KAL. FEB. (1) N

Sacra Helerni

Secondo Ovidio [Ov. Fast. II, 67] in questo giorno i pontefici celebravano il Dio Helernus nel suo bosco sacro (lucus) nei pressi della foce del Tevere [Ov. Fast. VI, 105 – 107]. Questa divinità viene ancora menzionata alle Kal. Jun. a proposito di Carna, che sarebbe stata generata nel Suo bosco sacro. Quindi Helernus sarebbe in qualche modo il padre o Colui che genera Carna, onorata alle Kal. Jun., e queste sono le uniche informazioni che abbiamo su questo Dio.

Per comprendere la natura della relazione tra Helernus e Carna[1], dobbiamo riferirci al cibo consacrato a quest’ultima, le fave. Sappiamo infatti, dagli agronomi romani, che questa pianta era seminata due volte l’anno: in autunno, da ottobre a dicembre, così da avere un ciclo vegetativo “lungo” (matura, serotica) che comportava la raccolta a fine giugno [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; all’inizio di Februarius, in periodo di luna crescente, con un ciclo “breve”, di soli tre mesi (trimestralis), che permetteva la raccolta alla fine di Majus, in luna calante [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. Le feste delle due divinità sono quindi correlate con le fasi del ciclo della faba trimestralis (la cui qualità e produttività era considerata inferiore a quella della fava matura): Helernus ne tutelava il ciclo vegetativo ed era venerato prima della semina, affinché le piante crescessero rigogliose e dessero frutti abbondanti; Carna, presiedeva al suo uso alimentare, per cui, dopo la raccolta, le era offerta sotto forma di purea (vedi Kal. Jun.), cioè di frutto lavorato. Questa associazione è confermata, secondo Dumézil, dalla derivazione del nome Helernus da holus, legumi verdi, fave, di cui è attestata anche la forma arcaica helus [Fest. 100]; a sua volta il termine romano deriverebbe da una radice indoeuropea che indicava in generale le piante verdi.

La fava era spesso associata ai morti e ai fantasmi[2], che si pensava se ne cibassero e compare in alcuni rituali dedicati a divinità infere (Tacita Muta, Lemuria), per cui è possibile che anche Helernus avesse questo carattere. In Festo, alla voce furvum, troviamo citato il sacrificio di un bue nero ad Aternus [Fest 93], è possibile che il nome della divinità sia un errore dei manoscritti e che il passo si riferisca a Helenus; in questo caso avremmo la conferma che si tratta di questa ipotesi.

 

Sempre Ovidio [Ov. Fast. II, 69 – 70], in questo giorno, menziona sacrifici di un ovino di due anni a Giove (nel tempio dedicato a Juppiter Tonans da Augusto e sulla cima dell’Arx) e nell’aedes Vestae.

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

Il tempio si trovava nel Foro Olitorio e fu votato nel 197 aev dal console C. Cornelius Cethegus durante la guerra contro gl’Insubri [Liv. XXXII, 30, 10] e dedicato nel 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] alle Kal. Feb. [ILLRP 9], tuttavia, sulla divinità tutelare, non vi è accordo tra gli studiosi: Livio, infatti riporta che Cethegus dedicò il tempio a Juno Matuta, mentre Ovidio situa il tempio di Juno Sospita sul Palatino [Ov. Fast. II, 55], il che sarebbe stato impossibile trattandosi di una divinità non romana, bensì introdotta da Lanuvio. È quindi probabile che entrambi gli autori abbiano commesso un errore e che il tempio edificato da Cethego nel Foro Olitorio fosse quello di Juno Sospita. Cicerone afferma che L. Julius, console nel 90 aev restaurò il tempio in seguito ad un sogno di Cecilia, figlia di Q. Cecilius Metellus Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. É generalmente identificato col più piccolo tra i tre templi (gli altri due dedicati a Spes e Janus) che si trovano affiancati sotto l’odierna chiesa di S. Nicola in Carcere: si tratta di una struttura di ordine dorico, esastilo, anfiprostilo e peripterale in travertino; cinque delle sue colonne sono incluse nel muro sud dell’edificio cristiano.

 

KAL. February (1) N

sacra Helerni

According to Ovid [Ov. Fast. II, 67] in this day the pontefices celebrated the God Helernus in His sacred grove (Lucus) near the mouth of the Tiber [Ov. Fast. VI, 105-107]. This deity is still mentioned at Kal. Jun. about Carna, which would have been generated in His sacred grove. So Helernus would be somehow the father or one who generates Carna.

