Mos Maiorum

Il mos majorum, solitamente tradotto con gli “usi degli antenati” rappresentava quell’insieme di norme giuridico-sacrali che costituivano il fondo più arcaico dell’organizzazione sociale romana.
Tralasciamo il termine mos, che è solitamente tradotto con usi, norme, modo di vivere e concentriamoci su majorum, ovvero majores: parola che solitamente è tradotta con “antenati”. Majores indica quindi coloro che ci hanno preceduti, ma i romani avrebbero potuto scegliere tra diversi termini per definire tale concetto, ad esempio seniores, antiqui, prisci, ecc… perché proprio majores?
Secondo gli autori di età imperiale [Serv. Georg. I, 43; Macr. Sat. I, 12, 16 segg; Ov. Fast. V, 57, segg; Var. L. L. VI, 33; Plut. Num. XIX, 4; Q. R. 86; Fest. 134; Lyd. IV, 52], in epoca arcaica la società romana era divisa tra majores e juniores: questi ultimi formavano l’esercito, ma anche quella parte della comunità che possedeva la pienezza della capacità generativa (conformemente al significato originario della radice juuen- ): abbiamo così un termine che non indica semplicemente una posteriorità anagrafica (genericamente giovinezza), ma che si riferisce allo specifico valore sociale dei giovani. Dal punto di vista semantico, l’opposto di juniores è seniores, per cui nel porre juniores in opposizione a majores possiamo vedere una scelta precisa che ha la sua motivazione nel valore che i romani attribuivano agli antenati al di là della semplice anteriorità anagrafica. È perciò necessario comprendere qual era questo valore particolare.
Major è il comparativo di magnus, dalla radice *mag- che indica grandezza fisica, ma soprattutto morale, spesso accompagnata da idee di forza, potenza, nobiltà; in particolare major, connesso al sostantivo majestas, è impiegato in senso morale e laudativo . Possiamo quindi dire che i majores non sono semplicemente gli anziani, coloro che anagraficamente sono nati prima, ma coloro che (teoricamente a dispetto dell’età anagrafica) sono superiori in senso morale, più nobili e dotati di maggior virtus . Proprio per questo gli anziani del popolo, fin dai tempi più antichi, godevano di grande rispetto e servivano lo stato con i consigli della loro saggezza, corrispettivo della virtus.
Ecco che, attraverso la scelta del termine majores, i romani non solo ci danno un preciso quadro del valore sociale attribuito agli anziani / antenati (i parentes, ovvero non solo i genitori, bensì gli ascendenti in linea diretta maschile), ma ci illustrano la loro visione del tempo e del succedersi delle generazioni.
In quanto majores, gli antenati sono “posti al di sopra” (corrispettivo di major è infatti magister, la guida), sono una guida e un punto di riferimento, come è chiaramente dimostrato dal fatto che, nella composizione dello stemma gentilizio, le imagines majorum, sono disposte in senso discendente, dall’antenato più antico posto in alto, al più recente in basso , . Abbiamo così l’immagine di un albero genealogico, in cui le radici sono in alto e lo sviluppo del tronco e dei rami si allarga verso il basso: in quanto “coloro che sono venuti per primi”, uomini delle origini, gli antenati sono i depositari della pienezza della virtus della gens, che, come la linfa all’interno di una pianta si propaga dalle radici alle ultime foglie, si trasmette a partire dai capostipiti, di generazione in generazione e che deve essere preservata, onde evitare che vada diminuendo (anche attraverso la contaminazione del sangue e la sua “diluizione” con quello di gentes meno dotate di virtus).
Comprendiamo che per i romani l’asse temporale che va dal passato al futuro è verticale e corrisponde alla direzione alto – basso: il passato si trova in alto, esempio perenne, ideale a cu si deve continuamente tendere, serbatoio inesauribile di quelle forze che permettono a ciascuno di essere dignus del proprio genus. Come punto focale della direzione alto – basso , il passato (incarnato nell’esempio dei majores) ha anche valore di limite, confine e definizione: nessun’azione (salvo rari casi, per questo considerati particolarmente degli di onore) che un uomo avrebbe potuto compiere, avrebbe potuto superare l’exemplum degli antenati che così diventa, ideale (quindi fine) e limite dell’agire umano; nulla di nuovo o più grande si può aggiungere a tale exemplum, al più l’individuo lo può eguagliare, dimostrando così la di essere dignus della virtus che scorre nella sua stirpe. Al contrario, essere inferiore ai propri maggiori, compiere un’azione disonorevole, dimostrare di non possedere la virtus del proprio genus, qualificava l’individuo come de-gener, ovvero colui che si era allontanato dal genus, dalla stirpe, quasi come fosse nato da un sangue differente, non a caso, lo stesso termine era impiegato dagli autori romani per definire quelle piante che, pur provenendo da semi della stessa specie, per via delle condizioni climatiche o dei terreni differenti, davano origine a piante con caratteristiche così differenti da essere ritenute specie diverse4. Ecco che in questo modo il concetto di tradizione si precisa secondo il proprio senso etimologico di trans-dare, consegnare qualcosa da una generazione all’altra, questo qualcosa è il patrimonio di virtus formatosi nel tempo delle origini che si è trasmesso attraverso il tempo ed ha dato forma (in quanto ideale, quindi causa finale dell’azione) all’agire di ogni individuo; d’altra parte la tradizione è anche conservazione, impegno a non dissipare tale patrimonio, affinché non si esaurisca col trascorrere delle generazioni e al contrario sia preservato (e al massimo incrementato).
