NON. SEPT. (5) F

Jovi Statori

Secondo la tradizione, un primo luogo di culto dedicato a Juppiter Stator, sarebbe stato dedicato da Romolo, durante la guerra contro i Sabini, mentre l’esercito romano veniva respinto dalla valle del foro lungo le pendici del Palatino fino alla Porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 6; 41, 4; Tac. Ann. Ann. XV, 41; Serv. Aen. VIII, 635; 640; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50; Flor. I, 1, 13; Aurel. Vict. De vir. Ill. II, 8; Cic. Catil. I, 13, 33]: alcune fonti non parlano di un tempio, bensì di un fanum [Liv. X, 37, 15; Cic. Catil. I, 13, 33], quindi di un luogo di culto recintato, ma all’aperto. La sua localizzazione e la data della dedica non sono noti, benché alcuni propendano per il Eid. Jan [Cal. Philoc.], oppure il 27° dello stesso mese.

Nel 294 aev, il console M. Atilius Regulus formulò un voto simile a quello di Romolo in un momento critico di una battaglia contro i Sanniti e, immediatamente dopo la vittoria costruì un tempio a Juppiter Sator [Liv. X, 36, 11; 37, 15] forse sul luogo in cui sorgeva l’antico fanum. La sua esatta ubicazione è incerta, ma doveva trovarsi sulle pendici del colle Palatino che guardavano il Foro, nei pressi di un’antica porta [Ov. Fast. VI, 794; Trist. III, 1, 32; Dion. H. II, 50; Plut. Cic. XVI; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. B. C. II, 2], nella Regio IV. In un rilievo è rappresentato come esastilo, di ordine corintio e rivolto al clivio Palatino.

Cicerone vi riunì il Senato, cosa non inusuale sembra [Cic. Cat. II, 12; Plut. Cic. XVI] e vi era conservato un inno liturgico compost da Livio Andronico [Liv. XXVII, 37, 7 – 8]. Ovidio dà come data della dedica il 27° Jan, [Ov. Fast. VI, 793] ma essa si riferisce probabilmente ad un restauro, poiché il calendario di Anzio porta il 5° Sept [ILLRP 9]. Il tempio viene menzionato in iscrizioni dell’età imperiale [CIL VI, 434 – 435], fino al IV sec.

Un secondo tempio, costruito assieme a quello di Juno Regina e al Porticus Metelli, fu dedicato da Q.  Caecilius Metellus Macedonicus dopo il suo trionfo del 146 aev. [Vell. I, 1, 3]. Era chiamato anche aedes Iovis Metellina [Fest. 363] e aedes Metelli [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 40; CIL VI, 8708]. Si trovava all’interno del Prticus Metelli [Vitr. III, 2, 5], vicino al circus Flaminius [Macr. Sat. III, 4, 2; Hemer. Urb., CIL I2, 252; 339], in un area che oggi è al di sotto della chiesa di S. Maria in Campitelli, a est del tempio di Juno. Gli storici romani affermano che Metello fu il primo a costruire un tempio interamente in marmo, tale affermazione si riferisce probabilmente ad entrambi gli edifici sacri. Di fronte al tempio di Giove, Metello fece porre la statua equestre di Alessandro Magno scolpita da Lisippo [Fest. 363; Plin. Nat. Hist. XXXVI, 24; 34; 40]. Secondo Vitruvio [Vitr. III, 2, 5] il tempio fu costruito dall’architetto Hermodoro of Salamina ed era un esempio di periptero con sei colonne sul fronte e undici sul lato. Lo spazio tra le colonne era uguale a quello tra le colonne e il muro della cella; tra le decorazioni vi erano la rappresentazione di una lucertola e una rana (σαύρα, βάτραχος), da cui sorse la leggenda che gli architetti fossero due spartani Saurus and Batrachus e inoltre che le decorazioni dei templi di Juno e Juppiter fossero state invertite per un errore degli operai, per cui le statue delle divinità si trovavano nel posto sbagliato [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 42 – 43].

Dopo il 14 aev. Augusto ricostruì il Porticus Metelli, o lo rimpiazzò col Porticus Octaviae e restaurò anche il tempio che divenne forse noto come aedes Iovis porticus Octaviae [CIL VI, 8708]. I templi di Juno e Juppiter sono rappresentati su un frammento (33) della Mappa di Marmo: il primo come esastilo prostilo, il secondo come esastilo e periptereo, ma con dieci colonne sul lato anziché undici, differenza che può essere dovuta al restauro di Augusto. Un ulteriore restauro avvenne sotto l’imperatore Severo.

Le rovine dei due templi sono oggi, per la maggior parte, inglobate nelle case di Via di S. Angelo in Pescheria.

