XV KAL. SEPT. (16) C

Sacrum Anniversarium Cereris

Questa ricorrenza celebrava il ritrovamento di Proserpina [Fest. 97; Plut. Fab. Max. XVIII; Arnob. Adv. Nat. II, 73], si tratta quindi di una festività collegata al mito eleusino, introdotta a Roma probabilmente dalla Magna Grecia; poiché la più antica menzione che conosciamo è relativa alla sconfitta al Lago Trasimeno, la data della sua istituzione si deve situare nella prima metà del III sec aev. o nel IV sec. aev.

Sappiamo che si trattava di un sacrum publicum [Cic. Leg. II, 2, 21] presieduto dalle sacerdotes publicae di Cerere [Cic. Leg. II, 15, 37; Pro Balb. XXIV, 55; Val. Max. I, 1, 1; CIL I, 1106 = VI, 2182; VI, 2181; X, 812; 1074a], durante il quale cui le donne romane, vestite di bianco e coronate di spighe, offrivano le primizie dei raccolti alla Dea [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15; Ov. Met. X, 431 – 35], è probabile che si svolgessero anche riti misterici collegati a Demetra, infatti Cicerone definisce questa festività mysteria romana [Cic. Att. V, 21, 14]. Per purificarsi in preparazione a questo rito esse si astenevano da rapporti sessuali per nove giorni e digiunavano (oppure la festa durava nove giorni durante i quali le donne si astenevano dai rapporti sessuali) [Ov. Met. X, 431 – 35; Dion. H. I, 33; Fest. 154; Tert. Monog. XVII; Serv. Aen. II, 58; III, 139; IV, 58]; era però consentito mangiare un pane fatto con farina di castagne [Plin. Nat. Hist. XV, 25, 92]. Non potevano partecipare le donne in lutto [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15].

 

Sacrum Anniversarium Cereris

This anniversary celebrating the discovery of Proserpine [Fest. 97; Plut. Fab. Max. XVIII; Arnob. Adv. Nat. II, 73], it is therefore a feast connected to the Eleusinian myth, probably introduced to Rome from the Magna Grecia; because the earliest mention we know is relative to the defeat at Lake Trasimeno, the date of its establishment must be situated in the first half of the third century BCE. or in the fourth century. BCE.

We know that it was a sacrum publicum [Cic. Leg. II, 2, 21] chaired by sacerdotes publicae of Ceres [Cic. Leg. II, 15, 37; Pro Balb. XXIV, 55; Val. Max. I, 1, 1; CIL I, 1106 = VI, 2182; VI, 2181; X, 812; 1074th], during which that Roman women, dressed in white and crowned with ears of corn, offering the first fruits of the crops to the Goddess [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15; Ov. Met. X, 431-35], it is likely that were held also mystery rites connected to Demeter, in fact Cicero defines this festival Roman mysteria [Cic. Att. V, 21, 14]. To purify themselves in preparation for this rite they abstained from sex for nine days, and fasted (or the feast lasted nine days during which women abstained from sexual intercourse) [Ov. Met. X, 431-35; Dion. H. I, 33; Fest. 154; Tert. Monog. XVII; Serv. Aen. II, 58; III, 139; IV, 58]; But it was allowed to eat bread made with chestnut flour [Plin. Nat. Hist. XV, 25, 92]. They could involve women in mourning [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15].

Picture

Ceres, draw from painting in Pompeii

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EID. SEXT. (13) NP

Dianae in Aventino

La tradizione più diffusa ascriveva la costruzione del tempio di Diana sull’Aventino [CIL VI, 32323, 10, 32; Cens. Die Nat. XXIII, 6] a Servius Tullus, che avrebbe riunito su questo colle i rappresentanti delle città della Lega Latina, convincendoli a costruire un santuario federale sul modello del tempio di Diana ad Efeso (comune alla Lega Ionica) [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45, 2 – 6; Dion. H. IV, 26, 3 – 5; Aur. Vict. De Vir. Ill. VII, 9 – 13; Fest. 343; Zon. VIII, 9, 11]. Veniva considerate il più antico edificio sacro costruito in questo luogo e chiamato tempio di Diana Aventina [Prop. IV, 8, 29], o Aventinensis [Fest. 165; Mart. VI, 64, 13; Val. Max. VII, 3, 1]; lo stesso Aventino, prendendo il nome dal culto lì celebrato, era chiamato anche collis Dianae [Mart. XII, 18, 3; VII, 73, 4; Stat, Silv. II, 3, 20 – 21; Hor. Carm. Saec. 69]. La scelta di questo colle fu dovuta alla sua particolare posizione: fuori dal pomerium, ma all’interno delle mura costruite, secondo la tradizione, da Servio Tullo, rivolto verso l’antica zona emporica del portus tiberinus, e quindi verso un sito di incontro tra culture e tradizioni differenti (latina, etrusca e greca), fin dalla più alta antichità, il luogo cadeva fuori dai confini sacri della città, potendosi quindi configurare come luogo di culto latino e non specificamente romano, pur rimanendo all’interno dell’ager romanus, ossia del territorio sottoposto alla giurisdizione dei magistrati romani.

La localizzazione dell’edificio è a tutt’oggi incerta e oggetto di numerose ipotesi . Sappiamo che si trovava vicino alle Thermae Suranae [Mart. VI, 64, 13], probabilmente su quello che è definito “Aventino Grande”, in prossimità del clivus Publicius [Aurel. Vict. Vir. Ill. XLV, 5, 60; Oros. V, 12, 3 – 9], che costituiva probabilmente l’accesso al santuario, provenendo dal Tevere [Oros. II, 13, 6 – 8]. È rappresentato sul frammento 22b della Forma Urbis e, in base agli ultimi studi su questo documento, oggi viene collocato lungo la via di S. Sabina, tra le chiese di S. Sabina e S. Alessio, con la cella rivolta a nord-est, nei pressi di quella che era la porta lavernalis, il che lascia forse intendere che Laverna fosse in qualche modo legata a Diana (forse una sua ipostasi infera); oppure nel parco adiacente la chiesa di S. Alessio.

Era definito: aedes, templum [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45], fanum [Liv. cit.], νεώς [Dion. H. IV, 26], ἱερόν [Dion. H. III, 43; X, 32; Plut. C. Gracch. XVI], Ἀρτεμίσιον [App. B. C. I, 26; Plut. Q. R. 4], Dianium [Oros. V, 12; CIL VI, 33922]. La data della dedica era il 13° Sext. [Mart. XII, 67, 2; ad Id. Aug., CIL I2 pgg 217, 240, 244, 248, 270, 281; ILLRP 9], considerata festa degli schiavi (servorum dies) [Fest. 343]: in questo giorno Diana era celebrate anche nel resto d’Italia Centrale [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60].

Non sappiamo quale fosse l’aspetto del santuario alla sua fondazione, secondo alcuni autori si trattava solo di un altare a cielo a perto, all’interno di un’area sacra, forse un lucus [Tac. Ann. XII, 8; Dion. H. IV, 26] (a meno che il riferimento non sia al tempio di Ariccia) circondata da un recinto; secondo altri, sin dalla sua fondazione doveva trattarsi di un tempio di foggia greca. Quale che sia stata la situazione originaria, sappiamo che in età repubblicana si trattava di un tempio, che fu ricostruito da L. Cornificius durante il principato di Augusto [Suet. Aug. XXIX] e probabilmente prese il nome di aedes Dianae Cornificianae [CIL VI, 4305]: la sua struttura era octostila con una doppia fila di colonne su ogni lato.

Conteneva un’antica statua della Dea (probabilmente in legno) che, secondo Strabone era uno xoanon simile a quello che si trovava nel tempio di Artemide a Marsiglia [Strab. Geog. IV, 1, 5] e un’altra in marmo che ricordava quella di Artemide a Efeso [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 32]. Vi si trovava una stele in bronzo su cui era inciso un trattato tra i Romani e i Latini [Dion. H. IV, 26] e un’altra con la Lex Icilia de Aventino publicando del 456 aev [Dion. H. X, 32], oltre ad una lex arae Dianae che servì da modello per molti altri luoghi sacri [CIL III, 1933; XI, 361; XII, 4333].

Il culto di Diana sull’Aventino è sempre stato collegato con quello di Diana Nemorense: gli studiosi non sono concordi su quale dei due templi sia stato fondato per primo, sebbene i resti archeologici trovati a Nemi non risalgano oltre il IV sec aev, è possibile che il bosco circostante ospitasse un culto della Dea già dal VI sec aev. Era considerato un santuario comune dei popoli della Lega Latina [Cato Orig. II Fr 28 apud Prisc. Gramm. IV, 129 H; Fest. 145] e, probabilmente, quando i Romani raggiunsero l’egemonia tra i popoli latini, vollero creare una sorta di doppio di questo santuario nella loro città, come forse aveva già fatto Tibur, città egemone della Lega prima dell’ascesa di Roma. Gli autori moderni, tuttavia, ritengono che non vi fu filiazione diretta da un santuario all’altro e che i due culti fossero distinti e differenti: quello di Nemi avrebbe subito molto presto l’influsso greco, in particolare focese, quello romano, invece avrebbe subito un processo di ellenizzazione solo a partire dal V sec. aev, su influenza cumana

I resoconti degli storici [Dion. H. IV, 26, 3 – 5; Liv. I, 45, 2 – 3] riportano che Servio Tullo propose ai latini di costruire un luogo di culto comune sull’Aventino (che allora era esterno al Pomerium e quindi era un luogo adatto per costruire un santuario non propriamente romano, bensì latino), in esso vi sarebbe stato diritto di asilo e sarebbero stati compiuti sacrifici sia dai singoli popoli, che dai rappresentanti dell’intera federazione, inoltre le città latine vi si sarebbero riunite per festeggiare la Dea e tenere un’assemblea comune per dirimere le i contrasti. Le leggi sacre del tempio, comprese quelle relative alla partecipazione alla festa e all’assemblea, furono scritte su un cippo posto al suo esterno e sarebbero state il prototipo per quelle di numerosi luoghi sacri in tutto il dominio romano.

Le informazioni che possediamo sul culto di Diana a Nemi sono molto poche, una tradizione voleva che fosse stato fondato da Oreste, fuggendo dalla Tauride con la sorella Iphigenia dopo l’uccisione del re Thoante, avrebbe portato con sé una statua di Diana, per cui alcuni eruditi romani ritenevano la Dea Aricina, una Diana Taurica [Serv. Aen. II, 116; VII, 761; Val. Flac. Arg. II, 305].

Abbiamo poi notizia di un rito peculiare del Lucus Dianae: all’interno del bosco sacro viveva un sacerdote della Dea chiamato rex nemorensis, solo uno schiavo fuggiasco poteva ottenere tale titolo e, per farlo, doveva sconfiggere in un duello chi deteneva il sacerdozio, dopo aver colto un ramo da un albero sacro , [Strabo. Geog. V, 3, 2; Pausan. II, 27, 4; Serv. Aen. II, 116; VI, 136; VII, 761; Ov. Fast. III, 270 segg; VI, 756 segg; Met. XIV, 331; XV, 497; Suet. Calig. XXXV; Stat. Silv. III, 1, 56; Verg. Aen. VII, 770 – 776]. Altri esseri soprannaturali condividevano il lucus con Diana: Virbius, forse un’antica divinità solare [Serv. Aen. VII, 776], su cui non abbiamo informazioni, se non la sua identificazione con Ippolito, morto e riportato in vita da Artemide, che ne fa un Suo paredro [Serv. Aen. VII, 84; 761]: le fonti parlano di un Virbius vecchio e un Virbius giovane [Ov. Met. XV, 538 – 39; Hyg. Fab. 251; Verg. Aen. VII, 761 – 82], per questo è stato identificato in alcune erme ritrovate nel santuario, con due volti, uno giovanile e uno anziano, contornati di foglie. Egeria, una ninfa che sembra connessa con le nascite (il nome deriva da *ex- gredior), pregata dalle donne incinte [Fest. 77].

Se tale interpretazione può sicuramente avere un fondo di verità, non è certamente sufficiente a dare conto di una figura divina così complessa, la cui comprensione, nei suoi lineamenti originali, è complicata dalla presenza di elementi greci, fin da epoca molto antica (V sec. aev.), non dobbiamo dimenticare, infatti, che Diana è tra le divinità onorate dal primo lectisternium del 399 aev, benché associata ad Hercules e non ad Apollo.

La Diana romana in origine chiaramente una divinità lunare [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68 – 69]: il suo nome deriva dalla radice indoeuropea *di- (probabilmente attraverso la forma *Diviana), connessa con la luminosità celeste, che troviamo in termini come dies, deus (*dieus), divus e nel nome di altre divinità come Dius (Fidius), (Dea) Dia e Juppiter (*Dius pater). Era venerata come lucifera [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68; Ov. Herod. XX, 193; Lucr. V, 526; Mart. X, 70, 7; XI, 69, 6], portatrice di luce, in relazione allo splendore notturno della luna piena. Gli autori latini e le iscrizioni la definivano triplice, triforme [Hor. Car. III, 22, 4; Prop. II, 32, 9 – 10; CIL II, 2660; VI, 124; 511; Carm. Epig. 1529b B] o trivia [Enn. Fr. 362 R apud Var. L. L. VII, 16; Verg. Aen. VII, 516; Mart. V, 1, 2; VI, 47, 3], alludendo al triplice aspetto della luna durante le sue fasi e triplice essa è rappresentata su un denario di età repubblicana che riproduce una statua cultuale presente nel santuario di Nemi . Questi elementi hanno portato alcuni poeti ad identificarla con Ecate piuttosto che con l’Artemide greca [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60; Verg. Aen. IV, 511; VI, 35; 69; VII, 774; X, 537; XI, 566; 836; Catul. XXIV, 15], tanto che Statio può parlare della festa di Diana come di ‘Hecateidus Idus’ [Stat. Silv. III, 1, 60]. Sul frontone del tempio di Roma erano appese delle corna di vacca anziché di cervo come ci si sarebbe aspettato nel caso di Artemide [Plut. Q. R. 4]. Queste corna sono state considerate in molte culture una rappresentazione della falce di luna crescente (in particolare nel caso di Iside ed Hathor).

La sua festa cadeva alle Eidus Sext. Durante il plenilunio. In questo giorno, come a voler rafforzare la brillantezza della luna e a ricordare il legame tra i due principali luoghi di culto della Dea, le donne romane portavano in processione da Nemi a Roma delle torce accese [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60; Prop. II, 32, 9 – 10; Ov. Fast. III, 270]; inoltre esse si curavano particolarmente di lavare e pettinare i proprii capelli [Plut. Q. R. 100]. Questo riferimento di Plutarco potrebbe essere il ricordo di un qualche antico rito che collegava dei bagni rituali alla festa di Diana. Questo giorno era festeggiato in molti luoghi dell’Italia centrale [Stat. Silv. III, 1, 59 – 60] e questo potrebbe essere un indizio del fatto che Diana, in ambito rurale, fosse collegata alla misurazione del tempo, Varrone sembra infatti alludere ad una Jana luna e a cicli di sette giorni basati sulle fasi lunari che inquadravano i lavori agricoli [Var. R. R. I, 37, 3].

Va considerato che, a differenza di altre divinità definibili Signore degli animali, Diana, nella fase più antica, non sembra aver avuto legami con gli animali selvatici: troviamo ben tra i suoi attributi l’arco, ma non è rappresentata come cacciatrice, inoltre il cervo appare come animale a Lei sacro [Fest. 343] (e sappiamo che tra le vittime a Lei destinate vi era un agnella chiamata cervaria ovis perchè immolata al posto di un cervo [Fest. 57]) solo in documenti iconografici risalenti ad un’epoca successiva all’ellenizzazione, laddove le uniche scene di sacrificio che ci sono note, vedono un bovino come vittima (Figura 152; Figura 155) (vedi ad esempio un altare in marmo del III sec oggi al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen). Per i dati in nostro possesso, quindi, Diana non sembra essere una divinità della foresta, collegata alle manifestazioni più selvagge e terribili della natura, come ad esempio Feronia.

