EID. SEPT. (13) NP

Feriae Jovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno sacrificavano un ovino a Giove, tale pratica sarebbe trasmessa a Roma, infatti in occasione delle Eidus di ciascun mese, una solenne processione guidata dal flamen dialis, sacerdote consacrato al culto di Juppiter, saliva al Campidoglio per sacrificarvi un ovino, detto Idulis Iovis, a Juppiter [Macr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Tradizionalmente in questo giorno si ricordava la dedica del grande tempio sul colle Campidoglio a Gove, Giunone e Minerva, la triade Capitolina.

Il tempio fu votato da Tarquinio Prisco durante una battaglia coi Sabini, ma la gran parte dell’opera fu compiuta da Tarquinio il Superbo che arrivò quasi a completarlo. Gli storici romani riportano che sul colle erano presenti altari e fana consacrati a varie divinità, per cui fu necessario che gli auguri compissero un rito di liberazione del sito per permettere una nuova consacrazione: quasi tutte le divinità accettarono di lasciarlo, eccetto Terminus e Juventas per cui i loro altari furono incorporati nel nuovo tempio [Cic. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55 – 56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

La dedica dell’edificio avvenne alle Eid. Sept. del 509 aev, primo anno della Repubblica ad opera del console Horatio Pulvillo, scelto per sorteggio [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; Cic. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; cfr. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

La struttura originaria fu probabilmente costruita con tufo prelevato dalle pendici del Campidoglio e la leggenda vuole che, durante lo scavo delle fondazioni fosse ritrovata una testa umana dall’aspetto integro [Liv. I, 55, 5]: gli aruspici etruschi interpretarono questo evento come un presagio fausto del futuro dominio di Roma sul mondo [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

L’edificio sacro aveva tre cellae affiancate: quella centrale era dedicate a Juppiter e conteneva una statua del Dio che teneva in mano I fulmini in terracotta, opera dell’artigiano etrusco Vulca di Veio, nei giorni di festa il suo viso veniva dipinto di rosso [Ov. Fast. I, 201 – 202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111 – 112; XXXV, 157]. La cella a destra era dedicate a Minerva [Liv. VII, 3, 5] e quella a sinistra a Juno Regina [CIL VI, 32329, 9]; probabilmente anche in queste si trovavano delle statue delle Dee e ogni divinità aveva un suo altare [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. La statua di Giove era vestita con una tunica adorna di rami di palma e Vittorie (tunica palmata), coperta da una toga purpurea ricamata d’oro (toga picta, palmata), lo stesso abbigliamento dei generali che celebravano il trionfo per i quali è anche riportata l’usanza di colorarsi il corpo e il viso di rosso [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. Le travature del tetto erano in legno e sulla cima del timpano si trovava un gruppo scultoreo in terracotta con Giove in quadriga sempre di Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], rimpiazzato ne 296 aev da uno in bronzo [Liv. X, 23, 12]. Gli angoli del tetto erano decorati con figure in terracotta, tra cui sicuramente una statua di Summanus ‘in fastigio’ (un acroterion), la cui testa fu colpita da un fulmine nel 275 aev. [Cic. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. Nel 193 aev gli edili M. Aemilio Lepido e L. Aemilio Paullo vi posero degli scudi dorati [Liv. XXXV, 10].

Nel 179 aev i muri e le colonne furono coperti da un nuovo stucco [Liv. XL, 51, 3] e sulla porta fu posta una copia dell’iscrizione dedicatoria del tempio dei Lares Permarini da parte di L. Aemilio Regillo [Liv. XL, 52]. Nella cella fu posato un pavimento a mosaico [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 185]; nel 142 aev il soffitto fu dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57]. Di fronte alla scalinata di ingresso, nell’area Capitolina, si trovava il grande altare di Giove (ara Jovis), dove veniva offerto un solenne sacrificio all’inizio di ogni anno, in occasione del trionfo e per eventi particolari [Suet. Aug. XCIV; Zonaras VIII, 1; Fest. 285]. All’interno erano custodite moltissime opera d’arte donate da generali romani e nobili stranieri, offerte dedicatorie e trofei di vittorie, il più antico dei quali era una corona d’oro portata dai Latini nel 459 aev [Liv. II, 22, 6]. Il loro numero divenne così grande che nel 179 aev si dovette procedere alla rimozione di alcune di esse [Liv. XL, 51, 3].

Il primo tempio bruciò nell’83 aev. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C. I, 83; 86; Obseq. LVII; Plut. Sul. XXVII; Cassiod. Ad A. 671], assieme alla statua di Giove e ai Libri Sibillini che vi erano conservati in uno scrigno di pietra [Plut. De Iside 71; cfr. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62], ma il tesoro fu messo in salvo a Preneste dal giovane Mario [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 16]. La ricostruzione fu intrapresa da Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], che si dice abbia portato le colonne corinzie bianche in marmo dall’Olympieion di Atene [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], tuttavia una moneta del 43 aev rappresenta colonne in stile dorico. La parte più consistente dei lavori fu assegnata dal Senato a Q. Lutatio Catulo, scelto per sorteggio [Cic. Verr. IV, 69; Var. ap. Gell. II, 10; Lact. De Ira Dei XXII, 6; Suet. Caes. XV]; lo stesso dedicò il nuovo tempio nel 69 aev [Liv. ep. CXCVIII; Plut. Popl. XV; cfr. Plin. Nat. Hist. VII, 138; XIX, 23; Suet. Aug. XCIV] e il suo nome fu inciso sopra l’entrata, dove rimase fino al 69, quando fu sostituito, per volontà del Senato, con quello di Cesare [Tac. Hist. III, 72; Cas. Dio XLIII, 14; cfr. XXXVII, 44]. Il secondo tempio fu costruito sulle fondamenta del primo, di cui aveva le stesse dimensioni, eccetto per il fatto di essere più alto [Tac. Cit.; Val. Max. IV, 4, 11], più costoso e più splendido del precedente [Dion. H. IV, 61]. La grande altezza dell’edificio non era in armonia con lo stilobato e Catulo cercò di rimediare abbassando il livello dell’Area Capitolina, ma ciò non fu possibile a causa della presenza di numerose camere sotterranee (favissae) [Fest. 88; Gell. II, 10]. La struttura era aerostila e il frontone, su cui si trovavano probabilmente statue dorate, fu edificato ‘tuscano more’ [Vitr. III, 3, 35] Il tetto era supportato da aquile ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] e coperto con tegole di bronzo dorato [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. Un denario di Petillio Capitolino del 43 aev mostra la facciata del tempio in cui si possono distinguere Roma in piedi su scudo tra due uccelli, con la lupa e i gemelli a destra [cfr. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. XCIV] e, sull’apex, una statua di Giove in quadriga. All’interno l’antica statua in terracotta fu rimpiazzata da una in oro e avorio che rappresentava Giove seduto in trono, scolpita da un artista greco, forse Apollonio, a imitazione di quella di Zeus a Olimpia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338c]. Catulo dedicò anche una statua a Minerva ‘infra Capitolium’ [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 77; cfr. CIL I², 725; 730 -732 = VI, 30920 – 24; 30928].

I fulmini colpirono frequentemente il Campidoglio causando ingenti danni anche all’edificio [Cic. Cat. III, 19; Div. I, 20; II, 45; Cas. Dio XLI, 14; XLII, 26; XLV, 17; XLVII, 10] e Augusto fu costretto a restaurarlo con grande spesa, forse nel 26 aev. Il tempio è menzionato nei protocolli dei Giochi Secolari [CIL VI, 32323, 9; 29; 70] e fu colpito ancora da fulmini nel 9 aev [Cas. Dio LV, 1] e nel 56 [Tac. Ann. XIII, 24].

Nel 69 il secondo tempio bruciò ancora durante la rivolta dei Vitelliani [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195 – 200]. Fu ricostruito da Vespasiano, sempre sulla stessa pianta, ma con altezza ancora maggiore [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I ; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. Le monete di questo periodo rappresentano un edificio esastilo con colonne corinzie e statue di Giove (cella centrale), Giunone (cella a sinistra) e Minerva (cella a destra) negli spazi centrali tra le colonne, ma differiscono per il numero e la posizione delle figure che sormontano l’edificio: quadrighe, aquile, teste di cavalla e altri oggetti di difficile identificazione [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Dom. 533].

Anche il terzo tempio bruciò nell’80 [Cas. Dio LXVI, 24] e fu restaurato da Domiziano [Suet. Dom. V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. I lavori cominciarono nello stesso anno [Act. Arv. Henzen, cvi. 115 – 116] e la dedica avvenne nell’82 [Cohen, Dom. 230]. La struttura sorpassò le precedenti per magnificenza: era esastila con colonne di ordine corinzio di marmo pentelico, materiale che non fu usato per nessun altro edificio della città [Plut. Popl. XV]. Le porte e le tegole del tetto erano dorate [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; forse vi furono portate quattro colonne di bronzo fatte con i rostri delle navi catturate ad Anzio [Serv. Georg. III, 29]. Il frontone era ornate con bassorilievi e l’apex e il tetto con statue come negli edifici precedenti [Cohen, Dom. 23, 174]. Nei secoli successive Ammiano [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] e Ausonio [Clar. Urb. XIX, 17] ne scrissero con ammirazione.

La distruzione dell’ultimo tempio iniziò nel V sec. quando Stilicone asportò i pannelli dorati delle porte [Zos. V, 38]. Genserico portò via metà delle tegole [Procop. B. Vand. I, 5], ma nel VI secolo era ancora ritenuto una delle meraviglie del mondo [Cassiod. Var. VII, 6]. Nel 571. Il generale bizantino Narsete asportò le statue, o almeno la maggior parte di esse [Chron. Min. I, 336 (571]. Nel XII secolo una bolla di papa Anacleto I si riferisce ancora al tempio, ma successivamente non se ne ebbero più notizie.

Gli scavi archeologici (Ann. d. Inst. X, 865, 382; 1876, 145 – 172; Mon. d. Inst. VIII, pl. 23, 2; X pl. 30 a; BC 1875, 165 – 189; 1876, 31 – 34; Bull. d. Inst. 1882, 276, NS 1896, 161; 1921, 38), hanno permesso di ricostruire la pianta del tempio che rimase immutata durante i vari rifacimenti. L’edificio era quasi quadrato e orientato a sud-est. Lo stilobato era forse di muri paralleli larghi 5.6 m in blocchi di tufo senza malta, affondati nel terreno. Resti considerevoli ne sono visibili nei Musei Capitolini, in Palazzo Caffarelli, l’altezza dei blocchi è di 4 – 5 m. Il rapporto tra la larghezza della cella centrale e quello delle laterali era di 4/3. La lunghezza dello stilobato, esclusa la parte che si estendeva nell’area capitolina, di cui non si sa nulla, era di 55 m e quella del lato più lungo, di 60 m (Mitt. 1889, 249; CR 1902, 335-336; NS 1907, 362; AA 1914, 75-82). Se ci si affida alle informazioni lasciateci da Vitruvio e Dionigi di Alicarnasso [Vitr. III, 3, 5; Dion. H. IV, 61], il lato più lungo doveva essere di 61.4 o 59.77 m, quello corto di 56.98 o 55.6 m.

Il tempio era esastilo con tre file di colonne sul fronte e una sola ai lati, la distanza tra le colonne corrispondeva alla differenza in larghezza tra le celle. Considerando che la base delle colonne aveva un diametro di 2.23 m e che lo spazio tra di esse era di 11.12 m o 8.9 m, la cella doveva essere di 27.81 m2 (100 piedi quadrati). Della soprastruttura rimangono solo frammenti in marmo pentelico (NS 1897, 60), benchè i diari degli scavi riportino che furono trovati vari resti di cornici e fregi (LR 300-301 ; BC 1914, 88-89)

Il tempio di Giove Ottimo Massimo era il centro della vita religiosa dello Stato romano durante la Repubblica e l’Impero ed aveva grande importanza politica: i consoli vi offrivano un sacrificio quando entravano in carica, il Senato vi si riuniva in assemblee solenni, era la destinazione delle processioni trionfali, l’archivio dei documenti relativi alle relazioni estere. Era il simbolo della sovranità, del potere e dell’immortalità di Roma. (Rosch. II, 720 – 739; Jord. I, 2, 94 – 95).

L’introduzione del culto di Juppiter Optimus Maximus, segnò un punto di svolta nella religione e nella sfera politica romana, che fu messo in evidenza anche attraverso la legge sacra che imponeva di infiggere ogni anno, alle Eidus di Settembre, un chiodo (clavis annalis [Fest. 56]) nella parete che divideva la caella di Juppiter da quella di Minerva per segnare il trascorrere degli anni. Questa usanza, probabilmente di origine etrusca, sottolineava il potere di Giove sul tempo e sul destino di Roma e, sostanzialmente sanciva un nuovo inizio della sua storia.

In origine, probabilmente prima che il consolato divenisse una magistratura stabile, tale incarico spettava la praetor maximus, la massima autorità politica della città, successivamente passò ai consoli, tuttavia ben presto tale usanza cadde nell’oblio, suscitando l’ira degli Dei. Per questo motivo fu creato un dictator che aveva come unico compito quello di compiere tale rito: dictator clavi fingendi causa [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28].

 

Epulum Jovis

Durante i Ludi Romani, veniva celebrato un solenne banchetto sacrificale sul Campidoglio. Questa celebrazione avveniva solo per i Ludi Romani e per i Ludi Plebei ed era ciò che li rendeva giochi sacri in senso proprio [Cas. Dio. LI, 1, 2]. Nella dialettica tra il culto di Giove Capitolino e quello di Giove Latiare e tra Ludi Romani e Feriae Latinae, l’epulum jovis era la controparte del banchetto sacro che si svolgeva sul monte Albano. Anziché i rappresentanti delle città latine, a Roma erano presenti i senatori, coloro che, in ultima istanza, si dividevano l’imperium dato da Giove (gli auspicia imperii che, fin dall’età monarchica, erano nelle mani dei senatori, come dimostra la formula che sancisce l’inizio dell’interregnum: auspicia ad patres redeunt) e che ne demandavano l’esercizio ai magistrati.

In tempi più antichi l’epulum era sotto la responsabilità dei pontefici, poi, nel 196 aev, fu istituita il collegio degli epulones, membri della gerarchia sacerdotale [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 segg], che avevano il compito di indire e organizzare l’epulum Iovis [Fest. 78; Cic. Orat. III, 19, 73], i pontefici mantennero comunque la supervisione sulla cerimonia come sulle altre attività che si svolgevano nel periodo dei giochi, al fine di individuare errori che avrebbero reso necessaria un’espiazione [Cic. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. All’inizio erano 3, ma il loro numero fu gradualmente aumentato fino a 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Poichè, col nome di Epulum Iovis, questa ricorrenza compare solo nei calendari epigrafici di epoca imperiale [cfr. Cas. Dio. XLVIII, 52], e alcuni accenni nelle fonti antiche farebbero pensare che ci fosse solo un Epulum Iovis durante l’anno (nei calendari di epoca imperiale ne sono menzionati due, uno in occasione dei Ludi Romani in September, l’altro in occasione dei Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], è stato ipotizzato che in età repubblicana l’epulum dei Giochi Romani non fosse dedicato a Giove, ma forse a Minerva [Menol. Val. CIL I, 359] o alla Triade Capitolina, poichè comunque tutte le divinità della triade partecipavano al banchetto; in seguito, per influenza dell’epulum Iovis dei Ludi Plebei, anche questo epulum fu dedicato a Giove, pur restando la partecipazione delle altre Dee.

