II NON. SEPT. (4) C – XII KAL. OCT. (19) C

Ludi Romani

I Ludi Romani o Magni erano la principale manifestazione di questo genere fissata nel calendario. Erano indetti in onore di Giove [Fest. 122]. Secondo la tradizione storiografica, furono fondati da Tarquinio Prisco in occasione della conquista della città di Apiolae [Liv. I, 35, 9], oppure nel primo secolo della Repubblica, dopo la vittoria del Lago Regillo sui Latini [Dion. H. VII, 71; Cic. Div. I, 26, 55], ma è più probabile che siano stati istituiti nel primo anno dopo la cacciata dei re, in occasione della dedica del tempio di Giove Ottimo Massimo, alle Eid. Sept. del 509 aev. e che all’origine si svolgessero solo in questo giorno. Secondo la tradizione riportata da Livio, fu in occasione dei primi Ludi voluti da Tarquinio Prisco, che furono innalzate le prime strutture permanenti nel Circo Massimo, affinchè i cittadini potessero assistere alle gare ippiche [Liv. I, 35, 9]. Continua a leggere II NON. SEPT. (4) C – XII KAL. OCT. (19) C

III KAL. SEPT. (28) C

Soli et Lunae Circenses

Un antico altare dedicato a Sol si trovava all’interno del Circo Massimo [Tac. Ann. XV, 74, 1]; per Tertulliano l’intero Circo era dedicato a Sol [Tert. Spect. VIII, 1] e per questo al suo interno ospitava un Suo tempio sul cui fastigio si trovava una statua che rappresentava Continua a leggere III KAL. SEPT. (28) C

X KAL. SEPT. (21) NP

CONSUALIA

I Consualia erano celebrati in onore del Dio Consus [Var. L. L. VI, 20], si tratta di una festa estremamente antica che affonda le proprie origini all’inizio della storia della città. Secondo gli storici romani sarebbe stata istituita dagli Arcadi di Evandro [Dion. H. I, 33, 1 – 3], oppure da Romolo [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Tert. Spect. V]. Continua a leggere X KAL. SEPT. (21) NP

XII KAL. SEPT. (19) FP

VINALIA RUSTICA

Questo giorno è marcato FP nel calendario Maffeiano. Si tratta di un’antica festa collegata alla produzione del vino, il fatto che fosse chiamata Vinalia Rustica indica che si svolgeva nelle campagne, a differenza dei Vinalia Priora che si svolgevano in città, dopo che vi era stato condotto il fino a fine fermentazione. L’aition era lo stesso dei Vinalia Priora (vedi Vinalia Priora aition), l’episodio della consacrazione del vino del Lazio a Giove da parte di Enea era riferito da alcuni autori alla festa di Aprilis, da altri a quella di Sextilis, da altri ancora ad entrambe (vedi Vinalia Priora). Continua a leggere XII KAL. SEPT. (19) FP

EID. SEXT. (13) NP

Dianae in Aventino

La tradizione più diffusa ascriveva la costruzione del tempio di Diana sull’Aventino [CIL VI, 32323, 10, 32; Cens. Die Nat. XXIII, 6] a Servius Tullus, che avrebbe riunito su questo colle i rappresentanti delle città della Lega Latina, convincendoli a costruire un santuario federale sul modello del tempio di Diana ad Efeso (comune alla Lega Ionica) [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45, 2 – 6; Dion. H. IV, 26, 3 – 5; Aur. Vict. De Vir. Ill. VII, 9 – 13; Fest. 343; Zon. VIII, 9, 11]. Veniva considerate il più antico edificio sacro costruito in questo luogo e chiamato tempio di Diana Aventina [Prop. IV, 8, 29], o Aventinensis [Fest. 165; Mart. VI, 64, 13; Val. Max. VII, 3, 1]; lo stesso Aventino, prendendo il nome dal culto lì celebrato, era chiamato anche collis Dianae [Mart. XII, 18, 3; VII, 73, 4; Stat, Silv. II, 3, 20 – 21; Hor. Carm. Saec. 69]. Continua a leggere EID. SEXT. (13) NP

XI KAL. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

Il tempio di Summanus presso il Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] fu forse eretto su di un luogo di culto più antico, secondo la tradizione, infatti, fu Tito Tazio a consacrare un altare in Suo onore [Var. L. L. V, 74]. La sua costruzione risale al periodo della guerra contro Pirro [Ov. Fast. VI, 731 –32], fra il 278 e il 275 aev. per espiare un fulmine che aveva colpito una statua del Dio (o di Juppiter) che ornava il tempio di Giove Capitolino, facendone cadere la testa nel Tevere e distruggendola [Cic. Div. I,10 Juppiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. La localizzazione dell’edificio sacro è tutt’ora incerta, probabilmente si trovava nelle vicinanze del tempio di Hercules Invictus, nei pressi del carcere del Circo Massimo e, nei cataloghi regionali, sarebbe da identificare col tempio di Dis Pater, con cui Summanus fu identificato in età imperiale [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovidio, parlando della dedica di questo tempio afferma che l’identità della divinità era divenuta già incerta alla sua epoca [Ov. Fast. VI, 731].

Per gli antiquari latini si trattava di un antico Dio della folgore notturna che era molto onorato in tempi arcaici, ma la cui identità si era andata fondendo con quella di Juppiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] ed in effetti sono state ritrovate molte tavolette d’argilla, che servivano ad indicare i luoghi colpiti da fulmini, con l’indicazione F. S. C. Fulgur Summanium Conditum ([qui] è sepolto un fulmine mandato da Summano [CIL V, 3256; 5660]), in contrapposizione con quelle che riportano F. D. C. Fugur Divum Conditum ([qui] è sepolto un fulmine caduto di giorno). Alcuni autori moderni hanno ritenuto che si trattasse di una divinità sabiana, in base all’accenno di Varrone, mentre altri che fosse di origine etrusca e l’hanno identificato col Nocturnus che presiede la sedicesima sede celeste nel catalogo di Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], appartenente agli Dei Inferi e corrispondente al nord; lo stesso autore indica in Summanus, un epiteto di Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derivato da Summus Manum, il più alto tra i Manes.

In Plauto Summanus è invocato da uno schiavo ladro e summanare è un sinonimo di rubare [Curcul. 413; 453], ulteriore prova che ne fa una divinità della notte.

Secondo G. Dumézil , Summanus era un epiteto di Juppiter derivato da sub + manis, prima del mattino, Dio della luce mattutina, piuttosto che un derivato da summus, intendendo il cielo come summania templa [Lucr. V, 521]: dobbiamo infatti ricordare che, per i Romani, il giorno cominciava a mezzanotte, per cui, poichè sappiamo che Summanus era colui che inviava le folgori notturne e che gli auspici avevano generalmente valore entro il giorno in cui si presentavano, possiamo pensare che Egli presiedesse a quella parte della notte che andava dalla mezzanotte all’alba, da cui sub manis . Era quindi collegato con la nascita giornaliera del sole e per questo è ipotizzabile un qualche legame con Mater Matuta e non sarebbe casuale che l’anniversario della dedica del suo tempio cada in prossimità del solstizio estivo. Festo ricorda particolari liba chiamati summanalia [Fest. 348] focacce decorate con un motivo a ruota o croce (Figura 98) che, forse, erano offerte in questa occasione (nella nota di Festo, che è l’unico a menzionarle, non si parla del loro utilizzo); tale motivo decorativo è notoriamente un simbolo legato al culto solare, elemento che rafforza l’identificazione del Dio con un’arcaica divinità ad esso collegata.

 

KAL XI. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

The temple of Summanus at the Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] was probably built on the site of an ancient cult, according to tradition, in fact, Tito Tazio to consecrated an altar in His honor [Var. L. L. V, 74]. Its construction dates back to the period of the war against Phyrrus [Ov. Fast. VI, 731 -32], between 278 and 275 BCE. to atone lightning that struck a statue of the God (or Jupiter) which adorned the temple of Jupiter, making his head fall into the Tiber and destroying it [Cic. Div. I, 10 Jupiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. The sacred building location is still uncertain, probably it stood near the temple of Hercules Invictus, near the Circus Maximus prison and, in regional catalogs, would be identified with the Temple of Dis Pater, which was identified Summanus in imperial times [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovid, speaking of the dedication of this temple states that the identity of the divinity already had become uncertain in his time [Ov. Fast. VI, 731].

For Latin antiquarians it was an ancient god of lightning that night was very honored in archaic times, but whose identity had been merging with that of Jupiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] and in fact many clay tablets were found, which were used to indicate the places struck by lightning, indicating FSC Fulgur Summanium conditum ([here] is buried a term thunderbolt from Summano [CIL V, 3256 ; 5660]), in contrast with those who report FDC Fugur Divum conditum ([here] a lightning strike during the day) it is buried. Some modern authors have felt that it was a Sabian gods, based at the mention of Varro, while others who were of Etruscan origin and identified with Nocturnus who chairs the sixteenth seat in the celestial catalog of Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], which belongs to the gods Hades and corresponding to the north; the same author indicates in Summanus, an epithet of Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derived from Summus Manum, the highest among the Manes.

In Plautus Summanus it is invoked by a thief slave and summanare is a synonym for stealing [Curcul. 413; 453], further evidence that makes it one of the night deity.

According to G. Dumézil, Summanus was an epithet of Jupiter derived from sub + manis, before morning, God of morning light, rather than a derivative from summus, meaning the sky as SUMMANIA contemplates [Lucr. V, 521]: In fact, we must remember that, for the Romans, the day began at midnight, so, as we know that Summanus was the one who sent the night lightning and that the auspices had generally value within the day that presented themselves, we can think that he preside over that part of the night that went from midnight to dawn, from which sub manis. It was then connected with the daily birth of the sun, so it is conceivable a certain connection with Mater Matuta and would not be coincidence that the anniversary of the dedication of her temple falls near the summer solstice. Festo reminiscent of particular liba called summanalia [Fest. 348] cakes decorated with a pattern of wheel or cross (Figure 98) that, perhaps, were offered for this occasion (in the note of Festus, which is the only one to mention, no mention of their use); This decorative motif is notoriously a symbol linked to sun worship, which again supports the identification of God with an archaic deities connected to it.

 

Picture

Jupiter with thunderbolt. Florence, National Archaeological Museum. Inv. No. 2291.

III NON.  JUN. (3) C

Bellonae in Circo

Il tempio di Bellona fu votato da Appius Claudius Cieco nel 296 aev. durante la guerra contro Etruschi e Sanniti e dedicato alcuni anni dopo (la dedica è successiva al 293 aev, ma non se ne conosce la data precisa) [Fest. 33; Liv. X, 19, 17; Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12; Ov. Fast. VI 201 – 209; CIL I2, 192]; si trovava nel Campo Marzio, all’estremità sud-est del Circo Flaminio, vicino al tempio di Apollo [Cas. Dio. XXXVI, 42, 1; Ascon. In Corn. 107; Plut. Cic. XIII, 2 – 4]. Si trattava di uno dei tre senacula, i luoghi di riunione del Senato Romano [Fest. 347] e, trovandosi fuori dal pomerium, i senatori vi ricevevano gli ambasciatori che non volevano far entrare in città [Liv. XXX, 21, 40; XXXIII, 24; XLII, 36] e i generali vittoriosi che chiedevano di celebrare il trionfo [Liv. XXVI, 2; XXVIII, 9, 38; XXXI, 47; XXXIII, 22; XXXVI, 39; XXXVIII, 44; XXXIX, 29; XLI, 6; XLII, 9, 21 – 28]. Appio Claudio volle porre nel tempio le immagini dei suoi antenati ritratte su scudi, con iscrizioni che ricordavano i loro onori [Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12]

Di fronte al tempio era posta la columna bellica, un piccolo pilastro che rappresentava il territorio nemico (il terreno su cui sorgeva era di proprietà di uno straniero), contro cui il feziale scagliava un giavellotto al momento di dichiarare una guerra (justum bellum) [Fest. 33; Serv. Aen. IX, 52; Ov. Fast. VI, 205 – 208].

Bellona o Duellona (da bellum o duellum) era una Dea italica [CIL I, 44] del furore bellico, considerata moglie o sorella di Marte e quindi identificabile con Nerio [Gell. XIII, 23, 2; Strab. XII, 2] (anche se è più probabile che si trattasse di divinità distinte), appariva con lui nel centro delle battaglie [Verg. Aen. VIII, 700 – 703], oppure guidava i suoi cavalli [Stat. Theb. VII, 72 – 74; Sil. Pun. IV, 438 – 439]. Personificava il furore bellico di cui erano preda i guerrieri durante le battaglie e che li rendeva folli e quasi accecati

… si vede Bellona / sopra le porte dischiuse, alta, col fianco scoperto. / Si ferma e, agitando l’elmo dai tre cimieri / dalla reggia richiama l’eroe. / Egli, fuori di sé, va dietro alla Dea… [Val. Flac. Arg. III,60 – 65]

Personificava anche la strage che era compiuta in questi momenti di pazzia, Orazio la definisce

… la Dea che gioisce del sangue… [Hor. Sat. II, 3, 224]

Mentre in Silo Italico troviamo questo passo

… Bellona stessa muove qua e là in mezzo alle schiere agitando la torcia, con le bionde chiome cosparse di molto sangue… la sua tromba, orrida di lugubri accenti, spinge al combattimento le menti sconvolte… [Sil. Pun. V, 220 – 224]

Per questo motivo è rappresentata con tratti inferi, vestita di nero, imbrattata di sangue, quasi come una Furia emersa dal Tartaro [Sil. Pun. V, 223; Stat. Theb. VII, 72]. È descritta a volte con un elmo [Val. Flac. Cit.], a volte coi capelli sciolti [Sil. Pun. V, 221]; suoi attributi sono gli strumenti del combattente: la tromba [Sil. Pun. V, 223], la lancia [Stat. Theb. IV, 7; VII, 74], la frusta [Verg. Aen. VIII, 703; Lucan. Bel. Civ. VII, 568] ed una torcia [Stat. Theb. IV, 5 – 7; Sil. Pun. V, 220]. Non si conoscono elementi del culto della bellona italica.

In età tardo-repubblicana, fu identificata con una Dea lunare, venerata in tracia ed Asia Minore, specialmente in Commagene e Cappadocia, Maa, il cui culto fu portato a Roma dopo la guerra contro Mitridate, da Silla [Plut. Sil.  IX; Cic. Ad Fam. XV, 4; Strab. XII, 2]. Questa divinità era servita da un collegio di sacerdoti della Cappadocia, chiamati bellonarii o fanatici de aede Bellonae pulvinensis [DTM 2 = AE 2012, 131; DTM 6 = AE 2012, 131; CIL VI, 490; CIL VI, 2232 – 34; Acron. Schol. in Hor. Sat. II, 3, 223].

Nel giorno della festa della Dea, essi correvano per la città al suono di trombe e tamburi, con indosso abiti neri e bende nere sul capo, portando asce a doppio taglio [Tert. Pal. IV, Mart. XII, 57, 11], con cui si colpivano dietro le spalle così che sprizzasse sangue [Lact. Div. Inst. I, 21].

Maa Bellona dava anche capacità mantiche alle sue sacerdotesse; Tibullo [Tib. I, 6, 45 segg.] descrive una di queste Sue servitrici, in preda all’invasamento profetico, ferirsi e bagnare col suo sangue l’altare prima di vaticinare

 

III NOT. JUN. (3) C

Bellonae in Circo

The temple of Bellona was voted by Appius Claudius Blind in 296 BCE. during the war against the Etruscans and Samnites, and dedicated a few years later (the dedication is after 293 BCE, but they do not know the exact date) [Fest. 33; Liv. X, 19, 17; Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12; Ov. Fast. VI 201-209; CIL I2, 192]; it was located in the Campus Martius, at the south-east of the Flaminius’s Circus, near the temple of Apollon [Cas. Dio. XXXVI, 42, 1; Ascon. In Corn. 107; Plut. Cic. XIII, 2-4].

It was one of three senacula, the meeting places of the Roman Senate [Fest. 347] and, being outside the pomerium, the senators received there ambassadors who did not want to get into the city [Liv. XXX, 21, 40; XXXIII, 24; XLII, 36] and victorious generals who asked to celebrate the triumph [Liv. XXVI, 2; XXVIII, 9, 38; XXXI, 47; XXXIII, 22; XXXVI, 39; XXXVIII, 44; XXXIX, 29; XLI, 6; XLII, 9, 21-28]. Appius Claudius wanted to put into the temple images of his ancestors depicted on shields, with inscriptions that recalled their honors [Plin. Nat. Hist. XXXV, 3, 12]

In front of the temple it was placed the columna bellica, a small pillar that represented the enemy territory (the land on which it stood was owned by a foreigner), against which the fetiales hurled a javelin at the time of declaring war (bellum justum) [Fest. 33; Serv. Aen. IX, 52; Ov. Fast. VI, 205-208].

Bellona or Duellona (from bellum or duellum) was an Italic goddess [CIL I, 44] of the war fury, considered wife or sister of Mars and then identified with Nerio [Gell. XIII, 23, 2; Strab. XII, 2] (although it is more likely that it was distinct deities), She appeared with Him in the center of battles [Verg. Aen. VIII, 700-703], or drove His horses [Stat. Theb. VII, 72-74; Sil. Pun. IV, 438-439]. She personified the war fury of which were prey to the warriors during the battles, and that made them mad and almost blinded

… You see Bellona / over the doors opened, high, with open side. / He stops and, waving his helmet by the three crests / from the palace recalls the hero. / He, beside himself, goes after the Goddess … [Val. Flac. Arg. III, 60-65]

also personified the tragedy that had taken place in these moments of madness, Horace calls

… The Goddess who rejoices blood … [Hor. Sat. II, 3, 224]

While in Silus Italicus we find this passage

… Bellona same moves here and there amid the crowds waving the torch, with blond hair sprinkled with a lot of blood … his trumpet, horrid of lugubrious accents, pushes to combat the minds upset … [Sil. Pun. V, 220-224]

For this reason She is represented with traits hell, dressed in black, smeared with blood, almost like a Fury emerged from Tartarus [Sil. Pun. V, 223; Stat. Theb. VII, 72]. She is sometimes described with a helmet [Val. Flac. Cit.], sometimes with loose hair [Sil. Pun. V, 221]; Her attributes are the fighter instruments: trumpet [Sil. Pun. V, 223], spear [Stat. Theb. IV, 7; VII, 74], whip [Verg. Aen. VIII, 703; Lucan. Bel. Civ. VII, 568] and a torch [Stat. Theb. IV, 5 – 7; Sil. Pun. V, 220]. No elements of the worship of the Italic Bellona are known.

In late Republican age, She was identified as a lunar goddess, worshiped in Thrace and Asia Minor, especially in Commagene and Cappadocia, Maa, whose cult was brought to Rome after the war against Mithridates, by Sulla [Plut. Sil. IX; Cic. Ad Fam. XV, 4; Strab. XII, 2]. This deity was served by a college of priests from Cappadocia, called bellonarii or fanatici de aede Bellonae pulvinensis [DTM 2 = AE 2012, 131; DTM 6 = AE 2012, 131; CIL VI, 490; CIL VI, 2232-34; Acron. Schol. in Hor. Sat. II, 3, 223].

On the day of the feast of the Goddess, they ran through the city to the sound of trumpets and drums, wearing blacks and black bandage dresses on their heads, carrying axes double-edged [Tert. Pal. IV, Mart. XII, 57, 11], with which you struck behind their backs so that sprizzasse blood [Lact. Div. Inst. I, 21].

Maa Bellona also gave mantic capacity to its priestesses; Tibullus [Tib. I, 6, 45 et seq.] Describes one of these Her servants, injured and wet with his blood the altar before prophecying

 

Picture

BRUTTIUM – Lega dei Brettioi Sextante 282/203 Aev. Testa con elemo, Marte, volta a sinistra, al di sotto un fulmine. Verso Bellona voltata avanza verso destra con scudo e Lancia volta a destra, come elmo un bucranium, a fianco BRETTIWN. SNG Cop: 1631ff kl

VIII KAL. JAN. (23) NP

LARENTALIA

Acca Larentia era considerata, in epoca classica, la madre adottiva di Romolo e Remo, o un personaggio storico vissuto ai tempi di re Anco Marcio, una benefattrice del popolo romano, onorata per la propria munificenza. Dietro questo personaggio e le leggende che lo riguardano, si nasconde un’antichissima Dea il cui culto risale probabilmente alle fasi più antiche della civiltà romana.

Una tradizione vuole che Acca Larentia sia stata la nutrice di Romolo e Remo: in una variante è identificabile con la lupa che offrì le proprie mammelle ai gemelli lasciati dalla corrente del Tevere nei pressi del ficus ruminalis [Liv. I, 4, 6; Plut. Rom. IV; Lact. Inst. I, 20; Dion. H. I, 84, 2]. In un’altra variante è la moglie del pastore Faustulus, della stirpe di Evandro, che viveva nei pressi del Palatino e trovò i gemelli (o al quale furono affidati da Numitore); costei era soprannominata lupa, poichè era (o era stata) una prostituta [Liv. I, 4, 6 – 7; Dion. H. I, 84, 2 – 4; Serv. Aen. I, 273; Plut. Rom. IV; Q. R. 35; Lact. Inst. I, 20; Gel. VII, 7, 5 – 8; Fest. 119; Tert. Adv. Nat. II, 10; Ov. Fast. III, 55 segg.; August. C. D. XVIII, 21]. Dopo la morte di Faustulus, Acca divenne ricca, o grazie alla prostituzione [Cat. Orig. Fr. I, 23 apud Macr. Sat. I, 10, 16], o sposando un ricco etrusco [Lic. Macer Fr. 1 P pg 300 apud Macr. Sat. I, 10, 17] e lasciò i prori terreni in eredità a Romolo; da lui furono poi trasmessi al popolo romano.

Un’altra tradizione fa di Acca Larentia una prostituta vissuta all’epoca del re Anco Marcio: l’edituo del tempio di Ercole, essendo una giornata festiva, decise di sfidare ai dadi il Dio: per far ciò li avrebbe gettati con una mano per sè e con l’altra per Ercole. Il premio per il vincitore sarebbe stato un banchetto ed una donna. Vinse il Dio, per cui l’edituo Gli preparò un sontuoso banchetto che fu consumato sul fuoco dell’altare e fece venire una famosa prostituta di nome Acca Larentia. Ella dormì nel tempio ed in sogno fu visitata da Ercole che si unì a lei. L’indomani uscendo dal tempio incontrò un giovane, ricco, etrusco che s’innamorò di lei e le chiese di diventare la sua amante, allora si ricordò che nel sogno il Dio le aveva detto che l’avrebbe ricompensata il giorno dopo e che, per ciò, avrebbe tratto gran vantaggio dalla prima opportunità che le si fosse presentata. Acca Larentia accettò e, alla morte del ricco etrusco, ne divenne erede. Alla sua morte donò i terreni che aveva acquisito al popolo romano e per questo fu oggetto di un culto pubblico come una benefattrice della città [Plut. Rom. V; Q. R. 35; Macr. Sat. I, 10, 12 – 15; Tert. Adv. Nat. II, 10; August. C. D. VI, 7].

È possibile ravvisare[1] un’allusione ad Acca Larentia e alla sua unione con Ercole anche in un passo di un’elegia di Tibullo

… Ma là dove si apre la regione del Velabro, una minuscola barca / era solita andare per guadi, fendendo l’acqua coi remi. / Destinata al piacere di un ricco padrone di bestiame, / una fanciulla si recava sovente su quella barca da un giovanotto, / nei giorni di festa, riportando poi indietro quello che la campagna donava…  [Tib. II, 5, 33 – 38]

Sappiamo solo che in questo giorno il flamen quirinalis e i pontefici offrivano un sacrificio e libagioni di vino presso la tomba di Acca Larentia, che si trovava all’inizio della Nova Via, presso il Velabro [Var. L. L. VI, 23 – 24; Plut. Rom. IV; Cic. Ad Brut. I, 15, 8; Gel. VII, 7, 6; Macr. Sat. I, 10, 15]. L’antichità del rito è confermata dal nome Larental che gli attribuisce Varrone [Var. L. L. VI, 24]. Un altro nome di questa festività era dies Tarentus, da un altro nome della divinità a cui erano rivolti i sacrifici, Acca Tarentina [Var. L. L. VI, 24]. Lo stesso giorno la gens Junia onorava i proprii defunti compiendo la sua parentatio [Plut. Q. R. 34].

Nel mito sulla nascita di Romolo e Remo[2], Acca Larentia, madre putativa e nutrice dei gemelli, potrebbe aver formato una coppia con Rhea Silvia (Ilia), madre vera e generatrice dei bambini, del tipo nutrice – madre, zia – madre, tema mitico la cui più nota attestazione è il racconto greco di Ino e Semele, ma che risale ad un substrato molto arcaico[3]  e che è attestato Roma nel rito dei Matralia (vedi MATRALIA III EID.  JUN.)

Il nome di Acca Larentia è composto di due parti: Acca rimanda ad una radice indoeuropea che significa madre, i cui derivati, sono noti in sanscrito (akka) ed in greco (akkw)[4], mentre in latino sarebbe l’unica attestazione; la seconda parte è considerato un derivato di Lar[5] (anche se non è certo a causa della differente quantità della prima a), per cui Acca Larentia sarebbe stata la Mater Larum [AFA 145], divinità molto importante, ma per molti versi oscura, del pantheon romano, onorata con vari nomi (Lara, Larunda, Mania, Tacita, forse anche Genita Mana e Fauna).

 

Parentatio gentis Juniae

Sappiamo che in questo giorno la gens Junia compiva la sua parentatio, cioè rendeva onore ai proprii defunti [Plut. Q. R. 34]. Una delle motivazioni addotte da Plutarco è il fatto che le parentatio, fin dai tempi più antichi, erano compiute nell’ultimo mese dell’anno e la gens Junia aveva mantenuto questa usanza in December che era stato l’ultimo mese dell’anno fino alla riforma “numana” del calendario. Questa interpretazione è confermata anche da un passo di Cicerone [Cic. Leg. II, 21, 54]

 

Tempestatitubus

Il tempio dedicato alle Tempestes fu eretto da L. Cornelius Scipio, che l’aveva votato dopo essere scampato ad una tempesta al largo della Corsica nel 259 aev. [CIL VI, 1287; Ov. Fast. VI, 193-194; Cic. Nat. Deor. III, 51]. Ovidio riporta come data della dedica le Kal Jun, ma nei Fasti Antiates [Fast. Ant. ap. NS 1921, 121] troviamo il 23° Dec. É possibile che la prima sia la data di un restauro, mentre la seconda quella della prima dedica. Probabilmente si trovava tra la Porta Capena e il tempio di Mars [Fasti Triumphales Capitolini, II, 479], fuori dall’odierna Porta S. Sebastiano, nei pressi della tomba di famiglia degli Scipioni.

 

Dianae, Junoni Reginae in Circo

Durante la sua campagna del 187 aev. contro i Liguri, M. Aemilio Lepido votò un tempio a Diana e poi un secondo a Juno Regina [Liv. XXIX, 2]. Lui stesso li dedicò entrambi nel 179 aev. quando era censore, il 23° Dec. [Liv. XL, 52; Fast. Ant. ap. NS 1921, 121], organizzando anche tre giorni di giochi scenici e un giorno di giochi circensi. Gli edifici sacri si trovavano nel lato ovest del Circo Flaminio, quello dedicato a Juno a sud del porticus pompeianus, era unito da un porticato con un tempio di Fortuna, forse Fortuna Equestris [Obseq. XVI].

 

Larentalia

Acca Larentia was considered, in classical times, the adoptive mother of Romulus and Remus, or a historical character lived in the time of King Anco Marcio, a benefactor of the Roman people, honored for her generosity. Behind this character and the legends concerning him, it hides an ancient goddess whose cult probably dates back to the most ancient of Roman civilization.

One tradition say that Acca Larentia was the nurse of Romulus and Remus: a variant identifies Her with the she-wolf who offered her breasts to the twins left by the current of the Tiber near the ficus ruminalis [Liv. I, 4, 6; Plut. Rom. IV; Lact. Inst. I, 20; Dion. H. I, 84, 2]. In another variant she is the wife of the pastor Faustulus, belonging to Evander lineage, who lived near the Palatine and found the twins (or which were entrusted to Numitore); she was nicknamed wolf, as it was (or had been) a prostitute [Liv. I, 4, 6 – 7; Dion. H. I, 84, 2 – 4; Serv. Aen. I, 273; Plut. Rom. IV; Q. R. 35; Lact. Inst. I, 20; Gel. VII, 7, 5-8; Fest. 119; Tert. Adv. Nat. II, 10; Ov. Fast. III, 55 et seq .; August. C. D. XVIII, 21]. After Faustulus death, Acca became rich, or thanks to prostitution [Cat. Orig. The Fr., 23 apud Macr. Sat. I, 10, 16], or by marrying a rich Etruscan [Lic. Macer Fr. P 1 pg 300 apud Macr. Sat. I, 10, 17] and left her land inherited by Romulus; and then to the Roman people.

Following another tradition Acca Larentia was a prostitute lived during king Anco Marcius reign: the edituus of Hercules temple, being a public holiday, decided to challenge the God playing dice: to do so would have thrown with one hand for himself and the other to Hercules. The prize for the winner would be a banquet and a woman. Hercules won, so he prepared a sumptuous feast that consumed in the altar fire and called a famous prostitute named Acca Larentia. She slept in the temple and was visited in a dream by Hercules joined her. The day after leaving the temple she met a young, rich, Etruscan fell in love with her and asked her marry him, then he remembered that in the dream God told her that he would be rewarded the next day and that, for this, it would stretch much advantage from the first opportunity that presented herself. Acca Larentia accepted and the death of the rich Etruscan, became heir. At her death he donated the land she had acquired to the Roman people and this was the subject of a public worship as a benefactor of the city [Plut. Rom. V; Q. R. 35; MACR. Sat. I, 10, 12 – 15; Tert. Adv. Nat. II, 10; August. C. D. VI, 7].

You can recognize an allusion to Acca Larentia and its union with Hercules in a step of an elegy of Tibullus

… But where you open the region Velabro, a tiny boat / she used to go to fords, cutting through the water with the oars. / Destined for the pleasure of a rich landlord of cattle / a girl often went on that boat by a young man, / on holidays, then returning back to the country that gave … [Tib. II, 5, 33-38]

We only know that on this day the flamen Quirinalis and pontefices offered sacrifices and libations of wine at the tomb of Acca Larentia, on top of the Via Nova, at the Velabro [Var. L. L. VI, 23-24; Plut. Rom. IV; CIC. For Brut. I, 15, 8; Gel. VII, 7, 6; MACR. Sat. I, 10, 15]. The antiquity of the ritual is confirmed by the name Larental [Var. L. L. VI, 24]. Another name for this festival was Tarentus dies, as the deity called also Acca Tarentina [Var. L. L. VI, 24].

In the myth about the birth of Romulus and Remus, Acca Larentia, nurse and foster mother of twins, she could have formed a couple with Rhea Silvia (Ilia), and generating real mother of the children, like nurse – mother, aunt – mother, a mythical theme whose most famous statement is the story greek Ino and Semele, but dating back to a substrate that is very archaic and attested in Rome rite of Matralia (see Matralia III EID. JUN.)

The name of Acca Larentia consists of two parts: Acca refers to a Indo-European root meaning mother, whose derivatives are known in Sanskrit (akka) and greek (akkw), while in Latin would be the only evidence; the second part is considered a derivative of Lar (although it is not certain because of the different amounts of first a), whereby Acca Larentia would have been the Mater Larum [AFA 145], gods very important, but in many ways obscure, the Roman pantheon, honored by various names (Lara, Larunda, Mania, Tacita, perhaps Genita Mana and Fauna).

 

Parentatio gentis Juniae

We know that on this day the gens Junia carried out his parentatio, that is, made to honor deceased proprii [Plut. Q. R. 34]. One of the reasons given by Plutarch is the fact that the parentatio, since ancient times, were made in the last month of the year and the gens Junia had maintained this custom in December which was the last month of the year until the reform “numana” calendar. This interpretation is confirmed by a passage of Cicero [CIC. Leg. II, 21, 54].

 

Tempestatitubus

The temple dedicated to Tempestes was built by L. Cornelius Scipio, who had voted after they escape a storm off the coast of Corsica in 259 BCE. [CIL VI, 1287; Ov. Fast. VI, 193-194; CIC. Nat. Deor. III, 51]. Ovid reports as the date of the dedication the Kal Jun, but in Fasti Antiates [Fast. Ant. ap. NS 1921, 121] we find the 23 ° Dec. It is possible that the first is the date of a restoration, and the second that of the first dedication. Probably stood between the Porta Capena and the Temple of Mars [triumphales Capitoline Fasti, II, 479], out by today Porta S. Sebastiano, near the family tomb of Scipio.

 

Dianae, Junoni reginae in Circus

During his campaign of 187 BCE. against the Ligurian, M. Aemilius Lepidus voted a temple to Diana and then a second to Juno Regina [Liv. XXIX, 2]. He dedicated them both in 179 BCE. when it was censor, Dec. 23 ° [Liv. XL, 52; Fast. Ant. ap. NS 1921, 121], also organizing three days of games a day of scenic and circus games. Sacred buildings were located in the west side of the Circus Flaminius, one dedicated to Juno south of porticus Pompeianus, was joined by a porch with a temple of Fortuna, Fortuna perhaps Equestris [Obseq. XVI].

 

Picture

Accoleius Lariscolus. 43 BC. AR Denarius (3.73 gm). Bust of Acca Larentia / The three Nymphae Querquetulanae supporting a platform with five trees. Crawford 486/1; Sear, CRI 172; Accoleia 1

 

[1] A. W. J. Holleman – Larentia, Hercules, and Mater Matuta (Tib. II 5) in L’Antiquité Classique T. 45, Fasc. 1 (1976), pp. 197-207

[2] D. Sabbatucci – Il mito di Acca Larentia in SMSR – Volume XXIX – 1958 pgg 41 – 76

[3] G. Dumèzil – Déesses latines et mythes védiques, coll. Latomus XXV, 1956, pgg 9-43, anche in La religione romana arcaica pgg 58 segg.

[4] A. Ernout, A. Meillet – Dictionnaire etymologique de la lingue latine v. Acca

[5] A. Ernout, A. Meillet – Dictionnaire etymologique de la lingue latine v. Lar

XVI KAL. JAN. (15) NP

CONSUALIA

È molto probabile che i rituali di questo giorno festivo fossero gli stessi dei Consualia del mese Sextilis.

Sono state formulate molte ipotesi sul motivo della ripetizione della festa di Consus nel mese di December[1]. Se rimaniamo all’interpretazione di Consus come divinità che presiedeva all’immagazzinamento dei raccolti e garantiva la loro conservazione durante i mesi invernali, il significato di questa festa può essere illuminato da un passo del De Re Rustica di Varrone, nel quale si dice che i cereali immagazzinati erano divisi in tre parti: quella destinata a semenza era portata fuori dai magazzini al momento della semina (che si concludeva con l’inizio di December), quella destinata al consumo come cibo, doveva essere portata fuori dai magazzini durante l’inverno perché fosse macinata e torrefatta, mentre quella destinata alla vendita, veniva lasciata nei granai fino al momento opportuno [Var. R. R. I, 62 – 69]. Alla luce di questa suddivisione, veniamo a sapere che una parte consistente dei cereali era tolta dai magazzini tra l’autunno e l’inverno, in particolare tutti quelli destinati al consumo umano. È quindi possibile che con l’arrivo della stagione invernale, a ridosso del solstizio, Consus fosse invocato ancora nel momento in cui i semi usciti dai silos erano trasformati in alimento, per ringraziarlo di averli preservati fino ad allora, oppure perché vigilasse affinché non si deteriorasse quella parte dei raccolti che era lasciata ancora dentro.

 

Consualia

It is very likely that the rituals of this holiday were the same as the Consualia in Sextilis.

If we stay the interpretation of Consus as presiding deity for crops storage, ensuring their preservation during the winter months, the significance of this festival can be illuminated by a passage of De Re Rustica Varro, in which it is said that stored grain were divided into three parts: one destined to seed was brought out of storage at the time of sowing (which ended with the beginning of December); the second, intended for consumption as food, had to be brought out of storage during the winter because it was ground and roasted; the third, held for sale, was left in barns until the appropriate time [Var. R. A. I, 62 – 69]. In light of this division, we learn that a large proportion of grain was removed from warehouses between autumn and winter, especially those intended for human consumption. It is therefore possible that with the arrival of winter, near the solstice, Consus was invoked even when the seeds come out of the silos were transformed into food, to thank him for having them preserved until then.

 

Picture

Trajan, 98 – 117. Sestertius circa 103-104, Æ 24.75 g. IMP CAES NERVAE TRAIANO AVG GER DAC P M TR P COS V P P Laureate bust r. with drapery on l. shoulder. Rev. S P Q R OPTIMO PRINCIPI The Circus Maximus seen from outside, with partial view of the interior: in centre obelisk, and metae at either end of the ‘spina’. In exergue, S – C. C 545 var. (no drapery). BMC 853 note. RIC 571 var. CBN 223. Woytek 175b

[1] G. Dumézil – Idées Romaines pgg 299 – 300