D’altra parte sembra che tra i suoi tratti più arcaici vi sia una relazione con le nascite e con la sovranità. Tra gli ex-voto trovati nel suo tempio a Nemi, molti riguardano la sfera della gravidanza e della nascita, inoltre la troviamo associata a Egeria, che viene indicata dalle fonti come una ninfa che presiedeva ai parti; nel culto romano, tra gli epiteti più frequenti, la troviamo onorata come Lucina, Colei che porta alla luce. Per quel che riguarda la sfera della sovranità, oltre al rito del rex nemorensis, troviamo una particolare leggenda associata alle origini del tempio Aventino: Livio e Plutarco [Liv. I, 45, 3; Plut. Q. R. 4; Val. Max. VII, 3, 1] riportano che un uomo sabino aveva una giovenca di grande bellezza ed un oracolo profetizzò che colui che l’avesse sacrificata a Diana, avrebbe dato al proprio popolo l’egemonia su tutta l’Italia. L’uomo si recò al tempio; il sacerdote, conoscendo il vaticinio, gli impose di andare a purificarsi nelle acque del Tevere prima del rito e, mentre il sabino era lontano, sacrificò lui stesso (oppure fu Servio Tullo a compiere il sacrificio) la giovenca, assicurando così a Roma l’egemonia tra le città italiche.

Vediamo quindi che Diana aveva uno stretto legame con la sovranità e con l’investitura regale (ambito che a Roma apparteneva principalmente a Fortuna), Essa garantiva la continuità del potere regale e legittimava il succedersi dei sovrani: all’interno di tale funzione si inseriva anche la protezione delle nascite, ossia del perpetuarsi delle generazioni e della dinastia regnante. Proprio questa protezione sulla funzione regale e di legittimazione della sovranità, avrebbe reso il santuario di Diana, centro federale per i popoli latini.

La festa di Diana all’Aventino era anche chiamata “Festa degli schiavi” [Plut. Q. R. 100; Fest 343]: secondo gli eruditi romani, perché il tempio di Diana era stato dedicato da Servio Tullio che nacque da una schiava. Più probabilmente perché in tempi antichi a Roma erano affluiti molti schiavi provenienti dalle città latine sconfitte e conquistate e naturalmente essi avranno sviluppato una particolare devozione per la divinità protettrice di tutti i popoli latini, in contrasto con altre divinità peculiari di Roma2. Oppure la devozione degli schiavi può essere dovuta al fatto che chi entrava nel tempio godeva del diritto di asilo e per questo esso doveva essere particolarmente onorato dagli schivi fuggiaschi, che, per altro, secondo una glossa di Festo, erano chiamati cervi [Fest. 343] per la loro rapidità o forse perché devoti di Artemide – Diana

Alla Dea veniva sacrificato un cervo, animale sacro anche ad Artemide, ma sappiamo che tale vittima era sostituita da un ovino, chiamato cervaria [Fest. 57].

In quanto divinità lunare, Diana presiedeva probabilmente al ciclo femminile e alla fecondità e per questo poteva sovrapporsi a Juno: è, infatti, messa in relazione con il parto [Ov. Fat. III, 267 – 68] e spesso le è attribuito dai poeti latini l’epiteto Lucina, che è anche di Juno [Cat. XXXIV, 13 – 14; Verg. Ecl. IV, 10; Hor. Carm. Sec. 13 – 16]. Nel bosco sacro di Nemi, Essa manifesta la propria potenza attraverso un albero sacro, il cui ramo deve essere usato dal nuovo rex nemorensis per uccidere il suo predecessore; in modo analogo Juno Caprotina mostrava la propria potenza attraverso il ramo dell’albero sacro di fico che manifestava il suo potere fecondante.

L’identificazione tra Diana ed Artemide avvenne già in epoca arcaica, infatti Diana – Artemide compare tra le divinità (greche) per cui fu offerto il primo lectisternio a Roma (398 aev.) in associazione con Ercole [Liv. V, 13].

Herculi Invicto ad Portam Trigeminam

Un altro tempio dedicato ad Ercole Vincitore si trovava presso la Porta Trigemina [Macr. Sat. III, 6, 10; Serv. Aen. III, 36], probabilmente vicino a quello di Juppiter Inventor che, secondo la tradizione, fu eretto da Ercole stesso [Dion. H. I, 39]. Le informazioni su questo tempio sono molto scarse: sembra che fosse stato edificato dal mercante tiburtino M. Octavius Herrenus [Masur. Sab. apud. Macr. Sat. III, 6, 11; Serv. Aen. VIII, 363; Panegyr. Maxim. 13]. È probabile che la divinità qui venerata fosse la stessa di Tibur [Macr. Sat. III, 12, 7].

La statua che vi era cutodita potrebbe essere quella di Hercules Olivarius [CIL VI, 33936] menzionata nei cataloghi regionali [Not. Reg. XI]; l’epiteto può essere dovuto al fatto che Herrenus fosse un mercante di olive. Si pensa che l’edificio sia rappresentato su una moneta coniata da Antonino Pio [Cohen, Anton. 454], oppure [Cohen, Anton. 213] (Figura 156); su quest’ultima ha 8 colonne e si trova vicino ad un altare dedicato a Juppiter.

Fortuna Equestris

Il tempio fu votato nel 180 aev da Q. Fulvius Flaccus durante la sua campagna in Spagna [Liv. XL, 40, 44] e dedicato nel 173 aev [Liv. XLII, 10], il 13° Sext. [ILLRP 9]. Per la sua decorazione Fulvio trasportò alcune lastre di marmo dal tempio di Juno Lacinia presso Crotone, ma il Senato gli ordinò di restituirle [Liv. XLII, 3; Val. Max. I, I, 20]. Julius Obsequens lo menziona nei fatti relativi all’anno 92 aev [Obseq. LIII] e forse 158 [Obseq. XVI], ma deve essere stato distrutto prima dell’anno 22 aev [Tac. Ann. III, 71]. Si trovava nei pressi del teatro di Pompeo [Vitr. III, 3; 2] ed è citato da Vitruvio come esempio di systylos, in cui lo spazio tra le colonne è il doppio del diametro delle stesse.

Castori in Circo Flaminio

Un tempio dedicato a Castore o ai Dioscuri si trovava nel Circo Flaminio [Hemerol. Allif. Amit. ad Id. Aug.; CIL I2, 325; ILLRP 9), ed è citato da Vitruvio [Vitr. Arch. IV, 8, 4] poichè di tipo inusuale. Fu costruito forse da C. Flaminius censore nel 220 aev.

Vortumno in Aventino

Questa festa era anche chiamata Vortumnalia e probabilmente segnava la fine del periodo dei raccolti e l’arrivo della stagione autunnale (alcuni ritengono invece che Vortumnalia fosse un altro nome dei Volturnalia).

Il tempio di Vortumnus si trovava sull’Aventino, nel Vicum Loreti Majoris [Fast. Amit. Allif. Vail. ad Id. Aug., CIL I, 244; 217; 240; 325; ILLRP 9), viene ricordato che al suo interno c’era un ritratto di M. Fulvius Flaccus in veste di trionfatore [Fest. 209]. Considerando che Vortumnus era divinità protettrice della Lega Etrusca che aveva la sua sede nel fanum a lui dedicato nel territorio di Volsinii e che Fulvius Flaccus celebrò il trionfo sui Volsinii, è probabile che il tempio sia stato edificato da lui nel 264 aev. [CIL I, 172] a seguito di un’evocatio [Prop. IV, 2, 3]. Varrone riporta, però, che il suo culto era più antico e che sarebbe stato introdotto a Roma dai seguaci di Celio Vibenna, condottiero che accorse a sostenere Romolo contro Tazio, che poi andarono a vivere in quello che diverrà il Vicus Tuscus, in cui si trovava un’antica statua del Dio [Var. L. L. V, 46; Liv. XLIV, 16, 10]. In un altro passo, lo stesso autore, ne fa invece una divinità sabina, introdotta a Roma da Tazio [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]]. Il nome del Dio è comunque di origine latina, nome di agente come Picumnus e Alumnus formato a partire dal verbo vertere, che il suo culto fosse estremamente antico e peculiare della città di Roma, è dimostrato dall’esistenza di un suo flamen (flamen vortumnalis) [Var. L. L. VII, 45; Fest. 379].

Era considerato il Dio di tutti cambiamenti: principalmente di quelli che accadevano alla vegetazione durante l’anno, per cui era considerato l’autore dei cambi di stagione [Prop. IV, 2]. Per questo motivo era ritenuto multiforme [Prop. Cit.; Ov. Met. XVI, 609, segg.] e gli erano attribuiti campi d’azione che si sovrapponevano a quelli di altre divinità come Bacco (era anche ritenuto una sorta di Bacco etrusco) e Apollo, inoltre era considerato protettore dei boschi come Silvanus. Presiedeva anche alla maturazione dei frutti e quindi era considerato amante di Pomona [Ov. Met. XIV, 609 segg] ed era annus vertens, autore, cioè, all’arrivo della stagione dei raccolti ed al passaggio tra la loro fine e il periodo in cui non vi erano attività agricole [Prop. Cit.], per questo era anche ritenuto dispensatore di abbondanza e fecondità, come dimostra l’esistenza di una sua statua nel Vicus Jugarius presso l’altare di Ops [Prop. Cit.; Cic. Verr. II, 1, 59]. La sua festa cadeva tra la chiusura del periodo estivo e l’inizio dell’autunno agrario coi Vinalia Rustica.

Servio lo dice autore del cambiamento del corso del Tevere [Serv. VIII, 90]. Era anche considerato protettore dei commerci, intesi come scambi, passaggi di mano di beni [Ascon. Schol. in Cic. Ver. II, 1, 59; Porph. Schol. in Hor. Ep. I, 20, 1] e davanti al suo tempio vi erano dei negozi.

Vortumnus è l’analogo romano del Pomonus Popdicus di Gubbio, il cui nome ha lo stesso significato. Questa divinità era onorata durante la cerimonia dell’huntak [Tab. III – IV] che si svolgeva nel sesto mese del calendario eugubino, assimilabile a Sextilis, nel luogo di riunione dell’assemblea cittadina. La paredra di Pomonus era Uesona. Il ricordo di questa antica coppia divina italica è sopravvissuto a Roma nella coppia Vertumnus – Pomona [Ov. Met. XIV, 609 segg].

L’edificio sacro si trovava sul colle Aventino, in Loreto Majore, non lontano dall’Armilustrum [Var. L. L. V, 152; Fest. 379; Plut. Rom. XXIII, 3], in un sito che oggi si trova tra le chiese di S. Sabina e S. Alessio, cioè nelle vicinanze del tempio di Juno Regina, altra divinità evocata da una città etrusca.

Camenis

In origine le Camenae erano divinità delle acque, la più famosa delle quali fu Egeria, che furono poi identificate con le Muse. A Roma si trovavano diversi luoghi di culto a loro dedicati [Vitr. VIII, 3. 1; Mart. II, 6, 16; Serv. Aen. VII, 697]: la valle Egeria [Juv. III, 13], un bosco sacro [lucus Juv. III, 13; Liv. I, 21], una fonte [Plut. Num. IV; Symm. Ep. I, 20; Juv. III, 10; Frontin. de aquis I, 4], un altare [aedicula, Serv. cit.], altri luoghi di culto definiti templa Camenarum [Schol. Iuv. III, 16], forse situati in corrispondenza di fonti. La fonte si trovava ai piedi del colle Celio, ma non è possibile identificarne con esattezza la posizione; era circondata dal lucus, mentre la vallis si estendeva a nord-est del sito, lungo il lato sud-est del colle ed era attraversata dal Vicus Camenarum (CIL VI, 975] che raggiungeva la via Appia. Secondo la tradizione Numa costruì nei pressi della fonte una aedicula in bronzo la cui dedica sarebbe avvenuta il 13° Sext. [ILLRP 9]. Dopo che fu colpita da un fulmine, fu rimossa e trasferita nel tempio di Honos e Virtus, poi nel tempio di Hercules Musarium ad opera di Fulvio Nobilior. È noto un aedes che sarebbe sorto sul sito dell’aedicula [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 19].

 

Dianae in Aventino

The most widespread tradition ascribed the construction of the temple of Diana on the Aventine [CIL VI, 32323, 10, 32; Cens. Die Nat. XXIII, 6] to Servius Tullus, which would bring together on this hill the representatives of the cities of the Latin League, convincing them to build a federal sanctuary of the temple of Diana at Ephesus model (common to the Ionian League) [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45, 2 – 6; Dion. H. IV, 26, 3-5; Aur. Vict. De Vir. Ill. VII, 9-13; Fest. 343; Zon. VIII, 9, 11]. It was considered the oldest religious building constructed in this place called the Temple of Diana Aventina [Prop. IV, 8, 29], or Aventinensis [Fest. 165; Mart. VI, 64, 13; Val. Max. VII, 3, 1]; the same Aventine, taking the name from the cult there celebrated, was also called collis Dianae [Mart. XII, 18, 3; VII, 73, 4; Stat, Silv. II, 3, 20-21; Hor. Carm. Saec. 69]. The choice of this hill was due to its location: outside the pomerium, but inside the walls built, according to tradition, by Servius Tullus, facing the ancient Portus tiberinus emporica area, and then to a meeting site between different cultures and traditions (Latin, Greek and Etruscan), since the highest antiquity, the place was falling out of the holy city limits, so being able to configure as a place of worship and not specifically Roman Latin, while remaining within the ager romanus, ie the territory under the jurisdiction of the Roman magistrates.

The location of the building is still uncertain and subject to numerous assumptions. We know that it was next to the Thermae Suranae [Mart. VI, 64, 13], probably on what is called “Aventine Grande”, close to the clivus Publicius [Aurel. Vict. Vir. Ill. XLV, 5, 60; Oros. V, 12, 3-9], which probably was the entrance to the sanctuary, coming from the Tiber [Oros. II, 13, 6 – 8]. It is represented on 22b fragment of the Forma Urbis and, according to the latest studies on this document, today is placed along the Via di S. Sabina, between the churches of St. Sabina and S. Alessio, with the cell facing north-east near what was the lavernalis door, which perhaps suggests that Laverna was somehow linked to Diana (perhaps his hypostasis underworld); or in the park adjacent to the church of St. Alexius.

It was defined: aedes, templum [Var. L. L. V, 43; Liv. I, 45], fanum [Liv. cit.], νεώς [Dion. H. IV, 26], ἱερόν [Dion. H. III, 43; X, 32; Plut. C. Gracch. XVI], Ἀρτεμίσιον [App. B. C., 26; Plut. Q. R. 4], Dianium [Oros. V, 12; CIL VI, 33922]. The date of the dedication was the 13th Sext. [Mart. XII, 67, 2; to Id. Aug., CIL I2 pgg 217, 240, 244, 248, 270, 281; ILLRP 9], considered party of slaves (servorum dies) [Fest. 343]: on this day Diana was also celebrated in the rest of Italy Central [Stat. Silv. III, 1, 59-60].

We do not know what was the appearance of the sanctuary to its foundation, according to some authors it was only an altar to the sky in garden, within a sacred area, perhaps a lucus [Tac. Ann. XII, 8; Dion. H. IV, 26] (unless the reference is not to the temple of Ariccia) surrounded by a fence; according to others, since its foundation had to be a shape of a Greek temple. Whatever was the original situation, we know that in the Republican era it was a temple, which was rebuilt by L. Cornificius during the rule of Augustus [Suet. Aug. XXIX] and probably took the name of aedes Dianae Cornificianae [CIL VI, 4305]: its structure was octostila with a double row of columns on each side.

