IV KAL. JUN. (29) C

Ambarvalia

Attorno agli ambarvalia vi è un’ampia disputa tra gli studiosi: l’esistenza di un tale rito pubblico, la sua natura e i rapporti con i sacrifici in onore di Dea Dia (vedi oltre), sono infatti oggetto di un ampio dibattito che ancora non ha portato a una conclusione ampiamente accettata.

Le notizie realmente riferibili al rito pubblico degli Ambravalia sono estremamente scarse e frammentarie. Il nome deriva da ambio (andare intorno) + arva (i campi coltivati, opposti ai pascoli e alle terre selvagge) [Serv. Ecl. III, 77] ed indica una processione che seguiva i confini dei campi, a scopo purificatorio [Hist. Aug. Aurel. XIX, 6; XX, 3] e propiziatorio. Secondo Strabone, il rito si svolgeva in una località chiamata Festi, tra il V e il VI miglio da Roma della via Appia (questa località è stata variamente identificata, ad esempio con la fortificazione chiamata Fossa Cluilia [Liv. I, 23], o con il bosco sacro in cui sorgerà il tempio di Dea Dia), che allora era ritenuto il confine dell’ager romanus (alcuni autori ritengono che festi sarebbe una corruzione della formula augurale finis esto che indicava il limite dell’ager romanus e non il nome di una località definita) e in altri luoghi, probabilmente situati in vari punti del confine dell’ager ed era officiato dai pontefici.

… tra la V e la VI pietra miliare che segna la distanza da Roma, vi è un luogo chiamato Festi; essi dicono che un tempo questo era il li limite dell’ager romanus e, oggi, sia qui che in molti altri siti che essi ritengono essere stati luoghi di confine, i pontefici offrono il sacrificio chiamato Ambarvia… [Strabo V, 3, 2]

Secondo un’altra interpretazione, basata essenzialmente su un passo corrotto di Festo, relativo alle vittime ambarvali, il rito era compiuto dalla confraternita dei fratelli arvali, un antico collegio religioso che era connesso alla fertilità della terra ed ai raccolti, Varrone, infatti li definisce:

… coloro che compiono riti pubblici affinché i campi portino frutti (fruges ferrent arva), da ferre e arva, sono chiamati fratelli arvali… [Var. L. L. V, 85]

Indossavano corone di spighe di grano (altro elemento che rimanda all’abbondanza dei raccolti), intrecciate con nastri sacri, considerato il tipo di corona più antico, mai usata dai romani. Tale attributo spettava ai sacerdoti per tutta la vita e non poteva essere tolto loro nemmeno in caso di incarcerazione o di esilio [Plin. Nat. Hist. XVIII, 2, 6; Masur. Sab. Fr. 14 H apud Gel. VII, 6].

Non abbiamo molte informazioni sulla confraternita, la maggior parte ci derivano dai protocolli dei loro riti che furono scolpiti su lastre di marmo che ornavano il tempio di Dea Dia. Sappiamo che era composta da dodici membri e che era guidata da un magister eletto annualmente. La tradizione vuole che gli arvali fossero i dodici figli di Acca Larentia, la madre adottiva di Romolo, e che, alla morte di uno di essi, Romolo stesso ne prese il posto, divenendo a tutti gli effetti figlio di Acca [Plin. Nat. Hist. Cit.; Gel. Cit; Fulg. Plac. Serm. Ant. riporta 30 fratelli]. Questo mito collega gli arvali, oltre che a Dea Dia e Cerere, anche alla Madre dei Lari, identificata con Acca (vedi Larentalia VIII Kal. Jan.).

Per quanto riguarda gli ambarvalia, sappiamo che comportavano un sacrificio per propiziare la fertilità dei campi

… sono chiamate ambarvales le vittime che sono immolate da †due† fratelli per la fertilità dei campi… [Fest. 5]

La definizione di Festo è ripresa da Macrobio che spiega che bisogna intendere, per vittime ambarvali, quelle che sono condotte attorno ai campi, a causa di un servizio religioso volto a propiziare un bon raccolto. Lo stesso autore aggiunge che, poiché purificare (lustrare), significa circumire o ambire, le vittime prendono il nome da questa processione [Macr. Sat. III, 5, 7].

