VII KAL. MAR. (23) NP

TERMINALIA

Questa festa sarebbe stata istituita da Numa [Dion. H. II, 74, 2 – 4; Plut. Num. XVI, 2; Fest. 368]. Secondo Varrone la festa del Dio Terminus chiudeva l’anno [Varr. L. L. VI, 13], infatti dopo questa data veniva introdotto, quando necessario, il mese intercalare del calendario luni-solare romano o il giorno bisestile del calendario giuliano [Q. Muc. Scaevola in Dig. L, 16, 98, 1; Ulp. Dig. IV, 4, 3, 3; Cens. XX, 6; XX, 10]. Gli ultimi 5 giorni del mese di Februarius, venivano aggiunti dopo il mese intercalare (Mercedonius) in modo che Martius fosse sempre preceduto da Febrarius [Macr. Sat. I, 13, 15].

Terminus era la divinità, di origine sabina secondo Varrone [Var. L. L. VI, 13], che vigilava e proteggeva i confini dei campi, simboleggiato da pietre o da tronchi d’albero, ne rappresentava la sacralità, l’inviolabilità e l’inamovibilità [Dion. H. II, 74, 4; Plut. Num. XVI, 1; Serv. Aen. IX, 446; Liv. I, 55; Fest. 368]. Forse originariamente un aspetto di Juppiter, Juppiter Terminalis, che divenne poi divinità autonoma, come starebbe a dimostrare la stretta connessione tra le due divinità nel tempio Capitolino [Dion. H. III, 69, 3 – 5; Serv. Aen. IX, 446; Liv. I, 55] (Juppiter Terminalis è citato in Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. II, 74, 3] e da due testi epigrafici, una su una lapide di età imperiale (IOV. TER. [CIL XI, 351]) e l’altro su una moneta del 49 aev. [Mith. Lex. Iuppiter, 668]); Lattanzio allude all’identità tra le due divinità affermando che Terminus era la pietra che Rhea diede in pasto a Kronos al posto di Zeus neonato [Lact. Inst. I, 20]: in base a tale affermazione possiamo quindi vedere in Terminus un’ipostasi di Juppiter nel suo ruolo di demiurgo e creatore dell’ordine. Tale azione è rappresentata, nell’etrusca disciplina, proprio dalla suddivisione della terra e dalla creazione di segni di confine, così come ci viene detto dalla “profezia della ninfa Begoia” [Gom. Vet. I, 350, 18 – 351, 11]

Sul colle capitolino Terminus era rappresentato da un antico sasso grezzo, infisso nel terreno [Lact. Inst. I, 20; Verg. Aen. IX, 446; Serv. Ad loc.] che fu incluso, senza essere spostato, nel tempio di Giove Ottimo Massimo, in una cappella sul cui soffitto era stato praticato un foro circolare cosicché la roccia fosse in comunicazione diretta col cielo. È anche possibile che si trattasse di un antichissimo altare dedicato alla divinità celeste

Secondo alcuni autori antichi, in origine, a questa divinità non venivano fatti sacrifici cruenti [Plut. Num. XVI, 2; Q. R. 15; Dion. H. II, 74, 4; Juv. Sat. XVI, 39; Tib. I, 1, 11 – 12; Apul. Flor. I, 1; Min. Fel. Oct. III, 1; Arnob. Adv. Nat. II, 24]: per Plutarco [Cit.], ciò avveniva perché, essendo Terminus custode della pace e testimone della giustizia, non si voleva contaminare col sangue i suoi simboli; tuttavia le descrizioni fornite da Ovidio e dai Gromatici [Sic. Flac. De Con. Agr. XI apud Grom. Vet. I, 141] comprendono sacrifici cruenti sia alla fondazione del terminus, sia in occasione dei Terminalia (tanto nelle celebrazioni private, che in quelle pubbliche [Prud. Contr. Sym. II, 1008]).

A Terminus si sacrificava sempre ‘sotto il cielo’, cioè senza avere un tetto [Serv. Aen. IX, 446] al di sopra, usanza che accomuna questa divinità alle divinità celesti come Semo Sancus, Dius Fidius [Varr. L. L. V, 66] e, per certi versi Ercole [Plut. Q. R. 28].

Dai testi degli agrimensori romani sappiamo che i confini tra le proprietà erano generalmente segnati da strade, fossi, filari di alberi, pietre grezze, o lavorate, oppure, dove questi mancassero, da file di cippi [Grom. Vet. I, 5 – 7; 114 – 15; 126 – 27] di forma specifica e riportanti indicazioni particolari; essi erano sacri e inviolabili [Fest. 368; Dion. H. II, 74]; i sacrifici a Terminus non si svolgevano su questi segni di confine, ma presso i termini sacrificales [Grom. Vet. I, 43; 73; 127], che sorgevano nelle loro vicinanze, o nei pressi delle strade, in luoghi adatti, spesso tra gli alberi, oppure all’interno delle proprietà: si trattava di piccoli altari o pali.

I rituali della festa sono descritti da Ovidio [Ov. Fast. II, 639 segg.].

Abbiamo altri riferimenti ai sacrifici compiuti durante i Terminalia: secondo Dionigi di Alicarnasso si offrivano “torte di Demetra”, cioè liba di farina e primizie di frutti [Dion. H. II, 74, 4]; Orazio, invece parla dell’immolazione di un agnello [Hor. Epod. II, 59]; Prudentio allude al sacrificio di una gallina e all’offerta di interiora [Prud. Cont. Sym. II, 1008 – 1009]

In questa occasione, Ovidio [Ov. Fast. II, 679 – 682] ricorda il sacrificio pubblico di un agnello a Terminus, compiuto dai sacerdoti al sesto miglio della via Larentina, luogo, che in tempi antichi segnava il confine dell’ager romanus.