Il giorno stabilito, dopo che si erano svolti i sacrifici in onore della Triade Capitolina, le carni erano consumate in un solenne banchetto a cui partecipavano i senatori [Gel. XII, 8], che godevano dello jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], e anche donne [August. C. D. VI, 10], davanti alle statue degli Dei [Cas. Dio. LIV, 4]: secondo l’uso romano, Giove era sdraiato su un triclinio, mentre Giunone e Minerva, sedute [Val. Max. II, 1, 2]. Generalmente in queste occasioni venivano cantati inni agli Dei che esaltavano anche le azioni degli uomini [Cic. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; si svolgevano anche libagioni [Cic. Har. Resp. X], poichè il simbolo degli epulones era la patera. Con l’andar del tempo a questo collegio rimase solo il compito di cantare gl’inni religiosi. Il popolo riceveva le carni degli animali sacrificati e le poteva consumare su tavole approntate nel Foro [Liv. XXXIX, 46], in caso di mal tempo, venivano issate delle tende, ma era ritenuto un cattivo auspicio. Stando a Dionigi di Alicarnasso che parla di un epulum alla presenza di simulacri divini, non specificando l’occasione in cui si svolgeva, le tavole su cu si mangiava erano di legno e le stoviglie semplici, di terracotta; venivano consumati frutta e focacce e si svolgevano libagioni [Dion. H. II, 23].

In questo giorno il praetor maximus, o un altro magistrato, conficcava un chiodo nel muro del tempio, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], retaggio di un’usanza di origine etrusca, di cui troviamo traccia nel tempio della Dea Northia a Volsini [Liv. VIII, 3], divinità assimilabile alla Fortuna romana [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 segg.]

 

Feriae Jovis

The idus of each month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep to Jupiter, such a practice would be sent to Rome, in fact during the Eidus, a solemn procession led by the flamen Dialis, priest consecrated to the worship of Jupiter, went up to the Capitol to sacrifice a sheep, said Idulis Iovis, to Jupiter [Mscr. Sat. I, 15]

 

Jovi Optimo Maximo

Traditionally on this day he remembers the dedication of the great temple on the Capitoline Hill to Juppiter, Juno and Minerva, the Capitoline Triad.

The temple was voted by Tarquinio Prisco during a battle with the Sabines, but most of the work was done by Tarquinius Superbus, who arrived almost complete. Roman historians report that were present on the hill altars and fana consecrated to various gods, so it was necessary that the augurs did a liberation rite for the site to allow a new consecration: almost all the gods agreed to leave, except for Terminus and Juventas when their altars were incorporated in the new temple [CIC. De Rep. II, 36; Liv. I, 38, 7; 55-56; Plin. Nat. Hist. III, 70; Dion. H. III, 69; IV, 61; Tac. Hist. III, 72; Plut. Popl. XIII – XIV].

The dedication of the building happened to Eid. Sept. of 509 BCE, the first year of the Republic by the consul Horatius Pulvillus, chosen by lottery [Liv. II, 8; VII, 3, 8; Polyb. III, 22; Tac. Hist. III, 72; CIC. Domo LIV; Plut. Popl. XIV; Dion. H. V, 35; see. Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19].

The original structure was probably built with tuff taken from the slopes of the Capitol and legend has it that, during the excavation of the foundations were found a human head looking intact [Liv. I, 55, 5]: etruscan people interpreted this as an auspicious omen of the future Roman rule the world [Var. L. L. V, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 15; Serv. Aen. VIII, 345; Arnob. Adv. Nat. VI, 7; Isid. Orig. XV, 2, 31; Cas. Dio, Fr. II, 8].

The aedes had three cellae side by side: the central one was dedicated to Jupiter and contained a statue of the God who was holding Lightning terracotta work of the artisan Vulca Etruscan Veii, on holidays his face was painted red [Ov. Fast. I, 201-202; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111-112; XXXV, 157]. The cell on the right was dedicated to Minerva [Liv. VII, 3, 5] and the left in Juno Regina [CIL VI 32329, 9]; probably even these were statues of goddesses and each deity had its altar [Var. apud. Serv. Aen. III, 134]. The statue of Jupiter was dressed in a tunic adorned with palm branches and Victories (tunica palmata), covered by a purple toga embroidered with gold (toga picta, palmata), the same clothing of the generals who celebrated the triumph for which also reported the custom color of the body and face of red [Liv. X, 7, 10; XXX, 15, 11 – 12; Juv. X, 38; Hist. Aug. Alex. 40; Gord. 4; Prob. 7; Fest. 209; Serv. Aen. XI, 334; Plin. Nat. Hist. XXXIII, 111]. The beams of the roof were made of wood and on top of the gable was a terra cotta sculpture with Jupiter chariot always Vulca [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 16; XXXV, 157; Fest. 274; Plut. Popl. XIII], replaced it in 296 BCE by a bronze [Liv. X, 23, 12]. The corners of the roof were decorated with terracotta figures, including a statue of Summanus definitely ‘in pediment’ (a acroterion), whose head was struck by lightning in 275 BCE. [CIC. Div. I, 10; Liv. Epit. XIV]. In front of the staircase entrance, in the Capitoline, he was the great altar of Jupiter (Jovis ara), where he was offered a solemn sacrifice at the beginning of each year, on the occasion of the triumph and for special events [Suet. Aug. xciv; Zonaras VIII, 1; Fest. 285].

The first temple burned in 83 BCE. [Cic. Cat. III, 9; Sall. Cat. XLVII, 2; Tac. Hist. III, 72; App. B. C., 83; 86; Obseq. LVII; Plut. On. XXVII; Cassiod. To A. 671], together with the statue of Jupiter and the Sibylline Books that were preserved in a stone casket [Plut. De Isis, 71; see. Ov. Fast. I, 201; Dion. H. IV, 62]. The reconstruction was undertaken by Silla [Val. Max. IX, 3, 8; Tac. Hist. III, 72], which is said to have brought the white marble Corinthian columns from Athens Olympieion [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 45], but a coin of 43 BCE is Doric columns. The second temple was built on the foundations of the first, of which had the same dimensions, except for the fact to be higher [Tac. Cit .; Val. Max. IV, 4, 11], most expensive and most beautiful of the previous [Dion. H. IV, 61]. The great height of the building was not in keeping with the stilobato Catulo and tried to remedy by lowering the level of the Area Capitolina, but this was not possible due to the presence of numerous underground chambers (favisses) [Fest. 88; Gell. II, 10]. The structure was aerostila and the pediment, which were probably the golden statues, was built ‘tuscano blackberries’ [Vitr. III, 3, 35] The roof was supported by eagles ‘vetere ligno’ [Tac. cit.] and covered with tiles of gilded bronze [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 57; Sen. Contr. I, 6, 4; II, 1, 1]. A denarius of Petillio Capitoline 43 BCE shows the facade of the temple in which we can distinguish Roma standing on shields between two birds, with the wolf and twins on the right [see. Cas. Dio XLV, 1; Suet. Aug. xciv] and, sull’apex, a statue of Jupiter in the chariot. Inside the ancient terracotta statue was replaced by a gold and ivory representing Jupiter seated on a throne carved from a greek artist, perhaps Apollonius, in imitation of that of Zeus at Olympia [Joseph. Ant. Iud. XIX, 1, 2; Chalcid. In Plat. Tim. 338C].

In 69 AD the second temple burned again during the revolt of Vitellians [Tac. Hist. III, 71; Suet. Vit. XV; Cas. Dio. LXIV, 17; Stat. Silv. V, 3, 195-200]. It was rebuilt by Vespasian, always on the same plant, but with even greater height [Tac. Hist. IV, 4; 9; 53; Suet. Vesp. VIII; Cas. Dio LXV, 7, I; Plut. Popl. XV; Aur. Vict. Caes. IX, 7; ep. De Caes. IX, 8; Zon. XI, 17]. The coins of this period are a hexastyle building with Corinthian columns and statues of Jupiter (the central cell), Juno (left cell) and Minerva (cell to the right) in the central area between the columns, but differ in the number and location of figures that surmount the building: chariots, eagles, heads of horse and other items of identification difficult [Cohen Vesp. 486-493; Titus 242-245; Sun 533].

The third temple burned in 80 [Cas. Dio LXVI, 24] and was restored by Domitian [Suet. Sun V; Plut. Popl. XV; Eutrop. VII, 23; Chron. 146]. Work began in the same year [Act. Arv. Henzen, cvi. 115-116] and the dedication took place in 82 [Cohen, Sun 230]. The structure surpassed the previous magnificence was hexastyle with Corinthian columns of Pentelic marble, a material that was not used for any other building in the city [Plut. Popl. XV]. The doors and the roof tiles were golden [Zos. V, 38; Procop. b. Vand. I, 5]; perhaps they were brought four bronze columns made with beaks of the ships captured at Anzio [Serv. Georg. III, 29]. The pediment was decorated with bas-reliefs and the apex and the roof with statues like in the earlier buildings [Cohen, Sun 23, 174]. In the centuries following Ammianus [XVI, 10, 14; XXII, 16, 12] and Ausonius [Clar. Urb. XIX, 17] they wrote with admiration.

The destruction of the last temple began in the fifth century. when Stilicho carried off the golden panels of doors [Zos. V, 38]. Genserico took away half of the tiles [Procop. B. Vand. I, 5], but in the sixth century was still considered one of the wonders of the world [Cassiod. Var. VII, 6]. In 571. The Byzantine general Narses carried off the statues, or at least most of them [Chron. Min. I, 336 (571]. In the twelfth century a bull of Pope Anacleto I still refers to the temple, but then did not had more news.

The temple of Jupiter Optimus Maximus was the center of religious life of the Roman state during the Republic and the Empire and had great political importance: the consuls were offering a sacrifice when you came into office, the Senate met there in solemn assemblies, was the destination of the triumphal processions, the archive of documents relating to foreign relations. It was the symbol of the sovereignty, power and immortality of Rome. (Rosch. II, 720-739; Jord. I, 2, 94-95).

The introduction of the cult of Jupiter Optimus Maximus, marked a turning point in religion and in politics Roman, which was also highlighted through the sacred law that required it to fix each year, the Eidus of September, a nail (clavis annalis [Fest. 56]) in the wall that divided the Caella of Jupiter from that of Minerva to mark the passing of the years. This custom, probably of Etruscan origin, stressed the power of Jupiter on time and on the fate of Rome and essentially sanctioned a new beginning of its history.

Originally, probably before the consulate became a stable judiciary, that office was up the praetor maximus, the highest political authority in the city, then passed to the consuls, but quickly such custom was forgotten, provoking the anger of the gods. For this reason it was created a dictator who had the sole task to perform this ritual: dictator clavi fingendi because [Liv. VII, 3; VIII, 18; IX, 28]

 

Epulum Jovis

During the Roman Games and Ludi Plebei, he was celebrated a solemn sacrificial banquet in the Capitol. This celebration was what made these sacred games in the strict sense [Cas. Dio. LI, 1, 2]. In the dialectic between the worship of Jupiter and Jupiter Latiare and between Roman Games and Feriae Latinae, the Epulum jovis was the counterpart of the sacred banquet that took place on Mount Albano. Instead representatives of Latin cities, in Rome was attended by senators, those who, ultimately, were divided the imperium given by Jupiter (the auspicia empires that, from the age of the monarchy, were in the hands of the senators, as evidenced by the formula that marks the beginning of interregnum: auspicia ad patres redeunt) whose action they gave to the magistrates.

In ancient times the Epulum was under the responsibility of the pontefices, then, in 196 BCE, was established the College of epulones, members of the priestly hierarchy [Cas. Dio. LIII, 1; Suet. Aug. C; Tac. An. III, 64 ff], which were designed to hold and organize the Epulum Jovis [Fest. 78; CIC. Orat. III, 19, 73], the pontifices, however, maintained the supervise on the ceremony as well as on other activities that took place during the period of the games, in order to detect errors that would have required an atonement [CIC. Har. Resp. X; Cas. Dio. XLVIII, 32]. At first they were 3, but their number was gradually increased to 10 [Cas. Dio. XLIII, 51]. Since, under the name of Epulum Jovis, this event will only appear in the calendars of the imperial era epigraphic [see. Cas. Dio. XLVIII, 52], and a few references in ancient sources would think that there was only a Epulum Jovis during the year (in the calendars of the imperial era are mentioned two, one at the Roman Games in September, the other in during the Ludi Plebei in November) [Arnob. Adv. Nat. VII, 32], it has been suggested that in the Republican era the Epulum of the Romans Games was not dedicated to Jupiter, but perhaps to Minerva [menol. Val. CIL I, 359] or to the Capitoline Triad, as however all the gods of the triad attended the banquet; later, because of the influence of the epulum Iovis in the Ludi Plebei, also this Epulum was dedicated to Jupiter, while remaining the participation of other goddesses.

On the appointed day, after they had carried out the sacrifices in honor of the Capitoline Triad, the meats were consumed in a solemn banquet attended by the senators [Gel. XII, 8], who enjoyed the jus publice epulandi [Suet. Aug. XXXV], (also women could be present [August. CD VI, 10]), before the statues of the gods [Cas. Dio. LIV, 4]: according to the roman habit Jupiter was lying on a triclinium, while Juno and Minerva, sitting [Val. Max. II, 1, 2]. Usually on these occasions they were sung hymns to the gods, may be extolling the actions of men [CIC. Brut. XIX; Tusc. IV, 4]; libations were made [Cic. Har. Resp. X], as the symbol of epulones was the patera. With the passage of time in this college remained only the task of singing religious hymns.

Common people received the meat of sacrificed animals and could consume on tablets prepared in the Forum [Liv. XXXIX, 46], in case of bad weather, they were hoisted tents, but it was considered a bad omen.

On this day the praetor maximus, or other officer, jabbed a nail in the wall of the temple, clavus annalis [Liv. VII, 3, 5; Cas. Dio. LV, 10, 4], the legacy of a custom of Etruscan origin, of which there were traces in the temple of the Goddess Northia to Volsini [Liv. VIII, 3], deity comparable to Roman Fortuna [Liv., VII, 13; Juv. Sat. X, 74; Hor. Car. I, 35, 17 et seq.]

 

Picture

Titus AR Cistophoric Tetradrachm. Ephesus, AD 80-81. Laureate head right / Tetrastyle Temple of Jupiter Optimus Maximus, enclosing figures of Juno, Jupiter seated, and Minerva. RIC 515 (R); RPC 860

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NON. SEPT. (5) F

Jovi Statori

Secondo la tradizione, un primo luogo di culto dedicato a Juppiter Stator, sarebbe stato dedicato da Romolo, durante la guerra contro i Sabini, mentre l’esercito romano veniva respinto dalla valle del foro lungo le pendici del Palatino fino alla Porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 6; 41, 4; Tac. Ann. Ann. XV, 41; Serv. Aen. VIII, 635; 640; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50; Flor. I, 1, 13; Aurel. Vict. De vir. Ill. II, 8; Cic. Catil. I, 13, 33]: alcune fonti non parlano di un tempio, bensì di un fanum [Liv. X, 37, 15; Cic. Catil. I, 13, 33], quindi di un luogo di culto recintato, ma all’aperto. La sua localizzazione e la data della dedica non sono noti, benché alcuni propendano per il Eid. Jan [Cal. Philoc.], oppure il 27° dello stesso mese.

Nel 294 aev, il console M. Atilius Regulus formulò un voto simile a quello di Romolo in un momento critico di una battaglia contro i Sanniti e, immediatamente dopo la vittoria costruì un tempio a Juppiter Sator [Liv. X, 36, 11; 37, 15] forse sul luogo in cui sorgeva l’antico fanum. La sua esatta ubicazione è incerta, ma doveva trovarsi sulle pendici del colle Palatino che guardavano il Foro, nei pressi di un’antica porta [Ov. Fast. VI, 794; Trist. III, 1, 32; Dion. H. II, 50; Plut. Cic. XVI; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. B. C. II, 2], nella Regio IV. In un rilievo è rappresentato come esastilo, di ordine corintio e rivolto al clivio Palatino.