 

Jovi Statori

According to tradition, the first place of worship dedicated to Jupiter Stator, was dedicated by Romulus, during the war against the Sabines, while the Roman army was dismissed from the downstream of the orifice along the slopes of the Palatine to Porta Mugonia [Liv. I, 12, 3-6; 41, 4; Tac. Ann. Ann. XV, 41; Serv. Aen. VIII, 635; 640; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50; Flor. I, 1, 13; Aurel. Vict. De vir. Ill. II, 8; Cic. Catil. I, 13, 33]: some sources do not speak of a temple, but a fanum [Liv. X, 37, 15; Cic. Catil. I, 13, 33], so a fenced place of worship, but outdoors. Its location and the date of the dedication are not known, although some propendano for Eid. Jan [Cal. Philoc.], Or the 27th of the same month.

In 294 BCE, the consul M. Atilius Regulus formulated a similar rating to that of Romulus at a critical moment of a battle against the Samnites and, immediately after the victory he built a temple to Jupiter Sator [Liv. X, 36, 11; 37, 15], perhaps on the site of the ancient fanum. Its exact location is uncertain, but it had to be located on the slopes of the Palatine hill watching the Forum, near the old port [Ov. Fast. VI, 794; Trist. III, 1, 32; Dion. H. II, 50; Plut. Cic. XVI; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. B. C. II, 2], in Regio IV. In a relief it is represented as hexastyle, of Corinthian order and turned to Clivio Palatine.

Cicero he rejoined the Senate, which is not unusual seems [Cic. Cat. II, 12; Plut. Cic. XVI] and there was preserved a liturgical hymn compost from Livius Andronicus [Liv. XXVII, 37, 7 – 8]. Ovid given as the date of the dedication the 27th Jan, [Ov. Fast. VI, 793] but it probably refers to a renovation, since the calendar of Anzio brings the 5th Sept [ILLRP 9]. The temple is mentioned in the imperial age inscriptions [CIL VI, 434-435], until the fourth century.

A second temple, built together with that of Juno Regina and the Porticus Metelli, was dedicated by Q. Caecilius Metellus macedonicus after his triumph in 146 BCE. [Vell. I, 1, 3]. It was also called aedes Iovis Metellina [Fest. 363] and aedes Metelli [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 40; CIL VI, 8708]. He was inside the Prticus Metelli [Vitr. III, 2, 5], near the circus Flaminius [MACR. Sat. III, 4, 2; Hemer. Urb., CIL I2, 252; 339], in an area which is now below the church of S. Maria in Campitelli, east of the Temple of Juno. Roman historians say that Metellus was the first to build an entirely of marble temple, that statement probably refers to both the sacred buildings. In front of the temple of Jupiter, Metellus had he placed the equestrian statue of Alexander the Great sculpted by Lysippos [Fest. 363; Plin. Nat. Hist. XXXVI, 24; 34; 40]. According to Vitruvius [Vitr. III, 2, 5], the temple was built by Hermodoro of Salamina and was an example of peripteral with six columns on the front and eleven on the side. The space between the columns was equal to that between the columns and the wall of the cell; among the decorations there were the representation of a lizard and a frog (σαύρα, βάτραχος), from which arose the legend that architects were two Spartans Saurus and batrachus and also that the decorations of the temples of Juno and Jupiter had been reversed to an error workers, for which the statues of the gods were in the wrong place [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 42-43].

After 14 BCE. Augustus rebuilt the Porticus Metelli, or replaced it with Porticus Octaviae and also restored the temple that became perhaps known as aedes Iovis porticus Octaviae [CIL VI, 8708]. The temples of Jupiter and Juno are represented on a fragment (33) Map of Marble: the first as hexastyle prostyle, the second as hexastyle and periptereo, but with ten columns on the side instead of eleven difference may be due to the restoration of Augustus. Another restoration took place under the Emperor Severus.

The ruins of the two temples are now, for the most part, incorporated in the houses of Via di S. Angelo in Pescheria.

 

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GORDIAN III (238-244). Denarius. Rome. Obv: IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG.  Laureate, draped and cuirassed bust right. Rev: IOVIS STATOR.  Jupiter standing facing, head right, with sceptre and thunderbolt. RIC 112.

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X KAL. MAJ. (21) NP

PALILIA

In questo giorno veniva festeggiata la Dea Pales, antica divinità pastorale [Prob. Ad Georg. III, 1], connessa con la fecondità delle greggi, del cui nome non sappiamo l’origine. Servius lo fa derivare da pascolo, pabulum, ma si tratta di una paraetimologia [Serv. Georg. III, 1]

Vi sono due varianti del nome della festa, Palilia, in quanto derivato dal nome della Dea Pales (come Cerialia da Cerere [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… perché si fanno sacrifici a questa Dea perché favorisca la nascita degli agnelli (pro partu pecoris)… [Fest. 222]

oppure Parilia [Fest. 245] perché fatto derivare da pario, partorire (connessione che è comunque anche in Festo, a proposito del lemma Palilia)

… poiché in quel periodo tutti gli animali, i cereali, gli alberi e le erbe danno frutto (parturiant)… [Vict. Mar. De Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

La festività era sia pubblica (era annoverata tra i sacra popularia), che privata ed avveniva sia in città, che nelle campagne [Var. Apud Schol. in Pers. I, 72]; per quel che riguarda la festa cittadina sappiamo dell’esistenza di un tempio dedicato alla Dea dopo la guerra contro i Salentini (267 aev.) [Flor. Ep. I, 15, 20], ma l’unico riferimento che possediamo parla solo di un giorno di letizia e giochi o danze (lusi) [Prop. IV, 4, 75 – 76]. Secondo un’altra tradizione, invece, tale festa era in onore di Ilia, colei che partorì (peperit) Romolo e Remo [Schol. in Pers. I, 72].

