NON. OCT. (7) N

Juppiter Fulgur.

Vitruvio [Vitr. I, 2, 5] riporta che il tempio dedicato alla Folgore di Juppiter era a cielo aperto [Fast. Arv. Paul. ad Non. Oct., CIL I2, 214; 242; 331; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115].

 

Juno Curitis

Juno Curitis [Hemer. Arv. ad Non. Oct.; CIL I2, 214; 331; VI, 32482; XI 3126; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115] era la dignità tutelare di Faleri [Tert. Apol. XXIV] il cui culto fu probabilmente introdotto a Roma a seguito di un’evocatio quando la città fu conquistata [Macr. Sat. III, 9, 2 – 9], forse nel 241 aev. La stessa Dea era venerata anche a Tibur, dove le erano attribuiti carro, lancia e scudo ed era invocata per proteggere i membri della medesima curia [Ov. Fast. VI, 59 – 62; Serv. Aen. I, 8; I, 17; CIL XIV, 3556]: l’iconografia rimanda quindi alla Juno Sospita di Lanuvium, a cui si aggiunge il carro (a questo proposito è interessante notare che sia Tibur, che Falerii vantavano di discendere dagli argivi).

L’etimologia dell’epiteto Curitis (noto sotto varie forme Curitum, Curitis, Quiritis, Curis) è incerto: Servius lo fa risalire a curia [Serv. Aen. I, 8; I, 17], si sarebbe trattato della divinità protettrice degli appartenenti alle curiae, la stessa interpretazione si trova in Dionigi, secondo cui il culto di Juno Curis o Quiris sarebbe stato fondato da Tito Tazio e celebrato all’interno delle curiae ancora alla sua epoca [Dion. H. II, 50]: durante queste cerimonie le erano offerti acqua, vino, liba e primizie su tavole di legno nelle sedi delle curiae; questo però implica che il culto della Dea fosse originario di Roma, il che non è coerente con l’ubicazione del Suo tempio al di fuori del pomerium, o quanto meno che fosse stato introdotto già nella prima età monarchica, evento di cui non abbiamo notizia. È però possibile che si tratti di divinità differenti, identificate da epiteti simili (venendo meno la realtà politica e sociale rappresentata dalle curiae, l’antico culto della Dea loro protettrice sarebbe andato gradualmente dimenticato, così che, con l’introduzione di una nuova divinità con un epiteto identico o anche solo simile, gli elementi più arcaici sarebbero poi stati attribuiti alla Nuova Venuta), che sono state confuse dagli eruditi romani. Secondo un’altra etimologia Curitis deriverebbe dalla parola sabina curis, lancia e spettava a Juno poichè era rappresentata con una lancia [Fest. 49; 62 – 63; Var. apud Dion. H. II, 48, 4]. Secondo Persio [Pers. IV, 26], l’epiteto derivava da Cures, la capitale dei Sabini, poichè là Juno era particolarmente venerata; questo implica però che il culto di Juno Curitis, originario della Sabinia, sarebbe poi stato trasferito a Falerii e da lì a Roma. Per Tertulliano, invece derivava da Pater Curris, l’autore però non dà altre informazioni [Tert. Apol. XXIV]. In tempi recenti Dumézil e Radke19 hanno accostato Juno Curitis e Juno Sospita, affermando che le due divinità oltre che somiglianze nell’iconografia, svolgessero funzioni analoghe: essendo noto il significato di Salvatrice, Colei che viene in aiuto per Sospita (da sospes), Radke ha ipotizzato che Curitis derivi da currere (attraverso *cursitis), per cui anche Juno Curitis sarebbe stata Colei che accorreva in soccorso.

Era ritenuta una divinità che presiedeva alla guerra [Serv. Aen. II, 614], informazione coerente con la collocazione del suo tempio nel Campo Martio, tuttavia Ovidio, negli Amores [Ov. Amor. IV, 13; Dion. H. I, 21, 2], ne dà un’immagine diversa, lasciando intendere che fosse collegata alla fertilità (come la Dea di Lavinio), d’altra parte a Roma erano sotto la sua protezione le matrone e le giovani spose [Fest 62 – 63]. Un altro elemento che sembra essere stato importante nel culto di Falerii era l’acqua, infatti, tra le rovine del tempio della Dea, sono stati trovati bacini idrici alimentati attraverso opere di canalizzazione. Ritrovamenti simili sono stati fatti a Volsinii nel tempio di Venere e, presumibilmente a Veio, in quello di Juno Regina. Questa relazione tra la Dea e l’acqua, renderebbe conto della posizione del tempio costruito a Roma nel Campo Marzio, nei pressi della palus caprae.

Ovidio descrive i riti che si svolgevano a Falerii : una processione si snodava dalla città, probabilmente dal tempio di Juno, fino ad un bosco sacro in cui si trovava un santuario presso una fonte o un corso d’acqua. Era condotta dalle sacerdotesse in vesti bianche coperte da un lungo mantello, ornate alla maniera greca, con corone e calzari d’oro (abbiamo però notizia anche di un pontifex sacrarius Junonis Curritis [CIL XI, 3125; 3100]). Seguivano giovani di entrambi i sessi che cantavano inni e infine il simulacro della Dea che attraversava le vie coperte di tappeti al suono dei flauti. All’arrivo nel luogo sacro, avveniva il sacrificio di vitelli, capri e maiali, probabilmente un rito purificatorio analogo ai suovetaurilia, quindi quello di giovenche bianche allevate appositamente allo stato brado (secondo Plinio le acque che scorrevano nell’ager Faliscus avevano la proprietà di rendere bianchi tutti i bovini che le avessero bevute [Plin. Nat. Hist. II, 106, 230]).

