EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

Picture

Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

Annunci

EID. MAJ. (15) NP

Feriae Iovis

Le idus di ogni mese sono sacre a Giove. Secondo Macrobio, gli Etruschi in questo giorno Gli sacrificavano un ovino e tale pratica si sarebbe tramandata a Roma, infatti, alle Idus di ogni mese, il flamen dialis sacrificava un ovino, detto Idulis Iovis, a Giove [Sat. I, 15], portandolo sul Campidoglio lungo la Sacra Via [Fest 290].

Mercurio, Majae

Nel 495 aev. alle Eidus di Majus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] fu dedicato un tempio a Mercurius, sito sul pendio dell’Aventino, di fronte al Circo Massimo [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Dato che non vi era accordo tra i consoli su chi avrebbe dovuto dedicare l’edificio, il Senato demandò la decisione al popolo che, in segno di disappunto, tributò tale onore al centurione Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Poiché Mercurio era venerato come Dio del commercio, questo giorno divenne la festa della corporazione dei mercanti [Fest. 148] che compivano sacrifici a Mercurio [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. Nello stesso giorno veniva onorata anche la madre del Dio, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52 – 53; Mart. VII, 74, 5] che, probabilmente, era venerata nello stesso tempio.

L’edificio è forse rappresentato su una moneta di Marco Aurelio [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmaler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: l’immagine ci restituisce un edificio con podio a tre livelli, su cui 4 erme fungevano da colonne, supportando un architrave di forma semicircolare su cui sono scolpiti gli animali sacri al Dio e i suoi attributi. La statua di Mercurius si trova tra le erme. La struttura dell’architrave sembra suggerire un tempio di forma circolare, così come affermato da Servius [Serv. Aen. IX, 406] con copertura a cupola, ma è possibile che essa fosse frutto di un restauro compiuto dall’imperatore. L’edificio compare nei cataloghi regionali fino al IV sec. poi non se ne ha più notizia.

Marti Invicto

I calendari epigrafici [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (la data 14° Maj è probabilmente un errore)] riportano in questa data la dedica di un tempio a Mars Invictus, ma non si hanno altre informazioni su questo tempio.

Sacra Argeorum

Nei Fasti, Ovidio assegna questa festività al giorno precedente le Eidus, Prid. Maj. (C); secondo Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. I, 38, 1], invece, essa si svolgeva alle Idus.

Secondo gli antiquari romani, il termine Argei, designava anticamente i Greci in generale (Argivi, Achei) [Porph. Scholia ad Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], oppure Greci della città di Argo [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. A seconda delle versioni si sarebbe trattato dei compagni di Ercole durante la sua traversata dell’Italia, che qui sarebbero morti [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] o si sarebbero stabiliti [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649 – 652], nella località detta Saturnia; oppure, in generale di Greci, cioè stranieri, che, approdando nel Lazio, venivano uccisi e sacrificati dai suoi antichi abitanti [Plut. Q. R. 32; Dion. H. I, 38, 1; Macr. Sat. I, 7].

Secondo la prima tradizione, dopo la morte, gli Argei sarebbero stati sepolti in luoghi di Roma che divennero poi dei sacrari o sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Ercole (o i loro discendenti) avrebbe quindi gettato nel Tevere dei simulacri che li rappresentavano, affinché la corrente li trasportasse al mare e quindi verso la loro patria, così che potessero in qualche modo farvi ritorno, pur se i loro corpi rimanevano lontani dalla loro terra natia [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654 – 656].

La seconda tradizione, invece, fa risalire il rituale compiuto in Majus al ricordo di sacrifici umani perpetrati dai Pelasgi in tempi molto antichi, a cui avrebbe messo fine Ercole, durante il suo viaggio attraverso l’Italia (su questo punto le due tradizioni, in un certo senso, si confondono). L’origine di questi sacrifici ci viene raccontata da Macrobio [Macr. Sat. I, 11]: i Pelasgi ricevettero un oracolo a Dodona, secondo il quale, una volta trovato il luogo indicato dal Dio, in cui avrebbero dovuto stabilirsi, avrebbero dovuto sacrificare: ad Apollo la decima del bottino conquistato combattendo contro gl’indigeni, ad Ade, delle teste e a Saturno degli uomini. Quando l’oracolo si realizzò e i Pelasgi arrivarono presso Kotyla, combatterono contro gli Aborigeni che già vi abitavano e li scacciarono. Quindi, in adempimento di quanto era stato loro comandato, consacrarono la decima del bottino ad Apollo ed iniziarono a compiere sacrifici umani per Dis Pater e Saturno; le vittime consacrate a quest’ultimo erano legate mani e piedi e gettate nel Tevere da un ponte [Dion. H. I, 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Giungendo in quelle zone, Ercole, convinse gli abitanti ad abbandonare i sacrifici umani, mostrando loro che la parola fwta, usata dall’oracolo, poteva indicare sia uomini, che torce. Per questo il sacrificio umano in onore di saturno, fu sostituito dall’offerta di torce e candele che avveniva ai Saturnalia. Tuttavia, in ricordo di quel rituale, lo stesso Ercole inaugurò l’usanza di gettare nel Tevere dei fantocci di vimini dall’aspetto umano.

Una variante voleva che fossero stati gli Arcadii di Evandro ad uccidere dei Greci della città di Argo, o un greco di nome Argo o Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In ogni caso queste due narrazioni mettono in collegamento l’origine del rituale degli Argei con Ercole, quindi con il periodo più antico dell’occupazione del sito di Roma e con l’opera del primo eroe civilizzatore che abbia agito in quel sito. Rinviano quindi, al periodo più arcaico della storia romana, probabilmente antecedente alla fondazione vera e propria della città.

Una terza tradizione sosteneva che l’uso di gettare fantocci di vimini nel Tevere, dal ponte Sublicio, ricordasse l’antica usanza di gettare in acqua gli anziani con più di 60 anni (depontati) [Fest. 334; 75; Var. apud Non. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623 – 24], oppure di impedire loro il passaggio del ponte Sublicio, perché non potessero recarsi al Comitium per le votazioni e così fossero esclusi dalle cariche pubbliche [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

Questa celebrazione non faceva parte delle feriae publicae, essendo pro curiis e pro sacellis e non pro populo, per cui non era annotata nei calendari. La sua qualifica ed il percorso che seguiva, nella parte più antica della città, la fanno risalire all’ordinamento curiato all’origine dell’abitato di Roma (seguendo Carandini  le 27 curiae avrebbero composto l’abitato protourbano inerente il setimontium ed anteriore la fondazione romulea che ne portò il numero a 30), prima che la riforma serviana suddividesse la città in regiones e creasse i compita. Mentre con i Lupercalia, di epoca romulea, veniva compiuta una lustratio del solo Palatino e così il resto della città era purificato solo simbolicamente, la cerimonia degli Argei rimase come rituale comprendente in maniera omogenea l’intero abitato più arcaico.

Secondo Livio [Liv. I, 21, 5] il rituale degli Argei sarebbe stato stabilito, nella forma che si è trasmessa fino all’epoca delle nostre fonti, da Numa che fu anche colui che dedicò i sacrari chiamati loca argeorum [Fest. 19] (il che però non esclude che tali luoghi sacri esistessero anche in precedenza). Esso era descritto, assieme al percorso delle processioni e ai luoghi in cui si trovavano i sacella, nei libri dei pontefici [Liv. Cit.; Var. L. L. V, 45]. Il rituale comprendeva quindi una processione che toccava 27 sacrari [Var. L. L. VII, 44] posti nelle antiche curiae romulee, la cui posizione, in parte, ci è stata tramandata da Varrone [Var. L. L. V, 45 – 54]. Questa processione si svolgeva due volte, la prima nel giorno XVII Kal. Apr. o XVI Kal. Apr. (16° o 17° Mart): è probabile (anche se le fonti non ne fanno menzione) che in questa occasione dei fantocci di vimini con sembianze umane fossero deposti nei sacrari (secondo Ulpiano, “sacrario è un luogo dove vengono deposti oggetti sacri” [Dig. I, 8, 9, 2]); non sappiamo se avvenivano anche dei sacrifici. La deposizione seguiva quindi l’antico capodanno fissato nel giorno di Anna Perenna e cadeva in concomitanza con la data in cui i giovani ricevevano la toga virile e, probabilmente, in tempi più antichi, venivano integrati nelle curie.

Dopo un periodo di circa 60 giorni, (che coincideva con quello durante il quale il prigioniero judicatus era imprigionato prima dell’esecuzione capitale che lo consegnava alla divinità che aveva offeso ) alle Ides Maji, si svolgeva un’altra processione, a cui partecipavano i pontefici, le vergini vestali, i pretori [Dion. H. I, 38, 3],  la flaminica dialis in atteggiamento di lutto [Gel. X, 15, 30] e tutti i cittadini che ne avevano diritto (quindi probabilmente quelli iscritti nelle curiae). Veniva ripetuto il percorso della prima e, probabilmente, venivano recuperati i fantocci di vimini dai sacrari (anche in questo caso non sappiamo se vi si svolgessero dei sacrifici). Questa volta il rito si concludeva sul ponte Sublicio, da dove, dopo aver compiuto dei sacrifici appropriati, le vestali gettavano nel Tevere i fantocci (secondo Dionigi di Alicarnasso 30 e non 27 come per Varrone) [Dion. H. I, 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

In questo giorno, il Feriale Cumanum riporta una supplicatio alle Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It. XIII, 2, 44].

