulcanus was the Volcanal or ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX, 46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: a designated area around an altar in the open air which was located at the northeast corner of the Forum, 5 meters higher than the Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] and would be consecrated by Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Hence, in ancient times, before the construction of the rostra, the king and the magistrates addressed the people [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. There were a bronze chariot dedicated by Romulus and a statue of Romulus himself [Dion. H. II, 54, 2], a statue of Horatius Codes [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11.2; Plut. Popl. 16] and that of a dancer struck by lightning [Fest. 290].

The party. On the occasion of Volcanalia, the Romans sacrificed for live animals in the fire of God [Var. L. L. VI, 20], it was fish caught in the Tiber, perhaps caught on the occasion of ludi piscatorii of Aprilis [Fest.238], or more probably sold by fishermen in the temple area. Such offer replaced that of humans,

… Pro animis humanis … [Fest. 238]

or, if we are otherwise the passage of Festus (especially in light of the pro se Varro) it was made for the health and welfare of those who sacrificed (pro people), appeasing the God, so keep away the conflagrations.

On this day, according to Antiates Fasti, also occurred a sacrifice to Maja above the Comitium, then that is the place where was the Volcanal [ILLRP 9].

Ancient sources define this paredra deities Volcanus [Gel. XII, 23.1] and worshiping data (in addition to the sacrifice that took place at Volcanalia, the fact that the Kal. Maj. Was the flamen volcanalis to offer Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 ff] ) confirm this relationship: the name Maja, comes from the same root as majors and majestas and refers to grow, increasing, so it can be seen as the fire ability to grow rapidly when fed. Another female deity associated with Volcanus was Stata Mater [CIL VI, 802], unfortunately we do not have a lot of information about you, we know that His statue was venerated in the Forum and whose cult was celebrated in all the vici [Fest. 317]. Its name refers to the ability to block the spread of fire, so that its action is opposite to that of Maja.

Vulcanus was also associated with Vesta, as evidenced by the fact that in lectisternio in 217 BCE. these two gods were located on the same bed, this association would be a reflection of the ancient Indo-European theology of fires, which is the most complete processing in the Vedic texts.

 

Volcano in Circo Flaminio

The location of the temple is controversial: some epigraphic calendars placed him in the Circus Flaminio [Fast. Val. to Kal. Sept., CIL Ia pg 240], others do not give indications [Fast. Arv. CIL’s 215 pg = VI, 32482], while the Fasti Antiates cite it together to the temple of the Nymphs in Campo, which would suggest that he was in the Campus Martius, as Livy says [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. These discrepancies have suggested the hypothesis that there were two different temples, which, however, was discarded. The most accepted opinion today is that the temple he was in the Campus Martius, near what was once the Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5-6; Q. R. 47], on the border with the temples of the Flaminio Circus. The building stood where today there is the Palazzo Mattei, the heart of Balbi Crypt [CIL VI, 798]. The date of construction is unknown to us, but we know it must be prior to 214 BCE. because in that year he was struck by lightning, as happened in 197 BCE. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Perhaps it is this temple that the tradition dates back to Romulus and the one referred to by Vitruvius saying it was outside the city walls [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], which would place its construction date after the enlargement of the pomerium and the building of the Servian walls that understood the Comitium and the oldest Volcanal. Some coins of 105 BCE representing a bust of Volkanus, with the attributes that had to Lipara, would refer to the triumph of L. Aurelius Cota, of Lipara conqueror and he may have been to vote for the temple during his consulate in 252 BCE [ Crawford 1974 no. 314; ad locum, pg 322]

23 Sext. sacrifices took place there in honor of Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi opifera

A temple of Ops on the Capitol is mentioned for the first time in 186 BCE when it was struck by lightning [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. According to Pliny, it was dedicated by L. Caecilius Metellus Pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: modern authors have identified this character with L. Caecilius Metellus Delmaticus, which would restore an earlier temple in the second half of the second century. BCE (probably in 119 BCE); or with L. Caecilius Metellus that he would dedicate when he was consul in 251 or 247 BCE as the resolution of a vow made during the Battle of Panormo.

The temple became famous as the place where Caesar deposited the public treasury of 700’000’000 of gold [Cic. to Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174] also was decorated with one of the equestrian statues that Q. Caecilius Metellus Scipio erected in honor of his ancestors when he was consul in 52 BCE [Cic. to Att. VI, 1, 17] and is cited in the Verona scholii Aeneid [Schol. Ver. Aen. II, 714]. The matrons met there on the occasion of the celebration of the secular games of 17 BCE. [CIL VI, 32323]. Military diplomas granted to soldiers who had distinguished themselves were hung on its walls were preserved and perhaps the reference standard weights (was found a bronze weight with the inscription templ (um) Opis aug (ustae) [CIL XVI, 3 ; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

The cognomen of the Goddess who was dedicated is not certain, as well as the date of its dedication: Arvali of the calendar shows for 23 Sext, Volcanalia, the dedication of a temple in Ops opifera (which, according to Pliny would have been dedicated to Caecilius Metellus), other calendars have Opi in Capitolio to 25 Sext, Opiconsiva, which suggests that the Capitoline temple was dedicated to Ops Consiva [Fast. Arv. to VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. The prevailing opinion of modern authors is that the Capitoline temple was dedicated to Ops opifera and that his Dies Natalis was to Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

The invocation of the nymphs, gods of the sources and running water, in the day when they celebrated Volcanus, had perhaps a purpose apotropaico, Pliny reports that in fact, when, during a banquet, was pronounced the word “fire”, it had suffered throw water on the table [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

The temple dedicated to the Nymphs in the Campus Martius contained documents of the census that were burned by Clodius [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Do not know the date of its construction, which, it is assumed, took place in the third century BCE, or between 179 BCE and 166 BCE. It was dedicated on 23 Sext. [Fast. arv; CIL I², 215; 326), but there is no indication of the exact location where you stood, unless it is identified with Juturnae locus; also situated in the Campo Marzio, it was built by Q. Catulus Lutatio [Serv. Aen. XII, 139], winner of the First Punic War. It was located near the place where then would come the Aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicero also speaks of a golden statue [Cic. Pro Clu. 101). The date of the dedication is Jan. 11 in conjunction with Juturnalia [Ov. cit .; ILLRP 9], but there is also celebrating sacrifices to Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Another hypothesis, prevailing today, is that this is a sacred building emerged during the work of digs because of the Dark Shops (some authors, however, believe that it is the temple of Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

The epigraphic calendars reported among the dedications made on this day, the altar of Hora on the Quirinal Hill [ILLRP 9]. A step of the Metamorphoses, tells of the deification of Hersilia, wife of Romulus, which occurred on the Quirinal Hill, in a sacred grove near the temple of Quirinus [Ov. Met. XIV, 836-837], it is therefore possible that the altar was in that place. In this case it could be a real temple, built in the third century. BCE, which we have no news. Another hypothesis is that it was an altar within the sacred space of the temple of Quirinus, but in this case it would be unlikely that they had remembered the dedication.

