EID. SEPT. (13) NP

Feriae Jovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno sacrificavano un ovino a Giove, tale pratica sarebbe trasmessa a Roma, infatti in occasione delle Eidus di ciascun mese, una solenne processione guidata dal flamen dialis, sacerdote consacrato al culto di Juppiter, saliva al Campidoglio per sacrificarvi un ovino, detto Idulis Iovis, a Juppiter [Macr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Tradizionalmente in questo giorno si ricordava la dedica del grande tempio sul colle Campidoglio a Gove, Giunone e Minerva, la triade Capitolina.

Il tempio fu votato da Tarquinio Prisco durante una battaglia coi Sabini, ma la gran parte dell’opera fu compiuta da Tarquinio il Superbo che arrivò quasi a completarlo. Gli storici romani riportano che sul colle erano presenti altari e fana consacrati a varie divinità, per cui fu necessario che gli auguri compissero un rito di liberazione del sito per permettere una nuova consacrazione: quasi tutte le divinità accettarono di lasciarlo, eccetto Terminus e Juventas per cui i loro altari furono incorporati nel nuovo tempio [Cic. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55 – 56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

La dedica dell’edificio avvenne alle Eid. Sept. del 509 aev, primo anno della Repubblica ad opera del console Horatio Pulvillo, scelto per sorteggio [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; Cic. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; cfr. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

La struttura originaria fu probabilmente costruita con tufo prelevato dalle pendici del Campidoglio e la leggenda vuole che, durante lo scavo delle fondazioni fosse ritrovata una testa umana dall’aspetto integro [Liv. I, 55, 5]: gli aruspici etruschi interpretarono questo evento come un presagio fausto del futuro dominio di Roma sul mondo [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

L’edificio sacro aveva tre cellae affiancate: quella centrale era dedicate a Juppiter e conteneva una statua del Dio che teneva in mano I fulmini in terracotta, opera dell’artigiano etrusco Vulca di Veio, nei giorni di festa il suo viso veniva dipinto di rosso [Ov. Fast. I, 201 – 202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111 – 112; XXXV, 157]. La cella a destra era dedicate a Minerva [Liv. VII, 3, 5] e quella a sinistra a Juno Regina [CIL VI, 32329, 9]; probabilmente anche in queste si trovavano delle statue delle Dee e ogni divinità aveva un suo altare [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. La statua di Giove era vestita con una tunica adorna di rami di palma e Vittorie (tunica palmata), coperta da una toga purpurea ricamata d’oro (toga picta, palmata), lo stesso abbigliamento dei generali che celebravano il trionfo per i quali è anche riportata l’usanza di colorarsi il corpo e il viso di rosso [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. Le travature del tetto erano in legno e sulla cima del timpano si trovava un gruppo scultoreo in terracotta con Giove in quadriga sempre di Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], rimpiazzato ne 296 aev da uno in bronzo [Liv. X, 23, 12]. Gli angoli del tetto erano decorati con figure in terracotta, tra cui sicuramente una statua di Summanus ‘in fastigio’ (un acroterion), la cui testa fu colpita da un fulmine nel 275 aev. [Cic. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. Nel 193 aev gli edili M. Aemilio Lepido e L. Aemilio Paullo vi posero degli scudi dorati [Liv. XXXV, 10].

Nel 179 aev i muri e le colonne furono coperti da un nuovo stucco [Liv. XL, 51, 3] e sulla porta fu posta una copia dell’iscrizione dedicatoria del tempio dei Lares Permarini da parte di L. Aemilio Regillo [Liv. XL, 52]. Nella cella fu posato un pavimento a mosaico [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 185]; nel 142 aev il soffitto fu dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57]. Di fronte alla scalinata di ingresso, nell’area Capitolina, si trovava il grande altare di Giove (ara Jovis), dove veniva offerto un solenne sacrificio all’inizio di ogni anno, in occasione del trionfo e per eventi particolari [Suet. Aug. XCIV; Zonaras VIII, 1; Fest. 285]. All’interno erano custodite moltissime opera d’arte donate da generali romani e nobili stranieri, offerte dedicatorie e trofei di vittorie, il più antico dei quali era una corona d’oro portata dai Latini nel 459 aev [Liv. II, 22, 6]. Il loro numero divenne così grande che nel 179 aev si dovette procedere alla rimozione di alcune di esse [Liv. XL, 51, 3].