 

VII KAL. Mar. (23) NP

TERMINALIA

This feast was instituted by Numa [Dion. H. II, 74, 2 – 4; Plut. Num. XVI, 2; Fest. 368]. According to Varro the feast of God Terminus closed the year [Varr. L. L. VI, 13], in fact after this date, when necessary, the intercalary month of the lunar-solar Roman calendar or leap day of the Julian calendar was introduced [Q. Muc. Scaevola Dig in. L, 16, 98, 1; Ulp. Dig. IV, 4, 3, 3; Cens. XX, 6; XX, 10]. The last 5 days of the so Martius was always preceded by Febrarius [Macr. Sat. I, 13, 15].

Terminus was the divinity, of Sabine origin according to Varro [Var. L. L. VI, 13], that watched and protected the borders of the fields, symbolized by stones or tree trunks, he represented the sanctity, the inviolability and inamovability [Dion. H. II, 74, 4; Plut. Num. XVI, 1; Serv. Aen. IX, 446; Liv. I, 55; Fest. 368]. Perhaps originally an aspect of Jupiter, Jupiter Terminalis, which became independent deities, as it alleges shows the close connection between the two deities in the temple Capitoline [Dion. H. III, 69, 3-5; Serv. Aen. IX, 446; Liv. I, 55]; Lactantius alludes to the identity between the two deities claiming that Terminus was the stone Rhea ballyhooed Kronos instead of Zeus newborn [Lact. Inst. I, 20]: on the basis of this statement Terminus can be considerd a hypostasis of Jupiter in his role as demiurge and the creator of the cosmic order. This action is represented, in the etrusca discipline, just from the division of the land and the creation of the border signs, as we are told by the “prophecy of Begoia nymph” [Gom. Vet. I, 350, 18-351, 11]

Terminus on the Capitoline hill was represented by an old raw rock, driven into the ground [Lact. Inst. I, 20; Verg. Aen. IX, 446; Serv. Ad. Loc.] included, without being moved, in the temple of Jupiter Optimus Maximus, in a chapel whose ceiling was a circular hole was practiced so that the rock was in direct communication with heaven. It is also possible that it was an ancient altar dedicated to the heavenly gods

According to some ancient authors, originally, to this deity blood sacrifices were not made [Plut. Num. XVI, 2; Q. R. 15; Dion. H. II, 74, 4; Juv. Sat. XVI, 39; Tib. I, 1, 11 – 12; Apul. Flor. I, 1; Min. Fel. Oct. III, 1; Arnob. Adv. Nat. II, 24]: to Plutarch [Cit.], because, being Terminus guardian of peace and justice witness, you did not want to contaminate the blood of its symbols; however, the descriptions given by Ovid and gromatici [Sic. Flac. De With. Agr. XI apud Grom. Vet. I, 141] include blood sacrifices at the foundation of a terminus, and on the Terminalia (as much in private celebrations, and in public ones [Prud. Contr. Sym. II, 1008]).

Sacrifices ‘under the sky’, that is, without having a roof, were custom to Terminus [Serv. Aen. IX, 446] as to other celestial deities such as Semo Sancus, Dius Fidius [Varr. L. L. V, 66] and, in some ways Heracles [Plut. Q. R. 28].

By Roman surveyors texts we know that the boundaries between the properties were generally marked by roads, ditches, rows of trees, rough stones, or work, or, where these are missing from the memorial stones file [Grom. Vet. I, 5 – 7; 114-15; 126-27] specifies the form and bearing specific indications; they were sacred and inviolable [Fest. 368; Dion. H. II, 74]; sacrifices to Terminus not took place on these signs, but at the termini sacrificales [Grom. Vet. I, 43; 73; 127], which stood in their vicinity, or in the vicinity of roads, in convenient places, often trees, or inside the property: small altars or poles.

The rituals of the festival are described by Ovid [Ov. Fast. II, 639 et seq.]

We have other references to the sacrifices made during the Terminalia: according to Dionysius of Halicarnassus claimed to offer “cakes of Demeter”, ie liba flour and first fruits [Dion. H. II, 74, 4]; Horace speaks instead of the immolation of lambs [Hor. Epod. II, 59]; Prudentius alludes to the sacrifice of a chicken and the supply of guts [Prud. Cont. Sym. II, 1008 – 1009]

On this occasion, Ovid [Ov. Fast. II, 679-682] reminds the public sacrifice of a lamb Terminus, performed by the priests at the sixth mile of the Larentina, place that in ancient times marked the border of the ager Romanus.

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VIII KAL. MAR. (22) C

Caristia

Durante questo giorno, chiamato Caristia [Ov. Fast. II, 617; Val. Max. II, 1, 8; CIL I2, pg 258; CGL IV, 27; 103; 215; 531; V, 273; 355; 626; Isid. Orig. X, 153] o anche Cara Cognatio [Mart. IX, 54, 5; Tert. Idol. X, 3; CIL VI, 10234; CIL I2, pg 259; pg 280], i congiunti si riunivano e si rendeva omaggio agli Dei Domestici [Ov. Fast. II, 617 segg; Val. Max. II, 1, 8] con sacrifici di animali, ad esempio maiali o montoni, incenso, vino e liba. Si svolgeva un gioioso banchetto a cui partecipavano parenti ed amici (propinqui), in cui ci si scambiava doni [Mart. IX, 54 – 55; Tert. Idol. X, 3; CIL VI, 10234] e, grazie all’intervento di pacieri, erano risolti dissidi e discordie. E’ tuttavia possibile che anche questo rituale si svolgesse presso le tombe dei defunti. Il rito dei Caristia (cara cognatio) è per molti versi analogo a quello che chiudeva il periodo di nove giorni del lutto, in cui si sacrificava un montone al Lar Familiaris [Cic. Leg. II, 55] e forse una vittima anche ai Dii Penates [Verg. Aen. V, 96 – 98]. Si stabilisce così una simmetria tra culto privato (lutto) e culto pubblico in cui le parentationes assumono il valore di lutto collettivo celebrato annualmente.

Da un’altra prospettiva, possiamo vedere il periodo dei riti parentali come una celebrazione volta a rinsaldare i legami famigliari: mentre nelle parentationes questo avveniva in senso “verticale”, rinnovando il legame tra le generazioni di una medesima famiglia, i Caristia svolgevano lo stesso ruolo, ma in senso “orizzontale” ristabilendo la concordia e rinsaldando i legami tra i membri viventi della stessa famiglia.

