KAL. SEPT. (1) F

Jovi Tonanti in Capitolio

Un tempio a Giove Tonante fu edificato da Augusto, dopo che un fulmine gli cadde vicino durante una campagna militare in Spagna. L’edificio sacro fu costruito sul colle Capitolino e dedicato alle Kal. Sept. del 22 aev. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. ad Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). Il nome Juppiter Tonans era una traduzione del greco Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], che appare anche traslitterato in latino in due iscrizioni [CIL VI, 432; 2241]. Era famoso per la sua magnificenza [Suet. Cit.]: i muri erano di marmo [Plin. Nat. Hist.  XXXVI, 50] e racchiudeva numerose opera d’arte [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78 – 79]. Augusto lo visitava spesso e, in un’occasione si dice che abbia sognato che Giove si lamentasse che la popolarità del nuovo tempio avesse allontanato i devoti dal grande tempio Capitolino; al che Augusto rispose che Giove Tonante era solo il guardiano delle porte di Giove Capitolino e fece appendere delle campane ai timpani del primo per indicare questa relazione [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. Questo dimostra che il nuovo tempio doveva trovarsi molto vicino all’ingresso di quello più antico e quindi all’angolo sud-est della collina, sopra il foro [cfr. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44 – 46]. Il tempio è rappresentato su alcune monete di Augusto come esastilo con al centro una statua di Giove che in una mano tiene I fulmini e nell’altra lo scettro, forse la riproduzione di una famosa opera di Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in Aventino

Il tempio di Juppiter Libertas (poi chiamato Juppiter Liber) sull’Aventino, probabilmente vicino a quello di Juno Regina, fu originariamente dedicato alle Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov(i) Leibert(ati)]. Restaurato da Augusto, fu ridedicatio alle Kal. Sept.  [Fast. Arv. ad Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Iuppiter Liber]. L’edificio sacro era dedicato a due divinità: Juppiter (probabilmente con l’epiteto Liber) e Libertas. Non conosciamo la data della sua costruzione, ma sembra che sia avvenuta da parte di Ti. Sempronius Gracchus, console nel 238 aev, che l’avrebbe dedicato a Libertas. All’interno vi era un dipinto che celebrava la sua vittoria a Benevento del 214 aev [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. L’edificio è rappresentato sul verso di un denario coniato da Cn. Egnatius Maxumus nel 75 aev. attraverso due colonne della facciata appaiono due statue di culto, identificate ocme Juppiter (contraddistinto dal simbolo del fulmine sul timpano sovrastante) e Libertas (contrassegnata dal pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

L’edificazione di questo tempio avvenne in un periodo di grandi cambiamenti sociali nella Roma repubblicana: durante la guerra contro Annibale, lo stato fu costretto a procedere all’arruolamento di 24000 servi [Val. Max. VII, 6, 1], cui sono da aggiungere 8000 volontari sempre di condizione servile [Liv. XXII, 57, 11]. Fautore di questi arruolamenti fu lo stesso Ti. Sempronoius Gracchus, che sconfisse i carteginesi a Benevento, anche grazie all’apporto di questi combattenti. In cambio del loro servizio nell’esercito romano, i servi furono affrancati e ottennero la cittadinanza romana. Pochi anni dopo, nel 197 aev. durante il trionfo di C. Cornelius Cethegus (a seguito della vittoria sugli Insubri) e nel 194 aev. durante quello di Ti. Flaminius, si videro ancora masse di schiavi affrancati dai generali vincitori [Liv. XXXIII, 23, 1 – 6; XXXIV, 52, 12].

Si spiega in questo contesto la dedica di un tempio a Libertas, divinità tutelare dgli schiavi manomessi. Juppiter Liber appare probabilmente in relazione all’acquisizione della cittadinanza da parte dei liberti e come garante del giuramento che essi prestavano, jusjurandum libertati (la presenza di Juppiter alla cerimonia della manumissio è attestata anche nel santuario di Feronia a Terracina [Serv. Aen. VIII, 564; Plaut. Amph. 460 – 462]). Possiamo anche notare le analogie tra la manumissio e il rito dell’assunzione della toga virilis da parte dei giovani romani (a tale analogia rimanda anche la dedica, nello stesso periodo, di un tempio a Juventas, Dea dei nuovi togati [August. C. D. IV, 11]): gli schiavi che si accingevano alla manumissio, così come i giovani romani, venivano rasati e veniva loro imposto il pilleum bianco [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], simbolo del loro nuovo status, analogo, nella funzione, alla toga pura (è però vero, che coloro che combatterono a Benevento, ricevettero il diritto di indossare, come segno dell’ottenimento della cittadinanza, una toga bianca pretextata e il lorum, un amuleto, simile alla bulla [Liv. Cit.]).

 

Junoni Regina in Aventino

Il tempio sull’Aventino fu votato da Camillo alla Juno Regina di Veio, prima della presa della città, nel 396 aev, e da lui dedicato nel 392 aev [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. All’interno fu posta la statua lignea della Dea proveniente dalla città conquistata, dopo l’evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. VI; Val. Max. I, 8, 3] ed è spesso menzionato in occasione della procuratio di prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cfr XXVII, 37, 7]. Fu ridedicato da Augusto, probabilmente nello stesso giorno del suo dies natalis.

 

Jovi Tonanti in Capitolio

A temple to Jupiter the Thunderer was built by Augustus, after a lightning fell by during a military campaign in Spain. The church was built on the Capitoline Hill, dedicated to Kal. Sept. 22 BCE. [Mon. Anc. IV, 5; Suet. Aug. XXIX; Mart. VII, 60, 2; Cas. Dio LIV, 4; Fast. Amit. Ant. Arv. to Kal. Sept., CIL I², 244; 248; VI, 2295; VI, 32323, 1, 31). The name Jupiter Tonans was a greek translation Ζεὺς βροντῶν [Cas. Dio cit.], Which also appears transliterated in Latin inscriptions in two [CIL VI, 432; 2241]. It was famous for its magnificence [Suet. Cit.]: The walls were marble [Plin. Nat. Hist. XXXVI, 50] and contained numerous art work [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 78-79]. Augusto frequently visiting him and, on one occasion is said to have dreamed that Jupiter complained that the popularity of the new temple the devotees had departed from the great Capitoline temple; to which Augustus said that Jupiter Thunderer was only the guardian of the gates of Jupiter and made hanging of the bells to the ears of the first to show this relationship [Suet. Aug. IX; cfr. Mart. VII, 60, 1]. This shows that the temple had to be very close to the entrance of the older one and then at the southeast corner of the hill, above the hole [see. Claud. De Sext. Cons. Hon. 44-46]. The temple is represented on some coins of Augustus as hexastyle with a central statue of Jupiter in a hand he holds Lightning and in the other a scepter, perhaps playing a famous work of Leochares [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 79].

 

Jovi Libero in ​​Aventino

The temple of Jupiter Libertas (then called Jupiter Liber) on the Aventine, probably close to that of Juno Regina, was originally dedicated to the Eid. Apr. [ILLRP 9: Iov (i) Leibert(ati)]. Restored by Augustus, it was re-dedicated to Kal. Sept. [Fast. Arv. to Kal. Sept., CIL I, 214; 328 Jupiter Liber]. The church was dedicated to two gods: Jupiter (probably with the epithet Liber) and Libertas. We do not know the date of its construction, but it seems to have occurred by you. Sempronius Gracchus, consul in 238 BCE, that would dedicate to Libertas. Inside there was a painting celebrating his victory at Benevento in 214 BCE [Liv. XXIV, 16, 19; Fest. 121]. The building is represented on the reverse of a denarius coined by Cn. Egnatius Maxumus in 75 BCE. through two columns of the facade appear two statues of worship, identified OCME Jupiter (marked with the lightning symbol on the tympanum) and Libertas (marked pilleum) [Babelon Egnatia 3. Sydenham 788. Crawford 391/2].

The construction of this temple took place in a period of great social changes in Republican Rome: during the war against Hannibal, the state was forced to carry out the enrollment of 24000 servants [Val. Max. VII, 6, 1], which is to add more and bondage 8000 volunteers [Liv. XXII, 57, 11]. Proponent of these enlistments was the same Ti. Sempronoius Gracchus, who defeated the Carthageans in Benevento, also thanks to these fighters. In exchange for their service in the Roman army, the servants were freed and obtained Roman citizenship. A few years later, in 197 BCE. during the triumph of C. Cornelius Cethegus (following the victory over Insubri) and in 194 BCE. during one of Ti. Flaminius, they still saw masses of freed slaves from the general winners [Liv. XXXIII, 23, 1-6; XXXIV, 52, 12].

He explains in this context the dedication of a temple to Libertas, tutelary deity dgli tampered slaves. Jupiter Liber appears likely related to the acquisition of citizenship by freedmen and as a guarantor of the oath that they lent, jusjurandum Libertati (the presence of Jupiter in the ceremony of manumissio is also attested in the sanctuary of Feronia in Terracina [Serv. Aen. VIII , 564; Plaut. Amph. 460-462]). We can also note the similarities between the manumissio and the ritual of taking the toga virilis by young Romans (in this analogy also see the dedication, in the same period, of a temple at Juventas, Goddess of the new stipendiary [August. CD IV , 11]): the slaves who were about to manumissio, as well as the young Romans, were shaved and they were told the pilleum white [Diod. Sic. XXXI, 15, 2], a symbol of their new status, similar in function to the pure toga (it is true that those who fought in Benevento, received the right to wear, as a sign of obtaining the citizenship, a white toga pretextata and Lorum, an amulet, like bulla [Liv. Cit.]).

Junoni Reginae in Aventino

The temple on the Aventine was voted by Camillo to Juno Regina of Veii, before the taking of the city, in 396 BCE, and he dedicated in 392 BCE [Liv. V, 21, 3; 22, 6 – 7; 23, 7; 31, 3; 52, 10]. It was placed inside a wooden statue of the Goddess from the conquered city after Evocatio [Dion. H. XIII, 3; Plut. Cam. YOU; Val. Max. I, 8, 3] and is often mentioned during the procuratio of prodigia [Liv. XXI, 62, 8; XXII, I, 17; XXXI, 12, 9; cf. xxvii, 37, 7]. It was rededicated by Augustus, probably on the same day of his Dies Natalis.