Conosciamo anche l’aition di questo sacrificio: il mito vuole che Falerii fu colpita da una pestilenza e un oracolo decretò che per combatterla i suoi abitanti avrebbero dovuto sacrificare ogni anno una vergine a Juno. Quando la sorte decretò che fosse sacrificata al giovane Valeria Luperca, mentre il sacerdote alzava la spada per colpirla, un’aquila scese in picchiata, portò via l’arma e la lasciò cadere su una bianca giovenca che pascolava nelle vicinanze, quindi depose un martello sulle offerte sacrificali. Valeria comprese l’auspicio: sacrificò l’animale a Juno e andò di casa in casa battendo sulla porta con il martello. In questo modo, purificando il popolo con il tocco del martello, la pestilenza finì [Arist. Apud Ps. Plut. Paral. Min. XXXV]. Secondo le fonti, la purificazione rituale era ancora praticata nel II sec. aev. in concomitanza con la festa di Juno.

Ovidio aggiunge anche che nella stessa città si svolgeva una cerimonia, probabilmente all’arrivo della primavera o all’inizio dell’anno, o forse in concomitanza con la festa di Juno Curitis, in cui una capra era fatta allontanare dalla città, mentre i fanciulli cercavano di colpirla con giavellotti; un premio andava a chi riusciva nell’intento. L’azione era avviata da una ragazza nubile chiamata kanephoros che ricorda forse la Valeria Luperca del mito.

Secondo gli storici antichi tra Roma e Falerii le ostilità durarono per più di un secolo, dal 394 aev quando la città falisca andò in aiuto di Veio, fino al 241 aev, anno della sua distruzione. In questo anno la città, che si era ribellata contro il dominio romano nel corso della Prima Guerra Punica, fu assediata e si arrese, consegnandosi attraverso una deditio in fidem. Come condizioni per la pace furono imposti la consegna delle armi, dei cavalli e degli schiavi, oltre all’annessione a Roma di metà del suo territorio come ager publicus; gli abitanti furono poi obbligati a lasciare la città, che fu distrutta, e a trasferirsi in un nuovo insediamento, Falerii Novi [Liv. V, 27, 12; Per. 20; Eutr. II, 28; Val. Max. VI, 5, 2; Zonar. VIII, 18].

Le circostanze che portarono alla distruzione di Falerii fanno ritenere che fosse stata compiuta una evocatio della sua divinità poliade, il tempio nel Campo Marzio19 sarebbe stato costruito per ospitare la statua di culto rimossa dalla città nemica. Il fatto che il culto di Juno a Falerii non cessò con la distruzione della città, ma proseguì fino all’età imperiale, smentirebbe questa possibilità, tuttavia è anche possibile che, per via della resa, fu consentito agli abitanti di Falerii di mantenere un culto a Juno, benchè in posizione meno rilevante, come “succursale” del tempio romano , .

 

Jupiter Fulgur

Vitruvius [Vitr. I, 2, 5] reports that the temple dedicated to Juppiter Fulgur (Thunderbolt) was in the open [Fast. Arv. Paul. Not to. Oct., CIL I2, 214; 242; 331; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115].

 

Juno Curitis

Juno Curitis [Hemer. Arv. Not to. Oct .; CIL I2, 214; 331; VI 32482; XI 3126; Fast. Ant. ap. NS 1921, 115] was to protect the dignity of Faleri [Tert. Apol. XXIV] whose cult was probably introduced to Rome following an evocatio when the city was conquered [MACR. Sat. III, 9, 2-9], perhaps in 241 BCE. The same goddess was also worshiped at Tibur, where Her attributes were chariot, spear and shield and She was invoked to protect members of the same curia [Ov. Fast. VI, 59-62; Serv. Aen. I, 8; I, 17; CIL XIV, 3556]: the iconography therefore refers to Juno Sospita of Lanuvium, to Which it is added the chariot (in this regard it is interesting to note that both Tibur, which Falerii boasted descent from Argives).

The etymology of the epithet Curitis (known in various forms Curitum, Curitis, Quiritis, Curis) is uncertain: Servius dates it back to the curia [Serv. Aen. I, 8; I, 17], it would be the patron deity of members of the curiae, the same interpretation is in Dionysius: the cult of Juno Curis or Quiris was founded by Titus Tazio and celebrated within curiae still in his time [Dion. H. II, 50]: during these ceremonies water, wine, liba and fruits were offered on wooden tables in the seats of the curiae; however this implies that the worship of the Goddess was native of Rome, which is not consistent with the location of his temple outside pomerium, or at least that was introduced back in the early monarchy, an event of which we have news . We can think that this is different deities, identified by similar epithets (failing the political and social reality represented by curiae, the ancient goddess would be gradually forgotten, so that, with the introduction of a new deity with an epithet identical or even similar, more archaic elements would then be attributed to the New Coming), who have been confused by ancient scholars.

According to other authors Curitis etymology derives from the word Sabine curis, launches and it was up to Juno as it was represented with a spear [Fest. 49; 62-63; Var. Apud Dion. H. II, 48, 4]. According Persius [Pers. IV, 26], the epithet derived from Cures, the capital of the Sabines, as there Juno was particularly venerated; This implies, however, that the cult of Juno Curitis, originally Sabinia, would then be transferred to Falerii and from there to Rome. For Tertullian, instead it stemmed from Pater Curris, but the author does not give more information [Tert. Apol. XXIV]. In recent times Dumezil and Radke have approached Curitis Juno and Juno Sospita, stating that the two deities as well as similarities in the iconography, they perform functions similar: being known the meaning of Salvatrice, one who comes to help for Sospita (from sospes), Radke It speculated that Curitis resulting from currere (through cursitis *), so even Juno Curitis was she who came running to the rescue.

