KAL.  MAJ. (1) F

Sacrum Majae

Il flamen volcanalis offriva a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]. Secondo Giovanni Lido questo rito aveva lo scopo di scongiurare i terremoti [Lyd. Mens. IV, 76]. Continua a leggere KAL.  MAJ. (1) F

III NON. DEC. (3) N

Sacra Bonae Deae

Le cerimonie religiose in onore di Bona Dea, erano uno dei culti ufficiali dello Stato Romano [Suet. Jul. VI, 3; Cas. Dio. XXXVII, 35, 4], si svolgevano infatti pro Populo Romano o pro salute Populi Romani [Cic. Att. I, 12, 3; I, 13, 3; Har. Resp. XVII, 37; VI, 12; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 336 Orelli]. Erano anche l’unica celebrazione che era permesso compiere di notte alle matrone [Cic. Leg. II, 9, 21].

Il nome della divinità a cui era rivolto il culto, Bona Dea, era in realtà un perifrasi per non usare il nome segreto della Dea, noto soltanto agl’iniziati e che non poteva in nessun caso essere pronunciato da un uomo  [Serv. Aen. VIII, 314; Lact. Inst. I, 22, 9; Cic. Har. Resp. XVII]. Secondo Macrobio nei libri dei pontefici era identificata con Fauna e aveva come indigitamenta Ops e Fatua [Macr. Sat. I, 12, 22 – 23].

Lo stesso autore riporta altre teorie sulla Sua identità: secondo Cornelio Labeone Essa era identificabile con Maja e Tellus [Macr. Sat. I, 12, 21]; altri autori reputavano che fosse Proserpina o Juno, poiché le si sacrificava una scrofa ed era raffigurata con lo scettro; altri ancora la identificavano con divinità greche: Ecate Ctonia, Semele, Medea o Gynaikeia [Macr. Sat. I, 12, 26 – 27]. Fauna e Fatua o Fenta e Fatua erano suoi nomi anche secondo altri eruditi romani [Gab. Bas. apud Lact. Inst. I, 22; Sext. Clod. apud Arnob. Adv. Nat. V, 18]. Plutarco riprende l’accostamento con Gynaikeia e con Fauna e la collega ai culti orfici, facendone la madre innominabile di Dioniso (probabilmente in base al mito secondo cui essa era figlia di Faunus, vedi oltre) [Plut. Caes. IX, 4]. In alcune iscrizioni era associata a divinità guaritrici: Hygeia [CIL VI, 74] o Valetudo [CIL VI, 20747]

La tradizione mitica identificava Bona Dea con Fauna, moglie (e sorella) o figlia di Faunus. Esempio delle virtù matronali, era rinomata soprattutto per la sua pudicizia, al punto che nessun uomo, al di fuori di Faunus, l’aveva mai vista e nemmeno aveva pronunciato il suo nome; questo sarebbe stato il motivo per cui nessun uomo poteva essere presente ai suoi riti, né pronunciare il suo vero nome [Tert. Ad. Nat. II, 9; Lact. Inst. I, 22; Serv. Aen. VIII, 314; Macr. Sat. I, 12, 27]. Secondo una versione del mito, la moglie di Faunus bevve di nascosto del vino; il marito, avendolo scoperto, furioso, la colpì con verghe di mirto fino ad ucciderla. Preso poi dal rimorso, Le accordò onori divini e così divenne Bona Dea. Questi elementi avrebbero spiegato sia l’interdizione del mirto dai luoghi di culto della Dea, che la proibizione di nominare il vino [Plut. Q. R. 20; Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18]. Secondo un’altra versione Faunus tentò di sedurre la figlia che rifiutò di concedersi, allora il padre tentò di farla ubriacare con del vino per poi abusare di Lei, ma Fauna non cedette ancora. Faunus la picchiò con verghe di mirto, ma senza ottenere nulla; alla fine, trasformatosi in serpente, riuscì ad unirsi a Lei [Macr. Sat. I, 12, 24]. Questo racconto avrebbe spiegato, oltre all’interdizione del mirto, il falso nome con cui era usato il vino e l’importanza del serpente nel culto della Dea.

In un altro mito, raccontato da Properzio, il culto di Bona Dea sarebbe già stato praticato nel Lazio all’epoca della venuta di Ercole; essendo l’Eroe arrivato ad un bosco sacro alla Dea ed essendogli stato vietato di assistere ai riti che vi si svolgevano, per contrappasso, avrebbe escluso le donne dalle cerimonie dell’Ara Maxima [Prop. IV, 9, 23 – 30; 51 – 60; Macr. Sat. I, 12, 27 – 28].