 

VIII KAL. Mar. (22) C

Caristia

During this day, he called Caristia [Ov. Fast. II, 617; Val. Max. II, 1, 8; CIL I2, pg 258; CGL IV, 27; 103; 215; 531; V, 273; 355; 626; Isid. Orig. X, 153] or even cara cognatio [Mart. IX, 54, 5; Tert. Idol. X, 3; CIL VI 10234; CIL I2, pg 259; pg 280], the relatives gathered and paid homage to the gods Domestic [Ov. Fast. II, 617 ff; Val. Max. II, 1, 8] with sacrifices of animals, such as pigs or sheep, incense, wine and liba. It took place in a joyful banquet attended by family and friends (propinqui), in which we exchanged gifts [Mart. IX, 54-55; Tert. Idol. X, 3; CIL VI, 10234] and, thanks to the intervention of peacekeepers, disagreements and discord were resolved. The rite of Caristia is in many ways similar to the one that closed the nine days of mourning, where they killed a ram to Lar Familiaris [Cic. Leg. II, 55] and perhaps also a victim to the Dii Penates [Verg. Aen. V, 96-98]. This establishes a symmetry between private worship (bereavement) and public worship where parentationes assume the collective mourning value celebrated annually.

From another perspective, we can see the period of parental rites as a celebration aimed at strengthening family ties: while in parentationes this happened in “vertical” way, by renewing the link between generations of the same family, the same held Caristia role, but in a “horizontal” restoring harmony and reinforcing the links between the living members of the same family.

IX KAL. MAR. (21) FP

FERALIA

Con il giorno dei Feralia, si chiudono i nove giorni dedicati alla commemorazione dei defunti (parentatio). Gli antiquari romani attribuirono il nome di questa festa all’usanza di portare, ferre, pasti ai morti [Varr. L. L. VI, 13; Var. apud Macr. Sat. I, 4, 14; Fest. 57], oppure alle libagioni, inferiae, che vi erano compiute [Varr. Cit.], o all’usanza di colpire, ferire, gli animali per sacrificarli [Fest. Cit.]. In realtà il nome deriva da feralis, feralis dies, un sinonimo, usato nel vocabolario religioso, di funereus, cioè legato alle cerimonie funebri e ai riti in onore dei defunti (funus).

Queste cerimonie si svolgevano di giorno [Sen. Ep. CXXII, 3] ed erano analoghe a quelle che compiute durante i riti funebri: comprendevano sacrifici, libagioni chiamate inferiae (perché dedicate agli Dei Mani, quindi Inferi, o perché si versava dall’alto verso il basso [Lyd. Mens. IV, 31]) e un banchetto che si consumava in “compagnia” dei defunti [Ov. Fast. II, 565 – 66; Tert. De Test. Anim. IV; Spect. XIII; Sen. Cit.; Lyd. Cit.], probabilmente simile quello che avveniva solitamente durante la cremazione o l’inumazione.

Era usanza portare dei doni ai Dii Manes, ognuno secondo le proprie possibilità [Tib. II, 6, 31 – 32; Ov. Fast. II, 535 – 38; Verg. Aen. V, 96 – 98]: un’offerta molto comune e, sembra, gradita era quella di fiori o corone di fiori, in prevalenze viole, o gigli (o comunque fiori dal colore del sangue, “purpurei”) [Ov. Fast. II, 538 – 540; Verg. Aen. V, 78; Sil. It. XVI, 308; Verg. Aen. VI, 883 – 86]. Altre offerte che venivano lasciate sulle tombe erano granelli di sale, spighe, pane inzuppato nel vino [Ov. Fast. II, 336 – 38; Plut. Cras. XIX], forse farina o qualche tipo di zuppa, vino e sangue dei sacrifici [Lyd. Cit.], una sorta di zuppa di fave, puls fabata o comunque fave [Plin. Nat. Hist. XVIII, 30, 118 segg]. Queste offerte erano poste in vasi di terracotta e, trattandosi della parte del banchetto che spettava ai Dii Manes, bruciate su pire a forma di altare, erette nei pressi dei tumuli [Ov. Fast. II, 538].

I sacrifici si svolgevano nella necropoli, presso i tumuli [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 96 – 99] e comprendevano bovini o ovini bidentes di colore nero [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 82 – 83; Arnob. VII, 20]. Non è chiaro se si trattasse di olocausti e quindi le vittime fossero completamente consumate dal fuoco, come suggerisce l’iscrizione in CIL XI, 1420, oppure fossero normali sacrifici in cui solo gli exta erano bruciati e le carni consumate dai partecipanti, come in Verg. Aen. V, 98 – 104. E’ comunque attestato che, oltre ai sacrifici, si svolgessero banchetti comprendenti anche carni37.

Le libagioni (inferiae) comprendevano il sangue degli animali sacrificati, latte, miele e olio e venivano compiute due volte (o un numero pari di volte), trattandosi di offerte agli Dei Mani [Verg. Aen. V, 77 – 83; III, 66; Sil. It. XVI, 307 – 308; CIL XI, 1420; Lyd. Cit.], mentre si invocavano le anime dei propri cari.

Non abbiamo informazioni precise su come fosse composto il banchetto che veniva consumato in questa occasione, ma dagli accenni che possediamo, sembra che fosse molto ricco [Tert. De. Test. Anim. IV] (forse era considerato anche una dimostrazione di ricchezza o di devozione, allestire banchetti sontuosi [Sen. Cit.]): vi si consumavano lenticchie [Plut. Cit.], uova [Juv. V, 84], molluschi [Lyd. Cit.], probabilmente il silicernium, una sorta di salsiccia [Arnob. VII,24] tipica dei riti funebri [Non. 48, 9; Fest. 264] e si beveva vino [Tert. Ad Test. Anim. IV].