It was considered a deity who presided over the war [Serv. Aen. II, 614], information consistent with the placement of his temple in Campo Marzio, however, Ovid, in Amores [Ov. Amor. IV, 13; Dion. H., 21, 2], it gives a different picture, implying that it was linked to fertility (as the Goddess of Lavinio), on the other hand were in Rome under his protection matrons and young brides [Fest 62-63]. Another element that seems to have been important in the worship of Falerii was the water, in fact, among the ruins of the temple of the Goddess, were found reservoirs fed through canalization. Similar finds have been made in the temple of Venus and Volsinii, presumably to Veii, in that of Juno Regina. This relationship between the Goddess and the water, would be aware of the location of the temple built in Rome in the Campus Martius, near the palus caprae.

Ovid describes the rituals that took place at Falerii: a procession wound its way from the city, probably from the temple of Juno, up to a sacred grove where he was a sanctuary from a source or a watercourse. It was conducted by the priestesses in white covered by a long cape, decorated in the Greek style, with gold crowns and shoes (though we also news of a pontifex sacrarius Junonis Curritis [CIL XI, 3125; 3100]). Followed young people of both sexes who sang hymns and finally the statue of the Goddess that crossed the streets covered with carpets to the sound of flutes. Upon arrival in the holy place, it took place the sacrifice of calves, goats and pigs, probably a rite of purification similar to suovetaurilia, then that of white heifers bred specifically in the wild (according to Pliny the waters that flowed nell’ager Faliscus had the property of whites make all cattle that had drunk [Plin. Nat. Hist. II, 106, 230]).

We also know the aition of this sacrifice: the myth has it that Falerii was hit by a plague and an oracle decreed that to combat its inhabitants would have to sacrifice every year a virgin in Juno. When fate decreed that it was sacrificed to the young Valeria Luperca, while the priest raised his sword to strike, an eagle swooped down, took away the gun and dropped it on a white heifer grazing nearby, so put down a hammer the sacrificial offerings. Valeria including the wish: the animal sacrificed to Juno and went from house to house knocking on the door with a hammer. In this way, by purifying the people with the touch of the hammer, the plague ended [Arist. Apud Ps. Plut. Paral. Min. XXXV]. According to sources, the purification ritual was still practiced in the second century. BCE. to coincide with the feast of Juno.

Ovid also adds that in the same city was held a ceremony, perhaps the arrival of spring or the beginning of the year, or perhaps to coincide with the feast of Juno Curitis, where a goat was made away from the city, while the children They tried to hit it with spears; a prize was to see who could aim. The action was initiated by an unmarried girl called kanephoros reminiscent perhaps Valeria Luperca myth.

According to historians, ancient Rome and Falerii hostilities lasted for more than a century, from 394 BCE when the city falisca went to the aid of Veii until 241 BCE, the year of its destruction. This year the city, which had rebelled against Roman rule during the First Punic War, was besieged and surrendered, giving himself through a deditio in fidem. As conditions for peace were imposed delivery of arms, horses and slaves, as well as the annexation of Rome to half of its territory as publicus ager; the inhabitants were then forced to leave the city, which was destroyed, and move to a new settlement, Falerii [Liv. V, 27, 12; To. 20; Eutr. II, 28; Val. Max. VI, 5, 2; Zonar. VIII, 18].

The circumstances that led to the destruction of Falerii suggest that it had been done a Evocatio of his divinity Polias, the temple in Campo Marzio19 would be built to house the cult statue removed from the enemy city. The fact that the cult of Juno in Falerii not cease with the destruction of the city, but walked on to the imperial age, would refute this possibility, but it is also possible that, due to the yield, was allowed the inhabitants of Falerii to maintain a cult Juno, though less important position, as “branch” of the Roman temple.

 

Picture

Procilius AR Serrate Denarius. Rome, 80 BC. Head of Juno Sospita right, wearing goat-skin headdress; S•C behind / L PROCILI F, Juno Sospita, holding spear and shield, in biga right; serpent below. Crawford 379/2; Sydenham 772; Procilia 2. 3.83g, 19mm, 1h.

NON.  QUINCT. (7) N

NONAE CAPROTINAE

Anche questa festività appare nei calendari epigrafici in caratteri maiuscoli, il che la fa risalire al periodo monarchico, per cui è da escludere che sia connessa ad episodi successi all’inizio della Repubblica.

L’aition. Secondo la tradizione, dopo la sconfitta dei Galli, i popoli latini, sotto la guida del dittatore di Fidene Aulus Postumius, attaccarono il territorio romano (secondo la versione dello Pseudo Plutarco i nemici che assediarono Roma erano Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). Gli aggressori, per risparmiare la città, chiesero al Senato che fossero consegnate loro le giovani di condizione libera, così da poter fondere i due gruppi. I senatori, temendo che i nemici volessero solo prendere degli ostaggi, rimasero incerti sul da fare. Una serva, Tutela (o Philote, o Rhetana) propose di ingannare i Latini e si offrì di guidare un gruppo di schiave, abbigliate ed ornate come donne libere (che si apprestavano al matrimonio), nel campo nemico. Il Senato accettò e così, le schiave, travestite da giovani cittadine, furono condotte da un corteo in lutto fino al campo dei nemici.