A proposito di Pales è stata sollevata la questione dell’esistenza di due divinità, una maschile e l’altra femminile con lo stesso nome o di un’unica divinità il cui sesso fosse incerto. Dai pochi frammenti che possediamo, possiamo dedurre che per i Romani esistevano un Pales maschile [Var. Ant. Div. Fr. 84 A apud Serv. Georg. III, 1], ed una Pales femminile [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], differenti e nettamente distinti fra loro.

A. Carandini ha ipotizzato che Pales fosse in origine la divinità protettrice dell’insediamento preurbano posto sul Cermalus, così come Palatua lo era di quello sul Palatino [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; sarebbe quindi da accostare a Fales, Dea eponima della città di Falerii ed entrambi i nomi deriverebbero dal falisco fala, che significa struttura difensiva, palizzata, per cui la Dea sarebbe stata il nume tutelare delle strutture difensive di un antico oppidum. Paredro di Pales, sarebbe stato Falacer, divinità di cui sappiamo solo che aveva un flamen minore [Var. L. L. V, 15; VII, 3]. Il nome di Falacer deriverebbe da falisca, un tipo di lancia, analogamente a Quirinus da curis e Pilumnus da pilum, che era forse un suo attributo. Una divinità analoga esisteva forse presso i Sabini e avrebbe dato il nome all’insediamento di Falacrinae.

La festa. La festa era celebrata sia pubblicamente, che in privato e sia a Roma che nelle campagne: delle cerimonie pubbliche non sappiamo quasi nulla, solo che erano officiate dal rex sacrorum; per la celebrazione privata, Ovidio ci ha fornito una descrizione di quanto accadeva nelle campagne romane nel IV libro dei fasti [Ov. Fast. IV, 721 segg.]. Il tema di fondo dei rituali sembra fosse la purificazione: delle greggi, degli ovili e dei pastori, in vista della nascita degli agnelli e l’espiazione per eventuali offese arrecate alle divinità delle zone boschive e selvagge, da parte dei pastori. Se i pastori o i contadini erano dipendenti di un padrone, è possibile che i riti fossero compiuti dal dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

La purificazione degli ovili avveniva spargendo sul terreno acqua di fonte, gesto rituale, ampiamente attestato in ambito romano, e spazzandone fuori la sporcizia (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], gesto che si trova menzionato altre volte in relazione a cerimonie di purificazione, soprattutto per quel che riguarda il tempio di Vesta [Ov. Fast. VI, 713 – 14]; dopodiché venivano posti fronde e ghirlande.

Quella delle greggi avveniva principalmente col fuoco, sotto varie forme: attraverso zolfo fumante [Ov. Fast. IV, 740] e con suffumigi (suffimenta), a questo scopo si usava un suffimen preparato dalle vestali con la cenere dei vitelli sacrificati ai Fordicidia, steli di fave raccolte ai Lemuria e sangue del cavallo sacrificato all’Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725 – 726; 731 – 734]. Il potere del fuoco come elemento datore di vita (il cui aspetto distruttore – purificatore è sempre presente attraverso lo zolfo [Ov. Fast. IV, 785 – 787]), viene rafforzato dai materiali usati nella fumigazione, tutti in qualche modo connessi con offerte e sacrifici fatti per l’accrescimento della forza vitale della natura. Vengono bruciate anche altre piante sacre, che compaiono spesso nei rituali purificatori, come l’alloro, l’olivo e l’erba sabina [Ov. Fast. IV, 741 – 742]. Oltre al fuoco anche l’acqua, l’altro elemento purificatore – generativo [Ov. Fast. IV, 788 – 790] viene usato nel rituale, sparsa con rami di alloro [Ov. Fast. IV, 728].