Nei Fasti, in questa ricorrenza, Ovidio ricorda anche LaraTacita, divinità infera, madre dei Lari, il cui padre, nel racconto di Ovidio è Mercurio nel suo aspetto Psicopompo. Secondo Carandini Mercurio appare in questo racconto solo a causa di un processo di identificazioni successive, infatti egli ritiene che il vero padre dei Lari dovrebbe essere Faunus (o Marte suo antenato), che ha anche caratteri inferi, e che, per influenza greca, questa divinità sarebbe poi stata sostituita da Pan ed infine da Mercurio, suo padre.

In occasione di questa Festa Ovidio [Ov. Fast. II, 571 – 82] racconta di un rito magico in cui viene invocata la Dea Tacita: oltre ad incenso e vino, il rito prevede l’uso di fave, il cibo dei morti e sul fuoco vengono bruciati dei piccoli pesci, menae, che in epoca storica, sono un’offerta agli Dei Inferi o la sostituzione di antichi sacrifici umani. Subito dopo viene presentato un mito riguardo Tacita: Essa era Lara, una ninfa (Plutarco fa di Tacita una delle Camenae, ninfe il cui culto sarebbe stato introdotto da Numa [Plut. Num. VIII]) che denunciò a Juno l’amore tra Juturna e Juppiter. Per punizione il Dio Supremo la privò della parola, rendendola Muta, e la fece condurre negl’Inferi da Mercurio. Durante il viaggio questi la violentò ed essa concepì i Lares [Ov. Fast. II, 609 – 16] (vedi Kal. Maj.). Tacita era quindi una divinità del mondo infero, luogo del silenzio (loca tacentia), dove dimoravano i Taciti Manes, i morti designati come coloro che non parlano. Essa però è anche Lara o Larunda [Lact. Inst. I, 20] e la Mater Larum, considerati divinità ctonie generati da Mercurio nel suo aspetto infero.

 

IX KAL. Mar. (21) FP

Feralia

Feralia closes the nine days dedicated to dead commemoration (parentatio). Roman antique authors attributed the name of this party to the custom of bringing, ferre, meals to the dead [Varr. L. L. VI, 13; Var. Apud Macr. Sat. I, 4, 14; Fest. 57], or bringing libations, inferiae, which were carried out [Varr. Cit.], or to the custom of hitting, ferire, animals for sacrifice [Fest. Cit.]. The name actually comes from feralis, feralis dies, a synonym, used in religious vocabulary, of funereus, that is linked to funeral ceremonies and rites in honor of the deceased (funus).

These ceremonies were held during the day [Sen. Ep. CXXII, 3] and were similar to those made during the funeral rites included sacrifices, libations calls inferiae (because dedicated to the Manes (Dii Inferi), or because he poured from the top down [Lyd. Mens. IV, 31]) and a banquet that was consumed in the “company” of the deceased [Ov. Fast. II, 565-66; Tert. De Test. Anim. IV; Spect. XIII; Sen. Cit .; Lyd. Cit.], probably similar to the one that occurred usually during the cremation or burial.

It was customary to bring gifts to the Dii Manes, each according to his possibility [Tib. II, 6, 31-32; Ov. Fast. II, 535-38; Verg. Aen. V, 96-98]: an offer very common was flowers or wreaths in prevalence violets, and lilies (or flowers from the color of blood, “purple”) [Ov. Fast. II, 538-540; Verg. Aen. V, 78; Sil. En. XVI, 308; Verg. Aen. VI, 883-86]. Other offeris left on the graves were grains of salt, ears, bread soaked in wine [Ov. Fast. II, 336-38; Plut. Cras. XIX], flour or perhaps some kind of soup, wine and blood of sacrifices [Lyd. Cit.], A kind of bean soup, puls fabata or otherwise beans [Plin. Nat. Hist. XVIII, 30, 118 ff]. These offers were placed in clay pots and, in the case of the part of the banquet that it was up to the Dii Manes, burned on pyres in the form of an altar, erected near the mounds [Ov. Fast. II, 538].

The sacrifices took place in the necropolis, at the mounds [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 96-99] and included cattle or sheep black bidentes [CIL XI, 1420; Verg. Aen. V, 82 – 83; Arnob. VII, 20]. It is not clear if it was burnt and then the victims were completely consumed by fire, as suggested by the inscription in CIL XI, 1420, or they were normal sacrifices in which only the exta were burned and meat consumed by the participants, as in Verg . Aen. V, 98 – 104. It ‘still attested that, in addition to the sacrifices, were held banquets including carni.

Libations (inferiae) included the blood of sacrificed animals, milk, honey and oil and were performed twice (or an even number of times), being offered to the Manes [Verg. Aen. V, 77-83; III, 66; Sil. En. XVI, 307-308; CIL XI, 1420; Lyd. Cit.], while invoking the souls of their loved ones.

We have no precise information about how it was composed of the banquet that was consumed on this occasion, but the hints we have, seems to have been very rich [Tert. De. Test. Anim. IV] (perhaps it was also considered a demonstration of wealth or of devotion, sumptuous banquets [Sen. Cit.]): Drunk there lentils [Plut. Cit.], Eggs [Juv. V, 84], molluscs [Lyd. Cit.], Probably the silicernium, a sort of sausage [Arnob. VII, 24] typical of funeral rites [No. 48, 9; Fest. 264] and drinking wine [Tert. For Test. Anim. IV].

In the Fasti, Ovid reminds Lara – Tacita, underworld Goddess, mother of the Lares, whose father, in the story of Ovid, is Mercury in his Psychopomp appearance. According Carandini Mercury appears in this story only because of a process of successive identifications, for he believes that the real father of the Lares should be Faunus (Mars or its ancestor), which also has underworld characters, and that to Greek influence, this deities would eventually be replaced by Pan and finally by Mercury, his father.

On the occasion of this feast Ovid [Ov. Fast. II, 571 – 82] tells of a magic ritual in which it is invoked Tacita Goddess: in addition to incense and wine, the ritual involves the use of beans, the food of the dead.  And on the fire they are burned small fish, menae, which in historical times, were an offer to the Gods Hades or replacement of ancient human sacrifices. Next is presented a myth about Tacita: It was Lara, a nymph (Plutarch Tacita one of Camenae, nymphs whose cult was introduced by Numa [Plut. Num. VIII]) who denounced Juno love between Juturna and Jupiter. As punishment, the Supreme God deprived her of the word, making it Muta, and he brought in the Underworld by Mercury. During the journey he raped her and she conceived the Lares [Ov. Fast. II, 609-16] (see Kal. Maj.). Tacit was thus a deity of the underworld, a place of silence (loca tacentia), where dwelt the Taciti Manes, the dead designated as those who do not speak. However, it is also Lara or Larunda [Lact. Inst. I, 20] and Mater Larum, considered chthonic deities generated by Mercury in its inferior aspect.

