NON. SEPT. (5) F

Jovi Statori

Secondo la tradizione, un primo luogo di culto dedicato a Juppiter Stator, sarebbe stato dedicato da Romolo, durante la guerra contro i Sabini, mentre l’esercito romano veniva respinto dalla valle del foro lungo le pendici del Palatino fino alla Porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 6; 41, 4; Tac. Ann. Ann. XV, 41; Serv. Aen. VIII, 635; 640; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50; Flor. I, 1, 13; Aurel. Vict. De vir. Ill. II, 8; Cic. Catil. I, 13, 33]: alcune fonti non parlano di un tempio, bensì di un fanum [Liv. X, 37, 15; Cic. Catil. I, 13, 33], quindi di un luogo di culto recintato, ma all’aperto. La sua localizzazione e la data della dedica non sono noti, benché alcuni propendano per il Eid. Jan [Cal. Philoc.], oppure il 27° dello stesso mese. Continua a leggere NON. SEPT. (5) F

KAL. SEPT. (1) F

Jovi Tonanti in Capitolio

Un tempio a Giove Tonante fu edificato da Augusto, dopo che un fulmine gli cadde vicino durante una campagna militare in Spagna. L’edificio sacro fu costruito sul colle Capitolino e dedicato alle Kal. Sept. del 22 aev. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. ad Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). Il nome Juppiter Tonans era una traduzione del greco Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], che appare anche traslitterato in latino in due iscrizioni [CIL VI, 432; 2241]. Continua a leggere KAL. SEPT. (1) F

XII KAL. SEPT. (19) FP

VINALIA RUSTICA

Questo giorno è marcato FP nel calendario Maffeiano. Si tratta di un’antica festa collegata alla produzione del vino, il fatto che fosse chiamata Vinalia Rustica indica che si svolgeva nelle campagne, a differenza dei Vinalia Priora che si svolgevano in città, dopo che vi era stato condotto il fino a fine fermentazione. L’aition era lo stesso dei Vinalia Priora (vedi Vinalia Priora aition), l’episodio della consacrazione del vino del Lazio a Giove da parte di Enea era riferito da alcuni autori alla festa di Aprilis, da altri a quella di Sextilis, da altri ancora ad entrambe (vedi Vinalia Priora). Continua a leggere XII KAL. SEPT. (19) FP

IV KAL. QUINCT. (27) C

Laribus in Summa Sacra Via

Le fonti romane parlano di un tempio dedicato ai Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], costruito sul sito su cui sorgeva la dimora di Anco Marcio [Solin. I, 23], il cui dies natalis cadeva il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 791; ILLRP 9], anche se non sappiamo in che anno fu costruito, è molto probabile che risalisse all’inizio del III sec aev. La sua localizzazione è incerta, ma sembra che si trovasse nella parte più alta della Sacra Via, nei pressi dell’arco di Tito o del compitum acilii, nella sella tra Palatino e Velia; secondo Plinio e Cicerone era situato nel recinto del fanum di Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Fu restaurato da Augusto che lo ridedicò nel suo dies natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacito lo nomina tra i punti di riferimento che usa per descrivere la linea del Pomerium romuleo [Tac. Ann. XII, 24]: i vertici del quadrilatero sarebbero stati: “magna Herculis ara, ara Consi, curiae veteres, sacellum Larum”. Non è chiara che relazione ci fosse tra questo tempio e quello dei Lares Praestites (vedi Majus), né se in realtà Tacito si riferisse a quest’ultimo anziché a quello sulla Sacra Via.

Non abbiamo citazioni di questo tempio dopo il periodo di Augusto, il che ha fatto pensare che fosse stato demolito per permettere la costruzione del tempio di Venus e Roma.