Dopo le purificazioni delle greggi alla Dea vengono offerte (probabilmente davanti a un simulacro ligneo [Tib. II, 5, 27 – 28; I, 1, 35 – 36]): una focaccia di miglio, libagioni di latte [Prob. In Verg. Georg. III, 1] e la parte delle vivande del pasto rituale [Prop. IV, 4, 75 – 78] tritate in un secchio [Ov. Fast. IV, 743 – 746]. L’offerta era accompagnata da una preghiera alla Dea che aveva tre parti: la prima era un’espiazione per le eventuali offese che i pastori, durante le loro attività, hanno potuto arrecare alle divinità agresti e le infrazioni alle leggi sacre (tutti i casi sono menzionati chiaramente) [Ov. Fast. IV, 746 – 758]; la seconda era una richiesta di protezione alla Dea, dagli eventi negativi e dai pericoli che erano celati nei boschi (sai connessi con nemici materiali come le belve feroci, che all’incontro con esseri divini come fauni e ninfe) [Ov. Fast. IV, 759 – 768]. Infine richiedeva a Pales di portare la prosperità delle greggi e dei prodotti dell’attività dei pastori [Ov. Fast. IV, 769 – 776]. La preghiera era ripetuta quattro volte rivolti ad oriente e alla fine l’officiante si lavava le mani, segno che una fase del rito era concluse e se ne apriva un’altra.

Calpurnio Siculo in questa occasione parla anche di una lustratio degli ovili che comprendeva il sacrificio di una vittima

… ma non far uscire i greggi sui pascoli prima di aver placato Pales. Allora poni il fuoco del sacrificio sulla viva zolla e invoca il Genius Loci e Faunus e i Lares con farro salato, poi una vittima bagni del suo sangue i coltelli tiepidi: e con questa, mentre è ancora in vita, purifica (lustra) gli ovili… [Calp. Sic. Ecl. V, 24 – 28]

E aggiunge che spesso ai Palillia i pastori sacrificavano un’agnella [Calp. Sic. Ecl. II, 63 – 64].

A questo punto veniva bevuta una miscela di latte e vino bollito e concentrato (sapa) e i pastori compivano un altro rito di purificazione che riguardava loro stessi, saltando dei cumuli di paglia in fiamme [Ov. Fast. IV, 781 – 782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Pers. I, 72]. Questo gesto è analogo alla suffitio, una delle purificazioni che erano previste dopo un rito funebre: i partecipanti, alla fine, erano aspersi d’acqua e dovevano saltare attraverso fuochi accesi sul terreno in file dispari [Fest. 2]. Abbiamo quindi, dopo il piaculum dei pastori, la chiusura del rito espiatorio attraverso il potere purificatorio del fuoco che brucia le impurità e forse è anche in relazione ad una preparazione alla produzione degli alimenti derivati dall’attività pastorale.

Palilia

On this day the Pales Goddess, ancient pastoral divinity [Prob. To Georg. III, 1], connected with the fertility of flocks was celebrated. we do not know the Her name origin. Servius derives it from the pasture, pabulum, but it is a paraethimology [Serv. Georg. III, 1]

There are two variants of the name of the holiday, Palilia, as derived from the name of the Goddess Pales (as Cerialia by Ceres [Var. L. L. VI, 15; Charis. De Nom. 73, 7]

… Because we make sacrifices to this goddess he favor the lambing (pro partu pecoris) … [Fest. 222]

or Parilia [Fest. 245] because it did result from Parian, give birth (connection which is also still in Festus, about the lemma Palilia)

… Because at that time all the animals, cereals, trees and herbs give fruit (parturiant) … [Vict. Mar. Ortog. 89, 22 CGK pg 25]

The feast was both public (it was included among the sacred Popularia), that private and occurred in both cities, as in campaigns [Var. Apud Schol. in Persons. I, 72]; with regard to the town festival we know of the existence of a temple dedicated to the goddess after the war against the Salento (267 BCE.) [Flor. Ep. I, 15, 20], but the only reference we possess only about a day of gladness and games or dances (lusi) [Prop. IV, 4, 75-76]. According to another tradition, however, the party was in honor of Ilia, she who gave birth (peperit) Romulus and Remus [Schol. in Persons. I, 72].

About Pales we know about two gods, one male and the other female with the same name or a single deity whose sex was uncertain. From the few fragments that we possess, we can deduce that the Romans existed a male Pales [Var. Ant. Div. A 84 Fr. apud Serv. Georg. III, 1], and a female Pales [Var. Sat. Menip. Fr. 506 B apud Gell. XIII, 23], different and clearly distinct from each other.

A. Carandini suggested that Pales was originally the patron deity of the settlement pre-urban place on Cermalus, as Palatua it was the one on the Palatine [Fest. 348; Var. L. L. VII, 3]; It would then be stacked in Fales, eponymous goddess of the city of Falerii, and both derive names from falisco fala, meaning defensive structure, fence, so the Goddess was the tutelary deity of the defensive structures of an ancient oppidum.  Falacer, deities of which we know only that he had a minor flamen [Var. L. L. V, 15; VII, 3] would have been the male counterpart of Pales. The name derives from Falacer falisca, a type of spear, like Quirinus by curis and Pilumnus from pilum, which was perhaps an attribute. A similar deities perhaps existed at the Sabines and would give the name of the settlement Falacrinae.