XIII KAL. MAR. (17) NP

QUIRINALIA

In questo giorno cadeva una festa dedicata al Dio Quirinus, i riti si svolgevano nel tempio sul colle Quirinalis, officiati dal flamen quirinalis.

Questo era anche l’ultimo giorno dei Fornacalia, il periodo in cui avveniva la tostatura del farro nei forni delle curie; il nome deriva da fornax, il forno dove era torrefatto il cereale o forse da una Dea Fornax [Ov. Fast. II, 525], divinizzazione dei forni. Si trattava di feriae conceptivae indette dal curio maximus e di un sacrum publicum pro curiis [Fest. 245]: ogni curia svolgeva i proprii rituali, sotto la supervisione del curione [Varr. L. L. V, 83]. Nell’ultimo giorno, tutte le curiae si riunivano nel Foro dove si svolgevano dei riti sotto la supervisione del curius maximus [Ov. Fest. II, 525 – 32]. Non sappiamo cosa accadesse precisamente, né quanto tempo durassero, è possibile che prendessero fino a 30 giorni, uno per ogni curia e che iniziassero nel mese di Januarius. L’unica informazione certa che abbiamo è che la conclusione del periodo festivo si aveva coi Quirinalia.

Viene fatta risalire a Numa, sia l’usanza di tostare il cereale, per conservarlo e purificarlo (annullandone il potere germinativo), così da renderlo adatto ad essere usato nei sacrifici [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7; 61] e a quelli alimentari (rimuovendone tramite tostatura la pellicola esterna coriacea e indigeribile), che l’istituzione delle feriae durante le quali si compiva questo processo. Secondo Brelich, durante i Fornacalia avveniva un’offerta primiziale del farro tostato dopo la quale diventava lecito, per la comunità, consumare il cereale, fino ad allora conservato nei magazzini comuni. Questa interpretazione, tuttavia, implica che tutto il cereale disponibile per l’alimentazione (escluso quello che era già stato prelevato per la semina invernale) fosse conservato per mesi dopo la mietitura senza poter essere usato a scopi alimentari.

Si può notare che in realtà la vera offerta primiziale del farro avveniva durante il periodo dei Lemuria, nel mese di Majus, poco prima della mietitura, quando le vestali raccoglievano le spighe non ancora mature e le sottoponevano ad un’azione rituale (la preparazione della mola salsa) che rappresentava l’intero ciclo a cui sarebbe stato sottoposto il seme dopo la mietitura (tostatura, macinazione, utilizzo della farina). In questo processo, esclusivamente religioso, si può vedere un’anticipazione di quello profano con cui si sarebbe prodotta la farina di farro ad uso alimentare e quindi lo si può ritenere a buon diritto, un’offerta primiziale, atta a rendere lecito l’utilizzo del cereale già dopo la mietitura. D’altra parte Ovidio, a proposito delle primizie del raccolto di farro, parla di un’offerta a Cerere, subito dopo la mietitura [Ov. Fast. II, 550] (praemetium [Fest. 318]), il che avrebbe dato la possibilità di consumare il cereale già in autunno. Questa informazione è confermata da un passo di Catone in cui, tra le operazioni che il villicus deve compiere prima della vendemmia, è inserita anche la macinazione del farro [Cato. Agr. XXIII; cfr. II, 4].

Plinio e Varrone [Plin. Nat. Hist. XVIII, 298; Var. R. R. I, 63; 69] riportano però che il farro, immagazzinato nei granai, non era consumato fino all’arrivo dell’inverno. Questa contraddizione può essere risolta pensando che questi autori si riferissero ai semi che erano stati messi da parte per la semina (che avveniva in autunno, nel mese di ottobre – novembre) e poi non utilizzati e che erano diventati disponibili per l’alimentazione.

Sappiamo anche che gli agronomi romani parlano anche di un farro “primaverile”32 che veniva seminato solitamente nel momento in cui ci si rendeva conto che la semina autunnale non avrebbe dato un raccolto sufficiente [Plin. Nat. Hist. XVIII, 50; 69 – 70; 205; Cato Agr. XXXV; Col. Agr. I, 6; II, 6, 2; II, 9, 5; II, 12, 7; Var. R. R. I, 27]. A questa semina tardiva erano associati gli auguria chiamati vernisera [Fest. 379]. Poiché i Fornacalia cadevano in un periodo in cui la semina primaverile era già stata decisa o anche compiuta, è possibile che il farro tostato in questa occasione fosse l’ultima parte di quello destinato alla semina, che era stato messo da parte fino alla fine dell’inverno, in attesa di decidere se vi fosse necessità di una seconda semina. Si sarebbe trattato quindi di una festa di chiusura della semina, volta a garantire che il farro mietuto nella stagione precedente, avrebbe dato un nuovo raccolto (non riservando una quota di cereale per la semina primaverile il raccolto avrebbe potuto non essere garantito e ci sarebbe stato il pericolo di carestia).

Il farro che avrebbe dato frutto nella stagione successiva, simboleggiava i Dii Parentes, gli antenati che avevano lasciato una discendenza che poteva onorarli, le cui festività cadevano in Februarius, nel periodo in cui avvenivano anche i Quirinalia. Simmetricamente il farro raccolto prematuramente ai Lemuria, simboleggiava i Lemures, i “morti anzitempo” che non avevano lasciato una discendenza che potesse compiere gli appropriati riti funebri e ne perpetuasse la memoria (vedi Lemuria).