Cicerone vi riunì il Senato, cosa non inusuale sembra [Cic. Cat. II, 12; Plut. Cic. XVI] e vi era conservato un inno liturgico compost da Livio Andronico [Liv. XXVII, 37, 7 – 8]. Ovidio dà come data della dedica il 27° Jan, [Ov. Fast. VI, 793] ma essa si riferisce probabilmente ad un restauro, poiché il calendario di Anzio porta il 5° Sept [ILLRP 9]. Il tempio viene menzionato in iscrizioni dell’età imperiale [CIL VI, 434 – 435], fino al IV sec.

Un secondo tempio, costruito assieme a quello di Juno Regina e al Porticus Metelli, fu dedicato da Q.  Caecilius Metellus Macedonicus dopo il suo trionfo del 146 aev. [Vell. I, 1, 3]. Era chiamato anche aedes Iovis Metellina [Fest. 363] e aedes Metelli [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 40; CIL VI, 8708]. Si trovava all’interno del Prticus Metelli [Vitr. III, 2, 5], vicino al circus Flaminius [Macr. Sat. III, 4, 2; Hemer. Urb., CIL I2, 252; 339], in un area che oggi è al di sotto della chiesa di S. Maria in Campitelli, a est del tempio di Juno. Gli storici romani affermano che Metello fu il primo a costruire un tempio interamente in marmo, tale affermazione si riferisce probabilmente ad entrambi gli edifici sacri. Di fronte al tempio di Giove, Metello fece porre la statua equestre di Alessandro Magno scolpita da Lisippo [Fest. 363; Plin. Nat. Hist. XXXVI, 24; 34; 40]. Secondo Vitruvio [Vitr. III, 2, 5] il tempio fu costruito dall’architetto Hermodoro of Salamina ed era un esempio di periptero con sei colonne sul fronte e undici sul lato. Lo spazio tra le colonne era uguale a quello tra le colonne e il muro della cella; tra le decorazioni vi erano la rappresentazione di una lucertola e una rana (σαύρα, βάτραχος), da cui sorse la leggenda che gli architetti fossero due spartani Saurus and Batrachus e inoltre che le decorazioni dei templi di Juno e Juppiter fossero state invertite per un errore degli operai, per cui le statue delle divinità si trovavano nel posto sbagliato [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 42 – 43].

Dopo il 14 aev. Augusto ricostruì il Porticus Metelli, o lo rimpiazzò col Porticus Octaviae e restaurò anche il tempio che divenne forse noto come aedes Iovis porticus Octaviae [CIL VI, 8708]. I templi di Juno e Juppiter sono rappresentati su un frammento (33) della Mappa di Marmo: il primo come esastilo prostilo, il secondo come esastilo e periptereo, ma con dieci colonne sul lato anziché undici, differenza che può essere dovuta al restauro di Augusto. Un ulteriore restauro avvenne sotto l’imperatore Severo.

Le rovine dei due templi sono oggi, per la maggior parte, inglobate nelle case di Via di S. Angelo in Pescheria.

 

Jovi Statori

According to tradition, the first place of worship dedicated to Jupiter Stator, was dedicated by Romulus, during the war against the Sabines, while the Roman army was dismissed from the downstream of the orifice along the slopes of the Palatine to Porta Mugonia [Liv. I, 12, 3-6; 41, 4; Tac. Ann. Ann. XV, 41; Serv. Aen. VIII, 635; 640; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50; Flor. I, 1, 13; Aurel. Vict. De vir. Ill. II, 8; Cic. Catil. I, 13, 33]: some sources do not speak of a temple, but a fanum [Liv. X, 37, 15; Cic. Catil. I, 13, 33], so a fenced place of worship, but outdoors. Its location and the date of the dedication are not known, although some propendano for Eid. Jan [Cal. Philoc.], Or the 27th of the same month.

In 294 BCE, the consul M. Atilius Regulus formulated a similar rating to that of Romulus at a critical moment of a battle against the Samnites and, immediately after the victory he built a temple to Jupiter Sator [Liv. X, 36, 11; 37, 15], perhaps on the site of the ancient fanum. Its exact location is uncertain, but it had to be located on the slopes of the Palatine hill watching the Forum, near the old port [Ov. Fast. VI, 794; Trist. III, 1, 32; Dion. H. II, 50; Plut. Cic. XVI; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. B. C. II, 2], in Regio IV. In a relief it is represented as hexastyle, of Corinthian order and turned to Clivio Palatine.

Cicero he rejoined the Senate, which is not unusual seems [Cic. Cat. II, 12; Plut. Cic. XVI] and there was preserved a liturgical hymn compost from Livius Andronicus [Liv. XXVII, 37, 7 – 8]. Ovid given as the date of the dedication the 27th Jan, [Ov. Fast. VI, 793] but it probably refers to a renovation, since the calendar of Anzio brings the 5th Sept [ILLRP 9]. The temple is mentioned in the imperial age inscriptions [CIL VI, 434-435], until the fourth century.

A second temple, built together with that of Juno Regina and the Porticus Metelli, was dedicated by Q. Caecilius Metellus macedonicus after his triumph in 146 BCE. [Vell. I, 1, 3]. It was also called aedes Iovis Metellina [Fest. 363] and aedes Metelli [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 40; CIL VI, 8708]. He was inside the Prticus Metelli [Vitr. III, 2, 5], near the circus Flaminius [MACR. Sat. III, 4, 2; Hemer. Urb., CIL I2, 252; 339], in an area which is now below the church of S. Maria in Campitelli, east of the Temple of Juno. Roman historians say that Metellus was the first to build an entirely of marble temple, that statement probably refers to both the sacred buildings. In front of the temple of Jupiter, Metellus had he placed the equestrian statue of Alexander the Great sculpted by Lysippos [Fest. 363; Plin. Nat. Hist. XXXVI, 24; 34; 40]. According to Vitruvius [Vitr. III, 2, 5], the temple was built by Hermodoro of Salamina and was an example of peripteral with six columns on the front and eleven on the side. The space between the columns was equal to that between the columns and the wall of the cell; among the decorations there were the representation of a lizard and a frog (σαύρα, βάτραχος), from which arose the legend that architects were two Spartans Saurus and batrachus and also that the decorations of the temples of Juno and Jupiter had been reversed to an error workers, for which the statues of the gods were in the wrong place [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 42-43].

After 14 BCE. Augustus rebuilt the Porticus Metelli, or replaced it with Porticus Octaviae and also restored the temple that became perhaps known as aedes Iovis porticus Octaviae [CIL VI, 8708]. The temples of Jupiter and Juno are represented on a fragment (33) Map of Marble: the first as hexastyle prostyle, the second as hexastyle and periptereo, but with ten columns on the side instead of eleven difference may be due to the restoration of Augustus. Another restoration took place under the Emperor Severus.

The ruins of the two temples are now, for the most part, incorporated in the houses of Via di S. Angelo in Pescheria.

 

Picture

GORDIAN III (238-244). Denarius. Rome. Obv: IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG.  Laureate, draped and cuirassed bust right. Rev: IOVIS STATOR.  Jupiter standing facing, head right, with sceptre and thunderbolt. RIC 112.

KAL. SEPT. (1) F

Jovi Tonanti in Capitolio

Un tempio a Giove Tonante fu edificato da Augusto, dopo che un fulmine gli cadde vicino durante una campagna militare in Spagna. L’edificio sacro fu costruito sul colle Capitolino e dedicato alle Kal. Sept. del 22 aev. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. ad Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). Il nome Juppiter Tonans era una traduzione del greco Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], che appare anche traslitterato in latino in due iscrizioni [CIL VI, 432; 2241]. Era famoso per la sua magnificenza [Suet. Cit.]: i muri erano di marmo [Plin. Nat. Hist.  XXXVI, 50] e racchiudeva numerose opera d’arte [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78 – 79]. Augusto lo visitava spesso e, in un’occasione si dice che abbia sognato che Giove si lamentasse che la popolarità del nuovo tempio avesse allontanato i devoti dal grande tempio Capitolino; al che Augusto rispose che Giove Tonante era solo il guardiano delle porte di Giove Capitolino e fece appendere delle campane ai timpani del primo per indicare questa relazione [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. Questo dimostra che il nuovo tempio doveva trovarsi molto vicino all’ingresso di quello più antico e quindi all’angolo sud-est della collina, sopra il foro [cfr. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44 – 46]. Il tempio è rappresentato su alcune monete di Augusto come esastilo con al centro una statua di Giove che in una mano tiene I fulmini e nell’altra lo scettro, forse la riproduzione di una famosa opera di Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in Aventino

Il tempio di Juppiter Libertas (poi chiamato Juppiter Liber) sull’Aventino, probabilmente vicino a quello di Juno Regina, fu originariamente dedicato alle Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov(i) Leibert(ati)]. Restaurato da Augusto, fu ridedicatio alle Kal. Sept.  [Fast. Arv. ad Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Iuppiter Liber]. L’edificio sacro era dedicato a due divinità: Juppiter (probabilmente con l’epiteto Liber) e Libertas. Non conosciamo la data della sua costruzione, ma sembra che sia avvenuta da parte di Ti. Sempronius Gracchus, console nel 238 aev, che l’avrebbe dedicato a Libertas. All’interno vi era un dipinto che celebrava la sua vittoria a Benevento del 214 aev [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. L’edificio è rappresentato sul verso di un denario coniato da Cn. Egnatius Maxumus nel 75 aev. attraverso due colonne della facciata appaiono due statue di culto, identificate ocme Juppiter (contraddistinto dal simbolo del fulmine sul timpano sovrastante) e Libertas (contrassegnata dal pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

L’edificazione di questo tempio avvenne in un periodo di grandi cambiamenti sociali nella Roma repubblicana: durante la guerra contro Annibale, lo stato fu costretto a procedere all’arruolamento di 24000 servi [Val. Max. VII, 6, 1], cui sono da aggiungere 8000 volontari sempre di condizione servile [Liv. XXII, 57, 11]. Fautore di questi arruolamenti fu lo stesso Ti. Sempronoius Gracchus, che sconfisse i carteginesi a Benevento, anche grazie all’apporto di questi combattenti. In cambio del loro servizio nell’esercito romano, i servi furono affrancati e ottennero la cittadinanza romana. Pochi anni dopo, nel 197 aev. durante il trionfo di C. Cornelius Cethegus (a seguito della vittoria sugli Insubri) e nel 194 aev. durante quello di Ti. Flaminius, si videro ancora masse di schiavi affrancati dai generali vincitori [Liv. XXXIII, 23, 1 – 6; XXXIV, 52, 12].

Si spiega in questo contesto la dedica di un tempio a Libertas, divinità tutelare dgli schiavi manomessi. Juppiter Liber appare probabilmente in relazione all’acquisizione della cittadinanza da parte dei liberti e come garante del giuramento che essi prestavano, jusjurandum libertati (la presenza di Juppiter alla cerimonia della manumissio è attestata anche nel santuario di Feronia a Terracina [Serv. Aen. VIII, 564; Plaut. Amph. 460 – 462]). Possiamo anche notare le analogie tra la manumissio e il rito dell’assunzione della toga virilis da parte dei giovani romani (a tale analogia rimanda anche la dedica, nello stesso periodo, di un tempio a Juventas, Dea dei nuovi togati [August. C. D. IV, 11]): gli schiavi che si accingevano alla manumissio, così come i giovani romani, venivano rasati e veniva loro imposto il pilleum bianco [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], simbolo del loro nuovo status, analogo, nella funzione, alla toga pura (è però vero, che coloro che combatterono a Benevento, ricevettero il diritto di indossare, come segno dell’ottenimento della cittadinanza, una toga bianca pretextata e il lorum, un amuleto, simile alla bulla [Liv. Cit.]).

 

Junoni Regina in Aventino

Il tempio sull’Aventino fu votato da Camillo alla Juno Regina di Veio, prima della presa della città, nel 396 aev, e da lui dedicato nel 392 aev [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. All’interno fu posta la statua lignea della Dea proveniente dalla città conquistata, dopo l’evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. VI; Val. Max. I, 8, 3] ed è spesso menzionato in occasione della procuratio di prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cfr XXVII, 37, 7]. Fu ridedicato da Augusto, probabilmente nello stesso giorno del suo dies natalis.

 

Jovi Tonanti in Capitolio

A temple to Jupiter the Thunderer was built by Augustus, after a lightning fell by during a military campaign in Spain. The church was built on the Capitoline Hill, dedicated to Kal. Sept. 22 BCE. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. to Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). The name Jupiter Tonans was a greek translation Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], Which also appears transliterated in Latin inscriptions in two [CIL VI, 432; 2241]. It was famous for its magnificence [Suet. Cit.]: The walls were marble [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 50] and contained numerous art work [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78-79]. Augusto frequently visiting him and, on one occasion is said to have dreamed that Jupiter complained that the popularity of the new temple the devotees had departed from the great Capitoline temple; to which Augustus said that Jupiter Thunderer was only the guardian of the gates of Jupiter and made hanging of the bells to the ears of the first to show this relationship [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. This shows that the temple had to be very close to the entrance of the older one and then at the southeast corner of the hill, above the hole [see. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44-46]. The temple is represented on some coins of Augustus as hexastyle with a central statue of Jupiter in a hand he holds Lightning and in the other a scepter, perhaps playing a famous work of Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in ​​Aventino

The temple of Jupiter Libertas (then called Jupiter Liber) on the Aventine, probably close to that of Juno Regina, was originally dedicated to the Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov (i) Leibert(ati)]. Restored by Augustus, it was re-dedicated to Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Jupiter Liber]. The church was dedicated to two gods: Jupiter (probably with the epithet Liber) and Libertas. We do not know the date of its construction, but it seems to have occurred by you. Sempronius Gracchus, consul in 238 BCE, that would dedicate to Libertas. Inside there was a painting celebrating his victory at Benevento in 214 BCE [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. The building is represented on the reverse of a denarius coined by Cn. Egnatius Maxumus in 75 BCE. through two columns of the facade appear two statues of worship, identified OCME Jupiter (marked with the lightning symbol on the tympanum) and Libertas (marked pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

The construction of this temple took place in a period of great social changes in Republican Rome: during the war against Hannibal, the state was forced to carry out the enrollment of 24000 servants [Val. Max. VII, 6, 1], which is to add more and bondage 8000 volunteers [Liv. XXII, 57, 11]. Proponent of these enlistments was the same Ti. Sempronoius Gracchus, who defeated the Carthageans in Benevento, also thanks to these fighters. In exchange for their service in the Roman army, the servants were freed and obtained Roman citizenship. A few years later, in 197 BCE. during the triumph of C. Cornelius Cethegus (following the victory over Insubri) and in 194 BCE. during one of Ti. Flaminius, they still saw masses of freed slaves from the general winners [Liv. XXXIII, 23, 1-6; XXXIV, 52, 12].

He explains in this context the dedication of a temple to Libertas, tutelary deity dgli tampered slaves. Jupiter Liber appears likely related to the acquisition of citizenship by freedmen and as a guarantor of the oath that they lent, jusjurandum Libertati (the presence of Jupiter in the ceremony of manumissio is also attested in the sanctuary of Feronia in Terracina [Serv. Aen. VIII , 564; Plaut. Amph. 460-462]). We can also note the similarities between the manumissio and the ritual of taking the toga virilis by young Romans (in this analogy also see the dedication, in the same period, of a temple at Juventas, Goddess of the new stipendiary [August. CD IV , 11]): the slaves who were about to manumissio, as well as the young Romans, were shaved and they were told the pilleum white [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], a symbol of their new status, similar in function to the pure toga (it is true that those who fought in Benevento, received the right to wear, as a sign of obtaining the citizenship, a white toga pretextata and Lorum, an amulet, like bulla [Liv. Cit.]).

Junoni Reginae in Aventino

The temple on the Aventine was voted by Camillo to Juno Regina of Veii, before the taking of the city, in 396 BCE, and he dedicated in 392 BCE [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. It was placed inside a wooden statue of the Goddess from the conquered city after Evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. YOU; Val. Max. I, 8, 3] and is often mentioned during the procuratio of prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cf. xxvii, 37, 7]. It was rededicated by Augustus, probably on the same day of his Dies Natalis.

 

Picture

Augustus. Silver Denarius (3.80 g), 27 BC-AD 14. Colonia Patricia(?), ca. 19 BC. CAESAR AVGVSTVS, bare head of Augustus left. Reverse IOV TO[N], hexastyle temple of Jupiter containing statue of the god standing left, holding thunderbolt and scepter. RIC 64; BMC p. 64, note; RSC 180

XII KAL. SEPT. (19) FP

VINALIA RUSTICA

Questo giorno è marcato FP nel calendario Maffeiano. Si tratta di un’antica festa collegata alla produzione del vino, il fatto che fosse chiamata Vinalia Rustica indica che si svolgeva nelle campagne, a differenza dei Vinalia Priora che si svolgevano in città, dopo che vi era stato condotto il fino a fine fermentazione. L’aition era lo stesso dei Vinalia Priora (vedi Vinalia Priora aition), l’episodio della consacrazione del vino del Lazio a Giove da parte di Enea era riferito da alcuni autori alla festa di Aprilis, da altri a quella di Sextilis, da altri ancora ad entrambe (vedi Vinalia Priora).

Il significato di questa festività era però andato perso già all’epoca di Varrone, ed essa era divenuta una ricorrenza in onore di Venere. Nel De Lingua Latina, l’antiquario così la definisce

… in questo giorno fu dedicato un tempio a Venere (al Circo Massimo) ed i giardini le furono consacrati. Questo giorno è festivo per i giardinieri… [Var. L. L. VI, 20]

La commistione tra le feste vinali, in origine consacrate a Giove ed il culto di Venere è già stato discusso in occasione dei Vinalia Priora (vedi Vinalia Priora per la bibliografia). Alcuni autori hanno ritenuto che tale slittamento sia dovuto all’interpretazione della Dea come protettrice dei giardini (che è comunque tarda), ma la vite non era tra le piante che vi erano coltivate, quindi non si vedrebbe il legame. Altri hanno ritenuto che gli antichi pensassero che per la fruttificazione della vite fosse necessaria l’unione del potere fecondante del cielo (Giove) e di quello fruttificante della natura (Venere), ma non si capisce come tale unione dovesse essere necessaria solo per la vite, inoltre Venere non rappresentava tale potere.

È probabile che la relazione tra Venus e vinum si dovesse ricercare nell’idea che la bevanda alcolica fosse una sorta di droga, di filtro magico e quindi di venenum [Dig. L, 13, 236].  Nell’arcaico *uenus che ha dato poi Uenus e uenenum andrebbe ricercata la relazione tra la Dea del fascino e la bevanda inebriante (vedi mensis Aprilis per la bibliografia).

Plinio menziona i Vinalia (anche se non specificato dall’autore si tratta dei Rustica in quanto i Priora sono troppo lontani dal tempo della vendemmia) tra le feste celebrate per chiedere la protezione degli Dei sui prodotti agricoli poco prima del tempo della loro maturazione assieme ai Robigallia ed ai Floralia [Plin. Nat. Hist. XVIII, 284], oppure come festa in cui si invocava sui grappoli in maturazione, la protezione contro le tempeste di fine estate [Plin. Nat. Hist. XVIII, 289]. Secondo Festo invece si festeggiava l’arrivo del vino nuovo in città [Fest. 264], ma questo implicherebbe che il vino fosse lasciato in fermentazione per quasi undici mesi.

La maggior parte degli autori moderni ritiene invece, seguendo Varrone, che in questo giorno avvenisse l’auspicatio vindemiae: il flamen dialis sacrificava un agnella a Juppiter e quindi coglieva dei grappoli dai tralci che offriva assieme agli exta dell’animale [Var. L. L. VI, 16]. Si trattava della cerimonia che dava l’avvio ufficiale alla vendemmia. Questa ipotesi è stata contestata in base al fatto che in Plinio troviamo che la vite è considerata matura all’equinozio di autunno [Plin. Nat. Hist. XVIII, 319], ma questa data è troppo avanzata per l’inizio della vendemmia, infatti, nel Codex Theodosianus, le feriae vindemiales durano dal X Kal. Sept. alle Eidus Oct. [Cod. Theod. II, 8, 19], ovvero iniziano solo due giorni dopo i Vinalia. Il rituale descritto darebbe anche conto dell’indicazione FP per questo giorno, infatti, tale sigla è stata interpretata come fastus principio ed avrebbe indicato un tipo particolare di giorno intecisus, che, al contrario di quelli marcati EN, era fastus all’inizio, perché si svolgeva l’auspicatio, nefastus dopo mezzogiorno, momento in cui venivano offerti gli exta e quindi di nuovo fastus.

Una succinta descrizione di questo rito ci viene da Varrone [Var. L. L. VI, 16]: in un luogo non definito, il flmen dialis prendeva gli auspici per l’inizio della vendemmia, dopodiché sacrificava un’agnella a Juppiter: tra il momento in cui la vittima era il sacrificio era computo e quello in cui gli exta erano presentati sull’altare, il flamen coglieva il primo grappolo d’uva, che probabilmente sarebbe stato offerto come augmenta assieme alle parti dell’animale destinate al Dio. La struttura del rito è tale per cui, dopo l’uccisione della vittima e la litatio, vi è una cesura in cui il celebrante compiva un’operazione non strettamente legata all’azione sacrificale, il che renderebbe conto del carattere intercisus della celebrazione. Va notato anche che i grappoli non erano l’oggetto del sacrificio, che è invece l’agnella, ma vengono aggiunti solo alla fine, come primizia, a titolo onorifico.

Questo rito era anche il primo atto del processo, che seguiva precise prescrizioni religiose, di raccolta dell’uva e produzione del vino. Se le norme fossero state seguite correttamente sarebbe stata garantita la purezza rituale del vino, così da poterlo usare durante le cerimonie religiose. Attraverso l’offerta dei primi grappoli, si consacrava a Juppiter tutto il vino che sarebbe stato prodotto, come avviene nell’aition, (a patto che non si trasgredisse alle norme rituali) così questo liquido diveniva tementum [Gel. X, 23, 1; Plin. Nat. Hist. XIV, 88 -90], vinum purum gradito a Giove e principale offerta nelle cerimonie religiose.

Veneri ad Circum Maximum

Secondo Livio il tempio di Venus Obsequens al Circo Massimo fu costruito da Q. Fabius Maximus Gurges quando era edile curule a spese di alcune matrone che erano state accusate di adulterio e dedicato nel 295 aev [Liv. X, 31]. Servio invece scrive che Q. Fabius Maximus Gurges votò il tempio dopo la guerra contro i Sanniti e che lo costruì poco dopo, quindi attorno al 292 – 291 aev [Serv. Aen. I, 720]. Le due attribuzioni hanno suscitato un dibattito tra gli studiosi moderni e si è tentato inutilmente di conciliarle. Oggi quella preferita è quella liviana. L’edificio si trovava alle pendici dell’Aventino, dietro il Circo Massimo [Liv. XXIX, 37, 2; XLI, 27, 9; Fest. 265] e la data della dedica era il 19° Sext. [Fast. Vail. ad xIv Kal. Sept; CIL I2 pg 240; 325; ILLRP 9]

Ai Vinalia Rustica fu dedicato anche un altro tempio a Venus Libitina [Fest. 265; Plut. Q. R. 23], situato nel locus Libitinae, sull’Esquilino, non si sa però quando fu costruito. Libitina era probabilmente un’antica Dea dell’oltretomba o una divinità psicopompa: gli autori moderni mettono il suo nome in relazione con l’etrusco *lupu-, morire, forse in relazione con Alpanu. All’epoca delle nostre fonti Libitina (Lubitina, Lubentia, Libentina [Var. L. L. IV, Fr 7 apud Non. 64]) era identificata con un aspetto infero di Venus [Var. L. L. IV, Fr 7 apud Non. 64; CGL V, 30, 14]; Varrone fa derivare il suo nome da lubere, provare piacere [Var. L. L. VI, 47; CGL V, 30, 14].

Il suo bosco sacro (lucus Libitinae) sorgeva sull’Esquilino nei pressi di una necropoli ed era la sede del collegio dei libitinarii [Hor. Ep. I, 7, 6 seg; Sen. Ben. VI, 38, 4]. Secondo la tradizione, Servio impose che per ogni defunto si versasse un obolo a Libitina [Dion. H. IV, 15, 5; Plut. Q. R. 23], così nel suo tempio furono tenute le liste dei deceduti e tutto quanto era donato per i funerali [Dion. H. IV, 15; Fest. 265; Plut. Q. R. 23; Num. XII; Obseq. 12; CIL VI, 9974; 10022; 33870].

Poiché i calendari epigrafici non riportano la dedica di questo edificio, è molto probabile che non si trattasse di un aedes publica.

 

Vinalia rustica

This day is marked in FP Maffeiano calendar. It is an ancient festival related to wine production, the fact that it was called Vinalia Rustica indicates that took place in the countryside, unlike Vinalia Priora that took place in the city, after there had been led up to the end of fermentation. The aition was the same of Vinalia Priora (see Vinalia Priora aition), the episode of the Lazio consecration of the wine to Jupiter by Enea was reported by some authors to Aprilis party, other than that of Sextilis, other even to both (see Vinalia Priora).

The significance of this festival, however, was lost already at the time of Varro, and it had become a celebration in honor of Venus. In De Latin language, the antique dealer with this definition

… On this day he was dedicated a temple to Venus (Circo Massimo) and the gardens were consecrated. This day is a holiday for gardeners … [Var. L. L. VI, 20]

The mix between the parties Vinali, originally consecrated to Jupiter and the cult of Venus has already been discussed at the Vinalia Priora (see Vinalia Priora for the bibliography). Some authors have considered that this shift is due to the interpretation of the Goddess as the protector of the gardens (which is still late), but the screw was not among the plants that were cultivated, so you would not see the link. Others felt that the ancients thought that for fruiting vine was necessary the union of the fertilizing power of heaven (Jupiter) and the fructifying nature (Venus), but it is unclear how such a union would be required only for the screw Moreover Venus did not represent such power.

It is likely that the relationship between Venus and vinum you were to look into the idea that the spirit drink was some sort of drug, the magic filter and then venenum [Dig. L, 13, 236]. Nell’arcaico * uenus that gave then Uenus uenenum should be sought and the relationship between the goddess of charm and strong drink (see mensis Aprilis for bibliography).

Pliny mentions Vinalia (although not specified by the author is the Rustica because Priora are too far from the harvest time) between the festivals celebrated to ask the protection of the Gods on the little agricultural products ahead of time of their maturation together with Robigallia and the Floralia [Plin. Nat. Hist. XVIII, 284], or as a party where there was a call on the grapes ripening, protection against storms of late summer [Plin. Nat. Hist. XVIII, 289]. According to Festo instead he celebrated the arrival of the new wine in the city [Fest. 264], but this would imply that wine was left to ferment for nearly eleven months.

Most modern authors believe however, following Varro, that in this day happen the auspicatio vindemiae: the flamen Dialis sacrificed a lamb to Jupiter and then caught the bunches from the shoots that offered together with the animal’s exta [Var. L. L. VI, 16]. It was the ceremony which gave the official start to the harvest. This hypothesis has been challenged on the grounds that in Pliny we find that the screw is considered ripe autumn equinox [Plin. Nat. Hist. XVIII, 319], but this date is too advanced for the start of the harvest, in fact, in Codex Theodosianus, the feriae vindemiales last from X Kal. Sept. to Eidus Oct. [Cod. Theod. II, 8, 19], or begin just two days after the Vinalia. The described ritual would also give indication FP account for this day, in fact, this symbol has been interpreted as fastus principle and would indicate a particular type of intecisus day, that, contrary to those marked EN, was fastus the top, because took place the auspicatio, nefastus after noon, when the exta and then again fastus were offered.

A short description of this rite comes from Varro [Var. LL VI, 16]: in an undefined place, the flmen Dialis took the auspices for the start of the harvest, then sacrificed a lamb to Jupiter: between the time when the victim was the sacrifice was counting and one in which exta were presented on the altar, the flamen caught the first bunch of grapes, which probably would have been offered as augmenta along with animal parts intended for God. the structure of the rite is such that, after the killing of the victim and the litatio, there is a break in which the celebrant He performed an operation not strictly linked sacrificial action, which would make intercisus account the character of the celebration. It should also be noted that the clusters were not the object of the sacrifice, which is instead the lamb, but are only added to the end of the first fruits, on a voluntary basis.

This ritual was also the first act of the trial, which followed precise religious prescriptions, the grape harvest and wine production. If the rules had been followed properly would be guaranteed the purity of the wine ritual, so you can use during religious ceremonies. By offering the first grapes, was consecrated to Jupiter all the wine would be produced, as is nell’aition, (provided it does not transgress the ritual laws) making this liquid became tementum [Gel. X, 23, 1; Plin. Nat. Hist. XIV, 88 -90], vinum purum pleasing to Jupiter and main offering in religious ceremonies.

Veneri ad Circum Maximum

According to Livy the temple of Venus Obsequens the Circus Maximus was built by Q. Fabius Maximus Gurges when he was curule construction at the expense of some matrons who had been accused of adultery and dedicated in 295 BCE [Liv. X, 31]. Servio instead writes that Q. Fabius Maximus Gurges voted the temple after the war against the Samnites and who built a little later, so around 292-291 BCE [Serv. Aen. I, 720]. The two powers have stirred debate among modern scholars and has unsuccessfully tried to reconcile them. Today, the preferred is the Livy’s one. The building was located on the Aventine hill, behind the Circo Massimo [Liv. XXIX, 37, 2; XLI, 27, 9; Fest. 265] and the date of the dedication was the 19th Sext. [Fast. Vail. ad XIV Kal. Sept; CIL I2 pg 240; 325; ILLRP 9]

To Vinalia Rustica it was also another temple dedicated to Venus Libitina [Fest. 265; Plut. Q. R. 23], located in Libitinae locus, on the Esquiline, but you do not know when it was built. Libitina was probably an ancient goddess of the underworld or PSYCHOPOMP deities: modern authors put his name in connection with the Etruscan * lupu-, dying, perhaps in connection with Alpanu. At the time of Libitina sources (Lubitina, Lubentia, Libentina [Var. L. L. IV, Fr 7 apud no. 64]) was identified with an aspect inferior of Venus [Var. L. L. IV, Fr 7 apud no. 64; CGL V, 30, 14]; Varro derives its name from lubere, taking pleasure [Var. L. L. VI, 47; CGL V, 30, 14].

Her sacred grove (lucus Libitinae) stood on the Esquiline near a cemetery and was the seat of the college of libitinarii [Hor. Ep. I, 7, 6 seg; Sen. Ben. VI, 38, 4]. According to tradition, Servio demanded that for each deceased poured a donation to Libitina [Dion. H. IV, 15, 5; Plut. Q. R. 23], as well as a temple were kept lists of the dead and everything was donated for the funeral [Dion. H. IV, 15; Fest. 265; Plut. Q. R. 23; Num. XII; Obseq. 12; CIL VI, 9974; 10022; 33870].

Since epigraphic calendars do not show the dedication of this building, it is very likely that it was not an aedes publica.

 

Picture

Julia Domna AV Aureus. Rome, AD 193-196. IVLIA DOMNA AVG, draped bust of Julia Domna right, her hair in six waves and bound up at the back / VENERI VICTR, Venus standing right, seen from behind, half nude with drapery hanging low beneath her posterior, holding palm branch in her left hand, a globe in her right and leaning with her left elbow on a low column to her left. BMC 47; Calicó 2641a; Cohen 193; Hill 100; RIC 536. 7.29g, 21mm, 12h.

IV KAL. QUINCT. (27) C

Laribus in Summa Sacra Via

Le fonti romane parlano di un tempio dedicato ai Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], costruito sul sito su cui sorgeva la dimora di Anco Marcio [Solin. I, 23], il cui dies natalis cadeva il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 791; ILLRP 9], anche se non sappiamo in che anno fu costruito, è molto probabile che risalisse all’inizio del III sec aev. La sua localizzazione è incerta, ma sembra che si trovasse nella parte più alta della Sacra Via, nei pressi dell’arco di Tito o del compitum acilii, nella sella tra Palatino e Velia; secondo Plinio e Cicerone era situato nel recinto del fanum di Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Fu restaurato da Augusto che lo ridedicò nel suo dies natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacito lo nomina tra i punti di riferimento che usa per descrivere la linea del Pomerium romuleo [Tac. Ann. XII, 24]: i vertici del quadrilatero sarebbero stati: “magna Herculis ara, ara Consi, curiae veteres, sacellum Larum”. Non è chiara che relazione ci fosse tra questo tempio e quello dei Lares Praestites (vedi Majus), né se in realtà Tacito si riferisse a quest’ultimo anziché a quello sulla Sacra Via.

Non abbiamo citazioni di questo tempio dopo il periodo di Augusto, il che ha fatto pensare che fosse stato demolito per permettere la costruzione del tempio di Venus e Roma.

 

Iovi Statori

Secondo la tradizione  fu votato da Romolo in un momento critico della guerra contro i Sabini, quando i Romani erano stati respinti attraverso la valle del Foro e si stavano ritirando verso la porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. Secondo Livio non si trattava di un edificio sacro, bensì di un fanum, un templum, cioè un luogo sacro delimitato e consacrato (effatus). Il tempio vero e proprio sarebbe stato votato nel 294 aev. dal console Attilius Regolus durante la battaglia di Luceria contro i Sanniti e costruito poco dopo [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15 – 16].  Per le fonti romane, si trovava sul Palatino poco al di fuori dell’insediamento romuleo, tra la Porta Mugonia e la summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. Iret 24. in Palatii radice; ante Palatini ora iugi, Ov.; ad veterem portam Palatii, Liv.; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. I cataloghi regionali lo collocano nella Regio IV.

 

Laribus in Summa Sacra Via

The Roman sources speak of a temple dedicated to the Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], built on the site where once stood the home of Anco Marcio [Solin. I, 23], whose dies natalis fell 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-791; ILLRP 9], although we do not know what year it was built, it is very likely that dated back to the early third century BCE. Its location is uncertain, but it appears that he was in the highest part of the Sacred Way, near the Arch of Titus or compitum Acilii, in the saddle between the Palatine and Velia; according to Pliny and Cicero it was located in the compound of fanum of Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Was restored by Augustus who rededicated in his Dies Natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacitus named him among the landmarks that used to describe the Pomerium Romulus line [Tac. Ann. XII, 24]: the vertices of the quadrangle would be: “magna Herculis ara, ara Coun, curiae veteres, sacellum Larum”. It is not clear what relationship there was between this temple and that of Lares Praestites (see majus), or if in fact Tacitus was referring to him rather than to the one on the Via Sacra.

We have quotes from this temple after the period of Augustus, who did think it was demolished to allow the construction of the Temple of Venus and Rome.

 

Iovi Statori

According to tradition it was voted by Romulus at a critical time of the war against the Sabines, when the Romans were rejected through the valley of the Forum and were retreating toward the Mugonia Door [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. According to Livy it was not a sacred building, but a fanum, a templum, a simple sacred place delimited and consecrated (effatus). The real temple would be voted in 294 BCE. by Attilius console Regolus during the battle of Luceria against the Samnites and built shortly after [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15-16]. For Roman sources, he was on the Palatine just outside Romulus settlement between the Porta Mugonia and summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. 24. Iret in Palatii root; Palatine ante now iugi, Ov .; to veterem portam Palatii, Liv .; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. Regional catalogs place it in the Regio IV.

 

Picture

GORDIAN III (238-244). Denarius. Rome. Obv: IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG. Laureate, draped and cuirassed bust right. Rev: IOVIS STATOR. Jupiter standing facing, head right, with sceptre and thunderbolt. RIC 112.

XI KAL. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

Il tempio di Summanus presso il Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] fu forse eretto su di un luogo di culto più antico, secondo la tradizione, infatti, fu Tito Tazio a consacrare un altare in Suo onore [Var. L. L. V, 74]. La sua costruzione risale al periodo della guerra contro Pirro [Ov. Fast. VI, 731 –32], fra il 278 e il 275 aev. per espiare un fulmine che aveva colpito una statua del Dio (o di Juppiter) che ornava il tempio di Giove Capitolino, facendone cadere la testa nel Tevere e distruggendola [Cic. Div. I,10 Juppiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. La localizzazione dell’edificio sacro è tutt’ora incerta, probabilmente si trovava nelle vicinanze del tempio di Hercules Invictus, nei pressi del carcere del Circo Massimo e, nei cataloghi regionali, sarebbe da identificare col tempio di Dis Pater, con cui Summanus fu identificato in età imperiale [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovidio, parlando della dedica di questo tempio afferma che l’identità della divinità era divenuta già incerta alla sua epoca [Ov. Fast. VI, 731].

Per gli antiquari latini si trattava di un antico Dio della folgore notturna che era molto onorato in tempi arcaici, ma la cui identità si era andata fondendo con quella di Juppiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] ed in effetti sono state ritrovate molte tavolette d’argilla, che servivano ad indicare i luoghi colpiti da fulmini, con l’indicazione F. S. C. Fulgur Summanium Conditum ([qui] è sepolto un fulmine mandato da Summano [CIL V, 3256; 5660]), in contrapposizione con quelle che riportano F. D. C. Fugur Divum Conditum ([qui] è sepolto un fulmine caduto di giorno). Alcuni autori moderni hanno ritenuto che si trattasse di una divinità sabiana, in base all’accenno di Varrone, mentre altri che fosse di origine etrusca e l’hanno identificato col Nocturnus che presiede la sedicesima sede celeste nel catalogo di Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], appartenente agli Dei Inferi e corrispondente al nord; lo stesso autore indica in Summanus, un epiteto di Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derivato da Summus Manum, il più alto tra i Manes.

In Plauto Summanus è invocato da uno schiavo ladro e summanare è un sinonimo di rubare [Curcul. 413; 453], ulteriore prova che ne fa una divinità della notte.

Secondo G. Dumézil , Summanus era un epiteto di Juppiter derivato da sub + manis, prima del mattino, Dio della luce mattutina, piuttosto che un derivato da summus, intendendo il cielo come summania templa [Lucr. V, 521]: dobbiamo infatti ricordare che, per i Romani, il giorno cominciava a mezzanotte, per cui, poichè sappiamo che Summanus era colui che inviava le folgori notturne e che gli auspici avevano generalmente valore entro il giorno in cui si presentavano, possiamo pensare che Egli presiedesse a quella parte della notte che andava dalla mezzanotte all’alba, da cui sub manis . Era quindi collegato con la nascita giornaliera del sole e per questo è ipotizzabile un qualche legame con Mater Matuta e non sarebbe casuale che l’anniversario della dedica del suo tempio cada in prossimità del solstizio estivo. Festo ricorda particolari liba chiamati summanalia [Fest. 348] focacce decorate con un motivo a ruota o croce (Figura 98) che, forse, erano offerte in questa occasione (nella nota di Festo, che è l’unico a menzionarle, non si parla del loro utilizzo); tale motivo decorativo è notoriamente un simbolo legato al culto solare, elemento che rafforza l’identificazione del Dio con un’arcaica divinità ad esso collegata.

 

KAL XI. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

The temple of Summanus at the Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] was probably built on the site of an ancient cult, according to tradition, in fact, Tito Tazio to consecrated an altar in His honor [Var. L. L. V, 74]. Its construction dates back to the period of the war against Phyrrus [Ov. Fast. VI, 731 -32], between 278 and 275 BCE. to atone lightning that struck a statue of the God (or Jupiter) which adorned the temple of Jupiter, making his head fall into the Tiber and destroying it [Cic. Div. I, 10 Jupiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. The sacred building location is still uncertain, probably it stood near the temple of Hercules Invictus, near the Circus Maximus prison and, in regional catalogs, would be identified with the Temple of Dis Pater, which was identified Summanus in imperial times [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovid, speaking of the dedication of this temple states that the identity of the divinity already had become uncertain in his time [Ov. Fast. VI, 731].

For Latin antiquarians it was an ancient god of lightning that night was very honored in archaic times, but whose identity had been merging with that of Jupiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] and in fact many clay tablets were found, which were used to indicate the places struck by lightning, indicating FSC Fulgur Summanium conditum ([here] is buried a term thunderbolt from Summano [CIL V, 3256 ; 5660]), in contrast with those who report FDC Fugur Divum conditum ([here] a lightning strike during the day) it is buried. Some modern authors have felt that it was a Sabian gods, based at the mention of Varro, while others who were of Etruscan origin and identified with Nocturnus who chairs the sixteenth seat in the celestial catalog of Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], which belongs to the gods Hades and corresponding to the north; the same author indicates in Summanus, an epithet of Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derived from Summus Manum, the highest among the Manes.

In Plautus Summanus it is invoked by a thief slave and summanare is a synonym for stealing [Curcul. 413; 453], further evidence that makes it one of the night deity.

According to G. Dumézil, Summanus was an epithet of Jupiter derived from sub + manis, before morning, God of morning light, rather than a derivative from summus, meaning the sky as SUMMANIA contemplates [Lucr. V, 521]: In fact, we must remember that, for the Romans, the day began at midnight, so, as we know that Summanus was the one who sent the night lightning and that the auspices had generally value within the day that presented themselves, we can think that he preside over that part of the night that went from midnight to dawn, from which sub manis. It was then connected with the daily birth of the sun, so it is conceivable a certain connection with Mater Matuta and would not be coincidence that the anniversary of the dedication of her temple falls near the summer solstice. Festo reminiscent of particular liba called summanalia [Fest. 348] cakes decorated with a pattern of wheel or cross (Figure 98) that, perhaps, were offered for this occasion (in the note of Festus, which is the only one to mention, no mention of their use); This decorative motif is notoriously a symbol linked to sun worship, which again supports the identification of God with an archaic deities connected to it.

 

Picture

Jupiter with thunderbolt. Florence, National Archaeological Museum. Inv. No. 2291.

EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

Picture

Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

EID. MAJ. (15) NP

Feriae Iovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

Mercurio, Majae

Nel 495 aev. alle Eidus di Majus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] fu dedicato un tempio a Mercurius, sito sul pendio dell’Aventino, di fronte al Circo Massimo [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Dato che non vi era accordo tra i consoli su chi avrebbe dovuto dedicare l’edificio, il Senato demandò la decisione al popolo che, in segno di disappunto, tributò tale onore al centurione Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Poiché Mercurio era venerato come Dio del commercio, questo giorno divenne la festa della corporazione dei mercanti [Fest. 148] che compivano sacrifici a Mercurio [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. Nello stesso giorno veniva onorata anche la madre del Dio, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52 – 53; Mart. VII, 74, 5] che, probabilmente, era venerata nello stesso tempio.

L’edificio è forse rappresentato su una moneta di Marco Aurelio [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmaler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: l’immagine ci restituisce un edificio con podio a tre livelli, su cui 4 erme fungevano da colonne, supportando un architrave di forma semicircolare su cui sono scolpiti gli animali sacri al Dio e i suoi attributi. La statua di Mercurius si trova tra le erme. La struttura dell’architrave sembra suggerire un tempio di forma circolare, così come affermato da Servius [Serv. Aen. IX, 406] con copertura a cupola, ma è possibile che essa fosse frutto di un restauro compiuto dall’imperatore. L’edificio compare nei cataloghi regionali fino al IV sec. poi non se ne ha più notizia.

Marti Invicto

I calendari epigrafici [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (la data 14° Maj è probabilmente un errore)] riportano in questa data la dedica di un tempio a Mars Invictus, ma non si hanno altre informazioni su questo tempio.

Sacra Argeorum

Nei Fasti, Ovidio assegna questa festività al giorno precedente le Eidus, Prid. Maj. (C); secondo Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. I, 38, 1], invece, essa si svolgeva alle Idus.

Secondo gli antiquari romani, il termine Argei, designava anticamente i Greci in generale (Argivi, Achei) [Porph. Scholia ad Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], oppure Greci della città di Argo [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. A seconda delle versioni si sarebbe trattato dei compagni di Ercole durante la sua traversata dell’Italia, che qui sarebbero morti [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] o si sarebbero stabiliti [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649 – 652], nella località detta Saturnia; oppure, in generale di Greci, cioè stranieri, che, approdando nel Lazio, venivano uccisi e sacrificati dai suoi antichi abitanti [Plut. Q. R. 32; Dion. H. I, 38, 1; Macr. Sat. I, 7].

Secondo la prima tradizione, dopo la morte, gli Argei sarebbero stati sepolti in luoghi di Roma che divennero poi dei sacrari o sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Ercole (o i loro discendenti) avrebbe quindi gettato nel Tevere dei simulacri che li rappresentavano, affinché la corrente li trasportasse al mare e quindi verso la loro patria, così che potessero in qualche modo farvi ritorno, pur se i loro corpi rimanevano lontani dalla loro terra natia [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654 – 656].

La seconda tradizione, invece, fa risalire il rituale compiuto in Majus al ricordo di sacrifici umani perpetrati dai Pelasgi in tempi molto antichi, a cui avrebbe messo fine Ercole, durante il suo viaggio attraverso l’Italia (su questo punto le due tradizioni, in un certo senso, si confondono). L’origine di questi sacrifici ci viene raccontata da Macrobio [Macr. Sat. I, 11]: i Pelasgi ricevettero un oracolo a Dodona, secondo il quale, una volta trovato il luogo indicato dal Dio, in cui avrebbero dovuto stabilirsi, avrebbero dovuto sacrificare: ad Apollo la decima del bottino conquistato combattendo contro gl’indigeni, ad Ade, delle teste e a Saturno degli uomini. Quando l’oracolo si realizzò e i Pelasgi arrivarono presso Kotyla, combatterono contro gli Aborigeni che già vi abitavano e li scacciarono. Quindi, in adempimento di quanto era stato loro comandato, consacrarono la decima del bottino ad Apollo ed iniziarono a compiere sacrifici umani per Dis Pater e Saturno; le vittime consacrate a quest’ultimo erano legate mani e piedi e gettate nel Tevere da un ponte [Dion. H. I, 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Giungendo in quelle zone, Ercole, convinse gli abitanti ad abbandonare i sacrifici umani, mostrando loro che la parola fwta, usata dall’oracolo, poteva indicare sia uomini, che torce. Per questo il sacrificio umano in onore di saturno, fu sostituito dall’offerta di torce e candele che avveniva ai Saturnalia. Tuttavia, in ricordo di quel rituale, lo stesso Ercole inaugurò l’usanza di gettare nel Tevere dei fantocci di vimini dall’aspetto umano.

Una variante voleva che fossero stati gli Arcadii di Evandro ad uccidere dei Greci della città di Argo, o un greco di nome Argo o Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In ogni caso queste due narrazioni mettono in collegamento l’origine del rituale degli Argei con Ercole, quindi con il periodo più antico dell’occupazione del sito di Roma e con l’opera del primo eroe civilizzatore che abbia agito in quel sito. Rinviano quindi, al periodo più arcaico della storia romana, probabilmente antecedente alla fondazione vera e propria della città.

Una terza tradizione sosteneva che l’uso di gettare fantocci di vimini nel Tevere, dal ponte Sublicio, ricordasse l’antica usanza di gettare in acqua gli anziani con più di 60 anni (depontati) [Fest. 334; 75; Var. apud Non. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623 – 24], oppure di impedire loro il passaggio del ponte Sublicio, perché non potessero recarsi al Comitium per le votazioni e così fossero esclusi dalle cariche pubbliche [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

Questa celebrazione non faceva parte delle feriae publicae, essendo pro curiis e pro sacellis e non pro populo, per cui non era annotata nei calendari. La sua qualifica ed il percorso che seguiva, nella parte più antica della città, la fanno risalire all’ordinamento curiato all’origine dell’abitato di Roma (seguendo Carandini  le 27 curiae avrebbero composto l’abitato protourbano inerente il setimontium ed anteriore la fondazione romulea che ne portò il numero a 30), prima che la riforma serviana suddividesse la città in regiones e creasse i compita. Mentre con i Lupercalia, di epoca romulea, veniva compiuta una lustratio del solo Palatino e così il resto della città era purificato solo simbolicamente, la cerimonia degli Argei rimase come rituale comprendente in maniera omogenea l’intero abitato più arcaico.

Secondo Livio [Liv. I, 21, 5] il rituale degli Argei sarebbe stato stabilito, nella forma che si è trasmessa fino all’epoca delle nostre fonti, da Numa che fu anche colui che dedicò i sacrari chiamati loca argeorum [Fest. 19] (il che però non esclude che tali luoghi sacri esistessero anche in precedenza). Esso era descritto, assieme al percorso delle processioni e ai luoghi in cui si trovavano i sacella, nei libri dei pontefici [Liv. Cit.; Var. L. L. V, 45]. Il rituale comprendeva quindi una processione che toccava 27 sacrari [Var. L. L. VII, 44] posti nelle antiche curiae romulee, la cui posizione, in parte, ci è stata tramandata da Varrone [Var. L. L. V, 45 – 54]. Questa processione si svolgeva due volte, la prima nel giorno XVII Kal. Apr. o XVI Kal. Apr. (16° o 17° Mart): è probabile (anche se le fonti non ne fanno menzione) che in questa occasione dei fantocci di vimini con sembianze umane fossero deposti nei sacrari (secondo Ulpiano, “sacrario è un luogo dove vengono deposti oggetti sacri” [Dig. I, 8, 9, 2]); non sappiamo se avvenivano anche dei sacrifici. La deposizione seguiva quindi l’antico capodanno fissato nel giorno di Anna Perenna e cadeva in concomitanza con la data in cui i giovani ricevevano la toga virile e, probabilmente, in tempi più antichi, venivano integrati nelle curie.

Dopo un periodo di circa 60 giorni, (che coincideva con quello durante il quale il prigioniero judicatus era imprigionato prima dell’esecuzione capitale che lo consegnava alla divinità che aveva offeso ) alle Ides Maji, si svolgeva un’altra processione, a cui partecipavano i pontefici, le vergini vestali, i pretori [Dion. H. I, 38, 3],  la flaminica dialis in atteggiamento di lutto [Gel. X, 15, 30] e tutti i cittadini che ne avevano diritto (quindi probabilmente quelli iscritti nelle curiae). Veniva ripetuto il percorso della prima e, probabilmente, venivano recuperati i fantocci di vimini dai sacrari (anche in questo caso non sappiamo se vi si svolgessero dei sacrifici). Questa volta il rito si concludeva sul ponte Sublicio, da dove, dopo aver compiuto dei sacrifici appropriati, le vestali gettavano nel Tevere i fantocci (secondo Dionigi di Alicarnasso 30 e non 27 come per Varrone) [Dion. H. I, 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

In questo giorno, il Feriale Cumanum riporta una supplicatio alle Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It. XIII, 2, 44].

Il plurale moles, indicava in origine una catasta di oggetti, possiamo quindi pensare che le Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] fossero le divinità a cui erano consacrate le cataste delle armi vinte ai nemici durante le più antiche campagne militari di due mesi (marzo – maggio), prima della loro distruzione che sarebbe avvenuta al Tubislutrum (vedi). Il rito si inseriva nelle più antiche cerimonie per il reditus, il ritorno delle truppe, e aveva probabilmente lo scopo di “depotenziare” le armi dei nemici, prima della loro consacrazione: pratica che sopravvisse in età storica attraverso quella del figere arma [Verg. Aen. I, 241 – 49; III, 286; VII, 170 – 91], l’affissione di armature e scudi presi ai nemici, ovvero l’atto di attraversarli con un chiodo che, secondo Servio, equivaleva a dedicarli agli Dei [Serv. Aen. I, 248]201. Su queste divinità non sappiamo nient’altro, ma possiamo pensare che in origine fossero rappresentate da vere e proprie cataste di armi, in particolare scudi, presi ai nemici e custoditi in un luogo sacro. Tale immagine ci rimanda al mito di Tarpeia e alle sue rappresentazioni iconografiche, in particolare quelle sulle monete.

Questo rito, su cui non abbiamo ulteriori informazioni, è stato messo in relazione con Tarpeia , la donna romana che, secondo il mito, durante la guerra contro i sabini seguita al ratto delle loro donne, tradendo il proprio popolo, aiutò i nemici a penetrare nell’Arx. In cambio del tradimento, la ragazza aveva chiesto quello che i sabini portavano al braccio sinistro, intendendo i monili d’oro con cui si ornavano, essi però le lanciarono i loro scudi, con cui la seppellirono uccidendola [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var. L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38 – 40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Rom. XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio. I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Il sepolcro di Tarpea, secondo la tradizione, si trovava sul colle capitolino, che da lei prendeva anche il nome di colle tarpeio [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom. IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio. II Fr. 11]; su quel luogo venivano compiute annualmente libagioni [Dion. H. XL, 3], il che lascia intendere che il mito nasconda riti molto antichi, essendo impossibile che una traditrice fosse ricordata e onorata pubblicamente. Con la consacrazione del colle a Giove e la costruzione del tempio alla Triade Capitolina, Tarquinio Prisco, ordinò che il corpo della giovane fosse trasferito altrove [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], ma da quel momento non se ne ebbe più notizia, altro indizio che abbiamo a che fare con un mito e non con eventi storici. Il luogo rimase tuttavia nefasto e da lì erano scagliati i condannati alla pena della precipitazione “e saxo tarpeio” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var. L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652 – 54; Prop. IV, 4, 29 – 30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Sempre sul Campidoglio, doveva esistere un antico luogo di culto dedicato a Mars (il colle, in età pre-serviana era fuori dal pomerium) [Var. apud August. C. D. IV, 23, 3], ulteriore indizio della relazione tra Tarpea e la sfera della guerra; il legame tra la Dea e Mars emerge anche a livello calendariale, nel giorno della supplicatio alle Moles Martis fu infatti dedicato il tempio di Marte al Circo Flaminio e quello di Mars Ultor nel foro di Augusto, dedica ancor più significativa se si tiene conto che essa coincise con il ritorno in patria delle armi di Crasso, reditus simbolico delle armate sconfitte dai Parti.

Tarpeia sembra quindi essere un antichissimo nume tutelare del colle capitolino: le varie versioni del suo mito si collocano nelle occasioni in cui esso fu messa sotto assedio (guerra contro i Sabini, guerra contro Appio Erdonio, assedio gallico), inoltre la giovane è spesso messa in relazione con la tutela dell’Arx (figlia del guardiano delle mura) e con conoscenze arcane (nella versione di Plutarco, Tarpeia viene uccisa per non aver voluto rivelare i segreti di Romolo), il che induce a ritenere che Essa fosse coinvolta nei riti di evocatio.

 

Feriae Iovis

The idus of every month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, Jupiter [Sat. I, 15], taking it on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

Mercurio, Majae

In 495 BCE. to Majus Eidus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] was dedicated a temple to Mercurius (Figure 68; Figure 69), located on the Aventine hill, in front of the Circus Maximus [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Since there was no agreement between the consuls as to who should have devoted the building, the Senate left the decision to the people who, in disappointment, bestowed this honor to the centurion Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Because Mercury was worshiped as god of commerce, this day was the feast of the guild of merchants [Fest. 148] who were making sacrifices to Mercury [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. On the same day he was also honored the mother of God, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52-53; Mart. VII, 74, 5] which, probably, was worshiped in the same temple.

The building is perhaps represented on a coin of Marcus Aurelius [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmäler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: The image gives us a podium building with three levels, of which 4 Herms served as columns, supporting a lintel semicircular on which the sacred animals to God and his attributes are carved. The statue of Mercurius is located between the Herms. The lintel structure seems to suggest a circular temple, as stated by Servius [Serv. Aen. IX, 406] with a domed roof, but it is possible that it was the result of a restoration carried out by the emperor. The building appears in regional catalogs until the fourth century. then if they have more news.

Marti Invicto

The epigraphic calendars [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (the date 14th Maj is probably a mistake)] reported on this date the dedication of a temple to Mars Invictus, but do not have more information about this temple.

Sacred Argeorum

In the Fasti, Ovid assigns this festival the day before the Eidus, PRID. Maj. (C); according to Dionysius of Halicarnassus [Dion. H., 38, 1], however, it was carried to the Idus.

According to local antique dealers, the term Argei, designated ancient Greeks in general (Argives, Achaeans) [Porph. Scholia to Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], or Greek city of Argos [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. Depending on the version it would be the companions of Hercules during his Italian journey, which here would have died [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] or they would set [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649-652], in the locality called Saturnia; or, in general the Greeks, that foreigners, who, landing in New York, were killed and sacrificed by its ancient inhabitants [Plut. Q. R. 32; Dion. H., 38, 1; MACR. Sat. I, 7].

According to one tradition, after death, the Argei would be buried in places of Rome, which later became the shrines or Sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Hercules (or their descendants) would then thrown into the Tiber simulacra representing them, so that the current was carrying them to the sea and then to their home, so they could in some way to return, even if their bodies remained far from their land native [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654-656].

The second tradition, however, attributes the ritual performed in majus to the memory of human sacrifice perpetrated by the Pelasgians in ancient times, which would put an end Hercules, on his journey through Italy (on this point the two traditions, in a way, are confused). The origin of these sacrifices are told by Macrobius [Macr. Sat. I, 11]: the Pelasgians received an oracle at Dodona, according to which, once you find the place designated by God, which would have to settle down, they would have to sacrifice: to Apollo the tenth of the spoils won by fighting against the natives, to Ade, of the heads of men and Saturn. When the oracle was fulfilled and the Pelasgians arrived at Kotyla, they fought against Aboriginal people who already lived there and drive them out. So, in fulfillment of what had been commanded, they consecrated the tenth of the spoils to Apollo and began to make human sacrifices to Dis Pater and Saturn; consecrated victims latter were tied hand and foot and thrown into the Tiber by a bridge [Dion. H., 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Coming in those areas, Hercules, persuaded the inhabitants to abandon their human sacrifices, showing them that the word fwta, used by the oracle, could indicate both men, twisting. For this human sacrifice in honor of Saturn, it was replaced by the offer of torches and candles that happened to Saturnalia. However, in memory of the ritual, the same Ercole inaugurated the custom of throwing into the Tiber puppets of human-Wicker.

A variant wanted were the Arcadii Evandro to kill the Greeks of the city of Argos, or greek called Argo or Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In any case these two narratives bring into connection the origin of the ritual Argei Hercules, so with the earliest occupation of the site of Rome and the work of the first civilizing hero who acted in that site. Refer therefore to the archaic period of Roman history, probably prior to the real foundation of the city.

A third tradition held that the use of disposable puppets wicker into the Tiber, from Sublicio bridge, remember the ancient custom of throwing water seniors with more than 60 years (depontati) [Fest. 334; 75; Var. Apud not. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623-24], or to prevent them passing the Sublicio bridge, because they could not travel to the Comitium for votes and so they were excluded from public office [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

This celebration was not part of feriae publicae, being pro Curiis and sacellis pro and not pro populo, so it was not recorded in calendars. His status and the path that followed, in the oldest part of the city, the trace is for the curiato the origin of the town of Rome (following Carandini the 27 curiae would compound the proto-urban settlement regarding the setimontium and front the foundation Romulus who brought the number to 30), before the Servian reform suddividesse the city into regiones and creating the spell. While with the Lupercalia, of Romulus era, was accomplished only a lustratio the Palatine and so the rest of the city was purified only symbolically, the ceremony of Argei remained as a ritual comprising evenly the entire village more archaic.

According to Livy [Liv. I, 21, 5] the ritual of Argei would be established, in the form that it was transmitted until the time of our sources, by Numa who was also the one who dedicated the shrines called loca argeorum [Fest. 19] (which, however, it does not exclude that such sacred places also existed previously). It was described, along with the path of the processions and the places where they were the Sacella, in the books of the popes [Liv. cit .; Var. L. L. V, 45]. The ritual then included a procession that touched 27 shrines [Var. L. L. VII, 44] places in the ancient curiae romulee, whose position, in part, has been handed down by Varro [Var. L. L. V, 45-54]. This procession was held twice, the first on the day XVII Kal. Apr. or XVI Kal. Apr. (16 ° or 17 ° Mart) is probable (although the sources do not mention) that on this occasion the wicker puppets in human form were placed in shrines (according to Ulpian, “shrine is a place where they are deposited sacred objects “[Dig. I, 8, 9, 2]); we do not know if it occurred even sacrifices. The deposition then followed the ancient New Year set in the Anna Perenna day and fell to coincide with the date on which the youth received the toga of manhood and, probably, in ancient times, were incorporated in curies.

After a period of about 60 days, (which coincided with that during which the prisoner judicatus was imprisoned before the capital was consigned to the gods who had offended) the Idus Maji, was held another procession, they attended the pontiffs, vestal virgins, the magistrates [Dion. H., 38, 3], the flaminica Dialis of mourning attitude [Gel. X, 15, 30], and all citizens entitled to it (so probably headings of the curiae). It was repeated the path of the first and, probably, were recovered wicker puppets by shrines (also in this case we do not know if they were held there sacrifices). This time the ceremony ended on Sublicio bridge where, after making the appropriate sacrifices, the vestal virgins threw into the Tiber puppets (according to Dionysius of Halicarnassus 30 and not 27 as in Varro) [Dion. H., 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

On this day, Fianale Cumanum reports a supplication to the Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It XIII, 2, 44].

The plural moles originally indicated a stack of objects, so we can assume that the Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] were the deities to which the weapons guns were conquered by enemies during the oldest military campaigns of two months (March – May), before their destruction that would take place at Tubislutrum (see). The rite entered the oldest ceremonies for the reditus, the return of the troops, and was probably intended to “dehumanize” the weapons of the enemies before their consecration: a practice that survived in the historical age through that of weapon fixing [Aen. I, 241-49; III, 286; VII, 170-91], the sending of armor and shields taken to the enemies, or the act of crossing them with a nail that, according to Servius, was equivalent to dedicating them to the gods [Serv. Aen. I, 248] 201. We know nothing about these gods, but we may think that they were originally represented by real weapons guns, in particular shields, taken to the enemy and kept in a sacred place. This image reminds us of the myth of Tarpeia and its iconographic representations, especially those on coins.

This ritual, which we have no further information, has been linked to Tarpeia, the Roman woman who, according to myth, during the war against sabies followed by the rat of their women, betraying their people, helped the enemies penetrate nell’Arx. In return for betrayal, the girl had asked what the sabies carried to their left arm, naming the gold jewelery with which they adorned, but they launched their shields with which they buried it by killing it [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38-40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Romans XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Tarpea’s sepulcher, according to tradition, was on the Capitoline Hill, which also took its name as a needy hill [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio II Fr 11]; There was a yearly libation on that place [Dion. H. XL, 3], which implies that the myth conceals ancient rites, since it is impossible for a traitor to be publicly remembered and honored. With the consecration of the hill to Jupiter and the building of the temple at the Capitoline Triad, Tarquinio Prisco, ordered that the young man’s body be transferred elsewhere [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], but from that moment on there was no news, another clue we have to do with a myth and not with historical events. The place was still nefarious, and the condemned ones were hurled from there to the penalty of precipitation “and saxo needs” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652-54; Prop. IV, 4, 29-30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Always on the Capitol, there was an ancient place of worship dedicated to Mars (the hill, pre-servi age was out of the pomerium) [Var. Apud August. C. D. IV, 23, 3], a further indication of the relationship between Tarpea and the sphere of war; The link between the Goddess and Mars emerges also at the calendary level, on the day of supplication at the Moles Martis was in fact dedicated to the Temple of Mars to the Circus Flaminio and that of Mars Ultor in the august hole, it devotes even more significant if you consider that it Coincided with the return of the weapons of Crassus to the homeland, symbolic reditus of the armies defeated by the Parties.

Needle therefore seems to be a very ancient guardian of the chapel: the various versions of his myth lie on the occasions when it was besieged (war against the Sabines, war against Appius Herdonius, Gallic siege), and the young man is often put In connection with the protection of Arx (the daughter of the guardian of the walls) and with arcane knowledge (in the version of Plutarch, Tarpeia is killed for not wanting to reveal the secrets of Romulus), which leads him to believe that she was involved in the rites of evocatio.

 

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Marcus Aurelius augustus, 161 – 180

Sestertius 172-173, Æ 26.36 g. M ANTONINVS – AVG TR P XXVII Laureate bust r. with drapery on l. shoulder. Rev. IMP VI – COS III S – C Tetrastyle temple within which statue of Mercury standing l. on pedestal holding caduceus and purse; on tympanum , tortoise, cockerel, ram, caduceus winged helmet and purse. C 544 var. BMC 1441 var. RIC 1074 var.

VII KAL. MAJ. (24) C

FERIAE LATINAE

Benché questa festività si svolgesse sul monte Albano, era sotto la diretta supervisione dei magistrati romani [Dion. H. IV, 49] e quindi era considerata una festa romana a tutti gli effetti.

Si trattava di feriae concenptivae e la loro data veniva stabilita dai consoli al momento in cui entravano in carica [CIL. VI, 455]. Essi, o se non vi fossero stati, il dittatore, dovevano presenziare alla festa, lasciando un praefectus urbis in città e solo dopo la fine delle celebrazioni potevano partire per le province a loro assegnate.

Era una festività molto antica, stabilita forse prima della nascita di Roma (secondo Festo da re Latino [Fest. 194], che sarebbe anche stato identificato con Juppiter Latiaris), anche se, secondo Dionigi di Alicarnasso, avrebbe avuto origine durante l’età monarchica [Dion. H. Cit.]. Lo storico greco deduce questa data dal fatto che il tempio in onore di Juppiter Latiaris sul monte Albano fu costruito sotto i Tarquini, ma è probabile che essi abbiano solo ampliato un luogo di culto già esistente. Gli scholii bobiensi a Cicerone riportano che gli autori antichi erano incerti sulla data della fondazione di questa festività, benché la ritenessero comunque molto antica: secondo alcuni sarebbe stata creata da Tarquinio Prisco, secondo altri dai Prisci Latini, sotto il regno di Faunus, oppure per commemorare Latino o Enea, ascesi al cielo e divinizzati [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

In origine il rito era celebrato dai 30 populi che facevano parte della Lega Latina, sotto il controllo di Alba Longa; si tratta di antiche comunità che, all’epoca a cui datano le nostre fonti erano in gran parte scomparse, lasciando solo un ricordo nel nome di alcune località, per questo c’è molta incertezza sulla reale composizione della Lega. Un elenco dei Populi Albenses ci è fornito da Plinio [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizzabili sul colle Celio), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizzabili sulla Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). Un secondo elenco, delle città che la componevano, all’epoca della conquista di Fidene, ci viene da Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. V, 61, 3]: oltre a Fidene, Ardea, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In parte i due elenchi coincidono (ad esempio Bubetani e Bubento, Coriolani e Corioli, Querquetulani e Quercetola, forse Accienses e Ariccia, Foreti e Fortinea, Manates e Mento), ma vi sono anche molte differenze la cui causa può essere molteplice: alcune comunità possono essere sparite e poi sostituite da altre, oppure il loro nome può essere sopravvissuto, ma storpiato poiché ormai non senza un reale significato geografico; ancora Plinio e Dionigi possono essersi riferiti a fonti precedenti che riportavano un elenco incompleto e l’hanno poi integrato in base alle loro conoscenze (come indica ad esempio la ripetizione Laurento, Lanuvio, Lavinio, tutte versioni del nome della città di Lavinio). Cicerone, per la sua epoca menziona Tuscolo, Lavicum, Bovillae e Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

Dalle informazioni che possediamo [Dion. H. Cit.] sappiamo che i rappresentanti delle città della Lega Latina si riunivano una volta all’anno sul monte Albano dove avveniva un grande banchetto sacrificale in onore di Juppiter Latiaris officiato dai consoli. I Romani versavano libagioni di latte [Fest. Cit.] (si pensa che in tempi molto antichi, prima che la viticoltura fosse diffusa nel Lazio, questo alimento fosse usato nelle libagioni agli Dei e quindi che questo tipo di sacrificio sarebbe una prova dell’estrema antichità della festa), mentre altre città, in base ad un preciso regolamento, portavano agnelli, formaggio, liba al miele e noci.

La principale vittima sacrificale era un toro bianco che non avesse mai portato il giogo. Dopo la sua immolazione e uccisione, i rappresentanti di ogni città ricevevano una parte delle carni, la cui distribuzione era regolata in maniera molto precisa secondo un ordine stabilito dalle norme rituali [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violare le norme sulla distribuzione delle parti delle vittime, voleva dire commettere un piaculum e quindi le Feriae avrebbero dovuto essere ripetute (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. Lo stesso avveniva se si verificava un cattivo omen durante la cerimonia [Liv. XL, 45; XLI, 16].

Per le città partecipanti, durante la festività era nefas portare azioni belliche contro altre città della Lega [Dion. H. Cit.; Macr. Sat. I, 16, 16], per questo motivo, in seguito, in questo giorno vi fu divieto di condurre guerre.

Dopo il sacrificio vi era una festa e oscilla erano appese agli alberi [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Secondo Festo si svolgeva anche un qualche tipo di lusus in cui degli uomini mascherati si dondolavano su altalene [Fest. Cit.]: il passo è molto confuso e oggi si ritiene che potesse trattarsi di una qualche danza in armi analoga a quella dei salii a Roma; d’altra parte sappiamo che tale sacerdozio era diffuso anche in altre città latine, come Tuscolo (vedi Salii)

Le Feriae Latinae, qualunque fosse stata la loro data, erano seguite da due dies religiosi [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recentemente  è stato proposto che le celebrazioni si concludessero a Roma con un sacrificio chiamato Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; Macr. Sat. I, 16, 16 – 17], celebrato sul collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], una delle cime del Quirinale, in onore di Juppiter Latiaris; la cerimonia urbana, così come quella sul Monte Cavo, doveva essere celebrata dai consoli [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. Si trattava sicuramente di un rito estremamente antico, come dimostra il nome, che rimanda all’età arcaica e non è da escludere che si trattasse di una fase della celebrazione originaria delle Feriae Latinae che fu trasferita a Roma durante la dominazione etrusca. Le uniche informazioni che possediamo derivano Plinio e da fonti tarde.

Secondo l’erudito romano il rito comprendeva una corsa tra quattro carri, al vincitore veniva offerta una bevanda a base di assenzio [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], tuttavia egli colloca tale celebrazione sul Campidoglio, in connessione quindi con Juppiter Optimus Maximus (potrebbe però trattarsi di un confusione con i Ludi Capitolini).

Gli apologeti cristiani descrivono invece dei sacrifici umani [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395 – 399; Tat. Ad Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. Ad Autol. III, 8] in cui uno schiavo [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4 – 5], o un bestiario (un gladiatore specializzato nel combattimento con le belve feroci), scelto forse dopo lo svolgimento di un combattimento [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], venivano sacrificati e il loro sangue era usato per aspergere il simulacro della divinità.  Tale usanza è confermata da Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] e forse da un’allusione in Svetonio relativa a Caligola che fu soprannominato dai suoi nemici Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2 – 3], per cui non sembra un topos della letteratura apologetica cristiana.

Le fonti affermano che il sacrificio era diretto a Juppiter Latiaris, tuttavia alcuni autori Lo identificano con Saturno [Just. Apol. II, 12, 4 – 5] e lo stesso suggerisce Macrobio, parlando del Latiar in un passo dedicato all’aition dei Saturnalia. L’esistenza di tale sacrificio umano è tuttavia messa in discussione da molti studiosi

Il complesso dei ludi e dei riti compiuti in tale occasione sembra rimandare a un substrato protostorico forse collegato alla funzione regale e al rinnovamento annuale del potere del rex.

 

Feriae Latinae

Although this festival to take place on Mount Albano, was under the direct supervision of the Roman magistrates [Dion. H. IV, 49], and so it was considered a Roman party in all respects.

It was feriae concenptivae and their date was determined by the consuls at the time they entered office [CIL. VI, 455]. They, or if there were, the dictator, had to attend the party, leaving a praefectus Urbis in the city and only after the end of the celebrations could leave for the provinces assigned to them.

It was a very ancient feast, perhaps established before the birth of Rome (according to Festo by King Latino [Fest. 194], which would have also been identified with Jupiter Latiaris), although, according to Dionysius of Halicarnassus, would have originated during the age monarchical [Dion. H. Cit.]. The greek historian deduced this from the fact that the temple in honor of Jupiter Latiaris on Mount Albano was built under Tarquini, but it is likely that they have only expanded an existing place of worship. The scholii bobiensi to Cicero reported that the ancient authors were uncertain about the date of the foundation of this holiday, although they felt still very ancient: according to some it was created by Tarquinio Prisco, according to others by the Latins Prisci, under the reign of Faunus, or to commemorate Latino or Aeneas, ascended to heaven and deified [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

Originally the rite was celebrated by the 30 nations that were part of the Latin League, under the control of Alba Longa; these are ancient communities that at the time at which date from our sources were largely disappeared, leaving only a memory in the name of some places, so there is a lot of uncertainty about the actual composition of the League. A list of Populi Albenses is provided by Pliny [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizable on Caelian), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizable on Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). A second list of the cities that composed it, at the time of the conquest of Fidenae, comes from Dionysius of Halicarnassus [Dion. H. V, 61, 3]: in addition to Fidene, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In part, the two lists are the same (for example Bubetani and Bubento, Coriolani and Corioli, Querquetulani and Quercetola perhaps Accienses and Ariccia, Foreti and Fortinea, Manates and Chin), but there are also many differences the cause of which can be varied: some communities they can be gone and then replaced by others, or the name may have survived, but now crippled as not without a real geographic meaning; even Pliny and Dionysius may have referred to earlier sources that reported an incomplete list and have then integrated based on their knowledge (as indicated for example Laurento repetition, Lanuvio, Lavinio, all versions of the name of the city of Lavinio). Cicero, for his time mention Tusculum, Lavicum, Bovillae and Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

From the information that we possess [Dion. H. Cit.] We know that the representatives of the cities of the Latin League would meet once a year on Mount Albano where it was a great sacrificial banquet in honor of Jupiter Latiaris officiated by the consuls. The Romans poured libations of milk [Fest. Cit.] (It is thought that in ancient times, before the viticulture was widespread in Lazio, this food was used in libations to the gods and therefore that this kind of sacrifice would be a proof of the extreme antiquity of the feast), while other cities , according to a specific regulation, brought lambs, cheese, honey and nuts liba.

The main sacrificial victim was a white bull that he never came yoke. After his immolation and murder, the representatives of each city received a portion of the meat, the distribution of which was adjusted very precisely in the order decided by the ritual norms [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violate regulations on the distribution of shares of the victims, he meant committing a piaculum and then the Feriae were to be repeated (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. The same thing happened when a bad omen occurred during the ceremony [Liv. XL, 45; XLI, 16].

For the participating cities during the holidays was nefas take military actions against other cities of the League [Dion. H. Cit .; MACR. Sat. I, 16, 16], for this reason, hereinafter, in this day there was prohibition of wars.

After the sacrifice, there was a party and swings hung from the trees [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. According to Festo also he held some kind of lusus where the masked men were swinging on swings [Fest. Cit.]: The pace is very confusing and it is now believed that this could be some kind of dance in arms similar to that of went up in Rome; on the other hand we know that the priesthood was also widespread in other Latin cities, as Tusculum (see climbed)

The Feriae Latinae, whatever be their date, they were followed by two religious dies [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recently it has been proposed that the celebrations will concludessero in Rome with a sacrifice called Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; MACR. Sat. I, 16, 16-17], celebrated on collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], one of the peaks of the Quirinale, in honor of Jupiter Latiaris; Urban ceremony, as well as that of Mount Cavo, was to be celebrated by the consuls [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. It was certainly a very ancient rite, as evidenced by the name, which refers to the archaic era, and it is possible that it was a stage of the original celebration of Feriae Latinae which was transferred to Rome during the Etruscan period. The only information we have derived Pliny and later sources.

According to the Roman scholar ritual included a race between four chariots, the winner was offered a beverage made from wormwood [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], however, he places such celebration in the Capitol, then in connection with Jupiter Optimus Maximus (though it could be a confusion with the Capitoline Games).

Christian apologists instead describe human sacrifices [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395-399; Tat. For Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. For Autol. III, 8] in which a slave [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4-5], or a bestiary (a specialized gladiator in combat with wild beasts), perhaps chosen after conducting a combat [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], were sacrificed and their blood was used to sprinkle the statue of the deity. This custom is confirmed by Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] and perhaps in an allusion related to Suetonius Caligula who was nicknamed by his enemies Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2-3], so there seems to be a topos of the Christian apologetic literature.

Sources claim that the sacrifice was headed for Jupiter Latiaris, however some authors I identify with Saturn [Just. Apol. II, 12, 4-5] and suggests Macrobius, speaking of Latiar in a passage dedicated all’aition of Saturnalia. The existence of such human sacrifice, however, is questioned by many scholars

The whole of Ludi and rituals performed on this occasion seems to refer to a proto substrate maybe connected to the royal office and the annual renewal of king’s power.

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L. Antestius Gragulus, Antestia, Rome, 136 BC (RRC), 124-103 BC (BMCRR), Denarius , AR, gr. 3,9, mm 18,5/20. Helmeted head of Roma r.; before, X; behind, GRAG. Rv. Juppiter in quadriga r., holding sceptre and reins in l. hand and hurling thunderbolt in r. hand; below, L. ANTES; in ex. ROMA. RRC 238/1; BMCRR Roma 976; B. Antestia 9; Sydenham 451

EID. MAR. (15) NP

Feriae Iovi

Si sacrificava per la prosperità del nuovo anno; il pontefice massimo guidava una processione che saliva sul Campidoglio per sacrificare un toro di sei anni per la fecondità dei campi, a favore della comunità dei montes [Lyd. Mens. IV, 49] (trattandosi di ferae pro montibus, tale cerimonia non era registrata nei calendari). In età imperiale alla processione partecipavano anche i kannophoroi della Magna Mater, poiché coincideva con il canna intrat [Lyd. Mens. IV, 49].

