EID. NOV. (13) NP

Feriae Jovi

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Plebei, in maniera sistematica a partire dal 213 aev, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio [Liv. XXV, 2, 10] chiamato epulum jovis, analogamente a quanto accadeva nel mese di September.

Gli storici non sono concordi su quale dei due banchetti sia stato istituito per primo, ma quello che vanta il maggior numero di attestazioni tra le fonti antiche (storiografiche ed epigrafiche), è il banchetto di November, il che ha fatto sorgere l’ipotesi che fosse anche quello più antico e che quello di September fosse stato introdotto in analogia con quest’ultimo.

I rapporti tra le due cerimonie potrebbero però essere più complessi: Dario Sabbatucci, infatti, ha supposto che in origine la celebrazione di November fosse del tutto staccata dalla celebrazione dei Ludi e non fosse rivolta a Juppiter o alla Triade Capitolina, come avveniva in September, ma alle divinità dal carattere “plebeo” che erano celebrate nella parte centrale del mese, Feronia e Fortuna Primigenia. Durante la dominazione della monarchia etrusca, un sacrificio analogo sarebbe stato istituito per Juppiter alle Eid. di September e avrebbe finito per essere integrato nel complesso delle celebrazioni per i Ludi Romani. Con la trasformazione dei Ludi Plebei in festività pubblica, con una struttura rimodellata su quella dei Ludi di September, anche il più antico sacrificio a Feronia e Fortuna, avrebbe subito un processo di integrazione che l’avrebbe trasformato in un epulum jovis.

Il rapporto con Feronia non sarebbe stato solo temporale, ma anche spaziale, poiché il Circo Flaminio, dove si svolgevano i Ludi Plebei, fu edificato nel Campo Marzio, nelle vicinanze del tempio di Feronia.

 

Pietati in Foro Holitorio

Il tempio di Pietas [Plaut. Asin. 506; Curc. 639] fu votato da M. Acilius Glabrius durante la battaglia delle Termopili nel 191 aev; la costruzione fu iniziata da lui, ma la dedica avvenne solo nel 181 aev da parte di suo figlio, allora duumviro [Liv. XL, 34, 4; Val. Max. II, 5, 1; Cic. Leg. II, 28] il 13 Nov. [Fast. Ant. ap. NS 1921, 117]. All’interno si trovava una statua dorata dello stesso Gabrius, la prima di questo tipo che si fosse vista a Roma.

Fu distrutto da Cesare nel 44 aev perchè si trovava sul lato est dell’area su cui, poco dopo, sarebbe stato costruito il Teatro di Marcello [Plin. Nat. Hist. VII, 121; Cass. Dio XLIII, 49, 3].

Pietas fu collegata principalmente alla devozione verso i genitori e per questo alla storia greca della figlia che sostentò il padre imprigionato con il latte del proprio seno [Fest. 209; Val. Max. V, 4, 7], forse anche per la vicinanza con la columna lactaria nel foro Holitorio.

 

Feriae Jovi

The Idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day made a sacrifice of a sheep to Him and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, to Jupiter [Sat. I, 15], taking on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

 

Epulum Jovis

During the Ludi Plebei, systematically from 213 BCE, a solemn sacrificial banquet in the Capitol [Liv. XXV, 2, 10] called Epulum Jovis was celebrated, as it happened in the month of September.

Historians do not agree on which of the two banquet was first established, but that of November has the largest number of claims from the ancient sources (historiography and epigraphic), which gave rise to the hypothesis that It was also the most ancient and that that of September had been introduced in analogy.

The relations between the two ceremonies may however be more complexes: Dario Sabbatucci, in fact, assumed that originally the celebration of November was quite detached from the Ludi and it was not aimed to Jupiter or the Capitoline Triad (as it was in September), but the to the “plebeian” Gods that were celebrated in the middle of the month, Feronia and Fortuna Primigenia. During the domination of the Etruscan monarchy, a similar sacrifice to Jupiter would be set up to Eid. of September and it would ultimately be integrated into all the celebrations of the Roman Games. With the transformation of the Ludi Plebei in public holiday, remodeled on the structure of the September Ludi, the oldest sacrifice to Feronia and Fortuna would also undergo a process of integration that would turn him into the Epulum Jovis.

The relationship with Feronia was not only in time, but also in space, because the Flaminio Circus, where they carried out the Ludi Plebei, was built in the Campus Martius, near the temple of Feronia.

 

Pietati in Foro Holitorio

The temple of Pietas [Plaut. Asin. 506; CURC. 639] was voted by M. Acilius Glabrius during the battle of Thermopylae in 191 BCE; he started the construction, but the dedication took place only in 181 BCE by his son, then duumvir [Liv. XL, 34, 4; Val. Max. II, 5, 1; CIC. Leg. II, 28] on November 13 [Fast. Ant. ap. NS 1921, 117]. Inside there was a golden statue of the same Gabrius, the first of its kind seen in Rome.

It was destroyed by Caesar in 44 BCE because it was on the east side of the area where, shortly after, the Theatre of Marcellus would be built [Plin. Nat. Hist. VII, 121; Cass. God XLIII, 49, 3].

Piety was mainly directed to the devotion to parents and linked the Greek story of the daughter who nourished his father imprisoned with the milk of their breasts [Fest. 209; Val. Max. V, 4, 7], perhaps also for its proximity to the columna Lactaria in Foro Holitorio.

Picture

L. Coelius Caldus. Denarius 51, AR 4.09 g. C·COEL·CALDVS Head of C. Coelivs Caldvs r.; in l. field, standard inscribed HIS; in r. field, standard in the form of a boar. Rev. Tablet inscribed L·CALDVS/VIIVIR·EPVL, behind which figure preparing epulum ; on either side of table, a trophy. On outer l. field, CALDVS, on outer r. field, IMP·A·X. In exergue, [CALDVS·IIIVIR]. Babelon Coelia 7. Sydenham 894. RBW 1551. Crawford 437/2a.

II NON. NOV. (4) C – XIV KAL. DEC. (17) C

Ludi Plebei

Secondo Cicerone sarebbero stati fondati all’epoca di Numa [Cic. Orat. III, 19, 73], mentre per lo Pseudo Asconio, scholiaste di Cicerone, sarebbero stati istituiti dopo la cacciata dei re, oppure, con maggior verosimiglianza, in seguito alla riconciliazione tra patrizi e plebei [PsAsc. Schol. ad Cic. Ver. I pg 143 Or.] che seguì la secessione sull’Aventino (449 aev.); dopo questo evento, con la promulgazione delle leggi Valerie-Horatie [Liv. III, 55] furono anche istituiti gli aediles plebei che ebbero sempre la cura di questa celebrazione, si sarebbe così avuta l’istituzione della festività in concomitanza con quella dei magistrati ad essa preposti. Il fatto che vengono menzionati per la prima volta solo nel 216 aev [Liv. XXIII, 30, 17], non è prova della loro introduzione in epoca medio-repubblicana: infatti sappiamo che gli aediles curules, furono istituiti nel 367 aev per presiedere all’organizzazione dei Ludi Romani, in analogia con gli aediles plebei e i Ludi Plebei, il che lascia intendere che l’istituzione di questi ultimi fosse anteriore a tale data. È anche possibile che in origine non si trattasse di una celebrazione pubblica (pro populus), ma quasi privata, riservata solo alla plebe e che l’introduzione nel calendario pubblico romano sia avvenuta solo in età medio-repubblicana.

In origine, si svolgevano nel Circo Flaminio [Val. Max. I, 7, 4], che fu costruito nel 220 aev [Liv. XX epit.] da Tito Flaminio quando era censore, ed erano celebrati dagli edili plebei nella sola giornata del 14° Nov, ma già dal 207 aev, avevano una durata di più giorni; alla fine del periodo repubblicano arrivarono a 13 giorni e ad occupare tutta la parte centrale del mese: il cuore degli spettacoli rimasero i Giochi Circensi del 14°, mentre nei 3 giorni conclusivi si svolgevano rappresentazioni sceniche. In connessione con questi giochi fu istituito anche l’epulum Jovis [Liv. XXV, 2, 10; XXVII, 3, 9], mentre quello che si svolgeva durante i Ludi Romani sarebbe stato introdotto successivamente.

 

Ludi Plebei

According to Cicero they would have been created at the time of Numa [Cic. Orat. III, 19, 73], while for the Pseudo Asconius, Cicero scholiaste, they would have been established after the expulsion of the kings, or, with greater likelihood, following the reconciliation between patricians and plebeians [PsAsc. Schol. to CIC. Ver. I pg 143 Or.] after the Aventine Secession (449 BCE.); following this event, with the promulgation of Valerie-Horatiae laws [Liv. III, 55] the plebeian aediles were also established and they took care of this celebration. According to this hypothesis we would have the establishment of the festivities in conjunction with the magistrates that deal with it. The fact that these Ludi are mentioned for the first time only in 216 BCE [Liv. XXIII, 30, 17], is not proof of their introduction in the medium-republican era: in fact we know that the aediles curules, were established in 367 BCE to oversee the organization of the Roman Games, in analogy with the plebeian aediles and the Ludi Plebei, which suggests that the establishment of the latter was made prior to that date. It is also possible that originally it was not a public celebration (pro populus), but almost a private one, reserved only to the plebs and the introduction in the public Roman calendar happened in middle-aged Republican.

Originally, they were held in Circus Flaminius [Val. Max. I, 7, 4], which was built in 220 BCE [Liv. Epit XX.] by Titus Flaminius when he was censor, and were celebrated by the aediles plebeians in only one day, the 14th of November. Already in 207 BCE, they had a duration of several days and, at the end of the Republican period, they came to 13 days and occupy all the central part of the month. The heart of the shows were the Circus games of the 14th, while in the final three days stage performances were held. In connection with these games the Epulum Jovis [Liv. XXV, 2, 10; XXVII, 3, 9] was set up.

Picture

L. Critonius and M. Fannius, Denarius, Rome, BC 86; AR (g 3,60; mm 18; h 3); Draped bust of Ceres r., wearing a wreath of corn-ears; behind, AED PL, Rv. Two male figures seated on subsellium r.; on l., PA; on r., corn-ear; in ex. M FAN L CR+. Crawford 351/1; Critonia 1, Fannia 4; Sidenham 717.

VII KAL. NOV.  (26) C – KAL. NOV. (1) C

Ludi Victoriae Sullanae

All’inizio erano definiti solo Ludi Victoriae, in seguito furono indicati come Victoriae Sullanae per distinguerli dai Ludi Victoriae Cesaris. Furono indetti la prima volta nell’81 aev per celebrare la vittoria di Silla sui Sanniti alla Porta Collina ed erano organizzati dai pretori.