Il plurale moles, indicava in origine una catasta di oggetti, possiamo quindi pensare che le Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] fossero le divinità a cui erano consacrate le cataste delle armi vinte ai nemici durante le più antiche campagne militari di due mesi (marzo – maggio), prima della loro distruzione che sarebbe avvenuta al Tubislutrum (vedi). Il rito si inseriva nelle più antiche cerimonie per il reditus, il ritorno delle truppe, e aveva probabilmente lo scopo di “depotenziare” le armi dei nemici, prima della loro consacrazione: pratica che sopravvisse in età storica attraverso quella del figere arma [Verg. Aen. I, 241 – 49; III, 286; VII, 170 – 91], l’affissione di armature e scudi presi ai nemici, ovvero l’atto di attraversarli con un chiodo che, secondo Servio, equivaleva a dedicarli agli Dei [Serv. Aen. I, 248]201. Su queste divinità non sappiamo nient’altro, ma possiamo pensare che in origine fossero rappresentate da vere e proprie cataste di armi, in particolare scudi, presi ai nemici e custoditi in un luogo sacro. Tale immagine ci rimanda al mito di Tarpeia e alle sue rappresentazioni iconografiche, in particolare quelle sulle monete.

Questo rito, su cui non abbiamo ulteriori informazioni, è stato messo in relazione con Tarpeia , la donna romana che, secondo il mito, durante la guerra contro i sabini seguita al ratto delle loro donne, tradendo il proprio popolo, aiutò i nemici a penetrare nell’Arx. In cambio del tradimento, la ragazza aveva chiesto quello che i sabini portavano al braccio sinistro, intendendo i monili d’oro con cui si ornavano, essi però le lanciarono i loro scudi, con cui la seppellirono uccidendola [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var. L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38 – 40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Rom. XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio. I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Il sepolcro di Tarpea, secondo la tradizione, si trovava sul colle capitolino, che da lei prendeva anche il nome di colle tarpeio [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom. IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio. II Fr. 11]; su quel luogo venivano compiute annualmente libagioni [Dion. H. XL, 3], il che lascia intendere che il mito nasconda riti molto antichi, essendo impossibile che una traditrice fosse ricordata e onorata pubblicamente. Con la consacrazione del colle a Giove e la costruzione del tempio alla Triade Capitolina, Tarquinio Prisco, ordinò che il corpo della giovane fosse trasferito altrove [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], ma da quel momento non se ne ebbe più notizia, altro indizio che abbiamo a che fare con un mito e non con eventi storici. Il luogo rimase tuttavia nefasto e da lì erano scagliati i condannati alla pena della precipitazione “e saxo tarpeio” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var. L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652 – 54; Prop. IV, 4, 29 – 30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Sempre sul Campidoglio, doveva esistere un antico luogo di culto dedicato a Mars (il colle, in età pre-serviana era fuori dal pomerium) [Var. apud August. C. D. IV, 23, 3], ulteriore indizio della relazione tra Tarpea e la sfera della guerra; il legame tra la Dea e Mars emerge anche a livello calendariale, nel giorno della supplicatio alle Moles Martis fu infatti dedicato il tempio di Marte al Circo Flaminio e quello di Mars Ultor nel foro di Augusto, dedica ancor più significativa se si tiene conto che essa coincise con il ritorno in patria delle armi di Crasso, reditus simbolico delle armate sconfitte dai Parti.

Tarpeia sembra quindi essere un antichissimo nume tutelare del colle capitolino: le varie versioni del suo mito si collocano nelle occasioni in cui esso fu messa sotto assedio (guerra contro i Sabini, guerra contro Appio Erdonio, assedio gallico), inoltre la giovane è spesso messa in relazione con la tutela dell’Arx (figlia del guardiano delle mura) e con conoscenze arcane (nella versione di Plutarco, Tarpeia viene uccisa per non aver voluto rivelare i segreti di Romolo), il che induce a ritenere che Essa fosse coinvolta nei riti di evocatio.

 

Feriae Iovis

The idus of every month are sacred to Jupiter. According to Macrobius, the Etruscans on this day sacrificed a sheep and this practice would be handed down in Rome, in fact, the Idus of each month, the flamen Dialis sacrificed a sheep, said Idulis Jovis, Jupiter [Sat. I, 15], taking it on the Capitol along the Via Sacra [Fest 290].

Mercurio, Majae

In 495 BCE. to Majus Eidus [ILLRP 9; Fasti Caer. Tusc. Ven. Philoc. CIL I², pg. 213; 216; 221; 264; 318] was dedicated a temple to Mercurius (Figure 68; Figure 69), located on the Aventine hill, in front of the Circus Maximus [Ov. Fast. V, 669; Mart. XII, 67, 1; Apul. Met. VI, 8]. Since there was no agreement between the consuls as to who should have devoted the building, the Senate left the decision to the people who, in disappointment, bestowed this honor to the centurion Marcus Letorius [Liv. II, 21, 7; Val. Max. IX, 3, 6].

Because Mercury was worshiped as god of commerce, this day was the feast of the guild of merchants [Fest. 148] who were making sacrifices to Mercury [Macr. Sat. I, 12, 19; Auson. De Feriis 5]. On the same day he was also honored the mother of God, Maja [Macr. Sat. I, 12, 19; Lyd. Mens. IV, 52-53; Mart. VII, 74, 5] which, probably, was worshiped in the same temple.

The building is perhaps represented on a coin of Marcus Aurelius [Cohen Marc. Aur. 534; Baumeister, Denkmäler 1495 1; Rosch. ii. 2803; RIC 1074]: The image gives us a podium building with three levels, of which 4 Herms served as columns, supporting a lintel semicircular on which the sacred animals to God and his attributes are carved. The statue of Mercurius is located between the Herms. The lintel structure seems to suggest a circular temple, as stated by Servius [Serv. Aen. IX, 406] with a domed roof, but it is possible that it was the result of a restoration carried out by the emperor. The building appears in regional catalogs until the fourth century. then if they have more news.

Marti Invicto

The epigraphic calendars [ILLRP 9; Fast. Ven. CIL I2 pg 318 (the date 14th Maj is probably a mistake)] reported on this date the dedication of a temple to Mars Invictus, but do not have more information about this temple.

Sacred Argeorum

In the Fasti, Ovid assigns this festival the day before the Eidus, PRID. Maj. (C); according to Dionysius of Halicarnassus [Dion. H., 38, 1], however, it was carried to the Idus.

According to local antique dealers, the term Argei, designated ancient Greeks in general (Argives, Achaeans) [Porph. Scholia to Hor. Car. II, 6, 5; Plut. Q. R. 32], or Greek city of Argos [Var. L. L. VII, 44; Fest. 334]. Depending on the version it would be the companions of Hercules during his Italian journey, which here would have died [Macr. Sat. I, 11; Fest. 19] or they would set [Var. L. L. V, 45; Fest. 334; Ov. Fast. V, 649-652], in the locality called Saturnia; or, in general the Greeks, that foreigners, who, landing in New York, were killed and sacrificed by its ancient inhabitants [Plut. Q. R. 32; Dion. H., 38, 1; MACR. Sat. I, 7].

According to one tradition, after death, the Argei would be buried in places of Rome, which later became the shrines or Sacella, loca argeorum [Fest. 19]; Hercules (or their descendants) would then thrown into the Tiber simulacra representing them, so that the current was carrying them to the sea and then to their home, so they could in some way to return, even if their bodies remained far from their land native [Macr. Sat. I, 11; Ov. Fast. V, 654-656].

The second tradition, however, attributes the ritual performed in majus to the memory of human sacrifice perpetrated by the Pelasgians in ancient times, which would put an end Hercules, on his journey through Italy (on this point the two traditions, in a way, are confused). The origin of these sacrifices are told by Macrobius [Macr. Sat. I, 11]: the Pelasgians received an oracle at Dodona, according to which, once you find the place designated by God, which would have to settle down, they would have to sacrifice: to Apollo the tenth of the spoils won by fighting against the natives, to Ade, of the heads of men and Saturn. When the oracle was fulfilled and the Pelasgians arrived at Kotyla, they fought against Aboriginal people who already lived there and drive them out. So, in fulfillment of what had been commanded, they consecrated the tenth of the spoils to Apollo and began to make human sacrifices to Dis Pater and Saturn; consecrated victims latter were tied hand and foot and thrown into the Tiber by a bridge [Dion. H., 38, 2; Ov. Fast. V, 630]. Coming in those areas, Hercules, persuaded the inhabitants to abandon their human sacrifices, showing them that the word fwta, used by the oracle, could indicate both men, twisting. For this human sacrifice in honor of Saturn, it was replaced by the offer of torches and candles that happened to Saturnalia. However, in memory of the ritual, the same Ercole inaugurated the custom of throwing into the Tiber puppets of human-Wicker.

A variant wanted were the Arcadii Evandro to kill the Greeks of the city of Argos, or greek called Argo or Argeo [Serv. Aen. VIII, 345].

In any case these two narratives bring into connection the origin of the ritual Argei Hercules, so with the earliest occupation of the site of Rome and the work of the first civilizing hero who acted in that site. Refer therefore to the archaic period of Roman history, probably prior to the real foundation of the city.