It contained an old statue of the Goddess (wooden probably) which, according to Strabo was a xoanon similar to what was found in the temple of Artemis in Marseille [Strab. Geog. IV, 1, 5] and another marble that resembled that of Artemis at Ephesus [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 32]. There was a bronze stele on which was engraved a treaty between the Romans and the Latins [Dion. H. IV, 26] and another with the Lex de Icilia Aventino tougher of 456 BCE [Dion. H. X, 32], as well as a arae Dianae lex that served as a model for many other sacred places [CIL III, 1933; XI, 361; XII, 4333].

The cult of Diana on the Aventine has always been connected with that of Diana Nemorense: the scholars do not agree on which of the two temples was founded first, although the archaeological remains found in Nemi not date back beyond the fourth century BCE, it is possible the surrounding forest harbored a Goddess worship as early as the sixth century BCE. It was considered a common sanctuary of the peoples of the Latin League [Cato Orig. II Fr 28 apud Prisc. Gramm. IV, 129 H; Fest. 145] and, probably, when the Romans reached the hegemony among the Latin nations, they wanted to create a sort of double of this sanctuary in their city, as perhaps he had done Tibur, hegemonic city of the League before the rise of Rome. Modern authors, however, believe that there was a direct descent from one sanctuary to another and that the two cults were distinct and different: the Nemi would have suffered very soon the greek influence, particularly Phocaean, Roman, however would undergone a process of Hellenization only from the fifth century. BCE, influence on Cuman

The accounts of historians [Dion. H. IV, 26, 3-5; Liv. I, 45, 2-3] reported that Servius Tullus proposed to Latin to build a common worship on the Aventine (which was then outside the Pomerium so it was a suitable place to build a sanctuary not really Roman, but Latin), in it there would have been right to asylum and sacrifices were made both by individual nations, that the representatives of the entire federation, also the Latin cities there would come together to celebrate the Goddess and hold joint meeting to settle the conflicts. The sacred laws of the temple, including those related to participation in the festival and the assembly, were written on a memorial stone placed on the outside and would have been the prototype for those of numerous sacred sites throughout the Roman domain.

The information we have on the worship of Diana at Nemi are very few, a tradition was that it had been founded by Orestes, fleeing from Tauris with his sister Iphigenia after the murder of King Thoante, he brought with him a statue of Diana, so some Roman scholars believed the Aricina Goddess, a Diana Taurica [Serv. Aen. II, 116; VII, 761; Val. Flac. Arg. II, 305].

Then we have news of a peculiar rite of Lucus Dianae: inside the sacred forest there lived a priest of the goddess called rex Nemorensis, just a runaway slave could get that title and to do so, he had to defeat in a duel who held the priesthood after They caught a branch from a sacred tree, [Strabo. Geog. V, 3, 2; Pausan. II, 27, 4; Serv. Aen. II, 116; VI, 136; VII, 761; Ov. Fast. III, 270 ff; VI, 756 ff; Met. XIV, 331; XV, 497; Suet. Calig. XXXV; Stat. Silv. III, 1, 56; Verg. Aen. VII, 770-776]. Other supernatural beings shared the lucus with Diana: Virbius, perhaps an ancient sun god [Serv. Aen. VII, 776], on which we have no information other than his identification with Hippolytus, who died and resurrected by Artemis, making it a paredro His [Serv. Aen. VII, 84; 761]: the sources speak of an old and a young Virbius Virbius [Ov. Met. XV, 538-39; Hyg. Fab. 251; Verg. Aen. VII, 761-82], for this was identified in some Herms found in the sanctuary, with two faces, one young and one old man, surrounded by leaves. Egeria, a nymph that seems connected with the birth (the name comes from * ex gredior), prayed pregnant women [Fest. 77].

If such an interpretation can definitely have some truth, is certainly not enough to give account of a divine figure so complex, the understanding of which, in its original features, is complicated by the presence of Greek elements, since very ancient times (V century . BCE.), we must not forget, in fact, that Diana is among the honored deity from the first lectisternium of 399 BCE, although not associated with Hercules and Apollo.

The Roman Diana originally clearly a lunar deity [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68-69]: its name derives from the Indo-European root * di- (probably through the form * Diviana), connected with the heavenly light, we find in terms like dies, deus (* dieus), and in divus name of other gods such as Dius (Fidius), (Goddess) Dia and Jupiter (* Dius pater). It was venerated as lucifera [Cic. Nat. Deor. II, 27, 68; Ov. Herod. XX, 193; Lucr. V, 526; Mart. X, 70, 7; XI, 69, 6], the bearer of light, in relation to the nighttime glow of the full moon. Latin authors and inscriptions triple defined, triform [Hor. Car. III, 22, 4; Prop. II, 32, 9-10; CIL II, 2660; VI, 124; 511; Carm. Epig. 1529b B] or trivia [Enn. Fr. 362 R apud Var. L. L. VII, 16; Verg. Aen. VII, 516; Mart. V, 1, 2; VI, 47, 3], alluding to the triple aspect of the moon during its phases and triple it is represented on a denarius of the Republican era that plays a cultic statue present in Nemi sanctuary. These elements have led some poets to identify her with Hecate rather than with the Greek Artemis [Stat. Silv. III, 1, 59-60; Verg. Aen. IV, 511; VI, 35; 69; VII, 774; X, 537; XI, 566; 836; Catul. XXIV, 15], so that Statio can speak of Diana’s party as ‘Hecateidus Idus’ [Stat. Silv. III, 1, 60]. On the pediment of the temple of Rome he hung instead of cow horns deer as would be expected in the case of Artemis [Plut. Q. R. 4]. These horns have been considered in many cultures a representation of the crescent moon rising (particularly in the case of Isis and Hathor).

His party fell to Eidus Sext. During the full moon. On this day, as if to enhance the brilliance of the moon and remember the link between the two main places of worship of the Goddess, Roman women carried in procession from Nemi to Rome torches lit [Stat. Silv. III, 1, 59-60; Prop. II, 32, 9-10; Ov. Fast. III, 270]; They also cared particularly to wash and comb your hair proprii [Plut. Q. R. 100]. This reference Plutarch could be the memory of some ancient rite of ritual baths that connected to Diana’s party. This day was celebrated in many places in central Italy [Stat. Silv. III, 1, 59-60], and this could be an indication that Diana, in rural areas, were connected to the measurement of time, Varro seems to allude to a Jana moon and seven-day cycles based on lunar phases which framed the agricultural work [Var. R. A., 37, 3].

It should be recognized that, unlike other deities Lord definable animal, Diana, in the earliest phase, does not seem to have had ties with wild animals: we find well among its attributes the arc, but is not represented as a huntress, also the deer appears as an animal sacred to you [Fest. 343] (and we know that among the victims intended to you there was a lamb called Cervaria ovis because sacrificed instead of a deer [Fest. 57]) only in Hellenization iconographic documents dating from a later period, when the only scenes of sacrifice that are known to us, they see a cow as a victim (Figure 152, Figure 155) (see, eg, a marble altar of the third century now at Ny Carlsberg Glyptotek in Copenhagen). To the best of our knowledge, then, Diana does not seem to be a forest deity, connected to the wildest events and terrible nature, such as Feronia.

On the other hand it seems that among its most archaic traits there is a relationship with the births and sovereignty. Among the votive offerings found in her temple at Nemi, many concern the scope of the pregnancy and birth, also are associated with Egeria, which is indicated by sources as a nymph who presided over the party; in the Roman cult, among the most frequent epithets, we find it honored as Lucina, she who brings to light. As for the sphere of sovereignty, in addition to the ritual rex Nemorensis, we find a particular legend about the origins of the Aventine temple, Livy and Plutarch [Liv. I, 45, 3; Plut. Q. A. 4; Val. Max. VII, 3, 1] reported that a Sabine man had a very beautiful heifer and an oracle prophesied that the one who had sacrificed to Diana, would give its people the hegemony throughout Italy. The man went to the temple; The priest, knowing the prophecy, ordered him to go to purify themselves in the waters of the Tiber before the rite, while Sabine was away, he sacrificed himself (or was Servius Tullus to make the sacrifice) the heifer, thus ensuring to the Roma ‘ hegemony between the Italian towns.

Thus we see that Diana had a close link with the sovereignty and the royal investiture (area that mainly belonged to Fortuna in Rome), it ensured the continuity of royal power and legitimized the succession of rulers: within that function was inserted also the protection of births, ie the perpetuation of generations and the ruling dynasty. Just this protection on the royal function and legitimacy of sovereignty, would have made the sanctuary of Diana, Federal Center for Latin people.

The Feast of Diana on the Aventine was also called “Feast of the slaves” [Plut. Q. R. 100; Fest 343]: according to Roman scholars, because the temple of Diana was dedicated by Servius Tullius who was born a slave. Most likely because in ancient times had flocked to Rome many slaves from the Latin defeats and conquered cities, and of course they will have developed a special devotion to the patron deity of all the Latin people, in contrast to other peculiar divinity of Roma2. Or the devotion of the slaves may be due to the fact that those who entered the temple enjoyed the right to asylum and for that it must have been particularly honored by the timid fugitives, which, moreover, according to a gloss of Festus, were called deer [Fest. 343] for their speed or perhaps because devotees of Artemis – Diana

The Goddess was sacrificed a deer, an animal sacred to Artemis also, but we know that this victim was replaced by a sheep, called Cervaria [Fest. 57].

As the moon goddess, Diana presided probably the female cycle and fertility and why could overlap with Juno: it is, in fact, in connection with childbirth [Ov. Fat. III, 267-68] and often attributed to it by the Latin poets the epithet Lucina, who is also the Juno [Cat. XXXIV, 13 – 14; Verg. ECL. IV, 10; Hor. Carm. Sec. 13-16]. In the sacred grove of Nemi, it manifests its power through a sacred tree, whose branch should be used by the new rex Nemorensis to kill his predecessor; similarly Juno Caprotina showed its power through the sacred fig tree branch that showed his fertilizing power.

The identification between Diana and Artemis took place already in ancient times, in fact Diana – Artemis appears among the gods (Greek) for which he was offered the first lectisternio in Rome (398 BCE.) In association with Hercules [Liv. V, 13].

Herculi Invicto to Portam Trigeminam

Another temple dedicated to Hercules Victor stood at the door Trigemina [MACR. Sat. III, 6, 10; Serv. Aen. III, 36], probably close to that of Jupiter Inventor who, according to tradition, was built by Hercules himself [Dion. H. I, 39]. The information of this temple are very slim: it seems that it was built by the merchant tiburtino M. Octavius Herrenus [Masur. Sat. Apud. MACR. Sat. III, 6, 11; Serv. Aen. VIII, 363; Panegyr. Maxim. 13]. It is likely that the deity worshiped here was the same as Tibur [MACR. Sat. III, 12, 7].

The image that I had cutodita would be to Hercules Olivarius [CIL VI 33936] mentioned in regional catalogs [Not. Reg. XI]; the epithet may be due to the fact that Herrenus was a merchant of olives. It is thought that the building is depicted on a coin minted by Antoninus Pius [Cohen, Anton. 454], or [Cohen, Anton. 213] (Figure 156); on the latter it has 8 columns and is next to an altar dedicated to Jupiter.

Fortunae Equestris

The temple was voted in 180 BCE by Q. Fulvius Flaccus during his campaign in Spain [Liv. XL, 40, 44] and dedicated in 173 BCE [Liv. XLII, 10], the 13th Sext. [ILLRP 9]. For its decoration Fulvio carried some marble slabs from the temple of Juno Lacinia at Croton, but the Senate ordered him to return them [Liv. XLII, 3; Val. Max. I, I, 20]. Julius Obsequens mentions it in the facts relating to the year 92 BCE [Obseq. LIII] and maybe 158 [Obseq. XVI], but it must be destroyed before the year 22 BCE [Tac. Ann. III, 71]. It was located near the Theatre of Pompey [Vitr. III, 3; 2] and is cited by Vitruvius as an example of systylos, in which the space between the columns is twice the diameter of the same.

Castori in Circo Flaminio

A temple dedicated to Castor or Dioscuri in the Circus was the Flaminio [Hemerol. Allif. Amit. to Id. Aug .; CIL I2, 325; ILLRP 9), and it is cited by Vitruvius [Vitr. Arch. IV, 8, 4] because of unusual type. It was probably built by the censor C. Flaminius in 220 BCE.

Vortumno in Aventino

This feast was also called Vortumnalia and probably marked the end of the period of the harvest and the arrival of the autumn season (some do believe that Vortumnalia was another name of volturnalia).

The temple of Vortumnus stood on the Aventine, in Vicum Loreti Majoris [Fast. Amit. Allif. Vail. to Id. Aug., CIL I, 244; 217; 240; 325; ILLRP 9), it is reminded that inside there was a portrait of M. Fulvius Flaccus as a winner [Fest. 209]. Whereas Vortumnus was patron deity of the Etruscan League, which had its headquarters in fanum dedicated to him in the territory of Volsinii and Fulvius Flaccus celebrated a triumph on Volsinii, it is probable that the temple was built by him in 264 BCE. [CIL I, 172] following un’evocatio [Prop. IV, 2, 3]. Varro reports, however, that his worship was older and it would be introduced in Rome by Celio Vibenna followers leader who gathered to support Romulus against Tatius, who then went to live in what will become the Vicus Tuscus, where He was an ancient statue of the God [Var. L. L. V, 46; Liv. XLIV, 16, 10]. In another passage, the same author, it is instead a Sabine deity, brought to Rome by Tazio [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]]. The name of God is still of Latin origin, name of agent like Picumnus and Alumnus formed from the verb relate to, that his cult was extremely ancient and peculiar of the city of Rome, is evidenced by his flamen (flamen vortumnalis ) [Var. L. L. VII, 45; Fest. 379].

It was considered the God of all changes: mainly the ones that happened to the vegetation throughout the year, so it was considered the author of the change of seasons [Prop. IV, 2]. For this reason it was considered multiforme [Prop. cit .; Ov. Met. XVI, 609, et seq.] And were attributed action areas that overlapped with those of other gods as Bacchus (it was also considered a kind of Etruscan Bacchus) and Apollo also was considered the protector of the woods as Silvanus. Also he chaired the fruit ripening and thus was considered a lover of Pomona [Ov. Met. XIV, 609 ff] and was annus Vertens, author, that is, the arrival of the harvest season and the passage of their end and the period in which there were no agricultural activities [Prop. Cit.], For this was also deemed dispenser of abundance and fertility, as evidenced by the existence of a statue in the Vicus Jugarius at the altar of Ops [Prop. cit .; Cic. Verr. II, 1, 59]. His feast was falling between the close of the summer and beginning of autumn with the agrarian Vinalia Rustica.

Servio says the author of the River Tiber change [Serv. VIII, 90]. He was also considered the protector of trade, meaning trade, changes of ownership of goods [Ascon. Schol. in Cic. Ver. II, 1, 59; Porph. Schol. in Hor. Ep. I, 20, 1], and in front of his temple there were shops.

Vortumnus is the analogue of the Roman Pomonus Popdicus of Gubbio, whose name has the same meaning. This deity was honored during the ceremony dell’huntak [Tab. III – IV] that took place in the sixth month of Gubbio calendar, similar to Sextilis, at the place of assembly town meeting. The paredra of Pomonus was Uesona. The memory of this ancient Italic divine couple survived in Rome in the pair Vertumnus – Pomona [Ov. Met. XIV, 609 ff].

The church was located on the Aventine Hill in Loreto Majore, not far dall’Armilustrum [Var. L. L. V, 152; Fest. 379; Plut. Rom. XXIII, 3], at a site which is now located between the churches of St. Sabina and S. Alessio, ie in the vicinity of the temple of Juno Regina, the other deities evoked by an Etruscan city.

Camenis

Originally the Camenae were deities of waters, the most famous of which was Egeria, who were later identified with the Muses. In Rome there were several places of worship dedicated to them [Vitr. VIII, 3. 1; Mart. II, 6, 16; Serv. Aen. VII, 697]: the valley of Egeria [Juv. III, 13], a sacred grove [lucus Juv. III, 13; Liv. I, 21], a source [Plut. Num. IV; Symm. Ep. I, 20; Juv. III, 10; Frontin. de aquis I, 4], an altar [aedicula, Serv. cit.], other places of worship defined contemplates Camenarum [Schol. IUV. III, 16], perhaps located in correspondence of sources. The source was located at the foot of the Celio hill, but you can not identify the exact position; It was surrounded by Lucus, while vallis stretched north-east of the site, on the southeastern side of the hill and it was crossed by the Vicus Camenarum (CIL VI, 975] that reached the Appian Way. According to the Numa tradition built near the source is a bronze aedicula whose dedication would take place the 13th Sext. [ILLRP 9]. After he was struck by lightning, was removed and transferred to the temple of Honos and Virtus, then in the temple of Hercules Musarium by Fulvio nobilior. it is known that an aedes dell’aedicula would be built on the site [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 19].

Picture

Faustus Cornelius Sulla. Silver Denarius (3.79 g), 56 BC. Rome. FEELIX, diademed bust of Hercules right, lion’s skin tied at neck. Reverse FAVSTVS in exergue, Diana, holding lituus and reigns, driving galloping biga right; above, crescent and two stars; below horses, star. Crawford 426/2; Sydenham 881a; Cornelia 60

PRID. SEXT. (12) C

Herculi Invicto in Circo

Un tempio dedicato a Ercole Vittorioso si trovava in Foro Boario [Liv. X, 23, 3], di forma circolare [Macr. Sat. III, 6, 10; Fest. 242], si ricordano gli affreschi del poeta Pacuvio che lo decoravano [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. Presso questo tempio si trovava forse un altare dedicato a Pudicitia Patricia [Fest. Cit.; Liv. Cit.]. Questo edificio non era lontano dal Circo Massimo e, nelle sue vicinanze si trovava l’Ara Maxima dedicata sempre ad Ercole, quindi è possibile che in questa data vi si svolgessero dei sacrifici.

I calendari epigrafici, in questo giorno, riportano anche l’anniversario della dedica di un altro tempio, definito ad Circum Maximum [Fast. Amit. ad pr. Id. Aug; CIL I², pg 217; 244; 324]. Non si conosce l’anno in cui fu costruito, ma dovrebbe essere avvenuto all’inizio del III sec. aev. Vitruvio lo descrive come un edificio dall’aspetto arcaico, aerostilo e decorato con statue acroteriali fittili, secondo lo stile etrusco (tuscanico more) [Vitr. III, 3, 5], simile ai templi di Juppiter e Cereris. Conteneva una statua di Ercole scolpita da Mirone [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 57].

L’epiteto di aedis Herculis Pompeiuana con cui è noto rimanda a un restauro compiuto da Pompeo Magno attorno al 70 aev. il suo dies natalis coincideva con le celebrazioni all’Ara Maxima [Fast. Amit. ad pr. Id. Aug., CIL I². pg. 244; 324; Fast. Allif. Ib, 217]. Benché la collocazione dell’edificio non sia del tutto certa, non lo si può identificare con il tempio rotondo ancora visibile nella zona del Foro Boario, né con quello presso la Porta Trigemina.

 

Ara Maxima

Il santuario dell’Ara Maxima si trovava nel Foro Boario, presso la porta del Circo Massimo [Serv. Aen. VIII, 271; Schol. Juv. VIII, 13; Schol. Veron. Aen. VIII, 104; CIL VI, 312 – 319], in un angolo del Pomerium romuleo [Tac. Ann. XII, 24]. Fu distrutto durante l’incendio avvenuto sotto il regno di Nerone [Tac. Ann. XV, 41], ricostruito, esisteva ancora nel IV sec. e fu demolita verosimilmente sotto papa Adriano I, alla fine del secolo VIII [Lib. Pont. I pg 509]. Si trattava di un altare circondato da un recinto, conseptum sacellum [Strabo V, 3, 3; Solin. I, 10; Plut. Q. R. 90] in cui si trovava probabilmente una statua di Ercole Trionfatore (Figura 146; Figura 147; Figura 148) eretta, secondo la tradizione, da Evandro [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33; Macr. Sat. III, 6, 17; Serv. Aen. III, 407; VIII, 288].

L’altare sorgeva nella parte più bassa della Vallis Murcia, laddove il corso d’acqua che la attraversava entrava nel Tevere, formando il bacino paludoso del Portus Tiberinus. Tale collocazione è compatibile col suo carattere “emporico”, sorto probabilmente nei pressi di un sito deputato, tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro, al commercio del sale, praticato dalla comunità stabilitasi sul prospicente Monte Palatino. Troviamo un’ulteriore indizio della relazione tra Ercole e i commerci e della sua percezione come straniero, su una moneta di Cn. Domitius Ahenobarbus del 128 aev. che rappresenta il Dio sul recto e la prua di una nave sul verso, associazione che ricorda Saturnus (anche lui rappresentato su monete avente al verso la prua di una nave) altro originariamente Dio “straniero” nel Lazio (vedi Saturnalia)

Gli scavi condotti negli anni ’20 del ‘900 sotto la chiesa di S. Maria in Cosmedin e nelle sue vicinanze hanno permesso di identificare sotto l’abside dell’edificio, un’area pavimentata con lastre di travertino, sormontata da una platea in tufo dell’Aniene che è riferibile alla fase tardo-repubblicana del santuario (fino al 179 aev. doveva trattarsi ancora di un fanum [Liv. XL, 51, 6], ossia di un semplice altare posto all’interno di uno spazio recintato; la monumentalizzazione dell’area deve essere avvenuta alla metà del II sec. aev. forse in concomitanza con la costruzione dell’aedes Herculis Aemiliana).

Secondo una tradizione l’Ara Maxima sarebbe stata innalzata da Evandro quando fondò la propria città sul Palatino [Dion. Hal. I, 40, 6; Macr. Sat. III, 11, 7; Tac. Ann. XV, 41; Myth. Vat. II, 153; Strabo V, 3, 3] e dedicata a tutti gli Dei [Serv. Aen. VIII, 271]. Secondo un’altra sarebbe stata costruita da Ercole in onore di Juppiter [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Ov. Fast.  I, 581; Prop. IV, 9, 67; Solin. I, 10; Verg. Aen. VIII, 271], mentre una terza vuole che sia stata eretta da Evandro in onore di Ercole, di cui aveva riconosciuto la divinità dopo che ebbe ucciso Cacus [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Dion. Hal. I, 40, 6; Fest. 237; Serv. Aen. VIII, 203; 269 – 71]. Macrobio riporta una versione secondo cui fu costruita dai compagni che Ercole aveva lasciato in Italia mentre tornava in Grecia [Macr. Sat. III, 6, 17].

Cassio Hemina, in un frammento confluito nell’Origo Gentis Romanae attribuisce la fondazione del santuario a un pastore di origine greca, di bellezza e forza eccezionali, di nome Recaranus (o, secondo un’altra versione Garanus [Serv. Aen. VIII, 203]) che uccise Cacus, malvagio servo di Evandro, che gli aveva rubato il gregge. Dopo la scoperta del ladro e la sua uccisione, il pastore consacrò un altare a Pater Inventor [PsAurel. Vict. OGR VI, 1 – 6]. Carmenta, pur essendo stata invitata al sacrificio, non si presentò, per questo Recaranus stabilì che le donne non avrebbero potuto entrare nel santuario [PsAurel. Vict. OGR VI, 7]

Secondo le fonti letterarie [Dion. Hal. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-271; Macr. Sat. III, 6, 17], Evandro sacrificò un vitello che non era mai stato aggiogato in onore di Ercole, la cui origine divina era stata profetizzata da sua madre Carmenta: fu lo stesso Ercole ad istituire il rituale di questo sacrificio e, affinché esso potesse essere perpetuato, lo insegnò a due famiglie patrizie, i Pinarii e i Potitii che l’avrebbero in seguito celebrato per molto tempo, finché il censore Appio Claudio non volle che fosse insegnato anche a servi pubblici che, in seguito all’estinzione delle due gentes, lo celebrarono per conto dello Stato Romano [Fest. 217; Liv. IX, 29, 9 – 10; XXXIV, 18 – 19; CIL VI, 313]. Dalle fonti epigrafiche e da Macrobio [Macr. Sat. III, 12, 2] sappiamo che era presieduto dai pretori urbani che offrivano libagioni di vino [Serv. Aen. VIII, 278] e sacrificavano un vitello (vedi oltre). Alcuni testi delle dediche dei pretori, in occasione di questi sacrifici, per l’età imperiale, sono sopravvisuti [CIL VI, 312 – 19]

… Te precor Alcide sacris / Invicte peractis / rite tuis laetus dona / ferens meritis / haec tibi nostra potest / tenuis perferre camena / nam grates dignas tu / potes efficere / sume libens simulacra / tuis quae munera Cilo / aris urbanus dedicat / ipse sacris… [CIL VI, 312 (p 3004, 3756) = CIL VI, 30735a = AE 2004, 190]

Il rituale si svolgeva in due momenti: al mattino [Serv. Aen. VIII, 269], quando probabilmente le vittime erano immolate e sacrificate, e alla sera, quando si svolgeva il banchetto rituale, preceduto da una processione al lume delle torce [Verg. Aen. VIII, 282]. I celebranti indossavano delle pelli, forse per imitare Ercole vestito della pelle del leone di Nemea [Verg. Aen. VIII, 282; Serv. ad loc.] (Servio ipotizza in alternativa un’imitazione delle usanze degli arcadi di Evandro e un collegamento con Faunus). Secondo la tradizione alla prima parte presenziarono entrambe le famiglie, mentre alla seconda i Pinarii giunsero in ritardo, quando le carni erano già state consumate, per questo motivo essi furono solo ministri del culto (o custodi degli oggetti sacri), ma non poterono partecipare al banchetto sacro, mentre i Potitii partecipavano ad entrambi i momenti del rito [Diod. Sic. IV, 21, 1 – 4; Liv. I, 7, 12 – 14; Dion. H. I, 40, 4 – 5; Fest. 137; 217; Myth. Vat. I, 69; Verg. Aen. VIII, 268 – 84; Serv. Aen. VIII, 269 – 70].

All’interno del recinto del santuario, si svolgevano banchetti pubblici particolarmente sontuosi [Athen. IV, 38, 153e; Plut. Syl. XXXV; Cras. II; Macr. Sat. III, 12, 2]: secondo Varrone, nei tempi antichi gli uomini più ricchi erano soliti offrire la decima parte di quanto possedevano a Ercole [Varr. L. L. VI, 54; Var. apud Serv. Aen. VIII, 363; Macr. Sat. III, 6, 10 – 11; Just. XVIII, 7, 7; Naev. Colax Fr. I pg 12 R apud Prisc. GLK II, 492, 1] e a offrire pubblici sacrifici a cui era invitato tutto il popolo [Var. Sat. Menip. Peri Ker. Fr. 413 apud Macr. Sat. III, 12, 2].

Le cerimonie attorno all’Ara Maxima erano celebrate graeco ritu: erano officiate dal pretore urbano, anziché dai consoli o da sacerdoti, a capo scoperto e coronato, in origine di pioppo [Verg. Ecl. VII, 61; Serv. Aen. VIII, 276; 278], poi di alloro [Macr. Sat. III, 12, 1 – 4]; i partecipanti assistevano indossando corone di pioppo o alloro e il banchetto era consumato seduti e non sdraiati secondo l’uso romano [Macr. Sat. III, 6, 17; III, 12, 2] (vi erano anche vietati i lectisternia, benché fossero collegati al rito greco [Macr. Sat. III, 6, 16; Serv. Aen. VIII, 176]), inoltre non vi era separazione della carne riservata agli uomini e degli exta sacrificati al Dio, ma tutte le parti della vittima erano consumate nel banchetto (usanza tipica del rituale greco) [Fest. 253], nulla di esse poteva essere portato fuori dallo spazio sacro [Serv. Aen. VIII, 183; Var. L. L. VI, 54] e quanto rimaneva delle vittime, ad esempio la pelle, era gettato nel fuoco (in questa accezione va inteso il passaggio di Servio ‘quod ad aram maximam aliquid servari de tauro nefas est; nam et corium illius mandunt’ dove mando non significa tanto mangiare, quanto consumare [sul fuoco]).

Sebbene altre divinità avevano delle loro vittime proprie, a Ercole si poteva sacrificare qualsiasi cosa. In occasione del sacrificio annuale veniva immolato un vitello [Var. L. L. VI, 54] ed era versata una libagione di vino da una coppa di grandi dimensioni di foggia greca, lo skyphus, che si credeva, fosse stato lasciato dallo stesso Ercole [Serv. Aen. VIII, 278; Macr. Sat. V, 21, 11; Athen. XI, 782B; Plut. Alex. LXXV].

Durante la cerimonia non viene nominato nessun altro Dio [Plut. Q. R. 90], poiché Ercole riservò l’altare esclusivamente a se stesso [Serv. Aen. VIII, 271], tale affermazione degli autori romani indica che i sacrifici all’Ara Maxima, celebrati con rito greco, non prevedevano la praefatio, tipica del rito romano.

Non potevano presenziare le donne [Serv. Aen. III, 407; VIII, 288; Macr. Sat. I, 12, 28; III, 6, 16 – 17; Prop. IV, 9; Plut. Q. R. 60] e nel recinto dell’Ara Maxima non potevano entrare cani e mosche [Plut. Q. R. 90; Plin. Nat. Hist. X, 79; Solin. I, 10 – 11].

Oltre al sacrificio di un vitello, sull’Ara Maxima erano pronunciati giuramenti, stretti patti e compiuti sacrifici in adempimento di voti [Dion. Hal. I, 40], inoltre vi si offrivano le decime dei profitti o dei raccolti [Plut. Q. R. 18; Macr. Sat. III, 12, 2]. Questa usanza sarebbe stata inaugurata da Ercole stesso che, oltre al sacrificio di Evandro, offrì la decima parte del bottino che aveva catturato a Caco.

 

Herculi Invicto

Nel 142 aev, sul lato nord-orientale dell’Ara Maxima, Scipione Emiliano, come censore, fece edificare un tempio dedicato a Hercules Invictus di forma circolare [Liv. X, 23, 3; Fest. 242; Macr. Sat. III, 6, 10], noto come aedes Herculis Aemiliana. Al suo interno si trovava un affresco del poeta Pacuvio [Plin. Nat. Hist. XXXV, 4, 19].

Il tempio esisteva ancora alla fine del 1400, a nord di Piazza di Bocca della Verità, tra questa e Piazza dei Cerchi, come testimoniano i disegni di Baldassare Peruzzi, ma fu distrutto sotto il pontificato di Sisto IV.

È plausibile che il dies natalis coincidesse con le celebrazioni all’Ara Maxima.

Questo edificio fu il primo tempio a pianta circolare dopo l’aedes Vestae, la sua collocazione in opposizione al più tradizionale tempio di Ercole Pompeiano, lascia intendere che Scipione avesse voluto creare un complesso cultuale dedicato a Ercole Dio e eroe di matrice greca; è noto, infatti, che in Grecia il culto di alcuni eroi divinizzati prevedeva due edifici differenti, un tempio per il culto del Dio e un tholos per il culto eroico.