… e quando purificheremo i campi, così sopra ‘quando offriamo una vittima (vitula) per i raccolti (pro frugibus)’ [Verg. Ecl. III, 77]; lustrare qui è circumire, infatti parla del sacrificio ambarvale [Serv. Ecl. V, 75]

Molti autori hanno accostato questo rito alla purificazione dei campi attraverso una lustratio ed il sacrificio di suovetaurilia descritta da Catone nel De Agricoltura [Cat. Agr. 141], opinione rafforzata dal fatto che, sia nel carme degli arvali (vedi oltre), che nella preghiera di Catone, viene invocato Mars, tuttavia questa era solo uno degli aspetti che dovevano avere gli ambarvalia, mancando in Catone, ogni riferimento alla fecondità dei campi o all’abbondanza dei raccolti.

Altre fonti letterarie di età imperiale, Virgilio [Verg. Georg. I, 338 – 350] e Tibullo [Tib. II, 1], che descrivono poeticamente gli ambarvalia privati, ci danno un quadro diverso: come abbiamo già visto, erano immolate ambarvales hostiae [Fest. 5; Macr. Cit; Serv. Ecl V, 75; III, 77; Georg. I, 345], si trattava di una vitella [Verg. Ecl. III, 77; Tib. II, 1, 15], oppure un’agnella [Verg. Georg. I, 341; Tib. II, 1, 15], o una scrofa [Serv. Georg. I, 345]; queste vittime rimandano piuttosto all’immolazione della scrofa praecidanea (o dell’agna praecidanea [Fest. 233]) che è prescritta sempre da Catone prima della mietitura [Cat. Agr. 134; Gel. IV, 6, 7; Var. apud Non. 163, 21]. È tuttavia possibile che nel rituale pubblico, vi fossero più sacrifici a differenti divinità, quindi non solo a Mars, ma forse anche a Cerere, assieme ai Lares e ai Semones, divinità collegate con la crescita delle sementi. In questo caso i suovetaurilia sarebbero stati immolati a Mars, come divinità protettrice, mentre alle altre divinità sarebbero state sacrificate vittime differenti per propiziare un buon raccolto. Si può anche ipotizzare che i tre animali menzionati come ambarvales hostiae, fossero immolati assieme come un tipo particolare di suovetaurilia che, oltre alla valenza lustrale aveva anche quella di propiziare la fecondità dei campi: trattandosi di vittime di sesso femminile, se quest’ipotesi fosse vera, la divinità beneficiaria non avrebbe potuto essere Mars, bensì Cerere.

È verosimile che le incertezze relative a questa festività siano dovute alla sovrapposizione di rituali differenti: nella realtà le informazioni sul rito pubblico non sono tali da darci un quadro del suo svolgimento, né del suo scopo, sono tuttavia sufficienti a provare la sua esistenza, ma, a fianco di tale rito, esisteva una pratica diffusa in tutte le zone rurali che prevedeva una lustrazione precedente il raccolto: essa è menzionata nelle menologie rustiche come Segetes lustrantur [CIL VI, 2306 = CIL VI, 32504 = CIL I, p 280 = Inscr. It. XIII, 2, 48 = AE 2004, 11; CIL VI, 2305 = CIL VI, 32503 = CIL I, p 280 = Inscr. It. XIII, 2, 47 = AE 2012, 179; CIL X, 3792 = Inscr. It. XIII, 2, 46 = AE 1994, 429; CIL IX, 1618; 5565]. La data di queste celebrazioni non era stabilita, ma doveva cadere nel mese di Majus, probabilmente in momenti differenti a seconda della zona e delle usanze locali. Questi ambarvalia privati, compiuti dai proprietari terrieri, o dalle comunità locali, attorno ai campi coltivati, poco prima del raccolto, possono aver fornito la base per le descrizioni poetiche di Virgilio e Tibullo, ma non erano direttamente collegate agli ambarvalia pubblici. Per questo motivo, ancora oggi tra gli studiosi non vi è accordo su quello che doveva essere il rituale degli ambarvalia, né sul fatto che i passi poetici di Virgilio e Tibullo descrivessero realmente questa festività e non altre come i Compitalia, la lustratio dei pagi, o qualche celebrazione privata per i Cerealia.

Sacrum Dee Diae

In epoca imperiale non sappiamo se gli ambarvalia, come festa pubblica, fossero ancora celebrati e alcuni autori hanno ipotizzato che fossero stati sostituiti da un rituale che i fratelli arvali compivano in onore di Dea Dia. Sul come sia avvenuta questa sostituzione non abbiamo alcun dato, né gli studiosi sono tutti concordi sull’identità tra gli ambarvalia e sacrum Deae Diae, è però possibile, come scritto sopra, che il rito più antico fosse sopravvissuto sotto la responsabilità dei pontefici, e che un intervento di Augusto avesse creato un nuovo culto, essendo Dea Dia una divinità sconosciuta prima dell’età imperiale, affidato ad una restaurata confraternita arvale.

Su Dea Dia non abbiamo altre informazioni oltre a quanto ci è stato tramandato dai protocolli degli arvali: il suo nome significa semplicemente la Dea del Cielo Splendente e d era invocata perché portasse a maturazione le messi; era forse identificata con Cerere, oppure ne era un aspetto che per qualche motivo fu onorata come una divinità autonoma. Il suo culto si svolgeva in un bosco sacro (lucus) che si trovava a circa sei miglia da Roma lungo la via Portuensis, alle pendici di una collina, nei pressi del Tevere, che poteva essere uno degli altri luoghi dove si celebravano gli ambarvalia, secondo l’accenno di Strabone [Strab. Cit.]. Nel bosco si trovava un tempio dedicato alla Dea e ad un’altra divinità ctonia, forse la Madre dei Lari.

Oltre al tempio di Dea Dia, il complesso sacro comprendeva un cesareum, dove erano esposte ed onorate le effigi degli imperatori, un complesso termale ed i locali usati dai sacerdoti, un circo. I riti in onore della Dea duravano tre giorni, erano una feria conceptiva che poteva cadere nello stesso periodo degli ambarvalia e la loro data era fissata all’inizio dell’anno, in Januarius. Una descrizione precisa può essere ricavata dai frammenti dei protocolli degli arvali che furono ritrovati nel bosco sacro.

Le celebrazioni in onore di Dea Dia duravano tre giorni: il 27°, 29° e 30° giorno di Majus, tuttavia, ad anni alterni la data veniva anticipata al 17°, 19°, 20° giorno. Gli studiosi moderni ritengono che il motivo di quest’alternanza (escludiamo i rari casi in cui la festa fu posticipata oltre il mese di Majus) risiedesse in una tradizione risalente all’età repubblicana: in tale epoca vigeva un calendario luni-solare che prevedeva l’inserimento, ad anni alterni, di un mese di 20 giorni, detto intercalare; se ammettiamo che la festa avesse come data il 27 – 30 e che il suo inizio fosse legato a un particolare evento astronomico del ciclo solare (si tratta del nono giorno dall’entrata del sole nella costellazione dei Gemelli), in un anno con intercalazione, l’evento astronomico sarebbe avvenuto all’incirca 10 giorni prima rispetto a un anno senza intercalazione. Possiamo quindi ritenere che la celebrazione dei riti per Dea Dia fosse fissata al 27 – 30 Majus per coincidere con un determinato fenomeno astronomico e che la sua anticipazione ad anni alterni fosse la sopravvivenza, in epoca imperiale, quando il calendario era definitivamente solare, di una tradizione più antica.

La data della festa era fissata dalla confraternita, in una riunione pubblica, in virtù del suo jus contionandi e jus edicendi (il luogo in cui si teneva tale riunione era il pronao del tempio di Concordia o del Pantheon) tra le Non. e le Eid, di Januarius, solitamente l’11° Jan., ovvero un trinundium dopo l’inizio dell’anno secondo il calendario degli arvali, fissato ai Saturnalia. Di fatto non si trattava di una festa pubblica, quindi i giorni delle celebrazioni non erano nefas, né feriae, era una celebrazione privata pro populo, quindi un semplice sacrum. Durante la cerimonia dell’indictio, il promagister, dopo essersi purificato lavandosi le mani e volto a oriente, promulgava la data dei sacrifici in onore di Dea Dia

Le cerimonie in onore di Dea Dia rappresentavano un rito unico, un sacrum (non una sequenza di sacra) il cui inizio era segnato dalle offerte nella dimora urbana della Dea (la casa del magister della confraternita) (… sacrificium Deae Diae concepit…) per continuare nel Suo santuario e poi chiudersi di nuovo nella dimora del magister (… ad consummandum sacrificium deae Diae cenarunt…): le espressioni concepit e consummandum usate per queste due cerimonie e l’indicazione costante di sacrum, dimostrano che si tratta di un’unica sequenza cerimoniale, caratterizzata da alta unitarietà e dalla ripetizione di segmenti ben definiti. Possiamo altresì ritenere che il vero inizio del rituale sia da trovare nella indictio: l’atteggiamento del promagister rimanda, infatti, alla pratica sacrificale romana: il capo coperto, il volgersi a oriente, sono tutti indizi che lasciano credere che il celebrante fosse intento in un vero e proprio rito religioso, configurabile come fase preparatoria alla celebrazione vera e propria che si sarebbe tenuta alcuni mesi dopo.