Il primo tempio bruciò nell’83 aev. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C. I, 83; 86; Obseq. LVII; Plut. Sul. XXVII; Cassiod. Ad A. 671], assieme alla statua di Giove e ai Libri Sibillini che vi erano conservati in uno scrigno di pietra [Plut. De Iside 71; cfr. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62], ma il tesoro fu messo in salvo a Preneste dal giovane Mario [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 16]. La ricostruzione fu intrapresa da Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], che si dice abbia portato le colonne corinzie bianche in marmo dall’Olympieion di Atene [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], tuttavia una moneta del 43 aev rappresenta colonne in stile dorico. La parte più consistente dei lavori fu assegnata dal Senato a Q. Lutatio Catulo, scelto per sorteggio [Cic. Verr. IV, 69; Var. ap. Gell. II, 10; Lact. De Ira Dei XXII, 6; Suet. Caes. XV]; lo stesso dedicò il nuovo tempio nel 69 aev [Liv. ep. CXCVIII; Plut. Popl. XV; cfr. Plin. Nat. Hist. VII, 138; XIX, 23; Suet. Aug. XCIV] e il suo nome fu inciso sopra l’entrata, dove rimase fino al 69, quando fu sostituito, per volontà del Senato, con quello di Cesare [Tac. Hist. III, 72; Cas. Dio XLIII, 14; cfr. XXXVII, 44]. Il secondo tempio fu costruito sulle fondamenta del primo, di cui aveva le stesse dimensioni, eccetto per il fatto di essere più alto [Tac. Cit.; Val. Max. IV, 4, 11], più costoso e più splendido del precedente [Dion. H. IV, 61]. La grande altezza dell’edificio non era in armonia con lo stilobato e Catulo cercò di rimediare abbassando il livello dell’Area Capitolina, ma ciò non fu possibile a causa della presenza di numerose camere sotterranee (favissae) [Fest. 88; Gell. II, 10]. La struttura era aerostila e il frontone, su cui si trovavano probabilmente statue dorate, fu edificato ‘tuscano more’ [Vitr. III, 3, 35] Il tetto era supportato da aquile ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] e coperto con tegole di bronzo dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. Un denario di Petillio Capitolino del 43 aev mostra la facciata del tempio in cui si possono distinguere Roma in piedi su scudo tra due uccelli, con la lupa e i gemelli a destra [cfr. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. XCIV] e, sull’apex, una statua di Giove in quadriga. All’interno l’antica statua in terracotta fu rimpiazzata da una in oro e avorio che rappresentava Giove seduto in trono, scolpita da un artista greco, forse Apollonio, a imitazione di quella di Zeus a Olimpia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338c]. Catulo dedicò anche una statua a Minerva ‘infra Capitolium’ [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 77; cfr. CIL I², 725; 730 -732 = VI, 30920 – 24; 30928].

I fulmini colpirono frequentemente il Campidoglio causando ingenti danni anche all’edificio [Cic. Cat. III, 19; Div. I, 20; II, 45; Cas. Dio XLI, 14; XLII, 26; XLV, 17; XLVII, 10] e Augusto fu costretto a restaurarlo con grande spesa, forse nel 26 aev. Il tempio è menzionato nei protocolli dei Giochi Secolari [CIL VI, 32323, 9; 29; 70] e fu colpito ancora da fulmini nel 9 aev [Cas. Dio LV, 1] e nel 56 [Tac. Ann. XIII, 24].

Nel 69 il secondo tempio bruciò ancora durante la rivolta dei Vitelliani [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195 – 200]. Fu ricostruito da Vespasiano, sempre sulla stessa pianta, ma con altezza ancora maggiore [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I ; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. Le monete di questo periodo rappresentano un edificio esastilo con colonne corinzie e statue di Giove (cella centrale), Giunone (cella a sinistra) e Minerva (cella a destra) negli spazi centrali tra le colonne, ma differiscono per il numero e la posizione delle figure che sormontano l’edificio: quadrighe, aquile, teste di cavalla e altri oggetti di difficile identificazione [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Dom. 533].

Anche il terzo tempio bruciò nell’80 [Cas. Dio LXVI, 24] e fu restaurato da Domiziano [Suet. Dom. V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. I lavori cominciarono nello stesso anno [Act. Arv. Henzen, cvi. 115 – 116] e la dedica avvenne nell’82 [Cohen, Dom. 230]. La struttura sorpassò le precedenti per magnificenza: era esastila con colonne di ordine corinzio di marmo pentelico, materiale che non fu usato per nessun altro edificio della città [Plut. Popl. XV]. Le porte e le tegole del tetto erano dorate [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; forse vi furono portate quattro colonne di bronzo fatte con i rostri delle navi catturate ad Anzio [Serv. Georg. III, 29]. Il frontone era ornate con bassorilievi e l’apex e il tetto con statue come negli edifici precedenti [Cohen, Dom. 23, 174]. Nei secoli successive Ammiano [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] e Ausonio [Clar. Urb. XIX, 17] ne scrissero con ammirazione.

La distruzione dell’ultimo tempio iniziò nel V sec. quando Stilicone asportò i pannelli dorati delle porte [Zos. V, 38]. Genserico portò via metà delle tegole [Procop. B. Vand. I, 5], ma nel VI secolo era ancora ritenuto una delle meraviglie del mondo [Cassiod. Var. VII, 6]. Nel 571. Il generale bizantino Narsete asportò le statue, o almeno la maggior parte di esse [Chron. Min. I, 336 (571]. Nel XII secolo una bolla di papa Anacleto I si riferisce ancora al tempio, ma successivamente non se ne ebbero più notizie.

Gli scavi archeologici (Ann. d. Inst. X, 865, 382; 1876, 145 – 172; Mon. d. Inst. VIII, pl. 23, 2; X pl. 30 a; BC 1875, 165 – 189; 1876, 31 – 34; Bull. d. Inst. 1882, 276, NS 1896, 161; 1921, 38), hanno permesso di ricostruire la pianta del tempio che rimase immutata durante i vari rifacimenti. L’edificio era quasi quadrato e orientato a sud-est. Lo stilobato era forse di muri paralleli larghi 5.6 m in blocchi di tufo senza malta, affondati nel terreno. Resti considerevoli ne sono visibili nei Musei Capitolini, in Palazzo Caffarelli, l’altezza dei blocchi è di 4 – 5 m. Il rapporto tra la larghezza della cella centrale e quello delle laterali era di 4/3. La lunghezza dello stilobato, esclusa la parte che si estendeva nell’area capitolina, di cui non si sa nulla, era di 55 m e quella del lato più lungo, di 60 m (Mitt. 1889, 249; CR 1902, 335-336; NS 1907, 362; AA 1914, 75-82). Se ci si affida alle informazioni lasciateci da Vitruvio e Dionigi di Alicarnasso [Vitr. III, 3, 5; Dion. H. IV, 61], il lato più lungo doveva essere di 61.4 o 59.77 m, quello corto di 56.98 o 55.6 m.