The festival was celebrated both publicly and privately, and both in Rome and in the countryside: the public ceremonies we know almost nothing, only that they were officiated by rex sacrorum; for the private celebration, Ovid has given us a description of what was happening in Roman campaigns in the fourth book of the glories [Ov. Fast. IV, 721 et seq.]. The theme of the rituals of the bottom seems to be the purification of the flocks, of the sheep-folds and shepherds, in view of the birth of lambs and atonement for any offenses brought to the gods of the forest and wilderness areas, from pastors. If the shepherds or farmers were employees of an employer, it is possible that the rituals were performed by the dominus [Tib. I, 1, 35 – 36]

The purification was done by spreading the folds on the ground water source, ritual gesture, widely attested in ancient Roman scene and sweeping out the dirt (verrere humum) [Ov. Fast. IV, 736], a gesture which is sometimes mentioned in connection with purification ceremonies, especially with regard to the temple of Vesta [Ov. Fast. VI, 713-14]; then they were placed leaves and garlands.

The flocks occurred mainly in the fire, in various forms: through steaming sulfur [Ov. Fast. IV, 740], and with fumigations (suffimenta), for this purpose they used a suffimen prepared by Vestal with the ashes of the sacrificed calves to fordicidia, bean stalks harvested at Lemuria and blood of the sacrificed horse at Ocrober Equus [Ov. Fast. IV, 725-726; 731-734]. The power of fire as a life-giving element (whose appearance destroyer – purifier is always present through the sulfur [Ov. Fast. IV, 785-787]), is reinforced by the materials used in the fumigation, all in some way connected with offers and sacrifices made for the growth of the life force of nature. Are burned also other sacred plants, which often appear in purifying rituals, such as bay leaves, olives and sabina grass [Ov. Fast. IV, 741-742]. In addition to the fire even the water, the other purifying element – generative [Ov. Fast. IV, 788-790] is used in the ritual, strewn with branches of laurel [Ov. Fast. IV, 728].

After the purification of flocks, offers were presented to the Goddess (probably in front of a wooden simulacrum [Tib. II, 5, 27-28; I, 1, 35-36]): a cake of millet, libations of milk [Prob. In Verg. Georg. III, 1] and the part of the ritual meal food [Prop. IV, 4, 75-78] chopped in a bucket [Ov. Fast. IV, 743-746]. The offer was accompanied by a prayer to the Goddess who had three parts: the first was an atonement for any offense that the shepherds during their activities, they could cause to the rural deities and infringements of the sacred laws (all cases they are clearly mentioned) [Ov. Fast. IV, 746-758]; the second was a request for the protection of the goddess, from the adverse events and the dangers that were hidden in the woods (you know associated with material enemies as wild beasts, that the encounter with divine beings such as fauns and nymphs) [Ov. Fast. IV, 759-768]. Finally he required to bring the prosperity of crude oil and products of the shepherds [Ov. Fast. IV, 769-776]. The prayer was repeated four times facing east and eventually the officiant washing his hands, a sign that a phase of the rite was completed and it opened another.

Calpurnius Siculus on this occasion also speaks of a lustratio of folds which included the sacrifice of a victim

… But do not let out the flocks on the pastures until you have calmed Pales. Then ask the focus of the sacrifice on the live plate and invokes the Genius Loci and Faunus and Lares with salty spelled, then a victim of his blood baths lukewarm knives: and this, while it is still alive, purifies (lustrous) sheepfolds. .. [Calp. Sic. ECL. V, 24-28]

He adds that often the Palillia pastors sacrificed a lamb [Calp. Sic. ECL. II, 63-64].

At this point he was drunk a mixture of milk and boiled and concentrated wine (sapa) and the shepherds were making another rite of purification that concerned them, leaping piles of straw on fire [Ov. Fast. IV, 781-782; Tib. II, 5, 87 – 90; Prob. In Verg. Georg. III, 1; Schol. in Persons. I, 72]. This gesture is similar to suffitio, one of the purifications which were provided after a funeral: the participants, at the end, they were sprayed with water and had to jump through the fires burning on the ground in odd file [Fest. 2]. We then, after piaculum of the shepherds, the closure of atonement through the purifying power of fire burning impurities and perhaps it is also related to a preparation for the production of foods derived from pastoral.

Picture

Titus, Caesar 69-79, d=19 mm, denarius, 77-78. AR 3.60 g. T CAESAR – VESPASIANVS Laureate head r. Rev. IMP XIII Shepherd seated l., milking ewe into pail. C. 103. RIC not listed. BN 108, 204.

XV KAL. MAR. (15) NP

LUPERCALIA

Si tratta di una festività estremamente antica, secondo la tradizione fu istituita ancor prima della fondazione di Roma [Plut. Rom. XXI, 4 e segg.; Cic. Cael. 26] da Evandro [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] oppure da Romolo e Remo [Ov. Fast. II, 360 segg; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 e segg; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], ma proprio la sua estrema antichità, rende difficile comprenderne a pieno il significato.

La festa. Una descrizione succinta della festività dei Lupercalia ci è stata trasmessa da diverse fonti. In questo giorno avvenivano delle cerimonie che coinvolgevano il flamen dialis [Ov. Fast. II, 282] e la confraternita dei Luperci: il nome collega questi sacerdoti ai lupi, ma la sua costruzione non è chiara: secondo Varrone [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] lupercus deriverebbe da lupus e parcere, in ricordo della lupa che allattò i gemelli Romolo e Remo; secondo Servius [Serv. Aen. VIII, 343] da lupum arcere e sarebbe legato a Faunus Lupercus, divinità protettrice delle greggi e che difendeva dai lupi. Secondo la moderna etimologia deriverebbe da lupus, lup-ercus secondo la schema di quella di noverca (nova-erca) da novus. Molte altre etimologie sono state proposte.

I Luperci si radunavano sotto il Palatino, nel luogo chiamato Lupercal: lì vi era una grotta, circondata da un bosco sacro, in cui era venerato, fin da tempi molto antichi, il Dio Faunus [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII,1; Dion. H. I, 32,3]; si tramanda infatti che il suo culto sarebbe stato portato dall’Arcadia da Evandro [Ov. Fast. II, 279 – 81] ed istituito sul modello di quello di Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. Questo, secondo la tradizione, era anche il punto dove la corrente del Tevere lasciò i gemelli Romolo e Remo sotto il ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] e dove furono allattati da una lupa [Serv. Aen. VIII, 343].

Il rituale che qui avveniva è descritto brevemente da Plutarco [Rom. XXI, 6 e segg.; Q. R. 68]: si compiva il sacrificio di alcune capre a Faunus e con le loro pelli i Luperci si coprivano succintamente e ricavavano delle fruste. Durante questo rituale due giovani venivano toccati sulla fronte con una spada insanguinata e poi erano detersi con un panno di lana imbevuto di latte; a questo punto dovevano ridere. Sembra anche che venisse sacrificato un cane [Plut. Q. R. 68].

Dopo i sacrifici, la confraternita si divideva in due gruppi [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: i Luperci Fabiani e i Luperci Quinctiliani (o Quinctiles) [Ov. Fast. 375 – 78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles in CIL 1933, VI] che correvano, attorno alle pendici del monte Palatino, seminudi [Ov. Fast. II, 267] (coperti solo dalle pelli di capra come Faunus rappresentato in una statua nel Lupercal [Just. XLIII, 1]), unti di olio, portando delle corone di fiori e indossando maschere, o con la faccia coperta di fango [Lact. Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicerone descrivendo Antonio che partecipava alla corsa, lo definisce anche ‘ebro’ [Cic. Phil. III, 12]. Non è chiaro quale fosse il loro percorso preciso, da un accenno di Agostino [August. C. D. XVIII, 12] si può ipotizzare che dal Foro corressero fino alla parte alta della Sacra Via e che da qui poi tornassero indietro. Alcuni autori moderni hanno anche ipotizzato che i due gruppi in cui erano divisi (vedi oltre) corressero in direzioni opposte. Varrone [Var. L. L. VI, 34] invece, a proposito dei Lupercalia, usa il termine lustratio, il che farebbe pensare che i sacerdoti percorressero in senso antiorario il perimetro del nucleo antico del Palatino, forse seguendo il percorso delle sue mura [Calendario di Polem. Sil. CIL I, 269]. Anche Censorino parla di una lustratio ed aggiunge che in questo rituale veniva portato del sale caldo che era chiamato februm [Cens. D. N. XXII, 15]. È possibile che le due versioni non si escludano a vicenda, infatti, benché non abbiamo informazioni sull’ordinamento della confraternita, è possibile che i Luperci fossero suddivisi in giovani e anziani (juniores e seniores): mentre i primi compivano la corsa rituale [Prud. Contra Sym. II, 862 – 863; Suet. Aug. XXXI], i secondi, nello stesso momento, o in una fase differente della cerimonia, potevano compire la lustratio del Palatino

Durante la corsa i Luperci colpivano con le fruste di pelle di capra, chiamate ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], tutti coloro che incontravano [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII] o forse solo le giovani donne [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. Peri. X, 161 – 165], o in particolare le donne; questo gesto propiziava la fertilità [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

Durante questa festività, è possibile che avvenissero anche rituali legati alla funzione regale (al rinnovamento del potere del rex?) come farebbe intuire l’episodio, narrato da Plutarco e Cicerone [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33 – 34], in cui Antonio, allora console e luperco, si staccò dal gruppo dei corridori per consegnare una corona a Cesare che assisteva dai rostri vestito di porpora. Questo atto fu chiaramente interpretato da tutto il popolo come un’investitura regale, che Cesare però rifiutò; la scelta del giorno dei Lupercalia per questa prova non doveva essere stata casuale.