I riti di December non si svolgevano nel tempio della Dea sull’Aventino (vedi KAL. MAJ.), bensì nella casa di un console o di un pretore (cioè di un magistrato cum imperio) [Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 7; Cas. Dio. XXXVII, 45, 1; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 336 Orelli] ed erano rigorosamente interdetti agli uomini [Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 329 Orelli; Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 6; Cic. XXVIII, 2], per questo motivo, tutti i maschi, sia liberi che schiavi lasciavano la casa e venivano coperte statue o dipinti che rappresentassero personaggi maschili [Plut. Caes. IX, 7; Q. R. 20; Cic, XIX, 4; Juv. 6, 339 – 341]; questa interdizione accomuna Bona Dea a Vesta. La cerimonia era presieduta dalla moglie del padrone di casa [Plut. Caes. IX, 7; Cic. XIX, 5] e vi partecipavano le matrone più nobili della città e le vestali [Cic. Har. Resp. XVII, 37; Mil. XXVII, 72; Cic, Att. I, 13, 3; Plut. Cic. XIX, 5; Cic XX, 2 – 3; Cass. Dio XXXVII, 45]. Si trattava di rituali segreti [Cic, Har. Resp. XVII; Sen. Luc. XCVII, 2; Fest. 68; Lact. Inst I, 22, 9; Juv. VI, 314; Plut. Caes. XIX] che già in epoca imperiale avevano fama di essere molto decaduti [Juv. VI, 314 – 336; Ovid. A. A. 637 – 38].

Dalle testimonianze che ci sono pervenute è possibile ricostruire alcuni elementi del rituale: le donne ornavano il luogo dove si svolgeva con piante e ghirlande di foglie, potevano essere usate tutte le essenze, ad esclusione del mirto che era interdetto al culto della Dea; al contrario la vite Le era particolarmente gradita ed ornava anche la sua statua nel tempio sull’Aventino [Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q.  R. 20; Caes. IX, 5]. Per le libagioni veniva introdotta un’anfora velata chiamata “vaso del miele”, che conteneva però vino, a sua volta chiamato “latte” [Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q.  R.  20]: questo mascheramento dell’uso del vino può essere dovuto all’interdizione, esistente in tempi arcaici, per le donne di bere vino o di usarlo per compiere libagioni . Macrobio parla del sacrificio di una scrofa [Macr. Sat. I, 12, 20; Juv. Sat. II, 86], mentre Plutarco aggiunge che veniva suonata musica e si svolgevano danze e giochi [Plut. Caes. IX, 8; X, 2; Prop. IV, 9, 23 – 26]. Forse erano presenti dei serpenti, considerati l’animale favorito della Dea, tanto da essere allevati nel suo tempio [Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Caes. IX, 5]. Festo riporta che il nome della Dea era Damia e quindi il sacrificio era chiamato damium, e la sua sacerdotessa damiatrix [Fest. 68], tuttavia questo epiteto è forse legato ad una divinità portata a Roma da Taranto dopo la presa della città nel 272 aev.

Le raffigurazioni, di epoca tarda, La rappresentano come una divinità matronale seduta sul trono, velata e con la patera in una mano e la cornucopia dell’abbondanza nell’altra; quest’ultimo attributo era caratteristico di Fortuna e può essere presente a causa di un sincretismo tra le due Dee, secondo Macrobio, infatti, Bona Dea teneva uno scettro [Macr. Sat. I, 12, 25] e non la cornucopia. Lo stesso autore, assieme a Plutarco [Plut. Caes. IX, 6], afferma che ai piedi dell’immagine della Dea, si trovava un serpente fatto confermato dalle rappresentazioni iconografiche dove il serpente o si trova ai piedi della Dea, o beve da una coppa che Essa tiene in mano.

 

Sacrum Bonae Deae

Religious ceremonies in honor of Bona Dea, was one of the official religions of the Roman Empire [Suet State. Jul. VI, 3; Cas. God. XXXVII, 35, 4], took place in fact pro Populo Romano or pro Health Populi Romani [Cic. Att. I, 12, 3; I, 13, 3; Har. Resp. XVII, 37; VI, 12; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. Orelli pg 336]. They were also the only celebration that was allowed to make night matrons [Cic. Leg. II, 9, 21].

The name of the deity to whom it was addressed worship, Bona Dea, was actually a paraphrase for not using the secret name of the Goddess, known only agl’iniziati and could not under any circumstances be pronounced by a man [Serv. Aen. VIII, 314; Lact. Inst. I, 22, 9; Cic. Har. Resp. XVII]. According to Macrobius in the books of the pontiffs he was identified with Fauna and had as indigitamenta Ops and Fatua [Macr. Sat. I, 12, 22 – 23].

The same author reports other theories about his identity: according Cornelio Labeone It was identified with Maja and Tellus [Macr. Sat. I, 12, 21]; other authors they deemed it was Proserpina or Juno, because they killed a pig and was depicted with a scepter; others identified with the Greek gods: Hecate chthonic, Semele, Medea or Gynaikeia [Macr. Sat. I, 12, 26-27]. Fauna and Fatua or Fenta and Fatua were his names also according to other Roman scholars [Gab. Bas. apud Lact. Inst. I, 22; Sext. Clod. apud Arnob. Adv. Nat. V, 18]. Plutarch takes up the combination with Gynaikeia and Fauna and connects the Orphic cults, making it the unnamable mother of Dionysus (probably based on the myth that it was the daughter of Faunus, see below) [Plut. Caes. IX, 4]. In some inscriptions he was associated with healing deities: Hygeia [CIL VI, 74] or Valetudo [CIL VI, 20747]

