NON.  QUINCT. (7) N

NONAE CAPROTINAE

Anche questa festività appare nei calendari epigrafici in caratteri maiuscoli, il che la fa risalire al periodo monarchico, per cui è da escludere che sia connessa ad episodi successi all’inizio della Repubblica.

L’aition. Secondo la tradizione, dopo la sconfitta dei Galli, i popoli latini, sotto la guida del dittatore di Fidene Aulus Postumius, attaccarono il territorio romano (secondo la versione dello Pseudo Plutarco i nemici che assediarono Roma erano Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). Gli aggressori, per risparmiare la città, chiesero al Senato che fossero consegnate loro le giovani di condizione libera, così da poter fondere i due gruppi. I senatori, temendo che i nemici volessero solo prendere degli ostaggi, rimasero incerti sul da fare. Una serva, Tutela (o Philote, o Rhetana) propose di ingannare i Latini e si offrì di guidare un gruppo di schiave, abbigliate ed ornate come donne libere (che si apprestavano al matrimonio), nel campo nemico. Il Senato accettò e così, le schiave, travestite da giovani cittadine, furono condotte da un corteo in lutto fino al campo dei nemici.

Nella notte le donne incitarono gli uomini a divertirsi e a bere e, quando tutti si furono addormentati, Tutela, salì su un albero di fico selvatico e agitò una torcia la cui luce aveva in parte schermato con un velo perché non fosse vista dal campo avversario. Al segnale i Romani, guidati da Camillo, si gettarono disordinatamente sul nemico e lo sconfissero [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 segg; Polyaen. VIII, 30]. Questa tradizione storiografica si basa sul presupposto che, dopo che i Galli ebbero lasciato Roma, i popoli vicini attaccarono la città, ma gli studi recenti hanno dimostrato che un tale evento non ha alcuna base storica e che nessuna delle popolazioni confinanti con Roma, tentò di invadere il suo territorio. Siamo quindi di fronte alla trasposizione storica di una tradizione mitica che come tale deve essere interpretata.

La festa. Le donne uscivano dalla città e si recavano alla Palude della Capra (da qui il legame con il Poplifugia) dove banchettavano sotto i rami di un fico selvatico e compivano un rituale, in onore di Juno Caprotina, in cui era usato un ramo tagliato dall’albero ed il latte che ne fuoriusciva. Nella stessa occasione, le schiave, abbigliate come matrone, percorrevano la città lanciando motti licenziosi ed attirando gli uomini, per poi simulare un combattimento, lanciandosi dei sassi. [Var. L. L. VI, 18; Macr. I, 11, 36 segg; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

Questo giorno era marcato anche come Ancillarum Feriae [Cal. Silv.; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; Macr. Sat. I, 11, 36]: Ovidio riporta che era uso fare dei regali alle ancelle per ricordare l’azione eroica di Tutela che salvò Roma [Ov. A. A. II, 257 – 258].

 

Sacra Consi in Circo

Secondo Tertulliano, alle Non. Quinct. I pontefici compivano un sacrificio sull’altare sotterraneo di Conso, situato presso il Circo Massimo [Tert. Spect. V]. L’altare era coperto di terra e veniva scoperto solo in occasione dei sacrifici pubblici (vedi CONSUALIA). Questa cerimonia non sembra avere un legame con i riti del 5° e 7° Quinct., tuttavia va notato che nel mito tramandato da Plutarco (vedi sopra), colei che salva Roma dai nemici che l’assediano, è Tutela, nome che appartiene anche a una delle divinità protettrici delle messi [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerate nel Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. La coincidenza del luogo e il nome del personaggio non sono sicuramente casuali: è possibile che nel complesso dei riti dei primi giorni di questo mese, fosse venerata Tutela come protettrice della città e dei cereali già raccolti (non possiamo determinare quale sia il nesso causale tra le due azioni della Dea). I riti in suo onore si svolgevano presso l’ara sotterranea di Conso, che rappresentava il luogo in cui erano conservate le riserve alimentari della città, sui cui, dalla colonna sui cui si trovava il suo simulacro, la Dea avrebbe esteso la sua protezione che si univa a quella di Consus. È possibile quindi che la cerimonia fosse dedicata ad entrambe le divinità, e che Tutela abbia col tempo perso di importanza.