 

Iovi Statori

Secondo la tradizione  fu votato da Romolo in un momento critico della guerra contro i Sabini, quando i Romani erano stati respinti attraverso la valle del Foro e si stavano ritirando verso la porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. Secondo Livio non si trattava di un edificio sacro, bensì di un fanum, un templum, cioè un luogo sacro delimitato e consacrato (effatus). Il tempio vero e proprio sarebbe stato votato nel 294 aev. dal console Attilius Regolus durante la battaglia di Luceria contro i Sanniti e costruito poco dopo [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15 – 16].  Per le fonti romane, si trovava sul Palatino poco al di fuori dell’insediamento romuleo, tra la Porta Mugonia e la summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. Iret 24. in Palatii radice; ante Palatini ora iugi, Ov.; ad veterem portam Palatii, Liv.; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. I cataloghi regionali lo collocano nella Regio IV.

 

Laribus in Summa Sacra Via

The Roman sources speak of a temple dedicated to the Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], built on the site where once stood the home of Anco Marcio [Solin. I, 23], whose dies natalis fell 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-791; ILLRP 9], although we do not know what year it was built, it is very likely that dated back to the early third century BCE. Its location is uncertain, but it appears that he was in the highest part of the Sacred Way, near the Arch of Titus or compitum Acilii, in the saddle between the Palatine and Velia; according to Pliny and Cicero it was located in the compound of fanum of Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Was restored by Augustus who rededicated in his Dies Natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacitus named him among the landmarks that used to describe the Pomerium Romulus line [Tac. Ann. XII, 24]: the vertices of the quadrangle would be: “magna Herculis ara, ara Coun, curiae veteres, sacellum Larum”. It is not clear what relationship there was between this temple and that of Lares Praestites (see majus), or if in fact Tacitus was referring to him rather than to the one on the Via Sacra.

We have quotes from this temple after the period of Augustus, who did think it was demolished to allow the construction of the Temple of Venus and Rome.

 

Iovi Statori

According to tradition it was voted by Romulus at a critical time of the war against the Sabines, when the Romans were rejected through the valley of the Forum and were retreating toward the Mugonia Door [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. According to Livy it was not a sacred building, but a fanum, a templum, a simple sacred place delimited and consecrated (effatus). The real temple would be voted in 294 BCE. by Attilius console Regolus during the battle of Luceria against the Samnites and built shortly after [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15-16]. For Roman sources, he was on the Palatine just outside Romulus settlement between the Porta Mugonia and summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. 24. Iret in Palatii root; Palatine ante now iugi, Ov .; to veterem portam Palatii, Liv .; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. Regional catalogs place it in the Regio IV.

 

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GORDIAN III (238-244). Denarius. Rome. Obv: IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG. Laureate, draped and cuirassed bust right. Rev: IOVIS STATOR. Jupiter standing facing, head right, with sceptre and thunderbolt. RIC 112.

XI KAL. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

Il tempio di Summanus presso il Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] fu forse eretto su di un luogo di culto più antico, secondo la tradizione, infatti, fu Tito Tazio a consacrare un altare in Suo onore [Var. L. L. V, 74]. La sua costruzione risale al periodo della guerra contro Pirro [Ov. Fast. VI, 731 –32], fra il 278 e il 275 aev. per espiare un fulmine che aveva colpito una statua del Dio (o di Juppiter) che ornava il tempio di Giove Capitolino, facendone cadere la testa nel Tevere e distruggendola [Cic. Div. I,10 Juppiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. La localizzazione dell’edificio sacro è tutt’ora incerta, probabilmente si trovava nelle vicinanze del tempio di Hercules Invictus, nei pressi del carcere del Circo Massimo e, nei cataloghi regionali, sarebbe da identificare col tempio di Dis Pater, con cui Summanus fu identificato in età imperiale [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovidio, parlando della dedica di questo tempio afferma che l’identità della divinità era divenuta già incerta alla sua epoca [Ov. Fast. VI, 731].