The mythical tradition identified with Bona Dea Fauna, wife (and sister) daughter of Faunus. Example of the virtues matronly, was especially known for his modesty, to the point that no man, outside of Faunus, had never seen nor had pronounced his name; This would be the reason why no man could be present to its rites, nor pronounce his real name [Tert. A.D. Nat. II, 9; Lact. Inst. I, 22; Serv. Aen. VIII, 314; Macr. Sat. I, 12, 27]. According to one version of the myth, the Faunus wife secretly drank wine; her husband, having found out, furious, struck her with myrtle rods up to kill her. Then taken by remorse, Le granted divine honors and so became Bona Dea. These elements would explain both the interdiction of myrtle from the places of worship of the Goddess, that the prohibition of appointing wine [Plut. Q. R. 20; Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18]. According to another version Faunus tried to seduce the daughter who refused to indulge, then the father tried to get her drunk with wine before abusing her, but did not give Fauna yet. Faunus beat her with myrtle rods, but without getting anything; eventually turned into a serpent, he was able to join you [Macr. Sat. I, 12, 24]. This story would explain, over the interdiction of the myrtle, the false name that was used the wine and the importance of the snake in the worship of the Goddess.

n another myth, told by Properzio, the cult of Bona Dea has already been practiced in England at the time of the coming of Hercules; being the Hero came to a wood sacred to the Goddess and, having been banned from attending the rituals that took place there, in retaliation, he excluded women from the ceremonies Ara Maxima [Prop. IV, 9, 23 – 30; 51-60; Macr. Sat. I, 12, 27 – 28].

The December non rites were held in the temple of the goddess on the Aventine (see KAL. MAJ.), But in the house of a consul or a magistrate (that of a magistrate cum imperio) [Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 7; Cas. Dio. XXXVII, 45, 1; Schol. Bob. In Clod. Et Cur. Orelli pg 336] and were strictly forbidden to men [Schol. Bob. In Clod. Et Cur. pg 329 Orelli; Cic. Har. Resp. XVII; Plut. Caes. IX, 6; Cic. XXVIII, 2], for this reason, all males, both free and slaves left the house and were covered statues or paintings that represent male characters [Plut. Caes. IX, 7; Q. R. 20; CIC, XIX, 4; Juv. 6, 339-341]; this interdiction unites Bona Dea Vesta. The ceremony was chaired by the wife of the landlord [Plut. Caes. IX, 7; Cic. XIX, 5] and attended there the noblest matrons of the city and the vestal virgins [Cic. Har. Resp. XVII, 37; Mil. XXVII, 72; Cic, Att. I, 13, 3; Plut. Cic. XIX, 5; CIC XX, 2-3; Cass. Dio XXXVII, 45]. These were secret rituals [CIC, Har. Resp. XVII; Sen. Luc. XCVII, 2; Fest. 68; Lact. The Inst, 22, 9; Juv. VI, 314; Plut. Caes. XIX] already in imperial times they had the reputation of being very fallen [Juv. VI, 314-336; Ovid. A. A. 637-38].

From the evidence we have received is possible to reconstruct some elements of the ritual: women decorated the place where it took place with plants and garlands of leaves, they could be used all the woods, with the exception of the myrtle which was closed to the cult of the Goddess; on the contrary the screw’s was particularly pleasing and also adorned his statue in the temple on the Aventine [Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q. R. 20; Caes. IX, 5]. Libation was introduced amphora veiled called “honey jar”, but contained wine, in turn, called “milk” [Lact. Inst. I, 22; Arnob. Adv. Nat. V, 18; Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Q. R. 20] This use masking wine may be due to the interdiction, existing in archaic times, for women to drink wine or to use it to make libations. Macrobius speaks of the sacrifice of a sow [Macr. Sat. I, 12, 20; Juv. Sat. II, 86], while Plutarch adds that music was being played and were held dances and games [Plut. Caes. IX, 8; X, 2; Prop. IV, 9, 23-26]. Maybe there were snakes, considered the favorite animal of the Goddess, as to be raised in his temple [Macr. Sat. I, 12, 25; Plut. Caes. IX, 5]. Festo reports that the name of the Goddess was Damia and then the sacrifice was called damium, and his priestess damiatrix [Fest. 68], but this epithet is perhaps linked to a flow deities from Taranto to Rome after the capture of the city in 272 BCE.

The depictions of the late period, the account as a matronly deity sitting on the throne, veiled and with a patera in one hand and a cornucopia of abundance in the other; the latter attribute was characteristic of Fortuna and can be present because of a syncretism between the two goddesses, according to Macrobius, in fact, Bona Dea held a scepter [Macr. Sat. I, 12, 25] and not the cornucopia. The same author, along with Plutarch [Plut. Caes. IX, 6], states that at the foot of the image of the Goddess, was a snake fact confirmed by iconographic representations where the snake or is at the foot of the Goddess, or drinking from a cup that holds it in his hand.

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Bona Dea