Il tempio era esastilo con tre file di colonne sul fronte e una sola ai lati, la distanza tra le colonne corrispondeva alla differenza in larghezza tra le celle. Considerando che la base delle colonne aveva un diametro di 2.23 m e che lo spazio tra di esse era di 11.12 m o 8.9 m, la cella doveva essere di 27.81 m2 (100 piedi quadrati). Della soprastruttura rimangono solo frammenti in marmo pentelico (NS 1897, 60), benchè i diari degli scavi riportino che furono trovati vari resti di cornici e fregi (LR 300-301 ; BC 1914, 88-89)

Il tempio di Giove Ottimo Massimo era il centro della vita religiosa dello Stato romano durante la Repubblica e l’Impero ed aveva grande importanza politica: i consoli vi offrivano un sacrificio quando entravano in carica, il Senato vi si riuniva in assemblee solenni, era la destinazione delle processioni trionfali, l’archivio dei documenti relativi alle relazioni estere. Era il simbolo della sovranità, del potere e dell’immortalità di Roma. (Rosch. II, 720 – 739; Jord. I, 2, 94 – 95).

L’introduzione del culto di Juppiter Optimus Maximus, segnò un punto di svolta nella religione e nella sfera politica romana, che fu messo in evidenza anche attraverso la legge sacra che imponeva di infiggere ogni anno, alle Eidus di Settembre, un chiodo (clavis annalis [Fest. 56]) nella parete che divideva la caella di Juppiter da quella di Minerva per segnare il trascorrere degli anni. Questa usanza, probabilmente di origine etrusca, sottolineava il potere di Giove sul tempo e sul destino di Roma e, sostanzialmente sanciva un nuovo inizio della sua storia.

In origine, probabilmente prima che il consolato divenisse una magistratura stabile, tale incarico spettava la praetor maximus, la massima autorità politica della città, successivamente passò ai consoli, tuttavia ben presto tale usanza cadde nell’oblio, suscitando l’ira degli Dei. Per questo motivo fu creato un dictator che aveva come unico compito quello di compiere tale rito: dictator clavi fingendi causa [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Romani, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio. Questa celebrazione avveniva solo per i Ludi Romani e per i Ludi Plebei ed era ciò che li rendeva giochi sacri in senso proprio [Cas. Dio. LI, 1, 2]. Nella dialettica tra il culto di Giove Capitolino e quello di Giove Latiare e tra Ludi Romani e Feriae Latinae, l’epulum jovis era la controparte del banchetto sacro che si svolgeva sul monte Albano. Anziché i rappresentanti delle città latine, a Roma erano presenti i senatori, coloro che, in ultima istanza, si dividevano l’imperium dato da Giove (gli auspicia imperii che, fin dall’età monarchica, erano nelle mani dei senatori, come dimostra la formula che sancisce l’inizio dell’interregnum: auspicia ad patres redeunt) e che ne demandavano l’esercizio ai magistrati.

In tempi più antichi l’epulum era sotto la responsabilità dei pontefici, poi, nel 196 aev, fu istituita il collegio degli epulones, membri della gerarchia sacerdotale [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 segg], che avevano il compito di indire e organizzare l’epulum Iovis [Fest. 78; Cic. Orat. III, 19, 73], i pontefici mantennero comunque la supervisione sulla cerimonia come sulle altre attività che si svolgevano nel periodo dei giochi, al fine di individuare errori che avrebbero reso necessaria un’espiazione [Cic. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. All’inizio erano 3, ma il loro numero fu gradualmente aumentato fino a 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Poichè, col nome di Epulum Iovis, questa ricorrenza compare solo nei calendari epigrafici di epoca imperiale [cfr. Cas. Dio. XLVIII, 52], e alcuni accenni nelle fonti antiche farebbero pensare che ci fosse solo un Epulum Iovis durante l’anno (nei calendari di epoca imperiale ne sono menzionati due, uno in occasione dei Ludi Romani in September, l’altro in occasione dei Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], è stato ipotizzato che in età repubblicana l’epulum dei Giochi Romani non fosse dedicato a Giove, ma forse a Minerva [Menol. Val. CIL I, 359] o alla Triade Capitolina, poichè comunque tutte le divinità della triade partecipavano al banchetto; in seguito, per influenza dell’epulum Iovis dei Ludi Plebei, anche questo epulum fu dedicato a Giove, pur restando la partecipazione delle altre Dee.

Il giorno stabilito, dopo che si erano svolti i sacrifici in onore della Triade Capitolina, le carni erano consumate in un solenne banchetto a cui partecipavano i senatori [Gel. XII, 8], che godevano dello jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], e anche donne [August. C. D. VI, 10], davanti alle statue degli Dei [Cas. Dio. LIV, 4]: secondo l’uso romano, Giove era sdraiato su un triclinio, mentre Giunone e Minerva, sedute [Val. Max. II, 1, 2]. Generalmente in queste occasioni venivano cantati inni agli Dei che esaltavano anche le azioni degli uomini [Cic. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; si svolgevano anche libagioni [Cic. Har. Resp. X], poichè il simbolo degli epulones era la patera. Con l’andar del tempo a questo collegio rimase solo il compito di cantare gl’inni religiosi. Il popolo riceveva le carni degli animali sacrificati e le poteva consumare su tavole approntate nel Foro [Liv. XXXIX, 46], in caso di mal tempo, venivano issate delle tende, ma era ritenuto un cattivo auspicio. Stando a Dionigi di Alicarnasso che parla di un epulum alla presenza di simulacri divini, non specificando l’occasione in cui si svolgeva, le tavole su cu si mangiava erano di legno e le stoviglie semplici, di terracotta; venivano consumati frutta e focacce e si svolgevano libagioni [Dion. H. II, 23].