Per gli antiquari latini si trattava di un antico Dio della folgore notturna che era molto onorato in tempi arcaici, ma la cui identità si era andata fondendo con quella di Juppiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] ed in effetti sono state ritrovate molte tavolette d’argilla, che servivano ad indicare i luoghi colpiti da fulmini, con l’indicazione F. S. C. Fulgur Summanium Conditum ([qui] è sepolto un fulmine mandato da Summano [CIL V, 3256; 5660]), in contrapposizione con quelle che riportano F. D. C. Fugur Divum Conditum ([qui] è sepolto un fulmine caduto di giorno). Alcuni autori moderni hanno ritenuto che si trattasse di una divinità sabiana, in base all’accenno di Varrone, mentre altri che fosse di origine etrusca e l’hanno identificato col Nocturnus che presiede la sedicesima sede celeste nel catalogo di Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], appartenente agli Dei Inferi e corrispondente al nord; lo stesso autore indica in Summanus, un epiteto di Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derivato da Summus Manum, il più alto tra i Manes.

In Plauto Summanus è invocato da uno schiavo ladro e summanare è un sinonimo di rubare [Curcul. 413; 453], ulteriore prova che ne fa una divinità della notte.

Secondo G. Dumézil , Summanus era un epiteto di Juppiter derivato da sub + manis, prima del mattino, Dio della luce mattutina, piuttosto che un derivato da summus, intendendo il cielo come summania templa [Lucr. V, 521]: dobbiamo infatti ricordare che, per i Romani, il giorno cominciava a mezzanotte, per cui, poichè sappiamo che Summanus era colui che inviava le folgori notturne e che gli auspici avevano generalmente valore entro il giorno in cui si presentavano, possiamo pensare che Egli presiedesse a quella parte della notte che andava dalla mezzanotte all’alba, da cui sub manis . Era quindi collegato con la nascita giornaliera del sole e per questo è ipotizzabile un qualche legame con Mater Matuta e non sarebbe casuale che l’anniversario della dedica del suo tempio cada in prossimità del solstizio estivo. Festo ricorda particolari liba chiamati summanalia [Fest. 348] focacce decorate con un motivo a ruota o croce (Figura 98) che, forse, erano offerte in questa occasione (nella nota di Festo, che è l’unico a menzionarle, non si parla del loro utilizzo); tale motivo decorativo è notoriamente un simbolo legato al culto solare, elemento che rafforza l’identificazione del Dio con un’arcaica divinità ad esso collegata.

 

KAL XI. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

The temple of Summanus at the Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] was probably built on the site of an ancient cult, according to tradition, in fact, Tito Tazio to consecrated an altar in His honor [Var. L. L. V, 74]. Its construction dates back to the period of the war against Phyrrus [Ov. Fast. VI, 731 -32], between 278 and 275 BCE. to atone lightning that struck a statue of the God (or Jupiter) which adorned the temple of Jupiter, making his head fall into the Tiber and destroying it [Cic. Div. I, 10 Jupiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. The sacred building location is still uncertain, probably it stood near the temple of Hercules Invictus, near the Circus Maximus prison and, in regional catalogs, would be identified with the Temple of Dis Pater, which was identified Summanus in imperial times [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovid, speaking of the dedication of this temple states that the identity of the divinity already had become uncertain in his time [Ov. Fast. VI, 731].

For Latin antiquarians it was an ancient god of lightning that night was very honored in archaic times, but whose identity had been merging with that of Jupiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] and in fact many clay tablets were found, which were used to indicate the places struck by lightning, indicating FSC Fulgur Summanium conditum ([here] is buried a term thunderbolt from Summano [CIL V, 3256 ; 5660]), in contrast with those who report FDC Fugur Divum conditum ([here] a lightning strike during the day) it is buried. Some modern authors have felt that it was a Sabian gods, based at the mention of Varro, while others who were of Etruscan origin and identified with Nocturnus who chairs the sixteenth seat in the celestial catalog of Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], which belongs to the gods Hades and corresponding to the north; the same author indicates in Summanus, an epithet of Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derived from Summus Manum, the highest among the Manes.

In Plautus Summanus it is invoked by a thief slave and summanare is a synonym for stealing [Curcul. 413; 453], further evidence that makes it one of the night deity.