Nella notte le donne incitarono gli uomini a divertirsi e a bere e, quando tutti si furono addormentati, Tutela, salì su un albero di fico selvatico e agitò una torcia la cui luce aveva in parte schermato con un velo perché non fosse vista dal campo avversario. Al segnale i Romani, guidati da Camillo, si gettarono disordinatamente sul nemico e lo sconfissero [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 segg; Polyaen. VIII, 30]. Questa tradizione storiografica si basa sul presupposto che, dopo che i Galli ebbero lasciato Roma, i popoli vicini attaccarono la città, ma gli studi recenti hanno dimostrato che un tale evento non ha alcuna base storica e che nessuna delle popolazioni confinanti con Roma, tentò di invadere il suo territorio. Siamo quindi di fronte alla trasposizione storica di una tradizione mitica che come tale deve essere interpretata.

La festa. Le donne uscivano dalla città e si recavano alla Palude della Capra (da qui il legame con il Poplifugia) dove banchettavano sotto i rami di un fico selvatico e compivano un rituale, in onore di Juno Caprotina, in cui era usato un ramo tagliato dall’albero ed il latte che ne fuoriusciva. Nella stessa occasione, le schiave, abbigliate come matrone, percorrevano la città lanciando motti licenziosi ed attirando gli uomini, per poi simulare un combattimento, lanciandosi dei sassi. [Var. L. L. VI, 18; Macr. I, 11, 36 segg; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

Questo giorno era marcato anche come Ancillarum Feriae [Cal. Silv.; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; Macr. Sat. I, 11, 36]: Ovidio riporta che era uso fare dei regali alle ancelle per ricordare l’azione eroica di Tutela che salvò Roma [Ov. A. A. II, 257 – 258].

 

Sacra Consi in Circo

Secondo Tertulliano, alle Non. Quinct. I pontefici compivano un sacrificio sull’altare sotterraneo di Conso, situato presso il Circo Massimo [Tert. Spect. V]. L’altare era coperto di terra e veniva scoperto solo in occasione dei sacrifici pubblici (vedi CONSUALIA). Questa cerimonia non sembra avere un legame con i riti del 5° e 7° Quinct., tuttavia va notato che nel mito tramandato da Plutarco (vedi sopra), colei che salva Roma dai nemici che l’assediano, è Tutela, nome che appartiene anche a una delle divinità protettrici delle messi [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerate nel Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. La coincidenza del luogo e il nome del personaggio non sono sicuramente casuali: è possibile che nel complesso dei riti dei primi giorni di questo mese, fosse venerata Tutela come protettrice della città e dei cereali già raccolti (non possiamo determinare quale sia il nesso causale tra le due azioni della Dea). I riti in suo onore si svolgevano presso l’ara sotterranea di Conso, che rappresentava il luogo in cui erano conservate le riserve alimentari della città, sui cui, dalla colonna sui cui si trovava il suo simulacro, la Dea avrebbe esteso la sua protezione che si univa a quella di Consus. È possibile quindi che la cerimonia fosse dedicata ad entrambe le divinità, e che Tutela abbia col tempo perso di importanza.

La differenza tra il rito di questo giorno e i Consualia è segnata dal fatto che qui sono i pontefici ad officiare la cerimonia, mentre nel mese successivo, sarà il flamen quirinalis con le vestali.

 

Palibus II

(vedi PALILLIA). Le fonti letterarie riportano la dedica di un tempio a Pales da parte di M. Attilius Regulus, console nel 267 aev in seguito a un voto pronunciato durante una battaglia contro i Sallentini [Flor. I, 15; schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Ad Verg. Georg. III, 1]; il cognomen della divinità varia a seconda delle fonti, Floro ha Pastoria, gli scholii veronesi, Matuta. La menzione nei Fasti Antiates di Palibus duabus [ILLRP 9], così come un passo del De Re Rustica di Varrone [Var. R. R. II, 5, 1] lascerebbero intendere che esistesse un unico tempio dedicato a due aspetti diversi della Dea. La sua posizione non è conosciuta, ma probabilmente si trovava sul pendio del Palatino, vicino al tempio della Magna Mater [schol. Ver. ad Verg. Georg. III, 1].

NON. QUINCT. (7) N

Nonae CAPROTINAE

The feast is in epigraphic calendars appears in upper case, which dates back to the monarchical period, so it is possible that it is related to episodes successes at the beginning of the Republic.

The aition. According to tradition, after the defeat of the Gauls, the Latin peoples, under the leadership of the Fidene Aulus Postumius the dictator, they attacked the Roman territory (according to the version of Pseudo Plutarch enemies who laid siege to Rome were Galli [Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX]). The attackers, to save the city, asked the Senate that were delivered of their young Free State, so as to merge the two groups. The senators, fearing that enemies wanted only take hostages, they were uncertain what to do. A servant, protection (or Philote, or Rhetana) proposed to deceive the Latins and offered to lead a group of slaves, dressed and adorned as free women (who were preparing for marriage), in the enemy camp. The Senate agreed and so, the slaves disguised as young citizens, were led by a procession in mourning until the enemy camp.

On the night the women urged the men to have fun and to drink, and when everyone was asleep, Protection, climbed a fig tree wild and waved a torch whose light had partially shielded with a veil because they had not seen half of the field. To signal the Romans, led by Camillo, they threw wildly on the enemy and defeated him [Plut. Cam. XXXIII; Rom. XXIX; Macr. I, 11, 36 et seq; Polyaen. VIII, 30]. This historiographical tradition is based on the assumption that, after the Gauls had left Rome, the neighboring peoples attacked the city, but recent studies have shown that such an event has no historical basis and that none of the neighboring populations with Rome, attempted to invade his territory. We are therefore faced the historical transposition of a mythical tradition as such should be interpreted.

The party. The women came out from the city and went to the Swamp of the Goat (hence the link with the poplifugia) where they feasted under the branches of a wild fig tree and performed a ritual in honor of Juno Caprotina, in which a cut branch was used by ‘ tree and the milk that flowed. On the same occasion, the slaves, dressed as matrons, round the town throwing slogans licentious and attracting men, and then simulate a fight, throwing stones. [Var. L. L. VI, 18; MACR. I, 11, 36 et seq; Plut. Rom. XXIX; Cam. XXXIII].

This day was also marked as Ancillarum Feriae [Cal. Silv .; Ps Plut. Paral. Graec. et Rom. XXX; MACR. Sat. I, 11, 36]: Ovid reports that it was making use of the maids gifts to remember the heroic action of protection that saved Rome [Ov. A. A. II, 257-258].

 

Sacra Consi in Circuo

According to Tertullian, at Non. Quinct. pontifices mede an underground sacrifice on the altar of Consus, located in the Circo Massimo [Tert. Spect. V]. The altar was covered with earth and was discovered only on for public sacrifices (as Consualia). This ceremony does not seem to have a connection with the rites of the 5th and 7th Quinct. However it should be noted that in the myth handed down by Plutarch (see above), who saves Rome from enemies was Tutels, a name that belongs also one of the protective deities of the harvest [Isid. Orig. 17, 2, 7; Var. Apud August. C. D. IV, 8; Macr. Sat. I, 16, 8], venerated in Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XVIII, 8; Tert. Spect. VIII, 3]. The coincidence of the place and the name of the character are certainly not random: it is possible that the whole of the rites of the early days of this month, was worshiped as the protector of the city and protection of cereal crops already (we can not determine which is the causal link between the two actions of the Goddess). The rites in his honor took place at the underground Conso ara, which was the place where the food supply of the city were preserved, on which, from the column on the circumstances that led to its simulacrum, the Goddess would have extended its protection he joined to that of Consus. It is possible that the ceremony was dedicated to both deities, and that protection has over time lost its importance.

The difference between the ritual of this day and the Consualia is marked by the fact that here are the popes to officiate the ceremony, while the following month, will be the flamen Quirinalis with the vestal virgins.

 

Palibus II

Literary sources include a temple dedication to Pales by M. Attilius Regulus, consul in 267 BCE following a vow made during a battle against Sallentins [Flor. I, 15; schol. Ver. Verg. Georg. III, 1; schol. Bern. Verg. Georg. III, 1]; the cognomen of the divinity varies depending on the source, Floro has Pastoria, the scholii Veronenses, Matuta. The mention in the Fasti Antiates of Palibus duabus [ILLRP 9], as well as a passage of Varro De Re Rustica [Var. R. R. II, 5, 1] ​​gives the impression that there was only one temple dedicated to two different aspects of the Goddess. Its location is not known, but probably stood on the slope of the Palatine, near the temple of the Magna Mater [schol. Ver. Verg. Georg. III, 1].

 

Picture

  1. Renius AR Denarius. Rome, c. 138. Helmeted head of Roma r. / Juno Caprotina driving galloping biga of goats r., holding sceptre. Crawford 231/1; RSC Renia

KAL.  MAR. (1) NP

Feriae Martis

Per gli autori antichi questo giorno era il dies natalis di Mars, che sarebbe stato concepito da Giunone, toccando certi fiori, il cui segreto le era stato rivelato da Flora [Ov. Fast. V, 253 – 56]. Secondo Giovanni Lido invece Mars sarebbe nato dall’unione di Giove, l’etere, e Giunone, l’aria e rappresenterebbe il fuoco celeste [Lyd. Mens. IV, 33].

Con questo giorno iniziava il periodo propriamente calendariale che caratterizzava il tempo stabile e cosmicizzato posto sotto il dominio di Juppiter. Veniva quindi rinnovata l’azione ordinatrice, volta a dare forma all’universo, del Dio Celeste attraverso una serie di rituali di inizio e rinnovamento: i rami di alloro, ormai secchi, che si trovavano nelle case dei principali sacerdoti della città (flamines maggiori, pontefice massimo), nell’aedes Vestae, nella Regia e nelle Curiae veteres erano sostituiti con nuovi; il fuoco sacro di dell’aedes Vestae veniva spento per essere riacceso usando dei tizzoni presi dal fuoco domestico che ardeva nell’atrium del tempio [Macr. I, 12, 6; Ov. Fast. III, 135 segg.] (se invece il fuoco si spegneva per negligenza di una sacerdotessa, esso veniva riacceso per sfregamento di alcuni rami di arbor felix, le scintille ottenute venivano raccolte in un crivello di bronzo [Fest. 106]. Quest’operazione si svolgeva fuori dall’aedes, probabilmente nell’atriuim. Altre fonti riportano anche l’uso di specchi ustori [Plut. Num. IX; Plin. Nat. Hist. XIV, 4]).

Probabilmente iniziava in questo giorno anche il periodo delle cerimonie officiate dai Salii, secondo la tradizione, infatti, fu alle kalendae Martii che l’ancile cadde sulla terra. Questa confraternita di sacerdoti partecipava ad un sacrificio nel sacrarium martis della Regia, dov’era conservata la hasta martis. Questo rituale si svolgeva alla presenza del rex sacrorum, del pontefice massimo e di un gruppo di vergini, chiamate vergines saliae [Fest. 326], vestite come i Salii. Durante il sacrificio venivano forse offerte delle focacce chiamate molucrum e coperte di mola salsa [Fest. 141] ed immolate delle vittime le cui exta erano definite, con un termine arcaico, prosicium [Varr. L. L. V, 110]. Forse in questo giorno i Salii prendevano gli ancilia e compivano la prima processione del mese di Martius. Data la grande importanza che rivestivano i loro rituali, da questo momento, per 30 giorni, non potevano lasciare la città [Polyb. XXI, 13, 12; Liv. XXXVII, 33]. In questo periodo, in date determinate compivano particolari cerimonie loro proprie. È stato ipotizzato che la presenza delle virgines saliae, vestite in modo identico ai sacerdoti, può rientrare nell’ambito dei “rovesciamenti” che caratterizzano questo giorno, soprattutto in connessione con i Matronalia.