La differenza tra il rito di questo giorno e i Consualia è segnata dal fatto che qui sono i pontefici ad officiare la cerimonia, mentre nel mese successivo, sarà il flamen quirinalis con le vestali.

 

Palibus II

(vedi PALILLIA). Le fonti letterarie riportano la dedica di un tempio a Pales da parte di M. Attilius Regulus, console nel 267 aev in seguito a un voto pronunciato durante una battaglia contro i Sallentini [Flor. I, 15; schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Ad Verg. Georg. III, 1]; il cognomen della divinità varia a seconda delle fonti, Floro ha Pastoria, gli scholii veronesi, Matuta. La menzione nei Fasti Antiates di Palibus duabus [ILLRP 9], così come un passo del De Re Rustica di Varrone [Var. R. R. II, 5, 1] lascerebbero intendere che esistesse un unico tempio dedicato a due aspetti diversi della Dea. La sua posizione non è conosciuta, ma probabilmente si trovava sul pendio del Palatino, vicino al tempio della Magna Mater [schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1].

NON. QUINCT. (7) N

Nonae CAPROTINAE

The feast is in epigraphic calendars appears in upper case, which dates back to the monarchical period, so it is possible that it is related to episodes successes at the beginning of the Republic.

The aition. According to tradition, after the defeat of the Gauls, the Latin peoples, under the leadership of the Fidene Aulus Postumius the dictator, they attacked the Roman territory (according to the version of Pseudo Plutarch enemies who laid siege to Rome were Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). The attackers, to save the city, asked the Senate that were delivered of their young Free State, so as to merge the two groups. The senators, fearing that enemies wanted only take hostages, they were uncertain what to do. A servant, protection (or Philote, or Rhetana) proposed to deceive the Latins and offered to lead a group of slaves, dressed and adorned as free women (who were preparing for marriage), in the enemy camp. The Senate agreed and so, the slaves disguised as young citizens, were led by a procession in mourning until the enemy camp.

On the night the women urged the men to have fun and to drink, and when everyone was asleep, Protection, climbed a fig tree wild and waved a torch whose light had partially shielded with a veil because they had not seen half of the field. To signal the Romans, led by Camillo, they threw wildly on the enemy and defeated him [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 et seq; Polyaen. VIII, 30]. This historiographical tradition is based on the assumption that, after the Gauls had left Rome, the neighboring peoples attacked the city, but recent studies have shown that such an event has no historical basis and that none of the neighboring populations with Rome, attempted to invade his territory. We are therefore faced the historical transposition of a mythical tradition as such should be interpreted.

The party. The women came out from the city and went to the Swamp of the Goat (hence the link with the poplifugia) where they feasted under the branches of a wild fig tree and performed a ritual in honor of Juno Caprotina, in which a cut branch was used by ‘ tree and the milk that flowed. On the same occasion, the slaves, dressed as matrons, round the town throwing slogans licentious and attracting men, and then simulate a fight, throwing stones. [Var. L. L. VI, 18; MACR. I, 11, 36 et seq; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

This day was also marked as Ancillarum Feriae [Cal. Silv .; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; MACR. Sat. I, 11, 36]: Ovid reports that it was making use of the maids gifts to remember the heroic action of protection that saved Rome [Ov. A. A. II, 257-258].

 

Sacra Consi in Circuo

According to Tertullian, at Non. Quinct. pontifices mede an underground sacrifice on the altar of Consus, located in the Circo Massimo [Tert. Spect. V]. The altar was covered with earth and was discovered only on for public sacrifices (as Consualia). This ceremony does not seem to have a connection with the rites of the 5th and 7th Quinct. However it should be noted that in the myth handed down by Plutarch (see above), who saves Rome from enemies was Tutels, a name that belongs also one of the protective deities of the harvest [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. Apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerated in Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. The coincidence of the place and the name of the character are certainly not random: it is possible that the whole of the rites of the early days of this month, was worshiped as the protector of the city and protection of cereal crops already (we can not determine which is the causal link between the two actions of the Goddess). The rites in his honor took place at the underground Conso ara, which was the place where the food supply of the city were preserved, on which, from the column on the circumstances that led to its simulacrum, the Goddess would have extended its protection he joined to that of Consus. It is possible that the ceremony was dedicated to both deities, and that protection has over time lost its importance.

The difference between the ritual of this day and the Consualia is marked by the fact that here are the popes to officiate the ceremony, while the following month, will be the flamen Quirinalis with the vestal virgins.

 

Palibus II

Literary sources include a temple dedication to Pales by M. Attilius Regulus, consul in 267 BCE following a vow made during a battle against Sallentins [Flor. I, 15; schol. Ver. Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Verg. Georg. III, 1]; the cognomen of the divinity varies depending on the source, Floro has Pastoria, the scholii Veronenses, Matuta. The mention in the Fasti Antiates of Palibus duabus [ILLRP 9], as well as a passage of Varro De Re Rustica [Var. R. R. II, 5, 1] ​​gives the impression that there was only one temple dedicated to two different aspects of the Goddess. Its location is not known, but probably stood on the slope of the Palatine, near the temple of the Magna Mater [schol. Ver. Verg. Georg. III, 1].

 

Picture

  1. Renius AR Denarius. Rome, c. 138. Helmeted head of Roma r. / Juno Caprotina driving galloping biga of goats r., holding sceptre. Crawford 231/1; RSC Renia

X KAL. MAJ. (21) NP

PALILIA

In questo giorno veniva festeggiata la Dea Pales, antica divinità pastorale [Prob. Ad Georg. III, 1], connessa con la fecondità delle greggi, del cui nome non sappiamo l’origine. Servius lo fa derivare da pascolo, pabulum, ma si tratta di una paraetimologia [Serv. Georg. III, 1]

Vi sono due varianti del nome della festa, Palilia, in quanto derivato dal nome della Dea Pales (come Cerialia da Cerere [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… perché si fanno sacrifici a questa Dea perché favorisca la nascita degli agnelli (pro partu pecoris)… [Fest. 222]

oppure Parilia [Fest. 245] perché fatto derivare da pario, partorire (connessione che è comunque anche in Festo, a proposito del lemma Palilia)

… poiché in quel periodo tutti gli animali, i cereali, gli alberi e le erbe danno frutto (parturiant)… [Vict. Mar. De Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

La festività era sia pubblica (era annoverata tra i sacra popularia), che privata ed avveniva sia in città, che nelle campagne [Var. Apud Schol. in Pers. I, 72]; per quel che riguarda la festa cittadina sappiamo dell’esistenza di un tempio dedicato alla Dea dopo la guerra contro i Salentini (267 aev.) [Flor. Ep. I, 15, 20], ma l’unico riferimento che possediamo parla solo di un giorno di letizia e giochi o danze (lusi) [Prop. IV, 4, 75 – 76]. Secondo un’altra tradizione, invece, tale festa era in onore di Ilia, colei che partorì (peperit) Romolo e Remo [Schol. in Pers. I, 72].

A proposito di Pales è stata sollevata la questione dell’esistenza di due divinità, una maschile e l’altra femminile con lo stesso nome o di un’unica divinità il cui sesso fosse incerto. Dai pochi frammenti che possediamo, possiamo dedurre che per i Romani esistevano un Pales maschile [Var. Ant. Div. Fr. 84 A apud Serv. Georg. III, 1], ed una Pales femminile [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], differenti e nettamente distinti fra loro.

A. Carandini ha ipotizzato che Pales fosse in origine la divinità protettrice dell’insediamento preurbano posto sul Cermalus, così come Palatua lo era di quello sul Palatino [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; sarebbe quindi da accostare a Fales, Dea eponima della città di Falerii ed entrambi i nomi deriverebbero dal falisco fala, che significa struttura difensiva, palizzata, per cui la Dea sarebbe stata il nume tutelare delle strutture difensive di un antico oppidum. Paredro di Pales, sarebbe stato Falacer, divinità di cui sappiamo solo che aveva un flamen minore [Var. L. L. V, 15; VII, 3]. Il nome di Falacer deriverebbe da falisca, un tipo di lancia, analogamente a Quirinus da curis e Pilumnus da pilum, che era forse un suo attributo. Una divinità analoga esisteva forse presso i Sabini e avrebbe dato il nome all’insediamento di Falacrinae.