Picture

Valerian I AR Antoninianus.Valerian I AR Antoninianus. Rome, AD 253-260. Radiate and draped bust right / Vulcan standing left holding hammer and tongs in tetrastyle temple, anvil at his feet. RIC 5. 3.37g, 20mm, 8h.

V EID. SEXT. (9) F

Soli Indigiti In Colle Quirinale

L’esistenza di un luogo consacrato a Sol Indiges sul colle Quirinale è riportata dai calendari epigrafici di età imperiale: in origine si trattava probabilmente di un fanum o sacellum, ossia uno spazio a cielo aperto, che, L. Papirius Cursor, nel 293 aev, trasformò nel primo solarium (uno spazio aperto e pianeggiante destinato all’osservazione della posizione del sole, per determinare l’ora del giorno) della città [Plin. Nat. Hist. VII, 60, 213], su cui forse fu edificato un tempio nel corso del III sec. aev. Anche questo edificio doveva avere un’apertura nel tetto, visto che Vitruvio annovera Sol tra le divinità venerate “sub divo” assieme a Caelum, Juppiter Fulgur e Luna [Vitr. I, 2, 5]. L’unico riferimento a questo luogo si trova in Quintiliano che parla di un

…  in pulvinari Solis, qui colitur iuxta aedem Quirini, vesperug, quod vesperuginem accipimus.… [Quinct. Inst. I, 7, 12]

Col termine pulvinar, secondo lo Pseudo-Acrone, si definivano dei letti o dei tavoli sui cui erano posti i simulacri delle divinità [PsAcr. Schol. in Hor. Car. I, 37, 3] e che potevano essere usati per il loro trasporto [Cic. Har. Resp. V, 8 – 9] durante processioni o lectisternia [Arnob. Adv. Nat. VII, 32, 8], ossia diventare fercula. In epoca arcaica e fino al II sec. aev. [Liv. XL, 59, 7] i simulacri posti sui pulvinaria erano fatti di fasci di verbene chiamati struppi, modellati per assomigliare alla testa della divinità [Fest. 64; 313; 347].

Se questo pulvinar è identificabile col tempio menzionato dai calendari, allora esso avrebbe dovuto trovarsi sul colle Quirinalis, nei pressi del tempio di Quirinus. Stando al passo del retore, l’antichità di questo luogo di culto è dimostrata dal fatto che vi si venerasse anche Vesper, la stella della sera [Plaut. Amph. 275; Var. L. L. VI, 6; VII, 50], identificata con Venus [Vitr. IX, 1, 7; Serv. Aen. I, 382]. L’associazione tra Sol e Vesper (o tra Sol e Venus, così come vediamo su una moneta di L. Mussidius Longus in cui sul recto abbiamo l’immagine di Sol e sul verso, quella di Venus Cloacina) è significativa e rimanda al santuario lavinate della “Madonnella”: in questo luogo sacro era venerata una divinità solare identificabile con Pater Indiges o Sol Indiges,  [Plin. Nat. Hist. III, 5, 56] (identificato con Enea [Liv. I, 2, 6; Solin. II, 14; O. G. R. XIV, 2 – 4; Tib. II, 5, 43 segg; Verg. Aen. XII, 794; Serv. Aen. I, 259], o Anchise [Gel. II, 16, 9; Dion. H. I, 64, 5], oppure Latino [Fest. 194]), associato ad altre divinità (come Cerere [CIL I, 2847 = AE 1976, 110 = ILLRP 509] e i Dioscuri [CIL I, 2833 = ILLRP 1271a = AE 1976, 109]), tra cui un ruolo di rilievo doveva avere Afrodite, venerata come Vesperna [CIL I, 2847 = AE 1976, 110 = ILLRP 509]. Questi elementi inducono a credere in una derivazione diretta del culto del Quirinale da quello lavinate in epoca arcaica; benché le prime attestazioni iconografiche del culto di Sol, si trovino su monete della fine III sec. aev. dove compare associato a Luna, ad esempio un’uncia del 217 aev (secondo la tradizione riportata da Varrone i due culti sarebbero stati istituiti assieme da Tito Tazio [Var. L. L. V, 52.]), tuttavia troviamo la ruota, antichissimo simbolo solare, già su Aes Signata risalenti alla prima metà dello stesso secolo. Un altro indizio dell’antichità della venerazione di Sol è la festività dell’Agonium Indigetis in December (vedi December). Nonostante l’oscurità delle festività denominate Agonium, sappiamo infatti che si tratta di ricorrenze appartenenti al calendario monarchico.

Di questa derivazione lavinate le fonti romane non fanno menzione: per gli eruditi il culto di Sol sul colle Quirinale (che si ipotizza abbia ospitato un insediamento di etnia sabina fin dalla protostoria romana) era molto antico, ma di origine sabina (fondato da Tito Tatio [Var. L. L. V, 52]): le fonti parlano di un pulvinar Solis presso il tempio di Quirinus, dove il culto era affidato alla gens Aurelia [Fest. 23; Quinct. I, 7, 12; Var. L. L. V, 52], il cui nome si credeva derivato da ausel, forma sabina del nome Sol [Auseli, Fest. Cit.] (tuttavia ausel sembra derivare dall’etrusco Usil nome della divinità della luce). Si trattava quindi di un sacrum gentilicium appartenente alla protostoria della religione romana che fu poi convertito in culto pubblico con l’affermarsi dell’organizzazione urbana.