In questo giorno il praetor maximus, o un altro magistrato, conficcava un chiodo nel muro del tempio, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], retaggio di un’usanza di origine etrusca, di cui troviamo traccia nel tempio della Dea Northia a Volsini [Liv. VIII, 3], divinità assimilabile alla Fortuna romana [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 segg.]

 

Feriae Jovis

The idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep to Jupiter, such a practice would be sent to Rome, in fact during the Eidus, a solemn procession led by the flamen Dialis, priest consecrated to the worship of Jupiter, went up to the Capitol to sacrifice a sheep, said Idulis Iovis, to Jupiter [Mscr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Traditionally on this day he remembers the dedication of the great temple on the Capitoline Hill to Juppiter, Juno and Minerva, the Capitoline Triad.

The temple was voted by Tarquinio Prisco during a battle with the Sabines, but most of the work was done by Tarquinius Superbus, who arrived almost complete. Roman historians report that were present on the hill altars and fana consecrated to various gods, so it was necessary that the augurs did a liberation rite for the site to allow a new consecration: almost all the gods agreed to leave, except for Terminus and Juventas when their altars were incorporated in the new temple [CIC. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55-56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

The dedication of the building happened to Eid. Sept. of 509 BCE, the first year of the Republic by the consul Horatius Pulvillus, chosen by lottery [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; CIC. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; see. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

The original structure was probably built with tuff taken from the slopes of the Capitol and legend has it that, during the excavation of the foundations were found a human head looking intact [Liv. I, 55, 5]: etruscan people interpreted this as an auspicious omen of the future Roman rule the world [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

The aedes had three cellae side by side: the central one was dedicated to Jupiter and contained a statue of the God who was holding Lightning terracotta work of the artisan Vulca Etruscan Veii, on holidays his face was painted red [Ov. Fast. I, 201-202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111-112; XXXV, 157]. The cell on the right was dedicated to Minerva [Liv. VII, 3, 5] and the left in Juno Regina [CIL VI 32329, 9]; probably even these were statues of goddesses and each deity had its altar [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. The statue of Jupiter was dressed in a tunic adorned with palm branches and Victories (tunica palmata), covered by a purple toga embroidered with gold (toga picta, palmata), the same clothing of the generals who celebrated the triumph for which also reported the custom color of the body and face of red [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. The beams of the roof were made of wood and on top of the gable was a terra cotta sculpture with Jupiter chariot always Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], replaced it in 296 BCE by a bronze [Liv. X, 23, 12]. The corners of the roof were decorated with terracotta figures, including a statue of Summanus definitely ‘in pediment’ (a acroterion), whose head was struck by lightning in 275 BCE. [CIC. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. In front of the staircase entrance, in the Capitoline, he was the great altar of Jupiter (Jovis ara), where he was offered a solemn sacrifice at the beginning of each year, on the occasion of the triumph and for special events [Suet. Aug. xciv; Zonaras VIII, 1; Fest. 285].

The first temple burned in 83 BCE. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C., 83; 86; Obseq. LVII; Plut. On. XXVII; Cassiod. To A. 671], together with the statue of Jupiter and the Sibylline Books that were preserved in a stone casket [Plut. De Isis, 71; see. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62]. The reconstruction was undertaken by Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], which is said to have brought the white marble Corinthian columns from Athens Olympieion [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], but a coin of 43 BCE is Doric columns. The second temple was built on the foundations of the first, of which had the same dimensions, except for the fact to be higher [Tac. Cit .; Val. Max. IV, 4, 11], most expensive and most beautiful of the previous [Dion. H. IV, 61]. The great height of the building was not in keeping with the stilobato Catulo and tried to remedy by lowering the level of the Area Capitolina, but this was not possible due to the presence of numerous underground chambers (favisses) [Fest. 88; Gell. II, 10]. The structure was aerostila and the pediment, which were probably the golden statues, was built ‘tuscano blackberries’ [Vitr. III, 3, 35] The roof was supported by eagles ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] and covered with tiles of gilded bronze [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. A denarius of Petillio Capitoline 43 BCE shows the facade of the temple in which we can distinguish Roma standing on shields between two birds, with the wolf and twins on the right [see. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. xciv] and, sull’apex, a statue of Jupiter in the chariot. Inside the ancient terracotta statue was replaced by a gold and ivory representing Jupiter seated on a throne carved from a greek artist, perhaps Apollonius, in imitation of that of Zeus at Olympia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338C].

In 69 AD the second temple burned again during the revolt of Vitellians [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195-200]. It was rebuilt by Vespasian, always on the same plant, but with even greater height [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. The coins of this period are a hexastyle building with Corinthian columns and statues of Jupiter (the central cell), Juno (left cell) and Minerva (cell to the right) in the central area between the columns, but differ in the number and location of figures that surmount the building: chariots, eagles, heads of horse and other items of identification difficult [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Sun 533].