 

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Augustus. Silver Denarius (3.80 g), 27 BC-AD 14. Colonia Patricia(?), ca. 19 BC. CAESAR AVGVSTVS, bare head of Augustus left. Reverse IOV TO[N], hexastyle temple of Jupiter containing statue of the god standing left, holding thunderbolt and scepter. RIC 64; BMC p. 64, note; RSC 180

III KAL. SEPT. (28) C

Soli et Lunae Circenses

Un antico altare dedicato a Sol si trovava all’interno del Circo Massimo [Tac. Ann. XV, 74, 1]; per Tertulliano l’intero Circo era dedicato a Sol [Tert. Spect. VIII, 1] e per questo al suo interno ospitava un Suo tempio sul cui fastigio si trovava una statua che rappresentava il Dio mentre guidava una quadriga [Tert. Spect. IX, 3; Ant. Lat. I, 197, 17]. Secondo Vitruvio il tempio era privo di copertura al centro (hypaethral) così che la statua di culto fosse sotto il cielo (sub divo) come il tempio di Juppiter Fulgur [Vitr. I, 2, 5]. Non sappiamo quando fu edificato, ma l’iconografia di Sol o Luna che guidano una quadriga, risale alla fine del III – inizio del II sec. aev, quindi la data della dedica è plausibilmente collocabile all’inizio del II sec. aev.

Il tempio originale era distilo e si trovava o nella cavea del Circo Massimo, sul pendio dell’Aventino, oppure nella spina [Tert. Spect. VIII, 5; Isid. Orig. XVIII, 31, 1 – 2; Lyd. Mens. I, 12]  (abbiamo una sua immagine in una moneta di Marco Antonio [Babelon Antonia 34. C 12. Sydenham 1168. Sear Imperators 128. Crawford 496/1]), ma fu restaurato in età imperiale divenendo esastilo [Philip. Saec. 248 Cohen V, 138].  Era anche noto come tempio di Sol e Luna e la data della sua dedica era il 28° Sext. [Fast. Praen. Philoc. ad V Kal. Sept., CIL I², 239; 270; 315].

 

Soli et Lunae Circenses

An ancient altar dedicated to Sol was inside the Circus Maximus [Tac. Ann. XV, 74, 1]; Tertullian for the whole circus was dedicated to Sol [Tert. Spect. VIII, 1] and for this inside your home to a temple on whose pediment was a statue representing the God as he drove a chariot [Tert. Spect. IX, 3; Ant. Lat. I, 197, 17]. According to Vitruvius, the temple was without cover in the center (hypaethral) so that the cult statue was under heaven (sub divo) as the temple of Jupiter Fulgur [Vitr. I, 2, 5]. We do not know when it was built, but the iconography of Sol or Luna driving a chariot, from the end of III – beginning of II century. BCE, then the date of the dedication is plausibly be placed at the beginning of the second century. BCE.

The original temple was distylous and was located or in the auditorium of the Circus Maximus, the Aventine hill, or in the plug [Tert. Spect. VIII, 5; Isid. Orig. XVIII, 31, 1-2; Lyd. Mens. I, 12] (we have an image on a coin of Mark Antony [Babelon Antonia 34. C 12. Sydenham 1168. Sear Imperators 128. Crawford 496/1]), but it was restored in the imperial age becoming hexastyle [Philip. Saec. Cohen 248 V, 138]. It was also known as the Temple of Sol and Luna and the date of her dedication was the 28th Sext. [Fast. Praen. Philoc. to V Kal. Sept., CIL I², 239; 270; 315].

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Marcus Antonius. Denarius, castrensis moneta in Italy (?) 42, AR 3.75 g. M·ANTONI – IMP Head of Marcus Antonius r. with light beard. Rev. III – VIR – R·P·C Distyle temple within which radiate head of Sol set on medallion. Babelon Antonia 34. C 12. Sydenham 1168. Sear Imperators 128. Woytek Arma et Nummi p. 558. RBW 1753. Crawford 496/1.

IV KAL. SEPT. (27) NP

VOLTURNALIA

Questo giorno è festivo in onore del Dio Volturnus [Var. L. L. VI, 21; Fest. 379]. Abbiamo pochissimi riferimenti a questa divinità: sappiamo che fu venerata fin da epoca arcaica, poiché possedeva un flamen volturnalis [Var. L. L. VII, 45].

La tradizione ne fa il padre della ninfa Juturna che sposò Janus dopo il suo arrivo nel sito di Roma e regnò poi con lui sul Janiculum [Arnob. Adv. Nat. III, 29]. Questo riferimento e la definizione della sua festività come “sacrificio al fiume Volturno” in un calendario epigrafico [CIL I, 327], hanno fatto pensare ad alcuni studiosi che Volturnus fosse l’antico nome del Tevere (sembra che in epoca arcaica il Tevere, personificato dal Dio Tiberinus [Serv. Aen. VIII, 330], non avesse né un culto particolare, né un flamen; questa identificazione avrebbe colmato tale vuoto), tuttavia questa teoria oggi non è più ritenuta valida.

Altri autori fanno di Volturnus un vento [Liv. XXII, 43, 10 – 11] del sud-est, in greco Euro o Euronoto [Gel. II, 22; Col. II, 2, 65; V, 5, 15], oppure Auster [Lucr. De Rer. Nat. V, 745], particolarmente caldo e violento. Secondo Dumézil, sulla base principalmente di Columella [Col. V, 5, 15] questa festività onorava il vento Volturnus per placarne gli effetti affinché non seccasse i grappoli d’uva prossimi alla vendemmia e gli altri frutti di inizio dell’autunno, compromettendone la raccolta.

Latte riteneva Volturnus il re dei venti, una sorta di Eolo romano.

L’etimologia del nome Volturnus è incerta. Per Latte viene dall’etrusco, in base al nome proprio Velthurna [CIE 426]; per gli antichi si ricollegava al monte Vultur nei pressi di Venosa [Hor. Car. III, 4, 9]

 

Volturnalia

This day is a public holiday in honor of the God Volturnus [Var. L. L. VI, 21; Fest. 379]. We have very few references to this divinity: we know that he was venerated as early as the Archaic period, as had a flamen volturnalis [Var. L. L. VII, 45]. Tradition makes the father of Juturna nymph who married Janus after arriving at the site of Rome and reigned then with him on the Janiculum [Arnob. Adv. Nat. III, 29]. This reference and the definition of its festivities as a “sacrifice to the Volturno river” in a calendar epigraphic [CIL I, 327], they did think of some scholars who Volturnus was the ancient name of the Tiber (it seems that in ancient times the Tiber, personified by the God Tiberinus [Serv. Aen. VIII, 330], had neither a particular cult, nor a flamen; this identification would fill this gap), but this theory is no longer valid.

Other authors think Volturnus a wind [Liv. XXII, 43, 10-11] the southeast, the greek Euro or Euronoto [Gel. II, 22; Col. II, 2, 65; V, 5, 15], or Auster [Lucr. De Rer. Nat. V, 745], particularly hot and violent. According to Dumézil, on the basis primarily of Columella [Col. V, 5, 15] this festival honored the wind Volturnus to appease the effects lest annoyed the grapes next to the vintage and the other fruits of early autumn, compromising the collection.

Latte believed that Volturnus were the king of the winds, a kind of Roman Aeolus.

The etymology of the name is uncertain Volturnus. For Latte it is from the Etruscan, according to its Velthurna name [CIE 426]; for the ancients was connected to Mount Vultur near Venosa [Hor. Car. III, 4, 9]

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Eurus from the wind tower in Athen’s roman agorà

VI KAL. SEPT. (25) NP

OPICONSIVA in Regia

Opi Opiferae in Capitolio

Ops Consiva era il nome della Dea a cui era dedicato questo giorno festivo [Var. L. L. VI, 21]. Si tratta di una divinità molto antica che era già onorata nella regia dei primi re romani [Var. L. L. VI, 21]. Personificava l’abbondanza dei raccolti, da cui il suo nome (da ops derivano copia e opulentia) [Prisc. GLK VII, 321; 322; Fest. 186]. Dumézil ha rilevato la correlazione tra Ops ed altre divinità in ambito indoeuropeo connesse all’abbondanza dei raccolti, il cui nome ha è connesso alla radice che in latino da plenus (pieno, riempito): la germanica Fulla (o Volla che si riallaccia a full) e l’indiana Paramdhi (iranica Paremdi).

Ops era una divinità primigenia, Varrone la identifica con Terra, che fu parte della prima coppia divina Caelum – Terra [Var. L. L. V, 57]. Come Terra era ritenuta Colei che per prima dispensò i cereali agli esseri umani [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10] e quindi “portò aiuto” (opus ferre, da cui l’epiteto Opifera) al genere umano, assicurandogli abbondanza di cibo.

Benché le fonti romane ne facessero la moglie di Saturno, identificandola quindi con Rhea [Var. L. L. VI, 64;  Macr. Sat. I, 10; Fest. 186], l’epiteto consiva la associa a Consus, di cui in origine era forse la paredra. Il fatto che le feste di questi due Dei cadessero a soli quattro giorni di distanza e che fossero i pontefici e le vestali assieme a celebrare i loro culti, avvalora questa ipotesi. Inoltre le due divinità si trovavano ancora associate in un’altra sequenza di feste separate da pochi giorni nel mese di December, quando erano celebrati i Consualia e gli Opalia (vedi December)

Consus presiedeva all’immagazzinamento dei raccolti, Ops, assicurava che essi fossero abbondanti e che garantissero la sopravvivenza della comunità nei mesi invernali, era quindi l’abbondanza immagazzinata della città e colei che teneva lontane le carestie, assicurando che gli uomini avrebbero sempre potuto disporre del grano che donava loro. Ai Volcanalia le si offriva un sacrificio come Opifera, perché, assieme a Quirinus e Vulcanus, proteggesse i magazzini dagl’incendi.

Il suo culto era celebrato nella regia: sappiamo solo che in questo giorno le vestali, coperte dal suffibulum, ed il pontefice massimo, compivano una cerimonia nella parte più recondita dell’edificio [Var. L. L. VI, 21].

La si pregava seduti e toccando il terreno con la mano [Macr. Sat. I, 10] e sappiamo che nel suo culto era usato un contenitore di bronzo dalla bocca larga chiamato perficulum [Fest. 249].

Ops è l’abbondanza che, dopo il raccolto è racchiusa nei granai, è anche una divinità connessa con la regalità, opima infatti sono solo le spolia di un re [Fest. 186; Plut. Rom. XVI, 4 – 5] e il suo culto è celebrato nell’antica casa del rex: Essa così rappresentava la ricchezza, l’abbondanza che doveva dimorare nel penus del re (la parte più recondita della regia) perché egli la potesse distribuire al popolo. Questa Sua regalità spiega forse il legame con Vulcanus, testimoniato dalla posizione calendariale delle feste: secondo un antichissimo ciclo mitico, forse di origine etrusca, Vulcanus (Velans) è padre dei primi re e fondatori di città394, quindi dispensatore della regalità e per questo può essere associato alla ricchezza e all’abbondanza proprie del re. Considerando poi che, in un certo modo è paredro di Vesta (a cui apre associato nel primo lectisternium [Liv. XXII, 10, 9]) e di Maja (vedi sopra), entrambe identificate con Ops, il legame si chiarisce ulteriormente in una sorta di ierogamia.

 

OPICONSIVA in Regia

Opi Opiferae in Capitolio

Ops Consiva was the name of the Goddess who was dedicated this holiday [Var. L. L. VI, 21]. It is a very ancient deity who was already honored as a director of the first Roman king [Var. L. L. VI, 21]. Personified the abundance of crops, hence its name (derived from ops copy and Opulentia) [Prisc. GLK VII, 321; 322; Fest. 186]. Dumézil noted the correlation between Ops and other deities in the field Indo related to the abundance of crops, whose name is connected to the root by plenus (full Latin, filled): Germanic Fulla (Volla or that is linked to full) and the Indian Paramdhi (Iranian Paremdi).

Ops was a primitive deity, Varro identified with the Earth, which was part of the first divine couple Caelum – Terra [Var. L. L. V, 57]. As Earth was considered the One who first dispensed the cereals to humans [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10] and then “brought aid” (opus ferre, from which the epithet opifera) to mankind, assuring plenty of food.

Although the Roman sources they did the wife of Saturn, then identifying it with Rhea [Var. L. L. VI, 64; Macr. Sat. I, 10; Fest. 186], the epithet consiva generally associated with Consus, which originally was perhaps the paredra. The fact that the parties of these two gods fell just four days away and they were pontiffs and Vestal together to celebrate their cults, supports this hypothesis. Moreover, the two deities were still associated in another sequence of separate parties from a few days in the month of December, when they celebrated the Consualia and Opalia (see December)

Consus presided over the storage of crops, Ops, ensured that they were abundant and that would guarantee the survival of the community in the winter months, so was plenty stored in the city, and the one who kept away famine, ensuring that men could always have the wheat that gave them. Volcanalia to the offered himself as a sacrifice opifera, because, along with Quirinus and Vulcanus, protect the dagl’incendi warehouses.

His cult was celebrated as a director: we only know that on this day the vestal virgins, covered by suffibulum, and the Pontifex Maximus, were making a ceremony in the innermost part of the building [Var. L. L. VI, 21].

The prayers were sitting and touching the ground with his hand [Macr. Sat. I, 10] and we know that in its worship was used a bronze container mouthed called perficulum [Fest. 249].

Ops is the abundance that, after the harvest is enclosed in barns, it is also a deity connected with royalty, opima fact are only the spolia of a king [Fest. 186; Plut. Rom. XVI, 4-5] and his cult is celebrated in the former home of the Rex: It thus represented the wealth, the abundance that was to dwell in penus the king (the innermost part of the director) because he could distribute the to the people. His kingship This perhaps explains the link with Vulcanus, witnessed by calendrical position of parties: according to an ancient myth cycle, perhaps of Etruscan origin, Vulcanus (Velans) is the father of the first king and founder of città394, and dispenser of royalty and this may be associated with wealth and abundance of their king. Considering that, in a certain way is paredro Vesta (which opens in the first associated lectisternium [Liv. Xxii, 10, 9]) and Maja (see above), both identified with Ops, the link is clarified further in a sort of hierogamy.

 

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Pertinax, 1st January – 28th March 193
Sestertius 1st January – 28th March 193, Æ 28.21 g. IMP CAES P HELV – PERTINAX AVG Laureate head r. Rev. OPI DIVIN – TR P COS II S – C Ops seated l., holding ears of corns. C 34. BMC 42. RIC 20. Sear 4054

VII KAL. SEPT. (24) C

Mundus Patet (Dies Religiosus)

Questa data non è segnata nei calendari epigrafici, tuttavia da una glossa di Festo sappiamo che il mundus veniva aperto in tre giorni durante l’anno. Il primo di questi era il 24 Sext., gli altri due giorni erano il 5 Oct. e l’8 Nov [Fest. 154, 156; 258].

Il termine mundus, in latino, indicava l’insieme dei domini che componevano il cosmo: terra, acqua, cielo [Fest. 143; Var. Menip. Fr. 92; 420 apud Prob. Bern. In Verg. Ecl. VI, 31; Hor. Sat. I, 3, 112] oppure il solo cielo, inteso come volta celeste che racchiude il paino terreste [Schol. Bern. Verg. Ecl. III, 105; Var. Menip. Fr. 92 apud Prob. Bern. Verg. Ecl. VI, 31; Var. L. L. VI, 3; Isid. Orig. XIII, 11; Diomed. GLK I, 365, 18; Catul. LXIV, 206; Verg. Georg. I, 240; Tib. III, 4, 17; Enn. Sat. Fr. 10 V apud Macr. Sat. VI, 2]; in tale accezione aveva significato analogo a quello del greco cόσμος [Cic. Tim. XXXV]

In un’altra accezione designava una fossa, probabilmente con una volta circolare la cui parte inferiore era consacrata ai Dii Manes (i rilevamenti archeologici hanno portato alla luce diverse fasi di occupazione continuativa del Monte Palatino, caratterizzati dalla presenza di capanne nei pressi delle quali si trovava una fossa analoga. Anche in ambito etrusco sono state trovate fosse simili, probabilmente fondative404) coperta da una pietra che era rimossa tre volte all’anno [Fest. 154, 156; 128; Macr. Sat. I, 16,17]. Mundus indicava anche gli altari, posti in una buca scavata nel terreno, dedicati alle divinità infere [Serv. Aen. III, 134]. Dall’analogia, con cόσμος, secondo una diversa accezione [Plin. Nat. Hist. II, 4, 8] designava la cassa contenente gli oggetti personali della donna [Fest. 142; Lucil. Fr. XV, 519 – 20 apud Gel. IV, 1, 3 et Non. 214, 17; Dig. XXXIV, 2, 25; Liv. XXXIV, 7, 9] (i suoi strumenti di bellezza) in particolare il corredo della donna sposata [Apul. Met. VI, 1].

L’origine di questo termine è molto incerta, l’ipotesi più probabile è che derivi dall’etrusco mun (legato a una Dea munqu nota da una serie di iscrizioni su specchi in bronzo) che forse indicava il mondo, oppure da mus, terra [Isid. Orig. XX, 3, 4], o alla radice indoeuropea *munth- da cui derivano termini con il significano di terra, ma anche di rotondo, il che renderebbe conto degli usi principali della parola mundus (volta cleste, fossa, altare circolare interrato); benché la reale etimologia sia ancora dibattuta, è comunque innegabile che il significato primario del termine rimandi alla terra, in particolare alla fossa che vi veniva scavata e quindi alla sfera infera.

Secondo Plutarco [Plut. Rom. XI], quando Romolo fondò Roma con rito etrusco, per prima cosa individuò un punto che si trovasse al centro dell’area delimitata dal pomerium; nel testo questo luogo si trovava nel Comitium, lasciando intendere che l’autore greco si riferisce anacronisticamente al pomerium serviano. Qui Romolo scavò una fossa in cui fu depositato tutto ciò che era previsto dal rituale: Plutarco parla solo di primizie dei raccolti e di una manciata di terra che ciascun uomo che venne a formare il primo nucleo di cittadini romani, aveva portato del suo luogo di origine [Plut. Rom. XI]. Ovidio, nei Fast, sempre in relazione alla fondazione della città, parla di una profonda fossa situata sul Palatino in cui furono gettati cereali e terra presa dai dintorni. Il mundus sarebbe poi stato coperto di terra e sopra vi sarebbe stato eretto un altare [Ov. Fast. IV, 821 segg]; questo avrebbe però reso impossibile la sua riapertura.

Da una glossa di Festo apprendiamo invece che esso era coperto da una pietra chiamata lapis manalis, ritenuta la “Porta dell’Orco” perché la sua rimozione permetteva alle anime che risiedevano negli Inferi di “fluire” (manare) verso il mondo superiore; da qui manalis e la definizione di Dii Manes attribuita a queste anime [Fest. 128].

Questi passi sono contraddittori ed è possibile che la ragione stia nel fatto che essi descrivano due luoghi diversi, infatti, dai pochi riferimenti di cui disponiamo, possiamo dedurre che a Roma vi fossero due siti che corrispondono alle descrizioni degli autori antichi.