Veneri Victrici, Honori, Virtuti, Felicitati in Teatro Marmoreo

Il primo teatro permanente di Roma, costruito in pietra, fu eretto da Pompeo durante il suo secondo consolato, nel 55 aev. e dedicato lo stesso anno [Tac. Ann. XIV, 20; Cass. Dio. XXXIX, 38] con spettacoli e combattimenti di animali [Cic. in Pis. 65; Plin. Nat. Hist. VII, 158; VIII, 20; Plut. Pomp. LII]. Era chiamato anche: theatrum Pompei, theatrum Pompeianum [Plin. cit. XXXIV, 39; XXXVI, 15; Suet. Tib. 47; Claud. 21; Tac. Ann. VI, 45; Mart. VI, 9; X, 51, 11; XIV 29, 1; 166, 1; Flor. XIII, 8], theatrum marmoreum [Fast. Amit. ad pr. Id. Aug., CIL I², 244], theatrum magnum [Plin. cit. VII, 158], o semplicemente theatrum [Cic. Ad Att. IV, 1, 6; Hor. Carm. I, 20, 3; Suet. Nero 13; Flor. II, 13, 9; Cass. Dio I, 8, 3], poiché fu l’unico teatro fino alla costruzione di quello di Marcello e comunque il più importante.

Il teatro si trovava nel Campo Marzio a nord-est del Circo Flaminio e i suoi resti sono stati trovati sotto la chiesa di S. Maria de Crypta pincta e piazza dei Satiri, quelli del tempio di Venere, sotto Palazzo Pio. Piazza di Grottapinta preserva ancora al forma originale del teatro: la facciata semicircolare della cavea consisteva di tre serie di arcate adorne di colonne doriche, ioniche e corinzie; il diametro della costruzione era di 150-160 metri e la lunghezza della scena di circa 95 metri. Plinio afferma che la cavea poteva contenere 40000 persone [Plin. Nat. Hist.  XXXVI, 115].

Il piano dell’opera fu copiato da quello di Mitilene [Plut. Pomp. XLII] e vi furono poste molte statue di grande bellezza [Plin. cit. VII, 34; XXXVI, 41; Suet. Nero 46; Serv. Aen. VIII, 721]. Per evitate censure per la costruzione di un teatro permanente, egli vi edificò un tempio a Venus Victrix al sommo della parte centrale della cavea, cosicché le gradinate sembrassero gradini che portavano al tempio e lo dedicò nell’insieme come un tempio e non come un teatro [Tert. Spect. X; Gell. X, 1, 7; Plin. cit. VIII, 20].

La dedica avvenne nel 52 aev. e, dalle notizie dei calendari epigrafici, sembra che all’interno vi fossero altari per altre divinità: Honor, Virtus, Felicitas [Fast. Allif. Amit. ad pr. Id. Aug., CIL i², 217; 244; 324; Suet. Claud. 2].

Fu restaurato da Augusto nel 32 aev. che vi pose la statua di Pompeo, davanti alla quale fu ucciso Cesare, che si trovava nella Curia Pompei. Bruciò nel 21 aev. e fu restaurato da Tiberio che vi pose una statua bronzea di Sejano. I lavori furono completati da Caligola e il teatro fu poi dedicato da Claudio che vi aggiunse un arco in onore di Tiberio [Tac. Ann. III, 72; VI, 45; Veil. II, 130; Sen. De Cons. ad Marc. XXII, 4; Cass. Dio. LVII, 21, 3; LX, 6, 8; Suet. Tib. 47; Cal. 21; Claud. 11; 21]. Nell’80 la scena bruciò, ma fu ricostruita in breve tempo [Cass. Dio LXVI, 24, 2]. Sotto Severo vi furono altri lavori di restauro, ma nel 247 il teatro bruciò ancora e fu restaurato da Diocleziano e Massimiano. Nuovi lavori fi furono fatti sotto Arcadio ed Onorio ed infine con Simmaco tra il 507 e il 511. La sua magnificenza è ricordata da Cassio Dione e Ammiano Marcellino [Cass. Dio. XXXIX, 38; Amm. Marc. XVI, 10, 14].

 

Herculi Invicto in Circo

A temple dedicated to Hercules Victorious was in Foro Boario [Liv. X, 23, 3], of circular shape [MACR. Sat. III, 6, 10; Fest. 242], is reminiscent of the frescoes that decorated the Pacuvio poet [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. At this temple is perhaps was an altar dedicated to Pudicitia Patricia [Fest. cit .; Liv. Cit.]. This building was not far from the Circus Maximus, and, in its vicinity was the Ara Maxima always dedicated to Hercules, so it is possible that on this date were held there for sacrifices.

The epigraphic calendars, on this day, also report the anniversary of the dedication of another temple, called to Circum Maximum [Fast. Amit. to pr. Id. Aug; CIL I², pg 217; 244; 324]. You do not know the year it was built, but it should be done at the beginning of the third century. BCE. Vitruvius describes it as an archaic-looking building, aerostilo and decorated with statues acroterial clay, according to the Etruscan style (Tuscan more) [Vitr. III, 3, 5], similar to the temples of Jupiter and Cereris. It contained a statue of Hercules sculpted by Myron [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 57].

The epithet Aedis Herculis Pompeiuana which is known points to a restoration carried out by Pompey the Great around 70 BCE. his Dies Natalis coincided with the Ara Maxima [Fast celebrations. Amit. to pr. Id. Aug., CIL I². pg. 244; 324; Fast. Allif. Ib, 217]. Although the building’s location is not certain, you can not identify with the still visible round temple in the Forum Boarium, or with that at the Porta Trigemina.

 

Ara Maxima

The Ara Maxima sanctuary was located in the Forum Boarium, the Circus Maximus at the door [Serv. Aen. VIII, 271; Schol. Juv. VIII, 13; Schol. Veron. Aen. VIII, 104; CIL VI, 312-319], in a corner of Pomerium Romulus [Tac. Ann. XII, 24]. It was destroyed during the fire occurred in the reign of Nero [Tac. Ann. XV, 41], rebuilt, still existed in the fourth century. and it was demolished probably under Pope Adrian I, at the end of the eighth century [Lib. Pont. I pg 509]. This was an altar surrounded by a fence, conseptum sacellum [Strabo V, 3, 3; Solin. I, 10; Plut. Q. R. 90] in which it was probably a statue of Hercules Triumphant erected, according to tradition, by Evandro [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33; Macr. Sat. III, 6, 17; Serv. Aen. III, 407; VIII, 288].

The altar stood at the lowest part of the Vallis Murcia, where the stream that ran through entered the Tiber, forming swampy basin Portus Tiberinus. This position is consistent with his character “emporium”, probably built in the vicinity of a Member’s site, between the end of the Bronze Age and Early Iron, the salt trade, practiced by settled communities on Mount prospicente Palatino. We find further evidence of the relationship between Hercules and businesses and its perception as a foreigner, on a Cn currency. Domitius Ahenobarbus of 128 BCE. representing God on the obverse and the prow of a ship on the back, an association that reminds Saturnus (also represented on coins having to toward the bow of a ship) another God originally “stranger” in New York

The excavations carried out in the 20s of ‘900 under the church of S. Maria in Cosmedin and its vicinity have identified under the apse of the building, an area paved with slabs of travertine, topped by an audience of tufa Aniene which is attributable to the late Republican phase of the sanctuary (until 179 BCE. it had to be even a fanum [Liv. XL, 51, 6], which is a simple altar placed inside an enclosed space, the monumentalization area must have occurred to the middle of the second century. BCE. perhaps in conjunction with the construction at Aedes Herculis Aemiliana).

According to one tradition the Ara Maxima would be raised from Evandro when he founded his city on the Palatine [Dion. Hal. I, 40, 6; Macr. Sat. III, 11, 7; Tac. Ann. XV, 41; Myth. Vat. II, 153; Strabo V, 3, 3] dedicated to all the gods [Serv. Aen. VIII, 271]. According to another it would be built by Hercules in honor of Jupiter [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Ov. Fast. I, 581; Prop. IV, 9, 67; Solin. I, 10; Verg. Aen. VIII, 271], while a third says it was built by Evander in honor of Hercules, which had recognized the divinity after he killed Cacus [Liv. I, 7, 10 – 11; IX, 29, 9; Dion. Hal. I, 40, 6; Fest. 237; Serv. Aen. VIII, 203; 269-71]. Macrobius shows a version that was built by the companions that Hercules had left Italy and returned to Greece [Macr. Sat. III, 6, 17].

Cassio Hemina, in a merged fragment nell’Origo Gentis Romanae attributes the foundation of the sanctuary to a Greek shepherd, of exceptional beauty and strength, named Recaranus (or, according to another version Garanus [Serv. Aen. VIII, 203]) that killed Cacus, the evil servant of Evander, who had stolen his flock. After the discovery of the thief and his killing, the pastor consecrated an altar to Pater Inventor [PsAurel. Vict. OGR VI, 1-6]. Carmenta, despite having been invited to the sacrifice, did not show up, why Recaranus ruled that the women could not enter the sanctuary [PsAurel. Vict. OGR VI, 7]

According to literary sources [Dion. Hal. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-271; Macr. Sat. III, 6, 17], Evandro sacrificed a calf that had never been yoked in honor of Hercules, whose divine origin was prophesied by his mother Carmenta: it was the same Hercules to establish the ritual of sacrifice and so that he could be perpetuated, he taught it to two noble families, the Pinarii and Potitii who would later celebrated for a long time, until the censor Appio Claudio did not want it to be taught in public servants, with the end of the two gentes, I celebrated on behalf of the Roman [Fest State. 217; Liv. IX, 29, 9-10; XXXIV, 18-19; CIL VI, 313]. By epigraphic sources and Macrobius [Macr. Sat. III, 12, 2] we know that was chaired by the municipal magistrates who offered libations of wine [Serv. Aen. VIII, 278] and sacrificed a calf (see below). Some texts of the magistrates’ dedications for these sacrifices, for the imperial age, are survivors [CIL VI, 312-19]

… Te precor Alcide sacris / Invicte peractis / rite tuis laetus donates / ferens meritis / haec tibi our potest / tenuis perferre Camena / nam grates Dignas you / potes Efficere / sume Libens simulacra / tuis quae munera Cilo / aris urbanus dedicat / ipse sacris … [CIL VI, 312 (p 3004, 3756) = CIL VI, 30735th = AE 2004, 190]

The ritual took place in two stages: in the morning [Serv. Aen. VIII, 269], probably when the victims were sacrificed, and sacrificed, and at night, when you played the ritual feast, preceded by a procession by torchlight [Verg. Aen. VIII, 282]. The celebrants wore skins, perhaps to imitate Hercules skin of the Nemean lion suit [Verg. Aen. VIII, 282; Serv. Ad loc.] (Servio assumes alternatively an imitation of the customs of the Arcadian Evander, and a connection to Faunus). According to tradition the first part attended by both families, while at the second the Pinarii arrived late, where the meat had already been consumed, for this reason they were only ministers of religion (or guardians of the sacred objects), but they could not participate in the sacred banquet, while Potitii were participating in both moments of the rite [Diod. Sic. IV, 21, 1 – 4; Liv. I, 7, 12 – 14; Dion. H. I, 40, 4 – 5; Fest. 137; 217; Myth. Vat. I, 69; Verg. Aen. VIII, 268-84; Serv. Aen. VIII, 269-70].

Within the Holy Place were held sumptuous banquets particularly public [Athen. IV, 38, 153rd; Plut. Syl. XXXV; Cras. II; Macr. Sat. III, 12, 2]: according to Varro, in the richest men ancient times they used to give a tenth of their possessions to Hercules [Varr. L. L. VI, 54; Var. Apud Serv. Aen. VIII, 363; Macr. Sat. III, 6, 10-11; Just. XVIII, 7, 7; Naev. Colax Fr. I pg 12 R apud Prisc. GLK II, 492, 1] and to offer public sacrifices to which he was invited all the people [Var. Sat. Menip. Peri Ker. Fr. 413 apud Macr. Sat. III, 12, 2].

The ceremonies were celebrated around the Ara Maxima graeco ritu: were officiated by the city magistrate, rather than by the consuls or by priests, bareheaded and crowned, in poplar origin [Verg. Ecl. VII, 61; Serv. Aen. VIII, 276; 278], then bay [Macr. Sat. III, 12, 1-4]; Participants attended wearing poplar crowns or laurel and the feast was eaten sitting and not lying down according to the Roman [Macr. Sat. III, 6, 17; III, 12, 2] (there were also prohibited lectisternia, although they were linked to the greek rite [Macr. Sat. III, 6, 16; Serv. Aen. VIII, 176]), also there was no separation of the reserved meat to men and exta sacrificed to God, but all parts of the victim were consumed in the banquet (typical custom of ritual greek) [Fest. 253], none of them could be brought out of the sacred space [Serv. Aen. VIII, 183; Var. LL VI, 54], and what remained of the victims, such as the skin, was thrown into the fire (in this sense is defined as the passage of Servius ‘quod ad Aram maximam aliquid servari de tauro nefas east; nam et corium illius mandunt’ where control does not mean much to eat, how much to consume [the fire]).

While other gods had their own victims, Hercules could sacrifice anything. On the annual sacrifice a calf was immolated [Var. L. L. VI, 54] and a libation of wine was poured from a large cup of Greek fashion, the skyphus, believed, had been left by the Hercules [Serv. Aen. VIII, 278; Macr. Sat. V, 21, 11; Athen. XI, 782B; Plut. Alex. LXXV].

During the ceremony he is not named any other God [Plut. Q. R. 90], since Hercules reserved the altar only to himself [Serv. Aen. VIII, 271], that statement of the Roman authors indicates that the Ara Maxima sacrifices, celebrated with greek rite, did not foresee the praefatio, typical of the Roman Rite.

They could not attend the women [Serv. Aen. III, 407; VIII, 288; Macr. Sat. I, 12, 28; III, 6, 16-17; Prop. IV, 9; Plut. Q. R. 60] and in the enclosure Ara Maxima could not enter dogs and flies [Plut. Q. R. 90; Plin. Nat. Hist. X, 79; Solin. I, 10 – 11].

In addition to the sacrifice of a calf, altar Maxima were pronounced oaths, pacts and sacrifices made in fulfillment of votes [Dion. Hal. I, 40], there is also offered the tithes of the profits or harvests [Plut. Q. R. 18; MACR. Sat. III, 12, 2]. This custom was inaugurated by Hercules himself who, in addition to the Evandro sacrifice, offered one tenth of the booty that had captured in Caco.

Herculi Invicto

In 142 BCE, on the northeastern side of Ara Maxima, Scipio, as a censor, he built a temple dedicated to Hercules Invictus circular [Liv. X, 23, 3; Fest. 242; Macr. Sat. III, 6, 10], known as aedes Herculis Aemiliana. Inside was a fresco of Pacuvio poet [Plin. Nat. Hist. XXXV, 4, 19].

The temple still existed at the end of 1400, north of Square Mouth of Truth, between this and Piazza dei Cerchi, as evidenced by the drawings of Baldassare Peruzzi, but was destroyed during the papacy of Sixtus IV.

It is plausible that the Dies Natalis celebrations coincide with the Ara Maxima.

This building was the first circular temple after the aedes Vestae, its location as opposed to the more traditional temple of Hercules Pompeiano, suggests that Scipio had wanted to create a cult complex dedicated to Hercules God and hero from Greek roots; It is known, in fact, that in Greece the cult of some deified heroes included two different buildings, a temple for the worship of God and a tholos for the heroic worship.

Veneri Victrici, Honori, Virtuti, Felicitati in Teatro Marmoreo

The first permanent theater in Rome, built in stone, was erected by Pompey during his second consulate, in 55 BCE. and he dedicated the same year [Tac. Ann. XIV, 20; Cass. Dio. XXXIX, 38] with shows and animal fights [Cic. in Pis. 65; Plin. Nat. Hist. VII, 158; VIII, 20; Plut. Pomp. LII]. It was also called: theatrum Pompei, theatrum Pompeianum [Plin. cit. XXXIV, 39; XXXVI, 15; Suet. Tib. 47; Claud. 21; Tac. Ann. VI, 45; Mart. VI, 9; X, 51, 11; XIV 29, 1; 166, 1; Flor. XIII, 8], theatrum marmoreum [Fast. Amit. to pr. Id. Aug., CIL I², 244], magnum theatrum [Plin. cit. VII, 158], or simply theatrum [Cic. Att. IV, 1, 6; Hor. Carm. I, 20, 3; Suet. Black 13; Flor. II, 13, 9; Cass. God, I, 8, 3], because it was the only theater to the building to Marcello and in any case the most important.