Dopo la tostatura, il cereale veniva sacrificato nei pistrina (il luogo dove veniva macinato) delle case [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], dove venivano anche preparate delle focacce con il farro tostato e macinato. Dionigi di Alicarnasso suggerisce che si svolgesse anche un pasto comune nella sede di ogni curia, in cui ci si riuniva attorno a semplici tavole di legno e si usavano stoviglie e suppellettili di materiali poveri. Il primo farro tostato, sotto forma delle focacce preparate nelle case, assieme ad altre offerte (vino e primizie), era sacrificato agli Dei della curia (l’autore greco afferma che le tavole della curiae erano dedicate a Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; è possibile che, invece, le focacce fossero portate nel Foro per il rito comunitario dei Fornacalia e che Dionigi si riferisca ad un’altra ricorrenza.

Poiché fornax non indicava il forno domestico, fornus, bensì quello, di dimensioni maggiori, usato dagli artigiani, Delatte ha ipotizzato che Fornax non fosse in origine una Dea dei forni: il suo nome sarebbe un nome d’agente in –ax derivante da un’antica radice indoeuropea che avrebbe dato il latino fornus e il greco qermos, col significato di “dare calore”.

Chi non avesse fatto in tempo a partecipare al rituale nella propria curia, avrebbe potuto torrefare il proprio farro nel giorno dei Quirinalia, che, per questo era chiamato anche stultorum feriae. Possiamo rilevare che, mentre i Fornacalia erano celebrati da ciascuna curia separatamente, la loro conclusione, nei Quirinalia, era una celebrazione congiunta, senza più distinzioni, i membri delle curiae formavano un’unica entità sotto la protezione di Quirinus, personificazione del corpo civico nel suo insieme: *Co-uiri-nos, costruito a partire da un ipotetico *co-uiros da cui anche *co-uiria (curia) e *co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, da un lato, manifesta un legame con il farro e con la sopravvivenza e la prosperità della comunità che la disponibilità di questo cereale garantiva, dall’altro con i cittadini nel loro insieme, i Quirites, i membri delle gentes raggruppati e ordinati secondo il sistema curiato, che venivano così a formare un sistema organico, non monolitico, bensì unificato e articolato al tempo stesso.

Il calendario di Plemio Silvio, in questa data, pone anche l’uccisione di Romolo e anche Ovidio, nei Fasti, racconta in corrispondenza dei Qiuirinalia, la sua versione della leggenda sulla morte del fondatore di Roma [Ov. Fast. II, 481 – 512]. La tradizione più comune situa l’episodio all’inizio di Quinctilis, in relazione al Poplifugia, per cui i riferimenti, che troviamo in occasione dei Quirinalia, possono essere dovuti all’identificazione tra Romolo e Quirino; tuttavia è anche possibile che esistesse una tradizione minore che situava la morte o sparizione di Romolo in Februarius.

Quirino in Colle

Abbiamo notizia di un tempio dedicato a Quirino sul colle Quirinale [Fest. 255]: sarebbe stato votato dal dittatore L. Papirius Cursor nel 325 aev. e dedicato da suo figlio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Un’altra versione vuole che il tempio fosse stato richiesto da Romolo – Quirino apparendo a Proculus Julius [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; tuttavia il tempio era forse più antico, dato che gli annali ricordano una seduta del Senato al suo interno nel 435 aev. [Liv. IV, 21, 9]. Anche secondo Plinio, si trattava di uno dei più antichi edifici sacri della Città e davanti ad esso vi erano due piante di mirto, chiamate patricia e plebeia e si racconta che la prima crebbe vigorosa finché il Senato mantenne un potere forte, ma avvizzì durante le guerre sociali, mentre la seconda divenne sana e vigorosa [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

La data di dedica originale era il 17° Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], ma, dato che il tempio fu più volte danneggiato da fulmini ed incendi e sempre ricostruito [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], possediamo anche un’altra data, il 29° Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Abbiamo delle succinte descrizioni del tempio da Vitruvio e Marziale: era di ordine dorico, ottastilo, un pronaos e un portico nella parte posteriore; aveva 76 colonne: due file di 15 su ogni lato e due file di 8 alle estremità ed era circondato da un porticato [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. È stato ritrovato un rilievo del secondo secolo che rappresenta la facciata di questo tempio con Romolo e Remo che prendono gli auspici [Mitt. 1904, 27 – 29, 157 – 158; SScR I, 72 – 74; PT 229]. La localizzazione del tempio è stata oggetto di un lungo dibattito tra gli studiosi, oggi l’ipotesi più accreditata è che si trovasse nella zona dell’odierno Largo S. Susanna.

XIII Kal. Mar (17) NP

QUIRINALIA

On this day fell a festival dedicated to the god Quirinus, the rites were held in His temple on the Quirinalis hill and officiated by the flamen Quirinalis.

This was also the last day of Fornacalia, the period in which occurred the spelt roasting in the curiae ovens; the name comes from fornax, the oven where corn was roasted or perhaps from Fornax Goddess [Ov. Fast. II, 525], deification of the ovens. Fornacalia were feriae conceptivae called by the curius maximus and sacrum publicum pro Curiis [Fest. 245]: each curia pursued his own ritual, under the supervision of a curio [Varr. L. L. V, 83]. On the last day, all curiae gathered in the Forum where they carried out the rites under the supervision of the curius maximus [Ov. Fest. II, 525-32]. We do not know neither what happened nor how much they lasted, may be 30 days, one for each curia and so they started in the month of Januarius. The only reliable information is that the conclusion of the festive period was at Quirinalia.

The custom of toasting the cereal is traced to Numa, to store it and purify it (canceling the faculty of germination), thus making it suitable for use in sacrifices [Plin. Nat. Hist. XVIII, 7, 61] and in cooking (roasting by removing the outer skin leathery and indigestible); the feriae also are ascribed to NumaAccording Brelich, during the Fornacalia happened a first fruit offer of toasted spelled after which it became lawful for the community, to consume it. This interpretation, however, implies that all the cereal provided for feeding (excluding that which had already been withdrawn for the winter sowing) were preserved for months after harvesting without being useful for food purposes.

After roasting, the cereal was sacrificed in houses pistrina (the place was ground) [Fest. 83; Plin. Nat. Hist. XVIII, 8], where cakes with toasted barley and ground they were also prepared. Dionysius of Halicarnassus suggests that people play also a common meal in the home of each curia, gathered around a simple wooden tables. The first toasted spelt, in the form of cakes prepared in homes, together with any other offer (wine and fruits), was sacrificed to the curia Gods (the greek author states that the tablets of the curiae were dedicated to Juno Curitis [Dion. H. II, 50]) [Dion. H. II, 23]; it is possible that, instead, the buns were brought into court for the communal ritual of fornacalia and that Dionysius refers to another occasion.

Those who had not had time to participate in the ritual in their own Curia, might torsion test its spelled in the day of Quirinalia, which, for this was also called stultorum feriae. We noted that, while the Fornacalia were celebrated separately from each curia, their conclusion, at Quirinalia, was a joint celebration, members of the curiae formed a single entity under the protection of Quirinus, the personification of the civic body in a whole: * co-uiri-nos, constructed from a hypothetical * co-uiros which also co-* uiria (curia) * and co-uiri-tes (Quirites). Quirinus, on the one hand, it manifested a bond with spelled and with the survival and prosperity of the community that the availability of this cereal guaranteed, on the other hand with the citizens as a whole, the Quirites, members of the gentes grouped and sorted according curiato the system, which were thus to form an organic system, not monolithic, but unified and articulated at the same time.

Quirino in Colle

We have news of a temple dedicated to Quirinus on the Quirinal Hill [Fest. 255]: ite would have been voted by the dictator L. Papirius Cursor in 325 BCE and dedicated by his son in 293 BCE. [Liv. X, 46, 7; Plin. Nat. Hist. VII, 213]. Following another version the temple had been requested by Romulus – Quirinus appearing to Julius Proculus [Cic. Rep. II, 20; Leg. I, 3; Nat. Deor. II, 24, 62; Off. III, 41; Ov. Fast. II, 511; De Vir. Ill. II, 14]; however, it was very ancient, since the annals recall a session of the Senate in it in 435 BCE. [Liv. IV, 21, 9]. According to Pliny, it was one of the oldest religious buildings of the city and in front of it two myrtle trees stayed, called patricia and plebeian; people said that the first grew strong until the Senate maintained a strong power, but withered during social wars, while the second became healthy and vigorous [Plin. Nat. Hist. XV, 120].

The date of original dedication was on 17 Feb, Quirinalia, [CIL I, 310; ILLRP 9], but since the temple was repeatedly damaged by lightning and fire and always rebuilt [Liv. XXVIII, 2, 4; Cass. Dio. XLI, 14, 3; XLIII, 45, 3; LIV, 19, 4; Res Gest. XIX, 2], we have also another date, 29 Jun [Ov. Fast. VI, 795 – 96; CIL I, 212; 250].

Brief descriptions of the temple are in Vitruvius and Martial: it was doric, octastyl, with a pronaos and a porch in the back; he had 76 columns: two 15 files on each side and two 8 files at the ends and was surrounded by a colonnade [Vitr. III, 2, 7; Mart. XI, 1, 9]. A relief of the second century represents its facade with Romulus and Remus who take the auspices [Mitt. 1904, 27-29, 157-158; SSCR I, 72-74; PT 229]. The location of the temple has been the subject of much debate among scholars, the most accepted hypothesis today is that he was in the area of ​​today’s Largo S. Susanna.

NON.  FEB. (5) NP

Concordia in Arce

Il tempio di Concordia sull’Arx fu probabilmente votato dal pretore L. Manlio nel 218 aev dopo che ebbe domato una sedizione tra le sue truppe in Gallia Cisalpina [Liv. XXII, 33, 7; XXVI, 23, 4]. La costruzione iniziò nel 217 aev e fu dedicato alle Non. Feb. del 216 [Liv. XXIII, 21, 7; Hemerol. Praen. ad Non. Feb., Concordiae in Arce; CIL I2, 233; 309; ILLRP 9, Concordiae in Capitolio]. Si trovava forse sul lato est dell’Arx e guardava il grande tempio di Concordia sottostante.

 

Non. Feb. (5) NP

Concordia in Arce

The Temple of Concordia on Arx was probably voted by the Praetor L. Manlius, in 218 BCE, after he tamed a sedition among his troops in Gaul [Liv. XXII, 33, 7; XXVI, 23, 4]. Built from 217 BCE, it was dedicated at Non. Feb. 216 BCE [Liv. XXIII, 21, 7; Hemerol. Praen. of Not. Feb., Concordiae in Arce; CIL I2, 233; 309; ILLRP 9, Concordiae in Capitolio]. Perhaps it was on Arx east side and looked at the great temple of Concord below.

KAL. FEB. (1) N

Sacra Helerni

Secondo Ovidio [Ov. Fast. II, 67] in questo giorno i pontefici celebravano il Dio Helernus nel suo bosco sacro (lucus) nei pressi della foce del Tevere [Ov. Fast. VI, 105 – 107]. Questa divinità viene ancora menzionata alle Kal. Jun. a proposito di Carna, che sarebbe stata generata nel Suo bosco sacro. Quindi Helernus sarebbe in qualche modo il padre o Colui che genera Carna, onorata alle Kal. Jun., e queste sono le uniche informazioni che abbiamo su questo Dio.

Per comprendere la natura della relazione tra Helernus e Carna[1], dobbiamo riferirci al cibo consacrato a quest’ultima, le fave. Sappiamo infatti, dagli agronomi romani, che questa pianta era seminata due volte l’anno: in autunno, da ottobre a dicembre, così da avere un ciclo vegetativo “lungo” (matura, serotica) che comportava la raccolta a fine giugno [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; all’inizio di Februarius, in periodo di luna crescente, con un ciclo “breve”, di soli tre mesi (trimestralis), che permetteva la raccolta alla fine di Majus, in luna calante [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. Le feste delle due divinità sono quindi correlate con le fasi del ciclo della faba trimestralis (la cui qualità e produttività era considerata inferiore a quella della fava matura): Helernus ne tutelava il ciclo vegetativo ed era venerato prima della semina, affinché le piante crescessero rigogliose e dessero frutti abbondanti; Carna, presiedeva al suo uso alimentare, per cui, dopo la raccolta, le era offerta sotto forma di purea (vedi Kal. Jun.), cioè di frutto lavorato. Questa associazione è confermata, secondo Dumézil, dalla derivazione del nome Helernus da holus, legumi verdi, fave, di cui è attestata anche la forma arcaica helus [Fest. 100]; a sua volta il termine romano deriverebbe da una radice indoeuropea che indicava in generale le piante verdi.