Secondo Giovanni Lido, Marte era onorato all’inizio di Martius consumando fave e spalmandosi in faccia un olio tratto da questo legume, che sembrava sangue [Lyd. Mens. IV, 42].

 

Matronalia

Si tratta di una festa estremamente arcaica sul cui substrato, nel corso dei secoli, si sono installati elementi connessi al culto di Giunone Lucina, per questo motivo, tra gli autori di età imperiale, vi è una certa confusione sulla sua origine, di cui troviamo diverse versioni in Ovidio [Ov. Fast. III, 199 – 258] e sul suo significato.

Secondo un aition [Ov. Fast. III, 199 – 231; Serv. Aen. VIII, 638], la festa sarebbe stata istituita da Romolo [Plut. Rom. XXI, 1] in onore delle donne che erano state rapite e poi si gettarono tra le schiere romane e sabine per porre fine alla guerra tra i due popoli. La loro fusione, in seguito, sarà un evento decisivo per lo sviluppo della comunità romana.

Sempre nei Fasti, un’altra versione, ne fa risalire l’origine alla fondazione del tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino [Ov. Fast. III, 245 – 48; anche Fest. 148; CIL I, 2, 387], avvenuta diversi secoli dopo l’episodio della guerra romano – sabina.

La festa: in questo giorno le matrone romane, coronate di fiori, si recavano in processione [Tib. III, 1, 2 – 4] al tempio di Giunone Lucina per compiere dei sacrifici [Ov. Fast. III, 251 – 258; Hor. Car. III, 8, 1 – 4] e offrire fiori alla Dea. Si consumavano e libavano bevande e cibi dolci per la salus dei mariti [Lyd. Mens. IV, 42]

… recate fiori alla Dea! Questa dea si compiace / di erbe fiorite; incoronate il capo di teneri fiori! / E dite ‘O Lucina, tu ci hai dato la luce!’ / E dite ‘ Tu sei propizia al voto delle partorienti!’ / Se qualcuna è ancor gravida, con la chioma disciolta, / preghi la Dea per un parto senza dolore… [Ov. Fast. III, 253 – 258]

Il tempio fu fondato nel 375 a. c. in un luogo dove probabilmente esisteva già un bosco sacro (lucus) alla Dea Lucina [Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235], la cui venerazione risaliva probabilmente all’origine della città di Roma; il bosco sacro sull’Esquilino e il culto, sono infatti menzionati da Ovidio in relazione all’origine dei Lupercali [Fast. II, 425 – 50]. Lucina presiedeva al parto, al venire alla luce (Lucina, colei che porta alla luce, da lux, lucis), in quanto aspetto di Giunone, il suo tempio fu fondato alle Kalendae, il giorno del mese sacro alla Dea. Nel precedente passo dei Fasti è venerata come Dea della fecondità, che si manifesta al debutto della primavera, ma anche come Dea del parto, a cui si rivolgono le donne incinte per invocarne la protezione. In questo caso le donne compivano le cerimonie in onore di Giunone Lucina con i capelli [Ov. Cit.] e la veste [Serv. Aen. IV, 518] sciolti, poiché i nodi e gl’intrecci in generali erano considerati una forma di incantesimo negativo per le partorienti [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 17, 59].

La Dea era invocata con questa formula

Juno Lucina, fer opem serva me obsecro!… [Ter. Ad. III, 4, 41; An. III, 1, 15]

In questa festa vi sono però elementi che non sono riconducibili al culto di Lucina e che derivano da un nucleo più antico: in questo giorno, infatti, era anche usanza fare doni alle donne, così come durante i Saturnalia era usanza fare doni agli uomini [Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Dig. XXIV, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689 – 90].

Ecco arrivate le Kalendae, festa del Romano Marte / – per i nostri antenati questo era il primo giorno dell’anno – / ovunque per le vie e le case della città / si distribuiscono doni in processioni solenni; / ditemi, o Pieridi, con quale dono devo rendere omaggio / a Neera, che è mia o che, sebbene mi illuda, mi è cara?… [Tib. III, 1, 1 – 6]

…i Saturnali sono passati per intero, eppure non mi hai mandato, Galla, nessun regalino, neanche uno più piccolo del solito. E va bene, passi pure così il mio dicembre; certo sai, almeno credo, che tra poco arriveranno i vostri Saturnali, le Kalendae di marzo: allora ti renderò, Galla, pan per focaccia. [Mart. V, 84, 6 – 12]

Inoltre, così come ai Saturnalia, anche in questo giorno vi era un rovesciamento dei ruoli sociali e le matrone preparavano un banchetto per i loro schiavi e li servivano [Macr. Sat. I, 12, 7; Lyd. Mens. III, 15; IV, 42]. Secondo alcuni autori, forse era anche usanza travestirsi da donna, come in una sorta di Carnevale.

I Matronalia erano prima di tutto la festa delle matronae, delle donne sposate e, in traslato, la celebrazione del matrimonio, come base della struttura sociale romana; istituita per onorare questa istituzione (il rapimento delle Sabine e la loro integrazione nella comunità romana rappresenta una forma arcaica di matrimonio) e per affermare uno dei principi fondanti su cui essa insisteva. Durante le cerimonie di questo giorno esse continuavano ad assolvere il proprio compito di mogli pregando ‘per la salute dei mariti’ [PsAcr. In Hor. Car. III, 8, 1], o ‘in lode degli uomini’ [Aus. Fer. Rom. 7 – 8], così, al debutto dell’anno, nel momento in cui veniva a costituirsi un nuovo ordine cosmico, veniva affermata al centralità dell’istituzione matrimoniale nell’opera di creazione di quel microcosmo che era la città.

 

Junoni Lucinae

Questo tempio fu costruito nel 375 aev [Var. apud Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235] nel bosco (lucus) che era stato consacrato alla Dea fin da epoca molto antica (secondo la tradizione riportata da Varrone, da Tito Tazio [Var. L. L. V, 74]) [Dion. H. IV 15]. Si trovava sul colle Cispio presso il sesto sacello degli Argei [Var. L. L. V, 50; Ov. Fast. II, 435 – 36; III, 245 – 46], probabilmente a nord-est della Torre Cantarelli, in cui furono rinvenute varie iscrizioni relative al culto [CIL VI, 356 – 361; 3694 – 3695; 30199]. Il bosco si estendeva probabilmente lungo il pendio a sud del tempio e, nel 41 aev, un questore, Q. Pedio, costruì o ristrutturò un muro che li circondava entrambi [CIL VI, 358]. Gli storici riportano che Servius Tullus ordinò di porre i doni per i nuovi nati nel tesoro del tempio [Dion. H. IV, 15], il che indurrebbe a pensare che un qualche luogo di culto esistesse già prima della costruzione dell’edificio sacro. Nel 190 aev fu colpito da un fulmine che danneggiò il timpano e le porte [Liv. XXXVII, 3, 2]. Qui, alle Kal. Mart., giorno della dedica del tempio, si celebrava la festa annuale dei Matronalia [Fest. 147; Ov. Fast. III, 247; Hemer. Praenest. ad Kal. Mart., CIL I2, 310].

Secondo la nota di Verrio Flacco nei Fasti Antiates Majores [ILLRP 9], il tempio fu costruito dalle matrone romane dopo che era stato votato da una donna, figlia o moglie di un certo L. Albinus (forse quel  L. Albinius che le fonti ricordano come colui che portò in salvo le vestali e i sacra di Roma a Caere durante l’assedio gallico nel 390 aev [Plut. Cam. XXII, 4]), affinché la Dea la assistesse nel parto imminente, per questo motivo il tempio, in origine, sarebbe stato sede di un culto esclusivamente matronale e quindi non a carattere pubblico, dal che la ragione per cui i Matronalia non figurano tra le festività riportate nei calendari epigrafici, ma vengono menzionati solo dalle fonti letterarie

 

Kal. Mar. (1) NP

Feriae Martis

For the ancient authors this day was the Dies Natalis of Mars, it would be conceived by Juno, touching certain flowers, whose secret had been revealed by Flora [Ov. Fast. V, 253-56]. According to Johannes Lydus instead Mars would be born from the union of Jupiter, the ether, and Juno, the air and represent the heavenly fire [Lyd. Mens. IV, 33].

This day began the proper calendar period that characterized the stable and cosmic time ruled by Jupiter. His ordering action, aimed at giving shape to the universe, was then renewed through a series of start and renewal rituals: the branches of laurel, that were found in the houses of the chief priests of the city (flamines majores , Pontifex Maximus), in aedes Vestae, in the Regia and Curiae Veteres were replaced with new ones; the sacred fire at Aedes Vestae was turned off to be turned on again using the embers taken from the home fire burning in the temple atrium [Macr. I, 12, 6; Ov. Fast. III, 135 ff.].

Probably it also began the period of the ceremonies officiated by the Salii, according to tradition, in fact, that ancile fell to Earth on kalendae Martii. This brotherhood of priests took part in a sacrifice in the Regia’s sacrarium martis, where it was preserved the hasta martis. This ritual took place in presence of the rex sacrorum, the Pontifex Maximus and a group of virgins, called vergines saliae [Fest. 326], dressed as the male priests. During the sacrifice cakes called molucrum covered of mola salsa, were offered [Fest. 141] and victims whose exta were defined, with an archaic term, prosicium [Varr. L. L. V, 110] were sacrificed. Maybe on this day they went up taking the ancilia and performed the first procession. Given the great importance that covered their rituals, by this time, for 30 days, they could not leave the city [Polyb. XXI, 13, 12; Liv. XXXVII, 33]. In this period, in certain special ceremonies they were making their own dates. It has been suggested that the presence of virgines saliae, dressed identically to the priests, may be part of “reversals” that characterize this day, especially in connection with Matronalia.

According to Johannes Lydus, Mars was honored at the beginning of Martius consuming beans and smearing themselves in the face of a sudden oil from this legume, which looked like blood [Lyd. Mens. IV, 42].

Matronalia

It is an extremely archaic feast on whose substrate, over the centuries, have installed items related to the cult of Juno Lucina, for this reason, among the authors of the imperial age, there is some confusion about its origin, of which we find different versions in Ovid [Ov. Fast. III, 199-258] and its meaning.

According to an aition [Ov. Fast. III, 199-231; Serv. Aen. VIII, 638], the feast would have been set up by Romulus [Plut. Rom. XXI, 1] in honor of women who had been kidnapped and then threw themselves between the Roman legions and Sabine to end the war between the two peoples. Their fusion, later, will be a decisive event for the development of the Roman community.