The theater was located in the Campo Marzio in the northeast of the Circus Flaminius and his remains were found under the church of St. Mary de Crypt pincta and Piazza of Satyrs, those of Venus’s temple, in the Palazzo Pio. Piazza Grottapinta still preserves the original form of theater: the semicircular facade of the auditorium consisted of three series of arcades full Doric, Ionic and Corinthian; the diameter of the building was of 150-160 meters and the length of the scene of about 95 meters. Pliny says that the auditorium could hold 40,000 people [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 115].

The work plan was copied from that of Mytilene [Plut. Pomp. XLII] and there were many items of great beauty statues [Plin. cit. VII, 34; XXXVI, 41; Suet. Black 46; Serv. Aen. VIII, 721]. To avoid censure for the construction of a permanent theater, he built there a temple to Venus Victrix at the top of the central part of the auditorium, so the stands seemed to steps leading to the temple and dedicated it as a whole as a temple and not as a theater [Tert. Spect. X; Gell. X, 1, 7; Plin. cit. VIII, 20].

The dedication took place in 52 BCE. and, by the news of epigraphic calendars, it seems that inside there were altars to other gods: Honor, Virtus, Felicitas [Fast. Allif. Amit. to pr. Id. Aug., CIL i², 217; 244; 324; Suet. Claud. 2].

It was restored by Augustus in 32 BCE. that he placed the statue of Pompey, before which he was killed Caesar, who was in the Curia Pompeii. He burned down in 21 BCE. and it was restored by Tiberius that he placed a bronze statue of Sejanus. The work was completed by Caligula and the theater was later dedicated by Claudius who added a bow in honor of Tiberius [Tac. Ann. III, 72; VI, 45; Veil. II, 130; Sen. De Cons. to Marc. XXII, 4; Cass. Dio. LVII, 21, 3; LX, 6, 8; Suet. Tib. 47; Cal. 21; Claud. 11; 21]. 80 burnt the scene, but was rebuilt in a short time [Cass. Dio LXVI, 24, 2]. Under Severus there were other restoration work, but in 247 the theater burned again and was restored by Diocletian and Maximian. New fi works were done under Arcadius and Honorius, and finally with Simmaco between 507 and 511. Its magnificence is mentioned by Dio Cassius and Ammianus [Cass. Dio. XXXIX, 38; Amm. Marc. XVI, 10, 14].

 

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Hercules Invicto from Forum Boarium, bronze statue, Capitoline Museum, Rome

V EID. SEXT. (9) F

Soli Indigiti In Colle Quirinale

L’esistenza di un luogo consacrato a Sol Indiges sul colle Quirinale è riportata dai calendari epigrafici di età imperiale: in origine si trattava probabilmente di un fanum o sacellum, ossia uno spazio a cielo aperto, che, L. Papirius Cursor, nel 293 aev, trasformò nel primo solarium (uno spazio aperto e pianeggiante destinato all’osservazione della posizione del sole, per determinare l’ora del giorno) della città [Plin. Nat. Hist. VII, 60, 213], su cui forse fu edificato un tempio nel corso del III sec. aev. Anche questo edificio doveva avere un’apertura nel tetto, visto che Vitruvio annovera Sol tra le divinità venerate “sub divo” assieme a Caelum, Juppiter Fulgur e Luna [Vitr. I, 2, 5]. L’unico riferimento a questo luogo si trova in Quintiliano che parla di un

…  in pulvinari Solis, qui colitur iuxta aedem Quirini, vesperug, quod vesperuginem accipimus.… [Quinct. Inst. I, 7, 12]

Col termine pulvinar, secondo lo Pseudo-Acrone, si definivano dei letti o dei tavoli sui cui erano posti i simulacri delle divinità [PsAcr. Schol. in Hor. Car. I, 37, 3] e che potevano essere usati per il loro trasporto [Cic. Har. Resp. V, 8 – 9] durante processioni o lectisternia [Arnob. Adv. Nat. VII, 32, 8], ossia diventare fercula. In epoca arcaica e fino al II sec. aev. [Liv. XL, 59, 7] i simulacri posti sui pulvinaria erano fatti di fasci di verbene chiamati struppi, modellati per assomigliare alla testa della divinità [Fest. 64; 313; 347].

Se questo pulvinar è identificabile col tempio menzionato dai calendari, allora esso avrebbe dovuto trovarsi sul colle Quirinalis, nei pressi del tempio di Quirinus. Stando al passo del retore, l’antichità di questo luogo di culto è dimostrata dal fatto che vi si venerasse anche Vesper, la stella della sera [Plaut. Amph. 275; Var. L. L. VI, 6; VII, 50], identificata con Venus [Vitr. IX, 1, 7; Serv. Aen. I, 382]. L’associazione tra Sol e Vesper (o tra Sol e Venus, così come vediamo su una moneta di L. Mussidius Longus in cui sul recto abbiamo l’immagine di Sol e sul verso, quella di Venus Cloacina) è significativa e rimanda al santuario lavinate della “Madonnella”: in questo luogo sacro era venerata una divinità solare identificabile con Pater Indiges o Sol Indiges,  [Plin. Nat. Hist. III, 5, 56] (identificato con Enea [Liv. I, 2, 6; Solin. II, 14; O. G. R. XIV, 2 – 4; Tib. II, 5, 43 segg; Verg. Aen. XII, 794; Serv. Aen. I, 259], o Anchise [Gel. II, 16, 9; Dion. H. I, 64, 5], oppure Latino [Fest. 194]), associato ad altre divinità (come Cerere [CIL I, 2847 = AE 1976, 110 = ILLRP 509] e i Dioscuri [CIL I, 2833 = ILLRP 1271a = AE 1976, 109]), tra cui un ruolo di rilievo doveva avere Afrodite, venerata come Vesperna [CIL I, 2847 = AE 1976, 110 = ILLRP 509]. Questi elementi inducono a credere in una derivazione diretta del culto del Quirinale da quello lavinate in epoca arcaica; benché le prime attestazioni iconografiche del culto di Sol, si trovino su monete della fine III sec. aev. dove compare associato a Luna, ad esempio un’uncia del 217 aev (secondo la tradizione riportata da Varrone i due culti sarebbero stati istituiti assieme da Tito Tazio [Var. L. L. V, 52.]), tuttavia troviamo la ruota, antichissimo simbolo solare, già su Aes Signata risalenti alla prima metà dello stesso secolo. Un altro indizio dell’antichità della venerazione di Sol è la festività dell’Agonium Indigetis in December (vedi December). Nonostante l’oscurità delle festività denominate Agonium, sappiamo infatti che si tratta di ricorrenze appartenenti al calendario monarchico.

Di questa derivazione lavinate le fonti romane non fanno menzione: per gli eruditi il culto di Sol sul colle Quirinale (che si ipotizza abbia ospitato un insediamento di etnia sabina fin dalla protostoria romana) era molto antico, ma di origine sabina (fondato da Tito Tatio [Var. L. L. V, 52]): le fonti parlano di un pulvinar Solis presso il tempio di Quirinus, dove il culto era affidato alla gens Aurelia [Fest. 23; Quinct. I, 7, 12; Var. L. L. V, 52], il cui nome si credeva derivato da ausel, forma sabina del nome Sol [Auseli, Fest. Cit.] (tuttavia ausel sembra derivare dall’etrusco Usil nome della divinità della luce). Si trattava quindi di un sacrum gentilicium appartenente alla protostoria della religione romana che fu poi convertito in culto pubblico con l’affermarsi dell’organizzazione urbana.

Il termine Indiges è stato oggetto di numerosi tentativi di interpretazione senza giungere a un conclusione univoca e condivisa; la teoria tradizionale, risalente a Koch vuole che sia un epiteto riferito ad antenati divinizzati, come Enea, ritenuto l’antenato mitico del popolo latino. Torelli ha modificato tale visione ritenendo che Pater Indiges fosse un’arcaica divinità solare dai caratteri ctoni che fu poi identificato con Enea, padre, in quanto mitico antenato del nomen latinus

Sol e Luna avevano un altro tempio vicino al Circo Massimo.

 

Soli Indigiti Colle Quirinale

The existence of a place consecrated to Sol Indiges on the Quirinal Hill is shown by Imperial Age epigraphic calendars: originally it was probably a fanum or sacellum, ie an open-air space, where, L. Papirius Cursor, in 293 BCE, created the first solarium (an open and flat area intended for the observation of the position of the sun to determine the time of day) of the city [Plin. Nat. Hist. VII, 60, 213]. The temple was buit during the third century BCE: it had an opening in the roof, as Vitruvius includes Sol among the deities worshiped “sub divo” along with Caelum, Fulgur Jupiter and Moon [Vitr. I, 2, 5]. The only reference to this place is in Quintilian about a

… In pulvinari Solis, here juxta colitur Aedem Quirini, vesperug, quod vesperuginem accipimus. … [Quinct. Inst. I, 7, 12]

The term pulvinar, according to the Pseudo-Acron, refers to the beds or tables on which were placed the statues of deities [PSACR. Schol. in Hor. Car. I, 37, 3] and that could be used for their transportation [Cic. Har. Resp. V, 8-9] during processions or lectisternia [Arnob. Adv. Nat. VII, 32, 8], becoming fercula. In ancient times and up to the second century. BCE. [Liv. XL, 59, 7] the statues placed on pulvinaria were made of bundles called verbenas, struppi, modeled to resemble the head of the deity [Fest. 64; 313; 347].

If this pulvinar is identifiable with the temple mentioned by calendars, then it would have to be on Quirinalis hill, near the temple of Quirinus. Keeping up the rhetorician, the antiquity of this place of worship is demonstrated by the fact that you will also worshiped Vesper, the evening star [Plaut. Amph. 275; Var. L. L. VI, 6; VII, 50], identified with Venus [Vitr. IX, 1, 7; Serv. Aen. I, 382].

The association between Sol and Vesper (or between Sol and Venus, as we see on a coin of L. Mussidius Longus where we have the image on the front and on the back of Sol, that of Venus Cloacina) is significant and points to the Lavinium sanctuary at “Madonnella”: in this sacred place a solar deity was worshiped identifiable with Pater Indiges or Sol Indiges, [Plin. Nat. Hist. III, 5, 56] (identified with Aeneas [Liv. I, 2, 6; Solin. II, 14; OGR XIV, 2-4; Tib. II, 5, 43 ff; Verg. Aen. XII, 794; Serv . Aen. I, 259], or Anchises [Gel. II, 16, 9; Dion. H., 64, 5], or Latinus [Fest. 194]), associated with other gods (as Ceres [CIL I, 2847 = AE 1976, 110 = ILLRP 509] and the Dioscuri [CIL I, 2833 = ILLRP 1271st = AE 1976, 109]), a prominent role had Aphroditis, worshiped as Vesperna [CIL I, 2847 = AE 1976 ILLRP 110 = 509]. These elements lead us to believe in a direct derivation of the cult of the Quirinal from that lavinate in ancient times; although the first iconographic representations of Sol, are on coins of the late third century BCE. where it appears associated with Moon, for example un’uncia in 217 BCE (according to the tradition reported by Varro the two cults were established together by Tito Tazio [Var. LL V, 52.]), however, we find the wheel, an ancient solar symbol already on Aes signata from the first half of the same century. Another clue antiquity of veneration Sol is the festival dell’Agonium Indigetis in December (see December). Despite the darkness of the named holidays Agonium, we know that these are occurrences belonging to a monarchist calendar.

Sources do not mention the lavinate derivation of roman cult: for scholars Sol’s worship on the Quirinal Hill (which is assumed to have contained an ethnic Sabin settlement since the Roman proto-history) was very old, but Sabin (founded by Tito Tatio [Var. LL V, 52]): the sources speak also about a pulvinar Solis at the temple of Quirinus, where the cult was entrusted to the gens Aurelia [Fest. 23; Quinct. I, 7, 12; Var. L. L. V, 52], whose name is believed to derive from ausel, Sabine form of the name Sol [Auseli, Fest. Cit.] (however ausel seems to derive from the Etruscan Usil name of the deity of light).

It was a gentilicium sacrum belongs to the early history of Roman religion that was later converted into public worship with the emergence of urban organization.

The term Indiges has been the subject of numerous attempts at interpretation without coming to a agreed conclusion; the traditional theory, dating back to Koch wants it to be an epithet referring to the deified ancestors, like Aeneas, considered the ancestor of the mythical Latin people. Torelli amended this vision Indiges Pater was an archaic belief that solar deity from chthonic character who was later identified with Aeneas, the father, as the mythical ancestor of the nomen latinus

Sol and Luna had another temple near the Circus Maximus.

 

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Aburius M. f. Geminus AR Denarius. Rome, 132 BC. Helmeted head of Roma right; GEM behind; XVI monogram below chin / Sol driving galloping quadriga right, M ABVRI below horses; ROMA in exergue. Crawford 250/1; Sydenham 487. 3.93g, 19mm, 4h

NON.  SEXT. (5) NP

Saluti in Colle Quirinali

Salus era una divinità onorata a Roma, probabilmente sempre sul Colle Quirinale, fin da tempi remoti [CIL I, 49; 179], come dimostra il fatto che il luogo fosse anche chiamato Collis Salutaris; il suo culto era diffuso anche fuori dalla città, come indicano ritrovamenti compiuti a Orte e Pompei [Diehl – Alt. lat. Inschrift. III, 192; ILS 3822]. Era anche chiamata Salus Semonia [ILS 3090 = CIL VI, 30975; Macr. Sat. I, 16, 8; Fest. 309], il che farebbe pensare ad un legame con Semo Sancus, altra divinità onorata sul colle Quirinale fin da epoca antica; forse si trattava di una sua paredra.

Il tempio di cui abbiamo notizia fu votato 311 aev. da C. Junius Bubulcus quando era console e, iniziato nel 306, fu dedicato da lui stesso nel 303 aev quando era dittatore [Liv. IX, 43, 25; X, 1, 9; Babelon, Monnaies II, 108, Nos. 17 – 18] alle Non. Sext. [Fast. Vall. Amit. Ant. Philoc. ad Non. Aug.; CIL I², 240; 244; 248; 270; 324; Men. Rust. ib. 281; ILLRP 9; Cic. ad Att. IV, I, 4; Pro Sest. 131]. Fu colpito da un fulmine nel 276 e nel 206 aev. [Oros. IV, 4, 1; Liv. XXVIII, 2, 4; Obseq. 12, 432], e bruciò durante il regno di Caludio [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. Fu quindi restaurato e durò fino al IV sec.

Vi si trovava una statua di Catone fatta scolpire dal Senato in suo onore [Plut. Cat. Maj. XIX]. Il primo tempio fu decorato con affreschi che era possibile vedere ancora all’epoca della sua distruzione, da un membro della gens Fabia, C. Fabio, poi chiamato Pittore [Plin. Cit.; Val. Max. VIII, 14, 6; Tac. Ann. XV, 74], antenato dell’annalista Q. Fabio Pittore. Non vi sono più tracce del tempio, ma probabilmente si trovava vicino al tempio di Quirinus [Cic. ad Att. IV, 1, 4; XII, 45, 3), non sul colle Quirinalis propriamente detto, ma su un’altura differente, il colle Salutaris. Poiché l’esatta topografia dell’antico Quirinale è stata oggetto di un lungo dibattito, sono state formulate varie ipotesi sull’ubicazione del tempio di Salus, tra cui quella che lo situava nei pressi del Clivius Salutis [Sym. Ep. V, 54, 2], tuttavia, oggi l’ipotesi prevalente è che si trovasse sul sito oggi occupato da Palazzo Barberini, dove furono trovare due iscrizioni dedicatorie alla Dea [CIL VI, 373 = ILLRP 176; 374 = ILLRP 177].

In età imperiale Salus divenne Salus Publica Populi Romani.

Era un’usanza molto antica che i consoli compissero annualmente un sacrificio a Salus, tale cerimonia era collegata con l’augurium salutis [Tac. Ann. XII, 23; Cass. Dio. LI, 20. Suet. Ot. XXXI], un rito compiuto dagli auguri per chiedere agli Dei se era permesso che i magistrati pregassero Salus [Cic. Leg. II, 8, 21; Div. I, 47]: questa necessità era forse legata alla prescrizione secondo cui tale sacrificio poteva essere compiuto solo se non fosse stato formato alcun esercito né offensivo, né difensivo (questo valeva per i tempi arcaici quando l’esercito romano veniva formato solo per un determinato periodo dell’anno e poi sciolto, in epoca successiva, con un esercito stabile, tale condizione, probabilmente fu interpretata come l’assenza di guerre sia offensive, che difensive) [Cas. Dio. XXXVII, 24, 2 – 3]. Questo rito, benché antico, fu per molto tempo trascurato e restaurato da Augusto [Suet. Aug. XXI].

Il termine augurium rimanda non solo ad una presa di auspici, ma ad un vero e proprio rito sacrificale compiuto dagli auguri, augurium agere [Plin. Nat. Hist. XVIII, 3, 14] (vedi Augurium Canarium), su cui abbiamo scarsissime informazioni, probabilmente perché si trattava di uno dei riti più segreti della religione romana. Servio chiama questo tipo di riti, invocatio e precatio [Serv. Aen. III, 265], le fonti epigrafiche chiamano questo rito Augurium Maximum [ILS 9337], è quindi possibile che il rito avesse la forma di una precatio maxima [Serv. Aen. XII, 176]

Si trattava di quegli arcani sacrifici compiute dagli auguri, contenenti formule così segrete che non furono mai messe per iscritto, ma tramandate solo oralmente, affinché nessuno potesse mai divulgarle [Fest. 16]. Il motivo di tanta segretezza era probabilmente legato alla presenza nelle formule del nome segreto di Roma, che, sappiamo era usato solo in caerimoniae che Plinio chiama proprio arcanae e che non poteva essere reso pubblico, pena la morte [Plin. Nat. Hist. III, 5, 65; Serv. Aen. I, 277].

La cerimonia si apriva con gli auguri che proclamavano una solenne invocatio in cui chiedevano agli Dei se era consentito che i magistrati (consoli o pretori [Fest. 161]) pregassero per la prosperità dello stato, usando la formula esatta che sarebbe poi stata pronunciata dagli officianti, la praecatio maxima. Vi era poi una presa di auspici tramite l’osservazione del volo degli uccelli [Cas. Dio. XXXVII, 25, 1 – 2] e, una volta avuto un esito positivo, i magistrati compivano il rito vero e proprio indirizzato a Salus, pronunciando la stessa formula di preghiera recitata dagli auguri.

 

Saluti in Colle Quirinali

Salus was a deity honored in Rome, probably always on the Quirinal Hill, from ancient times [CIL I, 49; 179], as demonstrated by the fact that the place was also called Collis Salutaris; Her cult had spread outside the city, as indicated by findings made at Orte and Pompeii [Diehl – Alt. lat. Inschrift. III, 192; ILS 3822]. She was also called Salus Semonia [ILS 3090 = CIL VI 30975; MACR. Sat. I, 16, 8; Fest. 309], which suggests a link with Semo Sancus, other deities honored on the Quirinal Hill since ancient times; perhaps it was his paredra.

The temple of which we know was voted 311 BCE. by C. Junius Bubulcus when consul, started in 306, it was dedicated by himself in 303 BCE when dictator [Liv. IX, 43, 25; X, 1, 9; Babelon, Monnaies II, 108, Nos. 17-18] at Non. Sext. [Fast. Vall. Amit. Ant. Philoc. of Not. Aug .; CIL I², 240; 244; 248; 270; 324; Men. Rust. ib. 281; ILLRP 9; Cic. to Att. IV, I, 4; Pro Sest. 131]. It was struck by lightning in 276 and in 206 BCE. [Oros. IV, 4, 1; Liv. XXVIII, 2, 4; Obseq. 12, 432], and burned during the reign Caludio [Plin. Nat. Hist. XXXV, 19]. It was then restored and lasted until the fourth century.

There was a statue of Cato let carved by the Senate in his honor [Plut. Cat. Maj. XIX]. The first temple was decorated with frescoes that could be seen even at the time of its destruction, by a member of the gens Fabia, Fabius C., then called Pictor [Plin. cit .; Val. Max. VIII, 14, 6; Tac. Ann. XV, 74], ancestor of Q. Fabius Pictor. It probably stood near the temple of Quirinus [Cic. to Att. IV, 1, 4; XII, 45, 3), not on the hill Quirinalis, but on a different hill, the hill Salutaris. Since the exact topography of the ancient Quirinal was the subject of a long debate, several hypotheses on its location were made, including the one that ranged near the Clivius Salutis [Sym. Ep. V, 54, 2], however, today the idea that it was on the site now occupied by the Barberini Palace, where they were to find two dedicatory inscriptions to the Goddess [CIL VI, 373 = ILLRP 176; ILLRP 374 = 177] prevails.

In imperial times it became Salus Salus Publica Populi Romani.

It was very old custom that the consuls annually did a sacrifice to Salus, this ceremony was connected with the Augurium salutis [Tac. Ann. XII, 23; Cass. God. LI, 20. Suet. Ot. XXXI], a rite performed to ask the Gods if it was allowed that magistrates pray Salus [Cic. Leg. II, 8, 21; Div. I, 47]: this need was perhaps linked to the requirement that such a sacrifice could be accomplished only if it was not formed any army no offensive or defensive (this was true of the early times when the Roman army was only format a certain period of the year and then dissolved, at a later date, with a standing army, the condition probably was interpreted as the absence of war is offensive, and defensive) [Cas. Dio. XXXVII, 24, 2-3]. This rite, although old, was long neglected and restored by Augustus [Suet. Aug. XXI].

Augurium the term refers not only to a power auspices, but a veritable sacrificial rite performed by the card, Augurium agere [Plin. Nat. Hist. XVIII, 3, 14] (see Augurium Canarium), on which we have very little information, probably because it was one of the secrets of the Roman religious rites. Servius called this type of rites Precatio [Serv. Aen. III, 265], the epigraphic sources call this rite Augurium Maximum [ILS 9337], it is therefore possible that it had the shape of a Precatio maxima [Serv. Aen. XII, 176]

It was those arcane sacrifices made by the augures, containing formulas so secret that were never written down, but passed down orally, so that no one could ever disclose it [Fest. 16]. The reason for all the secrecy was probably linked to the presence in the formula of the secret name of Rome, which, we know it was only used in caerimoniae that Pliny called just arcanae and that could not be made public, the death penalty [Plin. Nat. Hist. III, 5, 65; Serv. Aen. I, 277].

 

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Antoninus Pius (AD 138-161). Orichalcum sestertius (33mm, 25.67 gm, 11h). Rome, ca. AD 140-143. ANTONINVS AVG PIVS P P TR P COS III, laureate head of Antoninus Pius right / SALVS AVG, Salus standing left, holding holding patera in right hand, from which she feeds serpent entwined around lighted altar, and scepter in left. RIC 635

III NON.  SEXT. (3) C

Supplicia canum

In questo giorno dei cani erano portati in processione e crocifissi vivi su croci di legno di sambuco (arbor infelix) tra il tempio di Juventus e quello di Summanus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14, 57]. Contemporaneamente un’oca (o delle oche) era onorata e portata su una lettiga, adorna di porpora e oro [Lyd. Mens. IV, 114 W; Serv. Aen. VIII, 652]. Questo trattamento sarebbe stato una punizione poiché i cani non vigilarono durante l’assedio gallico di Roma, permettendo ai nemici di salire fino al Campidoglio; in quell’occasione furono le oche sacre a Giunone a sventare l’attacco dando l’allarme e per questo venivano onorate nella medesima cerimonia [Plut. De Fort. Rom. XII; Liv. V, 47, 3; Serv. Cit.]. Secondo Giovanni Lido questo rito era compiuto alle Non [Lyd. Mens. III, 40].

 

Supplicia canum

On this day the dogs were carried in procession and crucified alive on elder wooden crosses (arbor infelix) has the temple of Juventus and to Summanus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 14, 57]. Simultaneously goose (or goose) was honored and carried on a litter, adorned with purple and gold [Lyd. Mens. IV, 114 W; Serv. Aen. VIII, 652]. This treatment would be a punishment because dogs do not vigilarono during the Gallic siege of Rome, allowing enemies to go up to the Capitol; for that matter were the sacred geese of Juno to foil the attack by giving the alarm and why were honored in the same ceremony [Plut. De Fort. Rom. XII; Liv. V, 47, 3; Serv. Cit.]. According to Johannes Lydus this rite was performed to not [Lyd. Mens. III, 40].

KAL. SEXT. (1) F

Spei ad Forum Holitorium

Il tempio di Spes al foro Olitorio, fu costruito e dedicato da A. Atilius Caiatinus durante la Prima Guerra Punica, nel 258 o 254 aev [Cic. Leg. II, 28; Nat. Deor. II, 61 (dove si legge Spes, anziché Fides); Tac. Ann. II, 49]. Fu colpito da un fulmine nel 218 aev. [Liv. XXI, 62, 4), bruciato nel 213 aev. e ricostruito l’anno seguente da una speciale commissione [Liv. XXV, 7, 6; XXIV, 47, 15-16]. Bruciò ancora nel 31 aev. [Cass. Dio I, 10, 3] e probabilmente fu restaurato da Augusto. Germanico lo dedicò nel 17 [Tac. Ann. II, 49].

Nel 179 aev. E’ menzionato anche come tempio di Spes presso il Tevere [Liv. XL, 5, 6]. Nei calendari epigrafici la data della dedicazione è le Kal. Sext. [Fast. Arv. Vall. ILLRP 9; CIL I², 214; 240; 248; 323; Praen. NS 1897, 421]. Gli autori moderni ritengono che le rovine dell’edificio siano quelle del tempio meridionale che si trova sotto la chiesa di S. Nicola in Carcere, risalente al periodo repubblicano. Dagli scavi è stato possibile ricostruire una struttura lunga 30 metri e con larghezza uguale, di ordine ionico, in cui si accedeva al pronao con una scalinata di 12 o 13 gradini. Dato che esisteva un altro tempio, più antico, dedicato alla stessa divinità sull’Esquilino, quest’ultimo divenne noto come Spes Vetus.

 

Victoris Duabus in Palatino

Secondo Varrone Victoria è una divinità antichissima, generata dalla coppia primigenia Coelum e Terra e per questo chiamata Coeli filia [Var. L. L. V, 62] (vedi Vica Pota). Lo stesso autore le attribuisce come simboli la corona e la palma (Figura 130; Figura 131; Figura 132).

La tradizione vuole che il culto di Victoria sia stato istituito sul Palatino da Evandro [Dion. H. I, 32, 5], ma il primo tempio di cui si ha notizia è quello edificato su questo colle da L. Postumius Megellus quando era edile curule con gli introiti di alcune multe e dedicato da lui stesso come console, nel 294 aev prima di partire per andare a combattere i Sanniti [Fast. Praen. ad Kal. Aug.; NS 1897, 421; ILLRP 9; Liv. X, 33, 9]. Questa versione, che risale alle fonti di Livio, Fabio Pittore e Claudio Quadrigario, è stata messa in discussione dagli autori moderni che la ritengono inadeguata. È stato ipotizzato che Megellus fosse un avversario politico sia dei Claudii che dei Fabii e che gli annalisti appartenenti a queste gentes, abbiano cercato di sminuire i suoi meriti durante le Guerre Sannitiche, arrivando a nascondere il fatto che il tempio di Victoria fosse stato votato da Megellus proprio in occasione di una vittoria sui Sanniti.

Mentre era in costruzione il tempio della Magna Mater (204 – 191 aev), la sacra pietra, simbolo della Dea, fu custodita nel tempio di Victoria che doveva trovarsi non lontano [Liv. XXIX, 14, 3].

Il resti dell’area sacra furono riportati alla luce, attraverso varie campagne di scavo che hanno anche rivelato la presenza di un precedente luogo di culto dedicato ad una divinità non nota (forse Vica Pota, vedi V ID.  JAN. 9° Jan.). Seguendo il resoconto di Dionigi che parla della fondazione, da parte di Evandro, del culto di Pan al Lupercale e di quello di Victoria sul colle che lo sovrastava, si è ipotizzato che il tempio si trovasse nei pressi delle scalae caci, così com’è rappresentato su un dipinto pompeiano [CIL VI, 3733 = VI, 31059 = ILLRP 284; CIL VI, 31060]

Nelle fondazioni dell’edificio sacro sono state rinvenute le strutture di quella che poteva essere una tomba e che Wiseman attribuisce ad un sacrificio umano di fondazione.

 

Victoria Virgo

Nel 193 aev, vicino al tempio di Victoria, Catone fece costruire un’edicola dedicata a Victoria Virgo [Liv. XXXV, 9, 6]. La data della dedica era la stessa di quella del tempio. I resti di questa aedicula, prima identificati come l’”auguratorium”, sono stati portati alla luce accanto la podio del tempio di Victoria

Spei to Forum Holitorium

The temple of Spes to Forum Holitorium was built and dedicated by A. Atilius Caiatinus during the First Punic War, in 258 or 254 BCE [Cic. Leg. II, 28; Nat. Deor. II, 61 (which reads Spes, instead Fides); Tac. Ann. II, 49]. He was struck by lightning in 218 BCE. [Liv. XXI, 62, 4), burned in 213 BCE. and rebuilt the following year by a special committee [Liv. XXV, 7, 6; XXIV, 47, 15-16]. He burned again in 31 BCE. [Cass. God, I, 10, 3] and probably was restored by Augustus. Germanicus dedicated it in 17 [Tac. Ann. II, 49].

In 179 BCE. It is also mentioned as the temple of Spes at the Tiber [Liv. XL, 5, 6]. Epigraphic calendars the date of the dedication is the Kal. Sext. [Fast. Arv. Vall. ILLRP 9; CIL I², 214; 240; 248; 323]. Modern authors believe that the ruins of the building are those of the southern temple that is located under the church of St. Nicholas in Prison, dating from the Republican period. The excavations it was possible to rebuild a structure 30 meters long and with equal width, of Ionic order, which gave access to the porch with a staircase of 12 or 13 steps. Given that there was another temple, oldest, dedicated to the same divinities Esquiline, the latter became known as Spes Vetus.

 

Victoris duabus in Palatine

According to Varro Victoria is an ancient deities, made of pair and Coelum primeval Earth and for this called Coeli filia [Var. L. L. V, 62] (see Vica Pota). The same author attributes to the crown as symbols and the palm.

Tradition has that the cult of Victoria has been established on the Palatine by Evander [Dion. H., 32, 5], but the first temple of which we know is built on the hill by L. Postumius Megellus when aedilis curulis with the revenues of some fines and dedicated by him as consul, in 294 BCE before leaving to fight the Samnites [Fast. Praen. to Kal. Aug .; ILLRP 9; Liv. X, 33, 9]. This version, which dates back to the sources of Livy, Fabius Pictor and Claudius Quadrigarius, has been questioned by modern authors who deem inadequate. It was hypothesized that Megellus was a political opponent of both the Claudian that the Fabian and that the chroniclers belonging to those gentes, tried to belittle his merits during the Samnite Wars, coming to hide the fact that the temple had been voted to Victoria by Megellus on the occasion of a victory over the Samnites.