La festa. La festa era celebrata sia pubblicamente, che in privato e sia a Roma che nelle campagne: delle cerimonie pubbliche non sappiamo quasi nulla, solo che erano officiate dal rex sacrorum; per la celebrazione privata, Ovidio ci ha fornito una descrizione di quanto accadeva nelle campagne romane nel IV libro dei fasti [Ov. Fast. IV, 721 segg.]. Il tema di fondo dei rituali sembra fosse la purificazione: delle greggi, degli ovili e dei pastori, in vista della nascita degli agnelli e l’espiazione per eventuali offese arrecate alle divinità delle zone boschive e selvagge, da parte dei pastori. Se i pastori o i contadini erano dipendenti di un padrone, è possibile che i riti fossero compiuti dal dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

La purificazione degli ovili avveniva spargendo sul terreno acqua di fonte, gesto rituale, ampiamente attestato in ambito romano, e spazzandone fuori la sporcizia (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], gesto che si trova menzionato altre volte in relazione a cerimonie di purificazione, soprattutto per quel che riguarda il tempio di Vesta [Ov. Fast. VI, 713 – 14]; dopodiché venivano posti fronde e ghirlande.

Quella delle greggi avveniva principalmente col fuoco, sotto varie forme: attraverso zolfo fumante [Ov. Fast. IV, 740] e con suffumigi (suffimenta), a questo scopo si usava un suffimen preparato dalle vestali con la cenere dei vitelli sacrificati ai Fordicidia, steli di fave raccolte ai Lemuria e sangue del cavallo sacrificato all’Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725 – 726; 731 – 734]. Il potere del fuoco come elemento datore di vita (il cui aspetto distruttore – purificatore è sempre presente attraverso lo zolfo [Ov. Fast. IV, 785 – 787]), viene rafforzato dai materiali usati nella fumigazione, tutti in qualche modo connessi con offerte e sacrifici fatti per l’accrescimento della forza vitale della natura. Vengono bruciate anche altre piante sacre, che compaiono spesso nei rituali purificatori, come l’alloro, l’olivo e l’erba sabina [Ov. Fast. IV, 741 – 742]. Oltre al fuoco anche l’acqua, l’altro elemento purificatore – generativo [Ov. Fast. IV, 788 – 790] viene usato nel rituale, sparsa con rami di alloro [Ov. Fast. IV, 728].

Dopo le purificazioni delle greggi alla Dea vengono offerte (probabilmente davanti a un simulacro ligneo [Tib. II, 5, 27 – 28; I, 1, 35 – 36]): una focaccia di miglio, libagioni di latte [Prob. In Verg. Georg. III, 1] e la parte delle vivande del pasto rituale [Prop. IV, 4, 75 – 78] tritate in un secchio [Ov. Fast. IV, 743 – 746]. L’offerta era accompagnata da una preghiera alla Dea che aveva tre parti: la prima era un’espiazione per le eventuali offese che i pastori, durante le loro attività, hanno potuto arrecare alle divinità agresti e le infrazioni alle leggi sacre (tutti i casi sono menzionati chiaramente) [Ov. Fast. IV, 746 – 758]; la seconda era una richiesta di protezione alla Dea, dagli eventi negativi e dai pericoli che erano celati nei boschi (sai connessi con nemici materiali come le belve feroci, che all’incontro con esseri divini come fauni e ninfe) [Ov. Fast. IV, 759 – 768]. Infine richiedeva a Pales di portare la prosperità delle greggi e dei prodotti dell’attività dei pastori [Ov. Fast. IV, 769 – 776]. La preghiera era ripetuta quattro volte rivolti ad oriente e alla fine l’officiante si lavava le mani, segno che una fase del rito era concluse e se ne apriva un’altra.

Calpurnio Siculo in questa occasione parla anche di una lustratio degli ovili che comprendeva il sacrificio di una vittima

… ma non far uscire i greggi sui pascoli prima di aver placato Pales. Allora poni il fuoco del sacrificio sulla viva zolla e invoca il Genius Loci e Faunus e i Lares con farro salato, poi una vittima bagni del suo sangue i coltelli tiepidi: e con questa, mentre è ancora in vita, purifica (lustra) gli ovili… [Calp. Sic. Ecl. V, 24 – 28]

E aggiunge che spesso ai Palillia i pastori sacrificavano un’agnella [Calp. Sic. Ecl. II, 63 – 64].

A questo punto veniva bevuta una miscela di latte e vino bollito e concentrato (sapa) e i pastori compivano un altro rito di purificazione che riguardava loro stessi, saltando dei cumuli di paglia in fiamme [Ov. Fast. IV, 781 – 782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Pers. I, 72]. Questo gesto è analogo alla suffitio, una delle purificazioni che erano previste dopo un rito funebre: i partecipanti, alla fine, erano aspersi d’acqua e dovevano saltare attraverso fuochi accesi sul terreno in file dispari [Fest. 2]. Abbiamo quindi, dopo il piaculum dei pastori, la chiusura del rito espiatorio attraverso il potere purificatorio del fuoco che brucia le impurità e forse è anche in relazione ad una preparazione alla produzione degli alimenti derivati dall’attività pastorale.

Palilia

On this day the Pales Goddess, ancient pastoral divinity [Prob. To Georg. III, 1], connected with the fertility of flocks was celebrated. we do not know the Her name origin. Servius derives it from the pasture, pabulum, but it is a paraethimology [Serv. Georg. III, 1]

There are two variants of the name of the holiday, Palilia, as derived from the name of the Goddess Pales (as Cerialia by Ceres [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… Because we make sacrifices to this goddess he favor the lambing (pro partu pecoris) … [Fest. 222]

or Parilia [Fest. 245] because it did result from Parian, give birth (connection which is also still in Festus, about the lemma Palilia)

… Because at that time all the animals, cereals, trees and herbs give fruit (parturiant) … [Vict. Mar. Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

The feast was both public (it was included among the sacred Popularia), that private and occurred in both cities, as in campaigns [Var. Apud Schol. in Persons. I, 72]; with regard to the town festival we know of the existence of a temple dedicated to the goddess after the war against the Salento (267 BCE.) [Flor. Ep. I, 15, 20], but the only reference we possess only about a day of gladness and games or dances (lusi) [Prop. IV, 4, 75-76]. According to another tradition, however, the party was in honor of Ilia, she who gave birth (peperit) Romulus and Remus [Schol. in Persons. I, 72].

About Pales we know about two gods, one male and the other female with the same name or a single deity whose sex was uncertain. From the few fragments that we possess, we can deduce that the Romans existed a male Pales [Var. Ant. Div. A 84 Fr. apud Serv. Georg. III, 1], and a female Pales [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], different and clearly distinct from each other.

A. Carandini suggested that Pales was originally the patron deity of the settlement pre-urban place on Cermalus, as Palatua it was the one on the Palatine [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; It would then be stacked in Fales, eponymous goddess of the city of Falerii, and both derive names from falisco fala, meaning defensive structure, fence, so the Goddess was the tutelary deity of the defensive structures of an ancient oppidum.  Falacer, deities of which we know only that he had a minor flamen [Var. L. L. V, 15; VII, 3] would have been the male counterpart of Pales. The name derives from Falacer falisca, a type of spear, like Quirinus by curis and Pilumnus from pilum, which was perhaps an attribute. A similar deities perhaps existed at the Sabines and would give the name of the settlement Falacrinae.