To understand the nature of the relationship between Helernus and Carna, we must refer to their consecrated food, the broad beans. We know, by the Roman agronomists, that this plant was sown twice a year: in the autumn, from October to December, so to have a vegetative cycle “long” and collection in late June [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; but also in earlier Februarius, with a “short” cycle, lasting only three months (trimestralis), that allowed the collection at the end of Majus [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. The parties of the two deities are then correlated with the stages of the faba trimestralis cycle (whose quality and productivity was considered inferior to that of the mature bean): Helernus protected the vegetative cycle and was worshiped before planting, so that plants grow luxuriant and they gave abundant fruit; Carna, presided at his food use, so, after the harvest, beans were offered in the form of puree, that is, processed fruit.

This association is confirmed, according to Dumezil, the derivation of the name from Helernus Holus, green leafy vegetables, beans, which is also attested to the archaic form Helus [Fest. 100]; in turn the Roman term derives from a root that indicated in general caucasian green plants.

Always Ovid [Ov. Fast. II, 69-70], in this day mentions sacrifice of a sheep than two years to Jupiter (the temple dedicated to Jupiter Tonans by Augustus and on top dell’Arx) and nell’aedes Vestae.

 

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

The temple was located in the Forum Olitorius, it was voted in 197 BCE by the consul C. Cornelius Cethegus during the war against Insubrians [Liv. XXXII, 30, 10] and dedicated in 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] at Kal. Feb. [ILLRP 9] However, about the tutelary deity, there is no agreement among scholars: Livius, in fact reports that Cethegus dedicated the temple to Juno Matuta, while Ovid situates the temple of Juno Sospita on the Palatine [Ov. Fast. II, 55], which would have been impossible since it is a non-Roman deities, but introduced from Lanuvius. It is therefore likely that both authors have made a mistake and that the temple built by Cethegus was to Juno Sospita. Cicero says that Julius L., consul in 90 BCE restored the temple following a dream of Cecilia, daughter of Q. Metellus Cecilius Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. It is generally identified with the smallest of the three temples (the other two dedicated to Spes and Janus) located side by side under the today’s church of St. Nicholas in Prison: it is a command structure Doric hexastyle, amphiprostyl and peripteral travertine; five of its columns are included in the south wall of the Christian building.

[1] G. Dumézil –  Fêtes romaines d’été et d’automne (1975), pp. 225 segg.

[2] L. Pedroni – I Fabi, Remo e le fave: assonanze e suggestioni in Faventia 32 – 33, 2010 – 2011 pgg 59 – 72

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Rito Romano parte I – Purificazione

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Per compiere un rito, qualunque esso sia, è necessario che il celebrante e coloro che partecipano, siano in condizioni di purezza. Cosa significa?

Possiamo dire che è necessario possedere una purezza di intento, una purezza fisica e una purezza rituale

 

… La legge vuole che ci si rivolga agli Dei in maniera pura (caste): ciò si riferisce all’animo, naturalmente, che comprende ogni cosa, ma non esclude la purezza del corpo. Però bisogna mettere in chiaro che, quando si sta attenti ad aver puro il corpo nel rivolgersi agli Dei, molto più si deve stare attenti alla purezza dell’animo, che sta molto più in del corpo. L’impurità fisica, con un’aspersione d’acqua o lasciando passare un po’ di giorni, si leva; la macchia dell’animo né col tempo scompare né c’è acqua corrente che la possa lavar via… [Cic. Leg. II, 10, 24]

 

Purezza di intento

È necessario accostarsi ai riti e agli Dei con animo puro, con intenzione pura, con serenità e deponendo odio, malanimo, pensieri negativi, rimorsi

 

… via di qui,

lungi da qui scellerati che nutrite empietà celata

nel cuore, o ritenete troppo lunga la vecchiaia del genitore stanco,

oppure se vi sia in voi un consapevole rimorso di aver percosso la madre,

e perciò temete il severo Eaco con la sua urna infernale.

Invito qui gli uomini innocenti e puri… [Stat. Silv. III, 12 – 17]

 

Tanto meno ci si può accostare a un rito sacro se ha commesso un crimine, o un atto di empietà, o si medita di farlo

 

… in presenza del Dio [Vulkanus], davanti agli altari, ordino che si allontani da questa terra, lontano da qui, chiunque ha commesso un crimine o medita nel suo cuore di farlo… [Grat. Fal. Cyn. 447 – 449]

 

Purezza fisica

Le norme sacre prevedono che, oltre a una mente pura, anche il corpo del celebrante e dei partecipanti al rito, sia esente da impurità.

Esse impongono di non avere rapporti sessuali la notte che precedeva la celebrazione dei riti religiosi, anche quelli del culto domestico [Hist. Aug. Sev. Alex. XXIX, 2]

 

… anche voi voglio che vi allontaniate, via dagli altari, / voi che avete trascorso la notte tra i piaceri di Venere… [Tib. II, 1, 12 – 13]

… c’è nessuno che si levi al mattino dal letto

di una tenera fanciulla, e possa subito accostarsi

ai santi Dei?… [Ov. Am. III, 7, 53 – 55]

 

Il sangue mestruale era ritenuto fonte di una grave contaminazione, per cui le donne, durante il periodo mestruale, sono impure e non possono compiere irti religiosi [Fest. 11 M; Lucil. Inc. Sed. Fr. 1186 M]

 

Prima di una cerimonia religiosa è opportuno non consumare cibi che possano lasciare un alito sgradevole, come aglio e cipolla [Col. Agr. IX, 14, 3]

Per rimuovere simbolicamente le impurità dal corpo, prima di compiere un rito religioso è necessario purificarsi con acqua, possibilmente di fonte, in ogni caso corrente [Tib. I, 1, 15; Ov. Fast. V, 438].

I Romani prendevano un bagno alle terme all’inizio della giornata nella quale si svolgevano le cerimonie

 

… vado a lavarmi, poiché devo compiere un sacrificio (eo lavatum, ut sacruficem)… [Plaut. Aul. 579]

 

Questo non era però sufficiente, poiché, arrivati sul luogo del sacrificio, era necessario compiere ulteriori atti purificatori: solitamente i partecipanti erano aspersi d’acqua con un ramo di arbor felix, alloro o ulivo, ma anche rosmarino (l’ulivo è più adatto per riti funebri)

 

… l’alloro bagnato spruzzò rugiadose stille di acqua… [Ov. Fast. IV, 728]

 

Al celebrante l’acqua è versata sulle mani da una brocca, tenuta nella mano destra e raccolta in un largo bacile tenuto con la sinistra [Non. 543, 12; 546, 5; 544, 20; 547, 3; Fab. Pict. Jus. Pont. Fr. 4 P apud Non. 544, 20]. In alternativa egli può prendere direttamente l’acqua da un bacino lustrale. L’azione è ripetuta tre volte

 

… con le mani attinse la pura acqua del fiume

tre volte spruzza il capo, tre volte solleva le palme

al cielo… [Ov. Fast. IV, 314 – 16]

 

Il celebrante si versa poi l’acqua sul capo tre volte e sulle vesti, sempre tre volte e alla fine si asciuga in un tessuto di lana con i bordi frangiati

 

… attinsero l’acqua, si spruzzarono le vesti e il capo, e quindi volsero il passo verso il tempio della santa Temi… [Ov. Met. I, 370 – 73]

 

Purezza rituale

Le leggi sacre prescrivevano che alcuni riti fossero riservati ad alcune categorie di persone e interdetti ad altre, ad esempio i riti in onore di Ercole erano interdetti alle donne [Macr. Sat. I, 12, 28; Prop. IV, 9, 69; Plut. Q. R. 60; Gel. XI, 6, 1; Tert. Ad. Nat. II, 7; Serv. Aen. VIII, 179], così come quelli per Silvanus [Cato Agr. LXXXIII; CIL VI, 579; Juv. VI, 447; Schol. ad loc.].

Agli uomini era vietato assistere ai riti per Bona Dea [Fest. 278 M; Cic. De Domo XL, 105; De Har. Resp. V, 8; XVII, 37; XVIII, 38; Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 7; Cas. Dio. XXXVII, 45, 1; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 336 Orelli], o accedere al penus vestae [Ov. Fast. VI, 254; Serv. Aen. IX, 4; Lact. Inst. III, 20, 4; App. B. C. I, 54]

 

Exesto significa extra esto: in certe cerimonie religiose, l’araldo gridava a più riprese hostis, vinctus, mulier, virgo, exesto. Con questa formula proibiva loro di assistere alla cerimonia [Fest. 82 M]

 

Segno della purezza di coloro che partecipano a una cerimonia religiosa, è la veste bianca che indossano (ovvero sono albati [CIL XIV, 2112, 30])

 

… venite con vesti immacolate

e attingete acqua di fonte con mani pure…

e dietro lo segue la folla vestita di bianco e coronata di alloro… [Tib. II, 1, 14 segg.]

 

… lo seguirò vestito di bianco, con la testa cinta di mirto… [Tib. I, 10, 27]

 

Per questo motivo è assolutamente da evitare di partecipare a un rito religioso con indosso vesti scure, considerate segno di lutto [Paul. Sent. I, 21, 4; Mart. VI, 58, 7; Ov. Ib. 246]