Gli aitia: le fonti riportano diversi episodi legati alla vicenda di Romolo e Remo, che potrebbero essere all’origine della festa. Secondo Dionigi di Alicarnasso, che cita lo storico Elio Tuberone [Dion. H. I, 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romolo e Remo, con i loro uomini, mentre già celebravano i Lupercalia, corsero assieme, ma Remo e i suoi sopravanzarono Romolo e giunsero per primi; tuttavia al loro arrivo, questi furono attaccati da briganti che catturarono Remo, che fu poi liberato da Romolo. Poiché i briganti portarono remo da Numitore, quando Romolo vi si recò per riavere il fratello, i due gemelli furono riconosciuti dal re di Alba. Valerio Massimo riporta una variante di questo episodio [Val. Max. II, 2, 9] in cui, invece della corsa, avviene un combattimento ritualizzato.

Ovidio riporta altre due versioni. Nella prima [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romolo e Remo, assieme ai loro uomini fecero un sacrificio a Faunus, ma, prima che fossero consumati gli exta, fu annunciato che dei briganti avevano rubato le loro greggi. Romolo coi suoi e Remo coi Fabii, deposte le toghe, corsero in direzioni opposte, all’inseguimento. Remo recuperò la preda e tornò per primo al banchetto sacrificale, così consumò tutti gli exta. Romolo, che arrivò per secondo, fu così escluso dal banchetto sacrificale. Questa vicenda ricorda l’aition della Lex Sacra dell’Ara Maxima che prevedeva che, al banchetto sacrificale che vi si svolgeva in onore di Ercole, potesse partecipare solo la gens dei Potitii, mentre quella dei Pinarii ne era esclusa, benché entrambe le famiglie fossero incaricate dei sacra. L’esclusione sarebbe derivata dal fatto che i Pinarii arrivarono in ritardo alla fondazione del rito, quando già gli exta erano già stati consumati [Dion. H. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269 – 71].

Tale episodio ha un parallelo nel mito descritto da Servius [Serv. Aen. XI, 785], relativamente alla nascita della confraternita degli hirpi sorani. Anche in questo caso, durante un sacrificio (a Dite, anziché Faunus), gli exta vennero rubati, non però da briganti, ma da lupi, animali comunque considerati predoni e immagine dei briganti che vivevano nelle zone selvagge fuori delle città (il parallelo tra lupo e brigante era ben noto nell’antichità e ricordato anche alla fine dell’episodio). Alla fine, per scongiurare un’epidemia scoppiata in seguito all’avvenimento, un gruppo di pastori deve divenire “simile a lupi”, vivendo di rapine, nelle foreste del monte Soratte. È significativo ricordare che la divinità etrusca identificata con Dispater, che probabilmente era venerata sul monte Soratte, era Aita, Dio Infero, che vestiva una pelle di lupo e quindi aveva un’iconografia simile a quella più arcaica di Faunus.

Nella seconda versione [Ov. Fast. II, 425 – 50] si racconta che le sabine rapite dai Romani (ai Consualia) erano diventate sterili, allora il popolo si recò a pregare Giunone in un bosco sacro sull’Esquilino. La Dea annunciò che, per metter fine alla sterilità, le donne avrebbero dovuto essere penetrate da un sacro caprone. Un aruspice interpretò questo segno ed ordinò che si sacrificassero dei capri e che le donne fossero percosse con le loro pelli.

lastra marmorea dal Palatino Casa di Livia - Luperci collezione Jandolo

 

XV KAL. Mar. (15) NP

Lupercalia

It is an extremely ancient feast: according to traditions it was established even before the foundation of Rome [Plut. Rom. XXI, 4 et seq .; Cic. Cael. 26] by Evander [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] or by Romulus and Remus [Ov. Fast. II, 360 ff; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 et seq; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], but its extreme antiquity, makes it difficult to fully understand the meaning.

A succinct description of the Lupercalia festival has been transmitted from different sources. On this day ceremonies involving the flamen Dialis [Ov. Fast. II, 282] and the Luperci brotherhood took place: their name connects these priests to the wolves, but its construction is not clear: according to Varro [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] Lupercus would result from lupus and parcere, in memory of the she-wolf suckled the twins Romulus and Remus; according Servius [Serv. Aen. VIII, 343] from lupum arcere and would be linked to Faunus Lupercus, patron deity of flocks and defending from wolves. According to modern etymology it derives from lupus: lup-ercus according to the pattern of that of stepmother, nova-erca, from novus. Many other etymologies have been proposed.

The Luperci gathered under the Palatine Hill, the place called Lupercal where there was a cave, surrounded by a sacred wood, in which the God Faunus was revered since very ancient times [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32.3]; it is said that His cult was brought from Arcadia by Evander [Ov. Fast. II, 279 – 81] following that of Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. According to tradition, it was also the point where the Tiber current left the twins Romulus and Remus under the ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] and where they were suckled by a she-wolf [Serv. Aen. VIII, 343].

The ritual that occurred here is briefly described by Plutarch [Rom. XXI, 6 et seq ; Q. R. 68]: the Luperci scarified few goats to Faunus and they covered succinctly and derived whips with their skins. During this ritual two young men were been touched on the forehead with a bloody sword and then were cleaned with a woolen cloth soaked in milk; at this point they had to laugh. It seems to have been sacrificed a dog [Plut. Q. R. 68].

After the sacrifices, the brotherhood was divided into two groups [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: the Luperci Fabiani and the Luperci Quinctiliani (or Quinctiles) [Ov. Fast. 375-78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles CIL in 1933, VI] running around the slopes of Mount Palatine, half-naked [Ov. Fast. II, 267] (covered only by goatskins as Faunus represented in a statue in Lupercal [Just. XLIII, 1]), anointed with oil, bringing the wreaths and wearing masks, or with the face covered in mud [Lact . Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicero describing Antonio who participated in the race, defines him ‘intoxicated’ [Cic. Phil. III, 12]. It is not clear their precise route, by a hint of Augustine [August. C. D. XVIII, 12] it can be assumed that they ran until the top of the Sacred Way, and from here returned back. Some modern authors have also speculated that the two groups were running in opposite directions. Varro [Var. L. L. VI, 34] however uses, about the Lupercalia, the term lustratio, which suggests that the priests scour counterclockwise the perimeter of the ancient Palatine nucleus, perhaps following the path of its walls [of Polem Calendar. Sil. CIL I, 269]. Censorinus also speaks of a lustratio and adds that in this ritual was brought hot salt which was called februm [Cens. D. N. XXII, 15]. It is possible that the two versions are not mutually exclusive, in fact, although we have no information on the organization of the brotherhood, it is possible that the Luperci were divided into young and old (juniors and seniors): while the former were making the ritual race [Prud . Contra Sym. II, 862-863; Suet. Aug. XXXI], the latter, at the same time, or in a different phase of the ceremony, could accomplish the lustratio the Palatine

During the race the Luperci struck with goatskin whips, calls ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], all those who met [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII], or maybe just young women [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. For the. X, 161-165]; this gesture propitiated fertility [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

During this festival, it is possible to come to pass even rituals related to the royal office (the renewal of power rex?) As you would guess the episode, narrated by Plutarch and Cicero [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33-34], in which Antonio then console and Lupercus, broke away from the group of runners to deliver a crown to Caesar who attended the rostrum dressed in purple. This act was clearly understood by all the people as a royal investiture, but Caesar refused, however; the choice of Lupercalia day for this test should not have been accidental.

The aitia: sources reported several incidents of the story of Romulus and Remus, which could be at the origin of the feast. According to Dionysius of Halicarnassus, who quotes the historian Elio Tubero [Dion. H., 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romulus and Remus, with their men, and already celebrating the Lupercalia, ran together, Remus came first, but when he and his companions arrived, they were attacked by bandits who captured Remus. The robbers took him to Numitore, when Romulus went there to regain his brother, the twins were recognized by the King of Alba. Valerio Massimo shows a variant of this episode [Val. Max. II, 2, 9] in which, instead of the race, a ritualized combat took place.

Ovid shows two other versions. In the first [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romulus, Remus and their men made a sacrifice to Faunus, but before they completed it, it was announced that the robbers had stolen their flocks. Romulus and Remus each of them with his men, laid the robes, they ran in opposite directions, in pursuit. Remus recovered his prey and went first to the sacrificial banquet, so consumed the exta. Romulus, who came second, was excluded from the sacrificial banquet. This story reminds of the Ara Maxima Lex Sacra, which provided that, at the sacrificial feast that took place there in honor of Hercules, could only participate in the gens of Potitii, while that of Pinarii was excluded, although both families were entrusted with the sacred. The exclusion would be derived from the fact that the Pinarii arrived late to the foundation of the rite, when already the exta had already been consumed [Dion. H., 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-71].

This episode has a parallel in the myth described by Servius [Serv. Aen. XI, 785] in relation to the birth of the brotherhood of Hirpi Sorani. Again, during a sacrifice (to say, instead of Faunus), the exta were stolen, but not from robbers, but from wolves, animals considered still image marauders and robbers who lived in the wild outside of the cities (the parallel between wolf and robber was well known in antiquity and also recalled the end of the episode). In the end, to avert an epidemic struck following the event, a group of pastors must become “like wolves”, living from robbery, in the forests of Mount Soratte. It is significant to remember that the Etruscan deity identified with Dispater, which probably was worshiped on Mount Soratte, was Aita, God of the Underworld, Who wore a wolf’s skin and therefore had an iconography similar to that of most archaic Faunus.

In the second version [Ov. Fast. II, 425 – 50] it is said that the Sabine abducted by the Romans (to Consualia) had become sterile, then the people went to pray Juno in a sacred grove on the Esquiline. The Goddess announced that, to put an end to infertility, women would have to be penetrated by a sacred goat. A soothsayer interpreted this sign and ordered that he sacrificed goats and that women were beaten with their skins.