VII EID. (9) N – III EID. MAJ. (13) N

LEMURIA

In questi giorni i templi erano chiusi e si svolgevano le festività dei defunti chiamate Lemuria, si tratta di una ricorrenza molto antica, che risale all’epoca regia, come dimostra il fatto di essere marcata in lettere maiuscole nei Fasti, e che, secondo la tradizione, sarebbe stata istituita dallo stesso Romolo [Ov. Fast. V, 479 – 80]. Per le fonti antiche sarebbe stata la prima celebrazione in onore dei defunti compresa nel calendario romuleo, ma avrebbe perso di importanza, quando, con l’introduzione del mese di Febrarius, i riti in onore dei morti furono spostati in quel mese. Tuttavia, mentre le festività di Febrarius erano dedicate ai Dii Parentes, cioè le anime dei defunti che avevano avuto una discendenza e quindi erano periodicamente onorate con le parentatio, quelle di Majus servivano a scongiurare l’influenza nefasta dei Lemures, le anime di coloro che erano morti anzitempo

… umbras vagantes hominum ante diem mortuorum ed ideo metuendos… [Porph. Schol ad Hor. Epist. II, 2, 208 – 209]

Si pensava, infatti, che tali spiriti divenissero fantasmi che vagavano di notte [Pers. Sat. V, 185; Schol. ad loc.; Non. 135, 13] per tormentare i viventi e che quindi dovevano essere espulsi dalle case con fave, attraverso la porta [Var. apud Non. 135, 13]. Secondo un’interpretazione più tarda, invece, i Lemures erano gli spiriti di coloro che in vita erano stati malvagi, laddove i Lares erano quelli di coloro che in vita erano stati virtuosi [Apul. De Deo Socr. XV apud August. C. D. IX, 11]. Un’altra versione voleva che la festività fosse stata fondata da Romolo per placare i Mani del fratello che aveva ucciso [Serv. Aen. I, 276; Ov. Fast. V, 451 segg; Porph. Schol ad Hor. Epist. II, 2, 208 – 209] e per questo, in origine, sarebbe stata chiamata Remuria, poi divenuto Lemuria [Ov. Cit.; Porph. Cit.].

I Parentalia si compivano nelle necropoli, presso le tombe degli antenati ed erano festività pubbliche; dalle informazioni che abbiamo, i riti dei Lemuria si svolgevano in casa ed erano privati. Essendo feriae pubblicae, è possibile che in tempi più antichi questa festività contemplasse riti pubblici più complessi che andarono perdendosi, lasciando solo quelli privati. È anche possibile notare che l’opposizione tra pubblici Parentalia e Lemuria privati, corrisponde ad un’opposizione spaziale tra la sfera d’azione dei Parentes e quella dei Lemures: i primi, appagati per aver vissuto pienamente e aver lasciato una discendenza, si lasciavano allontanare dalla città ed accettando di risiedere fuori dai suoi limiti. I Lemures, invece, non avendo vissuto pienamente, ritornavano periodicamente all’interno della città per reclamare la parte di vita che era stata loro negata e causando una pericolosa confusione tra morti e vivi, mondo esterno ed interno, che doveva essere scongiurata periodicamente.

Durante i Lemuria le vestali raccoglievano farro non ancora maturo che usavano per la preparazione della mola salsa, la farina salata usata per consacrare le vittime sacrificali durante l’immolatio [Serv. Ecl. VIII, 82].

 

Sacrum Maniae

Il calendario di Anzio [ILLRP 9], per il giorno 11 porta una nota mutila che potrebbe indicare un qualche rito in onore di Mania. Alcuni autori identificarono questa divinità con la madre dei Lares [Macr. Sat. I, 7, 34 – 35; Var. L. L. IX, 61; Arnob. Adv. Nat. III, 41], tuttavia un’altra versione ne fa la madre delle larvae [Fest. 128] o in generale di terribili creature infere [Mart. Cap. Nup. II, 164]. Festo [Fest. 128] parla dell’usanza di preparare figure di pasta in forma umana, ma dalle sembianze deformi, chiamate maniae o maniolae, che erano forse collegate con questo giorno in funzione apotropaica.

