EID. FEB. (13) NP

Fauno in Insula

Jovi Jurario in Insula?

Il tempio di Faunus era situato nell’angolo nord dell’Isola Tiberina [Ov. Fast. II, 193 – 94] a causa del carattere non urbano del Dio e fu votato dagli edili Cn. Domitius Enobarbus e C. Scribonius Curio nel 196 aev; la sua costruzione fu finanziata con le multe comminate a coloro i quali avevano condotto greggi sui terreni pubblici [Liv. XXXIII, 42, 10]. Fu dedicato nel 194 aev da Domitius [Liv. XXXIV, 53, 4] alle Eid. Feb. [Ov. Cit.; Hemerol. Esq. ad Id. Feb.; CIL I², 210; VI, 2302; ILLRP 9]. Vitruvio lo cita come esempio di edificio a prostilo [Vitr. Arch. III, 2,3], tuttavia si riferisce ad un tempio dedicato a Faunus e Juppiter: è possibile che si tratti di Juppiter Jurarius, nominato in un’iscrizione [CIL VI, 379] rinvenuta nel lato nord dell’Isola. Non abbiamo altre informazioni su questo culto, né sappiamo se la dedica originale del tempio fosse ad entrambe le divinità (molto improbabile), o se Juppiter sia stato aggiunto successivamente come titolare dell’edificio sacro, oppure se si trattasse di due templi differenti (ipotesi più probabile).

Parentatio tumulorum incipit

Alla sesta ora di questo giorno [Lyd. IV, 29] iniziava il periodo dedicato al culto dei morti [Cal. Pol. Sil. CIL I, 269] che si concludeva, dopo nove giorni, il 21 (Feralia, secondo Ovidio [Ov. Fast. II, 569]) o il 22 (cara cognatio, secondo Lido [Lyd. Mens. IV, 29]), cioè dopo un intervallo di durata uguale ai novendiales che ogni famiglia celebrava in occasione di un lutto. In questi giorni i Romani si recavano alle tombe dei proprii cari per compiere dei rituali in onore degli avi defunti (che venivano ritenuti sia un dovere da parte dei vivi, che un diritto da parte dei morti, viene infatti viene usato il termine jus, quindi più che un dovere in senso morale, si tratta quasi di una prescrizione delle leggi sacre) parte integrante della pietas che univa gli antenati ai proprii discendenti (non a caso, secondo Ovidio, questi rituali furono inaugurati da Enea, vedi Feralia) e chiamati parentatio [Cic. Leg. II, 21, 54], da parentes, il padre e la madre, ma, nel linguaggio giuridico, anche gli antenati fino al terzo grado [Fest 221].

… divini cioè Dei, poiché, presso i Romani, i defunti erano chiamati Dei Parentes dai loro figli… [Serv. Aen. V, 47]

Parentes usque ad tritavum apud romanos proprio vocabulo nominantur: ulteriores qui non habent speciale nomen maiores appellantur: item liberi usque ad trinepotem: ultra hos posteriores vocantur… [Paul. Dig. XXXVIII, 10, 10, 7]

L’istituzione di questa festa viene fatta risalire genericamente a Numa [Aus. Parent. Pref.; Macr. Sat. I, 13, 3], ma, secondo Ovidio, [Ov. Fast. II, 543 – 45] fu Enea ad introdurre l’usanza di commemorare i defunti (parentatio), portando annualmente dei doni al Genius di suo padre. In seguito, il trascurare le prescrizioni religiose riguardanti i defunti, causò la loro ira e le anime degli avi iniziarono a vagare per la città di Roma [Ov. Fast. II, 547 – 54]. Il ripristino delle dovute cerimonie pacificò i defunti e ristabilì il normale ordine della città.

I Parentalia duravano otto giorni, così quanto durava il lutto e si concludevano il nono (Feralia) con i riti veri e proprii ed i banchetti, così come il periodo di lutto terminava il nono giorno con la cena novendialis (che si svolgeva 9 giorni dopo la sepoltura e chiudeva i riti). Tutti i giorni compresi in questo intervallo erano dies religiosi, quindi i templi erano chiusi, sugli altari non ardevano fuochi, era vietato sposarsi e i magistrati deponevano le loro insegne. Si trattava di celebrazioni privare che ogni famiglia compiva presso le tombe dei propri antenati fuori dalle città. Solo il primo e l’ultimo giorno si svolgevano feste pubbliche: la misteriosa parentatio delle vestali e i Feralia.

Parentatio virgo vestalis

In questo giorno, avveniva anche una parentatio compiuta dalla vestale massima. Non sappiamo esattamente di cosa si trattasse; alcuni autori, sulla base di un passo di Calpurnio Pisone [Calp. Piso Fr 5 P apud Dion. H. II, 40], hanno pensato che si svolgesse una cerimonia in onore di Tarpeia, ritenuta antenata delle vestali; tuttavia non vi sono prove di questa connessione, né le fonti sono concordi nel ritenere Tarpeia una vestale.

Secondo un’altra teoria è possibile che in questa data si svolgesse un rito molto arcaico e poco noto, di cui abbiamo testimonianza solo in autori tardo-antichi o medioevali. Prudenzio accenna al sacrificio di ovini, con funzione purificatrice, (‘lustrales… pecudes’) compito dalle vestali sotto terra [Prud. Contra Sym. II, 1106 – 1108], mentre Tertulliano, al fatto che le vestali avessero la cura, oltre che del fuoco sacro, anche di un serpente [Tert. Ad uxor. I, 6, 3]. Altri testi più tardi aggiungono maggiori dettagli, affermando che una vestale portava delle offerte, in un antro sotto il Campidoglio, ad un serpente che vi dimorava, purtroppo però non sappiamo in che periodo questo accadesse, né le fonti sono concordi sul fatto che si svolgesse una volta all’anno.

Un rito analogo è attestato a Lanuvio [Ael. Hist. Anim. XI, 16; Prop. IV, 8, 1 – 14], associato al santuario di Juno Sospita, o a Vesta [Ps. Plut. Paral. Min. XIV] ed avveniva all’inizio della primavera (che, ricordiamolo, per i Romani cominciava, con l’arrivo del favonio o zefiro, dopo le nonae di Februarius [Varr. R. R. I, 28; Col. XI, 2]): una vergine (o una sacerdotessa vergine) portava delle offerte ad un serpenta all’interno di una profonda grotta. L’animale poteva accettarle o rifiutarle (le fonti riportano due versioni leggermente diverse), il primo caso, era auspicio di un anno fecondo [Prop. IV, 8, 14]. Anche qui, tuttavia, non abbiamo abbastanza elementi per confermare la relazione tra questo rito e la parentatio delle vestali.

Tolti i riferimenti più fantasiosi, i passi citati precedentemente potrebbero riferirsi ad un qualche rituale che le vestali compivano in una camera sotterranea e questo potrebbe alludere ad offerte funebri che, in questa occasione, il pontefice massimo e la vestale massima compivano per i Manes delle vestali che erano state sepolte vive perché colpevoli di empietà [Plut. Q. R. 96]. La cerimonia si svolgeva nella camera sotterranea in cui esse erano chiuse e lasciate morire e, oltre alla parentatio vera e propria, comprendeva anche l’offerta di vittime purificatorie, poiché la morte di queste donne, seppur per una sacratio, era comunque vista come la violazione di qualcosa di consacrato.