 

Feriae Annae Perennae

Ovidio riporta diverse versioni sull’identità di Anna Perenna: in una si tratta di una vecchia di Bovillae che distribuì focacce fatte da lei (rustica liba) ai plebei affamati, durante la secessione sul monte sacro. Dopo quell’episodio, la plebe la divinizzò e le dedicò un culto [Ov. Fast. III, 667 – 74]; alternativamente la descrive come una vecchia che si sostituisce a Minerva, per ingannare Mars, al momento del matrimonio tra le due divinità [Ov. Fast. III, 675 – 96]. Secondo un’altra versione, Anna era la sorella di Didone che, fuggita da Cartagine dopo la morte della regina, giunse in Italia e fu accolta da Enea. La sua presenza però, suscitò la gelosia di Lavinia ed Anna fu costretta a fuggire nuovamente, finché non fu tramutata in una ninfa dal Dio del fiume Numicio [Ov. Fast. III, 523 – 42; Sil. It. VIII, 50 segg].

La festa. Si svolgevano sacrifici pubblici ad Anna Perenna e si pronunciavano voti, affinché l’inizio dell’anno fosse prospero e così tutti gli anni a venire

ut annare perennareque commode liceat…  [Macr. Sat. I, 12, 6]

Da Ovidio [Fast. III, 523 segg] sappiamo che in questo giorno la plebe si recava fuori città, sulle rive del Tevere per passare una giornata in allegria. Si innalzavano tende o capanne di canne e frasche, coperte con le toghe e ci si sdraiava sull’erba; si mangiava e si beveva vino in abbondanza, chiedendo agli Dei tanti anni di fortuna, quanti erano i boccali che si riusciva a vuotare. Si cantava e si mettevano in scena mimi e recite di versi osceni (fescennini). Sappiamo che si svolgevano anche azioni sceniche a cui si riferisce probabilmente il racconto ovidiano dello scambio tra Minerva e Anna Perenna, prima del matrimonio con Mars, forse ispirato ad una delle commedie a sfondo volgare rappresentate in occasione della festa [Dec. Lab. Ann. Per. Fr I pg 339 – 40 R], in cui Anna gioca il ruolo della “falsa fidanzata” che, nel mito proteggeva la futura sposa dalle influenze maligne.

Un passaggio di un epigramma di Marziale riguarda la festa di Anna Perenna e accenna a qualcosa che accadeva in un bosco a lei sacro presso la via Flaminia

… Di qui si può… abbracciare con lo sguardo… il sacro bosco di Anna Perenna, che gode del sangue virginale (cruor virginalis). Di là si può scorgere il viandante che percorre la via Flaminia… [Mart. IV, 64, 11 segg]

Diversi autori hanno interpretato il passo di Marziale come un riferimento ad un qualche rito relativo alla prima mestruazione delle giovani donne, che avrebbe potuto coincidere con il passaggio all’età adulta e la loro integrazione nel corpo sociale della città. Questa interpretazione, basata su una dubbia ricostruzione del termine cruor virginalis, è però in contrasto con la descrizione che Ovidio ci dà della Dea come una vecchia e non hanno relazione col suo nome, né possono essere conciliate con gli altri rituali di questo giorno legati chiaramente all’inizio del nuovo anno. È anche ipotizzabile che il passo di Marziale sia il ricordo di antichissimi matrimoni collettivi che avvenivano all’inizio della primavera, come auspicio di fecondità per il resto dell’anno.

Considerando il nome Anna una forma femminile di annus, e Perenna un derivato di perennare, compire un intero anno [Suet. Vesp. V], la Dea è stata vista come un’antica indigitamenta, (o forse a due divinità diverse poi riunite in una sola, infatti “Anna ac Perenna”, cioè due entità distinte, sono nominate in un verso delle Satire Menippee di Varrone [Varr. Sat. Menip. Fr 506]), una dei tanti “Dei popolari” che vigilavano su moltissimi aspetti della vita dei romani. In questo caso si tratterebbe di colei che personificava la prosperità che dall’inizio del nuovo anno, si prolungava per tutta la sua durata. Questa interpretazione è stata messa in dubbio in base all’analisi linguistica che ha rilevato come il nome Anna indichi piuttosto la nutrice (derivato dal verbo nutrire, annare), associabile anche all’anus, e Perenna stia per perennis, cioè che dura indefinitamente. In questo caso, si tratterebbe di una Dea Nutrice (personalità diffusa in altre religioni indoeuropee), invocata ciclicamente all’inizio dell’anno, perché fosse sempre favorevole alla comunità e ne propiziasse la prosperità; tale identificazione è confermata dal verso di Ovidio in cui Anna è definita ninfa nutrice di Giove [Ov. Fast. III, 660].

Anna Perenna sarebbe così associabile ad Annona, la personificazione dell’inesauribile prodigalità dello stato romano che forniva cibo alla popolazione della città, tale legame sembra suggerito anche dal passo dei Fasti in cui Anna è rappresentata come una vecchia di Bovillae che porta liba alla plebe che si era ritirata sul Monte Sacro [Ov. Fast. III, 667 – 74]. Passando dal piano poetico a quello storico Anna e Annona svolgono lo stesso ruolo ed è possibile che alcune antiche prerogative di Anna siano state in parte assorbite da Annona.

Anna Perenna è quindi inscrivibile nel novero delle divinità italiche portatrici di fecondità, invocate per la fertilità della terra, il cui nome deriva dalla radice indoeuropea *an-, nutrire. Prossimo citare ad esempio l’osca Amma [Zvet. Syll. 9], la campana Damia [Zvet. Syll. 50], la peligna Angitia [Verg. Aen. VII, 750; Serv. loc. cit.; Solin. II, 29; Sil. It. VIII, 50] o Anceta, che in osco sarà Anagtiai e probabilmente anche la latina Amata [Verg. Aen. VII, 343; XII, 600; Serv. Aen. VI, 90; VII, 51; VII, 791; XI, 490; XII, 31; XII, 131; XII, 603; Dion. H. I, 64; Fab. Pict. De Jure Pont. Fr I P apud Gel. I, 12, 14]

Se consideriamo che questa festa cadeva nel primo plenilunio del nuovo anno, secondo il più antico calendario romano, possiamo allora vedere in Anna una Dea lunare, che personifica la perennità del suo ciclo. Questo giorno, quindi, non va inteso nella sua unicità come punto iniziale del percorso dell’astro, in cui avviene il passaggio da anno vecchio (chiusura del ciclo precedente) ad anno nuovo (inizio del nuovo), la cui immagine più confacente sarebbe stata una divinità dal duplice volto di vecchia e giovane donna, ma come l’eterno ripetersi di questa successione sempre identica a se stessa, l’immutabilità di un corso che, pur nella successione degli anni, può realizzare l’eternità nel suo scorrere ciclico. Per questo la Dea, personificazione del tempo indefinito, poteva a buon diritto essere rappresentata come una vecchia donna, la cui longevità rimanda all’eternità.

Come Dea lunare, Anna Perenna era nutrice e dispensatrice di fertilità, di cui garantiva il perpetuarsi indefinito (annare ac perennare), rappresentato, nei festeggiamenti popolari, dall’auspicio di una prosperità lunga tanti anni quanti i bicchieri vuotati durante la festa. Il vino consumato abbondantemente, poteva essere il ricordo di riti in onore della Dea in cui era usato come bevanda d’immortalità, in grado di donare un’ebrezza, illusione di eternità. È possibile infatti che le feste popolari di questo giorno fossero ciò che rimaneva di arcaici riti di rigenerazione e rinascita, in cui le danze, la licenziosità, i mimi osceni e scurrili, rappresentavano una rottura con l’ordine proprio del tempo calendariale e ritorno alla matrice indistinta della pura forza generativa: con l’inizio dell’anno e della primavera tale forza doveva essere risvegliata affinché assicurasse, nei mesi successivi nutrimento e prosperità all’intera comunità.

Nel 1999 durante scavi effettuati a Roma, tra piazza Euclide e via Dal Monte, quartiere Parioli, tra i 6 e i 10 m sotto il piano stradale, sono venuti alla luce i resti di una fontana di forma rettangolare con iscrizioni riferite a Anna Perenna.

La fontana sembra essere stata utilizzata tra il IV sec aev e il VI sec. Nella cisterna retrostante, sono stati rinvenuti numerosi oggetti utilizzati per pratiche magiche, come lamine di piombo con esecrazioni, contenitori del medesimo metallo contenenti figure umane monete, oggetti in rame e lucerne, che oggi sono conservati nella Sezione Epigrafica del Museo Nazionale Romano presso le Terme di Diocleziano.

 

Feriae Iovi

Sacrifice for the new year prosperity; the pontifex maximus was leading a procession coming up on the Capitol to sacrifice a bull of six years for the fertility of the fields, for the community of Montes [Lyd. Mens. IV, 49]. During the imperial period the kannophoroi of Magna Mater, took part in the procession because it coincided with the canna intrat [Lyd. Mens. IV, 49].

 

Feriae Annae Perennae

Ovid shows different versions about the identity of Anna Perenna: in the first She is an old woman from Bovillae who distributed cakes (rustic liba) to the plebeians hungry during the secession on the sacred mountain. The plebs would have deified Her and dedicated Her a cult [Ov. Fast. III, 667 – 74]; alternately he describes Her as an old woman who replaces Minerva, to deceive Mars at the time of the marriage between the two deities [Ov. Fast. III, 675 – 96].

According to another version, Anna was the sister of Dido, Carthage fled after the death of the queen, arrived in Italy, and was greeted by Aeneas. Her presence, however, aroused the jealousy of Lavinia and Anna was forced to flee again, until it was turned into a nymph from the God of Numicio River [Ov. Fast. III, 523-42; Sil. En. VIII, 50 ff].

Public sacrifices were held to Anna Perenna and votes were pronounced, so that the beginning of the year was prosperous and so all the years to come

… Ut annare perennareque commode liceat … [Macr. Sat. I, 12, 6]

By Ovid [Fast. III, 523 ff] we know that on this day the mob went out of town, to the Tiber banks to spend a pleasant day. They rose up tents or huts of reeds and branches, covered with robes and there it lay down on the grass eating and drinking wine in abundance, asking the gods so many years of luck, as many pitchers they spill. There were songs and mime performances of obscene verses (fescennini). We know that stage actions took place (it is likely to refer the Ovidian story of the exchange between Minerva and Anna Perenna, before her marriage to Mars, perhaps inspired by one of the plays in the vernacular background represented on the feast [Dec. Lab. Ann. For. Fr I pg 339-40 R], where Anna plays the role of “false girlfriend” who, in myth protected the bride from evil influences).

A passage of an epigram of Martial regards the Anna Perenna party and hints at something that happened in a forest sacred to her at the Via Flaminia

… From here you can … embrace with his eyes … the sacred grove of Anna Perenna, who enjoys blood virginal (cruor virginalis). Beyond you can see the hiker along the Via Flaminia … [Mart. IV, 64, 11 et seq]

Several authors have interpreted the passage of Martial as a reference to some ritual on the first period of young women, which could coincide with the transition to adulthood and their integration in the social body of the city. This interpretation, based on a dubious reconstruction of the term cruor virginalis, however, is at odds with the description that Ovid gives us the Goddess as an old and have no relation with her name, nor can they be reconciled with the other rituals of this day clearly linked early in the new year. It is also conceivable that the pace of Martial is the memory of ancient collective marriages that took place in early spring, as a pledge of fruitfulness for the rest of the year.

Considering the name Anna a feminine form of annus, and Perenna a derivative of perennare, accomplish a whole year [Suet. Vesp. V], the Goddess was seen as an old indigitamenta, (or maybe two different gods then combined into a single fact “ac Anna Perenna”, ie two distinct entities, are nominated in one direction of Satires Menippee Varro [ Varr. Sat. Menip. Fr 506]), one of the many “of the popular” who kept watch on many aspects of Roman life. In this case it would be the one who personified prosperity that since the beginning of the new year, lasted for its entire duration. This interpretation has been questioned on the basis of linguistic analysis that detected as the name rather indicates the nurse Anna (derived from the verb feed, annare), also associated all’anus, and Perenna is going to perennis, that lasts indefinitely. In this case, it would be a Goddess Nurse (diffuse personality in other Indo-European religions), invoked cyclically at the beginning of the year, because it was always beneficial to the community and will propitiate prosperity; this identification is confirmed by the verse of Ovid in which Anna is called the Mother nymph of Jupiter [Ov. Fast. III, 660].

Anna Perenna would thus be associated to Annona, the personification of the inexhaustible generosity of the Roman state that supplied food to the population of the city, this link also appears suggested the pace of the Fasti in which Anna is represented as an old Bovillae leading liba the mob that he had retired on Monte Sacro [Ov. Fast. III, 667-74]. Moving on from the poetic plane to the historic Anna and Annona play the same role and it is possible that some ancient prerogatives of Anna were offset in part by Annona.

Anna Perenna is then inscribed on the list of carriers Italic deity of fertility, invoked for the fertility of the earth, whose name derives from the Indo-European root * also, nourish. Next Examples include the osca Amma [Zvet. Syll. 9], the Damia bell [Zvet. Syll. 50], the peligna Angitia [Verg. Aen. VII, 750; Serv. Loc. cit .; Solin. II, 29; Sil. En. VIII, 50] or Anceta, which in Osco will Anagtiai and probably the Latin Amata [Verg. Aen. VII, 343; XII, 600; Serv. Aen. VI, 90; VII, 51; VII, 791; XI, 490; XII, 31; XII, 131; XII, 603; Dion. H. I, 64; Fab. Pict. Pont de Jure. The P fr apud Gel. I, 12, 14]

If we consider that this festival fell in the first full moon of the new year, according to the most ancient Roman calendar, we can then see in Anna a lunar goddess who personifies the continuity of its cycle. This day, therefore, should not be understood in its uniqueness as the starting point of the path of the star, the occurrence of the transition from the old year (end of the previous cycle) New Year (beginning of the new), whose image would be more appropriate a deity by the double face of old and young woman, but as the eternal recurrence of this succession always identical to itself, the immutability of a course that, even in the succession of years, can achieve eternity in its flow cycle. Why the Goddess, the personification of time indefinite, could rightly be represented as an old woman, whose longevity refers to eternity.

As a lunar goddess, Anna Perenna was nurse and dispenser of fertility, of which guaranteed the indefinite perpetuation (annare ac perennare), represented, in popular celebrations, by the wish of a long many years prosperity how many glasses emptied during the party. The wine consumed abundantly, could be the memory of in honor of the Goddess rituals in which it was used as a drink of immortality, able to donate un’ebrezza, illusion of eternity. It may be that the popular festivities of this day were the remnants of archaic rituals of regeneration and rebirth, where the dances, licentiousness, obscene and scurrilous mimes, represented a break with the proper order of time and return to calendar indistinct matrix of pure generative force: with the beginning of the year and this spring force must be awakened to assure, in the months nourishment and prosperity of the entire community.

In 1999, during excavations carried out in Rome, between Piazza Euclide and Via Dal Monte Parioli district, between 6 and 10 meters below street level, they have come to light the remains of a rectangular fountain with inscriptions referring to Anna Perenna.

The fountain seems to have been used between the fourth century BCE to the sixth century. In the back tank, numerous objects used for magical practices have been found, such as lead sheets into a curse, the same metal containers containing human figures coins, copper objects and lamps, which are now preserved in the epigraphical section of the National Roman Museum at the Baths Diocletian.

Picture

Annius T.f. T.n and L. Fabius L.f. Hispaniensis. 82-81 B.C. AR denarius (20.3 mm, 3.79 g, 9 h). Mint in northern Italy or Spain. C·ANNI·T·F·T·N·PRO·COS·EX·S·C, draped bust of Anna Perenna right, wearing stephane; winged caduceus to left, scales to right, carnyx below neck / L·FABI·L·F·HISP, Victory driving quadriga right, holding palm and reins; Q above horses. Crawford 366/1a; Sydenham 748; RSC Antonia 2a