 

LEMURIA

These days the temples were closed and celebrations of the dead called Lemuria were held Lemuria. It is a very old celebration, which dates back to kings age, as evidenced by the fact of being marked in capital letters in the Fasti, and that, according to tradition, was established by that Romulus [Ov. Fast. V, 479-80]. According to ancient sources it would be the first celebration in honor of the deceased included in Romulus calendar, but would lose in importance when, with the introduction of the Febrarius month, the rites in honor of the dead were moved in that month. However, while the Febrarius festivities were dedicated to the gods Parentes, that the souls of the dead who had had offspring and therefore were regularly honored with parentatio, those Majus ones served to ward off the influence of nefarious Lemures, the souls of those who They died prematurely

… Umbras vagantes hominum ante diem mortuorum and ideo metuendos … [Porph. Schol to Hor. Epistar. II, 2, 208-209]

It was thought, in fact, that these spirits would become ghosts who wandered at night [Pers. Sat. V, 185; Schol. ad loc .; No. 135, 13] to torment the living and therefore had to be expelled from homes with broad beans, through the door [Var. apud no. 135, 13]. According to one interpretation later, however, the Lemures were the spirits of those who in life had been evil, where the Lares were the ones of those who in life had been virtuous [Apul. De Deo Socrates. XV apud August. C. D. IX, 11]. Another version wanted the festivities had been founded by Romulus to appease his brother’s hands that had killed [Serv. Aen. I, 276; Ov. Fast. V, 451 ff; Porph. Schol to Hor. Epistar. II, 2, 208-209] and for that, originally, would be called Remuria, later Lemuria [Ov. cit .; Porph. Cit.].

The Parentalia you were making in the necropolis, the tombs of the ancestors and were public holidays; from the information we have, the rites of Lemuria took place in the house and were private. Being feriae pubblicae, it is possible that in earlier times this season contemplating the most complex public rituals that went disappearing, leaving only private ones. You may also notice that the opposition between public and private Parentalia Lemuria, corresponds to spatial opposition between the sphere of action of Parentes and that of Lemures: the first, satisfied for having fully lived and he left us a seed, they left away from the city and agreeing to reside outside its limits. The Lemures, however, not having lived fully, returning periodically within the city to reclaim part of life that had been denied them and causing a dangerous confusion between dead and alive, external and internal world, which was to be averted periodically.

Lemuria during the vestal virgins gathered unripe spelled that used for the preparation of the mola salsa, salted flour used to consecrate sacrificial victims during immolatio [Serv. ECL. VIII, 82].

 

Sacrum Maniae

Anzio calendar [ILLRP 9], for the day 11 brings a mutilated notes that could indicate some ritual in honor of Mania. Some authors identified this deity with the mother of the Lares [MACR. Sat. I, 7, 34 – 35; Var. L. L. IX, 61; Arnob. Adv. Nat. III, 41], but it is another version of the larvae [Fest mother. 128] or generally terrible underworld creatures [Mart. Cap. Nup. II, 164]. Festus [Fest. 128] speaks of the custom of preparing dough figures in human form, but the misshapen appearance, maniae or maniolae calls, which were perhaps connected with this day to ward off evil.

 

Picture

Roma bronze amulet with phallus and manus fica

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IX KAL. MAR. (21) FP

FERALIA

Con il giorno dei Feralia, si chiudono i nove giorni dedicati alla commemorazione dei defunti (parentatio). Gli antiquari romani attribuirono il nome di questa festa all’usanza di portare, ferre, pasti ai morti [Varr. L. L. VI, 13; Var. apud Macr. Sat. I, 4, 14; Fest. 57], oppure alle libagioni, inferiae, che vi erano compiute [Varr. Cit.], o all’usanza di colpire, ferire, gli animali per sacrificarli [Fest. Cit.]. In realtà il nome deriva da feralis, feralis dies, un sinonimo, usato nel vocabolario religioso, di funereus, cioè legato alle cerimonie funebri e ai riti in onore dei defunti (funus).

Queste cerimonie si svolgevano di giorno [Sen. Ep. CXXII, 3] ed erano analoghe a quelle che compiute durante i riti funebri: comprendevano sacrifici, libagioni chiamate inferiae (perché dedicate agli Dei Mani, quindi Inferi, o perché si versava dall’alto verso il basso [Lyd. Mens. IV, 31]) e un banchetto che si consumava in “compagnia” dei defunti [Ov. Fast. II, 565 – 66; Tert. De Test. Anim. IV; Spect. XIII; Sen. Cit.; Lyd. Cit.], probabilmente simile quello che avveniva solitamente durante la cremazione o l’inumazione.