Un’altra chiave di lettura potrebbe essere cercata nell’idea che le vestali, in questa data, compissero una publica parentatio, cioè fossero incaricate di fare offerte, a nome dell’intero popolo romano a colui che era ritenuto il parens della stirpe romana, cioè Romolo. Quest’ipotesi trova sostegno in un passo di Livio che, descrivendo la scomparsa del fondatore della città, scrive che gli juvenes, decretarono che fosse onorato come Deus e Parens del popolo romano [Liv. I, 16, 3]

deinde a paucis initio facto deum deo natum, regem parentemque urbis Romanae salvere universi Romulum iubent; pacem precibus exposcunt, uti volens propitius suam semper sospitet progeniem … poi, per iniziativa di alcuni, tutti proclamarono che bisogna salutare in Romolo un Dio nato da un Dio, è il re e il padre di Roma. Implorano il suo favore affinché, benevolo e propizio, protegga la loro discendenza…

In questo caso le vestali avrebbero agito per dell’intero popolo romano, inteso come discendente di Romolo, coerentemente col fatto che esse rappresentavano le figlie del rex (in relazione alla più arcaica struttura dei sacerdozi romani), quindi per traslazione, le figlie di Romolo.

Parentatio Junii Bruti Majoris

Secondo Giovanni Lido [Lyd. Mens. IV, 29], in questo giorno le matrone soltanto (ovvero l’ordo matronarum) compivano dei riti in onore dei Manes di Junius Brutus Major (parentatio), colui che cacciò Tarquinio Superbo e fondò la Repubblica. Secondo l’autore bizantino, la devozione delle matrone verso Bruto era estremamente antica e risaliva alle origini della Repubblica, tanto che esse erano anche chiamate Brutae in suo onore. L’aition viene trovato nel fatto che Bruto vendicò l’onore di Lucretia, violato da Tarquinio, figlio dell’ultimo re, reputando l’onore di una donna più importante della dignità reale [Lyd. Mens. IV, 29].

 

EID. February (13) NP

Fauno in Insula

Jovi Jurario in Insula

The temple of Faunus was located in the north of the Tiber Island [Ov. Fast. II, 193-94] because of the non-urban character of God and it was voted by Cn. Domitius Enobarbus and C. Curio Scribonius in 196 BCE; its construction was financed by fines imposed on those who had led herds on public lands [Liv. XXXIII, 42, 10]. It was dedicated in 194 BCE by Domitius [Liv. XXXIV, 53, 4] at Eid. Feb. [Ov. cit .; Hemerol. Esq. To Id. February .; CIL I², 210; VI, 2302; ILLRP 9]. Vitruvius cites it as an example of building prostyle [Vitr. Arch. III, 2,3], however, he refers to a temple to Faunus and Jupiter that can be Juppiter Jurarius, named in an inscription [CIL VI, 379] found in the north side of the island. We have no other information on this cult, nor do we know if the original dedication of the temple was to both deities (very unlikely), or if Jupiter was later added as a holder of the sacred building, or if they were two different temples (hypothesis more likely).

 

Parentatio tumulorum opening words

At the sixth hour of this day [Lyd. IV, 29] began the period devoted to the cult of the dead [Cal. Pol. Sil. CIL I, 269] which concluded, after nine days, on 21 (Feralia, according to Ovid [Ov. Fast. II, 569]) or 22 (cara cognatio, according Lidus [Lyd. Mens. IV, 29]), after a time interval equal to the novendiales celebrated by families in occasion of a death. On these days Romans went to the graves to perform the rituals in honor of deceased ancestors, an integral part of the piety that linked the ancestors to descendants (in fact, according to Ovid, these rituals were inaugurated by Aeneas), called parentatio [Cic. Leg. II, 21, 54], as parentes, were the father and mother, or, in legal language, even the ancestors to the third degree [Fest 221].

… Of the divine that is because, among the Romans, the dead were called Gods Parentes from their children … [Serv. Aen. V, 47]

… Parentes usque ad tritavum apud romanos proprio vocabulo nominantur: ulteriores qui non habent speciale nomen maiores appellantur: item liberi usque ad trinepotem: ultra hos posteriores vocantur… [Paul. Dig. XXXVIII, 10, 10, 7]

The establishment of this feast is made generally traced back to Numa [Aus. Parent. Pref .; Macr. Sat. I, 13, 3], but, according to Ovid, [Ov. Fast. II, 543-45] Enea introduced the custom of commemorating the dead (parentatio), annually bringing gifts to his father’s Genius. Later, neglecting the religious requirements for the dead, caused their anger and the ancestors’ souls began to wander around the city of Rome [Ov. Fast. II, 547-54]. The restoration of due ceremonies pacified the dead and restored the normal order of the city.