Culminavano coi circenses delle Kal. Nov. L’anniversario della battaglia.

 

Ludi Capitolini

La data dei Giochi Capitolini non è ricordata nei calendari epigrafici perchè non si trattava di una festa pubblica, ma di una celebrazione indetta dal collegio dei Capitolini, una confraternita che sappiamo essere ancora attiva all’epoca di Cicerone che ne parla in una lettera al fratello [Cic. Q. Fr. II, 5, 2] e che, fin dalla sua fondazione, aveva il compito di celebrare questi ludi.

La precisa origine dei giochi non è nota, ma doveva essere antica, poichè la storiografia romana la faceva risalire a Romolo che li avrebbe istituiti o per commemorare la conquista di Veio [Plut. Rom. XXV, 6; Fest. 322], o la consacrazione di un tempio a Giove (quello di Juppiter Feretrius?) [Enn. Ann. Fr. 51 V apud Schol. Bern. Ad Georg. II, 384; Tert. Spect. V]; oppure a Camillo [Liv. V, 50] che li avrebbe celebrati per la mancata conquista del Campidoglio da parte dei Galli [Liv. Cit.].

Gli uomini vi assistevano vestendo la toga praetexta e, durante il loro svolgimento, avveniva un episodio curioso: un uomo anziano con indosso un abito bordato di porpora e una bulla d’oro era condotto attraverso il Foro fino al Campidoglio, mentre un araldo annunciava che ‘i Sardi erano in vendita’ [Fest. Cit.; Plut. Cit.].

Non si conosce l’origine di quest’usanza: Festo e Plutarco affermano che l’uomo anziano rappresentava il re di Veio che fu condotto tra i prigionieri che seguirono il corteo trionfale di Romolo e che Sardi si sarebbe riferito agli Etruschi, che si pensava fossero originari della Lidia e precisamente della città di Sardi [Fest. Cit.; Plut. Cit.]. Un’altra possibilità è che l’annuncio del banditore, a cui era associato il proverbio

… Sardi venales alius alio nequitor… [Fest. 322]

fosse diventato proverbiale dopo la conquista della Sardegna e della Corsica, nel 238 aev da parte di Tiberio Gracco, per via della grande quantità di prigionieri che arrivarono a Roma per essere venduti come schiavi a poco prezzo [Fest. Cit.].

È più probabile che questi giochi, che Tertulliano chiama Ludi Tarpei [Tert. Spect. V] fossero stati istituiti in occasione della consacrazione di un tempio a Juppiter: quello di Juppiter Optimus Maximus, o quello, più antico, di Juppiter Feretrius [Enn. Cit.; Tert. Spect. V].

Secondo la tradizione che risale ad Ennio, quando furono celebrati per la prima volta erano composti da gare di corsa e combattimenti di pugilato in cui i contendenti si ungevano il corpo di olio [Enn. Cit.; Serv. Dan. Aen. III, 384]. È possibile che si svolgessero anche danze in armi (bellicrepa) [Fest. 25].

 

Ludi Victoriae Sullanae

At first they were only defined Ludi Victoriae, they were later identified as Victoriae Sullanae to distinguish them from Ludi Victoriae Cesaris. They were organized the first time in 81 BCE to celebrate the victory over the Samnites to Silla Porta Collina and were organized by the magistrates.

They culminated with circuses of Kal. Nov. The anniversary of the battle.

 

Ludi Capitolini

The date of the Capitoline games is not mentioned in epigraphic calendars because it was not a public holiday, but a celebration held by the College of Capitoline, a brotherhood that we know is still active at the time of Cicero, who speaks in a letter to his brother [Cic. Q. Fr. II, 5, 2] and which, since its foundation, had the task of celebrating these Ludi.

The precise origin of the games is not known, but it had to be ancient, as the Roman historiography traced to Romulus that he instituted them, or to commemorate the conquest of Veii [Plut. Rom. XXV, 6; Fest. 322], or the consecration of a temple to Jupiter (Jupiter to Feretrius?) [Enn. Ann. Fr. 51 V apud Schol. Bern. To Georg. II, 384; Tert. Spect. V]; or Camillo [Liv. V, 50] which would have celebrated them for failure to conquer the Capitol by the Gauls [Liv. Cit.].

They watched the men wearing the toga praetexta and an old man wearing a robe edged with purple, and a gold bulla was conducted through the Forum to the Capitol, while a herald announcing that ‘the Sardinians were for sale’ [Fest. cit .; Plut. Cit.].

You do not know the origin of this: Festo and Plutarch say that the old man was the king of Veii, which was conducted among the prisoners who followed the triumphal procession of Romulus and Sardis would have referred to the Etruscans, which was thought It originated in Lydia, namely the city of Sardis [Fest. cit .; Plut. Cit.]. Another possibility is that the announcement of the auctioneer, who was associated with the proverb

… Sardi venales alius alio nequitor … [Fest. 322]

He had become proverbial after the conquest of Sardinia and Corsica, in 238 BCE by Tiberius Gracchus, because of the large number of prisoners who arrived in Rome to be sold as slaves cheaply [Fest. Cit.].

It is more likely that these games, which Tertullian called Ludi Tarpei [Tert. Spect. V] had been set up at the dedication of a temple to Jupiter: that of Jupiter Optimus Maximus, or that, oldest, of Jupiter Feretrius [Enn. cit .; Tert. Spect. V].

According to the tradition going back to Ennio, when they were celebrated for the first time they were composed of running races and boxing fights where the contenders were anointed body oil [Enn. cit .; Serv. Dan. Aen. III, 384]. They can also dances that were held in arms (bellicrepa) [Fest. 25].

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  1. Nonius Sufenas. Silver Denarius (4.09 g), 57 BC. Rome. SVFENAS before, S C behind, head of Saturn right; behind, harpa and conical stone. Reverse SEX NONI in exergue, PR L V P F (Sextus Nonius, praetor ludos victoriae primus fecit) around, Roma seated left on cuirass and shield, holding spear, crowned by Victory standing to left behind her, holding palm. Crawford 421/1; Sydenham 885; Nonia 1

VII EID. OCT. (9) C

Felicitati, Genio Populi Romani, Veneri Victrici in Capitolio

I calendari epigrafici riportano, per questo giorno, un sacrificio a: Felicitas, Genius Publicus Populi Romani e Venus Victrix sul Campidoglio [Fast. Amit. Arval. ad VII Id. Oct., CIL I², 245; 214; 331]. Esistevano quindi dei luoghi di culto dedicati a queste divinità, oppure uno solo dedicato alla triade, sul colle Capitolino.

 

Felicitati, Genio Populi Romani, Veneri Victrici in Capitolio

Epigraphic calendars reported, in this day, a sacrifice to Felicitas, Genius Publicus Populi Romani and Venus Victrix on Capitol [Fast. Amit. Arval. to VII Id. Oct., CIL I², 245; 214; 331], so there were places of worship dedicated to these gods, or one dedicated to the triad, on the Capitoline hill.

 

Picture

Hadrianus (117-138 AD). Aureus (19 mm, 6.35 g), Roma (Rome), 119-122. Obv. IMP CAESAR TRAIAN HADRIANVS AVG, laureate, draped and cuirassed bust to right. Rev. P M TR P COS III / GEN – P R, Genius Populi Romani Standing left, holding cornucopiae in left hand and patera in right. Cohen 796. RIC 123.

KAL. OCT. (1) N

Fidei in Campitolio

Secondo la tradizione, un altare dedicato a Fides (Fides Publica o Fides Publica populi Romani) sarebbe stato eretto sul Campidoglio, da Numa [Liv. I, 21, 4; Dion. H. II, 75, 2 – 3; Plut. Numa XVI, 1], forse sullo stesso luogo, in seguito, sorse il tempio in onore della Dea dedicato da A. Atilio Calatino [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. Non si conosce la data esatta della costruzione che potrebbe essere stato l’anno 254 aev, o il 250 aev, oppure il 249 aev; fu poi restaurato e ridedicato M. Emilio Scauro nel 115 aev. [Cic. cit.]. La data della dedica era le Kal. Oct. [Fast. Arv. Amit. Paul. ad Kal. Oct., CIL I2, 214, 215, 242; Fast. Ant. ap. NS 1921, 114].

Il tempio si trovava nei pressi di quello di Giove Ottimo Massimo [Cato apud Cic. De Off. III, 104], fu usato come luogo di riunione del Senato [Val. Max. III, 17; App. B. C. I, 16] e sulle sue pareti erano affisse tavole bronzee su cui erano scritti i trattati internazionali: nel 43 aev. una tempesta ne fece staccare alcune [Cass. Dio. XLV, 17, 3; Obseq. 128); anche i diplomata dei soldati congedati con onore erano affissi alle sue pareti [CIL III, 902, 916]. All’interno vi era un dipinto di Apelle raffigurante un vecchio che insegnava ad un ragazzo a suonare la lira [Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. Fides vi era venerata da sola.

Gli studiosi ritengono che il tempio non fosse così vicino a quello di Juppiter come le fonti lascerebbero intendere e che si trovasse nell’angolo sud del colle Capitolino, sopra al Vicus Jugarius. Le sue rovine sarebbero da identificare con quelle dell’edificio sacro che si trova a est della chiesa di S. Omobono.

Livio riporta come si svolgeva il solenne sacrificio in onore di Fides, istituito da Numa [Dion. H. II, 75, 3; Plut. Num. XVI]

… a Fides… dedicò una festa solenne. Dispose che i flamines si facessero portare a quel solenne sacrificio su un carro coperto (carpentum), tirato da due cavalli e celebrassero il rito con la mano avvolta fino all’altezza delle dita, indicando così che la fede andava custodita e che anche la sua sede era consacrata nelle mani destre… [Liv. I, 21]

Servius aggiunge che si trattava dei tre flamines maggiori (Juppiter, Mars, Quirinus) e che la mano destra dei sacerdoti era velata da un panno bianco [Serv. Aen. I, 292; Hor. Car. I, 35, 21], poichè la fede doveva rimanere segreta. Anche Plinio conferma che la mano destra era consacrata a Fides [Plin. Nat. Hist. XI, 251] e Valerio Massimo così descrive Fides

… il venerando numen della fides porge apertamente la mano destra, pegno infallibile della salus… [Val. Max. VI, 6, 1]

Questo particolare rituale, richiama quello che si trova nelle Tavole Eugubine

(4)… Mandraclo difue destre habitu. Prosesetir ficla (5) strusla arsveitu. Ape sopo postro peperscust vestisia et mefa spefa scalsie conegus fetu Fisovi Sansi (6) ocriper Fisiu, totaper lovina… [Tab. Eug. Vib, 4 – 6]

Il passo descrive un sacrificio offerto a Fisius Sancus, divinità che è stata connessa ai giuramenti e alla fides. Nel testo umbro, il sacerdote che lo compie copre la mano destra con un mandraclo, termine che è stato accostato al latino mantela, pezzo di stoffa. Su alcune antiche monete provenienti da Todi è rappresentata una mano fasciata da bende, probabilmente vittae, che può avere lo stesso significato; le sfere che si vedono attorno alla mano possono essere le urfita, sfere di bronzo che erano tenute in mano dai sacerdoti durante il rito e che a Roma erano custodite nel tempio di Semo Sancus.

