XIV KAL. SEPT. (17) NP

PORTUNALIA

Portunus è una divinità romana molto antica, infatti la sua festa appare in caratteri maiuscoli nei calendari epigrafici e sappiamo che aveva un flamen portunalis [Fest. 217]. La festa a lui dedicata, marcata in caratteri maiuscoli nei calendari epigrafici, risale al periodo monarchico e dovette godere di una certa rilevanza ancora in età medio-repubblicana [CIL I2, 1109 = ILS 7839f = ILLRP 888]. Era celebrata presso il ponte Aemilio [hemerol. Amit. Vail. Allif. ad Kal. Sept., CIL I², 217; 240; 244; Not. app.; Pol. Silv. 545; Hist. Aug. Elag. XVII] che doveva essere il primo ponte in pietra che attraversò il Tevere [Plut. Num. IX] vicino al ponte Sublicius, luogo in cui si trovava il tempio dedicato a Portunus (vedi oltre), che Varrone ritiene coevo alla nascita della festa [Var. L. L. VI, 19].

Possiamo ritenere che in origine Portunus fosse una divinità tutelare delle porte [Fest. 56], poiché nel latino arcaico il temine portus indicava la porta [Donat. ad Teret. Ter. 578]

… portum nelle XII Tavole è inteso come [porta] di casa… [Fest. 233]

… Portum, domum vel ianuam… [Glos. Plac. 74, 15]

Per questo motivo Varrone Lo definisce

… Portunus… Dio che presiede ai porti e alle porte… [Var. apud Schol. Ver. Ad Aen. V, 241; cfr Cic. Nat. Deor. II, 26; Verg. Georg. I, 437]

In origine era rappresentato con in mano delle chiavi [Fest. 56], nella funzione di calviger, ossia Colui che detiene le chiavi della porta (di casa o della città). L’associazione con le chiavi è ribadita in un passo corrotto degli scholia veronensia all’Eneide in cui si dice che nel giorno della festa di Portunus, in tempi arcaici si compiva un rito durante il quale le chiavi erano purificate col fuoco [Schol. Ver. Aen. V, 241].

La sua funzione originaria doveva quindi essere quella di guardiano degli accessi alla casa come alla città, con la funzione peculiare di chiuderli a tutto quello che fosse dannoso o ostile. Si spiega così la sua posizione nei pressi della porta flumentana che dava sul portus Tiberinus: luogo di scambi e di contatti con stranieri e mercanti sin dall’età del bronzo. Egli vigilava sugli accessi affinché nulla vi penetrasse per turbare l’integrità e l’armonia della città arcaica, in tale funzione era probabilmente ritenuto solidale con Quirinus, venerato dal populus domi, cioè all’interno del perimetro urbano e in tempo di pace; tale associazione è testimoniata dal fatto che il flamen portunalis fosse incaricato di ungere le armi di Quirinus [Fest. 217].

Il ruolo di Portunus era quindi parzialmente sovrapponibile a quello di Janus, benché il compito del Primo fosse spiccatamente difensivo (e forse purificatorio), strettamente legato alla dimensione spaziale del varco chiuso e vigilato e al simbolismo delle chiavi (che forse non era originario di Janus secondo Plinio, infatti, la più antica statua del Dio non teneva chiavi, le sue mani indicavano il numero 365 [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33]), mentre il Secondo fosse associato all’idea di passaggio (sia spaziale che temporale) e quindi a un’idea di varco aperto. Quello che sappiamo è che le due divinità furono presto sovrapposte (come testimonia la dedica di un tempio a Janus nel giorno dei Portunalia già a metà del III sec. aev. (vedi oltre)), così che l’originaria funzione di Portunus fu presto assorbita nella sfera di Janus.