Il termine Indiges è stato oggetto di numerosi tentativi di interpretazione senza giungere a un conclusione univoca e condivisa; la teoria tradizionale, risalente a Koch vuole che sia un epiteto riferito ad antenati divinizzati, come Enea, ritenuto l’antenato mitico del popolo latino. Torelli ha modificato tale visione ritenendo che Pater Indiges fosse un’arcaica divinità solare dai caratteri ctoni che fu poi identificato con Enea, padre, in quanto mitico antenato del nomen latinus

Sol e Luna avevano un altro tempio vicino al Circo Massimo.

 

Soli Indigiti Colle Quirinale

The existence of a place consecrated to Sol Indiges on the Quirinal Hill is shown by Imperial Age epigraphic calendars: originally it was probably a fanum or sacellum, ie an open-air space, where, L. Papirius Cursor, in 293 BCE, created the first solarium (an open and flat area intended for the observation of the position of the sun to determine the time of day) of the city [Plin. Nat. Hist. VII, 60, 213]. The temple was buit during the third century BCE: it had an opening in the roof, as Vitruvius includes Sol among the deities worshiped “sub divo” along with Caelum, Fulgur Jupiter and Moon [Vitr. I, 2, 5]. The only reference to this place is in Quintilian about a

… In pulvinari Solis, here juxta colitur Aedem Quirini, vesperug, quod vesperuginem accipimus. … [Quinct. Inst. I, 7, 12]

The term pulvinar, according to the Pseudo-Acron, refers to the beds or tables on which were placed the statues of deities [PSACR. Schol. in Hor. Car. I, 37, 3] and that could be used for their transportation [Cic. Har. Resp. V, 8-9] during processions or lectisternia [Arnob. Adv. Nat. VII, 32, 8], becoming fercula. In ancient times and up to the second century. BCE. [Liv. XL, 59, 7] the statues placed on pulvinaria were made of bundles called verbenas, struppi, modeled to resemble the head of the deity [Fest. 64; 313; 347].

If this pulvinar is identifiable with the temple mentioned by calendars, then it would have to be on Quirinalis hill, near the temple of Quirinus. Keeping up the rhetorician, the antiquity of this place of worship is demonstrated by the fact that you will also worshiped Vesper, the evening star [Plaut. Amph. 275; Var. L. L. VI, 6; VII, 50], identified with Venus [Vitr. IX, 1, 7; Serv. Aen. I, 382].

The association between Sol and Vesper (or between Sol and Venus, as we see on a coin of L. Mussidius Longus where we have the image on the front and on the back of Sol, that of Venus Cloacina) is significant and points to the Lavinium sanctuary at “Madonnella”: in this sacred place a solar deity was worshiped identifiable with Pater Indiges or Sol Indiges, [Plin. Nat. Hist. III, 5, 56] (identified with Aeneas [Liv. I, 2, 6; Solin. II, 14; OGR XIV, 2-4; Tib. II, 5, 43 ff; Verg. Aen. XII, 794; Serv . Aen. I, 259], or Anchises [Gel. II, 16, 9; Dion. H., 64, 5], or Latinus [Fest. 194]), associated with other gods (as Ceres [CIL I, 2847 = AE 1976, 110 = ILLRP 509] and the Dioscuri [CIL I, 2833 = ILLRP 1271st = AE 1976, 109]), a prominent role had Aphroditis, worshiped as Vesperna [CIL I, 2847 = AE 1976 ILLRP 110 = 509]. These elements lead us to believe in a direct derivation of the cult of the Quirinal from that lavinate in ancient times; although the first iconographic representations of Sol, are on coins of the late third century BCE. where it appears associated with Moon, for example un’uncia in 217 BCE (according to the tradition reported by Varro the two cults were established together by Tito Tazio [Var. LL V, 52.]), however, we find the wheel, an ancient solar symbol already on Aes signata from the first half of the same century. Another clue antiquity of veneration Sol is the festival dell’Agonium Indigetis in December (see December). Despite the darkness of the named holidays Agonium, we know that these are occurrences belonging to a monarchist calendar.

Sources do not mention the lavinate derivation of roman cult: for scholars Sol’s worship on the Quirinal Hill (which is assumed to have contained an ethnic Sabin settlement since the Roman proto-history) was very old, but Sabin (founded by Tito Tatio [Var. LL V, 52]): the sources speak also about a pulvinar Solis at the temple of Quirinus, where the cult was entrusted to the gens Aurelia [Fest. 23; Quinct. I, 7, 12; Var. L. L. V, 52], whose name is believed to derive from ausel, Sabine form of the name Sol [Auseli, Fest. Cit.] (however ausel seems to derive from the Etruscan Usil name of the deity of light).

It was a gentilicium sacrum belongs to the early history of Roman religion that was later converted into public worship with the emergence of urban organization.

The term Indiges has been the subject of numerous attempts at interpretation without coming to a agreed conclusion; the traditional theory, dating back to Koch wants it to be an epithet referring to the deified ancestors, like Aeneas, considered the ancestor of the mythical Latin people. Torelli amended this vision Indiges Pater was an archaic belief that solar deity from chthonic character who was later identified with Aeneas, the father, as the mythical ancestor of the nomen latinus

Sol and Luna had another temple near the Circus Maximus.

 

Picture

Aburius M. f. Geminus AR Denarius. Rome, 132 BC. Helmeted head of Roma right; GEM behind; XVI monogram below chin / Sol driving galloping quadriga right, M ABVRI below horses; ROMA in exergue. Crawford 250/1; Sydenham 487. 3.93g, 19mm, 4h

NON.  SEXT. (5) NP

Saluti in Colle Quirinali

Salus era una divinità onorata a Roma, probabilmente sempre sul Colle Quirinale, fin da tempi remoti [CIL I, 49; 179], come dimostra il fatto che il luogo fosse anche chiamato Collis Salutaris; il suo culto era diffuso anche fuori dalla città, come indicano ritrovamenti compiuti a Orte e Pompei [Diehl – Alt. lat. Inschrift. III, 192; ILS 3822]. Era anche chiamata Salus Semonia [ILS 3090 = CIL VI, 30975; Macr. Sat. I, 16, 8; Fest. 309], il che farebbe pensare ad un legame con Semo Sancus, altra divinità onorata sul colle Quirinale fin da epoca antica; forse si trattava di una sua paredra.