Il primo era denominato Roma Quadrata [Fest 258; Var. apud Solin. I, 1; Ov. Trist. III, 1, 31 segg]: si trattava un’area sul Palatino nei pressi del tempio di Apollo e fu il luogo dove venne scavata la fossa di fondazione della città Romulea (il cui pomerium era altresì quadrangolare e circondava le pendici del Palatino [Tac. Ann. XII, 24; Gel. XIII, 14, 2]) in cui furono gettate tutte le cose che ritualmente bisognava mettervi in segno di buona augurio. Era delimitato da un recinto di pietre ed è possibile che vi fosse anche un altare, il che coinciderebbe con la descrizione di Ovidio. Non vi sono accenni al fatto che fosse aperta durante l’anno.

Un secondo sito era il mundus cereris [Fest 142], una fossa circolare che si trovava presumibilmente nei pressi del Comitium, probabilmente, in relazione con l’ampliamento del pomerium primitivo dopo il sinecismo che incluse nello spazio urbano le comunità che vivevano sui Colles al di fuori del Septimontium ; oppure nella Valle Murcia, tra Palatino, Aventino e Tevere, lungo la spina del Circo Massimo  (dove, secondo Dionigi di Alicarnasso, esisteva un heroon di Demetra fondato da Evandro [Dion. H. I, 33, 1 – 2] e abbiamo evidenza dell’esistenza, in tempi storici, di un tholos in relazione col culto della Dea. È questo mundus che veniva aperto tre volte l’anno.

Gli studiosi moderni hanno ipotizzato che in origine il mundus fosse il deposito dei cereali della comunità primitiva, il primo penus, questo spiegherebbe la sua relazione con Consus ed Ops, dato che il mundus patet si trovava nel mezzo del periodo compreso tra le feste di queste divinità.  Da una parte esso era in relazione con l’immagazzinamento delle derrate, dall’altro era il simbolo dell’abbondanza e della prosperità della città, così come il penus lo era della famiglia. Esso era aperto alla fine del raccolto per immagazzinarvi le messi e, probabilmente, di nuovo in autunno per portare fuori quella parte delle sementi destinate alla semina. Tale funzione rimanda al complesso teologico-funzionale di Consus, così come la collocazione del mundus nella parte nord della spina del Circo, stabilisce una simmetria e una corrispondenza con l’ara Consi, posata nella parte meridionale della stessa: se, nell’ambito del simbolismo solare del Circo, l’altare sotterraneo di Conso era inteso come punto in cui il sole, al tramonto, scendeva sotto terra a occidente, simmetricamente, il mundus cereris poteva essere pensato come il varco, a oriente, attraverso cui il sole riemergeva all’alba.

Il mundus cereris, rimanda alle divinità ctonie legate al mistero del loro ciclo vegetativo. Cerere, in particolare, era in origine una Dea che presiedeva alla crescita dei vegetali, strettamente connessa con Tellus (forse ne era un aspetto [Var. R. R. III, 1, 5]), la terra genitrice. Essa aveva anche aspetti ctonii ed era associata alle divinità infere Persefone e Dis Pater. Secondo Macrobio, il mundus era proprio consacrato a Dis e Proserpina [Macr. Sat. I, 16, 18], il che lascia intendere una interpretazione di tale sito alla luce del mito eleusino del Ratto di Proserpina: il mundus avrebbe rappresentato la voragine attraverso cui Dis portò Proserpina nel regno degl’Inferi, ossia un accesso al mondo sotterraneo [Cic. Verr. II, 4, 106 – 107; Prob. In Verg. Georg. I, 38; Schol. Bern. in Verg. Ecl. III, 104], la cui apertura, come abbiamo visto, permetteva la comunicazione tra i differenti piani del cosmo. Nel mundus cereris come luogo che univa cielo, terra e Inferi, tutti questi elementi sono unificati: si sarebbe quindi trattato di una rappresentazione dell’intero mondo (sfera infera, sfera terrestre, sfera celeste). Cerere era presente nella sfera celeste come divinità che portava a maturazione i cereali (un aspetto della Dea che probabilmente diverrà autonomo in età imperiale, come Dea Dia); in quella terrestre, con il suo aspetto produttivo di dispensatrice di abbondanza e nutrimento e, proprio per questo, anche nella sfera infera, in cui si estendeva la sua azione, grazie al legame con Persefone.

Il mundus era anche legato alla fondazione della città, rito in cui Cerere era propiziata per garantire futura abbondanza e benessere, come punto centrale del pomerium, era una sorta di proiezione dell’axis mundi che univa i diversi piani della realtà sacra che si veniva costituendo in quel momento (piano celeste, piano terrestre, piano sotterraneo), creando uno spazio sacro non più bidimensionale (il territorio racchiuso dal pomerium), bensì tridimensionale (attraverso la proiezione del pomerium in alto e in basso), ovvero lo spazio in cui avrebbero interagito gli uomini e le divinità che abitavano i tre piani della realtà.

Secondo i Commentari Juris Civilis di Catone [Cato Com. Jur. Civ. Fr 1 apud Fest. 154] nel mundus si poteva entrare, ma non era possibile a tutti farlo, per questo è stato ipotizzato che si trattasse di una profonda fossa formata da tre parti: una volta da cui era possibile vedere una porzione circolare di cielo (quindi identificato con la volta celeste), un sacrum cereris [Schol. Bern. Verg. Ecl. III, 105], un altare o una camera consacrata alla Dea; una parte inferiore sacra agli Dii Inferi, poi a Persefone e Dis Pater [Macr. Sat. I, 16, 18] in cui si potevano calare solo dei bambini (a causa delle sue piccole dimensioni) dove, nei giorni del mundus patet, si svolgeva un qualche rito divinatorio (a Capua è infatti noto un sacerdos cereris mundalis [CIL X, 3926]).

I giorni in cui il mundus era aperto erano dies religiosi, secondo Macrobio erano consacrati alle divinità infere Dis e Proserpina: non era consentito combattere, muovere l’esercito per andare in guerra, non venivano amministrati gli affari dello Stato, a meno di questioni di urgenza tale da non poter essere prorogate, non si poteva levare l’ancora, né era di buon auspicio sposarsi con l’intenzione di avere dei figli [Fest. 154; Macr. Sat. I, 16, 18].

Le più recenti scoperte archeologiche a Bolsena e a Cerveteri hanno permesso di comprendere meglio cosa fosse realmente il mundus di Roma: si trattava di una sala ipogea di forma quadrangolare (che rappresentava lo spazio terrestre ed era probabilmente consacrata a Cerere), costruita a similitudine di un templum, coperta da una cupola (tholos) dotata di un’apertura circolare, oculos (che rappresentava la volta celeste). La parte esterna, visibile in superficie, era probabilmente un sacellum, considerato locus religiosus, delimitato e considerato inviolabile, forse sormontato da una copertura (monopteros). All’interno si trovava un altare o un’edicola, dove avvenivano i sacrifici nei giorni dedicati al culto (offerta di cereali e primizie), e un puteal, uno stretto cunicolo che dava accesso ad un livello inferiore consacrato alle divinità infere. Attraverso questo passaggio un fanciullo era calato nella zona più bassa della struttura per compiere un rito oracolare (in modo simile a quanto accadeva a Preneste [Cic. Div. II, 85 – 87]): entrando in contatto con gli Dei del mondo sotterraneo, si chiedeva un responso sul raccolto dell’anno seguente.

Luna in Graecostasis

La Graecostasis era una piattaforma rialzata che si trovava all’angolo del Comitium e serviva come una sorta di tribuna per gli ambasciatori stranieri, specialmente greci [Var. L. L. V, 155]. Si trovava vicino alla Curia [Cic. ad Q. Fr. II, 1, 3], ad ovest dei Rostra, come ricorda Plinio che riporta che anticamente i consoli all’accensus proclamavano l’ora del mezzogiorno dalla Curia quando il sole si trovava tra i Rostra e la Graecostasis, cioè a sud [Plin. Nat. Hist. VII, 212]. Sappiamo che nel 304 aev. Flavio vi eresse un’edicola in bronzo dedicate a Concordia [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19], che fu definite anche “in area Volcani” [Liv. IX, 46]. Per gli anni 137, 130, 124 aev. Si ricorda che piovve sangue o latte sulla Graecostasis [Obseq. De Prod. XXIV; XXVIII; XXXI]. Nel 30 aev. Si celebrarono dei sacrifici a “Luna in Graecostasi” [Fast. Pinc., CIL I², 219]. Non si sa niente sulla sua storia in età imperiale, sembra che in un’epoca non definita sia stato distrutto e lo spazio su cui sorgeva occupato dall’arco di Severo.

 

Mundus Patet (Dies Religiosus)

This date is not marked in epigraphic calendars, however, by a gloss of Festus we know that the mundus was opened in three days during the year. The first of these was the 24 Sext., The other two days were on Oct. 5 and Nov. 8 [Fest. 154, 156; 258].

The term mundus, in Latin, indicating the set of domains that made up the universe: earth, water, sky [Fest. 143; Var. Menip. Fr. 92; 420 apud Prob. Bern. In Verg. ECL. VI, 31; Hor. Sat. I, 3, 112] or only the sky, seen as the celestial sphere that encloses the paino terrestrial [Schol. Bern. Verg. ECL. III, 105; Var. Menip. Fr. 92 apud Prob. Bern. Verg. ECL. VI, 31; Var. L. L. VI, 3; Isid. Orig. XIII, 11; Diomed. The GLK, 365, 18; Catul. LXIV, 206; Verg. Georg. I, 240; Tib. III, 4, 17; Enn. Sat. Fr. 10 V apud Macr. Sat. VI, 2]; in that sense it had a meaning similar to that of greek όσμος [Cic. Tim. XXXV]

In another sense it designated a pit, probably with a circular once the lower part of which was dedicated to the Dii Manes (archaeological surveys have revealed different phases of ongoing occupation of Monte Palatino, characterized by the presence of huts near which you was a similar pit. Even in Etruscan area were found to be similar, probably fondative404) covered by a stone that was removed three times a year [Fest. 154, 156; 128; Macr. Sat. I, 16,17]. Mundus also indicated the altars, placed in a hole dug in the ground, dedicated to the infernal deities [Serv. Aen. III, 134]. By analogy with όσμος, according to a different meaning [Plin. Nat. Hist. II, 4, 8] he designated the chest containing personal belongings of the woman [Fest. 142; Lucil. Fr. XV, 519-20 apud Gel. IV, 1, 3 et no. 214, 17; Dig. XXXIV, 2, 25; Liv. XXXIV, 7, 9] (its beauty tools) in particular kit married woman [Apul. Met. VI, 1].