Era usanza portare dei doni ai Dii Manes, ognuno secondo le proprie possibilità [Tib. II, 6, 31 – 32; Ov. Fast. II, 535 – 38; Verg. Aen. V, 96 – 98]: un’offerta molto comune e, sembra, gradita era quella di fiori o corone di fiori, in prevalenze viole, o gigli (o comunque fiori dal colore del sangue, “purpurei”) [Ov. Fast. II, 538 – 540; Verg. Aen. V, 78; Sil. It. XVI, 308; Verg. Aen. VI, 883 – 86]. Altre offerte che venivano lasciate sulle tombe erano granelli di sale, spighe, pane inzuppato nel vino [Ov. Fast. II, 336 – 38; Plut. Cras. XIX], forse farina o qualche tipo di zuppa, vino e sangue dei sacrifici [Lyd. Cit.], una sorta di zuppa di fave, puls fabata o comunque fave [Plin. Nat. Hist. XVIII, 30, 118 segg]. Queste offerte erano poste in vasi di terracotta e, trattandosi della parte del banchetto che spettava ai Dii Manes, bruciate su pire a forma di altare, erette nei pressi dei tumuli [Ov. Fast. II, 538].

I sacrifici si svolgevano nella necropoli, presso i tumuli [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 96 – 99] e comprendevano bovini o ovini bidentes di colore nero [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 82 – 83; Arnob. VII, 20]. Non è chiaro se si trattasse di olocausti e quindi le vittime fossero completamente consumate dal fuoco, come suggerisce l’iscrizione in CIL XI, 1420, oppure fossero normali sacrifici in cui solo gli exta erano bruciati e le carni consumate dai partecipanti, come in Verg. Aen. V, 98 – 104. E’ comunque attestato che, oltre ai sacrifici, si svolgessero banchetti comprendenti anche carni37.

Le libagioni (inferiae) comprendevano il sangue degli animali sacrificati, latte, miele e olio e venivano compiute due volte (o un numero pari di volte), trattandosi di offerte agli Dei Mani [Verg. Aen. V, 77 – 83; III, 66; Sil. It. XVI, 307 – 308; CIL XI, 1420; Lyd. Cit.], mentre si invocavano le anime dei propri cari.

Non abbiamo informazioni precise su come fosse composto il banchetto che veniva consumato in questa occasione, ma dagli accenni che possediamo, sembra che fosse molto ricco [Tert. De. Test. Anim. IV] (forse era considerato anche una dimostrazione di ricchezza o di devozione, allestire banchetti sontuosi [Sen. Cit.]): vi si consumavano lenticchie [Plut. Cit.], uova [Juv. V, 84], molluschi [Lyd. Cit.], probabilmente il silicernium, una sorta di salsiccia [Arnob. VII,24] tipica dei riti funebri [Non. 48, 9; Fest. 264] e si beveva vino [Tert. Ad Test. Anim. IV].

Nei Fasti, in questa ricorrenza, Ovidio ricorda anche LaraTacita, divinità infera, madre dei Lari, il cui padre, nel racconto di Ovidio è Mercurio nel suo aspetto Psicopompo. Secondo Carandini Mercurio appare in questo racconto solo a causa di un processo di identificazioni successive, infatti egli ritiene che il vero padre dei Lari dovrebbe essere Faunus (o Marte suo antenato), che ha anche caratteri inferi, e che, per influenza greca, questa divinità sarebbe poi stata sostituita da Pan ed infine da Mercurio, suo padre.

In occasione di questa Festa Ovidio [Ov. Fast. II, 571 – 82] racconta di un rito magico in cui viene invocata la Dea Tacita: oltre ad incenso e vino, il rito prevede l’uso di fave, il cibo dei morti e sul fuoco vengono bruciati dei piccoli pesci, menae, che in epoca storica, sono un’offerta agli Dei Inferi o la sostituzione di antichi sacrifici umani. Subito dopo viene presentato un mito riguardo Tacita: Essa era Lara, una ninfa (Plutarco fa di Tacita una delle Camenae, ninfe il cui culto sarebbe stato introdotto da Numa [Plut. Num. VIII]) che denunciò a Juno l’amore tra Juturna e Juppiter. Per punizione il Dio Supremo la privò della parola, rendendola Muta, e la fece condurre negl’Inferi da Mercurio. Durante il viaggio questi la violentò ed essa concepì i Lares [Ov. Fast. II, 609 – 16] (vedi Kal. Maj.). Tacita era quindi una divinità del mondo infero, luogo del silenzio (loca tacentia), dove dimoravano i Taciti Manes, i morti designati come coloro che non parlano. Essa però è anche Lara o Larunda [Lact. Inst. I, 20] e la Mater Larum, considerati divinità ctonie generati da Mercurio nel suo aspetto infero.

