EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

Picture

Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

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XIV KAL. APR. (19) N

QUINQUATRUS

Questo è il terzo giorno, di cui abbiamo notizia, in ci i Salii compivano il loro rituale in onore di Marte. In questo caso la danza avveniva nel Comitium, alla presenza dei pontefici e dei tribuni celerum, gli antichi comandanti degli squadroni di cavalleria. È probabile che proprio a questo evento si riferisca Varrone quando scrive che

… Il nome dei Salii deriva da salitare, [la danza] che devono e sono soliti fare durante i riti sacri nel Comitium una volta all’anno… [Varr. L. L. V, 85]

Il nome di questa festività deriva, secondo alcuni [Ov. Fast III, 809 segg], dal fatto di durare cinque giorni, e realmente il poeta parla di cinque giorni di festeggiamenti, tuttavia, l’analoga festività di Junius (Quinquatrus Minusculus) sembra che ne durasse solo tre. Festo [Fest. 254] e Varrone [Varr. L. L. VI, 14] affermano che si trattava di un’opinione errata e che questo nome indicava una festività che cadeva il quinto giorno dopo le Eidus; i due eruditi aggiungono che la costruzione di Quinquatrus da quinque + -atrus ricalca nomi analoghi che si trovano presso altri popoli italici (ad esempio gli etruschi avevano Sexatrus, Septimatrus, ecc… probabilmente si trattava di un termine tratto dal linguaggio dei pontefici). Il grammatico Charistus invece scrisse che il nome derivava dal verbo quinquare, cioè purificare, poichè in questo giorno venivano purificate le armi [Charist. GLK. I, 81], forse in riferimento al fatto che, a conclusione dei riti saliari, i sacerdoti, riponessero ritualmente gli ancilia in sacrari [Lyd. Mens. IV, 55]; oppure è possibile che avvenisse davvero una cerimonia di purificazione delle armi prima che l’esercito si radunasse e partisse per la guerra, in maniera simmetrica, alla chiusura della stagione bellica cadeva l’armilustrium del 19° October.

Questo giorno era sacro a Marte e a Nerio [Lyd. Mens. IV, 60; Ov. Fast. III, 850; Gell. XIII, 23, 2], una divinità femminile associata al Dio della guerra, in quanto sua potenza (forse in origine una sua indigitamenta) [Gell. XIII, 23, 10; Enn. Ann. I, 104 Fr 55 V apud Gell. XIII, 23, 18], o sua sposa [Plaut. Truc. 515; Lic. Imb. Fr 1 R apud Gell. XIII, 23, 16]; gli autori romani la ritenevano una divinità sabina, notando che nella lingua di quel popolo ner significava forte, coraggioso [Gel. Cit.; Suet. Tib. 1; Lyd. Mens. IV, 60]. Secondo gli autori moderni Nerio deriverebbe da una radice indoeuropea, *ner-, che indica l’uomo in armi, il combattente.

Nerio sembra essere l’aspetto calmo e benigno di Mars, il grammatico Servius Claudio, con una paraetimologia derivava il suo nome da ne-ira, cioè sine ira [Serv. Claud. Comm. Fr 9 F apud Gell. XIII, 23, 19], ovvero Colei che, in un certo senso poneva dei limiti al furor marziale, questo fatto sembra aver favorito l’identificazione tra Nerio e Minerva che troviamo già in Varrone [Var. Sat. Men. Skiam. Fr I, 506 apud Gell. XIII, 23, 4; Porph. Scholia ad Hor. Ep. II, 2, 209].

La coppia MarsNerio era in qualche modo connessa al matrimonio [Mart. Cap. I, 13, 1], nel quadro forse delle più antiche forme di iniziazione dei guerrieri e dei riti per il passaggio di età e di stato

de nuptiis habito certamine a Minerua Mars uictus est, et obtenta uirginitate Minerua Neriene est adpellata… [Porph. Scholia ad Hor. Ep. II, 2, 209; cfr. Ov. Fast. III, 523]

L’annalista Cn. Gellio riporta che Hersilia (che sarebbe poi diventata la sposa di Romolo) si rivolge proprio a Nerio per porre fine alla guerra tra latini e sabini [Cn. Gel. Ann. Fr 15 P apud Gell. XIII, 23, 13]

Neria Martis te obsecro, pacem da, te, uti liceat nuptiis propriis et prosperis uti, quod de tui coniugis consilio contigit uti nos itidem integras raperent, unde liberos sibi et suis, posteros patriae pararent … Neria sposa di Marte, ti scongiuro, dacci al tua pace, sì che ci sia possibile godere matrimoni sicuri e felici, perché tale è stata la volontà del tuo sposo, che essi ci rapissero intatte per dare dei figli a loro e alla loro gente e discendenti alla patria…

È probabilmente in questo contesto che Nerio può essere stata identificata con Venus, seguendo la tradizione mitica greca [Lyd. Mens. IV, 60].