Fides era una divinità che aveva un ruolo nei giuramenti, ma non colei che vi presiedeva, poichè essi appartenevano alla sfera di pertinenza di Juppiter o Dius Fidius Semo Sancus (vedi Junius). A Roma possiamo quindi individuare tre divinità che, benchè non formino una triade vera e propria, hanno un posto nell’azione religiosa di stipulare un patto o pronunciare un giuramento.

L’analisi linguistica ha messo in evidenza che i casi in cui era invocata la fides, riguardavano patti tra soggetti asimmetrici, ovvero non tra eguali, ma situazioni in cui una persona in stato di inferiorità (un prigioniero, uno dei clientes) stabiliva un patto con chi deteneva un potere su di lui (il vincitore, il patrono). La fides era quella qualità, propria di chi si trovava in stato di superiorità, che permetteva all’inferiore di affidarsi all’altra parte, essendo sicuro di ricevere in cambio un trattamento equo ed una ricompensa. Era il presupposto che permetteva di stringere un patto e metteva chi si trovava in stato di necessità in condizione di non doversi abbandonare a chi deteneva un potere, ma gli assicurava la possibilità di stabilire una relazione di reciprocità, che avrebbe dato vantaggi ad entrambi, pur nella totale asimmetria del rapporto tra i contraenti.

Il simbolo della mano coperta, o avvolta da bende rimanda direttamente ad una ricca serie di esempi in ambito romano: il patto viene sancito dallo stringersi la mano destra dei contraenti (dexterarum junctio), così si lega la fides (fidem vincire, alligare, è possibile che la sanzione religiosa consistesse proprio nell’avvolgere con bende sacre le mani dei contraenti); in questo modo la lealtà di chi si è impegnato nel patto è legata in esso e al suo rispetto. Velo e vittae, inoltre, erano simboli di consacrazione (ciò che è consacrato diventa sacer, quindi proprietà degli Dei), di separazione, di chi o cosa era consacrato dal mondo profano, poichè era divenuto possesso degli Dei. Questo simbolismo, nel caso del sacrificio a Fides, vuole sottolineare che la mano destra è consacrata alla Dea, è sua proprietà [Plin. Nat. Hist. XI, 251].

Dall’età tardo repubblicana Fides fu collegata al credito, alla lealtà negli affari, che se, praticata da tutti, a cominciare dall’imperatore, garantiva la prosperità della comunità. Per questo motivo, vediamo monete di epoca imperiale in cui Fides è rappresentata da due mani strette dietro cui appaiono il caduceo, simbolo di Mercurio, Dio dei commerci, e spighe di grano, simbolo della prosperità; nello stesso periodo Fides Pubblica, viene rappresentata con la cornucopia dell’abbondanza e la patera, oppure mentre tiene frutti e spighe di grano.

Sempre in epoca imperiale andrà ad affermarsi Fides Exercitus (rappresentata in piedi o seduta su un trono, tra le insegne delle legioni), la fedeltà personale che unisce i soldati, mediante un giuramento, all’imperatore e che garantisce la stabilità del suo potere ed il successo delle imprese belliche.

 

Tigillo Sororio in compitum Acilii

L’edificazione del Tigillum Sororium, risale, secondo la storiografia romana, al tempo di Tullo Ostillo. Si trattava di uno jugum, una struttura formata da due sostegni verticali posti ai lati di una via, sormontati da una trave orizzontale. In origine era forse in legno, poi fu edificata in pietra. Ai piedi delle colonne si trovavano due altari dedicati a Janus Curiatius e Juno Sororia. In seguito i sostegni furono inglobati in due edifici. Si trovava nei pressi di un incrocio, il compitum acilii che era sulla via che dal Palatino conduceva alle Carinae.

L’aition. Durante il regno di Tullo, la guerra con Alba fu decisa dallo scontro tra tre campioni albani, i Curiatii e tre campioni romani, gli Horatii, solo uno di questi ultimi sopravvisse e portò al trionfo dei romani e alla sottomissione di Alba. Tornando in città con le spolia dei nemici uccisi, fuori dalla Porta Capena, Horatio incontrò la sorella Horatia, che, fidanzata con uno dei Curiatii (in una versione alternativa segretamente innamorata di uno di essi) ed avendo capito che il futuro sposo era stato ucciso da suo fratello, manifestò il suo dolore e non volle salutarlo; questi, giudicando il suo comportamento un tradimento, la uccise. L’assassino, condannato da due magistrati scelti dal re (duumviri), si appellò al popolo che lo assolse, così come fece suo padre, tuttavia gli fu imposto si sottoporsi ad una serie di riti purificatori per espiare la contaminazione che l’omicidio di un consanguineo aveva portato sulla città. Compiuti alcuni riti purificatori, probabilmente quelli usati per coloro che si macchiavano di un omicidio involontario [Dion. H. III, 22], suo padre costruì un tigillum, una struttura composta da due pali che sorreggevano un architrave, alla cui base eresse due altari, uno a Janus Curiatius, l’altro a Juno Sororia; velato il capo del figlio, ve lo fece passare attraverso. In seguito questi riti purificatori furono custoditi dalla gens Horatia e compiuti per il bene pubblico [Liv. I, 25 – 26; Val. Max. VI, 3, 6; Flor. I, 3; Cic. Pro Mil. 3; Dion. H. III, 21 – 22; Fest. 297; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill. II, 4, 9; Schol. Bob. Ad Cic. Pro Mil. 2, pg 277 Orelli]; Plut. Paral. Min. XVI; Zonar. VII, 6].

 

Fidei in Campitolio

According to tradition, an altar dedicated to Fides (Fides Publica Publica or Fides Populi Romani) would be erected on the Capitol, by Numa [Liv. I, 21, 4; Dion. H. II, 75, 2 – 3; Plut. Numa XVI, 1], possibly on the same site, later, the temple was built in honor of the Goddess devoted by A. Atilius Calatinus [CIC. Nat. Deor. II, 61; Plin. Nat. Hist. XXXV, 100]. We do not know the exact date of the building that may have been the year 254 BCE, or 250 BCE, or the 249 BCE. It was later restored and rededicated M. Emilius Scaurus in 115 BCE. [CIC. cit.]. The date of the dedication was the Kal. Oct. [Fast. Arv. Amit. Paul. to Kal. Oct., CIL I2, 214, 215, 242; Fast. Ant. ap. NS 1921, 114].

The temple was near that of Jupiter Optimus Maximus [Cato apud CIC. De Off. III, 104], and it was meeting place of the Senate [Val. Max. III, 17; App. BC I, 16]; on its walls there were bronze tablets with the international treaties: in 43 BCE. a storm made him remove some [Cass. God. XLV, 17, 3; Obseq. 128). The diplomata of honorably discharged soldiers were also pinned to the walls [CIL III, 902, 916]. Inside there was a painting by Apelles depicting an old man who was teaching a boy to play the lyre [Plin. Nat. Hist. XXXV, 100].

Scholars believe that the temple was not so close to that of Jupiter, it may have been in the south of the Capitoline Hill, above the Vicus Jugarius. His remains would be identified with those of the sacred building located east of the church of S. Omobono.

Livy shows how was the solemn sacrifice in honor of Fides, created by Numa [Dion. H. II, 75, 3; Plut. Num. XVI]

… Fides … he dedicated a feast. Ordered that flamines it did lead to the solemn sacrifice of a covered wagon (carpentum), pulled by two horses and should celebrate the rite with his hand wrapped to the height of the fingers, indicating that the faith was kept and that his headquarters was consecrated in the right hands … [Liv. I, 21]

Servius adds that it was the three flamines major (Jupiter, Mars, Quirinus) and that the right hands of the priests was veiled by a white cloth [Serv. Aen. I, 292; Hor. Car. I, 35, 21], as faith ought to remain secret. Pliny also confirms that the right hand was consecrated Fides [Plin. Nat. Hist. XI, 251] and Valerio Massimo describes Fides

… The venerable numen of fides openly holds out his right hand, infallible pledge of salus … [Val. Max. VI, 6, 1]

This particular ritual, recalls the one found in the Tables of Gubbio

(4) … Mandraclo difue right regulars. Prosesetir ficla (5) strusla arsveitu. Bee sopo Postro peperscust vestisia et mefA spefa scalsie conegus fetu Fisovi Sansi (6) ocriper Fisiu, totaper lovina … [Tab. Eug. Vib, 4 – 6]

The passage describes a sacrifice offered to Fisius Sancus, deity connected to the oaths and fides. In the umbrian text the priest who performs it covers the right hand with a mandraclo, a term which has been compared to the latin mantela, piece of cloth. On some ancient coins from Todi shows a bandaged hand in bandages, probably vittae, likely to have the same meaning; spheres that are seen around the hand can be the urfita, bronze spheres that were kept in hand by the priests during the ceremony and in Rome were kept in the temple of Semo Sancus.

Fides was a deity who had a role in oaths, but not her who presided, as they belonged to the sphere of relevance of Jupiter or Dius Fidius Semo Sancus (see Junius). In Rome, we can then identify three deities, though not forming a triad itself, have a place in the action of a pact religious or swear an oath.

Linguistic analysis showed that cases in which it was invoked fides, concern agreements between individuals of asymmetric status, not equals, but situations in which a person in a state of inferiority (a prisoner, one of clientes) established a pact with those who held power over him (the winner, the patron). Fides was the quality of someone who was in a state of superiority, which allowed to the inferior to trust the other side, being sure to receive in exchange for fair treatment and a reward. It was assumed that allowed to make a pact and put those who were in need in the condition of not having to leave to those who held power, but assured him the opportunity to establish a relationship of reciprocity, which would give advantages to both, while the total asymmetry of the relationship between the contractors.