 

IX KAL. Mar. (21) FP

Feralia

Feralia closes the nine days dedicated to dead commemoration (parentatio). Roman antique authors attributed the name of this party to the custom of bringing, ferre, meals to the dead [Varr. L. L. VI, 13; Var. Apud Macr. Sat. I, 4, 14; Fest. 57], or bringing libations, inferiae, which were carried out [Varr. Cit.], or to the custom of hitting, ferire, animals for sacrifice [Fest. Cit.]. The name actually comes from feralis, feralis dies, a synonym, used in religious vocabulary, of funereus, that is linked to funeral ceremonies and rites in honor of the deceased (funus).

These ceremonies were held during the day [Sen. Ep. CXXII, 3] and were similar to those made during the funeral rites included sacrifices, libations calls inferiae (because dedicated to the Manes (Dii Inferi), or because he poured from the top down [Lyd. Mens. IV, 31]) and a banquet that was consumed in the “company” of the deceased [Ov. Fast. II, 565-66; Tert. De Test. Anim. IV; Spect. XIII; Sen. Cit .; Lyd. Cit.], probably similar to the one that occurred usually during the cremation or burial.

It was customary to bring gifts to the Dii Manes, each according to his possibility [Tib. II, 6, 31-32; Ov. Fast. II, 535-38; Verg. Aen. V, 96-98]: an offer very common was flowers or wreaths in prevalence violets, and lilies (or flowers from the color of blood, “purple”) [Ov. Fast. II, 538-540; Verg. Aen. V, 78; Sil. En. XVI, 308; Verg. Aen. VI, 883-86]. Other offeris left on the graves were grains of salt, ears, bread soaked in wine [Ov. Fast. II, 336-38; Plut. Cras. XIX], flour or perhaps some kind of soup, wine and blood of sacrifices [Lyd. Cit.], A kind of bean soup, puls fabata or otherwise beans [Plin. Nat. Hist. XVIII, 30, 118 ff]. These offers were placed in clay pots and, in the case of the part of the banquet that it was up to the Dii Manes, burned on pyres in the form of an altar, erected near the mounds [Ov. Fast. II, 538].

The sacrifices took place in the necropolis, at the mounds [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 96-99] and included cattle or sheep black bidentes [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 82 – 83; Arnob. VII, 20]. It is not clear if it was burnt and then the victims were completely consumed by fire, as suggested by the inscription in CIL XI, 1420, or they were normal sacrifices in which only the exta were burned and meat consumed by the participants, as in Verg . Aen. V, 98 – 104. It ‘still attested that, in addition to the sacrifices, were held banquets including carni.

Libations (inferiae) included the blood of sacrificed animals, milk, honey and oil and were performed twice (or an even number of times), being offered to the Manes [Verg. Aen. V, 77-83; III, 66; Sil. En. XVI, 307-308; CIL XI, 1420; Lyd. Cit.], while invoking the souls of their loved ones.

We have no precise information about how it was composed of the banquet that was consumed on this occasion, but the hints we have, seems to have been very rich [Tert. De. Test. Anim. IV] (perhaps it was also considered a demonstration of wealth or of devotion, sumptuous banquets [Sen. Cit.]): Drunk there lentils [Plut. Cit.], Eggs [Juv. V, 84], molluscs [Lyd. Cit.], Probably the silicernium, a sort of sausage [Arnob. VII, 24] typical of funeral rites [No. 48, 9; Fest. 264] and drinking wine [Tert. For Test. Anim. IV].

In the Fasti, Ovid reminds Lara – Tacita, underworld Goddess, mother of the Lares, whose father, in the story of Ovid, is Mercury in his Psychopomp appearance. According Carandini Mercury appears in this story only because of a process of successive identifications, for he believes that the real father of the Lares should be Faunus (Mars or its ancestor), which also has underworld characters, and that to Greek influence, this deities would eventually be replaced by Pan and finally by Mercury, his father.