Accanto a questa dimensione verticale, il tempo, per i romani, aveva anche una dimensione orizzontale.
In latino i termini connessi alla sfera semantica della discendenza, contengono il prefisso pro-, ad esempio pro-pago, pro-les, pro-sapia ecc… in tutti i casi pro- indica un moto in avanti nel tempo, un avanzamento, ogni nuova generazione pro-paga nel tempo la stirpe, ovvero il sangue dei progenitori (in questo senso, in particolare prosapia, derivato di sapio, membro virile), tuttavia l’analisi compiuta da M. Bettini ha messo in luce come pro abbia anche valore coordinativo, ovvero serva a sottolineare una sostanziale equivalenza tra i termini che mette in relazione . Da queste considerazioni possiamo dedurre che per i romani, il susseguirsi delle generazioni era visto come un processo orizzontale, in cui, a ogni elemento, nella successione temporale, se ne sostituiva uno equivalente, per ciò non vi era alcun progresso, ma una ripetizione e conservazione della virtus trasmessa dagli antenati.
In questo senso il tempo non è un trascorrere, un avanzare, bensì un ripetersi, un riapparire del medesimo modello: frutto della virtus (che è anche vis, forza generativa), ogni nuova generazione, in cui non si manifesti una degenerazione, riattualizzerà i comportamenti dei propri antenati, ne ripeterà i mores, compiendo imprese che molto spesso sono ricalcate esattamente su quelle delle generazioni che l’hanno preceduta. Ecco che così si può parlare di familiare fatum [Liv. X, 28, 12], quella coercizione a ripetere un determinato comportamento, nel momento in cui la storia riproponga le medesime condizioni, non per via di un destino esterno, un fato ineluttabile, una volontà divina, o una catena di causa – effetto, ma perché ogni nuova generazione è sostanzialmente imago di quelle che l’anno preceduta, impressa dalla virtus generis nel mero substrato biologico (da qui l’importanza della somiglianza fisica tra padre e figlio nell’ambito del riconoscimento dei figli e della loro inclusione de jure all’interno della stirpe) .
Fedele all’exemplum paterno e soggetto al familiare fatum, il secondo dei Decii compirà la devotio durante una battaglia contro i Sanniti [Cic. Tusc. I, 89; De Fin. II, 61] e così reciterà nel Decius di Accio
… quibus rem summam et patriam nostram quondam / adauctavit pater… / …Patrio exemplo et me dicabo atque animam devoro / hostibus… [Acc. Dec. Fr. X – XI R]
A cui fa eco il discorso riportato da Livio:
… è stato affidato alla nostra stirpe (genus) il compito di essere le vittime che espiano e allontanano i pericoli pubblici… [Liv. X, 29, 8]
Pensiamo ancora a Marco Junio Bruto in preda al dubbio [App. B. C. II, 119], nel momento in cui gli amici e la voce popolare gli chiedevano di essere insorgere contro Cesare ed essere dignus di quanto fece Lucio Junio Bruto contro Tarquinio Superbo [Suet. Caes. LXXX, 3; Plut. Brut. IX, 6; X, 6; Caes. LXII, 4; Cas. Dio. XLIV, 12, 3; App. B. C. II, 112]. Bruto si sarà aggirato nell’atrium della propria casa soffermandosi di fronte alle imagines dei suoi antenati. Avrà sicuramente fissato quella di Junio Bruto Maggiore, fondatore della Repubblica (vera o fittizia che fosse la discendenza degli Junii da lui, sappiamo che essi lo annoveravano tra i loro majores [Posid. Apud Plut. Brut. I, 7 – 8; Cic. Orat. II, 225 – 226; Plin. Nat. Hist. XXXV, 6; App. B. C. I, 16, 70; Nep. Att. XVIII, 3]) e non potrà non aver pensato alle sue gesta [Rhet. Her. IV, 66; Cic. Att. II, 24, 3], immortalate dalla statua che lo ritraeva con la spada sguainata a chiudere la serie dei re di Roma sul Campidoglio [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 9; XXXIV, 23; Suet. Caes. LXXX, 3; Plut. Brut. I, 1; 8; IX, 6; Cas. Dio. XLIII, 45, 4; XLIV, 12, 1 – 3]. Né da meno fu il suo avo materno, quel Servilius Ahala che uccise Spurius Melius accusato di “aspirare al regnum” [Plut. Brut. I, 5 – 6] (il cognomen Ahala derivava da un più antico Axilla [Cic. Orat. 153], attraverso l’umbro ahal e significava ascella, alludendo al fatto che Servilio nascose sotto la toga il pugnale con cui uccise Spurius Melius [Dion. H. XII, 14 ,4]), così, infatti, scrive Cicerone dopo il cesaricidio