The Parentalia lasted eight days, as well as mourning lasted and ended the ninth (Feralia) with the true rites and banquets, as well as the period of mourning ended on the ninth day with novendialis dinner (which took place nine days after burial rites and closed). Every day in this range was dies religious, so temples were closed, no fire burned on the altars, it was forbidden to marry and the judges deposed their standards. It was a celebration that every family performed at the tombs of her ancestors out of the city. Only the first and last days were public festivals.

Parentatio virgo vestalis

On this day, it also occurred a parentatio accomplished by the maximum vestal. We do not know exactly what it was; some authors, based on a step of Calpurnius Piso [Calp. Flat Fr 5 P apud Dion. H. II, 40], have thought to a ceremony in honor of Tarpeia, considered the ancestor of the vestal virgins; however there is no evidence of this connection, nor the sources are in agreement on Tarpeia being a vestal.

According to another theory it is possible that a very archaic and little known ritual, mentioned only in late ancient and medieval authors. Prudentius alludes to the sacrifice of sheep, with purifying function, (‘lustrales … pecudes’) by the vestals in underground [Prud. Contra Sym. II, 1106 – 1108], while Tertullian, to the fact that the vestal virgins had the cure, as well as the sacred fire, even of a snake [Tert. For uxor. I, 6, 3]. Others later texts add more details, saying that a vestal carrying of tenders, in a cavern beneath the Capitol, to a snake that lived there, but unfortunately we do not know at what time this happened, nor the sources are in agreement that should take place once a year.

A similar ritual is attested in Lanuvium [Ael. Hist. Anim. XI, 16; Prop. IV, 8, 1 – 14], associated with the shrine of Juno Sospita, or Vesta [Ps. Plut. Paral. Min. XIV] and occurred in early spring (which, remember, for the Romans began the after Nonae of Februarius [Varr. RR I, 28; Col. XI, 2]): a virgin (or a virgin priestess) bore the offerings to a snake inside a deep cave. The animal could accept or reject them (the sources give two slightly different versions), the first case was hope for a fruitful year [Prop. IV, 8, 14]. Even here, however, we do not have enough elements to confirm the relationship between this rite and parentatio the vestal virgins.

Removed the most imaginative references, the passages quoted above could refer to some ritual that the vestal virgins were making in an underground chamber and this may allude to funeral offerings for Manes of vestals who had been buried alive because they were guilty of impiety [Plut. Q. R. 96]. The ceremony took place in the underground chamber in which they were closed and left to die and, in addition to real parentationes, included the offer of purificatory victims, since the death of these women, albeit for a sacratio, it was still seen as the violation of something sacred.

Another interpretation could be sought in the idea that the vestal virgins, on this date, did a publica parentatio, that they were entrusted to bid on behalf of the entire people to the man who was considered the parens of the Roman race, ie Romulus. This hypothesis finds support in a passage in which Livy, describing the death of the founder of the city, writes that the Juvenes, decreed that it was honored as Deus and Parens of the Roman people [Liv. I, 16, 3]

In this case the vestal virgins would act to the entire Roman people, understood as a descendant of Romulus, consistent with the fact that they represented the daughters rex (in relation to the archaic structure of the Roman priesthoods), then by translation, the daughters of Romulus .

Parentatio Junii Brutes Majoris

According to Giovanni Lido [Lyd. Mens. IV, 29], on this day the only matrons (or the ordo matronarum) were making the rites in honor of the Manes of Junius Brutus Major (parentatio), who drove Tarquin Superbus and established the Republic. According to the Byzantine author, devotion of the matrons to Brutus was extremely ancient and dates back to the origins of the Republic, so that they were also Brutae calls in his honor. The aition is found in the fact that Brutus avenged the honor of Lucretia, raped by Tarquinius, son of the last king, considering it the honor of a most important woman of the royal dignity [Lyd. Mens. IV, 29].

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