 

Ambarvalia

Around the ambarvalia there is wide debate among scholars: if today it is difficult to determine if such a ritual really existed, its nature and its relations with the sacrifices in honor of the Goddess Dia (see below) are one of the most debated topics among those that deal with Roman religion.

The informations related to the public ritual of Ambravalia are extremely scarce and fragmented. The name comes from ambio (go around) + arva (cultivated fields, pastures and opposed to the wilds) [Serv. ECL. III, 77] and indicates a procession that followed the borders of the fields, for the purpose of purification [Hist. Aug. Aurel. XIX, 6; XX, 3] and mercy. According to Strabo [Strabo V, 3, 2], it took place in a place called Festi, between the fifth and sixth mile of the Appian Way from Rome (this has been variously identified, for example with the fortification called Fossa Cluilia [Liv. I, 23], or with the sacred grove of Dia Goddess temple), which was considered the boundary of the ager romanus (some authors believe that it would be a corruption of the festi wishing formula finis esto that indicated the limits of the ager romanus and not the name a location defined) and at other places, probably located in various points of the ager border; it was officiated by the pontifexes.

According to another interpretation, based mainly on a corrupted step from Festus concerning ambarvalia victims, the rite was performed by the brotherhood of the Arval brothers, an ancient religious collegium connected to the fertility of the land and crops, Varro, in fact defines them :

… Those who perform public rites so that the fields bear fruit (fruges ferrent arva), from ferre and avalanche transceivers, are called Arval brothers … [Var. L. L. V, 85]

They wore wreaths of ears of corn (another element that refers to the abundance of crops), interwoven with sacred ribbons, considered the oldest type of crown, never used by the Romans. This attribute belonged to the priests for life and could not be taken away from them even in the event of imprisonment or exile [Plin. Nat. Hist. XVIII, 2, 6; Masur. Sat. Fr. 14 H apud Gel. VII, 6].

We have not much information about the brotherhood, we derive most of their rituals by the protocols that were carved on marble slabs that adorned the temple of the Goddess Dia. We know that it was composed of twelve members and was headed by a magister elected annually. Tradition has it that Arvali were the twelve sons of Acca Larentia, the foster mother of Romulus, and that the death of one of them, the same Romulus took his place, becoming in all child effects of Acca [Plin. Nat. Hist. cit .; Gel. cit; Fulg. Plac. Serm. Ant. reports 30 brothers]. This myth connects Arvali, as well as to Dea Dia and Ceres, also the Mother of the Lares, identified with Acca (see larentalia VIII Kal. Jan.).

As regards the ambarvalia, we know that entailed a sacrifice to propitiate the fertility of the fields

… Are called ambarvales victims who are sacrificed by † † two brothers for the fertility of the fields … [Fest. 5]

The definition of Festus is taken from Macrobius which explains that we must understand, for ambarvalia victims, those which are conducted around the fields, because of a religious service aimed at bringing about a good harvest. The same author adds that, since purification (polishing), means circumire or aspire, victims are named after this procession [Macr. Sat. III, 5, 7].

Many authors have approached this ritual purification of the fields through a lustratio and the sacrifice of suovetaurilia described by Cato in De Agriculture [Cat. Agr. 141], opinion reinforced by the fact that, both in the Arvale hymn and in Cato’s prayer, is called Mars, but this was only one of the aspects that had to have the ambarvalia, lacking in Cato, any reference to fertility the courts or the abundance of crops.

Other literary sources of the imperial age, Virgil [Verg. Georg. I, 338-350] and Tibullus [Tib. II, 1], describing poetically private ambarvalia, give us a different picture: as we have seen, were sacrificed ambarvales hostiae [Fest. 5; Macr. cit; Serv. Ecl V, 75; III, 77; Georg. I, 345], so a heifer [Verg. Ecl. III, 77; Tib. II, 1, 15], or a lamb [Verg. Georg. I, 341; Tib. II, 1, 15], or a sow [Serv. Georg. I, 345]; these victims refer rather to the immolation of the praecidanea porca (or dell’agna praecidanea [Fest. 233]) which is always prescribed by Cato before the harvest [Cat. Agr. 134; Gel. IV, 6, 7; Var. Apud no. 163, 21]. However, it is possible that in public rituals, more sacrifices to Gods others than Mars (maybe to Ceres, along with the Lares and Semones, deities associated with the growth of the seed) were performed. In this case the suovetaurilia were sacrificed to Mars, as patron deity, while the other Gods would have been received different victims to propitiate a good harvest. One could also imagine that the three animals mentioned as ambarvales hostiae, were sacrificed together as a particular type of suovetaurilia that in addition to the lustral valence had to propitiate the fertility of the fields: these are female victims, if this hypothesis was true, the beneficiary deities could not be Mars, but Ceres.