A third tradition held that the use of disposable puppets wicker into the Tiber, from Sublicio bridge, remember the ancient custom of throwing water seniors with more than 60 years (depontati) [Fest. 334; 75; Var. Apud not. Comp. Doct. 214; Ov. Fast. V, 623-24], or to prevent them passing the Sublicio bridge, because they could not travel to the Comitium for votes and so they were excluded from public office [Fest. 334; Cic. Pro Rosc. 35, 100].

This celebration was not part of feriae publicae, being pro Curiis and sacellis pro and not pro populo, so it was not recorded in calendars. His status and the path that followed, in the oldest part of the city, the trace is for the curiato the origin of the town of Rome (following Carandini the 27 curiae would compound the proto-urban settlement regarding the setimontium and front the foundation Romulus who brought the number to 30), before the Servian reform suddividesse the city into regiones and creating the spell. While with the Lupercalia, of Romulus era, was accomplished only a lustratio the Palatine and so the rest of the city was purified only symbolically, the ceremony of Argei remained as a ritual comprising evenly the entire village more archaic.

According to Livy [Liv. I, 21, 5] the ritual of Argei would be established, in the form that it was transmitted until the time of our sources, by Numa who was also the one who dedicated the shrines called loca argeorum [Fest. 19] (which, however, it does not exclude that such sacred places also existed previously). It was described, along with the path of the processions and the places where they were the Sacella, in the books of the popes [Liv. cit .; Var. L. L. V, 45]. The ritual then included a procession that touched 27 shrines [Var. L. L. VII, 44] places in the ancient curiae romulee, whose position, in part, has been handed down by Varro [Var. L. L. V, 45-54]. This procession was held twice, the first on the day XVII Kal. Apr. or XVI Kal. Apr. (16 ° or 17 ° Mart) is probable (although the sources do not mention) that on this occasion the wicker puppets in human form were placed in shrines (according to Ulpian, “shrine is a place where they are deposited sacred objects “[Dig. I, 8, 9, 2]); we do not know if it occurred even sacrifices. The deposition then followed the ancient New Year set in the Anna Perenna day and fell to coincide with the date on which the youth received the toga of manhood and, probably, in ancient times, were incorporated in curies.

After a period of about 60 days, (which coincided with that during which the prisoner judicatus was imprisoned before the capital was consigned to the gods who had offended) the Idus Maji, was held another procession, they attended the pontiffs, vestal virgins, the magistrates [Dion. H., 38, 3], the flaminica Dialis of mourning attitude [Gel. X, 15, 30], and all citizens entitled to it (so probably headings of the curiae). It was repeated the path of the first and, probably, were recovered wicker puppets by shrines (also in this case we do not know if they were held there sacrifices). This time the ceremony ended on Sublicio bridge where, after making the appropriate sacrifices, the vestal virgins threw into the Tiber puppets (according to Dionysius of Halicarnassus 30 and not 27 as in Varro) [Dion. H., 38, 3].

 

Supplicatio Molibus Martis

On this day, Fianale Cumanum reports a supplication to the Moles Martis [CIL X, 3682 = CIL X, 8375 = CIL I, p 229 = Inscr. It XIII, 2, 44].

The plural moles originally indicated a stack of objects, so we can assume that the Moles Martis [Gel. XIII, 23, 2] were the deities to which the weapons guns were conquered by enemies during the oldest military campaigns of two months (March – May), before their destruction that would take place at Tubislutrum (see). The rite entered the oldest ceremonies for the reditus, the return of the troops, and was probably intended to “dehumanize” the weapons of the enemies before their consecration: a practice that survived in the historical age through that of weapon fixing [Aen. I, 241-49; III, 286; VII, 170-91], the sending of armor and shields taken to the enemies, or the act of crossing them with a nail that, according to Servius, was equivalent to dedicating them to the gods [Serv. Aen. I, 248] 201. We know nothing about these gods, but we may think that they were originally represented by real weapons guns, in particular shields, taken to the enemy and kept in a sacred place. This image reminds us of the myth of Tarpeia and its iconographic representations, especially those on coins.

This ritual, which we have no further information, has been linked to Tarpeia, the Roman woman who, according to myth, during the war against sabies followed by the rat of their women, betraying their people, helped the enemies penetrate nell’Arx. In return for betrayal, the girl had asked what the sabies carried to their left arm, naming the gold jewelery with which they adorned, but they launched their shields with which they buried it by killing it [Liv. I, 11; Flor. I, 1, 12; Var L. L. V, 41; Prop. IV, 4; Calp. Piso Fr. 5 P apud Dion. H. II, 38-40; Ov. Met. XIV, 777 segg; App. Reg. Fr. 1; Val. Max. IX, 6, 1; Plut. Romans XVII, 2; Ov. Fast. I, 262; Serv. Aen. I, 449; Fest. 363; Cas. Dio I Fr. 5; Zon. VII, 3].

Tarpea’s sepulcher, according to tradition, was on the Capitoline Hill, which also took its name as a needy hill [Var. L. L. V, 41; Liv. I, 55; Serv. Aen. VIII, 348; Fest. 363; Prop. IV, 4, 93; Suet. Jul. XLIV; Dion. H. III, 69, 4; Plut. Rom IV; Steph. Byz. 355; 604; Lyd. IV, 155; PsAurel. Vict. Vir. Ill. II, 7; Cas. Dio II Fr 11]; There was a yearly libation on that place [Dion. H. XL, 3], which implies that the myth conceals ancient rites, since it is impossible for a traitor to be publicly remembered and honored. With the consecration of the hill to Jupiter and the building of the temple at the Capitoline Triad, Tarquinio Prisco, ordered that the young man’s body be transferred elsewhere [Plut. Rom. XVIII; Dion. H. XL, 4], but from that moment on there was no news, another clue we have to do with a myth and not with historical events. The place was still nefarious, and the condemned ones were hurled from there to the penalty of precipitation “and saxo needs” [Gell. XI, 18, 8; XX, 1, 53; Var L. L. V, 41; Liv. VI, 20, 12; XXV, 7, 13; Fest. 340; 343; Verg. Aen. VIII, 347; 652-54; Prop. IV, 4, 29-30; Tac. Ann. VI, (19) 25; PsAurel. Vict. Vir. Ill. XXIV, 6; LXVI, 8; Ampel. XXVII, 4; Prop. III, 11, 45; Sen. Contr. I, 3, 3, 4; Plin. Nat. Hist. VII, 44, 143; XXVIII, 4, 15; Tert. Spect. V]. Always on the Capitol, there was an ancient place of worship dedicated to Mars (the hill, pre-servi age was out of the pomerium) [Var. Apud August. C. D. IV, 23, 3], a further indication of the relationship between Tarpea and the sphere of war; The link between the Goddess and Mars emerges also at the calendary level, on the day of supplication at the Moles Martis was in fact dedicated to the Temple of Mars to the Circus Flaminio and that of Mars Ultor in the august hole, it devotes even more significant if you consider that it Coincided with the return of the weapons of Crassus to the homeland, symbolic reditus of the armies defeated by the Parties.

Needle therefore seems to be a very ancient guardian of the chapel: the various versions of his myth lie on the occasions when it was besieged (war against the Sabines, war against Appius Herdonius, Gallic siege), and the young man is often put In connection with the protection of Arx (the daughter of the guardian of the walls) and with arcane knowledge (in the version of Plutarch, Tarpeia is killed for not wanting to reveal the secrets of Romulus), which leads him to believe that she was involved in the rites of evocatio.

 

Picture

Marcus Aurelius augustus, 161 – 180

Sestertius 172-173, Æ 26.36 g. M ANTONINVS – AVG TR P XXVII Laureate bust r. with drapery on l. shoulder. Rev. IMP VI – COS III S – C Tetrastyle temple within which statue of Mercury standing l. on pedestal holding caduceus and purse; on tympanum , tortoise, cockerel, ram, caduceus winged helmet and purse. C 544 var. BMC 1441 var. RIC 1074 var.

VII KAL. MAJ. (24) C

FERIAE LATINAE

Benché questa festività si svolgesse sul monte Albano, era sotto la diretta supervisione dei magistrati romani [Dion. H. IV, 49] e quindi era considerata una festa romana a tutti gli effetti.

Si trattava di feriae concenptivae e la loro data veniva stabilita dai consoli al momento in cui entravano in carica [CIL. VI, 455]. Essi, o se non vi fossero stati, il dittatore, dovevano presenziare alla festa, lasciando un praefectus urbis in città e solo dopo la fine delle celebrazioni potevano partire per le province a loro assegnate.

Era una festività molto antica, stabilita forse prima della nascita di Roma (secondo Festo da re Latino [Fest. 194], che sarebbe anche stato identificato con Juppiter Latiaris), anche se, secondo Dionigi di Alicarnasso, avrebbe avuto origine durante l’età monarchica [Dion. H. Cit.]. Lo storico greco deduce questa data dal fatto che il tempio in onore di Juppiter Latiaris sul monte Albano fu costruito sotto i Tarquini, ma è probabile che essi abbiano solo ampliato un luogo di culto già esistente. Gli scholii bobiensi a Cicerone riportano che gli autori antichi erano incerti sulla data della fondazione di questa festività, benché la ritenessero comunque molto antica: secondo alcuni sarebbe stata creata da Tarquinio Prisco, secondo altri dai Prisci Latini, sotto il regno di Faunus, oppure per commemorare Latino o Enea, ascesi al cielo e divinizzati [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

In origine il rito era celebrato dai 30 populi che facevano parte della Lega Latina, sotto il controllo di Alba Longa; si tratta di antiche comunità che, all’epoca a cui datano le nostre fonti erano in gran parte scomparse, lasciando solo un ricordo nel nome di alcune località, per questo c’è molta incertezza sulla reale composizione della Lega. Un elenco dei Populi Albenses ci è fornito da Plinio [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizzabili sul colle Celio), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizzabili sulla Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). Un secondo elenco, delle città che la componevano, all’epoca della conquista di Fidene, ci viene da Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. V, 61, 3]: oltre a Fidene, Ardea, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In parte i due elenchi coincidono (ad esempio Bubetani e Bubento, Coriolani e Corioli, Querquetulani e Quercetola, forse Accienses e Ariccia, Foreti e Fortinea, Manates e Mento), ma vi sono anche molte differenze la cui causa può essere molteplice: alcune comunità possono essere sparite e poi sostituite da altre, oppure il loro nome può essere sopravvissuto, ma storpiato poiché ormai non senza un reale significato geografico; ancora Plinio e Dionigi possono essersi riferiti a fonti precedenti che riportavano un elenco incompleto e l’hanno poi integrato in base alle loro conoscenze (come indica ad esempio la ripetizione Laurento, Lanuvio, Lavinio, tutte versioni del nome della città di Lavinio). Cicerone, per la sua epoca menziona Tuscolo, Lavicum, Bovillae e Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

Dalle informazioni che possediamo [Dion. H. Cit.] sappiamo che i rappresentanti delle città della Lega Latina si riunivano una volta all’anno sul monte Albano dove avveniva un grande banchetto sacrificale in onore di Juppiter Latiaris officiato dai consoli. I Romani versavano libagioni di latte [Fest. Cit.] (si pensa che in tempi molto antichi, prima che la viticoltura fosse diffusa nel Lazio, questo alimento fosse usato nelle libagioni agli Dei e quindi che questo tipo di sacrificio sarebbe una prova dell’estrema antichità della festa), mentre altre città, in base ad un preciso regolamento, portavano agnelli, formaggio, liba al miele e noci.

La principale vittima sacrificale era un toro bianco che non avesse mai portato il giogo. Dopo la sua immolazione e uccisione, i rappresentanti di ogni città ricevevano una parte delle carni, la cui distribuzione era regolata in maniera molto precisa secondo un ordine stabilito dalle norme rituali [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violare le norme sulla distribuzione delle parti delle vittime, voleva dire commettere un piaculum e quindi le Feriae avrebbero dovuto essere ripetute (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. Lo stesso avveniva se si verificava un cattivo omen durante la cerimonia [Liv. XL, 45; XLI, 16].

Per le città partecipanti, durante la festività era nefas portare azioni belliche contro altre città della Lega [Dion. H. Cit.; Macr. Sat. I, 16, 16], per questo motivo, in seguito, in questo giorno vi fu divieto di condurre guerre.

Dopo il sacrificio vi era una festa e oscilla erano appese agli alberi [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Secondo Festo si svolgeva anche un qualche tipo di lusus in cui degli uomini mascherati si dondolavano su altalene [Fest. Cit.]: il passo è molto confuso e oggi si ritiene che potesse trattarsi di una qualche danza in armi analoga a quella dei salii a Roma; d’altra parte sappiamo che tale sacerdozio era diffuso anche in altre città latine, come Tuscolo (vedi Salii)

Le Feriae Latinae, qualunque fosse stata la loro data, erano seguite da due dies religiosi [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recentemente  è stato proposto che le celebrazioni si concludessero a Roma con un sacrificio chiamato Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; Macr. Sat. I, 16, 16 – 17], celebrato sul collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], una delle cime del Quirinale, in onore di Juppiter Latiaris; la cerimonia urbana, così come quella sul Monte Cavo, doveva essere celebrata dai consoli [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. Si trattava sicuramente di un rito estremamente antico, come dimostra il nome, che rimanda all’età arcaica e non è da escludere che si trattasse di una fase della celebrazione originaria delle Feriae Latinae che fu trasferita a Roma durante la dominazione etrusca. Le uniche informazioni che possediamo derivano Plinio e da fonti tarde.

Secondo l’erudito romano il rito comprendeva una corsa tra quattro carri, al vincitore veniva offerta una bevanda a base di assenzio [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], tuttavia egli colloca tale celebrazione sul Campidoglio, in connessione quindi con Juppiter Optimus Maximus (potrebbe però trattarsi di un confusione con i Ludi Capitolini).

Gli apologeti cristiani descrivono invece dei sacrifici umani [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395 – 399; Tat. Ad Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. Ad Autol. III, 8] in cui uno schiavo [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4 – 5], o un bestiario (un gladiatore specializzato nel combattimento con le belve feroci), scelto forse dopo lo svolgimento di un combattimento [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], venivano sacrificati e il loro sangue era usato per aspergere il simulacro della divinità.  Tale usanza è confermata da Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] e forse da un’allusione in Svetonio relativa a Caligola che fu soprannominato dai suoi nemici Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2 – 3], per cui non sembra un topos della letteratura apologetica cristiana.

Le fonti affermano che il sacrificio era diretto a Juppiter Latiaris, tuttavia alcuni autori Lo identificano con Saturno [Just. Apol. II, 12, 4 – 5] e lo stesso suggerisce Macrobio, parlando del Latiar in un passo dedicato all’aition dei Saturnalia. L’esistenza di tale sacrificio umano è tuttavia messa in discussione da molti studiosi

Il complesso dei ludi e dei riti compiuti in tale occasione sembra rimandare a un substrato protostorico forse collegato alla funzione regale e al rinnovamento annuale del potere del rex.

 

Feriae Latinae

Although this festival to take place on Mount Albano, was under the direct supervision of the Roman magistrates [Dion. H. IV, 49], and so it was considered a Roman party in all respects.

It was feriae concenptivae and their date was determined by the consuls at the time they entered office [CIL. VI, 455]. They, or if there were, the dictator, had to attend the party, leaving a praefectus Urbis in the city and only after the end of the celebrations could leave for the provinces assigned to them.

It was a very ancient feast, perhaps established before the birth of Rome (according to Festo by King Latino [Fest. 194], which would have also been identified with Jupiter Latiaris), although, according to Dionysius of Halicarnassus, would have originated during the age monarchical [Dion. H. Cit.]. The greek historian deduced this from the fact that the temple in honor of Jupiter Latiaris on Mount Albano was built under Tarquini, but it is likely that they have only expanded an existing place of worship. The scholii bobiensi to Cicero reported that the ancient authors were uncertain about the date of the foundation of this holiday, although they felt still very ancient: according to some it was created by Tarquinio Prisco, according to others by the Latins Prisci, under the reign of Faunus, or to commemorate Latino or Aeneas, ascended to heaven and deified [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX].

Originally the rite was celebrated by the 30 nations that were part of the Latin League, under the control of Alba Longa; these are ancient communities that at the time at which date from our sources were largely disappeared, leaving only a memory in the name of some places, so there is a lot of uncertainty about the actual composition of the League. A list of Populi Albenses is provided by Pliny [Plin. Nat. Hist. III, 69]: Albani, Aesolani (o Aefulani), Accienses, Abolani, Bubetani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Manates, Macrales, Munienses, Numinienses, Olliculani, Octulani, Pedani, Polluscini, Querquetulani (localizable on Caelian), Sicani, Sisolenses, Tolerienses, Tutienses (o Titienses), Vimitellari, Velienses (localizable on Velia), Venetulani, Vitellenses (o Vitellienses). A second list of the cities that composed it, at the time of the conquest of Fidenae, comes from Dionysius of Halicarnassus [Dion. H. V, 61, 3]: in addition to Fidene, Ariccia, Boville, Bubento, Cora, Carvento, Circea, Corioli, Corbio, Cabo, Fortinea, Gabii, Laurento, Lanuvio, Lavinio, Latici, Mento, Noria, Preneste, Pedo, Quercetola, Barico, Scozia, Ozia, Tivoli, Tuscolo, Tollero, Stellone, Velletri. In part, the two lists are the same (for example Bubetani and Bubento, Coriolani and Corioli, Querquetulani and Quercetola perhaps Accienses and Ariccia, Foreti and Fortinea, Manates and Chin), but there are also many differences the cause of which can be varied: some communities they can be gone and then replaced by others, or the name may have survived, but now crippled as not without a real geographic meaning; even Pliny and Dionysius may have referred to earlier sources that reported an incomplete list and have then integrated based on their knowledge (as indicated for example Laurento repetition, Lanuvio, Lavinio, all versions of the name of the city of Lavinio). Cicero, for his time mention Tusculum, Lavicum, Bovillae and Gabii [Cic. Pro Planc. IX, 23]

From the information that we possess [Dion. H. Cit.] We know that the representatives of the cities of the Latin League would meet once a year on Mount Albano where it was a great sacrificial banquet in honor of Jupiter Latiaris officiated by the consuls. The Romans poured libations of milk [Fest. Cit.] (It is thought that in ancient times, before the viticulture was widespread in Lazio, this food was used in libations to the gods and therefore that this kind of sacrifice would be a proof of the extreme antiquity of the feast), while other cities , according to a specific regulation, brought lambs, cheese, honey and nuts liba.

The main sacrificial victim was a white bull that he never came yoke. After his immolation and murder, the representatives of each city received a portion of the meat, the distribution of which was adjusted very precisely in the order decided by the ritual norms [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. Violate regulations on the distribution of shares of the victims, he meant committing a piaculum and then the Feriae were to be repeated (instauratio feriarum) [Liv. XXXII, 1; XXXVII, 3]. The same thing happened when a bad omen occurred during the ceremony [Liv. XL, 45; XLI, 16].

For the participating cities during the holidays was nefas take military actions against other cities of the League [Dion. H. Cit .; MACR. Sat. I, 16, 16], for this reason, hereinafter, in this day there was prohibition of wars.

After the sacrifice, there was a party and swings hung from the trees [Schol. Bob. in Cic. Pro Planc. IX]. According to Festo also he held some kind of lusus where the masked men were swinging on swings [Fest. Cit.]: The pace is very confusing and it is now believed that this could be some kind of dance in arms similar to that of went up in Rome; on the other hand we know that the priesthood was also widespread in other Latin cities, as Tusculum (see climbed)

The Feriae Latinae, whatever be their date, they were followed by two religious dies [Cic. Q. Fr. II, 4, 2].

Recently it has been proposed that the celebrations will concludessero in Rome with a sacrifice called Latiar [Cic. Q. Fr. II, 4, 2; Cas. Dio. XLVII, 40, 6; MACR. Sat. I, 16, 16-17], celebrated on collis Latiaris [Var. L. L. V, 52], one of the peaks of the Quirinale, in honor of Jupiter Latiaris; Urban ceremony, as well as that of Mount Cavo, was to be celebrated by the consuls [Cas. Dio. XLVII, 40, 6]. It was certainly a very ancient rite, as evidenced by the name, which refers to the archaic era, and it is possible that it was a stage of the original celebration of Feriae Latinae which was transferred to Rome during the Etruscan period. The only information we have derived Pliny and later sources.

According to the Roman scholar ritual included a race between four chariots, the winner was offered a beverage made from wormwood [Plin. Nat. Hist. XXVII, 28, 45], however, he places such celebration in the Capitol, then in connection with Jupiter Optimus Maximus (though it could be a confusion with the Capitoline Games).

Christian apologists instead describe human sacrifices [Firm. Mat. De Err. Prof. Rel. XXVI, 2; Just. Apol. II, 12, 5; Lact. Insti. I, 21, 3; Min. Fel., Oct. XXIII, 6; XXX, 4; Paul. Nol. Poem. XXXII, 109; Prud. Cont. Sym. I, 395-399; Tat. For Graec. XXIX, 1; Tert. Apol. IX, 5; Scorp. VII, 6; Theop. Antioch. For Autol. III, 8] in which a slave [Min. Fel. Oct. XXX, 3; Just. Apol. II, 12, 4-5], or a bestiary (a specialized gladiator in combat with wild beasts), perhaps chosen after conducting a combat [Tert. Apol. IX, 5; Lact. Inst. I, 21, 3], were sacrificed and their blood was used to sprinkle the statue of the deity. This custom is confirmed by Porfirio [Porph. De Abst. II, 56, 9] and perhaps in an allusion related to Suetonius Caligula who was nicknamed by his enemies Juppiter Latiaris [Suet. Cal. XXII, 2-3], so there seems to be a topos of the Christian apologetic literature.

Sources claim that the sacrifice was headed for Jupiter Latiaris, however some authors I identify with Saturn [Just. Apol. II, 12, 4-5] and suggests Macrobius, speaking of Latiar in a passage dedicated all’aition of Saturnalia. The existence of such human sacrifice, however, is questioned by many scholars

The whole of Ludi and rituals performed on this occasion seems to refer to a proto substrate maybe connected to the royal office and the annual renewal of king’s power.

Picture

L. Antestius Gragulus, Antestia, Rome, 136 BC (RRC), 124-103 BC (BMCRR), Denarius , AR, gr. 3,9, mm 18,5/20. Helmeted head of Roma r.; before, X; behind, GRAG. Rv. Juppiter in quadriga r., holding sceptre and reins in l. hand and hurling thunderbolt in r. hand; below, L. ANTES; in ex. ROMA. RRC 238/1; BMCRR Roma 976; B. Antestia 9; Sydenham 451

EID. MAR. (15) NP

Feriae Iovi

Si sacrificava per la prosperità del nuovo anno; il pontefice massimo guidava una processione che saliva sul Campidoglio per sacrificare un toro di sei anni per la fecondità dei campi, a favore della comunità dei montes [Lyd. Mens. IV, 49] (trattandosi di ferae pro montibus, tale cerimonia non era registrata nei calendari). In età imperiale alla processione partecipavano anche i kannophoroi della Magna Mater, poiché coincideva con il canna intrat [Lyd. Mens. IV, 49].

 

Feriae Annae Perennae

Ovidio riporta diverse versioni sull’identità di Anna Perenna: in una si tratta di una vecchia di Bovillae che distribuì focacce fatte da lei (rustica liba) ai plebei affamati, durante la secessione sul monte sacro. Dopo quell’episodio, la plebe la divinizzò e le dedicò un culto [Ov. Fast. III, 667 – 74]; alternativamente la descrive come una vecchia che si sostituisce a Minerva, per ingannare Mars, al momento del matrimonio tra le due divinità [Ov. Fast. III, 675 – 96]. Secondo un’altra versione, Anna era la sorella di Didone che, fuggita da Cartagine dopo la morte della regina, giunse in Italia e fu accolta da Enea. La sua presenza però, suscitò la gelosia di Lavinia ed Anna fu costretta a fuggire nuovamente, finché non fu tramutata in una ninfa dal Dio del fiume Numicio [Ov. Fast. III, 523 – 42; Sil. It. VIII, 50 segg].

La festa. Si svolgevano sacrifici pubblici ad Anna Perenna e si pronunciavano voti, affinché l’inizio dell’anno fosse prospero e così tutti gli anni a venire

ut annare perennareque commode liceat…  [Macr. Sat. I, 12, 6]

Da Ovidio [Fast. III, 523 segg] sappiamo che in questo giorno la plebe si recava fuori città, sulle rive del Tevere per passare una giornata in allegria. Si innalzavano tende o capanne di canne e frasche, coperte con le toghe e ci si sdraiava sull’erba; si mangiava e si beveva vino in abbondanza, chiedendo agli Dei tanti anni di fortuna, quanti erano i boccali che si riusciva a vuotare. Si cantava e si mettevano in scena mimi e recite di versi osceni (fescennini). Sappiamo che si svolgevano anche azioni sceniche a cui si riferisce probabilmente il racconto ovidiano dello scambio tra Minerva e Anna Perenna, prima del matrimonio con Mars, forse ispirato ad una delle commedie a sfondo volgare rappresentate in occasione della festa [Dec. Lab. Ann. Per. Fr I pg 339 – 40 R], in cui Anna gioca il ruolo della “falsa fidanzata” che, nel mito proteggeva la futura sposa dalle influenze maligne.

Un passaggio di un epigramma di Marziale riguarda la festa di Anna Perenna e accenna a qualcosa che accadeva in un bosco a lei sacro presso la via Flaminia

… Di qui si può… abbracciare con lo sguardo… il sacro bosco di Anna Perenna, che gode del sangue virginale (cruor virginalis). Di là si può scorgere il viandante che percorre la via Flaminia… [Mart. IV, 64, 11 segg]

Diversi autori hanno interpretato il passo di Marziale come un riferimento ad un qualche rito relativo alla prima mestruazione delle giovani donne, che avrebbe potuto coincidere con il passaggio all’età adulta e la loro integrazione nel corpo sociale della città. Questa interpretazione, basata su una dubbia ricostruzione del termine cruor virginalis, è però in contrasto con la descrizione che Ovidio ci dà della Dea come una vecchia e non hanno relazione col suo nome, né possono essere conciliate con gli altri rituali di questo giorno legati chiaramente all’inizio del nuovo anno. È anche ipotizzabile che il passo di Marziale sia il ricordo di antichissimi matrimoni collettivi che avvenivano all’inizio della primavera, come auspicio di fecondità per il resto dell’anno.

Considerando il nome Anna una forma femminile di annus, e Perenna un derivato di perennare, compire un intero anno [Suet. Vesp. V], la Dea è stata vista come un’antica indigitamenta, (o forse a due divinità diverse poi riunite in una sola, infatti “Anna ac Perenna”, cioè due entità distinte, sono nominate in un verso delle Satire Menippee di Varrone [Varr. Sat. Menip. Fr 506]), una dei tanti “Dei popolari” che vigilavano su moltissimi aspetti della vita dei romani. In questo caso si tratterebbe di colei che personificava la prosperità che dall’inizio del nuovo anno, si prolungava per tutta la sua durata. Questa interpretazione è stata messa in dubbio in base all’analisi linguistica che ha rilevato come il nome Anna indichi piuttosto la nutrice (derivato dal verbo nutrire, annare), associabile anche all’anus, e Perenna stia per perennis, cioè che dura indefinitamente. In questo caso, si tratterebbe di una Dea Nutrice (personalità diffusa in altre religioni indoeuropee), invocata ciclicamente all’inizio dell’anno, perché fosse sempre favorevole alla comunità e ne propiziasse la prosperità; tale identificazione è confermata dal verso di Ovidio in cui Anna è definita ninfa nutrice di Giove [Ov. Fast. III, 660].

Anna Perenna sarebbe così associabile ad Annona, la personificazione dell’inesauribile prodigalità dello stato romano che forniva cibo alla popolazione della città, tale legame sembra suggerito anche dal passo dei Fasti in cui Anna è rappresentata come una vecchia di Bovillae che porta liba alla plebe che si era ritirata sul Monte Sacro [Ov. Fast. III, 667 – 74]. Passando dal piano poetico a quello storico Anna e Annona svolgono lo stesso ruolo ed è possibile che alcune antiche prerogative di Anna siano state in parte assorbite da Annona.

Anna Perenna è quindi inscrivibile nel novero delle divinità italiche portatrici di fecondità, invocate per la fertilità della terra, il cui nome deriva dalla radice indoeuropea *an-, nutrire. Prossimo citare ad esempio l’osca Amma [Zvet. Syll. 9], la campana Damia [Zvet. Syll. 50], la peligna Angitia [Verg. Aen. VII, 750; Serv. loc. cit.; Solin. II, 29; Sil. It. VIII, 50] o Anceta, che in osco sarà Anagtiai e probabilmente anche la latina Amata [Verg. Aen. VII, 343; XII, 600; Serv. Aen. VI, 90; VII, 51; VII, 791; XI, 490; XII, 31; XII, 131; XII, 603; Dion. H. I, 64; Fab. Pict. De Jure Pont. Fr I P apud Gel. I, 12, 14]

Se consideriamo che questa festa cadeva nel primo plenilunio del nuovo anno, secondo il più antico calendario romano, possiamo allora vedere in Anna una Dea lunare, che personifica la perennità del suo ciclo. Questo giorno, quindi, non va inteso nella sua unicità come punto iniziale del percorso dell’astro, in cui avviene il passaggio da anno vecchio (chiusura del ciclo precedente) ad anno nuovo (inizio del nuovo), la cui immagine più confacente sarebbe stata una divinità dal duplice volto di vecchia e giovane donna, ma come l’eterno ripetersi di questa successione sempre identica a se stessa, l’immutabilità di un corso che, pur nella successione degli anni, può realizzare l’eternità nel suo scorrere ciclico. Per questo la Dea, personificazione del tempo indefinito, poteva a buon diritto essere rappresentata come una vecchia donna, la cui longevità rimanda all’eternità.

Come Dea lunare, Anna Perenna era nutrice e dispensatrice di fertilità, di cui garantiva il perpetuarsi indefinito (annare ac perennare), rappresentato, nei festeggiamenti popolari, dall’auspicio di una prosperità lunga tanti anni quanti i bicchieri vuotati durante la festa. Il vino consumato abbondantemente, poteva essere il ricordo di riti in onore della Dea in cui era usato come bevanda d’immortalità, in grado di donare un’ebrezza, illusione di eternità. È possibile infatti che le feste popolari di questo giorno fossero ciò che rimaneva di arcaici riti di rigenerazione e rinascita, in cui le danze, la licenziosità, i mimi osceni e scurrili, rappresentavano una rottura con l’ordine proprio del tempo calendariale e ritorno alla matrice indistinta della pura forza generativa: con l’inizio dell’anno e della primavera tale forza doveva essere risvegliata affinché assicurasse, nei mesi successivi nutrimento e prosperità all’intera comunità.

Nel 1999 durante scavi effettuati a Roma, tra piazza Euclide e via Dal Monte, quartiere Parioli, tra i 6 e i 10 m sotto il piano stradale, sono venuti alla luce i resti di una fontana di forma rettangolare con iscrizioni riferite a Anna Perenna.

La fontana sembra essere stata utilizzata tra il IV sec aev e il VI sec. Nella cisterna retrostante, sono stati rinvenuti numerosi oggetti utilizzati per pratiche magiche, come lamine di piombo con esecrazioni, contenitori del medesimo metallo contenenti figure umane monete, oggetti in rame e lucerne, che oggi sono conservati nella Sezione Epigrafica del Museo Nazionale Romano presso le Terme di Diocleziano.

 

Feriae Iovi

Sacrifice for the new year prosperity; the pontifex maximus was leading a procession coming up on the Capitol to sacrifice a bull of six years for the fertility of the fields, for the community of Montes [Lyd. Mens. IV, 49]. During the imperial period the kannophoroi of Magna Mater, took part in the procession because it coincided with the canna intrat [Lyd. Mens. IV, 49].

 

Feriae Annae Perennae

Ovid shows different versions about the identity of Anna Perenna: in the first She is an old woman from Bovillae who distributed cakes (rustic liba) to the plebeians hungry during the secession on the sacred mountain. The plebs would have deified Her and dedicated Her a cult [Ov. Fast. III, 667 – 74]; alternately he describes Her as an old woman who replaces Minerva, to deceive Mars at the time of the marriage between the two deities [Ov. Fast. III, 675 – 96].

According to another version, Anna was the sister of Dido, Carthage fled after the death of the queen, arrived in Italy, and was greeted by Aeneas. Her presence, however, aroused the jealousy of Lavinia and Anna was forced to flee again, until it was turned into a nymph from the God of Numicio River [Ov. Fast. III, 523-42; Sil. En. VIII, 50 ff].

Public sacrifices were held to Anna Perenna and votes were pronounced, so that the beginning of the year was prosperous and so all the years to come

… Ut annare perennareque commode liceat … [Macr. Sat. I, 12, 6]

By Ovid [Fast. III, 523 ff] we know that on this day the mob went out of town, to the Tiber banks to spend a pleasant day. They rose up tents or huts of reeds and branches, covered with robes and there it lay down on the grass eating and drinking wine in abundance, asking the gods so many years of luck, as many pitchers they spill. There were songs and mime performances of obscene verses (fescennini). We know that stage actions took place (it is likely to refer the Ovidian story of the exchange between Minerva and Anna Perenna, before her marriage to Mars, perhaps inspired by one of the plays in the vernacular background represented on the feast [Dec. Lab. Ann. For. Fr I pg 339-40 R], where Anna plays the role of “false girlfriend” who, in myth protected the bride from evil influences).

A passage of an epigram of Martial regards the Anna Perenna party and hints at something that happened in a forest sacred to her at the Via Flaminia

… From here you can … embrace with his eyes … the sacred grove of Anna Perenna, who enjoys blood virginal (cruor virginalis). Beyond you can see the hiker along the Via Flaminia … [Mart. IV, 64, 11 et seq]

Several authors have interpreted the passage of Martial as a reference to some ritual on the first period of young women, which could coincide with the transition to adulthood and their integration in the social body of the city. This interpretation, based on a dubious reconstruction of the term cruor virginalis, however, is at odds with the description that Ovid gives us the Goddess as an old and have no relation with her name, nor can they be reconciled with the other rituals of this day clearly linked early in the new year. It is also conceivable that the pace of Martial is the memory of ancient collective marriages that took place in early spring, as a pledge of fruitfulness for the rest of the year.

Considering the name Anna a feminine form of annus, and Perenna a derivative of perennare, accomplish a whole year [Suet. Vesp. V], the Goddess was seen as an old indigitamenta, (or maybe two different gods then combined into a single fact “ac Anna Perenna”, ie two distinct entities, are nominated in one direction of Satires Menippee Varro [ Varr. Sat. Menip. Fr 506]), one of the many “of the popular” who kept watch on many aspects of Roman life. In this case it would be the one who personified prosperity that since the beginning of the new year, lasted for its entire duration. This interpretation has been questioned on the basis of linguistic analysis that detected as the name rather indicates the nurse Anna (derived from the verb feed, annare), also associated all’anus, and Perenna is going to perennis, that lasts indefinitely. In this case, it would be a Goddess Nurse (diffuse personality in other Indo-European religions), invoked cyclically at the beginning of the year, because it was always beneficial to the community and will propitiate prosperity; this identification is confirmed by the verse of Ovid in which Anna is called the Mother nymph of Jupiter [Ov. Fast. III, 660].

Anna Perenna would thus be associated to Annona, the personification of the inexhaustible generosity of the Roman state that supplied food to the population of the city, this link also appears suggested the pace of the Fasti in which Anna is represented as an old Bovillae leading liba the mob that he had retired on Monte Sacro [Ov. Fast. III, 667-74]. Moving on from the poetic plane to the historic Anna and Annona play the same role and it is possible that some ancient prerogatives of Anna were offset in part by Annona.

Anna Perenna is then inscribed on the list of carriers Italic deity of fertility, invoked for the fertility of the earth, whose name derives from the Indo-European root * also, nourish. Next Examples include the osca Amma [Zvet. Syll. 9], the Damia bell [Zvet. Syll. 50], the peligna Angitia [Verg. Aen. VII, 750; Serv. Loc. cit .; Solin. II, 29; Sil. En. VIII, 50] or Anceta, which in Osco will Anagtiai and probably the Latin Amata [Verg. Aen. VII, 343; XII, 600; Serv. Aen. VI, 90; VII, 51; VII, 791; XI, 490; XII, 31; XII, 131; XII, 603; Dion. H. I, 64; Fab. Pict. Pont de Jure. The P fr apud Gel. I, 12, 14]

If we consider that this festival fell in the first full moon of the new year, according to the most ancient Roman calendar, we can then see in Anna a lunar goddess who personifies the continuity of its cycle. This day, therefore, should not be understood in its uniqueness as the starting point of the path of the star, the occurrence of the transition from the old year (end of the previous cycle) New Year (beginning of the new), whose image would be more appropriate a deity by the double face of old and young woman, but as the eternal recurrence of this succession always identical to itself, the immutability of a course that, even in the succession of years, can achieve eternity in its flow cycle. Why the Goddess, the personification of time indefinite, could rightly be represented as an old woman, whose longevity refers to eternity.

As a lunar goddess, Anna Perenna was nurse and dispenser of fertility, of which guaranteed the indefinite perpetuation (annare ac perennare), represented, in popular celebrations, by the wish of a long many years prosperity how many glasses emptied during the party. The wine consumed abundantly, could be the memory of in honor of the Goddess rituals in which it was used as a drink of immortality, able to donate un’ebrezza, illusion of eternity. It may be that the popular festivities of this day were the remnants of archaic rituals of regeneration and rebirth, where the dances, licentiousness, obscene and scurrilous mimes, represented a break with the proper order of time and return to calendar indistinct matrix of pure generative force: with the beginning of the year and this spring force must be awakened to assure, in the months nourishment and prosperity of the entire community.

In 1999, during excavations carried out in Rome, between Piazza Euclide and Via Dal Monte Parioli district, between 6 and 10 meters below street level, they have come to light the remains of a rectangular fountain with inscriptions referring to Anna Perenna.

The fountain seems to have been used between the fourth century BCE to the sixth century. In the back tank, numerous objects used for magical practices have been found, such as lead sheets into a curse, the same metal containers containing human figures coins, copper objects and lamps, which are now preserved in the epigraphical section of the National Roman Museum at the Baths Diocletian.

Picture

Annius T.f. T.n and L. Fabius L.f. Hispaniensis. 82-81 B.C. AR denarius (20.3 mm, 3.79 g, 9 h). Mint in northern Italy or Spain. C·ANNI·T·F·T·N·PRO·COS·EX·S·C, draped bust of Anna Perenna right, wearing stephane; winged caduceus to left, scales to right, carnyx below neck / L·FABI·L·F·HISP, Victory driving quadriga right, holding palm and reins; Q above horses. Crawford 366/1a; Sydenham 748; RSC Antonia 2a

EID. FEB. (13) NP

Fauno in Insula

Jovi Jurario in Insula?

Il tempio di Faunus era situato nell’angolo nord dell’Isola Tiberina [Ov. Fast. II, 193 – 94] a causa del carattere non urbano del Dio e fu votato dagli edili Cn. Domitius Enobarbus e C. Scribonius Curio nel 196 aev; la sua costruzione fu finanziata con le multe comminate a coloro i quali avevano condotto greggi sui terreni pubblici [Liv. XXXIII, 42, 10]. Fu dedicato nel 194 aev da Domitius [Liv. XXXIV, 53, 4] alle Eid. Feb. [Ov. Cit.; Hemerol. Esq. ad Id. Feb.; CIL I², 210; VI, 2302; ILLRP 9]. Vitruvio lo cita come esempio di edificio a prostilo [Vitr. Arch. III, 2,3], tuttavia si riferisce ad un tempio dedicato a Faunus e Juppiter: è possibile che si tratti di Juppiter Jurarius, nominato in un’iscrizione [CIL VI, 379] rinvenuta nel lato nord dell’Isola. Non abbiamo altre informazioni su questo culto, né sappiamo se la dedica originale del tempio fosse ad entrambe le divinità (molto improbabile), o se Juppiter sia stato aggiunto successivamente come titolare dell’edificio sacro, oppure se si trattasse di due templi differenti (ipotesi più probabile).

Parentatio tumulorum incipit

Alla sesta ora di questo giorno [Lyd. IV, 29] iniziava il periodo dedicato al culto dei morti [Cal. Pol. Sil. CIL I, 269] che si concludeva, dopo nove giorni, il 21 (Feralia, secondo Ovidio [Ov. Fast. II, 569]) o il 22 (cara cognatio, secondo Lido [Lyd. Mens. IV, 29]), cioè dopo un intervallo di durata uguale ai novendiales che ogni famiglia celebrava in occasione di un lutto. In questi giorni i Romani si recavano alle tombe dei proprii cari per compiere dei rituali in onore degli avi defunti (che venivano ritenuti sia un dovere da parte dei vivi, che un diritto da parte dei morti, viene infatti viene usato il termine jus, quindi più che un dovere in senso morale, si tratta quasi di una prescrizione delle leggi sacre) parte integrante della pietas che univa gli antenati ai proprii discendenti (non a caso, secondo Ovidio, questi rituali furono inaugurati da Enea, vedi Feralia) e chiamati parentatio [Cic. Leg. II, 21, 54], da parentes, il padre e la madre, ma, nel linguaggio giuridico, anche gli antenati fino al terzo grado [Fest 221].

… divini cioè Dei, poiché, presso i Romani, i defunti erano chiamati Dei Parentes dai loro figli… [Serv. Aen. V, 47]

Parentes usque ad tritavum apud romanos proprio vocabulo nominantur: ulteriores qui non habent speciale nomen maiores appellantur: item liberi usque ad trinepotem: ultra hos posteriores vocantur… [Paul. Dig. XXXVIII, 10, 10, 7]

L’istituzione di questa festa viene fatta risalire genericamente a Numa [Aus. Parent. Pref.; Macr. Sat. I, 13, 3], ma, secondo Ovidio, [Ov. Fast. II, 543 – 45] fu Enea ad introdurre l’usanza di commemorare i defunti (parentatio), portando annualmente dei doni al Genius di suo padre. In seguito, il trascurare le prescrizioni religiose riguardanti i defunti, causò la loro ira e le anime degli avi iniziarono a vagare per la città di Roma [Ov. Fast. II, 547 – 54]. Il ripristino delle dovute cerimonie pacificò i defunti e ristabilì il normale ordine della città.

I Parentalia duravano otto giorni, così quanto durava il lutto e si concludevano il nono (Feralia) con i riti veri e proprii ed i banchetti, così come il periodo di lutto terminava il nono giorno con la cena novendialis (che si svolgeva 9 giorni dopo la sepoltura e chiudeva i riti). Tutti i giorni compresi in questo intervallo erano dies religiosi, quindi i templi erano chiusi, sugli altari non ardevano fuochi, era vietato sposarsi e i magistrati deponevano le loro insegne. Si trattava di celebrazioni privare che ogni famiglia compiva presso le tombe dei propri antenati fuori dalle città. Solo il primo e l’ultimo giorno si svolgevano feste pubbliche: la misteriosa parentatio delle vestali e i Feralia.

Parentatio virgo vestalis

In questo giorno, avveniva anche una parentatio compiuta dalla vestale massima. Non sappiamo esattamente di cosa si trattasse; alcuni autori, sulla base di un passo di Calpurnio Pisone [Calp. Piso Fr 5 P apud Dion. H. II, 40], hanno pensato che si svolgesse una cerimonia in onore di Tarpeia, ritenuta antenata delle vestali; tuttavia non vi sono prove di questa connessione, né le fonti sono concordi nel ritenere Tarpeia una vestale.

Secondo un’altra teoria è possibile che in questa data si svolgesse un rito molto arcaico e poco noto, di cui abbiamo testimonianza solo in autori tardo-antichi o medioevali. Prudenzio accenna al sacrificio di ovini, con funzione purificatrice, (‘lustrales… pecudes’) compito dalle vestali sotto terra [Prud. Contra Sym. II, 1106 – 1108], mentre Tertulliano, al fatto che le vestali avessero la cura, oltre che del fuoco sacro, anche di un serpente [Tert. Ad uxor. I, 6, 3]. Altri testi più tardi aggiungono maggiori dettagli, affermando che una vestale portava delle offerte, in un antro sotto il Campidoglio, ad un serpente che vi dimorava, purtroppo però non sappiamo in che periodo questo accadesse, né le fonti sono concordi sul fatto che si svolgesse una volta all’anno.

Un rito analogo è attestato a Lanuvio [Ael. Hist. Anim. XI, 16; Prop. IV, 8, 1 – 14], associato al santuario di Juno Sospita, o a Vesta [Ps. Plut. Paral. Min. XIV] ed avveniva all’inizio della primavera (che, ricordiamolo, per i Romani cominciava, con l’arrivo del favonio o zefiro, dopo le nonae di Februarius [Varr. R. R. I, 28; Col. XI, 2]): una vergine (o una sacerdotessa vergine) portava delle offerte ad un serpenta all’interno di una profonda grotta. L’animale poteva accettarle o rifiutarle (le fonti riportano due versioni leggermente diverse), il primo caso, era auspicio di un anno fecondo [Prop. IV, 8, 14]. Anche qui, tuttavia, non abbiamo abbastanza elementi per confermare la relazione tra questo rito e la parentatio delle vestali.

Tolti i riferimenti più fantasiosi, i passi citati precedentemente potrebbero riferirsi ad un qualche rituale che le vestali compivano in una camera sotterranea e questo potrebbe alludere ad offerte funebri che, in questa occasione, il pontefice massimo e la vestale massima compivano per i Manes delle vestali che erano state sepolte vive perché colpevoli di empietà [Plut. Q. R. 96]. La cerimonia si svolgeva nella camera sotterranea in cui esse erano chiuse e lasciate morire e, oltre alla parentatio vera e propria, comprendeva anche l’offerta di vittime purificatorie, poiché la morte di queste donne, seppur per una sacratio, era comunque vista come la violazione di qualcosa di consacrato.

Un’altra chiave di lettura potrebbe essere cercata nell’idea che le vestali, in questa data, compissero una publica parentatio, cioè fossero incaricate di fare offerte, a nome dell’intero popolo romano a colui che era ritenuto il parens della stirpe romana, cioè Romolo. Quest’ipotesi trova sostegno in un passo di Livio che, descrivendo la scomparsa del fondatore della città, scrive che gli juvenes, decretarono che fosse onorato come Deus e Parens del popolo romano [Liv. I, 16, 3]

deinde a paucis initio facto deum deo natum, regem parentemque urbis Romanae salvere universi Romulum iubent; pacem precibus exposcunt, uti volens propitius suam semper sospitet progeniem … poi, per iniziativa di alcuni, tutti proclamarono che bisogna salutare in Romolo un Dio nato da un Dio, è il re e il padre di Roma. Implorano il suo favore affinché, benevolo e propizio, protegga la loro discendenza…

In questo caso le vestali avrebbero agito per dell’intero popolo romano, inteso come discendente di Romolo, coerentemente col fatto che esse rappresentavano le figlie del rex (in relazione alla più arcaica struttura dei sacerdozi romani), quindi per traslazione, le figlie di Romolo.

Parentatio Junii Bruti Majoris

Secondo Giovanni Lido [Lyd. Mens. IV, 29], in questo giorno le matrone soltanto (ovvero l’ordo matronarum) compivano dei riti in onore dei Manes di Junius Brutus Major (parentatio), colui che cacciò Tarquinio Superbo e fondò la Repubblica. Secondo l’autore bizantino, la devozione delle matrone verso Bruto era estremamente antica e risaliva alle origini della Repubblica, tanto che esse erano anche chiamate Brutae in suo onore. L’aition viene trovato nel fatto che Bruto vendicò l’onore di Lucretia, violato da Tarquinio, figlio dell’ultimo re, reputando l’onore di una donna più importante della dignità reale [Lyd. Mens. IV, 29].

 

EID. February (13) NP

Fauno in Insula

Jovi Jurario in Insula

The temple of Faunus was located in the north of the Tiber Island [Ov. Fast. II, 193-94] because of the non-urban character of God and it was voted by Cn. Domitius Enobarbus and C. Curio Scribonius in 196 BCE; its construction was financed by fines imposed on those who had led herds on public lands [Liv. XXXIII, 42, 10]. It was dedicated in 194 BCE by Domitius [Liv. XXXIV, 53, 4] at Eid. Feb. [Ov. cit .; Hemerol. Esq. To Id. February .; CIL I², 210; VI, 2302; ILLRP 9]. Vitruvius cites it as an example of building prostyle [Vitr. Arch. III, 2,3], however, he refers to a temple to Faunus and Jupiter that can be Juppiter Jurarius, named in an inscription [CIL VI, 379] found in the north side of the island. We have no other information on this cult, nor do we know if the original dedication of the temple was to both deities (very unlikely), or if Jupiter was later added as a holder of the sacred building, or if they were two different temples (hypothesis more likely).

 

Parentatio tumulorum opening words

At the sixth hour of this day [Lyd. IV, 29] began the period devoted to the cult of the dead [Cal. Pol. Sil. CIL I, 269] which concluded, after nine days, on 21 (Feralia, according to Ovid [Ov. Fast. II, 569]) or 22 (cara cognatio, according Lidus [Lyd. Mens. IV, 29]), after a time interval equal to the novendiales celebrated by families in occasion of a death. On these days Romans went to the graves to perform the rituals in honor of deceased ancestors, an integral part of the piety that linked the ancestors to descendants (in fact, according to Ovid, these rituals were inaugurated by Aeneas), called parentatio [Cic. Leg. II, 21, 54], as parentes, were the father and mother, or, in legal language, even the ancestors to the third degree [Fest 221].

… Of the divine that is because, among the Romans, the dead were called Gods Parentes from their children … [Serv. Aen. V, 47]

… Parentes usque ad tritavum apud romanos proprio vocabulo nominantur: ulteriores qui non habent speciale nomen maiores appellantur: item liberi usque ad trinepotem: ultra hos posteriores vocantur… [Paul. Dig. XXXVIII, 10, 10, 7]

The establishment of this feast is made generally traced back to Numa [Aus. Parent. Pref .; Macr. Sat. I, 13, 3], but, according to Ovid, [Ov. Fast. II, 543-45] Enea introduced the custom of commemorating the dead (parentatio), annually bringing gifts to his father’s Genius. Later, neglecting the religious requirements for the dead, caused their anger and the ancestors’ souls began to wander around the city of Rome [Ov. Fast. II, 547-54]. The restoration of due ceremonies pacified the dead and restored the normal order of the city.

The Parentalia lasted eight days, as well as mourning lasted and ended the ninth (Feralia) with the true rites and banquets, as well as the period of mourning ended on the ninth day with novendialis dinner (which took place nine days after burial rites and closed). Every day in this range was dies religious, so temples were closed, no fire burned on the altars, it was forbidden to marry and the judges deposed their standards. It was a celebration that every family performed at the tombs of her ancestors out of the city. Only the first and last days were public festivals.

Parentatio virgo vestalis

On this day, it also occurred a parentatio accomplished by the maximum vestal. We do not know exactly what it was; some authors, based on a step of Calpurnius Piso [Calp. Flat Fr 5 P apud Dion. H. II, 40], have thought to a ceremony in honor of Tarpeia, considered the ancestor of the vestal virgins; however there is no evidence of this connection, nor the sources are in agreement on Tarpeia being a vestal.

According to another theory it is possible that a very archaic and little known ritual, mentioned only in late ancient and medieval authors. Prudentius alludes to the sacrifice of sheep, with purifying function, (‘lustrales … pecudes’) by the vestals in underground [Prud. Contra Sym. II, 1106 – 1108], while Tertullian, to the fact that the vestal virgins had the cure, as well as the sacred fire, even of a snake [Tert. For uxor. I, 6, 3]. Others later texts add more details, saying that a vestal carrying of tenders, in a cavern beneath the Capitol, to a snake that lived there, but unfortunately we do not know at what time this happened, nor the sources are in agreement that should take place once a year.

A similar ritual is attested in Lanuvium [Ael. Hist. Anim. XI, 16; Prop. IV, 8, 1 – 14], associated with the shrine of Juno Sospita, or Vesta [Ps. Plut. Paral. Min. XIV] and occurred in early spring (which, remember, for the Romans began the after Nonae of Februarius [Varr. RR I, 28; Col. XI, 2]): a virgin (or a virgin priestess) bore the offerings to a snake inside a deep cave. The animal could accept or reject them (the sources give two slightly different versions), the first case was hope for a fruitful year [Prop. IV, 8, 14]. Even here, however, we do not have enough elements to confirm the relationship between this rite and parentatio the vestal virgins.

Removed the most imaginative references, the passages quoted above could refer to some ritual that the vestal virgins were making in an underground chamber and this may allude to funeral offerings for Manes of vestals who had been buried alive because they were guilty of impiety [Plut. Q. R. 96]. The ceremony took place in the underground chamber in which they were closed and left to die and, in addition to real parentationes, included the offer of purificatory victims, since the death of these women, albeit for a sacratio, it was still seen as the violation of something sacred.

Another interpretation could be sought in the idea that the vestal virgins, on this date, did a publica parentatio, that they were entrusted to bid on behalf of the entire people to the man who was considered the parens of the Roman race, ie Romulus. This hypothesis finds support in a passage in which Livy, describing the death of the founder of the city, writes that the Juvenes, decreed that it was honored as Deus and Parens of the Roman people [Liv. I, 16, 3]

In this case the vestal virgins would act to the entire Roman people, understood as a descendant of Romulus, consistent with the fact that they represented the daughters rex (in relation to the archaic structure of the Roman priesthoods), then by translation, the daughters of Romulus .

Parentatio Junii Brutes Majoris

According to Giovanni Lido [Lyd. Mens. IV, 29], on this day the only matrons (or the ordo matronarum) were making the rites in honor of the Manes of Junius Brutus Major (parentatio), who drove Tarquin Superbus and established the Republic. According to the Byzantine author, devotion of the matrons to Brutus was extremely ancient and dates back to the origins of the Republic, so that they were also Brutae calls in his honor. The aition is found in the fact that Brutus avenged the honor of Lucretia, raped by Tarquinius, son of the last king, considering it the honor of a most important woman of the royal dignity [Lyd. Mens. IV, 29].