On the occasion of this feast Ovid [Ov. Fast. II, 571 – 82] tells of a magic ritual in which it is invoked Tacita Goddess: in addition to incense and wine, the ritual involves the use of beans, the food of the dead.  And on the fire they are burned small fish, menae, which in historical times, were an offer to the Gods Hades or replacement of ancient human sacrifices. Next is presented a myth about Tacita: It was Lara, a nymph (Plutarch Tacita one of Camenae, nymphs whose cult was introduced by Numa [Plut. Num. VIII]) who denounced Juno love between Juturna and Jupiter. As punishment, the Supreme God deprived her of the word, making it Muta, and he brought in the Underworld by Mercury. During the journey he raped her and she conceived the Lares [Ov. Fast. II, 609-16] (see Kal. Maj.). Tacit was thus a deity of the underworld, a place of silence (loca tacentia), where dwelt the Taciti Manes, the dead designated as those who do not speak. However, it is also Lara or Larunda [Lact. Inst. I, 20] and Mater Larum, considered chthonic deities generated by Mercury in its inferior aspect.

EID. FEB. (13) NP

Fauno in Insula

Jovi Jurario in Insula?

Il tempio di Faunus era situato nell’angolo nord dell’Isola Tiberina [Ov. Fast. II, 193 – 94] a causa del carattere non urbano del Dio e fu votato dagli edili Cn. Domitius Enobarbus e C. Scribonius Curio nel 196 aev; la sua costruzione fu finanziata con le multe comminate a coloro i quali avevano condotto greggi sui terreni pubblici [Liv. XXXIII, 42, 10]. Fu dedicato nel 194 aev da Domitius [Liv. XXXIV, 53, 4] alle Eid. Feb. [Ov. Cit.; Hemerol. Esq. ad Id. Feb.; CIL I², 210; VI, 2302; ILLRP 9]. Vitruvio lo cita come esempio di edificio a prostilo [Vitr. Arch. III, 2,3], tuttavia si riferisce ad un tempio dedicato a Faunus e Juppiter: è possibile che si tratti di Juppiter Jurarius, nominato in un’iscrizione [CIL VI, 379] rinvenuta nel lato nord dell’Isola. Non abbiamo altre informazioni su questo culto, né sappiamo se la dedica originale del tempio fosse ad entrambe le divinità (molto improbabile), o se Juppiter sia stato aggiunto successivamente come titolare dell’edificio sacro, oppure se si trattasse di due templi differenti (ipotesi più probabile).

Parentatio tumulorum incipit

Alla sesta ora di questo giorno [Lyd. IV, 29] iniziava il periodo dedicato al culto dei morti [Cal. Pol. Sil. CIL I, 269] che si concludeva, dopo nove giorni, il 21 (Feralia, secondo Ovidio [Ov. Fast. II, 569]) o il 22 (cara cognatio, secondo Lido [Lyd. Mens. IV, 29]), cioè dopo un intervallo di durata uguale ai novendiales che ogni famiglia celebrava in occasione di un lutto. In questi giorni i Romani si recavano alle tombe dei proprii cari per compiere dei rituali in onore degli avi defunti (che venivano ritenuti sia un dovere da parte dei vivi, che un diritto da parte dei morti, viene infatti viene usato il termine jus, quindi più che un dovere in senso morale, si tratta quasi di una prescrizione delle leggi sacre) parte integrante della pietas che univa gli antenati ai proprii discendenti (non a caso, secondo Ovidio, questi rituali furono inaugurati da Enea, vedi Feralia) e chiamati parentatio [Cic. Leg. II, 21, 54], da parentes, il padre e la madre, ma, nel linguaggio giuridico, anche gli antenati fino al terzo grado [Fest 221].