Il tempio di cui abbiamo notizia fu votato 311 aev. da C. Junius Bubulcus quando era console e, iniziato nel 306, fu dedicato da lui stesso nel 303 aev quando era dittatore [Liv. IX, 43, 25; X, 1, 9; Babelon, Monnaies II, 108, Nos. 17 – 18] alle Non. Sext. [Fast. Vall. Amit. Ant. Philoc. ad Non. Aug.; CIL I², 240; 244; 248; 270; 324; Men. Rust. ib. 281; ILLRP 9; Cic. ad Att. IV, I, 4; Pro Sest. 131]. Fu colpito da un fulmine nel 276 e nel 206 aev. [Oros. IV, 4, 1; Liv. XXVIII, 2, 4; Obseq. 12, 432], e bruciò durante il regno di Caludio [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. Fu quindi restaurato e durò fino al IV sec.

Vi si trovava una statua di Catone fatta scolpire dal Senato in suo onore [Plut. Cat. Maj. XIX]. Il primo tempio fu decorato con affreschi che era possibile vedere ancora all’epoca della sua distruzione, da un membro della gens Fabia, C. Fabio, poi chiamato Pittore [Plin. Cit.; Val. Max. VIII, 14, 6; Tac. Ann. XV, 74], antenato dell’annalista Q. Fabio Pittore. Non vi sono più tracce del tempio, ma probabilmente si trovava vicino al tempio di Quirinus [Cic. ad Att. IV, 1, 4; XII, 45, 3), non sul colle Quirinalis propriamente detto, ma su un’altura differente, il colle Salutaris. Poiché l’esatta topografia dell’antico Quirinale è stata oggetto di un lungo dibattito, sono state formulate varie ipotesi sull’ubicazione del tempio di Salus, tra cui quella che lo situava nei pressi del Clivius Salutis [Sym. Ep. V, 54, 2], tuttavia, oggi l’ipotesi prevalente è che si trovasse sul sito oggi occupato da Palazzo Barberini, dove furono trovare due iscrizioni dedicatorie alla Dea [CIL VI, 373 = ILLRP 176; 374 = ILLRP 177].

In età imperiale Salus divenne Salus Publica Populi Romani.

Era un’usanza molto antica che i consoli compissero annualmente un sacrificio a Salus, tale cerimonia era collegata con l’augurium salutis [Tac. Ann. XII, 23; Cass. Dio. LI, 20. Suet. Ot. XXXI], un rito compiuto dagli auguri per chiedere agli Dei se era permesso che i magistrati pregassero Salus [Cic. Leg. II, 8, 21; Div. I, 47]: questa necessità era forse legata alla prescrizione secondo cui tale sacrificio poteva essere compiuto solo se non fosse stato formato alcun esercito né offensivo, né difensivo (questo valeva per i tempi arcaici quando l’esercito romano veniva formato solo per un determinato periodo dell’anno e poi sciolto, in epoca successiva, con un esercito stabile, tale condizione, probabilmente fu interpretata come l’assenza di guerre sia offensive, che difensive) [Cas. Dio. XXXVII, 24, 2 – 3]. Questo rito, benché antico, fu per molto tempo trascurato e restaurato da Augusto [Suet. Aug. XXI].

Il termine augurium rimanda non solo ad una presa di auspici, ma ad un vero e proprio rito sacrificale compiuto dagli auguri, augurium agere [Plin. Nat. Hist. XVIII, 3, 14] (vedi Augurium Canarium), su cui abbiamo scarsissime informazioni, probabilmente perché si trattava di uno dei riti più segreti della religione romana. Servio chiama questo tipo di riti, invocatio e precatio [Serv. Aen. III, 265], le fonti epigrafiche chiamano questo rito Augurium Maximum [ILS 9337], è quindi possibile che il rito avesse la forma di una precatio maxima [Serv. Aen. XII, 176]

Si trattava di quegli arcani sacrifici compiute dagli auguri, contenenti formule così segrete che non furono mai messe per iscritto, ma tramandate solo oralmente, affinché nessuno potesse mai divulgarle [Fest. 16]. Il motivo di tanta segretezza era probabilmente legato alla presenza nelle formule del nome segreto di Roma, che, sappiamo era usato solo in caerimoniae che Plinio chiama proprio arcanae e che non poteva essere reso pubblico, pena la morte [Plin. Nat. Hist. III, 5, 65; Serv. Aen. I, 277].

La cerimonia si apriva con gli auguri che proclamavano una solenne invocatio in cui chiedevano agli Dei se era consentito che i magistrati (consoli o pretori [Fest. 161]) pregassero per la prosperità dello stato, usando la formula esatta che sarebbe poi stata pronunciata dagli officianti, la praecatio maxima. Vi era poi una presa di auspici tramite l’osservazione del volo degli uccelli [Cas. Dio. XXXVII, 25, 1 – 2] e, una volta avuto un esito positivo, i magistrati compivano il rito vero e proprio indirizzato a Salus, pronunciando la stessa formula di preghiera recitata dagli auguri.

 

Saluti in Colle Quirinali

Salus was a deity honored in Rome, probably always on the Quirinal Hill, from ancient times [CIL I, 49; 179], as demonstrated by the fact that the place was also called Collis Salutaris; Her cult had spread outside the city, as indicated by findings made at Orte and Pompeii [Diehl – Alt. lat. Inschrift. III, 192; ILS 3822]. She was also called Salus Semonia [ILS 3090 = CIL VI 30975; MACR. Sat. I, 16, 8; Fest. 309], which suggests a link with Semo Sancus, other deities honored on the Quirinal Hill since ancient times; perhaps it was his paredra.

The temple of which we know was voted 311 BCE. by C. Junius Bubulcus when consul, started in 306, it was dedicated by himself in 303 BCE when dictator [Liv. IX, 43, 25; X, 1, 9; Babelon, Monnaies II, 108, Nos. 17-18] at Non. Sext. [Fast. Vall. Amit. Ant. Philoc. of Not. Aug .; CIL I², 240; 244; 248; 270; 324; Men. Rust. ib. 281; ILLRP 9; Cic. to Att. IV, I, 4; Pro Sest. 131]. It was struck by lightning in 276 and in 206 BCE. [Oros. IV, 4, 1; Liv. XXVIII, 2, 4; Obseq. 12, 432], and burned during the reign Caludio [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. It was then restored and lasted until the fourth century.

There was a statue of Cato let carved by the Senate in his honor [Plut. Cat. Maj. XIX]. The first temple was decorated with frescoes that could be seen even at the time of its destruction, by a member of the gens Fabia, Fabius C., then called Pictor [Plin. cit .; Val. Max. VIII, 14, 6; Tac. Ann. XV, 74], ancestor of Q. Fabius Pictor. It probably stood near the temple of Quirinus [Cic. to Att. IV, 1, 4; XII, 45, 3), not on the hill Quirinalis, but on a different hill, the hill Salutaris. Since the exact topography of the ancient Quirinal was the subject of a long debate, several hypotheses on its location were made, including the one that ranged near the Clivius Salutis [Sym. Ep. V, 54, 2], however, today the idea that it was on the site now occupied by the Barberini Palace, where they were to find two dedicatory inscriptions to the Goddess [CIL VI, 373 = ILLRP 176; ILLRP 374 = 177] prevails.

In imperial times it became Salus Salus Publica Populi Romani.

It was very old custom that the consuls annually did a sacrifice to Salus, this ceremony was connected with the Augurium salutis [Tac. Ann. XII, 23; Cass. God. LI, 20. Suet. Ot. XXXI], a rite performed to ask the Gods if it was allowed that magistrates pray Salus [Cic. Leg. II, 8, 21; Div. I, 47]: this need was perhaps linked to the requirement that such a sacrifice could be accomplished only if it was not formed any army no offensive or defensive (this was true of the early times when the Roman army was only format a certain period of the year and then dissolved, at a later date, with a standing army, the condition probably was interpreted as the absence of war is offensive, and defensive) [Cas. Dio. XXXVII, 24, 2-3]. This rite, although old, was long neglected and restored by Augustus [Suet. Aug. XXI].

Augurium the term refers not only to a power auspices, but a veritable sacrificial rite performed by the card, Augurium agere [Plin. Nat. Hist. XVIII, 3, 14] (see Augurium Canarium), on which we have very little information, probably because it was one of the secrets of the Roman religious rites. Servius called this type of rites Precatio [Serv. Aen. III, 265], the epigraphic sources call this rite Augurium Maximum [ILS 9337], it is therefore possible that it had the shape of a Precatio maxima [Serv. Aen. XII, 176]

It was those arcane sacrifices made by the augures, containing formulas so secret that were never written down, but passed down orally, so that no one could ever disclose it [Fest. 16]. The reason for all the secrecy was probably linked to the presence in the formula of the secret name of Rome, which, we know it was only used in caerimoniae that Pliny called just arcanae and that could not be made public, the death penalty [Plin. Nat. Hist. III, 5, 65; Serv. Aen. I, 277].

 

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Antoninus Pius (AD 138-161). Orichalcum sestertius (33mm, 25.67 gm, 11h). Rome, ca. AD 140-143. ANTONINVS AVG PIVS P P TR P COS III, laureate head of Antoninus Pius right / SALVS AVG, Salus standing left, holding holding patera in right hand, from which she feeds serpent entwined around lighted altar, and scepter in left. RIC 635

NON.  JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius è un nome che unisce due divinità distinte, tale identificazione è testimoniata sia dai documenti epigrafici ritrovati nel tempio [CIL VI, 567 – 568; 30994], che da Varrone e Verrio Flacco [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

Secondo Dionigi di Alicarnasso, il culto di Semo Sancus, fu istituito sul Quirinale dai Sabini che lo occupavano, prima che entrasse a far parte della città di Roma [Dion. H. II, 49, 2]. Il suo tempio fu votato da Tarquinio il Superbo e dedicato da Septimius Postumius nel 466 aev. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241]: si trovava sul colle Mucialis [Var. L. L. V, 52], presso la Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], sul luogo di un antico fanum o sacellum (ovvero luogo di culto a cielo aperto), che la tradizione vuole fosse stato consacrato da Tito Tazio [Ov. Fast. VI, 217 – 18; Prop. IV, 9, 74; Tert. Ad Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], sebbene non figuri nella lista dei culti istituiti da questo re, riportata da Varrone [Var. L. L. V, 74]. All’interno del tempio vi era la statua di Gaja Caecilia (o Tanaquil), moglie di Tarquinio Prisco, ornata di una cintura che, si pensava, contenesse dei rimedi che allontanavano i mali chiamati praebia [Fest. 238 segg; Plut. Q. R. 30; Var. apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. Vi era anche conservato il trattato di pace tra Roma e Gabii, scritto sulla pelle di una capra sacrificata es inchiodato su uno scudo [Dion. H. IV, 58, 4]. La statua del Dio che vi si trovava, lo rappresentava nudo, simile ad un Apollo arcaico; le mani non sono state ritrovate, quindi non si sa quali fossero gli attributi del Dio, forse la clava, come Ercole, o l’uccello augurale sanqualis, alcuni autori ritengono che tenesse dei fulmini, poiché un’iscrizione sul basamento riporta decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567 – 568], i suoi sacerdoti erano quindi addetti all’espiazione dei fulmini attraverso il sacrificio di agnelli bidentes e alla consacrazione dei luoghi dove questi cadevano.

Gli autori antichi sono concordi sul fatto che Semo fosse un’antica divinità di origine sabina [Ov. Fast. VI, 213 – 216]: secondo Catone era un Dio indigeno del reatino, padre di Sabus, l’eponimo del popolo sabino [Cat. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], mentre Agostino e Lattanzio, seguendo Varrone, lo identificano con il primo re e fondatore della nazione sabina [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; secondo Giovanni Lido Sancus era il nome del cielo in lingua sabina [Lyd. Mens. IV, 90], notizia che rimanderebbe ad una sorta di Giove sabino. Nelle Tavole Eugubine è, tuttavia, nominato dopo Juppiter, un Fisius Sancius (divinità che fa parte del gruppo di rango inferiore rispetto alla triade principale della città) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] che sembra ricalcare esattamente il Sancus Dius Fidius romano.

Il nome Semo si collega ai Semones, divinità invocate nel carmen arvale, che sarebbero connesse alla semina (il termine deriva da sero , seminare, la cui radice ha dato anche il peligno Semunu, e si riferiva alla forza generativa contenuta nel semen), tuttavia, per gli autori latini più tardi, i Essi diverranno piuttosto entità intermedie tra uomini e Dei, Semi-Dei non degni di risiedere in cielo, ma di rango superiore alle creature terrestri [Fulg. Plac. In Non. De Comp. Doct. 391], proprio in base a questa interpretazione Marziano Capella inserisce Semo Sancus nella sua lista di divinità (di ascendenza etrusca) nella dodicesima sede celeste [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] tra i demoni (Lares), gli Eroi e i Manes. È anche nota una Dea Semonia, connessa alla sfera agricola (associata a Segesta e Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; Macr. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], alla quale si sacrificava un bidens per purificare il popolo dopo l’esecuzione di una condanna a morte [Fest. 309].

 

NOT. JUN. (5) N

Dio Fidio in Colle

Semo Sancus Dius Fidius is a name that combines two distinct deities, such identification is demonstrated by both the inscriptions found in the temple [CIL VI, 567-568; 30994], and Varro and Verrius Flaccus statements [Var. L. L. V, 66; Fest. 241].

According to Dionysius of Halicarnassus, the cult of Semo Sancus, was founded by the Sabines on the Quirinal Hill, before it became part of the city of Rome [Dion. H. II, 49, 2]. His temple was voted by Tarquin the Proud and dedicated by Septimius Postumius in 466 BCE. [Dion. H. IX, 60; Ov. Fast. VI, 231; CIL I2, 319; Fest. 241] on the Mucialis hill [Var. L. L. V, 52], near to the Porta Sanqualis [Dion. H. IV, 58; Liv. VIII, 20, 8], on the site of an ancient fanum or sacellum (ie place of worship in the open air), which according to tradition, should have been consecrated by Titus Tatius [Ov. Fast. VI, 217-18; Prop. IV, 9, 74; Tert. For Nat. II, 9, 13; Var. L. L. V, 52], although it does not appear in the list of cults established by this king, reported by Varro [Var. L. L. V, 74]. Inside the temple there was a statue of Gaja Caecilia (or Tanaquil), wife of the elder Tarquin, adorned with a belt, it was thought, contained the remedies that strayed evils called praebia [Fest. 238 ff; Plut. Q. R. 30; Var. Apud Plin. Nat. Hist. VIII, 74, 194)]. There was also preserved the peace treaty between Rome and Gabii, written on the skin of a sacrificed goat eg nailed on a shield [Dion. H. IV, 58, 4]. The statue of the God, represented him naked, like an archaic Apollon; hands have not been found, so it is unknown what were His attributes, perhaps the club, like Hercules, or the bird auspicious Sanqualis, some authors believe that would take lightning, as an inscription on the pedestal shows decuria sacerdotum bidentalium [CIL VI, 567-568], his priests were so engages in lightning atonement through the sacrifice of lambs bidentes and the consecration of the places where they fell.

The ancient authors agree that Semo was an old Sabine deity [Ov. Fast. VI, 213-216]: according to Cato was a God from Rieti, father of Sabus, the eponym of the Sabine peolple [Cat people. Orig. Fr. II, 21 apud Dion. H. II, 49, 2], while Augustine and Lactantius, following Varro, identify him with the first king and founder of the Sabine nation [Var. apud August. C. D. XVIII, 19; Lact. Inst. I, 15, 8]; according to John Lydus Sancus was the name of the sky in the Sabine language [Lyd. Mens. IV, 90], news that would refer to a sort of Jupiter Sabine. In the Tables of Gubbio is, however, named after Jupiter, a Fisius Sancius (divinity that is part of the group of lower rank than the main triad of cities) [Tab. Eug. IA, 14; VIB, 8] that seems to follow exactly the Sancus Dius Fidius Roman.

The name Semo connects to Semones, deities invoked in Carmen Arvale, that would be connected to the sowing (the term is derived from sero, sow, whose root also gave Peligno Semunu, and referred to the generative contained in semen) strength, however, for the later Latin authors, they will become rather intermediate entities between men and Gods, Semi-Gods are not worthy to live in heaven, but higher-ranking to terrestrial creatures [Fulg. Plac. Not in. De Comp. Doct. 391], just on the basis of this interpretation Marziano Capella put Semo Sancus in his list of gods (of Etruscan ancestry) in the twelfth celestial headquarters [Mart. Cap. De Nupt. II, 156] among the demons (Lares), the Heroes, and the Manes. It also notices a Semonia Goddess, related to agricultural sphere (associated with Segesta and Tutilina) [Plin. Nat. Hist. XVIII, 1, 2; MACR. Sat. I, 16; August. C. D. VI, 8], to which he killed a bidens to purify the people after the execution of a death sentence [Fest. 309].