Persa così la propria sfera di azione originaria e con la specializzazione del termine portus, nel senso di approdo fluviale prima e marino poi, Portunus fu visto come una divinità marina sotto l’aspetto di un vecchio (Portunus Pater) assimilabile a Neptunus, accompagnato da Salacia, Palemon e le Nereidi [Cic. Nat. Deor. II, 26; Parth. Fr. 30 apud Aul. Gel. XIII, 27 et Macr. Sat. V, 18; Verg. Aen. V, 241 – 42; Apul. Apol. XXXI; Met. IV, 31; Mart. Cap. V, 425], sotto la cui tutela erano i porti [Serv. Aen. V, 241]. Andò poi affermandosi un’ulteriore identificazione tra Portunus e il greco Palemon, figlio di Ino – Leucothea – Mater Matuta [Ov. Fast. IV, 474 – 562; Hyg. Fab. II; Serv. Aen. V, 241; Georg. I, 437; Schol. Ver. Aen. V, 241; Prob. Georg. I, 437; Fest. 242; CGL II, 154, 13; Auson. Ecl. XXXI, 3; Myth. Vat. II, 101; Lact. Inst. I, 21, 23], protettore di porti e naviganti [Eur. Iphig. Taur. 270] (identificazione che, secondo alcuni autori, risalirebbe già all’età arcaica  e si inserirebbe nella geografia sacra dell’area dell’antico Foro Boario e Porto Tiberino); è sotto questo aspetto che Portunus diventò un giovane forte, compagno di Ercole [Plaut. Rud. 161 – 62], secondo l’iconografia che ritroviamo nell’arco di Benevento (vedi oltre). Tale identificazione, secondo alcuni autori, è alla base della dedica dei giochi Istimici che si svolgevano a Corinto a Palemon e della costruzione di un santuario a lui dedicato, Palaimonion, nella Corinto romana.

Diversi autori moderni che si sono occupati del Dio degli Inizi, hanno messo in luce la Sua relazione con Portunus, senza tuttavia fornire spiegazioni soddisfacenti.

Secondo L. Adams Holland Portunus e Janus sarebbero due aspetti di un’unica divinità arcaica legata agli approdi sul Tevere e al suo attraversamento, via nave o via ponte. Questa ipotesi è tuttavia rigettata dalla maggior parte degli studiosi moderni.

Dumézil connette portus e porta alla radice indoeuropea *prtu- col significato di guado, per cui deduce che Portunus, arcaicamente, fosse nume tutelare degli attraversamenti dei corsi d’acqua, i guadi (in origine porti) che, nell’ambito di villaggi palafitticoli, fungevano sia da accessi al villaggio che da punti di comunicazione con altre comunità . In seguito alla separazione dei termini portus e porta e alla loro specializzazione, Portunus sarebbe rimasto protettore di entrambi e sarebbe stato anche associato ai ponti in quanto sostitutivi dei guadi. Come guardiano degli accessi alla città Portunus faceva probabilmente parte delle divinità che presiedevano alla pace e alla prosperità della comunità urbana da qui il suo legame con Quirinus.

Portuno in portu

Il tempio di Portunus (in portu o ad pontem Aemilium) è ricordato da Varrone [Var. L. L. VI, 19] come aedes in portu Tiberino. La dedica avvenne ai Portunalia [Var. L. L. VI, 19; Fast. Allif. Veil. Amit. ad XVI Kal. Sept.; CIL I² pgg 217; 240; 244; 325]. Portus Tiberinus dovrebbe indicare un molo lungo il Tevere, vicino al Ponte Aemilio. L’edificio, trasformato in chiesa durante il medioevo, è tutt’ora visibile e ben conservato; è orientato a nord / nord-ovest, in direzione del ponte Aemilio e parallelo al corse del Tevere. Podio e alzato sono in tufo dell’Aniene.

Il tempio, datato tra l’80 e il 70 aev, è stato oggetto di numerosi scavi hanno evidenziato la presenza, a est, di un muro parallelo al podio su cui sono state rilevate tracce di un portico e antiche tabernae, il che lascia pensare a una struttura facente parte degli horrea aemiliana, connessa con il passaggio del ponte.

Sono stati altresì ritrovati i resti di una struttura precedente, in particolare un alto podio in tufo di Grotta Oscura, per un’altezza di circa 6 m, più lungo dell’attuale (su cui erano probabilmente presenti anche altri edifici pertinenti al luogo di culto), la cui struttura ricorda quella del tempio C di Largo Argentina, oltre a frammenti di terracotta architettoniche che indicano una fase risalente al IV – III sec. aev.