The third temple burned in 80 [Cas. Dio LXVI, 24] and was restored by Domitian [Suet. Sun V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. Work began in the same year [Act. Arv. Henzen, cvi. 115-116] and the dedication took place in 82 [Cohen, Sun 230]. The structure surpassed the previous magnificence was hexastyle with Corinthian columns of Pentelic marble, a material that was not used for any other building in the city [Plut. Popl. XV]. The doors and the roof tiles were golden [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; perhaps they were brought four bronze columns made with beaks of the ships captured at Anzio [Serv. Georg. III, 29]. The pediment was decorated with bas-reliefs and the apex and the roof with statues like in the earlier buildings [Cohen, Sun 23, 174]. In the centuries following Ammianus [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] and Ausonius [Clar. Urb. XIX, 17] they wrote with admiration.

The destruction of the last temple began in the fifth century. when Stilicho carried off the golden panels of doors [Zos. V, 38]. Genserico took away half of the tiles [Procop. B. Vand. I, 5], but in the sixth century was still considered one of the wonders of the world [Cassiod. Var. VII, 6]. In 571. The Byzantine general Narses carried off the statues, or at least most of them [Chron. Min. I, 336 (571]. In the twelfth century a bull of Pope Anacleto I still refers to the temple, but then did not had more news.

The temple of Jupiter Optimus Maximus was the center of religious life of the Roman state during the Republic and the Empire and had great political importance: the consuls were offering a sacrifice when you came into office, the Senate met there in solemn assemblies, was the destination of the triumphal processions, the archive of documents relating to foreign relations. It was the symbol of the sovereignty, power and immortality of Rome. (Rosch. II, 720-739; Jord. I, 2, 94-95).

The introduction of the cult of Jupiter Optimus Maximus, marked a turning point in religion and in politics Roman, which was also highlighted through the sacred law that required it to fix each year, the Eidus of September, a nail (clavis annalis [Fest. 56]) in the wall that divided the Caella of Jupiter from that of Minerva to mark the passing of the years. This custom, probably of Etruscan origin, stressed the power of Jupiter on time and on the fate of Rome and essentially sanctioned a new beginning of its history.

Originally, probably before the consulate became a stable judiciary, that office was up the praetor maximus, the highest political authority in the city, then passed to the consuls, but quickly such custom was forgotten, provoking the anger of the gods. For this reason it was created a dictator who had the sole task to perform this ritual: dictator clavi fingendi because [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28]

 

Epulum Jovis

During the Roman Games and Ludi Plebei, he was celebrated a solemn sacrificial banquet in the Capitol. This celebration was what made these sacred games in the strict sense [Cas. Dio. LI, 1, 2]. In the dialectic between the worship of Jupiter and Jupiter Latiare and between Roman Games and Feriae Latinae, the Epulum jovis was the counterpart of the sacred banquet that took place on Mount Albano. Instead representatives of Latin cities, in Rome was attended by senators, those who, ultimately, were divided the imperium given by Jupiter (the auspicia empires that, from the age of the monarchy, were in the hands of the senators, as evidenced by the formula that marks the beginning of interregnum: auspicia ad patres redeunt) whose action they gave to the magistrates.

In ancient times the Epulum was under the responsibility of the pontefices, then, in 196 BCE, was established the College of epulones, members of the priestly hierarchy [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 ff], which were designed to hold and organize the Epulum Jovis [Fest. 78; CIC. Orat. III, 19, 73], the pontifices, however, maintained the supervise on the ceremony as well as on other activities that took place during the period of the games, in order to detect errors that would have required an atonement [CIC. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. At first they were 3, but their number was gradually increased to 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Since, under the name of Epulum Jovis, this event will only appear in the calendars of the imperial era epigraphic [see. Cas. Dio. XLVIII, 52], and a few references in ancient sources would think that there was only a Epulum Jovis during the year (in the calendars of the imperial era are mentioned two, one at the Roman Games in September, the other in during the Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], it has been suggested that in the Republican era the Epulum of the Romans Games was not dedicated to Jupiter, but perhaps to Minerva [menol. Val. CIL I, 359] or to the Capitoline Triad, as however all the gods of the triad attended the banquet; later, because of the influence of the epulum Iovis in the Ludi Plebei, also this Epulum was dedicated to Jupiter, while remaining the participation of other goddesses.

On the appointed day, after they had carried out the sacrifices in honor of the Capitoline Triad, the meats were consumed in a solemn banquet attended by the senators [Gel. XII, 8], who enjoyed the jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], (also women could be present [August. CD VI, 10]), before the statues of the gods [Cas. Dio. LIV, 4]: according to the roman habit Jupiter was lying on a triclinium, while Juno and Minerva, sitting [Val. Max. II, 1, 2]. Usually on these occasions they were sung hymns to the gods, may be extolling the actions of men [CIC. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; libations were made [Cic. Har. Resp. X], as the symbol of epulones was the patera. With the passage of time in this college remained only the task of singing religious hymns.

Common people received the meat of sacrificed animals and could consume on tablets prepared in the Forum [Liv. XXXIX, 46], in case of bad weather, they were hoisted tents, but it was considered a bad omen.

On this day the praetor maximus, or other officer, jabbed a nail in the wall of the temple, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], the legacy of a custom of Etruscan origin, of which there were traces in the temple of the Goddess Northia to Volsini [Liv. VIII, 3], deity comparable to Roman Fortuna [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 et seq.]

 

Picture

Titus AR Cistophoric Tetradrachm. Ephesus, AD 80-81. Laureate head right / Tetrastyle Temple of Jupiter Optimus Maximus, enclosing figures of Juno, Jupiter seated, and Minerva. RIC 515 (R); RPC 860

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EID. MAR. (15) NP

Feriae Iovi

Si sacrificava per la prosperità del nuovo anno; il pontefice massimo guidava una processione che saliva sul Campidoglio per sacrificare un toro di sei anni per la fecondità dei campi, a favore della comunità dei montes [Lyd. Mens. IV, 49] (trattandosi di ferae pro montibus, tale cerimonia non era registrata nei calendari). In età imperiale alla processione partecipavano anche i kannophoroi della Magna Mater, poiché coincideva con il canna intrat [Lyd. Mens. IV, 49].