… divini cioè Dei, poiché, presso i Romani, i defunti erano chiamati Dei Parentes dai loro figli… [Serv. Aen. V, 47]

Parentes usque ad tritavum apud romanos proprio vocabulo nominantur: ulteriores qui non habent speciale nomen maiores appellantur: item liberi usque ad trinepotem: ultra hos posteriores vocantur… [Paul. Dig. XXXVIII, 10, 10, 7]

L’istituzione di questa festa viene fatta risalire genericamente a Numa [Aus. Parent. Pref.; Macr. Sat. I, 13, 3], ma, secondo Ovidio, [Ov. Fast. II, 543 – 45] fu Enea ad introdurre l’usanza di commemorare i defunti (parentatio), portando annualmente dei doni al Genius di suo padre. In seguito, il trascurare le prescrizioni religiose riguardanti i defunti, causò la loro ira e le anime degli avi iniziarono a vagare per la città di Roma [Ov. Fast. II, 547 – 54]. Il ripristino delle dovute cerimonie pacificò i defunti e ristabilì il normale ordine della città.

I Parentalia duravano otto giorni, così quanto durava il lutto e si concludevano il nono (Feralia) con i riti veri e proprii ed i banchetti, così come il periodo di lutto terminava il nono giorno con la cena novendialis (che si svolgeva 9 giorni dopo la sepoltura e chiudeva i riti). Tutti i giorni compresi in questo intervallo erano dies religiosi, quindi i templi erano chiusi, sugli altari non ardevano fuochi, era vietato sposarsi e i magistrati deponevano le loro insegne. Si trattava di celebrazioni privare che ogni famiglia compiva presso le tombe dei propri antenati fuori dalle città. Solo il primo e l’ultimo giorno si svolgevano feste pubbliche: la misteriosa parentatio delle vestali e i Feralia.

Parentatio virgo vestalis

In questo giorno, avveniva anche una parentatio compiuta dalla vestale massima. Non sappiamo esattamente di cosa si trattasse; alcuni autori, sulla base di un passo di Calpurnio Pisone [Calp. Piso Fr 5 P apud Dion. H. II, 40], hanno pensato che si svolgesse una cerimonia in onore di Tarpeia, ritenuta antenata delle vestali; tuttavia non vi sono prove di questa connessione, né le fonti sono concordi nel ritenere Tarpeia una vestale.

Secondo un’altra teoria è possibile che in questa data si svolgesse un rito molto arcaico e poco noto, di cui abbiamo testimonianza solo in autori tardo-antichi o medioevali. Prudenzio accenna al sacrificio di ovini, con funzione purificatrice, (‘lustrales… pecudes’) compito dalle vestali sotto terra [Prud. Contra Sym. II, 1106 – 1108], mentre Tertulliano, al fatto che le vestali avessero la cura, oltre che del fuoco sacro, anche di un serpente [Tert. Ad uxor. I, 6, 3]. Altri testi più tardi aggiungono maggiori dettagli, affermando che una vestale portava delle offerte, in un antro sotto il Campidoglio, ad un serpente che vi dimorava, purtroppo però non sappiamo in che periodo questo accadesse, né le fonti sono concordi sul fatto che si svolgesse una volta all’anno.

Un rito analogo è attestato a Lanuvio [Ael. Hist. Anim. XI, 16; Prop. IV, 8, 1 – 14], associato al santuario di Juno Sospita, o a Vesta [Ps. Plut. Paral. Min. XIV] ed avveniva all’inizio della primavera (che, ricordiamolo, per i Romani cominciava, con l’arrivo del favonio o zefiro, dopo le nonae di Februarius [Varr. R. R. I, 28; Col. XI, 2]): una vergine (o una sacerdotessa vergine) portava delle offerte ad un serpenta all’interno di una profonda grotta. L’animale poteva accettarle o rifiutarle (le fonti riportano due versioni leggermente diverse), il primo caso, era auspicio di un anno fecondo [Prop. IV, 8, 14]. Anche qui, tuttavia, non abbiamo abbastanza elementi per confermare la relazione tra questo rito e la parentatio delle vestali.

Tolti i riferimenti più fantasiosi, i passi citati precedentemente potrebbero riferirsi ad un qualche rituale che le vestali compivano in una camera sotterranea e questo potrebbe alludere ad offerte funebri che, in questa occasione, il pontefice massimo e la vestale massima compivano per i Manes delle vestali che erano state sepolte vive perché colpevoli di empietà [Plut. Q. R. 96]. La cerimonia si svolgeva nella camera sotterranea in cui esse erano chiuse e lasciate morire e, oltre alla parentatio vera e propria, comprendeva anche l’offerta di vittime purificatorie, poiché la morte di queste donne, seppur per una sacratio, era comunque vista come la violazione di qualcosa di consacrato.