While it was being built the temple of the Magna Mater (204-191 BCE), the sacred stone, a symbol of the Goddess, he was kept in the temple of Victoria who was to be located not far [Liv. XXIX, 14, 3].

The remnants of the sacred area were brought to light through various excavations that revealed the presence of an earlier place of worship dedicated to an unknown deity (perhaps Vica Pota, see V ID. JAN. 9 Jan.). Following the account of Dionysius Evandrer fouded the cult of Pan at Lupercal and that of Victoria on the hill above him, it was assumed that the temple was near the scalae Caci, as it is represented on a painting Pompeian [CIL VI 3733 = VI, 31059 ILLRP = 284; CIL VI, 31060]

In the sacred building foundations the structures that have been found that could be a grave and Wiseman attaches to a human sacrifice foundation.

 

Victoria Virgo

In 193 BCE, near the temple of Victoria, Cato built shrine dedicated to Victoria Virgo [Liv. XXXV, 9, 6]. The date of the dedication was the same as that of the temple. The remains of this aedicula, first identified as the ” auguratorium “, were brought to light by the podium of the temple of Victoria

 

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Hadrian. (117-138 AD). Orichalcum sestertius (27.30 gm). Rome, ca. 123-125 AD. IMP CAESAR TRAIAN HADRIANVS AVG P M TR P COS III, laureate, cuirassed bust right, seen from front, fold of cloak on front shoulder / P M TR P COS III S C, Spes advancing left, holding flower and raising skirt. BMCRE 1256. Cohen 1154 var. RIC 612b

III KAL. SEXT. (30) NP

Fortunae Huiusce Diei in Campo

Un tempio fu votato a Fortuna Huiusce Diei, la Fortuna di questo giorno, da Q. Lutatius Catulus il giorno della battaglia di Vercelli (101 aev.) [Plut. Mar. XXVI, 3], probabilmente con la formula

… eo die hostis fudisset… [Liv. XXIX, 36, 8; XXXII, 30, 10]

Fu da lui dedicato l’anno successivo [Plut. Mar. XXVI, 8; Fast. Allif. Pinc. ad III Kal. Aug., CIL I², 217; 219; 323], per questo divenne noto come aedes catuli [Var. R. R. III, 5, 12].

Si trovava nel Campo Marzio e aveva forma circolare [Var. cit.]; non sappiamo esattamente dove fosse ubicato, ma è probabile che si tratti del tempio B dell’area sacra di Largo Argentina. Plinio riporta che era celebre per le opere d’arte che vi erano raccolte, tra cui delle statue di Pitagora [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 54; 60; cfr. Cic. De Signis 126], ma si trattava forse di un altro tempio dedicato alla stessa divinità da Emilio Paolo nel 168 aev. sul Palatino. Secondo Procopio, nel VI secolo vi si trovava una replica in pietra del Palladium [Procop. BG I, 15, 1], vicino a un’antica statua in bronzo di Atena che era stata portata a Roma da Emilio Paolo.

Secondo Cicerone, si trattava della Fortuna che reca la buona riuscita di quel che si compie ogni giorno [Cic. Leg. II, 28], tuttavia si tratta di un’estrema generalizzazione di quello che doveva essere un culto molto più particolare.

A partire dal III sec aev. Fortuna cominciò a divenire una Dea che presiedeva all’ordine temporale, alla durata e alla successione degli eventi, un doppio temporale di quello che il Genius era a livello spaziale. Come per quest’ultima divinità assistiamo quindi alla frammentazione della personalità divina di un’unica forza universale che, calandosi nella dimensione della molteplicità, acquista attributi particolari inerenti allo specifico frammento di universo in cui se ne manifesta la presenza (nel caso del Genius, il Lar Omnium Cunctalis [Mat. Cap. Nup. I, 55], o Genius Universalis [Mart. Cap. Nup. II, 152], sorta di anima universale, principio eterno e vivificante dell’universo molteplice [Serv. Aen. V, 95; Fest. 94; Prud. Contra Sym. II, 446 – 449]). Per questo motivo, a fianco della molteplicità dei Genii Loci, dei Genii personali, possiamo trovare le Fortuna Huiusce Diei, divinità dispensatrici di buona fortuna, che presiedono alla riuscita positiva delle azioni quotidiane, assicurando la felicità della vita umana nel momento in cui scorre senza avversità. Questa sembra l’interpretazione di Cicerone, tuttavia, la personalità di Fortuna è generalmente meno rassicurante.

I Romani la vedevano piuttosto come una Dea misteriosa, i cui disegni erano oscuri agli occhi dei mortali e che non interveniva nella quotidianità, bensì in momenti cruciali per gl’individui (vedi Fortunae in Foro Boario III EID.  JUN. 11° Jun.), quando le forze umane, la virtus, non sembravano sufficienti ad affrontare le prove che si dovevano fronteggiare, era necessario invocare Fortuna e cercare di attirare il suo favore. L’intervento sovrannaturale arrivava allora improvviso, a risolvere quella che sembrava una situazione disperata e a salvare il destino di uomini, eserciti e nazioni. Chi la invocava dava prova di umiltà, riconosceva la grandezza degli eventi in cui si trovava coinvolto e la loro superiorità rispetto alle proprie forze; compiva una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una divinità il cui soccorso era tutt’altro che scontato, per il bene superiore dello Stato.

Fortuna Huiusce Diei è quindi la Dea del giorno supremo, del momento decisivo, in cui una battaglia contro un nemico che sembra superiore, può segnare le sorti dello Stato Romano. Per questo motivo fu invocata a Pidna, da Emilio Paolo, e a Vercelli, da Catulo, affinché le sorti incerte della battaglia che stava per aver luogo, arridessero ai Romani e si evitasse una grave disfatta.

 

Fortunae Huiusce Diei in Campo

A temple was voted in Fortuna Huiusce Diei, Fortune of this day, by Q. Catulus Lutatius the day of the battle of Vercelli (101 BCE.) [Plut. Mar. XXVI, 3], probably with the formula

… Eo die hostis fudisset … [Liv. XXIX, 36, 8; XXXII, 30, 10]

He dedicated it the following year [Plut. Mar. XXVI, 8; Fast. Allif. Pinc. to III Kal. Aug., CIL I², 217; 219; 323], so it became known as aedes catuli [Var. R. R. III, 5, 12].

It stood in the Campus Martius and had circular shape [Var. cit.]; we do not know exactly where it was located, but it is likely that this is the temple B of the sacred area of Largo Argentina. Pliny reports that it was famous for the works of art there collected, including the statues of Pythagoras [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 54; 60; cfr. Cic. De Signis 126], but may be it refers to another temple dedicated to the same deity by Emilius Paulus in 168 BCE. on the Palatine. According to Procopius, in the sixth century there was a stone replica of the Palladium [Procop. BG I, 15, 1], near an ancient bronze statue of Athena that had been brought to Rome by Paolus Emilius.

According to Cicero, the deity was Fortuna bearing the success of what is accomplished every day [Cic. Leg. II, 28], but this is an extreme generalization of what was to be a much more special cult.

From the third century BCE. Fortuna started to become a goddess who presided over the temporal order, the duration and sequence of events, a double time than what the Genius was spatially. As for the latter deity then witnessing the fragmentation of the divine personality of a single universal force, lowering the size of the multiplicity, has special attributes related to the specific fragment of the universe in which it manifests the presence (in the case of Genius, the Lar Omnium Cunctalis [Mat. Cap. Nup. I, 55], or Genius Universalis [Mart. Cap. Nup. II, 152], sort of universal soul, eternal principle of the universe and life-giving manifold [Serv. Aen. V, 95; Fest. 94; Prud. Contra Sym. II, 446-449]). For this reason, alongside the multiplicity of Genii Loci, personal Genii, we can find the Fortuna Huiusce Diei, dispensing gods of good fortune, that govern the successful outcome of daily actions, ensuring the happiness of human life when flowing without adversity. This seems the interpretation of Cicero, however, the Fortuna personality is generally less reassuring.

The Romans saw it rather as a mysterious goddess, whose designs were obscure to the eyes of mortals and that did not intervene in everyday life, but at crucial moments for individuals (see Fortunae in Foro Boario EID III. JUN. 11 Jun °.) when human forces, virtus, did not seem sufficient to address the evidence that you were facing, it was necessary to invoke Fortuna and try to attract his favor. The supernatural intervention came so sudden, to solve what seemed like a hopeless situation and to save the fate of men, armies and nations. Those who advocated giving proof of humility, recognizing the magnitude of the events in which he was involved and their superiority to their forces; He performed a kind of captatio benevolentiae against a deity whose rescue was far from obvious, for the greater good of the State.

Fortuna Huiusce Diei is therefore the goddess of the supreme day of the decisive moment, where a battle against an enemy that seems superior, may mark the fate of the Roman State. For this reason it was invoked to Pidna, Emilio Paulo, and in Vercelli, from Catulus, that the uncertain fate of the battle that was about to take place, arridessero to the Romans and avoided a serious defeat.

 

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Largo di Torre Argentina area sacra, temple B

VII KAL. SEXT. (26) C

Augurium Canarium

Non sappiamo esattamente in che periodo si svolgesse questo rituale; i pontefici ne fissavano il giorno anno per anno e gli autori moderni hanno formulato diverse ipotesi sul quando esso cadesse. Festo e Servio [Serv. Georg. IV, 424] collocano questo augurium poco prima del sorgere di Sirio affinché le messi potessero giungere a maturazione (questa data è diversa a seconda dell’autore [Plin. XVIII, 269; Pallad. Agr. VII, 9], ad esempio Columella, che segue il calendario giuliano, la pone il VII Kal. Aug.[Col. Agr. XI, 50]).

 

Augurium Canarium

We do not know exactly in which period should take place this ritual; pontiffs he stared at the year day per year and modern authors have made several assumptions about when it fell. Festo and Servio [Serv. Georg. IV, 424] put this Augurium shortly before the rising of Sirius so that they could put to mature (this date is different depending on the author [Plin. XVIII, 269; Pallad. Agr. VII, 9], such as Columella, which follows the julian calendar, the places the VII Kal. Aug. [Col. Agr. XI, 50]).

 

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Canis Major constellation and Syrius star

VIII KAL. SEXT. (25) NP

FURRINALIA

Furrina, o Furina, o Forina [Mart. Cap. II, 164; Fest. 88] era un’antichissima divinità italica e in tempi arcaici possedeva anche un flamen [Var. L. L. V, 84], tuttavia ai tempi di Varrone la sua identità era stata quasi del tutto dimenticata [Var. L. L. VI, 19]. Il suo nome è stato messo in relazione con furvus, nero, luttuoso o con l’umbro furfare, latino februare, purificare per cui la si riteneva forse una Dea del mondo infero (Marziano Capella la include nella lista delle divinità infere, assieme a Mania, uno dei nomi della Mater Larum) o forse una ninfa, legata ad una fonte che si trovava sul Gianicolo [CIL VI, 422]; in epoca classica fu associata alle Erinni (in latino Furiae [Mart. Cap. Cit; Cic. Nat. Deor. III, 18, 46]).

Il suo culto è attestato a Roma in un lucus oltre Tevere, sacro alle Ninphae Furrines [CIL VI, 422; 10200], in cui, secondo Plutarco, Caio Gracco, in fuga, fu ucciso da un suo servitore [Plut. C. Grac. XVII; Cic. Nat. Deor. Cit.; App. B. C. I, 3, 26].

Dumézil  ha rintracciato l’origine del nome della Dea nella radice indoeuropea *bhr-u-n, che avrebbe originato il gotico brunna, sorgente, e l’antico irlandese tipra (*to-aith-bre-want-), sempre sorgente, da confrontare con il sanscrito bhurván, movimento d’acqua. In greco, questa radice avrebbe portato a frear, pozzo, e in armeno, a albiwr, sorgente, da *blewar- < *bre-w-r. In latino questa radice si ritrova in feruere, bollire, gorgogliare, da cui defrutum, vino cotto, e avrebbe portato a *fruur- senza però andare a indicare pozzi o rosi d’acqua. L’autore francese ha accostato Furrina a Fons, ritenendola una personificazione delle acque sotterranee, associata ad un gruppo di ninfe Furrinae che presiedevano ai pozzi, assieme alle fontes [CIL VI, 166; VII, 171].

La distanza di soli due giorni dai Neptunalia, suggerisce che le due festività fossero in qualche modo legate per la teologia romana. Nel mese di Quinctilis, l’agronomo Palladio [Pall. Agr. IX – XI], oltre ai lavori di canalizzazione delle acque correnti, prescrive anche, in maniera dettagliata, di scavare i pozzi, così, da assicurare ai campi un adeguato approvvigionamento idrico. Furrina sarebbe quindi stata la Dea che presiedeva a tali operazioni, custode delle acque sotterranee, nascoste e inaccessibili, se non a prezzo di un faticoso lavoro ed era quindi invocata nel periodo in cui questi lavori si svolgevano con maggiore frequenza, affinché rivelasse la presenza delle falde e lasciasse scaturire le acque sotterranee.

Questa interpretazione coniuga quindi l’aspetto “acquatico” con quello ctonio: mentre Fons e le ninfe sarebbero state divinità delle acque correnti superficiali, Furrina avrebbe presieduto alle acque sotterranee, nascoste sotto terra, quindi ctonie, che non sgorgavano spontaneamente e che era necessario “portare alla luce” scavando un pozzo.

 

Furrinalia

Furrina, or Furina, or Forina [Mart. Chap. II, 164; Fest. 88] it was an ancient Italic divinity and archaic times also had a flamen [Var. L. L. V, 84], but at the time of Varro his identity had been almost completely forgotten [Var. L. L. VI, 19]. His name has been linked with Furvus, black, mournful or Umbrian furfare, Latin februare, purify why you perhaps thought a goddess of the underworld (Martian Capella includes it in the list of underworld deities, along with Mania , one of the Mater Larum names) or perhaps a nymph, linked to a source who was on the Janiculum [CIL VI, 422]; in classical times it was associated with the Furies (Latin Furiae [Mart. Cap. Cit, Cic. Nat. Deor. III, 18, 46]).

His cult came to Rome in a lucus over the Tiber, sacred to Ninphae Furrines [CIL VI, 422; 10200], in which, according to Plutarch, Caius Gracchus, on the run, he was killed by one of his servants [Plut. C. Grac. XVII; Cic. Nat. Deor. cit .; App. B. C. I, 3, 26].

Dumezil has traced the origin of the name of the Goddess in the Indo-European root * bhr-one, which would rise to the Gothic brunna, source, and the ancient Irish Tipra (* to-aith-bre-want-), always the source, to be compared with Sanskrit bhurván, water movement. In greek, this root would lead to frear, well, and in Armenian, in albiwr, source from *blewar- <* ber-w-r. In Latin this root is found in feruere, boiling, bubbling, from which defrutum, cooked wine, and would lead to * fruur- without going to indicate rosi wells or water. The French author has approached Furrina in Fons, considering it a personification of groundwater, associated to a group of Furrinae nymphs who presided over the wells, together with fontes [CIL VI, 166; VII, 171].

The only two days away from Neptunalia, it suggests that the two holidays were in any way linked to the Roman theology. In the month of Quinctilis, the agronomist Palladio [Pall. Agr. IX – XI], in addition to the work of the current water channeling, also prescribes, in detail, to dig wells, so as to ensure an adequate water supply to the fields. Furrina would thus have been the goddess who presided with such transactions, guardian of underground water, hidden and inaccessible, except at the cost of hard work and was therefore invoked in the period in which these works were held more frequently, so that revealed the presence of foot and left arise groundwater.

This interpretation then combines the “water” aspect with the chthonic: while Fons and nymphs were deities of surface running waters, Furrina would preside groundwater, hidden under the ground, then chthonic, that does not flowed spontaneously and that it was necessary ” bring to light “digging a well.

 

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Rural landscape, fresco from Pompeii