 

Feriae Annae Perennae

Ovidio riporta diverse versioni sull’identità di Anna Perenna: in una si tratta di una vecchia di Bovillae che distribuì focacce fatte da lei (rustica liba) ai plebei affamati, durante la secessione sul monte sacro. Dopo quell’episodio, la plebe la divinizzò e le dedicò un culto [Ov. Fast. III, 667 – 74]; alternativamente la descrive come una vecchia che si sostituisce a Minerva, per ingannare Mars, al momento del matrimonio tra le due divinità [Ov. Fast. III, 675 – 96]. Secondo un’altra versione, Anna era la sorella di Didone che, fuggita da Cartagine dopo la morte della regina, giunse in Italia e fu accolta da Enea. La sua presenza però, suscitò la gelosia di Lavinia ed Anna fu costretta a fuggire nuovamente, finché non fu tramutata in una ninfa dal Dio del fiume Numicio [Ov. Fast. III, 523 – 42; Sil. It. VIII, 50 segg].

La festa. Si svolgevano sacrifici pubblici ad Anna Perenna e si pronunciavano voti, affinché l’inizio dell’anno fosse prospero e così tutti gli anni a venire

ut annare perennareque commode liceat…  [Macr. Sat. I, 12, 6]

Da Ovidio [Fast. III, 523 segg] sappiamo che in questo giorno la plebe si recava fuori città, sulle rive del Tevere per passare una giornata in allegria. Si innalzavano tende o capanne di canne e frasche, coperte con le toghe e ci si sdraiava sull’erba; si mangiava e si beveva vino in abbondanza, chiedendo agli Dei tanti anni di fortuna, quanti erano i boccali che si riusciva a vuotare. Si cantava e si mettevano in scena mimi e recite di versi osceni (fescennini). Sappiamo che si svolgevano anche azioni sceniche a cui si riferisce probabilmente il racconto ovidiano dello scambio tra Minerva e Anna Perenna, prima del matrimonio con Mars, forse ispirato ad una delle commedie a sfondo volgare rappresentate in occasione della festa [Dec. Lab. Ann. Per. Fr I pg 339 – 40 R], in cui Anna gioca il ruolo della “falsa fidanzata” che, nel mito proteggeva la futura sposa dalle influenze maligne.

Un passaggio di un epigramma di Marziale riguarda la festa di Anna Perenna e accenna a qualcosa che accadeva in un bosco a lei sacro presso la via Flaminia

… Di qui si può… abbracciare con lo sguardo… il sacro bosco di Anna Perenna, che gode del sangue virginale (cruor virginalis). Di là si può scorgere il viandante che percorre la via Flaminia… [Mart. IV, 64, 11 segg]

Diversi autori hanno interpretato il passo di Marziale come un riferimento ad un qualche rito relativo alla prima mestruazione delle giovani donne, che avrebbe potuto coincidere con il passaggio all’età adulta e la loro integrazione nel corpo sociale della città. Questa interpretazione, basata su una dubbia ricostruzione del termine cruor virginalis, è però in contrasto con la descrizione che Ovidio ci dà della Dea come una vecchia e non hanno relazione col suo nome, né possono essere conciliate con gli altri rituali di questo giorno legati chiaramente all’inizio del nuovo anno. È anche ipotizzabile che il passo di Marziale sia il ricordo di antichissimi matrimoni collettivi che avvenivano all’inizio della primavera, come auspicio di fecondità per il resto dell’anno.

Considerando il nome Anna una forma femminile di annus, e Perenna un derivato di perennare, compire un intero anno [Suet. Vesp. V], la Dea è stata vista come un’antica indigitamenta, (o forse a due divinità diverse poi riunite in una sola, infatti “Anna ac Perenna”, cioè due entità distinte, sono nominate in un verso delle Satire Menippee di Varrone [Varr. Sat. Menip. Fr 506]), una dei tanti “Dei popolari” che vigilavano su moltissimi aspetti della vita dei romani. In questo caso si tratterebbe di colei che personificava la prosperità che dall’inizio del nuovo anno, si prolungava per tutta la sua durata. Questa interpretazione è stata messa in dubbio in base all’analisi linguistica che ha rilevato come il nome Anna indichi piuttosto la nutrice (derivato dal verbo nutrire, annare), associabile anche all’anus, e Perenna stia per perennis, cioè che dura indefinitamente. In questo caso, si tratterebbe di una Dea Nutrice (personalità diffusa in altre religioni indoeuropee), invocata ciclicamente all’inizio dell’anno, perché fosse sempre favorevole alla comunità e ne propiziasse la prosperità; tale identificazione è confermata dal verso di Ovidio in cui Anna è definita ninfa nutrice di Giove [Ov. Fast. III, 660].

Anna Perenna sarebbe così associabile ad Annona, la personificazione dell’inesauribile prodigalità dello stato romano che forniva cibo alla popolazione della città, tale legame sembra suggerito anche dal passo dei Fasti in cui Anna è rappresentata come una vecchia di Bovillae che porta liba alla plebe che si era ritirata sul Monte Sacro [Ov. Fast. III, 667 – 74]. Passando dal piano poetico a quello storico Anna e Annona svolgono lo stesso ruolo ed è possibile che alcune antiche prerogative di Anna siano state in parte assorbite da Annona.

Anna Perenna è quindi inscrivibile nel novero delle divinità italiche portatrici di fecondità, invocate per la fertilità della terra, il cui nome deriva dalla radice indoeuropea *an-, nutrire. Prossimo citare ad esempio l’osca Amma [Zvet. Syll. 9], la campana Damia [Zvet. Syll. 50], la peligna Angitia [Verg. Aen. VII, 750; Serv. loc. cit.; Solin. II, 29; Sil. It. VIII, 50] o Anceta, che in osco sarà Anagtiai e probabilmente anche la latina Amata [Verg. Aen. VII, 343; XII, 600; Serv. Aen. VI, 90; VII, 51; VII, 791; XI, 490; XII, 31; XII, 131; XII, 603; Dion. H. I, 64; Fab. Pict. De Jure Pont. Fr I P apud Gel. I, 12, 14]

Se consideriamo che questa festa cadeva nel primo plenilunio del nuovo anno, secondo il più antico calendario romano, possiamo allora vedere in Anna una Dea lunare, che personifica la perennità del suo ciclo. Questo giorno, quindi, non va inteso nella sua unicità come punto iniziale del percorso dell’astro, in cui avviene il passaggio da anno vecchio (chiusura del ciclo precedente) ad anno nuovo (inizio del nuovo), la cui immagine più confacente sarebbe stata una divinità dal duplice volto di vecchia e giovane donna, ma come l’eterno ripetersi di questa successione sempre identica a se stessa, l’immutabilità di un corso che, pur nella successione degli anni, può realizzare l’eternità nel suo scorrere ciclico. Per questo la Dea, personificazione del tempo indefinito, poteva a buon diritto essere rappresentata come una vecchia donna, la cui longevità rimanda all’eternità.

Come Dea lunare, Anna Perenna era nutrice e dispensatrice di fertilità, di cui garantiva il perpetuarsi indefinito (annare ac perennare), rappresentato, nei festeggiamenti popolari, dall’auspicio di una prosperità lunga tanti anni quanti i bicchieri vuotati durante la festa. Il vino consumato abbondantemente, poteva essere il ricordo di riti in onore della Dea in cui era usato come bevanda d’immortalità, in grado di donare un’ebrezza, illusione di eternità. È possibile infatti che le feste popolari di questo giorno fossero ciò che rimaneva di arcaici riti di rigenerazione e rinascita, in cui le danze, la licenziosità, i mimi osceni e scurrili, rappresentavano una rottura con l’ordine proprio del tempo calendariale e ritorno alla matrice indistinta della pura forza generativa: con l’inizio dell’anno e della primavera tale forza doveva essere risvegliata affinché assicurasse, nei mesi successivi nutrimento e prosperità all’intera comunità.

Nel 1999 durante scavi effettuati a Roma, tra piazza Euclide e via Dal Monte, quartiere Parioli, tra i 6 e i 10 m sotto il piano stradale, sono venuti alla luce i resti di una fontana di forma rettangolare con iscrizioni riferite a Anna Perenna.

La fontana sembra essere stata utilizzata tra il IV sec aev e il VI sec. Nella cisterna retrostante, sono stati rinvenuti numerosi oggetti utilizzati per pratiche magiche, come lamine di piombo con esecrazioni, contenitori del medesimo metallo contenenti figure umane monete, oggetti in rame e lucerne, che oggi sono conservati nella Sezione Epigrafica del Museo Nazionale Romano presso le Terme di Diocleziano.

 

Feriae Iovi

Sacrifice for the new year prosperity; the pontifex maximus was leading a procession coming up on the Capitol to sacrifice a bull of six years for the fertility of the fields, for the community of Montes [Lyd. Mens. IV, 49]. During the imperial period the kannophoroi of Magna Mater, took part in the procession because it coincided with the canna intrat [Lyd. Mens. IV, 49].

 

Feriae Annae Perennae

Ovid shows different versions about the identity of Anna Perenna: in the first She is an old woman from Bovillae who distributed cakes (rustic liba) to the plebeians hungry during the secession on the sacred mountain. The plebs would have deified Her and dedicated Her a cult [Ov. Fast. III, 667 – 74]; alternately he describes Her as an old woman who replaces Minerva, to deceive Mars at the time of the marriage between the two deities [Ov. Fast. III, 675 – 96].

According to another version, Anna was the sister of Dido, Carthage fled after the death of the queen, arrived in Italy, and was greeted by Aeneas. Her presence, however, aroused the jealousy of Lavinia and Anna was forced to flee again, until it was turned into a nymph from the God of Numicio River [Ov. Fast. III, 523-42; Sil. En. VIII, 50 ff].

Public sacrifices were held to Anna Perenna and votes were pronounced, so that the beginning of the year was prosperous and so all the years to come

… Ut annare perennareque commode liceat … [Macr. Sat. I, 12, 6]

By Ovid [Fast. III, 523 ff] we know that on this day the mob went out of town, to the Tiber banks to spend a pleasant day. They rose up tents or huts of reeds and branches, covered with robes and there it lay down on the grass eating and drinking wine in abundance, asking the gods so many years of luck, as many pitchers they spill. There were songs and mime performances of obscene verses (fescennini). We know that stage actions took place (it is likely to refer the Ovidian story of the exchange between Minerva and Anna Perenna, before her marriage to Mars, perhaps inspired by one of the plays in the vernacular background represented on the feast [Dec. Lab. Ann. For. Fr I pg 339-40 R], where Anna plays the role of “false girlfriend” who, in myth protected the bride from evil influences).

A passage of an epigram of Martial regards the Anna Perenna party and hints at something that happened in a forest sacred to her at the Via Flaminia

… From here you can … embrace with his eyes … the sacred grove of Anna Perenna, who enjoys blood virginal (cruor virginalis). Beyond you can see the hiker along the Via Flaminia … [Mart. IV, 64, 11 et seq]

Several authors have interpreted the passage of Martial as a reference to some ritual on the first period of young women, which could coincide with the transition to adulthood and their integration in the social body of the city. This interpretation, based on a dubious reconstruction of the term cruor virginalis, however, is at odds with the description that Ovid gives us the Goddess as an old and have no relation with her name, nor can they be reconciled with the other rituals of this day clearly linked early in the new year. It is also conceivable that the pace of Martial is the memory of ancient collective marriages that took place in early spring, as a pledge of fruitfulness for the rest of the year.

Considering the name Anna a feminine form of annus, and Perenna a derivative of perennare, accomplish a whole year [Suet. Vesp. V], the Goddess was seen as an old indigitamenta, (or maybe two different gods then combined into a single fact “ac Anna Perenna”, ie two distinct entities, are nominated in one direction of Satires Menippee Varro [ Varr. Sat. Menip. Fr 506]), one of the many “of the popular” who kept watch on many aspects of Roman life. In this case it would be the one who personified prosperity that since the beginning of the new year, lasted for its entire duration. This interpretation has been questioned on the basis of linguistic analysis that detected as the name rather indicates the nurse Anna (derived from the verb feed, annare), also associated all’anus, and Perenna is going to perennis, that lasts indefinitely. In this case, it would be a Goddess Nurse (diffuse personality in other Indo-European religions), invoked cyclically at the beginning of the year, because it was always beneficial to the community and will propitiate prosperity; this identification is confirmed by the verse of Ovid in which Anna is called the Mother nymph of Jupiter [Ov. Fast. III, 660].

Anna Perenna would thus be associated to Annona, the personification of the inexhaustible generosity of the Roman state that supplied food to the population of the city, this link also appears suggested the pace of the Fasti in which Anna is represented as an old Bovillae leading liba the mob that he had retired on Monte Sacro [Ov. Fast. III, 667-74]. Moving on from the poetic plane to the historic Anna and Annona play the same role and it is possible that some ancient prerogatives of Anna were offset in part by Annona.

Anna Perenna is then inscribed on the list of carriers Italic deity of fertility, invoked for the fertility of the earth, whose name derives from the Indo-European root * also, nourish. Next Examples include the osca Amma [Zvet. Syll. 9], the Damia bell [Zvet. Syll. 50], the peligna Angitia [Verg. Aen. VII, 750; Serv. Loc. cit .; Solin. II, 29; Sil. En. VIII, 50] or Anceta, which in Osco will Anagtiai and probably the Latin Amata [Verg. Aen. VII, 343; XII, 600; Serv. Aen. VI, 90; VII, 51; VII, 791; XI, 490; XII, 31; XII, 131; XII, 603; Dion. H. I, 64; Fab. Pict. Pont de Jure. The P fr apud Gel. I, 12, 14]

If we consider that this festival fell in the first full moon of the new year, according to the most ancient Roman calendar, we can then see in Anna a lunar goddess who personifies the continuity of its cycle. This day, therefore, should not be understood in its uniqueness as the starting point of the path of the star, the occurrence of the transition from the old year (end of the previous cycle) New Year (beginning of the new), whose image would be more appropriate a deity by the double face of old and young woman, but as the eternal recurrence of this succession always identical to itself, the immutability of a course that, even in the succession of years, can achieve eternity in its flow cycle. Why the Goddess, the personification of time indefinite, could rightly be represented as an old woman, whose longevity refers to eternity.

As a lunar goddess, Anna Perenna was nurse and dispenser of fertility, of which guaranteed the indefinite perpetuation (annare ac perennare), represented, in popular celebrations, by the wish of a long many years prosperity how many glasses emptied during the party. The wine consumed abundantly, could be the memory of in honor of the Goddess rituals in which it was used as a drink of immortality, able to donate un’ebrezza, illusion of eternity. It may be that the popular festivities of this day were the remnants of archaic rituals of regeneration and rebirth, where the dances, licentiousness, obscene and scurrilous mimes, represented a break with the proper order of time and return to calendar indistinct matrix of pure generative force: with the beginning of the year and this spring force must be awakened to assure, in the months nourishment and prosperity of the entire community.

In 1999, during excavations carried out in Rome, between Piazza Euclide and Via Dal Monte Parioli district, between 6 and 10 meters below street level, they have come to light the remains of a rectangular fountain with inscriptions referring to Anna Perenna.

The fountain seems to have been used between the fourth century BCE to the sixth century. In the back tank, numerous objects used for magical practices have been found, such as lead sheets into a curse, the same metal containers containing human figures coins, copper objects and lamps, which are now preserved in the epigraphical section of the National Roman Museum at the Baths Diocletian.

Picture

Annius T.f. T.n and L. Fabius L.f. Hispaniensis. 82-81 B.C. AR denarius (20.3 mm, 3.79 g, 9 h). Mint in northern Italy or Spain. C·ANNI·T·F·T·N·PRO·COS·EX·S·C, draped bust of Anna Perenna right, wearing stephane; winged caduceus to left, scales to right, carnyx below neck / L·FABI·L·F·HISP, Victory driving quadriga right, holding palm and reins; Q above horses. Crawford 366/1a; Sydenham 748; RSC Antonia 2a