According to G. Dumézil, Summanus was an epithet of Jupiter derived from sub + manis, before morning, God of morning light, rather than a derivative from summus, meaning the sky as SUMMANIA contemplates [Lucr. V, 521]: In fact, we must remember that, for the Romans, the day began at midnight, so, as we know that Summanus was the one who sent the night lightning and that the auspices had generally value within the day that presented themselves, we can think that he preside over that part of the night that went from midnight to dawn, from which sub manis. It was then connected with the daily birth of the sun, so it is conceivable a certain connection with Mater Matuta and would not be coincidence that the anniversary of the dedication of her temple falls near the summer solstice. Festo reminiscent of particular liba called summanalia [Fest. 348] cakes decorated with a pattern of wheel or cross (Figure 98) that, perhaps, were offered for this occasion (in the note of Festus, which is the only one to mention, no mention of their use); This decorative motif is notoriously a symbol linked to sun worship, which again supports the identification of God with an archaic deities connected to it.

 

Picture

Jupiter with thunderbolt. Florence, National Archaeological Museum. Inv. No. 2291.

EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

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Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

EID. MAJ. (15) NP

Feriae Iovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290]. Continua a leggere EID. MAJ. (15) NP

VII KAL. MAJ. (24) C

FERIAE LATINAE

Benché questa festività si svolgesse sul monte Albano, era sotto la diretta supervisione dei magistrati romani [Dion. H. IV, 49] e quindi era considerata una festa romana a tutti gli effetti.

Si trattava di feriae concenptivae e la loro data veniva stabilita dai consoli al momento in cui entravano in carica [CIL. VI, 455]. Essi, o se non vi fossero stati, il dittatore, dovevano presenziare alla festa, lasciando un praefectus urbis in città e solo dopo la fine delle celebrazioni potevano partire per le province a loro assegnate.

Era una festività molto antica, stabilita forse prima della nascita di Roma (secondo Festo da re Latino [Fest. 194], che sarebbe anche stato identificato con Juppiter Latiaris), anche se, secondo Dionigi di Alicarnasso, avrebbe avuto origine durante l’età monarchica [Dion. H. Cit.]. Lo storico greco deduce questa data dal fatto che il tempio in onore di Juppiter Latiaris sul monte Albano fu costruito sotto i Tarquini, ma è probabile che essi abbiano solo ampliato un luogo di culto già esistente. Gli scholii bobiensi a Cicerone riportano che gli autori antichi erano incerti sulla data della fondazione di questa festività, benché la ritenessero comunque molto antica: secondo alcuni sarebbe stata creata da Tarquinio Prisco, secondo altri dai Prisci Latini, sotto il regno di Faunus, oppure per commemorare Latino o Enea, ascesi al cielo e divinizzati [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

In origine il rito era celebrato dai 30 populi che facevano parte della Lega Latina, sotto il controllo di Alba Longa; si tratta di antiche comunità che, all’epoca a cui datano le nostre fonti erano in gran parte scomparse, lasciando solo un ricordo nel nome di alcune località, per questo c’è molta incertezza sulla reale composizione della Lega. Un elenco dei Populi Albenses ci è fornito da Plinio [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizzabili sul colle Celio), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizzabili sulla Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). Un secondo elenco, delle città che la componevano, all’epoca della conquista di Fidene, ci viene da Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. V, 61, 3]: oltre a Fidene, Ardea, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In parte i due elenchi coincidono (ad esempio Bubetani e Bubento, Coriolani e Corioli, Querquetulani e Quercetola, forse Accienses e Ariccia, Foreti e Fortinea, Manates e Mento), ma vi sono anche molte differenze la cui causa può essere molteplice: alcune comunità possono essere sparite e poi sostituite da altre, oppure il loro nome può essere sopravvissuto, ma storpiato poiché ormai non senza un reale significato geografico; ancora Plinio e Dionigi possono essersi riferiti a fonti precedenti che riportavano un elenco incompleto e l’hanno poi integrato in base alle loro conoscenze (come indica ad esempio la ripetizione Laurento, Lanuvio, Lavinio, tutte versioni del nome della città di Lavinio). Cicerone, per la sua epoca menziona Tuscolo, Lavicum, Bovillae e Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

Dalle informazioni che possediamo [Dion. H. Cit.] sappiamo che i rappresentanti delle città della Lega Latina si riunivano una volta all’anno sul monte Albano dove avveniva un grande banchetto sacrificale in onore di Juppiter Latiaris officiato dai consoli. I Romani versavano libagioni di latte [Fest. Cit.] (si pensa che in tempi molto antichi, prima che la viticoltura fosse diffusa nel Lazio, questo alimento fosse usato nelle libagioni agli Dei e quindi che questo tipo di sacrificio sarebbe una prova dell’estrema antichità della festa), mentre altre città, in base ad un preciso regolamento, portavano agnelli, formaggio, liba al miele e noci.

La principale vittima sacrificale era un toro bianco che non avesse mai portato il giogo. Dopo la sua immolazione e uccisione, i rappresentanti di ogni città ricevevano una parte delle carni, la cui distribuzione era regolata in maniera molto precisa secondo un ordine stabilito dalle norme rituali [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violare le norme sulla distribuzione delle parti delle vittime, voleva dire commettere un piaculum e quindi le Feriae avrebbero dovuto essere ripetute (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. Lo stesso avveniva se si verificava un cattivo omen durante la cerimonia [Liv. XL, 45; XLI, 16].

Per le città partecipanti, durante la festività era nefas portare azioni belliche contro altre città della Lega [Dion. H. Cit.; Macr. Sat. I, 16, 16], per questo motivo, in seguito, in questo giorno vi fu divieto di condurre guerre.

Dopo il sacrificio vi era una festa e oscilla erano appese agli alberi [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Secondo Festo si svolgeva anche un qualche tipo di lusus in cui degli uomini mascherati si dondolavano su altalene [Fest. Cit.]: il passo è molto confuso e oggi si ritiene che potesse trattarsi di una qualche danza in armi analoga a quella dei salii a Roma; d’altra parte sappiamo che tale sacerdozio era diffuso anche in altre città latine, come Tuscolo (vedi Salii)

Le Feriae Latinae, qualunque fosse stata la loro data, erano seguite da due dies religiosi [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recentemente  è stato proposto che le celebrazioni si concludessero a Roma con un sacrificio chiamato Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; Macr. Sat. I, 16, 16 – 17], celebrato sul collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], una delle cime del Quirinale, in onore di Juppiter Latiaris; la cerimonia urbana, così come quella sul Monte Cavo, doveva essere celebrata dai consoli [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. Si trattava sicuramente di un rito estremamente antico, come dimostra il nome, che rimanda all’età arcaica e non è da escludere che si trattasse di una fase della celebrazione originaria delle Feriae Latinae che fu trasferita a Roma durante la dominazione etrusca. Le uniche informazioni che possediamo derivano Plinio e da fonti tarde.

Secondo l’erudito romano il rito comprendeva una corsa tra quattro carri, al vincitore veniva offerta una bevanda a base di assenzio [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], tuttavia egli colloca tale celebrazione sul Campidoglio, in connessione quindi con Juppiter Optimus Maximus (potrebbe però trattarsi di un confusione con i Ludi Capitolini).

Gli apologeti cristiani descrivono invece dei sacrifici umani [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395 – 399; Tat. Ad Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. Ad Autol. III, 8] in cui uno schiavo [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4 – 5], o un bestiario (un gladiatore specializzato nel combattimento con le belve feroci), scelto forse dopo lo svolgimento di un combattimento [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], venivano sacrificati e il loro sangue era usato per aspergere il simulacro della divinità.  Tale usanza è confermata da Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] e forse da un’allusione in Svetonio relativa a Caligola che fu soprannominato dai suoi nemici Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2 – 3], per cui non sembra un topos della letteratura apologetica cristiana.

Le fonti affermano che il sacrificio era diretto a Juppiter Latiaris, tuttavia alcuni autori Lo identificano con Saturno [Just. Apol. II, 12, 4 – 5] e lo stesso suggerisce Macrobio, parlando del Latiar in un passo dedicato all’aition dei Saturnalia. L’esistenza di tale sacrificio umano è tuttavia messa in discussione da molti studiosi

Il complesso dei ludi e dei riti compiuti in tale occasione sembra rimandare a un substrato protostorico forse collegato alla funzione regale e al rinnovamento annuale del potere del rex.

 

Feriae Latinae

Although this festival to take place on Mount Albano, was under the direct supervision of the Roman magistrates [Dion. H. IV, 49], and so it was considered a Roman party in all respects.

It was feriae concenptivae and their date was determined by the consuls at the time they entered office [CIL. VI, 455]. They, or if there were, the dictator, had to attend the party, leaving a praefectus Urbis in the city and only after the end of the celebrations could leave for the provinces assigned to them.

It was a very ancient feast, perhaps established before the birth of Rome (according to Festo by King Latino [Fest. 194], which would have also been identified with Jupiter Latiaris), although, according to Dionysius of Halicarnassus, would have originated during the age monarchical [Dion. H. Cit.]. The greek historian deduced this from the fact that the temple in honor of Jupiter Latiaris on Mount Albano was built under Tarquini, but it is likely that they have only expanded an existing place of worship. The scholii bobiensi to Cicero reported that the ancient authors were uncertain about the date of the foundation of this holiday, although they felt still very ancient: according to some it was created by Tarquinio Prisco, according to others by the Latins Prisci, under the reign of Faunus, or to commemorate Latino or Aeneas, ascended to heaven and deified [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

Originally the rite was celebrated by the 30 nations that were part of the Latin League, under the control of Alba Longa; these are ancient communities that at the time at which date from our sources were largely disappeared, leaving only a memory in the name of some places, so there is a lot of uncertainty about the actual composition of the League. A list of Populi Albenses is provided by Pliny [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizable on Caelian), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizable on Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). A second list of the cities that composed it, at the time of the conquest of Fidenae, comes from Dionysius of Halicarnassus [Dion. H. V, 61, 3]: in addition to Fidene, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In part, the two lists are the same (for example Bubetani and Bubento, Coriolani and Corioli, Querquetulani and Quercetola perhaps Accienses and Ariccia, Foreti and Fortinea, Manates and Chin), but there are also many differences the cause of which can be varied: some communities they can be gone and then replaced by others, or the name may have survived, but now crippled as not without a real geographic meaning; even Pliny and Dionysius may have referred to earlier sources that reported an incomplete list and have then integrated based on their knowledge (as indicated for example Laurento repetition, Lanuvio, Lavinio, all versions of the name of the city of Lavinio). Cicero, for his time mention Tusculum, Lavicum, Bovillae and Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

From the information that we possess [Dion. H. Cit.] We know that the representatives of the cities of the Latin League would meet once a year on Mount Albano where it was a great sacrificial banquet in honor of Jupiter Latiaris officiated by the consuls. The Romans poured libations of milk [Fest. Cit.] (It is thought that in ancient times, before the viticulture was widespread in Lazio, this food was used in libations to the gods and therefore that this kind of sacrifice would be a proof of the extreme antiquity of the feast), while other cities , according to a specific regulation, brought lambs, cheese, honey and nuts liba.

The main sacrificial victim was a white bull that he never came yoke. After his immolation and murder, the representatives of each city received a portion of the meat, the distribution of which was adjusted very precisely in the order decided by the ritual norms [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violate regulations on the distribution of shares of the victims, he meant committing a piaculum and then the Feriae were to be repeated (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. The same thing happened when a bad omen occurred during the ceremony [Liv. XL, 45; XLI, 16].

For the participating cities during the holidays was nefas take military actions against other cities of the League [Dion. H. Cit .; MACR. Sat. I, 16, 16], for this reason, hereinafter, in this day there was prohibition of wars.

After the sacrifice, there was a party and swings hung from the trees [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. According to Festo also he held some kind of lusus where the masked men were swinging on swings [Fest. Cit.]: The pace is very confusing and it is now believed that this could be some kind of dance in arms similar to that of went up in Rome; on the other hand we know that the priesthood was also widespread in other Latin cities, as Tusculum (see climbed)

The Feriae Latinae, whatever be their date, they were followed by two religious dies [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recently it has been proposed that the celebrations will concludessero in Rome with a sacrifice called Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; MACR. Sat. I, 16, 16-17], celebrated on collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], one of the peaks of the Quirinale, in honor of Jupiter Latiaris; Urban ceremony, as well as that of Mount Cavo, was to be celebrated by the consuls [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. It was certainly a very ancient rite, as evidenced by the name, which refers to the archaic era, and it is possible that it was a stage of the original celebration of Feriae Latinae which was transferred to Rome during the Etruscan period. The only information we have derived Pliny and later sources.

According to the Roman scholar ritual included a race between four chariots, the winner was offered a beverage made from wormwood [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], however, he places such celebration in the Capitol, then in connection with Jupiter Optimus Maximus (though it could be a confusion with the Capitoline Games).

Christian apologists instead describe human sacrifices [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395-399; Tat. For Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. For Autol. III, 8] in which a slave [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4-5], or a bestiary (a specialized gladiator in combat with wild beasts), perhaps chosen after conducting a combat [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], were sacrificed and their blood was used to sprinkle the statue of the deity. This custom is confirmed by Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] and perhaps in an allusion related to Suetonius Caligula who was nicknamed by his enemies Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2-3], so there seems to be a topos of the Christian apologetic literature.

Sources claim that the sacrifice was headed for Jupiter Latiaris, however some authors I identify with Saturn [Just. Apol. II, 12, 4-5] and suggests Macrobius, speaking of Latiar in a passage dedicated all’aition of Saturnalia. The existence of such human sacrifice, however, is questioned by many scholars

The whole of Ludi and rituals performed on this occasion seems to refer to a proto substrate maybe connected to the royal office and the annual renewal of king’s power.

Picture

L. Antestius Gragulus, Antestia, Rome, 136 BC (RRC), 124-103 BC (BMCRR), Denarius , AR, gr. 3,9, mm 18,5/20. Helmeted head of Roma r.; before, X; behind, GRAG. Rv. Juppiter in quadriga r., holding sceptre and reins in l. hand and hurling thunderbolt in r. hand; below, L. ANTES; in ex. ROMA. RRC 238/1; BMCRR Roma 976; B. Antestia 9; Sydenham 451

Venus e Juppiter

Venus, nella religione romana, ha il ruolo di mediatrice, attraverso il suo potere (*uenus) l’uomo poteva ottenere la venia deorum, in particolare la venia di Juppiter, divinità con ci Venus ha sempre avuto un legame molto forte e particolare.

Nello svolgere tale funzione Venus è complementare a Fides, ipostasi della fides deorum, anch’Essa divinità particolarmente legata Juppiter, soprattutto nel suo aspetto di Dius Fidius.

Attraverso l’azione di queste due Dee si poteva concretizzare la Pax, quel legame unico tra l’uomo romano e i suoi Dei, che sancisce l’armonia cosmica dei diversi piani dell’esistenza e permette quella continua interazione tra uomo e divinità attraverso il rito, la quale è garante del mantenimento dell’equilibrio e della perfezione del cosmo

Juppiter - Venus - Fides

EID. MAR. (15) NP

Feriae Iovi

Si sacrificava per la prosperità del nuovo anno; il pontefice massimo guidava una processione che saliva sul Campidoglio per sacrificare un toro di sei anni per la fecondità dei campi, a favore della comunità dei montes [Lyd. Mens. IV, 49] (trattandosi di ferae pro montibus, tale cerimonia non era registrata nei calendari). Continua a leggere EID. MAR. (15) NP