… Se è vero che i promotori [della congiura] avevano bisogno a loro volta di chi li consigliasse alla liberazione della patria, avrei dovuto io spingere i Bruti, se tutt’e due avevano dinanzi ai propri occhi, ogni momento, l’immagine di Lucio Bruto, e uno di essi anche quella di Ahala? Con tali antenati, avrebbero preferito ricorrere per consiglio ad estranei piuttosto che a congiunti, a gente di fuori piuttosto che di casa propria… [Cic. Phil. II, 26]
Tali exempla formarono (diedero forma) alla sua azione, i dubbi furono dissolti, la virtus degli avi rese necessaria la sua decisione, in questo modo egli potè essere autentica proles di cotanti antenati
… perfino quel grande Lucio Bruto che liberò lo Stato dal dominio dei re e che in tale gesto e in tale virtù ebbe dei discendenti ancora dopo cinque secoli (ad similem virtutem et simile factum stirpem iam prope in quingentesimum annum propagavit)… [Cic. Phil. I, 13]
Questi concetti sono chiaramente espressi nell’epitaffio di Cn. Cornelius Scipio Hispanus [CIL I2, 15; ILS 6; ILLRP 3162add]
… Virtutes generis mieis moribus accumulavi
progeniem genui, facta patris petiei
maiorum optenui laudem ut sibei me esse creatum
laetentur stirpem nobilitavit honor … Ho riunito nei miei costumi le virtù della mia gente. Ho generato figli, sono stato pari nelle imprese a mio padre. Ho ottenuto la lode dei miei progenitori, che furono lieti di avermi generato. Le mie cariche hanno nobilitato la stirpe

L’Ispano riassume in questi versi i doveri di ogni buon romano: essere perfetto rappresentante dei mores della propria gens, ovvero essere nel comportamento l’imago dei propri majores, generare figli, al fine di permettere la continuazione della stirpe, essere all’altezza del proprio pater e dei propri parentes, aver conservato la virtus dei maggiori, e aver compiuto imprese tali da renderlo dignus di loro. Tutte queste azioni sono chiuse nell’orizzonte dell’exemplum degli antenati, la cui lode è ottenuta con la conservazione e perpetuazione della loro eredità.
Emerge così la netta opposizione alla visione del mondo moderna, per la quale l’asse temporale è invertito, il passato si trova in basso, è il luogo della primitività (al di là dei giudizi che differenti tendenze attribuiscono a questa primitività, essa permane uno stadio di minorità, di mancanza, di piccolezza), il punto di partenza, da cui, attraverso un continuo progresso, l’essere umano ha raggiunto vette sempre più alte. Nella visione del mondo moderna il passato non è ideale che guida l’azione (per quanto possa essere in qualche misura idealizzato), bensì ente che deve essere continuamente negato e superato in un processo che non ha realmente alcun punto di arrivo, nessun ideale o definizione, ma si nutre della continua autonegazione, dell’eterno “andare oltre” (ovvero del progresso per il progresso, in cui l’unico fine possibile è generato per negazione totale del passato e il presente ha valore solo in quanto preludio, momento di attesa, tensione verso un nuovo obiettivo), nell’illusione di un accrescimento senza limiti.

1 E. Bienveniste – Espression indo-européenne de l’éternité BSL, 38, 1937 pgg 103 – 112
2 Ernout-Meillet – Dictionnaire étymologique de la lingue latine 4^ v. magnus
3 In tutto l’articolo virtus va inteso nel senso generale che aveva per i romani di insieme di qualità e meriti, in particolare qualità essenziali strettamente connaturate al vir, ovvero essenza necessitante che rende un uomo ciò che è.
4 L. Beltrami – Il Sangue degli Antenati, Bari 1998 in particolare § I, 1
5 M. Lentano – Il Mito del Sangue, Bologna 2007 §II, 1 e II, 3
6 E. Montanari – Fumosae Imagine, Roma 2009 § II
7 M. Bettini – Antropologia e Cultura Romana, Roma 1986
8 L. Beltrami – Il Sangue degli Antenati § I, 1 – 4; M. Lentano – Il Mito del Sangue § I, 5; II, 1 – 320141108_171032aXrMNYgUzVu1dEABiETK2Kzk

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