Il ritrovamento di frammenti di cappellaccio e tufo lionato negli strati appartenenti al tempio id età repubblicana potrebbero indicare il riutilizzo di materiali provenienti da una struttura precedente risalente all’età arcaica, forse coeva a quello di Mater Matuta.

All’interno del tempio si trovava una statua del Dio, il cui aspetto doveva essere simile alla rappresentazione che troviamo sull’Arco di trionfo di Benevento (Figura 161): nel pannello che rappresenta una frumentatio offerta dall’imperatore Traiano, svoltasi nella zona del Portus Tiberinus (allora sede dell’annona, vedi Ara Maxima), sono scolpite, in alto, le divinità venerate nei templi adiacenti: Hercules Olivarius, Apollon Caelispex e Portunus appunto. Il Dio è rappresentato giovane, con i capelli ricci, nudo, tiene nella mano sinistra un’ancora appoggiata alla spalla, legata a una fune tenuta nella destra. La foggia della statua di culto è attribuibile a scultori greci attivi a Roma tra il II e il I sec. aev. e potrebbe essere stata eseguita in occasione della dedica del tempio attualmente visibile.

Jano ad Theatrum Marcelli

Il tempio di Janus al Foro Olitorio [Tac. II, 49], definito anche, “presso il Teatro di Marcello” [Fast. Allif. et Vail. ad XVI Kal. Sept., CIL I2, 217; 240; Fast. Amit. ad XV Kal. Nov., CIL I2, 245; 325; 332; Serv. Aen. VII, 607] o “fuori dalla Porta di Carmenta” [Fest. 285], fu costruito da C. Duilius dopo la vittoria navale di Mylae del 260 aev [Tac. Ann. II, 49] e dedicato il giorno 17 Sext. in concomitanza coi Portunalia. Fu restaurato da Augusto e dedicato da Tiberio l’8 Oct. 17 [Tac. Cit.]. In Festo troviamo la notizia che al Senato era vietato riunirsi in questo tempio perché fu qui che i 300 Fabii decisero di partire per l’assedio di Veio e furono poi uccisi [Fest. 285], tuttavia si tratta di un anacronismo, poiché il tempio fu costruito in epoca posteriore. Non è però da escludere però che il sito ospitasse un precedente altare dedicato a Janus.

Le rovine di questo edificio, assieme a quelle di altri due vicini, uno forse dedicato a Spes e l’altro a Juno Sospita, si trovano sotto la chiesa di S. Nicola in Carcere, che è stata edificata sulla medesima pianta del tempio di Janus.

 

PORTUNALIA

Portunus is an ancient Roman gods, in fact, his party appears in capital letters in the epigraphic calendars and we know that he had a flamen portunalis [Fest. 217]. The festival dedicated to him, marked in capital letters in the epigraphic calendars, dates back to the monarchical period and had to enjoy some relevance even in the medium-Republican era [CIL I2, 1109 = ILS 7839f ILLRP = 888]. He was celebrated at the Aemilio bridge [hemerol. Amit. Vail. Allif. to Kal. Sept., CIL I², 217; 240; 244; Not. app .; Pol. Silv. 545; Hist. Aug. Elag. XVII] that it was to be the first stone bridge that crossed the Tiber [Plut. Num. IX] Sublicius near the bridge, where the temple was dedicated to Portunus (see below), which Varro believes contemporary with the birth of the party [Var. L. L. VI, 19].

We believe that in Portunus Originally a tutelary deity of the doors [Fest. 56], since in archaic Latin the term Portus indicated the door [Donat. to Teret. B. 578]

… Portum in the Twelve Tables is intended as [door] home … [Fest. 233]

… Portum, domum vel ianuam … [Glos. Plac. 74, 15]

For this reason Varro calls Him

… Portunus … God who presides over the harbors and the doors … [Var. apud Schol. Ver. For Aen. V, 241; cfr Cic. Nat. Deor. II, 26; Verg. Georg. I, 437]

It was originally represented with the keys hand [Fest. 56], in the calviger function, ie one who holds the keys of the door (of the house or the city). The association with the keys is repeated in a step warped scholia veronensia Aeneid, which states that on the day of the blue crab feast, in archaic times they performed a ritual during which the keys were purified by fire [Schol. Ver. Aen. V, 241].

Its original function was to be the guardian of access to the house as the city with the peculiar function of closing them to all that was harmful or hostile. This explains his position near the door to the portus Flumentana Tiberinus: a place for exchanges and contacts with foreigners and merchants since the Bronze Age. He kept watch over access so nothing will penetrate to disturb the integrity and harmony of the ancient city, in that capacity was probably felt solidarity with Quirinus, revered by the populus domes, that is within the city limits and in peacetime; this association is reflected by the fact that the flamen portunalis was instructed to anoint the Quirinus [Fest weapons. 217].

The role of Portunus was then partially overlaps with that of Janus, although the task of Prime was distinctly defensive (and perhaps purifying) closely related to the spatial dimension of the closed gate and supervised and symbolism of the keys (which perhaps was not a native of Janus according to Pliny, in fact, the oldest statue of the God did not take the keys, his hands indicated the number 365 [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33]), while the second was associated with the idea of ​​passage (both spatial and temporal) and then to an idea of ​​the open gap. What we do know is that the two deities were soon superimposed (as evidenced by the dedication of a temple to Janus in the day of Portunalia already half of the third century. BCE. (See below)), so that the original function of Portunus was soon absorbed in the sphere of Janus.

So lost their sphere of original action and the specialization of the word portus, meaning river port and sea before then, Portunus was seen as a sea goddess in the guise of an old man (Portunus Pater) similar to Neptunus, accompanied by Salacia, Palemon and the Nereids [Cic. Nat. Deor. II, 26; Parth. Fr. 30 apud Aul. Gel. XIII, 27 et MACR. Sat. V, 18; Verg. Aen. V, 241-42; Apul. Apol. XXXI; Met. IV, 31; Mart. Chap. V, 425], under whose supervision were the ports [Serv. Aen. V, 241]. Again he came to establishing itself further identification between Portunus and greek Palemon, son of Ino – Leucothea – Mater Matuta [Ov. Fast. IV, 474-562; Hyg. Fab. II; Serv. Aen. V, 241; Georg. I, 437; Schol. Ver. Aen. V, 241; Prob. Georg. I, 437; Fest. 242; CGL II, 154, 13; Auson. ECL. XXXI, 3; Myth. Vat. II, 101; Lact. Inst. I, 21, 23], protector of sailors and ports [Eur. Iphig. Taur. 270] (identification, according to some authors, dates back as early as age archaic and would fit in the sacred geography of the ancient Forum Boarium and Porto Tiberino); It is in this respect that Portunus became a strong young man, companion of Hercules [Plaut. Rud. 161-62], according to the iconography which we find in the space of Benevento (see below). Such identification, according to some authors, is the basis of the dedication of Istimici games held in Corinth to Palemon and the construction of a sanctuary dedicated to him, Palaimonion, in Roman Corinth.

Several modern authors who have dealt with the God of Beginnings, revealed his relationship with Portunus, without providing satisfactory explanations.

According to L. Adams Holland Portunus and Janus would be two aspects of a single archaic deities linked to the landings on the Tiber and his cross, by boat or by bridge. This assumption, however, is rejected by most modern scholars.

Dumézil connects portus and leads to the Indo-European root * prtu- with ford significance whereby deduced that Portunus, archaically, was the tutelary deity of the crossings of streams, fords (ports in origin) that, as part of dwelling villages , served both from the village accesses from the points of communication with other communities. Following the separation of the terms and portus door and to their specialization, Portunus would remain the protector of both and would have also been linked to the bridges as replacement of the fords. As guardian of the accesses to the city Portunus was probably part of the deities who presided over the peace and prosperity of the urban community, hence the link with Quirinus.

Portuno in portu

The Temple of Portunus (in portu or pontem Aemilium) is remembered by Varro [Var. L. L. VI, 19] as aedes in portu Tiber. The dedication took place at Portunalia [Var. L. L. VI, 19; Fast. Allif. Veil. Amit. to XVI Kal. Sept.; CIL I² pgg 217; 240; 244; 325]. Portus Tiberinus should indicate a pier along the Tiber River, near Ponte Aemilio. The building was converted into a church during the Middle Ages, it is still visible and well preserved; It is oriented to the north / northwest, in the direction of Aemilio bridge and parallel to the Tiber ran. Podium and raised are made in Aniene tuff.

The temple, dated to between 80 and 70 BCE, was the subject of numerous excavations have shown the presence in the east, a wall parallel to the podium on which revealed traces of a porch and antique tabernae, which suggests to a property part of horrea Aemiliana, connected with the passage of the bridge.

They were also found the remains of an earlier structure, in particular a high podium in tufa of Grotta Oscura, to a height of about 6 m, longer than the present (which were probably also present other relevant buildings to the place of worship), whose structure resembles that of the C temple of Largo Argentina, in addition to architectural terracotta fragments that indicate a period dating back to IV – III century. BCE.

The discovery of fragments of tuff hat and tawny in the layers belonging to the id Republican era temple could indicate the reuse of materials from an earlier structure dating back to the archaic, perhaps coeval with that of Mater Matuta.

Inside the temple was a statue of the God, whose appearance would be similar to the representation that we find on the Arch of Triumph of Benevento: in the panel representing a frumentatio offered by Emperor Trajan, which took place in the area of Portus Tiberinus (then the seat food administration, see Ara Maxima), are carved at the top, the deities worshiped in the adjacent temples: Hercules Olivarius, Apollon Caelispex and Portunus precisely. God is presented as young, with curly hair, naked, holding an anchor in the left hand resting on his shoulder, tied to a rope held in his right hand. The style of the cult statue is attributable to Greek sculptors active in Rome between the second and first century. BCE. and it may have been performed on the occasion of the dedication of the temple currently visible.

Jano to Theatrum Marcelli

The temple of Janus at the Foro Olitorio [Tac. II, 49], also known as, “at the Theatre of Marcellus” [Fast. Allif. et Vail. to XVI Kal. Sept., CIL I2, 217; 240; Fast. Amit. to XV Kal. Nov., CIL I2, 245; 325; 332; Serv. Aen. VII, 607] or “out of the Porta Carmenta” [Fest. 285], was built by C. Duilius after the naval victory Mylae of 260 BCE [Tac. Ann. II, 49] and dedicated on 17 Sext. in conjunction with Portunalia. It was restored by Augustus and dedicated by Tiberius 8 Oct. 17 [Tac. Cit.]. In Festo we find the news that the Senate was forbidden to meet in this temple because it was here that the 300 Fabii decided to go to the siege of Veii, and were then killed [Fest. 285], but it is an anachronism, since the temple was built at a later date. But it is not to be ruled out, however, that the site harbored a previous altar dedicated to Janus.

The ruins of this building, along with those of two other neighbors, one perhaps dedicated to Spes and the other in Juno Sospita, are located under the church of St. Nicholas in Prison, which was built on the same plant of the temple of Janus.

 

Picture

Temple of Portunus in the Forum Boarium area, Rome

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REGIFUGIUM

VI KAL. MAR. (24) N

Su questa antica festa, posta di fatto, dopo la fine dell’anno non sappiamo molto. Quando vi era intercalazione, essa non seguiva direttamente i Terminalia, ma era posta nei cinque giorni finali del mese intercalare [Cens. XX, 10].  Secondo la tradizione riportata da Ovidio [Fast. II, 685 segg; Fest; Aug. C. D. II, 6 sotto il nome di Fugalia] si tratterebbe della commemorazione della fuga dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, da Roma, ma questa origine è molto improbabile.

Da un documento epigrafico [CIL. I, 289; anche Plut. Q. R. 63] sappiamo che in questo giorno il rex sacrorum si recava nel comitium assieme ai Salii e lì compiva un qualche sacrificio di cui non ci sono giunte altre notizie. Dopo aver compiuto questo rito, il rex e i Salii fuggivano via. Da questi elementi possiamo dedurre che si tratta della reminiscenza di un rito che un tempo era compito dal rex, il cui significato si è perso col passaggio alla Repubblica.

Frazer e Altheim hanno formulato l’ipotesi che il potere mistico del rex fosse strettamente associato al calendario e allo svolgersi dell’anno e con la chiusura di quest’ultimo, anche il primo s’indebolisse. Era quindi necessario un qualche rito di rinnovamento e di reintegro di questo potere, che, secondo Frazer, poteva avere un qualche legame con quelli relativi al rex nemorensis. Il rex, in un certo modo, era rappresentazione vivente dell’anno: come durante il trascorrere del tempo le forze naturali sembravano compiere un ciclo di accrescimento e indebolimento, così anche il rex doveva seguire il medesimo ciclo. Le potenze naturali sembravano consumarsi ed esaurirsi dopo aver portato a sviluppo e maturazione i frutti della terra e così il sole sembrava diminuire in potenza dopo aver raggiunto il massimo della propria forza in estate; allo stesso modo si pensava che l’uomo accumulasse impurità, di cui era necessario liberarsi per poter vivere continuamente in pace con gli Dei: arrivati al periodo “oscuro” dell’inverno, era necessaria, a vari livelli, una rigenerazione dell’universo, una fine e rinascita a tutti i livelli. Il rex compiva questo rito per tutta la comunità, attraverso la sua rigenerazione era l’intero corpo civico a rigenerarsi e a ritornare alla purezza dei primordi.

Con il Regifugium il re, in un certo senso, abbandonava la propria carica, in quanto ormai privo del proprio potere mistico, aprendo un periodo di vero e proprio interregnum. Tale intervallo di vacanza cadeva in un periodo vuoto, sostanzialmente, anche se non formalmente, extra-calendariale, cioè nell’intervallo tra i Terminalia, la chiusura dell’anno vecchio, e l’inizio di quello nuovo col mese di Martius in cui avveniva il pieno reintegro della funzione regale.

Questo rituale è stato accostato anche alla Bouphonia attica

 

VI KAL. Mar. (24) N

Regifugium

This ancient festival, happening after the end of the year, we do not know much. When there was intercalation, it did not follow directly Terminalia, but it was placed in the final five days of the interlayer [Cens month. XX, 10]. According to the tradition reported by Ovid [Fast. II, 685 ff; Fest; Aug. C. D. II, 6, named Fugalia] it would be the commemoration of the flight of the last king, Tarquinius Superbus, from Rome, but this is very unlikely source.

By a written document [CIL. I, 289; Also Plut. Q. R. 63] we know that on this day the rex sacrorum went in comitium along with and I went up there performed a few sacrifices that we have not come of news. After performing this ritual, the rex and the Salii ran away. From these elements we can deduce that it is the reminiscence of a ritual that was once the task rex, whose meaning has been lost with the passage to the Republic.

Frazer and Altheim have formulated the hypothesis that the mystic rex power was closely associated with the calendar and the unfolding of the year and with the closing of the latter, also the first weakened. It was therefore necessary to some rite of renewal and reinstatement of this power, which, according to Frazer, could have some connection with those at rex Nemorensis. The rex, in a certain way, was living representation of the year: as during the passage of time the natural forces seemed to complete a cycle of growth and weakening, so also the rex had to follow the same cycle. The natural powers seemed to be consumed and exhausted after bringing in the development and maturation of the crops and so the sun seemed to diminish in power after reaching the maximum of its strength in the summer; the same way it was thought that humans accumulate impurities, and it was necessary to rid constantly live in peace with the gods: come to the “dark period” of winter, it was necessary, at various levels, a regeneration of the universe, an end and rebirth at all levels. The rex He performed this ritual for the whole community, through its regeneration was the whole civic body to regenerate itself and to return to the purity of the beginning.

Regifugium with the king, in a sense, abandoned his office, because now devoid of its mystical power, opening a period of real interregnum. This Holiday interval fell in a blank period, substantially, although not formally, extra-calendrical, that is, the interval between the Terminalia, the closure of the old year, and the beginning of the new one with the month of Martius in which happened the full return of the royal office.

This ritual was also approached to Attic Bouphonia.