The festival was celebrated both publicly and privately, and both in Rome and in the countryside: the public ceremonies we know almost nothing, only that they were officiated by rex sacrorum; for the private celebration, Ovid has given us a description of what was happening in Roman campaigns in the fourth book of the glories [Ov. Fast. IV, 721 et seq.]. The theme of the rituals of the bottom seems to be the purification of the flocks, of the sheep-folds and shepherds, in view of the birth of lambs and atonement for any offenses brought to the gods of the forest and wilderness areas, from pastors. If the shepherds or farmers were employees of an employer, it is possible that the rituals were performed by the dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

The purification was done by spreading the folds on the ground water source, ritual gesture, widely attested in ancient Roman scene and sweeping out the dirt (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], a gesture which is sometimes mentioned in connection with purification ceremonies, especially with regard to the temple of Vesta [Ov. Fast. VI, 713-14]; then they were placed leaves and garlands.

The flocks occurred mainly in the fire, in various forms: through steaming sulfur [Ov. Fast. IV, 740], and with fumigations (suffimenta), for this purpose they used a suffimen prepared by Vestal with the ashes of the sacrificed calves to fordicidia, bean stalks harvested at Lemuria and blood of the sacrificed horse at Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725-726; 731-734]. The power of fire as a life-giving element (whose appearance destroyer – purifier is always present through the sulfur [Ov. Fast. IV, 785-787]), is reinforced by the materials used in the fumigation, all in some way connected with offers and sacrifices made for the growth of the life force of nature. Are burned also other sacred plants, which often appear in purifying rituals, such as bay leaves, olives and sabina grass [Ov. Fast. IV, 741-742]. In addition to the fire even the water, the other purifying element – generative [Ov. Fast. IV, 788-790] is used in the ritual, strewn with branches of laurel [Ov. Fast. IV, 728].

After the purification of flocks, offers were presented to the Goddess (probably in front of a wooden simulacrum [Tib. II, 5, 27-28; I, 1, 35-36]): a cake of millet, libations of milk [Prob. In Verg. Georg. III, 1] and the part of the ritual meal food [Prop. IV, 4, 75-78] chopped in a bucket [Ov. Fast. IV, 743-746]. The offer was accompanied by a prayer to the Goddess who had three parts: the first was an atonement for any offense that the shepherds during their activities, they could cause to the rural deities and infringements of the sacred laws (all cases they are clearly mentioned) [Ov. Fast. IV, 746-758]; the second was a request for the protection of the goddess, from the adverse events and the dangers that were hidden in the woods (you know associated with material enemies as wild beasts, that the encounter with divine beings such as fauns and nymphs) [Ov. Fast. IV, 759-768]. Finally he required to bring the prosperity of crude oil and products of the shepherds [Ov. Fast. IV, 769-776]. The prayer was repeated four times facing east and eventually the officiant washing his hands, a sign that a phase of the rite was completed and it opened another.

Calpurnius Siculus on this occasion also speaks of a lustratio of folds which included the sacrifice of a victim

… But do not let out the flocks on the pastures until you have calmed Pales. Then ask the focus of the sacrifice on the live plate and invokes the Genius Loci and Faunus and Lares with salty spelled, then a victim of his blood baths lukewarm knives: and this, while it is still alive, purifies (lustrous) sheepfolds. .. [Calp. Sic. ECL. V, 24-28]

He adds that often the Palillia pastors sacrificed a lamb [Calp. Sic. ECL. II, 63-64].

At this point he was drunk a mixture of milk and boiled and concentrated wine (sapa) and the shepherds were making another rite of purification that concerned them, leaping piles of straw on fire [Ov. Fast. IV, 781-782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Persons. I, 72]. This gesture is similar to suffitio, one of the purifications which were provided after a funeral: the participants, at the end, they were sprayed with water and had to jump through the fires burning on the ground in odd file [Fest. 2]. We then, after piaculum of the shepherds, the closure of atonement through the purifying power of fire burning impurities and perhaps it is also related to a preparation for the production of foods derived from pastoral.

Picture

Titus, Caesar 69-79, d=19 mm, denarius, 77-78. AR 3.60 g. T CAESAR – VESPASIANVS Laureate head r. Rev. IMP XIII Shepherd seated l., milking ewe into pail. C. 103. RIC not listed. BN 108, 204.