It is likely that the uncertainties surrounding this festival are due to the superposition of different rituals: in reality, the public rite informations are not such as to give us a picture of its development, nor its purpose, but they are just sufficient to prove its existence. Next to this rite, there was a widespread practice in all rural areas that included harvest lustration mentioned in the rustic menologiae as segetes lustrantur [CIL VI, 2306 = CIL VI, 32504 = CIL I, p = 280 inscr. En. XIII, 2, 48 = AE 2004 11; CIL VI, 2305 = CIL VI, 32503 = CIL I, p 280 = Inscr. En. XIII, 2, 47 = AE 2012, 179; CIL X 3792 = Inscr. En. XIII, 2, 46 = AE 1994, 429; CIL IX, 1618; 5565]. The date of these celebrations was not established, but had to fall in the month of Majus, probably at different times depending on the area and local customs. These private ambarvalia, made by landowners, or local communities, around the cultivated fields, just before the harvest, may have provided the basis for the poetic descriptions of Virgil and Tibullus, but they were not directly linked to public ambarvalia. For this reason, even today among scholars there is no consensus on what was to be the ritual of ambarvalia, nor on the fact that the poetic passages of Virgil and Tibullus really were describing this festival and not others such as Compitalia, the lustratio of pages, or some private celebration for Cerealia.

 

Sacrum Dee Diae

In imperial times we do not know if ambarvalia, as a public holiday, they were still celebrated and some authors have suggested that they had been replaced by a ritual that the brothers of Arvali made in honor of Dea Dia. About how this substitution has taken place we do not have any data, nor the scholars all agree on the identity between the sacrum Deae Diae and ambarvalia.

We have no other information about Dea Dia in addition to what has been handed down by the Arvali protocols: Her name simply means the Goddess of Heaven Shining and She was invoked to bring crops to fruition; She was perhaps identified with Ceres, or She was an aspect that for some reason was honored as an independent deity. Her cult took place in a sacred grove (lucus) located about six miles from Rome on the Via Portuensis, on the slopes of a hill, near the Tiber, which could be one of the other places where they celebrated the ambarvalia, according to the hint of Strabo [Strab. Cit.]. In the forest there was a temple dedicated to the Goddess and another chthonic deities, perhaps the mother of the Lares.

In addition to the temple of the Goddess Dia, the sacred complex included a cesareum, where they were exposed and honored the effigies of the emperors, a bath complex used by the priests, a circus. The rites in honor of the Goddess lasted three days, were a feriae conceptivae that could fall in the same period of ambarvalia and their date was fixed at the beginning of the year, on Januarius. A detailed description can be obtained from the fragments of the Arvali protocols that were found in the sacred grove.

The celebrations in honor of the Goddess Dia lasted three days: 27 °, 29 ° and 30 ° of Majus, however, every other year the date was brought forward to 17 °, 19 °, 20 °. Modern scholars believe that the reason for this alternation (we exclude the rare cases in which the party was postponed over the month of majus) resided in a tradition dating back to the Republic: a lunar-solar calendar was in force at that time which provided the inclusion, in alternate years, of one 20 days month, said interlayer. If we admit that the celebration had the date 27-30 and that its beginning was linked to a particular astronomical event of the solar cycle (this is the ninth day of the entry of the sun in the constellation Gemini), in a year with intercalation, the astronomical event would take place approximately 10 days earlier than a year without intercalation. We can therefore assume that the celebration of the rites for the Goddess Dia was set at 27-30 Majus to coincide with a particular astronomical phenomenon and its anticipation in alternate years was the survival, in the imperial era, when the calendar was definitely Solar, of older traditions.

The feast date was defined by the brotherhood, in a public meeting (the place where the meeting was held was the portico of the Temple of Concordia or Pantheon) between Non and Eid of Januarius, usually the Jan. 11, or one trinundium after the beginning of the year according to the Arvale calendar, attached to the Saturnalia. It was not a public holiday, then the days of the celebrations were not nefas nor feriae, but it was a private celebration pro populo, a simple sacrum. During the indictio ceremony, the promagister, after being purified by washing hands and face to the east, promulgated the date of the sacrifices in honor of the Goddess Dia

The ceremonies represented a unique ritual, a sacrum (not a sacred sequence) whose beginning was marked by offerings in the Goddess urban residence (the home of the magister of the brotherhood) (… sacrificium Deae Diae concepit …) to continue in Her sanctuary, and then close again in the home of magister (… to consummandum sacrificium deae Diae cenarunt …): the concepit and consummandum formula used for these two ceremonies and the constant indication of sacrum, show that it is a single ceremonial sequence, characterized by high uniformity and repetition of well-defined segments. We can also assume that the true beginning of the ritual is to be found in indictio: the attitude of promagister refers, in fact, the Roman sacrificial practice: his head covered, turning to the east, are all clues that let believe that the celebrant was intent a real religious rite, configurable as a preparatory phase to the actual celebration to be held a few months later.

 

Picture

Roman ara: a magistrate is performing a sacrifice to Dea Dia, from Colonia

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Mensis Martius

https://www.academia.edu/38476268/Mensis_Martius

Il mese di Martius, primo del ciclo annuale romano era dedicato a Mars, divinità che aveva come animali sacri il picchio, il lupo, il toro e il cavallo.
Era il protettore degli juvenes, i giovani che, prima di poter entrare a far parte della comunità civica, erano portati a vivere nelle foreste, comportandosi come briganti per procacciarsi quanto loro necessitava per vivere e non a caso i briganti erano equiparati ai lupi. Questo gruppo di giovani era il populus ed erano guidati da un magister populi (o poplicola), dal verbo populare, saccheggiare, rapinare, e avrebbero poi formato l’ossatura dell’esercito romano, ovvero dell’assemblea degli uomini armati che per questo prenderà il nome di populus. Il populus rappresenta originariamente l’antitesi della civitas, esso esisteva solo al di fuori dei limiti urbani (il populus si riuniva solo fuori dal pomerium) ed era sotto la protezione di Mars Gradivus, il Mars che avanza verso il nemico, laddove i cives, quirites, erano sotto la protezione di Quirinus.Per questo abbiamo la formula Populus Romanus Quiritum, il populus romanus dei Quirites, da un lato il populus romanus, ossia i giovani figli di Romolo in armi, dall’altro i quirites, i cittadini e quanti vivevano nell’ager.
Mars era la guida dei veria sacra, le primavere sacre italiche, i suoi animali sacri guidarono i giovani italici nel loro peregrinare come fantasmi nelle foreste. Mars è quindi, per antonomasia la divinità antitetica alla città e all’ager, è caratterizzato dalla ferinitas

satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber

invocano gli arvali, ossia, feroce Mars, ritieniti sazio, varca il confine, ossia ti preghiamo di stare fuori dal confine dell’ager romanus (non dobbiamo infatti dimenticare che il santuario di Dea Dia era situato sul confine dell’ager romanus antiquus). Era poi Silvanus, cioè abitante delle foreste e per questo venerato nei boschi, come indica Catone.
Se andiamo al rito dei suovetaurilia riportato da Catone, quello che si chiede a Mars è

… prohibessis defendas averruncesque… [Cat. Agr. CXLI]

Si tratta di tre azioni compiute dal guerriero in combattimento: tenere a distanza, impedire l’accesso (pro-hibere da pro- habere, avere a distanza), azione che rimanda alla lancia che colpisce da lontano, arma considerata sacra a Marte fin da tempi remoti (pensiamo al hasta Martis custodita in un sacrarium della Regia); respingere, spingere via, colpire dall’alto (defendere), azione compiuta con la spada o con l’ascia (etimologicamente de- fendere è colpire dall’alto in basso, separare colpendo dall’alto in basso); sviare altrove (averrunco), immagine che si ricollega allo scudo che deflette i colpi dell’avversatio, particolarmente i dardi. In tale rito quindi Mars è rappresentato come un guerriero in armi che, posto fuori dal limite dell’ager, aveva il compito di difenderlo e proteggerlo, affinchè i Lares e i Semunes potessero compiere la loro opera e garantire la fertilità dei campi e la crescita delle messi

Mars Gradivus
Severus Alexander (222-235 AD). AR Denarius (20 mm, 3.11 g), Roma (Rome), 231-235 AD.
Obv. IMP ALEXANDER PIVS AVG, laureate and draped bust right.
Rev. MARS VLTOR, Mars advancing right, holding spear and shield.
RIC 246