The hand symbol covered or wrapped in bandages refers directly to a rich set of examples within the Roman Empire: the pact is sanctioned by shaking right hand of the contractors (dexterarum junctio), so it binds fides (fidem vincire, alligare) – it is possible that the religious sanction consisted precisely in winding bandages with sacred hands of contractors – in this way the loyalty of those who have engaged in the covenant is linked to it and to its respect. Veil and vittae also were symbols of consecration (what is sacred becomes sacer, then property of the Gods), separation, who or what was sacred from the profane world, as he became the possession of the gods. This symbolism, in the case of sacrifice to Fides, underlines that the right hand is consecrated to the Goddess, it is his property [Plin. Nat. Hist. XI, 251].

From the late Republican Fides was linked to credit, honesty in business, which if practiced by everyone, starting from the emperor, guaranteed the prosperity of the community. For this reason, we see coins of the imperial era in which Fides is represented by two hands clasped behind which appear the caduceus, the symbol of Mercury, god of trade, and ears of wheat, symbol of prosperity; in the same period Fides Public, it is represented with the cornucopia of abundance and the patera, or while holding fruits and ears of corn.

Always in the imperial era will go to establish Fides Exercitus (shown standing or sitting on a throne, surrounded by the insignia of the legions), the personal loyalty that unites the soldiers, by an oath, the Emperor and that ensures the stability of his power and the success of the war effort.

 

Tigillo Sororio

The construction of tigillum Sororium, dates, according to Roman historiography, in the time of Tullus Ostillo. It was one jugum, a structure formed by two vertical supports positioned at the sides of a street, surmounted by a horizontal beam. Originally it was probably made of wood, then it was built in stone. Below the columns were two altars dedicated to Janus and Juno Curiatius Sororia. Following the supports were incorporated in two buildings. It was located near an intersection, the compitum Acilii that was on the road that led to the Palatine Carinae.

During the reign of Tullus, the war with Alba it was decided by the clash between three samples Alban, the Curiatii three samples Romans, the Horatii, only one of the latter survived and leading to the Roman triumph and to the submission of Alba. Returning to town with spolia of enemies killed, outside the Porta Capena, Horatius met his sister Horatia, who, engaged to one of Curiatii (in alternative secretly in love with one of them) and having realized that the groom had been killed his brother, expressed his sorrow and refused to greet him; he, judging her behavior a betrayal, killed her. The assassin, convicted of two judges chosen by the king (duumviri), appealed to the people that acquitted him, as did his father, but he was required to undergo a series of purification rituals to atone for the contamination that he had taken over the city [Dion. H. III, 22]. His father built a tigillum, a structure consisting of two poles that supported an architrave, the base of which he made two altars, one to Janus Curiatius, the other in Juno Sororia; veiled the head of the child, Horatius did go through. In later time, these purification rites were kept from the gens Horatia and made for the public good [Liv. I, 25 – 26; Val. Max. VI, 3, 6; Flor. I, 3; CIC. Pro Mil. 3; Dion. H. III, 21-22; Fest. 297; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill. II, 4, 9; Schol. Bob. For CIC. Pro Mil. 2, pg 277 Orelli]; Plut. Paral. Min. XVI; Zonar. VII, 6].

 

Picture

HADRIAN (117-138). Denarius. Rome. Obv: HADRIANVS AVG COS III P P. Bare head right. Rev: FIDES PVBLICA.

Fides standing right, holding corn ears and basket of fruits. RIC 241a.

EID. SEPT. (13) NP

Feriae Jovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno sacrificavano un ovino a Giove, tale pratica sarebbe trasmessa a Roma, infatti in occasione delle Eidus di ciascun mese, una solenne processione guidata dal flamen dialis, sacerdote consacrato al culto di Juppiter, saliva al Campidoglio per sacrificarvi un ovino, detto Idulis Iovis, a Juppiter [Macr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Tradizionalmente in questo giorno si ricordava la dedica del grande tempio sul colle Campidoglio a Gove, Giunone e Minerva, la triade Capitolina.

Il tempio fu votato da Tarquinio Prisco durante una battaglia coi Sabini, ma la gran parte dell’opera fu compiuta da Tarquinio il Superbo che arrivò quasi a completarlo. Gli storici romani riportano che sul colle erano presenti altari e fana consacrati a varie divinità, per cui fu necessario che gli auguri compissero un rito di liberazione del sito per permettere una nuova consacrazione: quasi tutte le divinità accettarono di lasciarlo, eccetto Terminus e Juventas per cui i loro altari furono incorporati nel nuovo tempio [Cic. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55 – 56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

La dedica dell’edificio avvenne alle Eid. Sept. del 509 aev, primo anno della Repubblica ad opera del console Horatio Pulvillo, scelto per sorteggio [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; Cic. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; cfr. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

La struttura originaria fu probabilmente costruita con tufo prelevato dalle pendici del Campidoglio e la leggenda vuole che, durante lo scavo delle fondazioni fosse ritrovata una testa umana dall’aspetto integro [Liv. I, 55, 5]: gli aruspici etruschi interpretarono questo evento come un presagio fausto del futuro dominio di Roma sul mondo [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

L’edificio sacro aveva tre cellae affiancate: quella centrale era dedicate a Juppiter e conteneva una statua del Dio che teneva in mano I fulmini in terracotta, opera dell’artigiano etrusco Vulca di Veio, nei giorni di festa il suo viso veniva dipinto di rosso [Ov. Fast. I, 201 – 202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111 – 112; XXXV, 157]. La cella a destra era dedicate a Minerva [Liv. VII, 3, 5] e quella a sinistra a Juno Regina [CIL VI, 32329, 9]; probabilmente anche in queste si trovavano delle statue delle Dee e ogni divinità aveva un suo altare [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. La statua di Giove era vestita con una tunica adorna di rami di palma e Vittorie (tunica palmata), coperta da una toga purpurea ricamata d’oro (toga picta, palmata), lo stesso abbigliamento dei generali che celebravano il trionfo per i quali è anche riportata l’usanza di colorarsi il corpo e il viso di rosso [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. Le travature del tetto erano in legno e sulla cima del timpano si trovava un gruppo scultoreo in terracotta con Giove in quadriga sempre di Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], rimpiazzato ne 296 aev da uno in bronzo [Liv. X, 23, 12]. Gli angoli del tetto erano decorati con figure in terracotta, tra cui sicuramente una statua di Summanus ‘in fastigio’ (un acroterion), la cui testa fu colpita da un fulmine nel 275 aev. [Cic. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. Nel 193 aev gli edili M. Aemilio Lepido e L. Aemilio Paullo vi posero degli scudi dorati [Liv. XXXV, 10].

Nel 179 aev i muri e le colonne furono coperti da un nuovo stucco [Liv. XL, 51, 3] e sulla porta fu posta una copia dell’iscrizione dedicatoria del tempio dei Lares Permarini da parte di L. Aemilio Regillo [Liv. XL, 52]. Nella cella fu posato un pavimento a mosaico [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 185]; nel 142 aev il soffitto fu dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57]. Di fronte alla scalinata di ingresso, nell’area Capitolina, si trovava il grande altare di Giove (ara Jovis), dove veniva offerto un solenne sacrificio all’inizio di ogni anno, in occasione del trionfo e per eventi particolari [Suet. Aug. XCIV; Zonaras VIII, 1; Fest. 285]. All’interno erano custodite moltissime opera d’arte donate da generali romani e nobili stranieri, offerte dedicatorie e trofei di vittorie, il più antico dei quali era una corona d’oro portata dai Latini nel 459 aev [Liv. II, 22, 6]. Il loro numero divenne così grande che nel 179 aev si dovette procedere alla rimozione di alcune di esse [Liv. XL, 51, 3].

Il primo tempio bruciò nell’83 aev. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C. I, 83; 86; Obseq. LVII; Plut. Sul. XXVII; Cassiod. Ad A. 671], assieme alla statua di Giove e ai Libri Sibillini che vi erano conservati in uno scrigno di pietra [Plut. De Iside 71; cfr. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62], ma il tesoro fu messo in salvo a Preneste dal giovane Mario [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 16]. La ricostruzione fu intrapresa da Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], che si dice abbia portato le colonne corinzie bianche in marmo dall’Olympieion di Atene [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], tuttavia una moneta del 43 aev rappresenta colonne in stile dorico. La parte più consistente dei lavori fu assegnata dal Senato a Q. Lutatio Catulo, scelto per sorteggio [Cic. Verr. IV, 69; Var. ap. Gell. II, 10; Lact. De Ira Dei XXII, 6; Suet. Caes. XV]; lo stesso dedicò il nuovo tempio nel 69 aev [Liv. ep. CXCVIII; Plut. Popl. XV; cfr. Plin. Nat. Hist. VII, 138; XIX, 23; Suet. Aug. XCIV] e il suo nome fu inciso sopra l’entrata, dove rimase fino al 69, quando fu sostituito, per volontà del Senato, con quello di Cesare [Tac. Hist. III, 72; Cas. Dio XLIII, 14; cfr. XXXVII, 44]. Il secondo tempio fu costruito sulle fondamenta del primo, di cui aveva le stesse dimensioni, eccetto per il fatto di essere più alto [Tac. Cit.; Val. Max. IV, 4, 11], più costoso e più splendido del precedente [Dion. H. IV, 61]. La grande altezza dell’edificio non era in armonia con lo stilobato e Catulo cercò di rimediare abbassando il livello dell’Area Capitolina, ma ciò non fu possibile a causa della presenza di numerose camere sotterranee (favissae) [Fest. 88; Gell. II, 10]. La struttura era aerostila e il frontone, su cui si trovavano probabilmente statue dorate, fu edificato ‘tuscano more’ [Vitr. III, 3, 35] Il tetto era supportato da aquile ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] e coperto con tegole di bronzo dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. Un denario di Petillio Capitolino del 43 aev mostra la facciata del tempio in cui si possono distinguere Roma in piedi su scudo tra due uccelli, con la lupa e i gemelli a destra [cfr. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. XCIV] e, sull’apex, una statua di Giove in quadriga. All’interno l’antica statua in terracotta fu rimpiazzata da una in oro e avorio che rappresentava Giove seduto in trono, scolpita da un artista greco, forse Apollonio, a imitazione di quella di Zeus a Olimpia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338c]. Catulo dedicò anche una statua a Minerva ‘infra Capitolium’ [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 77; cfr. CIL I², 725; 730 -732 = VI, 30920 – 24; 30928].

I fulmini colpirono frequentemente il Campidoglio causando ingenti danni anche all’edificio [Cic. Cat. III, 19; Div. I, 20; II, 45; Cas. Dio XLI, 14; XLII, 26; XLV, 17; XLVII, 10] e Augusto fu costretto a restaurarlo con grande spesa, forse nel 26 aev. Il tempio è menzionato nei protocolli dei Giochi Secolari [CIL VI, 32323, 9; 29; 70] e fu colpito ancora da fulmini nel 9 aev [Cas. Dio LV, 1] e nel 56 [Tac. Ann. XIII, 24].

Nel 69 il secondo tempio bruciò ancora durante la rivolta dei Vitelliani [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195 – 200]. Fu ricostruito da Vespasiano, sempre sulla stessa pianta, ma con altezza ancora maggiore [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I ; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. Le monete di questo periodo rappresentano un edificio esastilo con colonne corinzie e statue di Giove (cella centrale), Giunone (cella a sinistra) e Minerva (cella a destra) negli spazi centrali tra le colonne, ma differiscono per il numero e la posizione delle figure che sormontano l’edificio: quadrighe, aquile, teste di cavalla e altri oggetti di difficile identificazione [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Dom. 533].

Anche il terzo tempio bruciò nell’80 [Cas. Dio LXVI, 24] e fu restaurato da Domiziano [Suet. Dom. V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. I lavori cominciarono nello stesso anno [Act. Arv. Henzen, cvi. 115 – 116] e la dedica avvenne nell’82 [Cohen, Dom. 230]. La struttura sorpassò le precedenti per magnificenza: era esastila con colonne di ordine corinzio di marmo pentelico, materiale che non fu usato per nessun altro edificio della città [Plut. Popl. XV]. Le porte e le tegole del tetto erano dorate [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; forse vi furono portate quattro colonne di bronzo fatte con i rostri delle navi catturate ad Anzio [Serv. Georg. III, 29]. Il frontone era ornate con bassorilievi e l’apex e il tetto con statue come negli edifici precedenti [Cohen, Dom. 23, 174]. Nei secoli successive Ammiano [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] e Ausonio [Clar. Urb. XIX, 17] ne scrissero con ammirazione.

La distruzione dell’ultimo tempio iniziò nel V sec. quando Stilicone asportò i pannelli dorati delle porte [Zos. V, 38]. Genserico portò via metà delle tegole [Procop. B. Vand. I, 5], ma nel VI secolo era ancora ritenuto una delle meraviglie del mondo [Cassiod. Var. VII, 6]. Nel 571. Il generale bizantino Narsete asportò le statue, o almeno la maggior parte di esse [Chron. Min. I, 336 (571]. Nel XII secolo una bolla di papa Anacleto I si riferisce ancora al tempio, ma successivamente non se ne ebbero più notizie.

Gli scavi archeologici (Ann. d. Inst. X, 865, 382; 1876, 145 – 172; Mon. d. Inst. VIII, pl. 23, 2; X pl. 30 a; BC 1875, 165 – 189; 1876, 31 – 34; Bull. d. Inst. 1882, 276, NS 1896, 161; 1921, 38), hanno permesso di ricostruire la pianta del tempio che rimase immutata durante i vari rifacimenti. L’edificio era quasi quadrato e orientato a sud-est. Lo stilobato era forse di muri paralleli larghi 5.6 m in blocchi di tufo senza malta, affondati nel terreno. Resti considerevoli ne sono visibili nei Musei Capitolini, in Palazzo Caffarelli, l’altezza dei blocchi è di 4 – 5 m. Il rapporto tra la larghezza della cella centrale e quello delle laterali era di 4/3. La lunghezza dello stilobato, esclusa la parte che si estendeva nell’area capitolina, di cui non si sa nulla, era di 55 m e quella del lato più lungo, di 60 m (Mitt. 1889, 249; CR 1902, 335-336; NS 1907, 362; AA 1914, 75-82). Se ci si affida alle informazioni lasciateci da Vitruvio e Dionigi di Alicarnasso [Vitr. III, 3, 5; Dion. H. IV, 61], il lato più lungo doveva essere di 61.4 o 59.77 m, quello corto di 56.98 o 55.6 m.

Il tempio era esastilo con tre file di colonne sul fronte e una sola ai lati, la distanza tra le colonne corrispondeva alla differenza in larghezza tra le celle. Considerando che la base delle colonne aveva un diametro di 2.23 m e che lo spazio tra di esse era di 11.12 m o 8.9 m, la cella doveva essere di 27.81 m2 (100 piedi quadrati). Della soprastruttura rimangono solo frammenti in marmo pentelico (NS 1897, 60), benchè i diari degli scavi riportino che furono trovati vari resti di cornici e fregi (LR 300-301 ; BC 1914, 88-89)

Il tempio di Giove Ottimo Massimo era il centro della vita religiosa dello Stato romano durante la Repubblica e l’Impero ed aveva grande importanza politica: i consoli vi offrivano un sacrificio quando entravano in carica, il Senato vi si riuniva in assemblee solenni, era la destinazione delle processioni trionfali, l’archivio dei documenti relativi alle relazioni estere. Era il simbolo della sovranità, del potere e dell’immortalità di Roma. (Rosch. II, 720 – 739; Jord. I, 2, 94 – 95).

L’introduzione del culto di Juppiter Optimus Maximus, segnò un punto di svolta nella religione e nella sfera politica romana, che fu messo in evidenza anche attraverso la legge sacra che imponeva di infiggere ogni anno, alle Eidus di Settembre, un chiodo (clavis annalis [Fest. 56]) nella parete che divideva la caella di Juppiter da quella di Minerva per segnare il trascorrere degli anni. Questa usanza, probabilmente di origine etrusca, sottolineava il potere di Giove sul tempo e sul destino di Roma e, sostanzialmente sanciva un nuovo inizio della sua storia.

In origine, probabilmente prima che il consolato divenisse una magistratura stabile, tale incarico spettava la praetor maximus, la massima autorità politica della città, successivamente passò ai consoli, tuttavia ben presto tale usanza cadde nell’oblio, suscitando l’ira degli Dei. Per questo motivo fu creato un dictator che aveva come unico compito quello di compiere tale rito: dictator clavi fingendi causa [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Romani, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio. Questa celebrazione avveniva solo per i Ludi Romani e per i Ludi Plebei ed era ciò che li rendeva giochi sacri in senso proprio [Cas. Dio. LI, 1, 2]. Nella dialettica tra il culto di Giove Capitolino e quello di Giove Latiare e tra Ludi Romani e Feriae Latinae, l’epulum jovis era la controparte del banchetto sacro che si svolgeva sul monte Albano. Anziché i rappresentanti delle città latine, a Roma erano presenti i senatori, coloro che, in ultima istanza, si dividevano l’imperium dato da Giove (gli auspicia imperii che, fin dall’età monarchica, erano nelle mani dei senatori, come dimostra la formula che sancisce l’inizio dell’interregnum: auspicia ad patres redeunt) e che ne demandavano l’esercizio ai magistrati.

In tempi più antichi l’epulum era sotto la responsabilità dei pontefici, poi, nel 196 aev, fu istituita il collegio degli epulones, membri della gerarchia sacerdotale [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 segg], che avevano il compito di indire e organizzare l’epulum Iovis [Fest. 78; Cic. Orat. III, 19, 73], i pontefici mantennero comunque la supervisione sulla cerimonia come sulle altre attività che si svolgevano nel periodo dei giochi, al fine di individuare errori che avrebbero reso necessaria un’espiazione [Cic. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. All’inizio erano 3, ma il loro numero fu gradualmente aumentato fino a 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Poichè, col nome di Epulum Iovis, questa ricorrenza compare solo nei calendari epigrafici di epoca imperiale [cfr. Cas. Dio. XLVIII, 52], e alcuni accenni nelle fonti antiche farebbero pensare che ci fosse solo un Epulum Iovis durante l’anno (nei calendari di epoca imperiale ne sono menzionati due, uno in occasione dei Ludi Romani in September, l’altro in occasione dei Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], è stato ipotizzato che in età repubblicana l’epulum dei Giochi Romani non fosse dedicato a Giove, ma forse a Minerva [Menol. Val. CIL I, 359] o alla Triade Capitolina, poichè comunque tutte le divinità della triade partecipavano al banchetto; in seguito, per influenza dell’epulum Iovis dei Ludi Plebei, anche questo epulum fu dedicato a Giove, pur restando la partecipazione delle altre Dee.

Il giorno stabilito, dopo che si erano svolti i sacrifici in onore della Triade Capitolina, le carni erano consumate in un solenne banchetto a cui partecipavano i senatori [Gel. XII, 8], che godevano dello jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], e anche donne [August. C. D. VI, 10], davanti alle statue degli Dei [Cas. Dio. LIV, 4]: secondo l’uso romano, Giove era sdraiato su un triclinio, mentre Giunone e Minerva, sedute [Val. Max. II, 1, 2]. Generalmente in queste occasioni venivano cantati inni agli Dei che esaltavano anche le azioni degli uomini [Cic. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; si svolgevano anche libagioni [Cic. Har. Resp. X], poichè il simbolo degli epulones era la patera. Con l’andar del tempo a questo collegio rimase solo il compito di cantare gl’inni religiosi. Il popolo riceveva le carni degli animali sacrificati e le poteva consumare su tavole approntate nel Foro [Liv. XXXIX, 46], in caso di mal tempo, venivano issate delle tende, ma era ritenuto un cattivo auspicio. Stando a Dionigi di Alicarnasso che parla di un epulum alla presenza di simulacri divini, non specificando l’occasione in cui si svolgeva, le tavole su cu si mangiava erano di legno e le stoviglie semplici, di terracotta; venivano consumati frutta e focacce e si svolgevano libagioni [Dion. H. II, 23].

In questo giorno il praetor maximus, o un altro magistrato, conficcava un chiodo nel muro del tempio, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], retaggio di un’usanza di origine etrusca, di cui troviamo traccia nel tempio della Dea Northia a Volsini [Liv. VIII, 3], divinità assimilabile alla Fortuna romana [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 segg.]

 

Feriae Jovis

The idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep to Jupiter, such a practice would be sent to Rome, in fact during the Eidus, a solemn procession led by the flamen Dialis, priest consecrated to the worship of Jupiter, went up to the Capitol to sacrifice a sheep, said Idulis Iovis, to Jupiter [Mscr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Traditionally on this day he remembers the dedication of the great temple on the Capitoline Hill to Juppiter, Juno and Minerva, the Capitoline Triad.

The temple was voted by Tarquinio Prisco during a battle with the Sabines, but most of the work was done by Tarquinius Superbus, who arrived almost complete. Roman historians report that were present on the hill altars and fana consecrated to various gods, so it was necessary that the augurs did a liberation rite for the site to allow a new consecration: almost all the gods agreed to leave, except for Terminus and Juventas when their altars were incorporated in the new temple [CIC. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55-56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

The dedication of the building happened to Eid. Sept. of 509 BCE, the first year of the Republic by the consul Horatius Pulvillus, chosen by lottery [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; CIC. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; see. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

The original structure was probably built with tuff taken from the slopes of the Capitol and legend has it that, during the excavation of the foundations were found a human head looking intact [Liv. I, 55, 5]: etruscan people interpreted this as an auspicious omen of the future Roman rule the world [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

The aedes had three cellae side by side: the central one was dedicated to Jupiter and contained a statue of the God who was holding Lightning terracotta work of the artisan Vulca Etruscan Veii, on holidays his face was painted red [Ov. Fast. I, 201-202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111-112; XXXV, 157]. The cell on the right was dedicated to Minerva [Liv. VII, 3, 5] and the left in Juno Regina [CIL VI 32329, 9]; probably even these were statues of goddesses and each deity had its altar [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. The statue of Jupiter was dressed in a tunic adorned with palm branches and Victories (tunica palmata), covered by a purple toga embroidered with gold (toga picta, palmata), the same clothing of the generals who celebrated the triumph for which also reported the custom color of the body and face of red [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. The beams of the roof were made of wood and on top of the gable was a terra cotta sculpture with Jupiter chariot always Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], replaced it in 296 BCE by a bronze [Liv. X, 23, 12]. The corners of the roof were decorated with terracotta figures, including a statue of Summanus definitely ‘in pediment’ (a acroterion), whose head was struck by lightning in 275 BCE. [CIC. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. In front of the staircase entrance, in the Capitoline, he was the great altar of Jupiter (Jovis ara), where he was offered a solemn sacrifice at the beginning of each year, on the occasion of the triumph and for special events [Suet. Aug. xciv; Zonaras VIII, 1; Fest. 285].

The first temple burned in 83 BCE. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C., 83; 86; Obseq. LVII; Plut. On. XXVII; Cassiod. To A. 671], together with the statue of Jupiter and the Sibylline Books that were preserved in a stone casket [Plut. De Isis, 71; see. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62]. The reconstruction was undertaken by Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], which is said to have brought the white marble Corinthian columns from Athens Olympieion [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], but a coin of 43 BCE is Doric columns. The second temple was built on the foundations of the first, of which had the same dimensions, except for the fact to be higher [Tac. Cit .; Val. Max. IV, 4, 11], most expensive and most beautiful of the previous [Dion. H. IV, 61]. The great height of the building was not in keeping with the stilobato Catulo and tried to remedy by lowering the level of the Area Capitolina, but this was not possible due to the presence of numerous underground chambers (favisses) [Fest. 88; Gell. II, 10]. The structure was aerostila and the pediment, which were probably the golden statues, was built ‘tuscano blackberries’ [Vitr. III, 3, 35] The roof was supported by eagles ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] and covered with tiles of gilded bronze [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. A denarius of Petillio Capitoline 43 BCE shows the facade of the temple in which we can distinguish Roma standing on shields between two birds, with the wolf and twins on the right [see. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. xciv] and, sull’apex, a statue of Jupiter in the chariot. Inside the ancient terracotta statue was replaced by a gold and ivory representing Jupiter seated on a throne carved from a greek artist, perhaps Apollonius, in imitation of that of Zeus at Olympia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338C].

In 69 AD the second temple burned again during the revolt of Vitellians [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195-200]. It was rebuilt by Vespasian, always on the same plant, but with even greater height [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. The coins of this period are a hexastyle building with Corinthian columns and statues of Jupiter (the central cell), Juno (left cell) and Minerva (cell to the right) in the central area between the columns, but differ in the number and location of figures that surmount the building: chariots, eagles, heads of horse and other items of identification difficult [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Sun 533].

The third temple burned in 80 [Cas. Dio LXVI, 24] and was restored by Domitian [Suet. Sun V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. Work began in the same year [Act. Arv. Henzen, cvi. 115-116] and the dedication took place in 82 [Cohen, Sun 230]. The structure surpassed the previous magnificence was hexastyle with Corinthian columns of Pentelic marble, a material that was not used for any other building in the city [Plut. Popl. XV]. The doors and the roof tiles were golden [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; perhaps they were brought four bronze columns made with beaks of the ships captured at Anzio [Serv. Georg. III, 29]. The pediment was decorated with bas-reliefs and the apex and the roof with statues like in the earlier buildings [Cohen, Sun 23, 174]. In the centuries following Ammianus [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] and Ausonius [Clar. Urb. XIX, 17] they wrote with admiration.

The destruction of the last temple began in the fifth century. when Stilicho carried off the golden panels of doors [Zos. V, 38]. Genserico took away half of the tiles [Procop. B. Vand. I, 5], but in the sixth century was still considered one of the wonders of the world [Cassiod. Var. VII, 6]. In 571. The Byzantine general Narses carried off the statues, or at least most of them [Chron. Min. I, 336 (571]. In the twelfth century a bull of Pope Anacleto I still refers to the temple, but then did not had more news.

The temple of Jupiter Optimus Maximus was the center of religious life of the Roman state during the Republic and the Empire and had great political importance: the consuls were offering a sacrifice when you came into office, the Senate met there in solemn assemblies, was the destination of the triumphal processions, the archive of documents relating to foreign relations. It was the symbol of the sovereignty, power and immortality of Rome. (Rosch. II, 720-739; Jord. I, 2, 94-95).

The introduction of the cult of Jupiter Optimus Maximus, marked a turning point in religion and in politics Roman, which was also highlighted through the sacred law that required it to fix each year, the Eidus of September, a nail (clavis annalis [Fest. 56]) in the wall that divided the Caella of Jupiter from that of Minerva to mark the passing of the years. This custom, probably of Etruscan origin, stressed the power of Jupiter on time and on the fate of Rome and essentially sanctioned a new beginning of its history.

Originally, probably before the consulate became a stable judiciary, that office was up the praetor maximus, the highest political authority in the city, then passed to the consuls, but quickly such custom was forgotten, provoking the anger of the gods. For this reason it was created a dictator who had the sole task to perform this ritual: dictator clavi fingendi because [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28]

 

Epulum Jovis

During the Roman Games and Ludi Plebei, he was celebrated a solemn sacrificial banquet in the Capitol. This celebration was what made these sacred games in the strict sense [Cas. Dio. LI, 1, 2]. In the dialectic between the worship of Jupiter and Jupiter Latiare and between Roman Games and Feriae Latinae, the Epulum jovis was the counterpart of the sacred banquet that took place on Mount Albano. Instead representatives of Latin cities, in Rome was attended by senators, those who, ultimately, were divided the imperium given by Jupiter (the auspicia empires that, from the age of the monarchy, were in the hands of the senators, as evidenced by the formula that marks the beginning of interregnum: auspicia ad patres redeunt) whose action they gave to the magistrates.

In ancient times the Epulum was under the responsibility of the pontefices, then, in 196 BCE, was established the College of epulones, members of the priestly hierarchy [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 ff], which were designed to hold and organize the Epulum Jovis [Fest. 78; CIC. Orat. III, 19, 73], the pontifices, however, maintained the supervise on the ceremony as well as on other activities that took place during the period of the games, in order to detect errors that would have required an atonement [CIC. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. At first they were 3, but their number was gradually increased to 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Since, under the name of Epulum Jovis, this event will only appear in the calendars of the imperial era epigraphic [see. Cas. Dio. XLVIII, 52], and a few references in ancient sources would think that there was only a Epulum Jovis during the year (in the calendars of the imperial era are mentioned two, one at the Roman Games in September, the other in during the Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], it has been suggested that in the Republican era the Epulum of the Romans Games was not dedicated to Jupiter, but perhaps to Minerva [menol. Val. CIL I, 359] or to the Capitoline Triad, as however all the gods of the triad attended the banquet; later, because of the influence of the epulum Iovis in the Ludi Plebei, also this Epulum was dedicated to Jupiter, while remaining the participation of other goddesses.

On the appointed day, after they had carried out the sacrifices in honor of the Capitoline Triad, the meats were consumed in a solemn banquet attended by the senators [Gel. XII, 8], who enjoyed the jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], (also women could be present [August. CD VI, 10]), before the statues of the gods [Cas. Dio. LIV, 4]: according to the roman habit Jupiter was lying on a triclinium, while Juno and Minerva, sitting [Val. Max. II, 1, 2]. Usually on these occasions they were sung hymns to the gods, may be extolling the actions of men [CIC. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; libations were made [Cic. Har. Resp. X], as the symbol of epulones was the patera. With the passage of time in this college remained only the task of singing religious hymns.

Common people received the meat of sacrificed animals and could consume on tablets prepared in the Forum [Liv. XXXIX, 46], in case of bad weather, they were hoisted tents, but it was considered a bad omen.

On this day the praetor maximus, or other officer, jabbed a nail in the wall of the temple, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], the legacy of a custom of Etruscan origin, of which there were traces in the temple of the Goddess Northia to Volsini [Liv. VIII, 3], deity comparable to Roman Fortuna [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 et seq.]

 

Picture

Titus AR Cistophoric Tetradrachm. Ephesus, AD 80-81. Laureate head right / Tetrastyle Temple of Jupiter Optimus Maximus, enclosing figures of Juno, Jupiter seated, and Minerva. RIC 515 (R); RPC 860

KAL. SEPT. (1) F

Jovi Tonanti in Capitolio

Un tempio a Giove Tonante fu edificato da Augusto, dopo che un fulmine gli cadde vicino durante una campagna militare in Spagna. L’edificio sacro fu costruito sul colle Capitolino e dedicato alle Kal. Sept. del 22 aev. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. ad Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). Il nome Juppiter Tonans era una traduzione del greco Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], che appare anche traslitterato in latino in due iscrizioni [CIL VI, 432; 2241]. Era famoso per la sua magnificenza [Suet. Cit.]: i muri erano di marmo [Plin. Nat. Hist.  XXXVI, 50] e racchiudeva numerose opera d’arte [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78 – 79]. Augusto lo visitava spesso e, in un’occasione si dice che abbia sognato che Giove si lamentasse che la popolarità del nuovo tempio avesse allontanato i devoti dal grande tempio Capitolino; al che Augusto rispose che Giove Tonante era solo il guardiano delle porte di Giove Capitolino e fece appendere delle campane ai timpani del primo per indicare questa relazione [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. Questo dimostra che il nuovo tempio doveva trovarsi molto vicino all’ingresso di quello più antico e quindi all’angolo sud-est della collina, sopra il foro [cfr. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44 – 46]. Il tempio è rappresentato su alcune monete di Augusto come esastilo con al centro una statua di Giove che in una mano tiene I fulmini e nell’altra lo scettro, forse la riproduzione di una famosa opera di Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in Aventino

Il tempio di Juppiter Libertas (poi chiamato Juppiter Liber) sull’Aventino, probabilmente vicino a quello di Juno Regina, fu originariamente dedicato alle Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov(i) Leibert(ati)]. Restaurato da Augusto, fu ridedicatio alle Kal. Sept.  [Fast. Arv. ad Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Iuppiter Liber]. L’edificio sacro era dedicato a due divinità: Juppiter (probabilmente con l’epiteto Liber) e Libertas. Non conosciamo la data della sua costruzione, ma sembra che sia avvenuta da parte di Ti. Sempronius Gracchus, console nel 238 aev, che l’avrebbe dedicato a Libertas. All’interno vi era un dipinto che celebrava la sua vittoria a Benevento del 214 aev [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. L’edificio è rappresentato sul verso di un denario coniato da Cn. Egnatius Maxumus nel 75 aev. attraverso due colonne della facciata appaiono due statue di culto, identificate ocme Juppiter (contraddistinto dal simbolo del fulmine sul timpano sovrastante) e Libertas (contrassegnata dal pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

L’edificazione di questo tempio avvenne in un periodo di grandi cambiamenti sociali nella Roma repubblicana: durante la guerra contro Annibale, lo stato fu costretto a procedere all’arruolamento di 24000 servi [Val. Max. VII, 6, 1], cui sono da aggiungere 8000 volontari sempre di condizione servile [Liv. XXII, 57, 11]. Fautore di questi arruolamenti fu lo stesso Ti. Sempronoius Gracchus, che sconfisse i carteginesi a Benevento, anche grazie all’apporto di questi combattenti. In cambio del loro servizio nell’esercito romano, i servi furono affrancati e ottennero la cittadinanza romana. Pochi anni dopo, nel 197 aev. durante il trionfo di C. Cornelius Cethegus (a seguito della vittoria sugli Insubri) e nel 194 aev. durante quello di Ti. Flaminius, si videro ancora masse di schiavi affrancati dai generali vincitori [Liv. XXXIII, 23, 1 – 6; XXXIV, 52, 12].

Si spiega in questo contesto la dedica di un tempio a Libertas, divinità tutelare dgli schiavi manomessi. Juppiter Liber appare probabilmente in relazione all’acquisizione della cittadinanza da parte dei liberti e come garante del giuramento che essi prestavano, jusjurandum libertati (la presenza di Juppiter alla cerimonia della manumissio è attestata anche nel santuario di Feronia a Terracina [Serv. Aen. VIII, 564; Plaut. Amph. 460 – 462]). Possiamo anche notare le analogie tra la manumissio e il rito dell’assunzione della toga virilis da parte dei giovani romani (a tale analogia rimanda anche la dedica, nello stesso periodo, di un tempio a Juventas, Dea dei nuovi togati [August. C. D. IV, 11]): gli schiavi che si accingevano alla manumissio, così come i giovani romani, venivano rasati e veniva loro imposto il pilleum bianco [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], simbolo del loro nuovo status, analogo, nella funzione, alla toga pura (è però vero, che coloro che combatterono a Benevento, ricevettero il diritto di indossare, come segno dell’ottenimento della cittadinanza, una toga bianca pretextata e il lorum, un amuleto, simile alla bulla [Liv. Cit.]).

 

Junoni Regina in Aventino

Il tempio sull’Aventino fu votato da Camillo alla Juno Regina di Veio, prima della presa della città, nel 396 aev, e da lui dedicato nel 392 aev [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. All’interno fu posta la statua lignea della Dea proveniente dalla città conquistata, dopo l’evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. VI; Val. Max. I, 8, 3] ed è spesso menzionato in occasione della procuratio di prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cfr XXVII, 37, 7]. Fu ridedicato da Augusto, probabilmente nello stesso giorno del suo dies natalis.

 

Jovi Tonanti in Capitolio

A temple to Jupiter the Thunderer was built by Augustus, after a lightning fell by during a military campaign in Spain. The church was built on the Capitoline Hill, dedicated to Kal. Sept. 22 BCE. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. to Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). The name Jupiter Tonans was a greek translation Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], Which also appears transliterated in Latin inscriptions in two [CIL VI, 432; 2241]. It was famous for its magnificence [Suet. Cit.]: The walls were marble [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 50] and contained numerous art work [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78-79]. Augusto frequently visiting him and, on one occasion is said to have dreamed that Jupiter complained that the popularity of the new temple the devotees had departed from the great Capitoline temple; to which Augustus said that Jupiter Thunderer was only the guardian of the gates of Jupiter and made hanging of the bells to the ears of the first to show this relationship [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. This shows that the temple had to be very close to the entrance of the older one and then at the southeast corner of the hill, above the hole [see. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44-46]. The temple is represented on some coins of Augustus as hexastyle with a central statue of Jupiter in a hand he holds Lightning and in the other a scepter, perhaps playing a famous work of Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in ​​Aventino

The temple of Jupiter Libertas (then called Jupiter Liber) on the Aventine, probably close to that of Juno Regina, was originally dedicated to the Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov (i) Leibert(ati)]. Restored by Augustus, it was re-dedicated to Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Jupiter Liber]. The church was dedicated to two gods: Jupiter (probably with the epithet Liber) and Libertas. We do not know the date of its construction, but it seems to have occurred by you. Sempronius Gracchus, consul in 238 BCE, that would dedicate to Libertas. Inside there was a painting celebrating his victory at Benevento in 214 BCE [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. The building is represented on the reverse of a denarius coined by Cn. Egnatius Maxumus in 75 BCE. through two columns of the facade appear two statues of worship, identified OCME Jupiter (marked with the lightning symbol on the tympanum) and Libertas (marked pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

The construction of this temple took place in a period of great social changes in Republican Rome: during the war against Hannibal, the state was forced to carry out the enrollment of 24000 servants [Val. Max. VII, 6, 1], which is to add more and bondage 8000 volunteers [Liv. XXII, 57, 11]. Proponent of these enlistments was the same Ti. Sempronoius Gracchus, who defeated the Carthageans in Benevento, also thanks to these fighters. In exchange for their service in the Roman army, the servants were freed and obtained Roman citizenship. A few years later, in 197 BCE. during the triumph of C. Cornelius Cethegus (following the victory over Insubri) and in 194 BCE. during one of Ti. Flaminius, they still saw masses of freed slaves from the general winners [Liv. XXXIII, 23, 1-6; XXXIV, 52, 12].

He explains in this context the dedication of a temple to Libertas, tutelary deity dgli tampered slaves. Jupiter Liber appears likely related to the acquisition of citizenship by freedmen and as a guarantor of the oath that they lent, jusjurandum Libertati (the presence of Jupiter in the ceremony of manumissio is also attested in the sanctuary of Feronia in Terracina [Serv. Aen. VIII , 564; Plaut. Amph. 460-462]). We can also note the similarities between the manumissio and the ritual of taking the toga virilis by young Romans (in this analogy also see the dedication, in the same period, of a temple at Juventas, Goddess of the new stipendiary [August. CD IV , 11]): the slaves who were about to manumissio, as well as the young Romans, were shaved and they were told the pilleum white [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], a symbol of their new status, similar in function to the pure toga (it is true that those who fought in Benevento, received the right to wear, as a sign of obtaining the citizenship, a white toga pretextata and Lorum, an amulet, like bulla [Liv. Cit.]).

Junoni Reginae in Aventino

The temple on the Aventine was voted by Camillo to Juno Regina of Veii, before the taking of the city, in 396 BCE, and he dedicated in 392 BCE [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. It was placed inside a wooden statue of the Goddess from the conquered city after Evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. YOU; Val. Max. I, 8, 3] and is often mentioned during the procuratio of prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cf. xxvii, 37, 7]. It was rededicated by Augustus, probably on the same day of his Dies Natalis.

 

Picture

Augustus. Silver Denarius (3.80 g), 27 BC-AD 14. Colonia Patricia(?), ca. 19 BC. CAESAR AVGVSTVS, bare head of Augustus left. Reverse IOV TO[N], hexastyle temple of Jupiter containing statue of the god standing left, holding thunderbolt and scepter. RIC 64; BMC p. 64, note; RSC 180

VI KAL. SEPT. (25) NP

OPICONSIVA in Regia

Opi Opiferae in Capitolio

Ops Consiva era il nome della Dea a cui era dedicato questo giorno festivo [Var. L. L. VI, 21]. Si tratta di una divinità molto antica che era già onorata nella regia dei primi re romani [Var. L. L. VI, 21]. Personificava l’abbondanza dei raccolti, da cui il suo nome (da ops derivano copia e opulentia) [Prisc. GLK VII, 321; 322; Fest. 186]. Dumézil ha rilevato la correlazione tra Ops ed altre divinità in ambito indoeuropeo connesse all’abbondanza dei raccolti, il cui nome ha è connesso alla radice che in latino da plenus (pieno, riempito): la germanica Fulla (o Volla che si riallaccia a full) e l’indiana Paramdhi (iranica Paremdi).

Ops era una divinità primigenia, Varrone la identifica con Terra, che fu parte della prima coppia divina Caelum – Terra [Var. L. L. V, 57]. Come Terra era ritenuta Colei che per prima dispensò i cereali agli esseri umani [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10] e quindi “portò aiuto” (opus ferre, da cui l’epiteto Opifera) al genere umano, assicurandogli abbondanza di cibo.

Benché le fonti romane ne facessero la moglie di Saturno, identificandola quindi con Rhea [Var. L. L. VI, 64;  Macr. Sat. I, 10; Fest. 186], l’epiteto consiva la associa a Consus, di cui in origine era forse la paredra. Il fatto che le feste di questi due Dei cadessero a soli quattro giorni di distanza e che fossero i pontefici e le vestali assieme a celebrare i loro culti, avvalora questa ipotesi. Inoltre le due divinità si trovavano ancora associate in un’altra sequenza di feste separate da pochi giorni nel mese di December, quando erano celebrati i Consualia e gli Opalia (vedi December)

Consus presiedeva all’immagazzinamento dei raccolti, Ops, assicurava che essi fossero abbondanti e che garantissero la sopravvivenza della comunità nei mesi invernali, era quindi l’abbondanza immagazzinata della città e colei che teneva lontane le carestie, assicurando che gli uomini avrebbero sempre potuto disporre del grano che donava loro. Ai Volcanalia le si offriva un sacrificio come Opifera, perché, assieme a Quirinus e Vulcanus, proteggesse i magazzini dagl’incendi.

Il suo culto era celebrato nella regia: sappiamo solo che in questo giorno le vestali, coperte dal suffibulum, ed il pontefice massimo, compivano una cerimonia nella parte più recondita dell’edificio [Var. L. L. VI, 21].

La si pregava seduti e toccando il terreno con la mano [Macr. Sat. I, 10] e sappiamo che nel suo culto era usato un contenitore di bronzo dalla bocca larga chiamato perficulum [Fest. 249].

Ops è l’abbondanza che, dopo il raccolto è racchiusa nei granai, è anche una divinità connessa con la regalità, opima infatti sono solo le spolia di un re [Fest. 186; Plut. Rom. XVI, 4 – 5] e il suo culto è celebrato nell’antica casa del rex: Essa così rappresentava la ricchezza, l’abbondanza che doveva dimorare nel penus del re (la parte più recondita della regia) perché egli la potesse distribuire al popolo. Questa Sua regalità spiega forse il legame con Vulcanus, testimoniato dalla posizione calendariale delle feste: secondo un antichissimo ciclo mitico, forse di origine etrusca, Vulcanus (Velans) è padre dei primi re e fondatori di città394, quindi dispensatore della regalità e per questo può essere associato alla ricchezza e all’abbondanza proprie del re. Considerando poi che, in un certo modo è paredro di Vesta (a cui apre associato nel primo lectisternium [Liv. XXII, 10, 9]) e di Maja (vedi sopra), entrambe identificate con Ops, il legame si chiarisce ulteriormente in una sorta di ierogamia.

 

OPICONSIVA in Regia

Opi Opiferae in Capitolio

Ops Consiva was the name of the Goddess who was dedicated this holiday [Var. L. L. VI, 21]. It is a very ancient deity who was already honored as a director of the first Roman king [Var. L. L. VI, 21]. Personified the abundance of crops, hence its name (derived from ops copy and Opulentia) [Prisc. GLK VII, 321; 322; Fest. 186]. Dumézil noted the correlation between Ops and other deities in the field Indo related to the abundance of crops, whose name is connected to the root by plenus (full Latin, filled): Germanic Fulla (Volla or that is linked to full) and the Indian Paramdhi (Iranian Paremdi).

Ops was a primitive deity, Varro identified with the Earth, which was part of the first divine couple Caelum – Terra [Var. L. L. V, 57]. As Earth was considered the One who first dispensed the cereals to humans [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10] and then “brought aid” (opus ferre, from which the epithet opifera) to mankind, assuring plenty of food.

Although the Roman sources they did the wife of Saturn, then identifying it with Rhea [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10; Fest. 186], the epithet consiva generally associated with Consus, which originally was perhaps the paredra. The fact that the parties of these two gods fell just four days away and they were pontiffs and Vestal together to celebrate their cults, supports this hypothesis. Moreover, the two deities were still associated in another sequence of separate parties from a few days in the month of December, when they celebrated the Consualia and Opalia (see December)

Consus presided over the storage of crops, Ops, ensured that they were abundant and that would guarantee the survival of the community in the winter months, so was plenty stored in the city, and the one who kept away famine, ensuring that men could always have the wheat that gave them. Volcanalia to the offered himself as a sacrifice opifera, because, along with Quirinus and Vulcanus, protect the dagl’incendi warehouses.

His cult was celebrated as a director: we only know that on this day the vestal virgins, covered by suffibulum, and the Pontifex Maximus, were making a ceremony in the innermost part of the building [Var. L. L. VI, 21].

The prayers were sitting and touching the ground with his hand [Macr. Sat. I, 10] and we know that in its worship was used a bronze container mouthed called perficulum [Fest. 249].

Ops is the abundance that, after the harvest is enclosed in barns, it is also a deity connected with royalty, opima fact are only the spolia of a king [Fest. 186; Plut. Rom. XVI, 4-5] and his cult is celebrated in the former home of the Rex: It thus represented the wealth, the abundance that was to dwell in penus the king (the innermost part of the director) because he could distribute the to the people. His kingship This perhaps explains the link with Vulcanus, witnessed by calendrical position of parties: according to an ancient myth cycle, perhaps of Etruscan origin, Vulcanus (Velans) is the father of the first king and founder of città394, and dispenser of royalty and this may be associated with wealth and abundance of their king. Considering that, in a certain way is paredro Vesta (which opens in the first associated lectisternium [Liv. Xxii, 10, 9]) and Maja (see above), both identified with Ops, the link is clarified further in a sort of hierogamy.

 

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Pertinax, 1st January – 28th March 193
Sestertius 1st January – 28th March 193, Æ 28.21 g. IMP CAES P HELV – PERTINAX AVG Laureate head r. Rev. OPI DIVIN – TR P COS II S – C Ops seated l., holding ears of corns. C 34. BMC 42. RIC 20. Sear 4054

KAL. QUINCT. (1) N

Felicitati in Campidolio

L’anniversario della dedica del tempio di Felicitas è menzionato dai Fasti Anziati [CIL I², 33, 339; ILLRP 9], ma non si hanno notizie certe a riguardo, l’unico riferimento che possediamo è la notizia che un tempio a Felicitas fu eretto da L. Licinius Lucullus con il bottino raccolto in Spagna, nel 151 – 150 aev e da lui dedicato nel 146 aev [Strabo VIII, 6, 23; Cass. Dio. Fr. LXXVI, 2]. Per la decorazione dell’edificio L. Mummius vi portò alcune opere dalla Grecia e certe statue delle Muse di Praxiteles da Thespiae che furono poste di fronte al tempio [Cic. Verr. IV, 4, 126; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 69; XXXVI, 39].

Si ricorda che Cesare ruppe l’assale del carro su cui celebrava il Trionfo nel 46 aev proprio di fronte a questo tempio [Cass. Dio. XLIII, 21] per cui sappiamo che si trovava sulla via della processione trionfale; Svetonio afferma che l’episodio si svolse mentre Cesare si dirigeva al Velabro [Suet. Caes. XXXVII], ma non sappiamo altro sulla sua collocazione. Sembra che sia bruciato all’epoca di Claudio e mai più ricostruito.

Felicitas era particolarmente legata all’ambito militare ed era una dote riconosciuta in particolare ai generali vittoriosi, tra cui Scipione Africano, Silla, Pompeo, Cesare. Nei Fasti degli Arvali, è ricordato un sacrificio a Felicitas, Genius Populi Romani e Venus Victrix sul Campidoglio, ma si svolgeva nel mese di October [Fast. Amit. Arval. ad VII Eid. Oct., CIL I², 245, 214, 331].

 

Felicitati in Campidolio

The anniversary of the dedication of Felicitas temple is mentioned in Fasti Antiates [CIL I², 33, 339; ILLRP 9], but there is no definite information about it, the only reference we have is the news that a temple to Felicitas was built by L. Licinius Lucullus with the booty collected in Spain, in 151-150 BCE and dedicated by him in 146 BCE [Strabo VIII, 6, 23; Cass. God. Fr. LXXVI, 2]. For the decoration of the building L. Mummius brought some works from Greece and certain Muses statues of Praxiteles and Thespiae placed in front of the temple [Cic. Verr. IV, 4, 126; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 69; XXXVI, 39].

Cesare broke the axle of the wagon on which he celebrated the triumph in 46 BCE, right in front of this temple [Cass. Dio. XLIII, 21] so we know that it stood in the way of triumphal procession; Suetonius says that the incident took place while Caesar was heading to the Velabrum [Suet. Caes. XXXVII], but we know nothing more about its location. It seems to have burned at the time of Claudius and never rebuilt.

Felicitas was particularly linked to the military and was a dowry in particular recognized to victorious generals, including Scipio Africanus, Sulla, Pompey, Caesar. In the Arval’s Fasti, a sacrifice to Felicitas, Genius Populi Romani and Venus Victrix is remembered on the Capitoline Hill, but it took place in the month of October [Fast. Amit. Arval. VII to Eid. Oct., CIL I², 245, 214, 331].

 

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Julia Maesa. Augusta, AD 218-224/5. Denarius (Silver, 3.35 g 7), Rome, 220-222. IVLIA MAESA AVG Draped bust of Julia Maesa to right, her hair bound in a bun at the back. Rev. SAECVLI FELICITAS Felicitas standing facing, her head to left, holding patera over burning altar in her right hand and long caduceus in her left; to right, star of eight rays. BMC 79. Cohen 45. RIC 271.

VI EID.  JUN. (8) N

Menti in Capitolio

Il tempio fu votato dal pretore T. Otacillius nel 217 aev. dopo la battaglia del lago Trasimeno “propter negligentiam cerimoniarum auspiciorumque” in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10; Ov. Fast. VI, 241] e dedicato nel 215 aev. [Liv. XXIII, 31, 9; XXIII, 32, 20], nello stesso luogo e tempo in cui fu dedicato il tempio di Venus Erycina. I due templi erano separati da un canale aperto. Per questi motivi, Preller ha ipotizzato che non si trattasse solo della personificazione del pensiero e del ricordo, ma di una Dea straniera che egli identificò con un aspetto di Venus, Venus Mimnermia [Serv. Aen. I, 720]. Fu probabilmente restaurato da M. Aemilius Scaurus, console nel 115 aev, forse durante il consolato, o dopo la campagna contro i Cimbri del 107 aev. [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plut. De Fort. Rom. V]

 

VI EID.  JUN.  (8) N

Menti in Capitolio

The temple was voted by the magistrate T. Otacillius in 217 BCE. after the battle of Lake Trasimeno “propter negligentiam cerimoniarum auspiciorumque” following the consultation of the Sibylline Books [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10; Ov. Fast. VI, 241] and dedicated in 215 BCE. [Liv. XXIII, 31, 9; XXIII, 32, 20], in the same place and time when the temple was dedicated to Venus Erycina. The two temples were separated by an open channel. For these reasons, Preller suggested that it was not just the personification of thinking and memory, but a foreign Goddess that he identified with an aspect of Venus, Venus Mimnermia [Serv. Aen. I, 720]. The temple of Mens seems to have been restored by M. Aemilius Scaurus, consul in 115 B.C., either at that time (WR 313; RE I.587) or after his campaign against the Cimbri in 107 B. C. [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plut. De Fort. Rom. V].

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PERTINAX (193)

Denarius, Rome, Jan.-Mar 193. IMP CAES P HELV Pertin AVG. Portrait head with laurel wreath to the right. Rs: MENTI LAVDANDAE. Female figure (Bona Mens) standing left, wreath in his right hand raising, in his left hand a scepter. RIC 7; BMCRE 4