 

Picture

Illustration of a statue of Sancus found in the Sabine’s shrine on the Quirinal, near the modern church of S. Silvestro from: R. Lanciani – Pagan and Christian Rome, Roma 1893

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P(ublicae) P(opuli) R(omani) Q(uiritium) in colle Quirin(ali)

In questo giorna cadeva l’anniversario della dedica di uno dei cosìdetti Tres Aedes Fortunae, che si   trovavano sul colle Quirinale, presso la Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probabilmente si trattava di quello dedicata a Fortuna Primigenia, la divinità venerata a Preneste, che a Roma prese il nome di Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer.; CIL I², 213; 319] o anche: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in colle Quirinali [Fast. Esquil.; CIL I², 211], Fortuna Publica populi Romani in colle [Fast. Venus.] (Figura 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Populi Fortuna Potentis Publica [Lyd. Mens. IV, 7]. Il tempio fu votato nel 204 aev. dal console P. Sempronius Sofus, all’inizio della battaglia di Crotone contro Annibale, “se fosse riuscito a mettere in fuga i nemici” [Liv. XXIX, 36, 8] e fu poi dedicato circa 10 anni dopo, nel 194 aev. da Q. Marcus Ralla [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

Secondo i Fasti Amiterni [CIL I2, 245] in questo giorno si ricordava la dedica di un luogo di culto dedicato a Venus, sul monte Velia. Non sappiamo esattamente di quale luogo si trattasse: M. Torelli ha ipotizzato che sul Velia fosse ospitato il culto di Venus Calva, il che ci porta a un tempio [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], la cui data di edificazione non conosciamo, o più probabilmente a un sacellum, che doveva ospitare la statua della Dea [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servio riporta alcuni aitia sulla nascita di tale culto: durante l’assedio gallico, avendo i Romani esaurito le corde per le macchine da guerra, le matrone, guidate da una Domitia, offrirono i loro capelli per farne di nuove, in ringraziamento per tale sacrificio, il senato decretò la dedica della statua a Venus Calva. Un’altra versione ne proietta l’origine all’età regia: a causa di un prurito pestilenziale le donne romane tagliarono i loro capelli, il re Anco dedicò una statua a Venus come espiazione e così i capelli ricrebbero [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

La presenza di una Domitia nel primo racconto riportato da Servio, così come l’esistenza della familia dei domitii calvini all’interno della gens domitia, ha fatto pensare che il culto di Venus Calva avesse una connessione con essa e che la statua si trovasse nei pressi della domus dei calvini, sul Velia, collocazione avvalorata dalla presenza, nello stesso sito, di un altro culto che poteva essere in relazione con quello di Venus Calva, quello di Mutinus Tutinus.

Secondo le testimonianze antiche, questo culto doveva essere molto antico, e già gli eruditi romani lo mettevano in relazione con quello di Aphrodite barbata diffuso in oriente, particolarmente a Cipro [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3] .

Secondo Torelli, doveva avere una connessione con i riti iniziatici dei giovani romani, dell’età arcaica: il simulacro non doveva essere del tutto calvo, ma solamente portare una tonsura, propria dai giovani di entrambi i sessi che si apprestavano al matrimonio (è possibile che le giovani donne offrissero a questa divinità i capelli che venivano loro tagliati); altro simbolo che connette Venus Calva alla sfera matrimoniale è il pettine, che secondo la testimonianza della Suida, era tenuto in mano dalla Dea [Suida cit.].

Doveva trattarsi di una rappresentazione androgina avente in parte attributi maschili e in parte femminili, forse equestre [Suida cit.], tali elementi avvalorano la sua antichità. Testimonianza della notorietà di cui godeva questa immagine è il fatto che, secondo Macrobio, fu proprio essa a guidare il poeta Laevius nel comporre i seguenti versi [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est…

così come il poeta Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venerem…

L’androginia era collegata alla sfera matrimoniale (e ai riti di “inversione” praticati all’inizio dell’anno), in particolare all’iniziazione delle giovani che vi si apprestavano (allusione che torna anche nel simbolismo della tonsura e del pettine, pecten che a sua volta rimanda alla pratica dei crines soluti [Fest. 213], l’acconciatura che le giovani donne portavano il giorno del matrimonio ) alla promiscuità sessuale: secondo Macrobio le offrivano sacrifici sia gli uomini, che però si vestivano da donna, che le donne, che si abbigliavano da uomo [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. Tale inversione dei ruoli torna in un altro rito, non a caso compiuto sempre in prossimità della domus dei domitii, quello di Mutinus Tutinus [Fest. 154]: riti con un chiaro legame con la sfera matrimoniale, quelli in onore di Mutinus Tutinus prevedevano che le donne sacrificassero avvolte nella toga praetexta, cioè abbigliate come un uomo.

 

VIII KAL. JUN. (25) C

Fortunae P (ublicae) P (opuli) in Quirin hill R (omani) Q (uiritium) (wings)

This day fell the anniversary of the dedication of one of the so-called Tres Aedes Fortunae, that were on the Quirinal Hill, near the Porta Collina [Vitr. III, 2, 2], probably it was the one dedicated to Fortuna Primigenia, the deity worshiped at Praeneste, which in Rome was called Fortuna Publica Populi Romani Quiritium Primigenia [Fast. Caer .; CIL I², 213; 319] or even: Fortuna Publica Populi Romani Quiritium in Quirinali [Fast hill. Esquil .; CIL I², 211], Fortuna Publica Populi Romani in the hill [Fast. Venus.] (Figure 96), Fortuna Primigenia in colle [ILLRP 9, For. PRQ; Ov. Fast. V, 729]; Fortuna Publica Populi Potentis [Lyd. Mens. IV, 7]. The temple was voted in 204 BCE. by P. Sempronius Sofus console at the beginning of the Battle of Crotone against Hannibal, “if he could put the enemy” [Liv. XXIX, 36, 8] and was later dedicated about 10 years later, in 194 BCE. by Q. Marcus Thrust [Liv. XXXIV, 53]

 

Veneri in Velia

According to the Fasti Amiterni [CIL I2, 245] on this day we remembered the dedication of a place of worship dedicated to Venus, on Mount Velia. We do not know exactly which place it was: M. Torelli hypothesized that Venus Calva was worshiped on the Velia, which leads us to a temple [Hist. Aug. Maxim. Duo XXXIII, 2], whose construction date is unknown, or more probably, a sacellum, hosting the Goddess’ statue [Serv. Aen. I, 720; Lact. Inst. I, 20, 27]. Servius reports some stories about the birth of this cult: during the Gallic siege, having the Romans exhausted the ropes for the war machines, the matrons, led by a Domitia, offered their hair to make new ones, in thanksgiving for this sacrifice , the senate decreed the dedication of the statue to Venus Calva. Another version has its origin into the royal age: due to a pestilent itching Roman women cut their hair, King Ancus dedicated a statue to Venus as expiation and so the hair grew [Serv. Aen. I, 720; Suida  ̓Αφροδίτη].