Proprio in virtù dell’identificazione tra Nerio e Minerva, il Quinquatrus di Martius, chiamato Major, fu considerato il Dies Natalis di quest’Ultima [Fest. 149; Lyd. Mens. IV, 54] (il Quinquatrus minusculus era un’altra festività a Lei dedicata [Fest. 149]). Relazione rafforzata dal fatto che la festa cadeva vicino all’equinozio di primavera, a cui Ella presiedeva [Serv. Aen. II, 296; XI, 259; Georg. I, 227; Macr. Sat. III, 4, 8].

I festeggiamenti duravano cinque giorni: il primo era considerato quello di nascita della Dea [Ov. Fast. III, 809 segg] ed era festivo per gli artigiani (che erano sotto la Sua protezione, artificium dies [Cal. Praen.; Ov. Fast. Cit.]), in particolare della corporazione dei fullones [Nov. apud Non. 508; Plin. XXXV, 143; Lact. Inst. I, 18, 23]; era il giorno di inizio delle scuole e di paga per gli insegnanti, il cui salario era chiamato minerval [Macr. Sat. I, 12, 7; Tert. Idol. X; Var. R. R. III, 2, 18; Hor. Ep. II, 2, 197; Juv. X, 115; Schol. in Juv. X, 115]. La festa era celebrata anche nelle case dove le famiglie si riunivano [Suet. Aug. LXXI; Ner. XXXIV; Tac. An. XIV, 4; XIV, 12; Plaut. Miles. 691 segg.]. Coincideva con la traslazione a Roma della statua di Minerva, dopo evocatio, da Faleri da parte di Camillo [Var. L. L. V, 47; Ov. Fast. III, 835 segg].

Non si potevano compiere sacrifici cruenti, ma si offrivano fiori, liba e mola salsa [Ov. Fast. III, 811; Trist. IV, 13, 17], né si svolgevano giochi gladiatori [Ov. Fast. III, 809 segg], mentre nei giorni successivi vi erano spettacoli nell’arena [Liv. XLIV, 20, 1; Juv. X, 114; Cas. Dio. LIV, 28; LXVII, 1] e competizioni tra poeti e cantori. Durante il periodo imperiale vi erano anche distribuzioni di cibo e denaro; Domiziano, molto devoto a Minerva, celebrò questa festa in modo particolarmente sontuoso [Quinct. Inst. X, 1, 91; Suet. Dom. V, 15; Stat. Silv. IV, 1, 14; Mart. VI, 10, 9].

Se consideriamo le informazioni che abbiamo sulla coppia MarsNerio, possiamo ipotizzare che il Quinqutrus fosse il momento in cui si chiudeva la fase di iniziazione dei giovani ammessi all’interno della civitas come guerrieri e che, forse, comportasse matrimoni collettivi come forma conclusiva del percorso che faceva di un giovane, un civis a tutti gli effetti.

In base ai dati archeologici, Dumézil ha attribuito l’origine del legame Minerva – Mars ad un substrato etrusco – italico: su alcuni specchi etruschi e su una cista prenestina troviamo raffigurate scene in cui Menrua compare strettamente associata a Mars (Marìs etrusco) in scene che sembrano alludere a rituali di iniziazione dei giovani guerrieri. In particolare sulla cista, vediamo la Dea nell’atto di immergere Maris armato in una sorta di calderone ribollente (una scena con lo stesso significato, su uno specchio etrusco, rappresenta Marte armato di fronte a Minerva seduta, mentre una vittoria alata versa del liquido su di Lui da un’anfora): tale immagine si ricollega ad un tema mitico ampiamente diffuso in tutto il mondo indoeuropeo, in particolare nel mondo celtico, sebbene lo si possa riscontrare anche nell’atto con cui Teti rese immortale Achille. Attraverso una triplice iniziazione, rappresentata dall’immersione nel calderone magico, il guerriero acquisiva invulnerabilità, infallibilità e furor; si trattava di tre vere e proprie morti e rinascite, a cui alluderebbe uno specchio etrusco in cui Minerva compare assieme a giovani guerrieri e a tre Maris: Mariś Halna, Mariś Husrnana (Maris bambino) e Mariś Isminthians; la Dea sta traendo un bambino, Mariś Husrnana, da un’anfora in cui è immerso. I tre Marìs rappresenterebbero le tre fasi dell’iniziazione, le tre morti e rinascite, rappresentate dal bambino e avrebbero un corrispettivo nel mito, riportato da Eliano, secondo cui gli Ausoni discendevano da un centauro di nome Maris che visse 123 anni e aveva tre vite [Ael. Vera Hist. IX, 16], che sembra una diversa versione di quello relativo a Erulo, figlio di Feronia, anch’esso in possesso di tre vite [Verg. Aen. VIII, 563]. Menrua è quindi colei che assiste Mars nelle fasi dell’iniziazione, la vergine che accompagna il guerriero nel percorso che lo preparerà alle battaglie della stagione che si apre proprio nel mese di Martius; non stupisce quindi trovare questo tema in questo periodo dell’anno.