Un’altra chiave di lettura potrebbe essere cercata nell’idea che le vestali, in questa data, compissero una publica parentatio, cioè fossero incaricate di fare offerte, a nome dell’intero popolo romano a colui che era ritenuto il parens della stirpe romana, cioè Romolo. Quest’ipotesi trova sostegno in un passo di Livio che, descrivendo la scomparsa del fondatore della città, scrive che gli juvenes, decretarono che fosse onorato come Deus e Parens del popolo romano [Liv. I, 16, 3]

deinde a paucis initio facto deum deo natum, regem parentemque urbis Romanae salvere universi Romulum iubent; pacem precibus exposcunt, uti volens propitius suam semper sospitet progeniem … poi, per iniziativa di alcuni, tutti proclamarono che bisogna salutare in Romolo un Dio nato da un Dio, è il re e il padre di Roma. Implorano il suo favore affinché, benevolo e propizio, protegga la loro discendenza…

In questo caso le vestali avrebbero agito per dell’intero popolo romano, inteso come discendente di Romolo, coerentemente col fatto che esse rappresentavano le figlie del rex (in relazione alla più arcaica struttura dei sacerdozi romani), quindi per traslazione, le figlie di Romolo.

Parentatio Junii Bruti Majoris

Secondo Giovanni Lido [Lyd. Mens. IV, 29], in questo giorno le matrone soltanto (ovvero l’ordo matronarum) compivano dei riti in onore dei Manes di Junius Brutus Major (parentatio), colui che cacciò Tarquinio Superbo e fondò la Repubblica. Secondo l’autore bizantino, la devozione delle matrone verso Bruto era estremamente antica e risaliva alle origini della Repubblica, tanto che esse erano anche chiamate Brutae in suo onore. L’aition viene trovato nel fatto che Bruto vendicò l’onore di Lucretia, violato da Tarquinio, figlio dell’ultimo re, reputando l’onore di una donna più importante della dignità reale [Lyd. Mens. IV, 29].

 

EID. February (13) NP

Fauno in Insula

Jovi Jurario in Insula

The temple of Faunus was located in the north of the Tiber Island [Ov. Fast. II, 193-94] because of the non-urban character of God and it was voted by Cn. Domitius Enobarbus and C. Curio Scribonius in 196 BCE; its construction was financed by fines imposed on those who had led herds on public lands [Liv. XXXIII, 42, 10]. It was dedicated in 194 BCE by Domitius [Liv. XXXIV, 53, 4] at Eid. Feb. [Ov. cit .; Hemerol. Esq. To Id. February .; CIL I², 210; VI, 2302; ILLRP 9]. Vitruvius cites it as an example of building prostyle [Vitr. Arch. III, 2,3], however, he refers to a temple to Faunus and Jupiter that can be Juppiter Jurarius, named in an inscription [CIL VI, 379] found in the north side of the island. We have no other information on this cult, nor do we know if the original dedication of the temple was to both deities (very unlikely), or if Jupiter was later added as a holder of the sacred building, or if they were two different temples (hypothesis more likely).

 

Parentatio tumulorum opening words

At the sixth hour of this day [Lyd. IV, 29] began the period devoted to the cult of the dead [Cal. Pol. Sil. CIL I, 269] which concluded, after nine days, on 21 (Feralia, according to Ovid [Ov. Fast. II, 569]) or 22 (cara cognatio, according Lidus [Lyd. Mens. IV, 29]), after a time interval equal to the novendiales celebrated by families in occasion of a death. On these days Romans went to the graves to perform the rituals in honor of deceased ancestors, an integral part of the piety that linked the ancestors to descendants (in fact, according to Ovid, these rituals were inaugurated by Aeneas), called parentatio [Cic. Leg. II, 21, 54], as parentes, were the father and mother, or, in legal language, even the ancestors to the third degree [Fest 221].

… Of the divine that is because, among the Romans, the dead were called Gods Parentes from their children … [Serv. Aen. V, 47]

… Parentes usque ad tritavum apud romanos proprio vocabulo nominantur: ulteriores qui non habent speciale nomen maiores appellantur: item liberi usque ad trinepotem: ultra hos posteriores vocantur… [Paul. Dig. XXXVIII, 10, 10, 7]

The establishment of this feast is made generally traced back to Numa [Aus. Parent. Pref .; Macr. Sat. I, 13, 3], but, according to Ovid, [Ov. Fast. II, 543-45] Enea introduced the custom of commemorating the dead (parentatio), annually bringing gifts to his father’s Genius. Later, neglecting the religious requirements for the dead, caused their anger and the ancestors’ souls began to wander around the city of Rome [Ov. Fast. II, 547-54]. The restoration of due ceremonies pacified the dead and restored the normal order of the city.

The Parentalia lasted eight days, as well as mourning lasted and ended the ninth (Feralia) with the true rites and banquets, as well as the period of mourning ended on the ninth day with novendialis dinner (which took place nine days after burial rites and closed). Every day in this range was dies religious, so temples were closed, no fire burned on the altars, it was forbidden to marry and the judges deposed their standards. It was a celebration that every family performed at the tombs of her ancestors out of the city. Only the first and last days were public festivals.

Parentatio virgo vestalis

On this day, it also occurred a parentatio accomplished by the maximum vestal. We do not know exactly what it was; some authors, based on a step of Calpurnius Piso [Calp. Flat Fr 5 P apud Dion. H. II, 40], have thought to a ceremony in honor of Tarpeia, considered the ancestor of the vestal virgins; however there is no evidence of this connection, nor the sources are in agreement on Tarpeia being a vestal.

According to another theory it is possible that a very archaic and little known ritual, mentioned only in late ancient and medieval authors. Prudentius alludes to the sacrifice of sheep, with purifying function, (‘lustrales … pecudes’) by the vestals in underground [Prud. Contra Sym. II, 1106 – 1108], while Tertullian, to the fact that the vestal virgins had the cure, as well as the sacred fire, even of a snake [Tert. For uxor. I, 6, 3]. Others later texts add more details, saying that a vestal carrying of tenders, in a cavern beneath the Capitol, to a snake that lived there, but unfortunately we do not know at what time this happened, nor the sources are in agreement that should take place once a year.

A similar ritual is attested in Lanuvium [Ael. Hist. Anim. XI, 16; Prop. IV, 8, 1 – 14], associated with the shrine of Juno Sospita, or Vesta [Ps. Plut. Paral. Min. XIV] and occurred in early spring (which, remember, for the Romans began the after Nonae of Februarius [Varr. RR I, 28; Col. XI, 2]): a virgin (or a virgin priestess) bore the offerings to a snake inside a deep cave. The animal could accept or reject them (the sources give two slightly different versions), the first case was hope for a fruitful year [Prop. IV, 8, 14]. Even here, however, we do not have enough elements to confirm the relationship between this rite and parentatio the vestal virgins.

Removed the most imaginative references, the passages quoted above could refer to some ritual that the vestal virgins were making in an underground chamber and this may allude to funeral offerings for Manes of vestals who had been buried alive because they were guilty of impiety [Plut. Q. R. 96]. The ceremony took place in the underground chamber in which they were closed and left to die and, in addition to real parentationes, included the offer of purificatory victims, since the death of these women, albeit for a sacratio, it was still seen as the violation of something sacred.

Another interpretation could be sought in the idea that the vestal virgins, on this date, did a publica parentatio, that they were entrusted to bid on behalf of the entire people to the man who was considered the parens of the Roman race, ie Romulus. This hypothesis finds support in a passage in which Livy, describing the death of the founder of the city, writes that the Juvenes, decreed that it was honored as Deus and Parens of the Roman people [Liv. I, 16, 3]

In this case the vestal virgins would act to the entire Roman people, understood as a descendant of Romulus, consistent with the fact that they represented the daughters rex (in relation to the archaic structure of the Roman priesthoods), then by translation, the daughters of Romulus .

Parentatio Junii Brutes Majoris

According to Giovanni Lido [Lyd. Mens. IV, 29], on this day the only matrons (or the ordo matronarum) were making the rites in honor of the Manes of Junius Brutus Major (parentatio), who drove Tarquin Superbus and established the Republic. According to the Byzantine author, devotion of the matrons to Brutus was extremely ancient and dates back to the origins of the Republic, so that they were also Brutae calls in his honor. The aition is found in the fact that Brutus avenged the honor of Lucretia, raped by Tarquinius, son of the last king, considering it the honor of a most important woman of the royal dignity [Lyd. Mens. IV, 29].