Still in the Fasti, according to another version, he traces the origin to the foundation of the temple of Juno Lucina on the Esquiline [Ov. Fast. III, 245-48; Also Fest. 148; CIL I, 2, 387], which took place several centuries after the episode of that war.

On this day the Roman matrons, crowned with flowers, went in procession [Tib. III, 1, 2-4] to the temple of Juno Lucina to make sacrifices [Ov. Fast. III, 251-258; Hor. Car. III, 8, 1-4] and offer flowers to the Goddess. They were used to pour libations and to offer sweet foods for their husbands salus [Lyd. Mens. IV, 42]

… Are ever flowers to the Goddess! This goddess Welcomes / of flowering herbs; crowned the head of tender flowers! / And say, ‘O Lucina, you gave us the light!’ / And say, ‘You are propitious to the vote of women in labor!’ / If someone is still fraught with the dissolved hair, / pray to the Goddess for a birth without pain. .. [Ov. Fast. III, 253-258]

The temple was founded in 375. c. in a place where probably there was already a sacred grove (Lucus) to Lucina Goddess [Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235], whose veneration probably dated back to the origin of the city of Rome; the sacred grove on the Esquiline and worship, are in fact mentioned by Ovid in relation to the origin of the Lupercalia [Fast. II, 425-50]. Lucina presided over childbirth, to be born (Lucina, she who brings to light, from lux, lucis), as an aspect of Juno, his temple was founded at Kalendae, the day sacred to the Goddess. According to Ovid She was honored as goddess of fertility, which is manifested at the spring debut, but also as a goddess of childbirth, to which pregnant women are turning to invoke protection. In this case the women were making the ceremonies in honor of Juno Lucina wearing no nodes [Ov. Cit.; Serv. Aen. IV, 518] considered a form of negative spell to pregnant women [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 17, 59].

The Goddess is invoked with this formula

… Juno Lucina, fer opem obsecro serve me! … [Ter. A.D. III, 4, 41; An. III, 1, 15]

In this festival, however, there are items that are not related to the cult of Lucina and which derive from a more ancient nucleus: it was also customary to make gifts to women, as well as during the Saturnalia was customary to give gifts to men [ Juv. IX, 53; Suet. Vesp. XIX, 1; Dig. XXIV, 1, 31, 8; Plaut. Miles. 689-90].

Here came the Kalendae, feast of the Roman Mars / – for our ancestors this was the first day of the year – / everywhere in the streets and houses of the city / will distribute gifts in solemn processions; / Tell me, or Pierides, with what gift I have to pay tribute / a Neera, which is mine, or that although deceived me, is dear to me? … [Tib. III, 1, 1 – 6]

… The Saturnalia are passed in full, but not sent me, Galla, no gift, even a smaller than usual. All right, so did my steps in December; sure you know, I think, that soon will come your Saturnalia, the March Kalendae: then I will make you, Galla, tit for tat. [Mart. V, 84, 6-12]

Moreover, as the Saturnalia, even in this day there was a reversal of social roles and the matrons were used to prepare banquets for their slaves [Macr. Sat. I, 12, 7; Lyd. Mens. III, 15; IV, 42]. According to some authors, it might also be customary disguise himself as a woman, as in a kind of carnival.

The Matronalia were first of all the festival of matronae, married women and, metaphorically, the celebration of marriage as the basis of the Roman social structure; established to honor this institution (the abduction of the Sabine women and their integration in the Roman community is an archaic form of marriage) and to affirm one of the founding principles on which it insisted. During the ceremonies of this day they continued to fulfill their duties as wives praying ‘for the health of husbands’ [PSAcr. In Hor. Car. III, 8, 1], or ‘in praise of men’ [Aus. Fer. Rom. 7-8], as well, the debut of the year, when they came to constitute a new cosmic order, was established at the institution’s central role in the work of double creation of that microcosm that was the city.

Junoni Lucinae

This temple was built in 375 BCE [Var. apud Plin. Nat. Hist. XVI, 85, 235] in the wood (lucus) which had been consecrated to the Goddess since very ancient times (in the tradition reported by Varro, Titus Tayius [Var. L. L. V, 74]) [Dion. H. IV 15]. It was on the Cispius hill near the sixth chapel of Argei [Var. L. L. V, 50; Ov. Fast. II, 435-36; III, 245-46], probably in northeastern Cantarelli Tower, where various inscriptions related to the cult were found [CIL VI, 356-361; 3694 – 3695; 30199]. The forest stretched probably along the south-facing slope of the temple, and in 41 BCE, a quaestor, Q. Pedio, built or rebuilt a wall that surrounded them both [CIL VI, 358]. Historians report that Servius Tullus ordered to put the gifts for the new born into the treasury [Dion. H. IV, 15], which would lead us to think that some place of worship already existed before the construction of the sacred building. In 190 BCE he was struck by lightning that damaged the eardrum and the doors [Liv. XXXVII, 3, 2]. Here, the Kal. Mart., The day of the dedication of the temple, celebrated the annual feast of Matronalia [Fest. 147; Ov. Fast. III, 247; Hemer. Praenest. to Kal. Mart., CIL I2, 310].

According to the note of Verrius Flaccus in Fasti Antiates Majores [ILLRP 9], the temple was built by the Roman matrons after it was voted by a woman, the daughter or wife of a certain L. Albinus (maybe that L. Albinus that the sources point as the one who brought to safety the vestal virgins and sacred Rome in Caere during the gallic siege in 390 BCE [Plut. Cam. XXII, 4]), so that the Goddess assisted her in the upcoming birth, which is why the temple, originally, would be home to a cult exclusively matronly and therefore not public, this is the reason because Matronalia is not present among the festivities in epigraphic calendars, but it is only mentioned from literary sources.