The origin of this term is very uncertain, the most likely hypothesis is that it derives from the Etruscan munth (tied to a munthu Goddess known by a number of inscriptions on bronze mirrors) indicated that perhaps the world, or from mus, ground [ISID. Orig. XX, 3, 4], or the Indo-European root *munth-  from which terms with the mean of the earth, but also round, which would realize the main uses of the word mundus (once Cleste pit, underground circular altar); although the real etymology is still debated, it is undeniable that the primary meaning of the word references to the land, in particular the pit that was dug there and then the infernal ball.

According to Plutarch [Plut. Rom. XI], when Romulus founded Rome Etruscan ritual, first you spotted a point that was the center of the area bounded by the pomerium; Text in this place was in the Comitium, hinting that the greek author refers anachronistically to pomerium Servian. There, Romulus dug a pit in which it was deposited all that was expected by the ritual: Plutarch mentions only the first fruits of the crops and a handful of soil that each man who came to form the nucleus of Roman citizens, had taken the place of its origin [Plut. Rom. XI]. Ovid, in the Fast, always in relation to the founding of the city, speaks of a deep pit located on the Palatine where were thrown cereals and land taken from the surroundings. The Mundus would then be covered with earth, and over there it would have been erected an altar [Ov. Fast. IV, 821 ff]; This would, however, made it impossible for its reopening.

By a gloss of Festus we learn instead that it was covered with a stone called lapis Manalis, considered the “Gateway to the Ogre” because its removal enabled the souls residing in the underworld of “flow” (Manare) toward the upper world; from here Manalis and the definition of Dii Manes attributed to these souls [Fest. 128].

These steps are contradictory and it is possible that the reason lies in the fact that they describe two different places, in fact, from the few references we have, we can deduce that in Rome there were two sites that match the descriptions of ancient writers.

The first was called Roma Quadrata [Fest 258; Var. Apud Solin. I, 1; Ov. Trist. III, 1, 31 ff]: it was an area on the Palatine Hill near the temple of Apollo and was the place where he dug the foundation pit of the city Romulea (the pomerium was also rectangular and surrounded the slopes of the Palatine [Tac . Ann. XII, 24; Gel. XIII, 14, 2]) in which were laid all the things you had to ritually put a sign of good luck. He was surrounded by a fence of stones and it is possible that there was also an altar, which would coincide with the Ovid’s description. There are hints that were opened during the year.

A second site was the mundus Cereris [Fest 142], a circular pit that was presumably near the Comitium, probably in connection with the expansion of the original pomerium after synechism that included in the urban space community that lived on the Colles outside of the Septimontium; or in the Murcia Valley between the Palatine, Aventine and the Tiber, along the spine of the Circus Maximus (where, according to Dionysius of Halicarnassus, there was a heroon Demeter founded by Evandro [Dion. H., 33, 1-2], and we have evidence the existence, in historical times, of a tholos in connection with the cult of the Goddess. it is this mundus which was opened three times a year.

Modern scholars have speculated that originally the mundus was the storage of cereals of the primitive community, the first penus, that would explain his relationship with Consus and Ops, as the Mundus patet stood in the middle of the period between the feasts of these divinity. On the one hand it was in connection with the storage of foodstuffs, on the other hand was the symbol of abundance and prosperity of the city, as well as the penus it was family. It was opened at the end of the harvest for the storage of crops and probably again in the fall to bring out that part of the seed for sowing. This function refers to the theological-functional complex of Consus, as well as the placement of the mundus in the north of the Circus pin, establishes a symmetry and a match with the ara Coun, placed in the southern part of the same: if, in the solar symbolism of the circus, the underground altar of Consus was intended as the point where the sun, at sunset, went down under the ground to the west, symmetrically, the mundus Cereris could be thought of as the gate to the east, through which the sun reemerged all ‘Sunrise.

The Mundus Cereris, refer to the chthonic deities related to the mystery of their growth cycle. Ceres, in particular, it was originally a goddess who presided over the growth of plant life, closely connected with Tellus (maybe it was an aspect [Var. R. R. III, 1, 5]), the parent land. It also had chthonic aspects and was associated to the underworld deities Persephone and Dis Pater. According to Macrobius, the mundus was just dedicated to Dis and Proserpina [Macr. Sat. I, 16, 18], which suggests an interpretation of that site in the light of the Eleusinian myth of the Rape of Proserpine: the mundus would have represented the chasm through which Dis brought Persephone in the Underworld kingdom, or an access to the underworld [ Cic. Verr. II, 4, 106-107; Prob. In Verg. Georg. I, 38; Schol. Bern. in Verg. Ecl. III, 104], the opening of which, as we have seen, allowed the communication between the different planes of the cosmos. In Mundus Cereris as a place that united heaven, earth and the underworld, all these elements are unified: it was an instance involving a representation of the entire world (sphere underworld, the terrestrial sphere, celestial sphere). Ceres was present in the celestial sphere as gods that led to maturing cereals (one aspect of the Goddess who is likely to become autonomous in the imperial age, as Dea Dia); in the Earth, with its productive aspect of a dispenser of abundance and nourishment and, for this reason, even in the infernal sphere, where it extended its action, thanks to the link with Persephone.

The Mundus was also linked to the founding of the city, rite in which Ceres was propitiated to ensure future abundance and wealth, as the central point of the pomerium, was a kind of projection of the AXIS mundi that united the different floors of the sacred reality that was forming at that time (the celestial plane, the Earth plane, basement), creating a sacred space no longer two-dimensional (the area enclosed by the pomerium), but three-dimensional (through the projection of pomerium in the top and bottom), or the space in which they would interacted men and gods who inhabited the three planes of reality.

According to the Commentaries Juris Civilis of Cato [Cato Com. Jur. Civ. Fr 1 apud Fest. 154] in the mundus you could get, but it was not possible to do it all, so it was assumed that it was a deep pit consists of three parts: a time in which it was possible to see a circular portion of the sky (so identified with the heavens), a sacrum Cereris [Schol. Bern. Verg. ECL. III, 105], an altar or a room devoted to the goddess; a lower part sacred to the gods Hades, Persephone and then to Dis Pater [Macr. Sat. I, 16, 18] which could fall just children (because of its small size) where, in the days of Mundus patet, took place a few ritual divination (in Capua is in fact known a sacerdos Cereris mundalis [CIL X, 3926]).

The days when the mundus was opened were religious dies, according to Macrobius were consecrated to the infernal deities Dis and Proserpina was not allowed to fight, move the army to go to war, were not administered the affairs of state, less than issues urgent that it can not be prolonged, it could not weigh anchor, nor was it a good omen to get married with the intention of having children [Fest. 154; Macr. Sat. I, 16, 18].

The most recent archaeological discoveries in Bolsena and Cerveteri have allowed us to understand better what was really the mundus of Rome: it was an underground hall quadrangular (representing the Earth’s space and was probably consecrated to Ceres), built in the likeness of a templum, covered by a dome (tholos) with a circular opening, oculos (representing the sky). The outer, visible on the surface, it was probably a sacellum considered locus religiosus, delimited and considered inviolable, perhaps topped by a cover (Monopteros). Inside was an altar or a kiosk, where the sacrifices took place in the days dedicated to religion (range of cereals and fruits), and a Puteal, a narrow tunnel that led to a lower level devoted to the infernal gods. Through this step a child had fallen into the lowest part of the establishment to carry out an oracle rite (in a similar way to what happened in Preneste [Cic. Div. II, 85-87]): getting in touch with the gods of the underworld, he wondered a response on the harvest of the following year.

Lunae in Graecostasis

The Graecostasis was a raised platform that was located on the corner of the Comitium and served as a kind of forum for foreign ambassadors, especially Greeks [Var. L. L. V, 155]. It was near the Curia [Cic. to Q. Fr. II, 1, 3], to the west of the Rostra, as recalled by Pliny reports that in ancient times the consuls all’accensus proclaimed the hour of noon the Curia when the sun was among the Rostra and Graecostasis, ie south [Plin. Nat. Hist. VII, 212]. We know that in 304 BCE. Flavio erected bronze newsstand dedicated Concordia [Plin. Nat. Hist. XXXIII, 19], which was also defined as “Volcani area” [Liv. IX, 46]. For the years 137, 130, 124 BCE. Please remember that it rained blood or milk on Graecostasis [Obseq. De Prod. XXIV; XXVIII; XXXI]. In 30 BCE. They were celebrated sacrifices to “Moon in Graecostasi” [Fast. Pinc., CIL I², 219]. Nothing is known about its history in the imperial age, the space on which it stood was occupied by the arc of Severus.

 

Picture

Ostia. Il mundus (MUN). Lo stato tardoantico con chiusura dell’ingresso e l’ultimo restauro. In A. Gering – Le ultime fasi della monumentalizzazione del centro di Ostia tardoantica, Les Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité (MEFRA), 126-1, 2014: Ostia antica – Varia

VIII KAL. SEPT. (23) NP

VOLCANALIA

Majae supra Comitium

I Volcanalia erano la festa in onore di Volcanus

… Volcanalia da Volcanus, poichè allora cadeva il giorno festivo a lui dedicato e il popolo gettava nel fuoco degli animali per il proprio bene (pro se [nel testo pro se starebbe per pro populo, formula che distingue le feste pubbliche, oppure al posto di se stessi, cioè delle proprie anime])… [Var. L. L. VI, 20]

Si tratta di una divinità molto antica che fu identificata con Efesto, tuttavia i suoi caratteri originari sono molto diversi da quelli del Dio Greco. L’origine del suo nome è incerta, alcuni autori  lo fanno derivare da una radice indoeuropea che ha dato il sanscrito velk, brillare, altri dalla radice etrusca velc o dal cretese Felcanos, ma la questione è tutt’ora incerta. Sembra che gli etruschi conoscessero un Velcans, il cui nome è riportato sul fegato di Piacenza, che corrisponderebbe al Mulciber (epiteto poetico di Vulcanus, colui che fonde, rammollisce, il metallo) che Marziano Capella, nel De Nuptis Philosophiae et Mercuri, colloca nella quarta sede celsete [Mart. Cap. I, 48]; tuttavia la divinità che gli etruschi identificavano con Efesto era Sethlans e non Velcans, che invece potrebbe corrispondere all’antico Vulcanus romano.

Nell’elenco di Marziano Capella Questi appare, assieme a Terra e Tellurus, nella quinta sede celeste [Mart. Cap. I, 49], ma troviamo anche un Volcanus Iovialis a cui era attribuito il potere di inviare la folgore [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varrone annovera Vulcanus tra le divinità introdotte a Roma da Tito Tazio, facendone un Dio Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Altri Lo identificavano con Sol [Serv. Aen. III, 35] che d’altra aprte rappresentava il fuoco celste .

È stato proposto anche un parallelo tra un possibile paleolatino *uelkano e l’osseto Waergon, nome del Dio metallurgo di quel popolo: entrambi i termini deriverebbero dalla radice *urka, lupo e rimanderebbero ad una forma di totemismo per cui il Dio metallurgo paleoindoeuropeo sarebbe stato rappresentato sotto forma di lupo. Anche questa etimologia, però, è poco convincente.

L’iconografia etrusca di Sethlans lo rappresenta come un giovane, dal fisico perfetto, e dai capelli ricci, che porta un’ascia bipenne, immagine molto lontana da quella dell’Efesto greco che sarà quella prevalente nelle raffiurazioni romane

Il principale e più antico luogo sacro dedicato a Vulcanus era il Volcanal o ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX,  46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: uno spazio delimitato attorno ad un altare a cielo aperto che si trovava all’angolo nord-est del Foro, 5 metri più in alto del Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] e sarebbe stato consacrato da Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Da qui, in epoca arcaica, prima della costruzione dei rostra, il re e i magistrati si rivolgevano al popolo [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. Vi si trovavano una quadriga in bronzo dedicata da Romolo e una statua di Romolo stesso [Dion. H. II, 54, 2], una statua di Orazio Coclite [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11,2; Plut. Popl. 16] e quella di un danzatore colpito da un fulmine [Fest. 290].

La festa. In occasione dei Volcanalia, i romani sacrificavano degli animali vivi nel fuoco del Dio [Var. L. L. VI, 20], si trattava di pesci pescati nel Tevere, forse pescati in occasione dei ludi piscatorii di Aprilis [Fest.238], o più probabilmente venduti dai pescatori nell’area del tempio. Tale offerta sostituiva quella di esseri umani,

… pro animis humanis… [Fest. 238]

oppure, se intendiamo altrimenti il passaggio di Festo (anche alla luce del pro se di Varrone) era fatta per la salute ed il benessere di coloro che sacrificavano (pro popolo), placando il Dio, così da tenere lontani gl’incendi.

In questo giorno, secondo i Fasti Anziati, avveniva anche un sacrificio a Maja sopra il Comitium, ovvero quindi nel luogo dove si trovava il Volcanal [ILLRP 9].

Le fonti antiche definiscono questa divinità paredra di Volcanus [Gel. XII, 23,1] e i dati cultuali (oltre al sacrificio che si svolgeva ai Volcanalia, il fatto che alle Kal. Maj. fosse il flamen volcanalis ad offrire a Maja una scrofa gravida [Macr. Sat. I, 12, 18 segg]) confermano questo legame: il nome Maja, deriva dalla stessa radice di major e majestas e rimanda al crescere, all’aumentare, per cui Essa può essere vista come la capacità del fuoco di crescere rapidamente quando viene alimentato. Un’altra divinità femminile associata a Volcanus era Stata Mater [CIL VI, 802], purtroppo non abbiamo molte informazioni su di Lei, sappiamo che una Sua statua era venerata nel Foro e che il cui culto era celebrato in tutti i vici [Fest. 317]. Il suo nome rimanda alla capacità di bloccare il propagarsi del fuoco, per cui la sua azione è opposta a quella di Maja .

Vulcanus era anche associato a Vesta, come dimostra il fatto che nel lectisternio del 217 aev. queste due divinità si trovavano sullo stesso letto, tale associazione sarebbe un riflesso dell’antica teologia indoeuropea dei fuochi, di cui si trova la più completa elaborazione nei testi vedici.

 

Volcano in Circo Flaminio

La posizione del tempio è controversa: alcuni calendari epigrafici lo collocano nel Circo Flaminio [Fast. Val. ad Kal. Sept., CIL Ia pg 240], altri non danno indicazioni [Fast. Arv. CIL I pg 215 = VI, 32482], mentre i Fasti Anziati lo citano assieme al tempio delle Ninfe in Campo, il che lascerebbe intendere che si trovasse nel Campo Marzio, come afferma Livio [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. Queste discrepanze hanno suggerito l’ipotesi che esistessero due templi diversi, che, tuttavia, è stata scartata. L’opinione più accreditata, oggi, è che il tempio si trovasse nel Campo Marzio, nei pressi di quella che fu la Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5 – 6; Q. R. 47], al confine col complesso dei templi del Circo Flaminio. L’edificio sorgeva dove oggi si trova Palazzo Mattei, al centro della Cripta Balbi [CIL VI, 798]. La data di costruzione ci è ignota, ma sappiamo che deve essere prima del 214 aev. poichè in quell’anno fu colpito da un fulmine, così come accadde nel 197 aev. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Forse è questo tempio che la tradizione fa risalire a Romolo e quello a cui si riferisce Vitruvio dicendo che si trovava fuori dalle mura della città [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], il che porrebbe la sua data di costruzione dopo l’allargamento del pomerium e l’edificazione delle mura serviane che compresero il Comitium ed il più antico Volcanal. Alcune monete del 105 aev che rappresentano un busto di Volkanus, con gli attributi che aveva a Lipara, farebbero riferimento al trionfo di L. Aurelius Cota, conquistatore di Lipara e potrebbe essere stato costui a votare il tempio durante il suo consolato del 252 aev [Crawford 1974, no. 314; ad locum, pg 322]

Il 23 Sext. vi si svolgevano sacrifici in onore di Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi Opifera

Un tempio dedicato a Ops sul Campidoglio è menzionato per la prima volta nel 186 aev quando fu colpito da un fulmine [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. Secondo Plinio fu dedicato da L. Caecilius Metellus pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: gli autori moderni hanno identificato questo personaggio con L. Caecilius Metellus Delmaticus, che avrebbe restaurato un tempio precedente nella seconda metà del II sec. aev (probabilmente nel 119 aev); oppure con L. Caecilius Metellus che lo avrebbe dedicato quando era console nel 251 o 247 aev come risoluzione di un voto formulato durante la battaglia di Panormo.

Il tempio divenne famoso come luogo dove Cesare depositò il tesoro pubblico di 700’000’000 di sesterzi [Cic. ad Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174], inoltre, fu decorato con una delle statue equestri che Q. Caecilius Metellus Scipio fece erigere in onore dei suoi antenati quando fu console nel 52 aev  [Cic. ad Att. VI, 1, 17] ed è citato negli scholii veronesi all’Eneide [Schol. Ver. Aen. II, 714]. Le matrone vi si riunirono in occasione della celebrazione dei ludi saeculares del 17 aev. [CIL VI, 32323]. Diplomi militari concessi a soldati che si erano distinti erano appesi alle sue pareti e forse vi erano conservati i pesi standard di riferimento (è stato ritrovato un peso di bronzo con l’iscrizione templ(um) Opis aug(ustae) [CIL XVI, 3; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

Il cognomen della Dea a cui era dedicato non è certo, così come la data della sua dedica: il calendario degli arvali riporta per il 23 Sext, Volcanalia, la dedica di un tempio a Ops Opifera (che, secondo Plinio sarebbe stato quello dedicato da Caecilius Metellus), altri calendari hanno Opi in Capitolio al 25 Sext, Opiconsiva, il che farebbe pensare che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Consiva [Fast. Arv. ad VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. L’opinione prevalente degli autori moderni è che il tempio capitolino fosse dedicato a Ops Opifera e che il suo dies natalis fosse ai Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

L’invocazione delle ninfe, divinità delle fonti e dell’acqua corrente, nel giorno in cui si celebrava Volcanus, aveva forse uno scopo apotropaico, Plinio riporta infatti che, quando, durante un banchetto, veniva pronunciata la parola “incendio”, bisognava subito gettare dell’acqua sulla tavola [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

Il tempio intitolato alle Ninfe nel Campo Marzio conteneva documenti del census che furono bruciati da Clodio [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Non si conosce la data della sua costruzione, che, si ipotizza, sia avvenuta nel III sec aev, oppure tra il 179 aev e il 166 aev. Fu dedicato il 23 Sext. [Fast. Arv; CIL I², 215; 326), ma non vi sono indicazioni del luogo esatto in cui si sorgeva, a meno che non lo si identifichi col locus Juturnae; situato anch’esso nel Campo Martio, fu edificato da Q. Lutatio Catulo [Serv. Aen. XII, 139], vincitore della Prima Guerra Punica. Si trovava vicino al luogo dove poi sarebbe arrivato l’acquedotto dell’aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicerone parla anche di una statua dorata [Cic. Pro Clu. 101). La data della dedica è 11 Jan. in concomitanza coi Juturnalia [Ov. cit.; ILLRP 9], ma vi si celebravano anche dei sacrifici ai Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Un’altra ipotesi, oggi prevalente, è che si tratti dell’edificio sacro emerso durante i lavori di scava in via delle Botteghe Oscure (alcuni autori, tuttavia, ritengono che si tratti del tempio dei Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

I calendari epigrafici riportano tra le dediche compiute in questo giorno, quella dell’altare di Hora sul colle Quirinale [ILLRP 9]. Un passo delle Metamorfosi, racconta della deificazione di Hersilia, moglie di Romolo, avvenuta sul colle Quirinale, in un bosco sacro nei pressi del tempio di Quirino [Ov. Met. XIV, 836 – 837], è quindi possibile che l’altare si trovasse in quel luogo. In questo caso avrebbe potuto trattarsi di un tempio vero e proprio, edificato nel III sec. aev, di cui non abbiamo notizia. Un’altra ipotesi è che si trattasse di un altare all’interno dell’area sacra del tempio di Quirino, ma in questo caso sarebbe stato improbabile che ne fosse ricordata la dedica.

 

Volcanalia

Majae supra Comitium

The Volcanalia were the party in honor of Volcanus

… Volcanalia from Volcanus, then fell as the public holiday dedicated to him and threw people in the animal heat for their own good (pro se [in the text pro se would be for pro populo, formula that distinguishes public holidays, or to instead of themselves, that is their own souls]) … [Var. L. L. VI, 20]

It is a very ancient deity who was identified with Hephaestus, yet its original characteristics are very different from those of the Greek God. The origin of its name is uncertain, some authors do result from an Indo-European root that gave Sanskrit Velk, shine, others from the Etruscan root velo by the Cretan F, but the question is still uncertain. It seems that the Etruscans knew a Velans, whose name appears on the liver of Piacenza, which would correspond to Mulciber (poetic epithet of Vulcanus, who melts, softens, metal) that Martian Capella, in De Nuptis Philosophiae et Mercuri, It ranks in fourth seat celsete [Mart. Chap. I, 48]; However, the divinity that the Etruscans identified with Hephaestus was Sethlans and not Velans, which instead could match the ancient Roman Vulcanus.

These appear in the list of Marziano Capella, along with Earth and Tellurus, in the fifth heavenly home [Mart. Chap. I, 49], but we also find a Volcanus Iovialis who had the power to send lightning [Serv. Aen. I, 42; Mart. Cap. De Nupt. I, 42]. Varro Vulcanus counts among the deities brought to Rome by Titus Tazio, making a God Sabino [Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. The other identified with Sol [Serv. Aen. III, 35] that the other aprte represented fire celste.

It has also proposed a parallel between a possible paleolatino * uelkano and Ossetian Waergon, name of the metallurgist God to the people: both terms derive from the root * urka, wolf and rimanderebbero to a form of totemism that the God would metallurgist paleoindoeuropeo It was represented in the form of a wolf. Even this etymology, however, is unconvincing.

The Etruscan iconography Sethlans represents him as a young man, the perfect body, and curly hair, carrying an ax ax, image very different from the greek dell’Efesto that will be that prevailing in the Roman raffiurazioni

The main and most ancient sacred place dedicated to Vulcanus was the Volcanal or ara Volcani [Liv. IX, 46, 6; XXXIX, 46; XL, 19, 2; Gell. IV, 5, 4]: a designated area around an altar in the open air which was located at the northeast corner of the Forum, 5 meters higher than the Comitium [Gell. IV, 5, 4; Fest. 290] and would be consecrated by Tito Tazio [Fest. 238; Var. L. L. V, 74; Dion. H. II, 50]. Hence, in ancient times, before the construction of the rostra, the king and the magistrates addressed the people [Dion. H. VI, 67, 2; XI, 39, 1; VII, 17, 2]. There were a bronze chariot dedicated by Romulus and a statue of Romulus himself [Dion. H. II, 54, 2], a statue of Horatius Codes [Gell. IV, 5, 4; De Vir. Ill. 11.2; Plut. Popl. 16] and that of a dancer struck by lightning [Fest. 290].

The party. On the occasion of Volcanalia, the Romans sacrificed for live animals in the fire of God [Var. L. L. VI, 20], it was fish caught in the Tiber, perhaps caught on the occasion of ludi piscatorii of Aprilis [Fest.238], or more probably sold by fishermen in the temple area. Such offer replaced that of humans,

… Pro animis humanis … [Fest. 238]

or, if we are otherwise the passage of Festus (especially in light of the pro se Varro) it was made for the health and welfare of those who sacrificed (pro people), appeasing the God, so keep away the conflagrations.

On this day, according to Antiates Fasti, also occurred a sacrifice to Maja above the Comitium, then that is the place where was the Volcanal [ILLRP 9].

Ancient sources define this paredra deities Volcanus [Gel. XII, 23.1] and worshiping data (in addition to the sacrifice that took place at Volcanalia, the fact that the Kal. Maj. Was the flamen volcanalis to offer Maja a pregnant sow [MACR. Sat. I, 12, 18 ff] ) confirm this relationship: the name Maja, comes from the same root as majors and majestas and refers to grow, increasing, so it can be seen as the fire ability to grow rapidly when fed. Another female deity associated with Volcanus was Stata Mater [CIL VI, 802], unfortunately we do not have a lot of information about you, we know that His statue was venerated in the Forum and whose cult was celebrated in all the vici [Fest. 317]. Its name refers to the ability to block the spread of fire, so that its action is opposite to that of Maja.

Vulcanus was also associated with Vesta, as evidenced by the fact that in lectisternio in 217 BCE. these two gods were located on the same bed, this association would be a reflection of the ancient Indo-European theology of fires, which is the most complete processing in the Vedic texts.

 

Volcano in Circo Flaminio

The location of the temple is controversial: some epigraphic calendars placed him in the Circus Flaminio [Fast. Val. to Kal. Sept., CIL Ia pg 240], others do not give indications [Fast. Arv. CIL’s 215 pg = VI, 32482], while the Fasti Antiates cite it together to the temple of the Nymphs in Campo, which would suggest that he was in the Campus Martius, as Livy says [ILLRP 9; Liv. XXIV, 10, 9]. These discrepancies have suggested the hypothesis that there were two different temples, which, however, was discarded. The most accepted opinion today is that the temple he was in the Campus Martius, near what was once the Palus Caprae [Plut. Rom. XXV, 5-6; Q. R. 47], on the border with the temples of the Flaminio Circus. The building stood where today there is the Palazzo Mattei, the heart of Balbi Crypt [CIL VI, 798]. The date of construction is unknown to us, but we know it must be prior to 214 BCE. because in that year he was struck by lightning, as happened in 197 BCE. [Liv. XXIV, 10, 9; XXXI, 21, 1].

Perhaps it is this temple that the tradition dates back to Romulus and the one referred to by Vitruvius saying it was outside the city walls [Vitr. I, 7, 1; Plut. Q. R. 47], which would place its construction date after the enlargement of the pomerium and the building of the Servian walls that understood the Comitium and the oldest Volcanal. Some coins of 105 BCE representing a bust of Volkanus, with the attributes that had to Lipara, would refer to the triumph of L. Aurelius Cota, of Lipara conqueror and he may have been to vote for the temple during his consulate in 252 BCE [ Crawford 1974 no. 314; ad locum, pg 322]

23 Sext. sacrifices took place there in honor of Volcanus [CIL I, 240; 215; VI, 32482].

 

Opi opifera

A temple of Ops on the Capitol is mentioned for the first time in 186 BCE when it was struck by lightning [Liv. XXXIX, 22, 4; Obseq. III]. According to Pliny, it was dedicated by L. Caecilius Metellus Pontifex [Plin. Nat. Hist. XI, 174]: modern authors have identified this character with L. Caecilius Metellus Delmaticus, which would restore an earlier temple in the second half of the second century. BCE (probably in 119 BCE); or with L. Caecilius Metellus that he would dedicate when he was consul in 251 or 247 BCE as the resolution of a vow made during the Battle of Panormo.

The temple became famous as the place where Caesar deposited the public treasury of 700’000’000 of gold [Cic. to Att. XIV, 14, 5; XVI, 14, 4; Phil. I, 17; II, 35, 93; VIII, 26; Veil. II, 60, 4; Obseq. LXVIII; Plin. Nat. Hist. XI, 174] also was decorated with one of the equestrian statues that Q. Caecilius Metellus Scipio erected in honor of his ancestors when he was consul in 52 BCE [Cic. to Att. VI, 1, 17] and is cited in the Verona scholii Aeneid [Schol. Ver. Aen. II, 714]. The matrons met there on the occasion of the celebration of the secular games of 17 BCE. [CIL VI, 32323]. Military diplomas granted to soldiers who had distinguished themselves were hung on its walls were preserved and perhaps the reference standard weights (was found a bronze weight with the inscription templ (um) Opis aug (ustae) [CIL XVI, 3 ; XVI, 29; ILS 8637 a, b].

The cognomen of the Goddess who was dedicated is not certain, as well as the date of its dedication: Arvali of the calendar shows for 23 Sext, Volcanalia, the dedication of a temple in Ops opifera (which, according to Pliny would have been dedicated to Caecilius Metellus), other calendars have Opi in Capitolio to 25 Sext, Opiconsiva, which suggests that the Capitoline temple was dedicated to Ops Consiva [Fast. Arv. to VIII Kal. Sept., CIL I², 215; 326; 337]. The prevailing opinion of modern authors is that the Capitoline temple was dedicated to Ops opifera and that his Dies Natalis was to Volkanalia.

 

Iuturnae et Nymphis in Campo

The invocation of the nymphs, gods of the sources and running water, in the day when they celebrated Volcanus, had perhaps a purpose apotropaico, Pliny reports that in fact, when, during a banquet, was pronounced the word “fire”, it had suffered throw water on the table [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 5, 4].

The temple dedicated to the Nymphs in the Campus Martius contained documents of the census that were burned by Clodius [Cic. pro Mil. 73; Pro Cael. 78; Parad. IV, 31; De har. resp. LVII). Do not know the date of its construction, which, it is assumed, took place in the third century BCE, or between 179 BCE and 166 BCE. It was dedicated on 23 Sext. [Fast. arv; CIL I², 215; 326), but there is no indication of the exact location where you stood, unless it is identified with Juturnae locus; also situated in the Campo Marzio, it was built by Q. Catulus Lutatio [Serv. Aen. XII, 139], winner of the First Punic War. It was located near the place where then would come the Aqua Virgo [Ov. Fast. I, 463]. Cicero also speaks of a golden statue [Cic. Pro Clu. 101). The date of the dedication is Jan. 11 in conjunction with Juturnalia [Ov. cit .; ILLRP 9], but there is also celebrating sacrifices to Volcanalia [Fast. Arv. CIL I², 215; 326]. Another hypothesis, prevailing today, is that this is a sacred building emerged during the work of digs because of the Dark Shops (some authors, however, believe that it is the temple of Lares Permarini).

 

Horae Quirini in Colle

The epigraphic calendars reported among the dedications made on this day, the altar of Hora on the Quirinal Hill [ILLRP 9]. A step of the Metamorphoses, tells of the deification of Hersilia, wife of Romulus, which occurred on the Quirinal Hill, in a sacred grove near the temple of Quirinus [Ov. Met. XIV, 836-837], it is therefore possible that the altar was in that place. In this case it could be a real temple, built in the third century. BCE, which we have no news. Another hypothesis is that it was an altar within the sacred space of the temple of Quirinus, but in this case it would be unlikely that they had remembered the dedication.

Picture

Valerian I AR Antoninianus.Valerian I AR Antoninianus. Rome, AD 253-260. Radiate and draped bust right / Vulcan standing left holding hammer and tongs in tetrastyle temple, anvil at his feet. RIC 5. 3.37g, 20mm, 8h.

X KAL. SEPT. (21) NP

CONSUALIA

I Consualia erano celebrati in onore del Dio Consus [Var. L. L. VI, 20], si tratta di una festa estremamente antica che affonda le proprie origini all’inizio della storia della città. Secondo gli storici romani sarebbe stata istituita dagli Arcadi di Evandro [Dion. H. I, 33, 1 – 3], oppure da Romolo [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Tert. Spect. V].

Consus è un’antica divinità romana che è stata identificata con Poseidone Hippus [Dion. H. I, 33; Liv. I, 9; Strabo. Geog. V, 3, 2; Plut. Rom. XIV; Q. R. 48; Serv. Aen. VIII, 635 – 637; Tert. Spect. V], o Poseidone Squoti-terra [Dion. H. II, 31], oppure Neptunus [Strabo. V, 3, 2]. Le fonti latine fanno derivare il suo nome da conslio, dare consigli [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Serv. Aen. VIII, 635 – 637; Tert. Spect. V; Nat. II, 11, 10; Ov. Fast. III, 199; Fest. 41; Ps. Ascon. In Cic. Verr. I, 31 (pg 142 – 43 Or); August. C. D. IV, 11; Arnob. III, 23; Aus. Ecl. XXIII, 20], ma si tratta di una falsa etimologia; l’origine va invece cercata nel verbo condere, riunire, seppellire, nascondere, immagazzinare i raccolti (condere o recondre) [Col. XII, 10], dalla radice indoeuropea *dhe-, mettere, immagazzinare. Il participio consus sarebbe una forma arcaica conservatasi nel vocabolario religioso assieme alla forma regolare conditus e a consivus, un appellativo del Dio.

Legato alle attività agricole, specificamente Consus presiedeva all’imagazzinamento dei raccolti, non è un caso quindi che il suo altare si trovasse nel Circo Massimo, assieme a quello di altre divinità che proteggevano le varie fasi del lavoro agricolo: Seia, Segetia, Tutilina, Consus presiedevano alla serie delle operazioni che si svolgevano nei campi: semina, mietitura, preparazione ed immagazzinamento dei cereali. La festa di Consus cadeva quindi dopo la fine dei raccolti, nel mese Sextilis, tuttavia vi erano altre due feste deidcate a questa divinità, una all’inizio di Quinctilis (vedi sacrum Consi) e una in December (vedi Consualia in December).

L’altare di Consus, che si trovava nei pressi delle Metae Murciae, era sotterraneo e normalmente non era visibile poiché l’accesso era chiuso in superficie da porte [Serv. Aen. VIII, 636 – 37; Tert. Spect. V; VIII; Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV]. Veniva aperto solo in occasione delle feste del Dio, quando vi si svolgevano i riti [Spect. V; Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Var. L. L. VI, 20]. Si trattava probabilmente di un templum sotterraneo, una sala quadrangolare in cui si trovava l’altare per i sacrifici; sulla superficie del terreno il sito era sormontato da un podio, forse circolare, in cui si apriva l’ingresso al sotterraneo (normalmente chiuso), a sua volta coperto da una cupola sostenuta da colonne, i cui intercolumni erano chiusi da grate metalliche.

La collocazione ipogea è stata messa in relazione con l’uso, in tempi molto antichi, di immagazzinare i cereali, in strutture sotterranee. Un’altra ipotesi, che però oggi è stata scartata dagli studiosi, vuole che la collocazione dell’altare di Consus e la derivazione da condere, seppellire, lo identificassero come una divinità ctonia connessa con la germinazione dei cereali dopo la semina.

Ai Consualia l’accesso all’altare del Dio era aperto e il flamen quirinalis e le vestali vi sacrificavano le primizie dei raccolti [Dion. H. II, 30; Tert. Spect. V]. Nel Circo si svolgevano dei ludi, che, all’epoca delle nostre fonti storiche, comprendevano corse di cavalli, di carri, competizioni atletiche, corse di muli [Dion. H. II, 30 – 31; Tert. Spect. V; Fest. 148] e probabilmente anche spettacoli mimici e danze [Ov. A. A. I, 111 – 112] a cui presiedevano dei sacerdoti (gli stessi che avevano compiuto il sacrificio? I pontefici?) [Var. L. L. VI, 20]. In questo giorno muli e cavalli riposavano dai loro lavori e venivano coronati di fiori [Plut. Q. R. 48; Fest. 148; CIL I, 237]. Poichè le competizioni equestri sono state introdotte a Roma solo sotto il regno dei Tarquini [Liv. I, 35, 8 – 9] e i giochi scenici in epoca ancora successiva, è probabile che, in tempi arcaici, si svolgessero solo competizioni atletiche molto semplici che Varrone chiama “giochi di briganti”, che consistevano in prove di agilità e abilità su pelli bovine indurite accompagnati da musica e canti [Var. Vita Pop. Rom. I apud Non. 21]

Secondo la tradizione fu durante la celebrazione dei giochi dei Consualia, quattro mesi dopo la fondazione della città [Plut. Rom. XIV], o quattro anni dopo [Dion. H. II, 31], che furono rapite le Sabine: Romolo, poiché nella sua città mancavano donne, o per stringere alleanze con le città vicine (o per avere il pretesto per una guerra) mandò a chiedere che gli fossero mandate delle giovani affinchè sposassero uomini romani, ma le sue richieste furono rifiutate; allora decise di indire dei grandi giochi in onore di Consus a cui invitò i popoli confinanti. Durante il loro svolgimento i giovani romani rapirono le donne non ancora sposate. Da tale azione scaturì una guerra che si concluse solamente con l’intervento delle donne rapite che accettarono di vivere a Roma e di sposare gli uomini romani. La pace tra i romani e i sabini fu sancita presso il sacello di Cloacina e in seguito Romolo sancì le unioni tra i suoi concittadini e le donne straniere, istituendo così i più antichi riti matrimoniali. [Plut. Rom. XIV; Dion. H. II, 30 – 31; Serv. Aen. VIII, 635; Liv. I, 9, 1 – 2; Cic. Rep. II, 12; Prop. II, 6, 21-22; IV, 4, 57-58; Verg. Aen. VIII, 635 – 641; Ov. A. A. I, 101 – 30; Fast. III, 189 – 200; VI, 93 – 95; Strabo. V, 3, 2; Val. Pat. I, 8, 6; Val. Max. II, 4, 4; Plin. Nat. Hist. XV, 119; Flor. I, 1, 10; Ps. Ascon. in Cic, Verr. I, 31 (142 – 143 Or); App I, fr. 5, 1; Polyen VIII, 3, 1; Tert. Spect. V, 5; Min. Fel. Oct. XXV, 3; Eutr. I, 2, 2; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill II, 1, 4; Macr. Sat. I, 9, 17; Aus. Ecl. XXIII, 19-22; August. C. D. II, 17; Oros. II, 4, 2; Mal. VIII, 6; Zon. VII, 3 – 4].

 

Consualia

The Consualia were celebrated in honor of the god Consus [Var. L. L. VI, 20], it is a very ancient festival that has its origins at the beginning of the city’s history. According to the Roman historians it would be set up by the Arcadians of Evander [Dion. H. I, 33, 1-3], or by Romulus [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Tert. Spect. V].

Consus was an ancient Roman deity who was identified with Poseidon Hippus [Dion. H. I, 33; Liv. I, 9; Strabo. Geog. V, 3, 2; Plut. Rom. XIV; Q. R. 48; Serv. Aen. VIII, 635-637; Tert. Spect. V], or Poseidon Squoti-earth [Dion. H. II, 31], or Neptunus [Strabo. V, 3, 2]. The Latin sources derive its name from conslio, give advice [Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Serv. Aen. VIII, 635-637; Tert. Spect. V; Nat. II, 11, 10; Ov. Fast. III, 199; Fest. 41; Ps. Ascon. In Cic. Verr. I, 31 (pg 142-43 Or); August. C. D. IV, 11; Arnob. III, 23; Aus. ECL. XXIII, 20], but it is a false etymology; the source must be sought rather in the verb condere, bring together, bury, hide, store the collected (or condere recondre) [Col. XII, 10], from the Indo-European root * dhe-, put, store. The participle Consus would be an archaic form preserved in the religious vocabulary along with the regular form conditus and consivus, an epithet of God.

Related to farming activities, specifically Consus presided all’imagazzinamento of crops, it is not by chance that his altar he was in the Circus Maximus, along with that of other deities that protected the various stages of agricultural work: Seia, Segetia, