EID. MAR. (15) NP

Feriae Iovi

Si sacrificava per la prosperità del nuovo anno; il pontefice massimo guidava una processione che saliva sul Campidoglio per sacrificare un toro di sei anni per la fecondità dei campi, a favore della comunità dei montes [Lyd. Mens. IV, 49] (trattandosi di ferae pro montibus, tale cerimonia non era registrata nei calendari). Continua a leggere EID. MAR. (15) NP

EID. OCT. (15) NP

October Equus

Sull’October Equus abbiamo poche informazioni che ci arrivano solo dallo storico greco Timeo, citato da Polibio, da alcune glosse di Festo e da un delle Questioni Romane di Plutarco.

Alle Eid. Oct. si svolgeva una corsa tra carri [Plut. Q. R. 97], bighe o trighe, il cavallo a destra del carro vincitore, chiamato October Equus [Fest. 178 – 179], era poi coronato di pani e sacrificato a Mars nel Campo Martio [Plut. Cit. Fest. Cit; 220; Polyb. XII, 4b, 1] dai pontefici e dal flamen martialis [Cas. Dio. XLIII, 24, 4] che lo uccideva trafiggendolo con una lancia presso l’ara Martis. Questo tipo di uccisione è insolita nella ritualistica romana, ma potrebbe essere stata dettata dal divieto di toccare i cavalli che avevano i flamines [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 146]. La testa dell’animale era contesa tra gli abitanti della Suburra e quelli della Via Sacra: se l’avessero ottenuta i primi, l’avrebbero affissa sulla Torre Mamilia, i secondi alla Regia. Dopo l’immolazione e l’uccisione, la coda dell’animale era rapidamente portata alla Regia, dove il sangue era fatto colare sul focolare [Fest. Cit.]. Con questo sangue le vestali preparavano il suffimentum usato nei Palillia [Ov. Fast. IV, 732].

Il cavallo non è una vittima usuale nei sacrifici romani, infatti questo è l’unico caso in cui compare.

 

October Equus

we have little information we receive only from the historic greek Timaeus, quoted by Polybius, some glosses Festo and a Roman Issues of Plutarch.

The Eid. Oct. took place a race between wagons [Plut. QR 97], or trighe chariot, the horse to the right wagon winner, called October Equus [Fest. 178-179], was then crowned with loaves and sacrificed to Mars in the Campo Marzio [Plut. Cit. Fest. Cit; 220; Polyb. XII, 4b, 1] by the popes and the flamen martialis [Cas. Dio. XLIII, 24, 4] who killed him by stabbing him with a spear at the altar Martis. This kind of killing is unusual in the Roman ritual, but may have been dictated by the prohibition to touch the horses who had flamines [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 146]. The animal’s head was disputed between the inhabitants of the Suburra and those of the Sacred Way: if they had obtained the first, would have affixed to the Turris Mamilia, the seconds to the Royal. After the immolation and killing, the tail of the animal was quickly brought to the Royal, where the blood was poured on the stove [Fest. Cit.]. With this blood the vestal virgins used in preparing the suffimentum for Palillia [Ov. Fast. IV, 732].

The horse is not a victim in the usual sacrifices Romans, in fact this is the only case in which it appears.

 

Picture
Drachm circa 241-235, AR 3.24 g. Helmeted head of Mars r. Rev. Horse’s head r.; behind, sickle; below, ROMA. Sydenham 25. RBW 39. Crawford 25/2. Historia Numorum Italy 298.

V EID. OCT. (11) NP

MEDITRINALIA

Feriae Jovis

Questo giorno era consacrato alla Dea Meditrina, di cui non ci resta alcuna informazione a parte una citazione nel lemma corrispondente di Festo [Fest. 123] e segnava la fine del periodo della vendemmia.

Secondo Varrone, il nome della festa derivava da medeor, la struttura della parola *meditrina, ne farebbe la designazione del luogo ove si compiva un’operazione artigianale, in questo caso il posto in cui si applicava un medicamentum al vino (vedi oltre), cioè la cantina o un locale apposito.

Era usanza versare una libagione di vino vecchio e una di vino nuovo (mustum), probabilmente a Juppiter o a Liber, poichè se Meditrina poteva essere l’indigitamenta di una particolare operazione che si compiva durante il ciclo del vino, quest’ultimo, così come l’intera preparazione erano sotto la protezione della maggiore divinità Romana; questo sarebbe sottolineato dalla dicitura Feraie Jovi, che troviamo nei Fasti Amiterni in concomitanza con questa festa.

Si pronunciava anche una frase di buon augurio

… bevo del vino nuovo, del vino vecchio, della nuova e della vecchia malattia mi guarisco… [Var. L. L. VI, 21]

Frase che viene riportata in una forma differente da Festo

… vetus, novum vinum bibo, veteri novo morbo medeor (vecchio, bevo del vino nuovo; col vino vecchio risano una nuova malattia)… [Fest. 123]

Considerando il periodo della festa, non è possibile che i Romani avessero già a disposizione il vino nuovo, poichè la vendemmia si era conclusa da poco tempo e la fermentazione non poteva ancora essere avvenuta. Questa discrepanza ha portato alcuni autori moderni ad attribuire i passi citati sopra ai Vinalia di Aprilis, ipotizzando un errore di Varrone nella collocazione calendariale. Se però si esaminano i testi degli agronomi, in particolare di Columella e Palladio, si può notare che il termine vinum veniva usato per diversi derivati dell’uva, compresi il mosto e il defrutum, per cui la critica moderna perde la sua base.

Possiamo quindi ipotizzare che il passo di Varrone si riferisca all’usanza di “adulterare” il mostum (il succo d’uva spremuto da poco) (conditura) [Plin. Nat. Hist. XIV, 24, 120 – 121]. Columella [Col. Agr. XII, 19 – 20] descrive la produzione del defrutum, vino bollito e aromatizzato, a cui, per evitare che si guastasse e migliorarne il gusto, si aggiungeva defrutum dell’anno precedente. Questa operazione poteva essere fatta anche con il mosto destinato a diventare vino: poichè spesso il mostum aveva un contenuto alcoolico troppo basso e rischiava di guastarsi durante il periodo della fermentazione, l’aggiunta di vino di un anno, con un tenore alcoolico più alto, ne aumentava la durata prevenendo che andasse a male durante il tempo che permaneva nei dolia (cioè fino ad Aprilis dell’anno successivo). Il vino vecchio fungeva così da medicamina, cioè da medicamento che preveniva la degradazione, per quello nuovo.

Il mosto non ancora fermentato era chiamato sacrima e in questa occasione Festo parla di libagioni, versate con vasi che portavano lo stesso nome, a Liber. Si trattava dell’offerta delle primizie del vino (mosto) alla sua divinità tutelare, così come si offrivano le prime spighe mietute (praemetium) a Cerere [Fest. 318 – 319].

 

Meditrinalia

This day was dedicated to the goddess Meditrina, of which there is no information apart from a quote in the corresponding lemma of Festus [Fest. 123] and marked the end of the harvest period.

According to Varro, the name of the festival came from medeor, the structure of the word *Meditrina, would make the designation of the place where an operation was accomplished, in this case the place where you applied a medicamentum wine (see below), that is the cellar or a special room.

It was customary to pour a libation of old wine and new wine (mustum), probably to Juppiter or Liber, as if he could be the Meditrina indigitamenta of a particular operation that was taking place during the cycle of the wine, the latter, as well as the entire preparation were under the protection of the greater Roman gods; this would be emphasized by the words Feraie Jovi, we find in Fasti Amiterni in conjunction with this festival.

He also pronounced a sentence auspicious

… I drink the new wine, old wine, new and old disease heal myself … [Var. L. L. VI, 21]

Phrase that is shown in a different form from Festo

… Vetus, vinum novum bibo, veteri novo disease medeor (old, I drink the new wine; with old wine heal a new disease) … [Fest. 123]

Considering the period of the festival, it is possible that the Romans had already been available to the new wine, because the harvest was completed recently and the fermentation could not yet have occurred. This discrepancy has led some modern authors to attribute the steps mentioned above to Vinalia of Aprilis, assuming an error of Varro in the placement calendar, but if you examine the texts of agronomists, especially Columella and Palladio, you may notice that the term vinum was used for several grape derivatives, including the must and the defrutum, so modern criticism loses its basis.

We can therefore assume that the passage of Varro refers to the custom of “adulterating” the mostum (grape juice squeezed recently) (conditura) [Plin. Nat. Hist. XIV, 24, 120-121]. Columella [Col. Agr. XII, 19-20] describes the production of defrutum, boiled and flavored wine, which, should fail to prevent and improve the taste, was added defrutum previous year. This could also be made with the juice to become wine: as often mostum had an alcohol content is too low and was likely to fail during the period of fermentation, the addition of wine a year, with a higher alcohol content, it more durable preventing it from spoiling during the time that lingered in dolia (ie until Aprilis the following year). The old wine served so as to medicamina, ie medicament that prevented the degradation, for the new one.

The must was fermented not yet called sacrima and on this occasion Festo speaks of libations, paid with vessels that carried the same name, in Liber. It was the offer of the first fruits of wine (must) to its tutelary deity, as it offered the first ears harvested (praemetium) Ceres [Fest. 318-319].

 

Picture

Philip II as Caesar. 245-247 AD. AE 18, 3.10g. Thrace, Bizya. Obv: M IOVΛ ΦIΛIΠΠOC KAICAP (AP ligate) Head bare right. Rx: BIZVHN – ΩN (HN ligate) Naked Silenos with tail stepping right, holding wineskin on his shoulders from which he pours wine into large krater on ground before him. Jurukova 157, pl. 26 (same dies).