 

Minervae Captae

L’altare di Minerva Capta, chiamato anche Minervium [Var. L. L. V, 47], si trovava sul Celio [Ov. Fast. III, 835 – 838; Var. Cit.]. Secondo Ovidio fu eretto quando la statua di Minerva, evocata, da Falerii, fu portata a Roma, all’epoca di Camillo [Ov. Fast. III, 839 – 848], tuttavia sembra che la data della costruzione sia il 214 aev. successiva alla distruzione della città falisca, avvenuta nel 241 aev. La descrizione che ne dà Ovidio come “parvaum delubrum” [Ov. Fast. III, 837] indica che non si trattava di un aedes, bensì solamente di un sacellum, per cui la data della sua dedica non sarebbe apparsa nei calendari e il poeta, indicandola nei suoi Fasti al 19° Mar, si sarebbe confuso con il tempio di Minerva sull’Aventino.

L’epiteto Capta ha creato numerose discussioni tra gli studiosi, poiché sembra alludere ad una cattura della Dea da parte dei romani, il che costituirebbe un unicum nella religione romana, oltre ad andare contro alla prassi ritualistica per cui ogni volta che una nuova divinità era introdotta a Roma, era necessario che Essa desse il suo consenso al trasferimento, infatti

nefas aestimarent deos habere captivos… [Macr. Sat. III, 9, 2]

Scartando l’ipotesi di un “imprigionamento” della Dea conseguente all’asportazione del Suo simulacro da Falerii (capta nel senso passivo di presa, imprigionata, poiché nella formula della deditio con cui si era consegnata ai romani la città si impegnava a “consegnare tutte le cose divine e umane” [Liv. I, 38; VII, 31, 3; XXVI, 33, 12; XXVIII, 34, 7], espressione che, secondo alcuni autori, comprende anche i simulacri degli Dei), secondo un’interpretazione l’epiteto della Dea si sarebbe riferito al fatto che, come divinità protettrice della città, la sua statua cultuale era legata da una sorta di catena, per impedire che la Dea la abbandonasse facendo venir meno la sua protezione, secondo una pratica attestata, anche se non così comune. Il nome sarebbe così stato un’allusione alla realtà del culto falisco che però non aveva riscontro in quello romano (non abbiamo infatti alcuna notizia sul fatto che la statua della Dea fosse in qualche modo legata, fatto non certo comune, che avrebbe dovuto suscitare la curiosità degli eruditi romani e di Ovidio).

Secondo un’altra interpretazione Capta non doveva essere inteso in senso passivo, bensì attivo, come nel caso di Juno Februata (Juno Purificatrice, non purificata), o Fortuna Viscata (Fortuna che cattura col vischio, non invischiata), avremmo così Minerva “Accogliente”, nome che la Dea poteva già avere a Falerii. È anche possibile, vista la scarsità delle fonti a riguardo, che la Dea non provenisse dalla capitale falisca, bensì da Capena, città fondata da gruppi sia falischi che etruschi (forse bande di guerrieri etruschi, accolti nella comunità falisca), il cui nome deriva dalla stessa radice del verbo capere e che fu distrutta dai romani dopo la vittoria su Veio per aver aiutato la città etrusca. Già prima di essere portata a Roma, Minerva sarebbe stata una divinità “accogliente”, che presiedeva all’integrazione degli stranieri, soprattutto le bande di giovani guerrieri, che vagavano nel territorio del Lazio antico, oppure al ritorno dei guerrieri.

Per via di questo carattere della Dea, una volta trasferito a Roma, il Suo culto fu collocato sul Celio, dove si trovavano anche un altare dedicato ai Dii Adventici, gli Dei venuti da fuori [Var. apud Tert. Adv. Nat. II, 9, 6; Macr. Sat. I, 12, 31] e una cappella dedicata a Juppiter Redux; colle connesso con l’accoglienza degli stranieri (dagli etruschi dei fratelli Vibenna [Var. L. L. V, 46; Dion. H. II, 36, 3; Fest. 44; Tac. Ann. IV, 65], agli esuli di Alba Longa [Liv. I, 29; Dion. H. III, 31]), su cui sorgeva la Porta Capena, intesa come Porta “del ritorno” o “dell’accoglienza”, poiché accoglieva le truppe romane di ritorno dalle campagne belliche dell’epoca arcaica. Dal punto di vista temprale, Minerva era legata al passaggio all’età adulta, troviamo infatti la statua di Juventas nella sua cella sul Campidoglio, così essa “accoglieva” chi, col passaggio di età, entrava a far parte del corpo sociale della città [Dion. H. III, 69; IV, 15, 5; Plin. Nat. Hist. XXXV, 108; Liv. V, 54, 7; Flor. I, 7, 8; August. C. D. IV, 23; 29].

 

QUINQUATRUS

This is the third day, of which we know, for us climbed carrying out their ritual in honor of Mars. In this case the dance took place in the Comitium, at the presence of the popes and he tribunes celerum, ancient commanders of cavalry squadrons. It is likely that precisely this event refers Varro when he writes that

… The name of the Salii comes from salitare, [the dance] that need and they usually do during the holy rites in the Comitium once a year … [Varr. L. L. V, 85]

According to some author the name of this festival is due to the fact that it lasted for five days [Ov. Fast III, 809 ff], however, the similar Junius feast (Quinquatrus Minusculus) lasted only three days. Festus [Fest. 254] and Varro [Varr. L. L. VI, 14] claim that this name meant a feast which was in the fifth day after Eidus; the construction of Quinquatrus from quinque and -atrus follows similar names that are found in other Italic languages (such as the Etruscan Sexatrus, Septimatrus, etc …). The grammarian Charistus, instead wrote that the name was derived from the verb quinquare, to purify, because on this day the weapons were purified [Charist. GLK. I, 81], perhaps in reference to salian’s rites [Lyd. Mens. IV, 55], or to a ceremony of purification before the army left for war, symmetrically, at the close of the war season fell the armilustrium of 19 ° October.

This day was sacred to Mars and Nerio [Lyd. Mens. IV, 60; Ov. Fast. III, 850; Gell. XIII, 23, 2], a female deity associated with the god of war, as its power (perhaps originally its indigitamenta) [Gell. XIII, 23, 10; Enn. Ann. I, 104 Fr 55 V apud Gell. XIII, 23, 18], or his bride [Plaut. Truc. 515; Lic. Carton. Fr 1 R apud Gell. XIII, 23, 16]; Roman authors considered Her a Sabine goddess, because in the language of that people ner meant strong, brave [Gel. cit .; Suet. Tib. 1; Lyd. Mens. IV, 60]. According to modern authors Nerio would result from Indo-European root, * nerve, indicating the man in arms, the fighter.

Nerio seems to be calm and benign appearance of Mars, the grammarian Servius Claudius, with a paraetimology derived its name from ne-anger, ie sine ira [Serv. Claud. Comm. Fr 9 F apud Gell. XIII, 23, 19], or one who, in a sense, put limits on the martial fury, this fact seems to have favored the identification of Nerio and Minerva that are already in Varro [Var. Sat. Men. Skiam. Fr I, 506 apud Gell. XIII, 23, 4; Porph. Scholia to Hor. Ep. II, 2, 209].

The couple Mars – Nerio was somehow connected to marriage [Mart. Chap. I, 13, 1], perhaps within the framework of the oldest warriors forms of initiation and rites for the passage of age and status

… De nuptiis Live In certamine to Minerua Mars uictus est, et obtenta uirginitate Minerua neriene east adpellata … [Porph. Scholia to Hor. Ep. II, 2, 209; cfr. Ov. Fast. III, 523]

The chronicler Cn. Gellius reports that Hersilia (which would later become the wife of Romulus) is addressing Nerio to end the war between the Latin and Sabine [Cn. Gel. Ann. Fr 15 P apud Gell. XIII, 23, 13]

… Neriah Martis you obsecro, pacem from, you, uti liceat nuptiis propriis et prosperis uti, quod de tui coniugis contigit consilio uti nos itidem Integra raperent, unde liberos sibi et suis, posteros patriae pararent … … Neriah wife of Mars, I beseech you, to give us your peace, so that we may enjoy safe and happy marriages, because that was the will of your husband, that they they kidnapped us untouched to give their children to them and to their people and descendants at home …

It is probably in this context that Nerio can be identified with Venus, following the Greek mythical tradition [Lyd. Mens. IV, 60].

Precisely in virtue of the identification between Nerio and Minerva, the Quinquatrus Martius, named Major, it was considered the Dies Natalis of this Last [Fest. 149; Lyd. Mens. IV, 54] (the Quinquatrus minusculus was another festival dedicated to her [Fest. 149]). Report reinforced by the fact that the festival fell near the spring equinox, over which you presided [Serv. Aen. II, 296; XI, 259; Georg. I, 227; MACR. Sat. III, 4, 8].

The festivities lasted five days: the first was considered the birth of the Goddess [Ov. Fast. III, 809 ff] and was a holiday for craftsmen (who were under His protection, artificium dies [Cal. Praen .; Ov. Fast. Cit.]), Especially the guild of fullers [Nov. apud no. 508; Plin. XXXV, 143; Lact. Inst. I, 18, 23]; It was the starting day of the schools and pay for teachers, whose salary was called minerval [MACR. Sat. I, 12, 7; Tert. Idol. X; Var. R. R. III, 2, 18; Hor. Ep. II, 2, 197; Juv. X, 115; Schol. in Juv. X, 115]. The festival was also celebrated in homes where families would gather [Suet. Aug. LXXI; Ner. XXXIV; Tac. An. XIV, 4; XIV, 12; Plaut. Miles. 691 et seq.]. It coincided with the transfer to Rome the statue of Minerva, after Evocatio, from Faleri by Camillo [Var. L. L. V, 47; Ov. Fast. III, 835 ff].

They could not make blood sacrifices, but only offered flowers, liba and mola salsa [Ov. Fast. III, 811; Trist. IV, 13, 17], nor were held gladiatorial games [Ov. Fast. III, 809 ff], while in the following days there were performances in the arena [Liv. XLIV, 20, 1; Juv. X, 114; Cas. Dio. LIV, 28; LXVII, 1], and competition between poets and singers. During the imperial period there were also food distributions and money; Domitian, very devoted to Minerva, this festival celebrated in a particularly lavish [Quinct. Inst. X, 1, 91; Suet. Sun V, 15; Stat. Silv. IV, 1, 14; Mart. VI, 10, 9].

If we consider the information we have on the couple Mars – Nerio, we can assume that the Quinqutrus was the moment when he closed the phase of initiation of young people allowed inside the civitas as warriors, and that, perhaps, behave as the final form of the mass weddings path was a young man, a civis in effect.

According to archaeological data, Dumezil has attributed the origin of the link Minerva – Mars to a substrate Etruscan – Italic: on some Etruscan mirrors and a cist prenestina are depicted scenes where Menrua appears closely associated with Mars (Maris Etruscan) in scenes that seem to allude to rituals of initiation of young warriors. In particular on the pail, we see the Goddess in the act of immersing armed Maris in a kind of seething cauldron (a scene with the same meaning, on an Etruscan mirror, Mars is reinforced in front of Minerva sitting, while a winged victory spill liquid about him from a jar): this image is linked to a mythic theme widely spread around the world indoors, especially in the Celtic world, although it can also be found in the act by which Thetis made Achilles immortal. Through a triple initiation, represented by the immersion in the magic cauldron, the warrior acquired invulnerability, infallibility and fury; it was three actual birth and death, to which allude an Etruscan mirror in which Minerva appears alongside young warriors and three Maris: Maris Halna, Husrnana Maris (Maris child) and Maris Isminthians; the Goddess is taking a child, Maris Husrnana, from an amphora that surrounds (Figure 67). Maris The three represent the three stages of initiation, the three deaths and rebirths, represented by the child and would have a counterpart in the myth, reported by Aelian, that the Ausonians descended from a centaur named Maris, who lived 123 years and had three lives [Ael. Vera Hist. IX, 16], which seems a different version than that concerning Erulus, son of Feronia, also holding three screw [Verg. Aen. VIII, 563]. Menrua is therefore she who attends Mars in the initiation phase, a virgin, who accompanies the warrior in the path that will prepare you to the battles of the season that opens in the month of Martius; no wonder then find this theme in this year.

 

Minervae Captae

The altar of Minerva Capta, also called Minervium [Var. L. L. V, 47], was on the Celio [Ov. Fast. III, 835-838; Var. Cit.]. According to Ovid it was erected when the statue of Minerva, evoked, from Falerii, was brought to Rome in the time of Camillus [Ov. Fast. III, 839-848], but it seems that the date of the construction is 214 BCE. after the destruction of the Faliscan city, in 241 BCE. The description given Ovid as “parvaum delubrum” [Ov. Fast. III, 837] indicates that it was not an aedes, but merely a sacellum, so the date of its dedication would not have appeared in calendars and the poet, pointing in his Fasti in 19th Mar, it would be confused with the temple Minerva on the Aventine.

The epithet Capta has created numerous discussions among scholars, because it seems to allude to a catch of the Goddess by the Romans, which would be unique in the Roman religion, as well as going against the ritualistic practices that every time a new deity was introduced in Rome, it was necessary that it give its consent to the transfer, in fact

… Nefas aestimarent deos habere captivos … [Macr. Sat. III, 9, 2]

Discarding the hypothesis of a “lockup” of the subsequent removal of your Goddess statue from Falerii (picks up in the passive sense taken, imprisoned, as in the formula of deditio with which it was delivered to the Romans the city undertook to “hand over all divine and human things “[Liv. I, 38; VII, 31, 3; XXVI, 33, 12, XXVIII, 34, 7], an expression which, according to some authors, also includes the statues of the Gods), according to a ‘ interpretation of the epithet of the Goddess would have referred to the fact that, as a patron deity of the city, its cult statue was bound by a kind of chain, to prevent the Goddess abandoned by failing his protection, according to a practice attested, although not as common. The name would thus have been an allusion to the reality of falisco worship but had no counterpart in the Roman (we do not have any news on the fact that the statue of the goddess was in any way linked, uncommon fact certain that it should arouse curiosity of the Roman scholars and Ovid).

According to another interpretation Capta was not to be understood in a passive sense, but active, as in the case of Februata Juno (Juno Cleansing, not purified), or Viscata Fortuna (Fortuna catching with mistletoe, not mired), we would like Minerva “Cozy “the name that the Goddess could already have Falerii. It is also possible, given the scarcity of sources in this regard that the Goddess does not come from the Faliscan capital, but from Capena, a city founded by groups both Faliscans that the Etruscans (maybe bands of Etruscan warriors, greeted in falisca communities), whose name comes from the same root as the verb capere, and which was destroyed by the Romans after the victory over Veii for helping the Etruscan city. Already before being taken to Rome, Minerva would be a “welcoming” divinity, who presided over the integration of foreigners, especially the young warrior bands, wandering in the ancient Lazio territory, or the return of the warriors.

Because of this character of the Goddess, once moved to Rome, His cult was placed on the Celio, where there were also an altar dedicated to the Dii Adventici, the Gods came from outside [Var. apud Tert. Adv. Nat. II, 9, 6; MACR. Sat. I, 12, 31] and a chapel dedicated to Jupiter Redux; Hill connected with the reception of foreigners (from the Etruscans of Vibenna brothers [Var. LL V, 46; Dion. H. II, 36, 3; Fest. 44; Tac. Ann. IV, 65], to the exiles of Alba Longa [Liv. I, 29; Dion. H. III, 31]), on which stood the Porta Capena, understood as Porta “back” or “welcome”, as he welcomed the Roman troops returning from war campaigns of ‘ archaic period. From the point of view temprale, Minerva was linked to the transition to adulthood, in fact we find the statue of Juventas in his cell on the Capitol, so it “welcomed” who, with the passage of age, became part of the city’s social body [Dion. H. III, 69; IV, 15, 5; Plin. Nat. Hist. XXXV, 108; Liv. V, 54, 7; Flor. I, 7, 8; August. C. D. IV, 23; 29].

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Domitian AV Aureus. Rome, AD 81. IMP CAES DOMITIANVS AVG P M, laureate head right / TR P COS VII DES VIII P P, Minerva advancing right, holding spear and shield. C. 559; BMC 11 note; RIC 57; CBN 27; Calicó 922. 7.25g, 19mm, 6h