La fava era spesso associata ai morti e ai fantasmi[2], che si pensava se ne cibassero e compare in alcuni rituali dedicati a divinità infere (Tacita Muta, Lemuria), per cui è possibile che anche Helernus avesse questo carattere. In Festo, alla voce furvum, troviamo citato il sacrificio di un bue nero ad Aternus [Fest 93], è possibile che il nome della divinità sia un errore dei manoscritti e che il passo si riferisca a Helenus; in questo caso avremmo la conferma che si tratta di questa ipotesi.

 

Sempre Ovidio [Ov. Fast. II, 69 – 70], in questo giorno, menziona sacrifici di un ovino di due anni a Giove (nel tempio dedicato a Juppiter Tonans da Augusto e sulla cima dell’Arx) e nell’aedes Vestae.

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

Il tempio si trovava nel Foro Olitorio e fu votato nel 197 aev dal console C. Cornelius Cethegus durante la guerra contro gl’Insubri [Liv. XXXII, 30, 10] e dedicato nel 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] alle Kal. Feb. [ILLRP 9], tuttavia, sulla divinità tutelare, non vi è accordo tra gli studiosi: Livio, infatti riporta che Cethegus dedicò il tempio a Juno Matuta, mentre Ovidio situa il tempio di Juno Sospita sul Palatino [Ov. Fast. II, 55], il che sarebbe stato impossibile trattandosi di una divinità non romana, bensì introdotta da Lanuvio. È quindi probabile che entrambi gli autori abbiano commesso un errore e che il tempio edificato da Cethego nel Foro Olitorio fosse quello di Juno Sospita. Cicerone afferma che L. Julius, console nel 90 aev restaurò il tempio in seguito ad un sogno di Cecilia, figlia di Q. Cecilius Metellus Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. É generalmente identificato col più piccolo tra i tre templi (gli altri due dedicati a Spes e Janus) che si trovano affiancati sotto l’odierna chiesa di S. Nicola in Carcere: si tratta di una struttura di ordine dorico, esastilo, anfiprostilo e peripterale in travertino; cinque delle sue colonne sono incluse nel muro sud dell’edificio cristiano.

 

KAL. February (1) N

sacra Helerni

According to Ovid [Ov. Fast. II, 67] in this day the pontefices celebrated the God Helernus in His sacred grove (Lucus) near the mouth of the Tiber [Ov. Fast. VI, 105-107]. This deity is still mentioned at Kal. Jun. about Carna, which would have been generated in His sacred grove. So Helernus would be somehow the father or one who generates Carna.

To understand the nature of the relationship between Helernus and Carna, we must refer to their consecrated food, the broad beans. We know, by the Roman agronomists, that this plant was sown twice a year: in the autumn, from October to December, so to have a vegetative cycle “long” and collection in late June [Colum. Agr. II, 2, 10; II, 2, 50; Plin. Nat. Hist. XVIII, 257]; but also in earlier Februarius, with a “short” cycle, lasting only three months (trimestralis), that allowed the collection at the end of Majus [Colum. Agr. II, 9, 8; II, 10, 9 – 12; Pallad. XII, 1, 3; Verg. Georg. I, 215; Macr. Sat. I, 12, 33; Plin. Nat. Hist. XVIII, 12; XVIII, 30]. The parties of the two deities are then correlated with the stages of the faba trimestralis cycle (whose quality and productivity was considered inferior to that of the mature bean): Helernus protected the vegetative cycle and was worshiped before planting, so that plants grow luxuriant and they gave abundant fruit; Carna, presided at his food use, so, after the harvest, beans were offered in the form of puree, that is, processed fruit.

This association is confirmed, according to Dumezil, the derivation of the name from Helernus Holus, green leafy vegetables, beans, which is also attested to the archaic form Helus [Fest. 100]; in turn the Roman term derives from a root that indicated in general caucasian green plants.

Always Ovid [Ov. Fast. II, 69-70], in this day mentions sacrifice of a sheep than two years to Jupiter (the temple dedicated to Jupiter Tonans by Augustus and on top dell’Arx) and nell’aedes Vestae.

 

Junoni Sospitae Matri Reginae in Foro Olitorio

The temple was located in the Forum Olitorius, it was voted in 197 BCE by the consul C. Cornelius Cethegus during the war against Insubrians [Liv. XXXII, 30, 10] and dedicated in 194 [Liv. XXXIV, 53, 3] at Kal. Feb. [ILLRP 9] However, about the tutelary deity, there is no agreement among scholars: Livius, in fact reports that Cethegus dedicated the temple to Juno Matuta, while Ovid situates the temple of Juno Sospita on the Palatine [Ov. Fast. II, 55], which would have been impossible since it is a non-Roman deities, but introduced from Lanuvius. It is therefore likely that both authors have made a mistake and that the temple built by Cethegus was to Juno Sospita. Cicero says that Julius L., consul in 90 BCE restored the temple following a dream of Cecilia, daughter of Q. Metellus Cecilius Balearicus [Cic. Div. I, 4, 99; Obseq. LXXV]. It is generally identified with the smallest of the three temples (the other two dedicated to Spes and Janus) located side by side under the today’s church of St. Nicholas in Prison: it is a command structure Doric hexastyle, amphiprostyl and peripteral travertine; five of its columns are included in the south wall of the Christian building.

[1] G. Dumézil –  Fêtes romaines d’été et d’automne (1975), pp. 225 segg.

[2] L. Pedroni – I Fabi, Remo e le fave: assonanze e suggestioni in Faventia 32 – 33, 2010 – 2011 pgg 59 – 72