The presence of a Domitia in the first story reported by Servius, as well as the existence of the family of the domitii calvini inside the gens domitia, has suggested that the cult of Venus Calva had a connection with this gens and that the statue was in near the domus of the calvini, on the Velia, position supported by the presence, on the same site, of another cult that could be related to Venus Calva, Mutinus Tutinus (see below).

According to ancient evidence, this cult had to be very ancient, and already the Roman scholars put it in relation with that of Aphrodite barbata widespread in the East, especially in Cyprus [Serv. Aen. II, 632; Macr. Sat. III, 8, 2 – 3].

According to Torelli, he could have been a connection with the archaic initiation rites of the young Romans: the simulacrum should not be completely bald, but only bring a tonsure, proper to the young people of both sexes who were preparing for marriage (it is possible that the young women would offer the hair that was cut to this divinity); another symbol that connects Venus Calva to the matrimonial sphere is the comb, which according to the testimony of Suida, was held in the hands of the Goddess [Suida cit.]. It must have been an androgynous representation having partly masculine and partly feminine attributes, perhaps equestrian [Suida cit.].

The widespread knowledge of this image is testimonied by Macrobius citing the poet Laevius who would have composed the following verses thinking to her [Laev. Fr. 26 B apud Macr. Sat. III, 8, 3]

… Venerem igitur almum adorans,

sive femina sive mas est,

ita uti alma Noctiluca est …

as well as the poet Calvus [Calv. Fr. 7 B apud Macr. Sat. III, 8, 2]

… Pollentemque deum Venus …

The androgyny was connected to the matrimonial sphere (and to the “inversion” rituals practiced at the beginning of the year), in particular to the initiation of the young people who were preparing for it (an allusion that also returns in the symbolism of the tonsure and comb, pecten which, in turn, refers to the practice of the solitary crines [Fest. 213], the hairstyle that the young women wore on their wedding day) to sexual promiscuity: according to Macrobius they offered sacrifices to both men, who dressed as women, who women dressed in men [Macr. Sat. III, 8, 3; Serv. Aen. II, 632]. This reversal of roles returns to another rite, not coincidentally carried out near the domus of the domitii, that of Mutinus Tutinus [Fest. 154]: rites with a clear link with the matrimonial sphere, those in honor of Mutinus Tutinus foresaw that women sacrificed wrapped in the praetexta toga, that is, dressed like a man.

Picture
Fortuna, marble statua from Vatican Museum

V NON. (3) C

Florae [in Colle Quirinali]

Ludi Florales Finis

All’ultimo giorno dei Ludi Florales, il calendario venusino, riporta la dicitura Florae, che probabilmente rimanda all’anniversario della dedica del tempio di Flora sul Colle Quirinale. Non si conosce la data della sua edificazione, tuttavia si ritiene che sia avvenuta all’inizio del III sec. aev.

È menzionato da Varrone, Marziale e Vitruvio [Var. L. L. V, 158; Mart. V, 22, 4; VI, 27; Vitr. VII, 9, 4] e doveva trovarsi sul sito di un più antico altare, la cui consacrazione, secondo la tradizione, risaliva a Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]. Anche l’ubicazione esatta è sconosciuta, sulla base dei riferimenti delle fonti, alcuni autori hanno ritenuto che si trovasse alla base del clivius, nella valle tra Quirinale e Pincio, tuttavia tale sito sarebbe al di fuori delle mura serviane, il che sarebbe stato impossibile per un altare risalente all’età arcaica. In base ai cataloghi delle Regiones [Not. Reg. VI], altri hanno ritenuto che si trovasse tra il tempio di Salus e quello di Quirinus, ovvero nella sella tra il Colle Salutaris e il Quirinalis propriamente detto, in direzione del Capitolium vetus.

 

Florae [in Colle Quirinali]

The last day of the Ludi Florales, calendar venusino, the signal word Florae, which probably refers to the anniversary of the dedication of the temple on the Quirinal Hill Flora. We do not know the date of its construction, however, is believed to have taken place at the beginning of the third century. BCE.

It is mentioned by Varro, Martial and Vitruvius [Var. L. L. V, 158; Mart. V, 22, 4; VI, 27; Vitr. VII, 9, 4] and was to be located on the site of a more ancient altar, whose consecration, according to tradition, dating back to Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]. Even the exact location is unknown, according to the sources of references, some authors have felt that he was behind the clivius, in the valley between the Quirinal and the Pincio, however, that site would be outside of the Servian wall, which would have been impossible for an altar dating back to the archaic era. According to the Regiones [Not catalogs. Reg. VI], others felt that he was the temple of Salus and that of Quirinus, or in the saddle between the Colle Salutaris and Quirinalis proper, in the direction of the Capitolium Vetus.

NON.  APR. (5) C

Fortuna Publica in Colle

Il tempio di Fortuna Publica Citerior era il più vicino alla città, all’interno (citerior) rispetto alla Porta Collina di un gruppo di tre edifici sacri dedicati a Fortuna sul Colle Quirinale [Cas. Dio. XLIII, 26]. Non si sa nulla della sua storia [Fast. Praen. ad Non. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae citerio(ri) in colle; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375 – 76]

 

The temple of Fortuna Publica Citerior was the closest to the city, of a group of three sacred buildings dedicated to Fortuna on the Quirinal Hill, inside (Citerior) the Porta Collina [Cas. Dio. XLIII, 26]. Nothing is known of its history [Fast. Praen. of Not. Apr., CIL I², 235; 315: Fortunae publicae Citerio (re) in the hill; ILLRP 9; Ov. Fast. IV, 375-76]

Picture

Titus Aureus, Fortuna reverse, RIC II 696. Titus, as Caesar (69-79 AD). Aureus (20 mm, 6.95 g), Roma (Rome), 74 AD. Obv. T CAESAR IMP VESP, laureate head right. Rev. PONTIF TR POT, Fortuna standing left on garlanded base, holding rudder and cornucopiae. RIC II, 696.

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

 

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

 

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

 

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna.