II KAL. APR. (31) C

Lunae in Aventino

In questo giorno si ricorda la dedica del tempio consacrato alla Dea Luna sul colle Aventino [Ov. Fast. III, 883; Fast. Caer. Praen. ad Pr. Kal. Mart; CIL I pg 212; 234; 314]; la tradizione annalistica ne fa risalire la costruzione a Servius Tullus [Tac. Ann. XV, 41] (altre versioni del testo di Tacito portano Lucina, ovvero Diana anziché Luna, quindi il riferimento potrebbe essere al tempio di Diana sull’Aventino, anziché a quello di Luna), ma la prima menzione che abbiamo è del 182 aev [Liv. XL, 2, 2] quando una forte tempesta ne strappò una delle porte che finì contro il lato posteriore del tempio di Cerere, per cui la sua costruzione dovrebbe risalire al III sec aev. Grazie a questo e ad altri riferimenti [Oros. V, 12, 8; Auct. De Vir. Ill. 65] è possibile ipotizzare che la sua localizzazione fosse nell’estremità nord-ovest del colle, sopra la Porta Trigemina. Fu colpito da un fulmine al tempo della morte di Cinna [App. B. C. I, 78]; dopo la distruzione di Corinto, Mummio dedicò alcune delle spoglie provenienti da quella città in questo tempio [Vitruv. V, 5, 8]. Bruciò nel grande incendio di età neroniana [Tac. Ann. XV, 41] e successivamente non è più menzionato.

 

Lunae in Aventino

On this day we remember the dedication of the Goddess Luna temple on the Aventine Hill [Ov. Fast. III, 883; Fast. Caer. Praen. to Pr. Kal. Mart; The CIL pg 212; 234; 314]; the annals dates back the construction Servius Tullus [Tac. Ann. XV, 41] (other versions of Tacitus text have Lucina, or rather Diana Luna, so the reference could be to the temple of Diana on the Aventine, instead of that of Moon), but the first mention we have is the 182 BCE [Liv. XL, 2, 2] when a strong storm tore off one of the doors that slammed into the back of the Temple of Ceres, so its construction probably dates back to the third century BCE. Thanks to this and other references [Oros. V, 12, 8; PsAure. Vict. De Vir. Ill. 65] it is possible to assume that its location was in the north-west of the hill, above the Porta Trigemina. It was struck by lightning at the time of Cinna death [App. B. C., 78]; after the destruction of Corinth, Mummius dedicated some of the spoils from that city in this temple [Vitruv. V, 5, 8]. It burned down in the great fire of Nero’s age [Tac. Ann. XV, 41] and subsequently is no longer mentioned.

Picture

Julia Domna AR Antoninianus. Rome, AD 215-217. IVLIA PIA FELIX AVG, draped bust right, wearing stephane, set on crescent / LVNA LVCIFERA, Luna, with fold of drapery floating around and above head, driving biga of horses left. RIC IV 379a (Caracalla); RSC 106

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Vediovi

NON. MAR. (7) F

Alle nonae di Martius si ricordava la consacrazione di un tempio a Vejovis (o Vediovis) sul Campidoglio [Liv. XXXV, 41, 8; CIL I2 pg 305; 311]; l’esatta collocazione viene definita dagli autori antichi ‘inter duos lucos’ [Ov. Fast. III, 430; Liv. I, 8, 5; Dion. H. II, 15; CIL I² pg. 233; Vell. I, 8, 5], ovvero uno spazio chiuso in una sella tra l’Arx e il la cima vera e propria del Campidoglio [Vitr. IV, 8, 4; Gel. V, 12, 2]. La tradizione vuole che tale sito (o uno dei due luci che lo attorniavano [Flor. I, 1, 9; Schol. Juv. VIII, 273]) fosse l’antico asylum di Romolo (il luogo dove Romolo avrebbe accolto fuorilegge, banditi ed esiliati per popolare la città di Roma).

Il tempio fu votato da L. Furius Purpurius nel 198 aev, durante una guerra coi Galli, e dedicato da Q. Marcius Ralla, duumviro, nel 192 aev. [Liv. XXXV, 41, 8], tuttavia gli scavi archeologici hanno dimostrato che il sito ospitava un luogo di culto molto più antico, risalente al periodo della fondazione di Roma (secondo Varrone il culto di Vejovis sul Campidoglio fu fondato da Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]). Il tempio aveva una cella trasversa [Vitr. IV, 8, 4] e all’interno dell’edificio, o nelle sue vicinanze, si trovava un’antica statua del Dio, che, secondo Plinio, fu dedicata all’epoca della fondazione della città [Plin. Nat. Hist. XVI, 79, 216]: essa era stata scolpita in legno di cipresso: essenza consacrata alle divinità infere [Serv. Aen. III, 680], ma anche ad Apollo [Serv. Georg. I, 20] e strettamente collegata al culto di divinità operanti nell’ambito della guarigione come Esculapio.

Ovidio [Ov. Fast. III, 436 segg.] considera questa divinità una sorta di giovane Giove e ne fa derivare il nome da Ve-Iovis in cui la particella ve- indica un diminutivo [Fest. 379]. Il poeta lo immagina come un ragazzo inerme (Figura 43) non ancora armato dei fulmini ed afferma che è raffigurato in compagnia di una capra, in ricordo di quella che nutrì Giove infante sotto il monte Ida.

Gellio [Gel. V, 12, 5], invece, pur partendo dalla stessa etimologia, considera la particella ve- una negazione e costruisce il nome del Dio da ve-iuivando: avendo Giove il potere di esser favorevole, aiutare gli uomini (iuvare), Vejovis, è all’opposto, colui che arreca loro danno e li mette in pericolo, una sorta di Giove in negativo [Ov. Fast. III, 445 – 48]. Anche il mitografo vaticano lo definisce ‘malus Juppiter’ e lo accosta a Dis Pater e Orcus [Mith. Vat. III, 6, 1]. I moderni linguisti, concordano, tuttavia, con Ovidio e attribuiscono alla particella ve-, ue- un diminutivo, o peggiorativo, ma non negativo.

Gellio aggiunge che la statua che si trova nel tempio, mostrava il Dio armato di frecce, simbolo delle ingiurie che manda agli uomini; Plinio [Plin. Nat. Hist. XVI, 216] ne descrive una simile situata sull’Arx (forse la stessa di Gellio) risalente al VI sec aev: il Dio era rappresentato come un fanciullo armato di frecce con accanto una capra, ed aggiunge che era di legno di cipresso, elemento che rimanderebbe ad una divinità infera. Gli scavi archeologici sul sito del tempio capitolino, hanno portato alla luce una statua in marmo che ha lo stesso atteggiamento di quella descritta da Gellio.

In Varrone [Var. L. L. V, 74], Vejovis appare tra le divinità sabine introdotte a Roma col sinecismo, altri ritenevano che fosse di origine etrusca (associando la particella ve- come un segno della provenienza da Veio, una sorta di Juppiter di Veio); Marziano Capella Lo cita più volte [Mart. Cap. Nupt. I, 58; II, 142; 166] come divinità infera, identificato con Dis Pater; inoltre appare nella formula della Devotio assieme al gruppo delle divinità sotterranee [Macr. Sat. III, 9, 10].

Nel suo tempio gli veniva sacrificata una capra humano ritu, non sappiamo cosa questo significhi esattamente [Gell. V, 12, 6], ma è possibile che si riferisca al sacrificio, tramite inumazione, di una capra, il che qualificherebbe ulteriormente Vejovis come divinità infera [Fest. 103]

L’espressione usata da Gellio, può anche alludere all’antica usanza di compiere sacrifici umani a scopo espiatorio, che sarebbe poi stata sostituita dal sacrificio di una capra, animale che in Grecia era sacro a Apollo e Esculapio, divinità che esercitavano un’azione profilattica, apotropaica e purificatrice. Considerando che il sito del tempio di Vejovis si trovava al termine del percorso della processione trionfale, non si può escludere che l’affermazione di Gellio non alluda al fatto che, in età arcaica, Vejovis presiedesse a sacrifici umani durante i quali erano immolati prigionieri di guerra per placare i Manes dei caduti in battaglia o nell’ambito di culti eroici, che sono stati ipotizzati per il mondo etrusco proprio in relazione a Śur, divinità identificata con Vejovis.

L’unica altra città che ospitava un culto di Vejovis era Bovillae, fondata da profughi di Alba Longa dopo la sua distruzione e che conservò una forte identità albana [CIL XIV, 2387 = CIL I, 1439 (p 840, 987) = ILS 2988 = ILLRP 270]. Secondo una tradizione che rimonta a Catone, il capostipite della gens julia, Ascanio, figlio di Enea, fu chiamato Julus, ora le etimologie del suo nome proposte dallo storico romano [Cato Orig. Fr. I, 9b C apud Serv. Aen. I, 267; OGR XV, 5] ne farebbero un diminutivo di Juppiter, quasi un giovane Juppiter (julus, dalla prima lanugine che copre il volto degli adolescenti, oppure Julus come diminutivo di Juppiter), per cui possiamo vedere adombrata nel mitico capostipite, la figura di Vejovis, Deus Parens della gens; potrebbe, quindi, non essere solo un topos letterario la descrizione di Julus come ottimo arcere che troviamo in Virgilio, bensì un’allusione alla sua identificazione con il Dio che era rappresentato con in mano delle frecce. Ancora, se guardiamo alla funzione che Egli svolgeva nella Roma arcaica in relazione all’integrazione degli stranieri nel corpo civico (vedi oltre), potremmo trovarne un’eco nel mito secondo cui fu Ascanius – Julus a chiamare a Lavinium, dalla foresta in cui viveva, Silvius, suo fratellastro, conferendogli la piena cittadinanza e lasciandogli poi il governo della città [Cato Orig. Fr. I, 11 C apud Serv. Aen. VI, 760].

Va tuttavia rilevato che, secondo la tradizione, la gens Julia arrivò a Roma dopo la distruzione di Alba Longa, sotto il regno di Tullo Ostillo [Liv. I, 30, 2], mentre le fonti romane, fanno rimontare l’origine del culto di Vejovis a Roma, al regno di Romolo o di Tatio. La discrepanza può essere dovuta a un tentativo degli storici romani di retrodatare l’introduzione del culto, oppure essere un riflesso della diffusione della figura di Vejovis (o di divinità analoghe) in ambito latino e italico, come proverebbe la presenza a Terracina, nel santuario di Feronia, famoso perché vi avvenivano manumissioni di schiavi, di Juppiter Anxur (vedi Feroniae) un Juppiter giovane e imberbe che ricorda da vicino Vejovis; da non trascurare che anche in in questo santuario doveva esistere un antico asylum e avvenivano le manumissioni degli schiavi.

Tutti gli elementi che abbiamo a disposizione fanno di Vejovis l’esatta antitesi di Juppiter, Dio del mondo Infero, opposto al Dio del cielo luminoso, non solo il nome e le sue caratteristiche: juvenis e parvus, lo oppongono a Juppiter che è Pater e Maximus, ma anche la capra che gli è compagna è animale tabù nel culto del Dio supremo, tanto che il flamen dialis non poteva nemmeno vederla. I suoi templi si trovano al di fuori del perimetro urbano, luogo dell’ordine e della legge garantiti dalla potenza gioviana, in siti dalle valenze negative o “caotiche” (l’asylum e l’Isola Tiberina, dove si trovava anche il tempio di Faunus) e anche le ricorrenze della loro fondazione cadono in periodi in cui la luce lunare è debole, ovvero in fasi “oscure” del ciclo mensile, lontane dal giorno di massima luminosità delle Eidus. Vejovis può essere quindi considerato uno Juppiter del mondo caotico ed Infero, un’emanazione del potere gioviano negli ambiti della realtà che sono sottratti al suo dominio diretto.

Nell’iconografia è spesso assimilato ad Apollo [Gel. V, 12, 12], per la giovane età, la presenza della capra al suo fianco e le frecce, identificazione richiamata anche da Calpurnio Pisone Frugi che nomina il Dio con un epiteto greco solitamente riferito ad Apollo, Λυχωρεύς [Calp. Pis. Fr. Fr. 4 P apud Serv. Aen. II, 761], probabilmente in un suo aspetto infero, come suggerito dall’identificazione con l’etrusco Śur, Il Nero, che troviamo in un testo epigrafico da Pyrgi [PS 51] e il falisco Pater Soranus (cui era sacrificata la capra come a Vejovis [Serv. Aen. XI, 785; Plin. Nat. Hist. VII, 2; Sil. It. V, 175; Strabo V, 2, 9]) dai caratteri solari e assieme inferi.

Se è possibile che in origine Vejovis fosse una forma di Juppiter protettore dei supplici, come è attestato per Zeus, più produttiva è l’indagine sulla Sua funzione purificatrice. Egli poteva così intervenire per purificare sia coloro che, rifugiatisi nell’asylum, avrebbero potuto diventare parte della comunità romana come nuovi cittadini, sia coloro i quali, sconfitti, venivano portati a Roma come prigionieri, per ingrandire il suo corpo civico [Liv. I, 8, 5; Dion. H. I, 89, 1 – 2; IV, 22, 3 – 4]. Simbolicamente Egli presiedeva al passaggio dei fuggiaschi allo status di cives (clandestini  dall’avverbio clam, di nascosto, a sua volta dal verbo celo, nascondere, con formazione analoga a intestinus da intus, possono essere intesi come “coloro che fuggono la luce del giorno”, così simbolicamente, Vejovis, divinità infera e oscura, ma con caratteri anche solari, presiedeva al loro passaggio dal buio in cui si nascondevano alla luce in cui potevano andare come cives ); questo suo situarsi in situazioni liminari e la funzione purificatrice e apotropaica (in quanto i nuovi arrivati avrebbero potuto portare con loro contagi e contaminazioni) in relazione ai riti di passaggi che permettevano la trasformazione di uno straniero (ospite o prigioniero) in un cittadino a pieno titolo, spiega la sua relazione con Janus, Dio dei passaggi e degli inizi, che si esplica con la coincidenza calendariale della data della dedica del tempio di Vejovis sull’Isola Tiberina, con l’inizio del mese dedicato a Janus.

Non lontano dal tempio inter duos lucos, si trovavail tempio di Juppiter Feretrius in cui era custodito il lapis silex con cui era consacrato il giuramento per Jovem lapidem: è possibile che la conclusione del rito di passaggio con cui avveniva l’integrazione dei nuovi cittadini, prevedesse un solenne giuramento per Jovem lapidem, il cui riflesso si ritrova nel jusjurandum liberti (vedi Jovi Liberto et Libertati) [Plaut. Trin. 872; Liv. XXXIX, 44 ,3; XLIII, 14, 5; Dion. H. IV, 15, 6; Gel. IV, 20; CIL I2, 593]. Vejovis e Juppiter formano così una coppia complementare: il primo, attraverso la sua funzione purificatrice, permette il passaggio dello straniero all’interno del corpo civico, che viene sancito e legittimato dal secondo attraverso il giuramento. Un tale compesso cultuale si ripete a Roma e nel Lazio in tutti i contesti dedicati alla liberazione degli schiavi (vedi Jovi Liberto et Libertati; Feroniae). Ritroviamo la stessa struttura teologico – rituale sull’Isola Tiberina, dove Vejovis è accompagnato ancora da una manifestazione di Juppiter, legato in modo speciale ai giuramenti, Juppiter Jurarius (o Semo Sancus, vedi Jovi Jurario in Insula).

Dio parvus, Juppiter minore, sia nel senso di giovane, che forse nel senso di gracile e fisicamente debole, la posizione del secondo tempio di Vajovis, sull’Isola Tiberina (vedi Vejovi in Insula), stabilesce una chiara relazione con un’altra divinità che in Grecia svolgeva forse funzioni analoghe negli asyla, Aesculapius, il cui tempio, situato nelle vicinanze sue condivideva con quello di Vejovis anche il dies natalis. Il tempio della divinità greca divenne sede di un grande ospedale cui accedevano gli strati più umili della popolazione [Tac. Ann. IV, 14] e gli schiavi; in età imperiale assunse uno status paragonabile a quello di un asylum, quando un decreto di Caludio, stabilì che gli schiavi malati lì abbandonati dai proprii padroni, avrebbero ottenuto la libertà (vedi Aesculapio in Insula). Area extrapomeriale, luogo in cui avveniva il passaggio dall’emarginazione (dei malati) all’integrazione e forse dalla schiavitù alla libertà, l’azione di Aesculapius fu integrata da quella di Vejovis, unificando in nell’unica sfera religiosa dell’integrazione, guarigione e liberazione.

Secondo Varrone in questo giorno sorgeva la costellazione della Corona [Var. apud Lyd. Mens. IV, 48].

 

NON. MAR. (7) F

Vediovi

At Non. Mart. Epigraphic calendars remember the consecration of a temple to Vejovis (or Vediovis) on the Capitol [Liv. XXXV, 41, 8; CIL I2 pg 305; 311]; the exact location is defined by the ancient authors ‘inter duos lucos’ [Ov. Fast. III, 430; Liv. I, 8, 5; Dion. H. II, 15; CIL I² pg. 233; Vell. I, 8, 5], or a space enclosed in a saddle between the Arx and the top of the Campidoglio [Vitr. IV, 8, 4; Gel. V, 12, 2]. Tradition has it that this site (or one of the two lights that surrounded it [Flor. I, 1, 9, Schol. Juv. VIII, 273]) was the ancient asylum of Romulus (the place where Romulus would have welcomed outlaws, bandits and exiled to populate the city of Rome).

The temple was voted by L. Furius Purpurius in 198 BCE, during a war with the Gauls, and was dedicated by Q. Marcius Ralla, duumviro, in 192 BCE. [Liv. XXXV, 41, 8], however, archaeological excavations have shown that the site housed a much older place of worship dating back to the foundation of Rome (according to Varrone the cult of Vejovis on the Campidoglio was founded by Tito Tazio [Var. LL V, 74]). The temple had a transverse cell [Vitr. IV, 8, 4] and within the building, or nearby, there was an ancient statue of God, which, according to Pliny, was dedicated to the time of the foundation of the city [Plin. Nat. Hist. XVI, 79, 216]: it had been carved in cypress wood: essence consecrated to the divinities infere [Serv. Aen. III, 680], but also to Apollo [Serv. Georg. I, 20] and closely related to the worship of deities operating in the sphere of healing as Aesculapius.

Ovid [Ov. Fast. III, 436 ff.] Considers this divinity a sort of young Jupiter and derives its name from Ve-Iovis in which the particle shows a diminutive [Fest. 379]. The poet imagines him as a helpless boy (Figure 43) not yet armed with lightning and says that he is depicted in the company of a goat, in memory of the one that fed Jupiter under the mountain Ida.

Gellio [Gel. V, 12, 5], on the other hand, although starting from the same etymology, considers the particle to be a negation and builds the name of the God to be found: having Jupiter the power to be favorable, to help men (iuvare), Vejovis, on the contrary, he who causes them harm and puts them in danger, a sort of negative Jupiter [Ov. Fast. III, 445 – 48]. Even the Vatican mythographer calls it “malus Juppiter” and approaches it to Dis Pater and Orcus [Mith. Vat. III, 6, 1]. Modern linguists, however, agree with Ovid and attribute to the particle ve-, ue- a diminutive, or pejorative, but not negative.

Gellius adds that the statue in the temple showed the God armed with arrows, symbol of the injuries he sends to men; Plinio [Plin. Nat. Hist. XVI, 216] describes a similar one located on the Arx (perhaps the same of Gellius) dating back to the 6th century BCE: the God was represented as a boy armed with arrows with a goat beside it, and adds that it was made of cypress wood, element that would refer to an inferior deity. The archaeological excavations on the site of the Capitoline temple have brought to light a marble statue that has the same attitude as that described by Gellius.

In Varro [Var. L. L. V, 74], Vejovis appears among the Sabine deities introduced in Rome with the Synecism, others believed that it was of Etruscan origin (associating the particle ve- as a sign of the provenance of Veio, a sort of Juppiter di Veio); Marziano Capella quotes it several times [Mart. Cap. Nupt. I, 58; II, 142; 166] as the divinity of infera, identified with Dis Pater; moreover it appears in the formula of Devotio together with the group of underground deities [Macr. Sat. III, 9, 10].

In his temple he was sacrificed a goat humano ritu, we do not know what this means exactly [Gell. V, 12, 6], but it is possible that it refers to the sacrifice, through the inhumation, of a goat, which would further qualify Vejovis as a deity infera [Fest. 103]

The expression used by Gellio, can also allude to the ancient custom of making human sacrifice for expiatory purposes, which would then be replaced by the sacrifice of a goat, an animal that in Greece was sacred to Apollo and Aesculapius, deities that exerted an action prophylactic, apotropaic and purifying. Considering that the site of the Vejovis temple was at the end of the path of the triumphal procession, it can not be excluded that Gellius’s claim does not allude to the fact that, in the Archaic period, Vejovis presided over human sacrifices during which they were immolated prisoners of war to appease the Manes of the fallen in battle or in the context of heroic cults, which were hypothesized for the Etruscan world precisely in relation to Śur, deity identified with Vejovis.

The only other city that housed a Vejovis cult was Bovillae, founded by refugees from Alba Longa after its destruction and which retained a strong Alban identity [CIL XIV, 2387 = CIL I, 1439 (p 840, 987) = ILS 2988 = ILLRP 270]. According to a tradition that goes back to Cato, the ancestor of the gens julia, Ascanio, son of Aeneas, was called Julus, now the etymologies of his name proposed by the Roman historian [Cato Orig. Fr. I, 9b C apud Serv. Aen. I, 267; OGR XV, 5] would make a diminutive of Juppiter, almost a young Juppiter (julus, from the first fluff that covers the face of adolescents, or Julus as diminutive of Juppiter), so we can see shadowed in the legendary progenitor, the figure of Vejovis , Deus Parens of the gens; therefore, it could not be just a literary topos the description of Julus as an excellent arch that we find in Virgil, but an allusion to his identification with the God who was represented with arrows in hand. Again, if we look at the function that he performed in archaic Rome in relation to the integration of foreigners into the civic body (see below), we could find an echo in the myth that it was Ascanius – Julus who called to Lavinium, from the forest in which he lived. , Silvius, his half-brother, giving him full citizenship and then leaving him the government of the city [Cato Orig. Fr. I, 11 C apud Serv. Aen. VI, 760].

It should however be noted that, according to tradition, the gens Julia arrived in Rome after the destruction of Alba Longa, under the reign of Tullo Ostillo [Liv. I, 30, 2], while the Roman sources, have reassembled the origin of the Vejovis cult in Rome, the reign of Romulus or Tatio. The discrepancy may be due to an attempt by Roman historians to backdate the introduction of the cult, or be a reflection of the diffusion of the figure of Vejovis (or similar deities) in the Latin and Italic, as evidenced by the presence in Terracina, in the sanctuary of Feronia, famous for the slaughter of slaves, of Juppiter Anxur (see Feroniae), a young and beardless Juppiter who closely resembles Vejovis; not to be overlooked that even in this sanctuary there must have existed an ancient asylum and the manumissions of slaves took place.

All the elements we have available make Vejovis the exact antithesis of Juppiter, God of the Inferior world, opposite to the God of the bright sky, not only the name and its characteristics: juvenis and parvus, they oppose it to Juppiter who is Pater and Maximus, but also the goat that is his companion is taboo animal in the worship of the supreme God, so much so that the flamen dialis could not even see it. Its temples are located outside the urban perimeter, place of the order and the law guaranteed by the power of Jovian, in sites with negative or “chaotic” values ​​(the asylum and the Tiberina Island, where the temple of Faunus) and even the recurrences of their foundation fall in periods when the moonlight is weak, or in “dark” phases of the monthly cycle, far from the day of maximum brightness of the Eidus. Vejovis can therefore be considered a Juppiter of the chaotic and Infero world, an emanation of Jovian power in the realms of reality that are subtracted from its direct dominion.

In iconography it is often assimilated to Apollo [Gel. V, 12, 12], for the young age, the presence of the goat at his side and the arrows, identification also referred to by Calpurnio Pisone Frugi who names the God with a Greek epithet usually referred to Apollo, Λυχωρεύς [Calp. Pis. Fr. 4 P apud Serv. Aen. II, 761], probably in an inferior aspect, as suggested by the identification with the Etruscan Śur, Il Nero, which we find in an epigraphic text by Pyrgi [PS 51] and the Faliscan Pater Soranus (to whom the goat was sacrificed as to Vejovis [Serv. Aen. XI, 785; Plin. Nat. Hist. VII, 2; Sil. It. V, 175; Strabo V, 2, 9]) from the sun and together.

If it is possible that originally Vejovis was a form of Juppiter protector of supplicants, as it is attested to Zeus, more productive is the investigation on His purifying function. He could thus intervene to purify both those who, taking refuge in the asylum, could become part of the Roman community as new citizens, and those who, defeated, were taken to Rome as prisoners, to enlarge his civic body [Liv. I, 8, 5; Dion. H. I, 89, 1 – 2; IV, 22, 3 – 4]. Symbolically He presided over the passage of fugitives to the status of cives (clandestine dall’avverbio clam, secretly, in turn from the verb celo, concealing, with similar formation to intestinus from intus, can be understood as “those who flee the light of day “, So symbolically, Vejovis, a dark and infamous deity, but also with solar characters, presided at their passage from the darkness in which they hid in the light they could go like cives); this being his situation in liminal situations and the purifying and apotropaic function (as the new arrivals could have brought with them contagious and contaminated) in relation to the rites of passages that allowed the transformation of a foreigner (guest or prisoner) in a citizen to full title, explains his relationship with Janus, God of the steps and beginnings, which is expressed with the coincidence of the calendar date of the dedication of the temple of Vejovis on the Tiber Island, with the beginning of the month dedicated to Janus.

Not far from the temple duos lucos, there was the temple of Juppiter Feretrius where the lapis silex was kept with which the oath for Jovem lapidem was consecrated: it is possible that the conclusion of the rite of passage with which the integration of new citizens took place, foresaw a solemn oath for Jovem lapidem, whose reflection is found in the jusjurandum liberti (see Jovi Liberto et Libertati) [Plaut. Trin. 872; Liv. XXXIX, 44, 3; XLIII, 14, 5; Dion. H. IV, 15, 6; Gel. IV, 20; CIL I2, 593]. Vejovis and Juppiter thus form a complementary couple: the first, through its purifying function, allows the passage of the foreigner within the civic body, which is sanctioned and legitimized by the second through the oath. Such a cultural accomplishment is repeated in Rome and in Lazio in all contexts dedicated to the liberation of slaves (see Jovi Liberto et Libertati; Feroniae). We find the same theological structure – ritual on the Tiber Island, where Vejovis is still accompanied by a manifestation of Juppiter, linked in a special way to oaths, Juppiter Jurarius (or Semo Sancus, see Jovi Jurario in Insula).

God parvus, Junior Juppiter, both in the sense of young, and perhaps in the sense of frail and physically weak, the position of the second temple of Vajovis, on the Tiber Island (see Vejovi in ​​Insula), establishes a clear relationship with another deity that in Greece perhaps performed similar functions in the asyla, Aesculapius, whose temple, located nearby, shared with the Vejovis also the dies natalis. The temple of the Greek deity became the site of a large hospital to which the most humble strata of the population had access [Tac. Ann. IV, 14] and the slaves; in the imperial age assumed a status comparable to that of an asylum, when a decree of Caludio, established that the sick slaves there abandoned by their owners, would have obtained freedom (see Aesculapio in Insula). Extra-territorial area, place where the transition from marginalization (of the sick) happened to integration and perhaps from slavery to freedom, Aesculapius’s action was complemented by that of Vejovis, unifying in the only religious sphere of integration, healing and liberation.

According to Varro on this day the constellation of Crown rises [Var. apud Lyd. Mens. IV, 48].

Picture

  1. Licinius L.f. Macer. 84 BC. AR Denarius (4.01 gm).

Diademed bust of Vejovis left, seen from behind, hurling thunderbolt. Rev. Minerva in quadriga right, brandishing javelin and holding shield.

Crawford 354/1; Sydenham 732; Licinia 16.

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

 

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

 

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

 

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna.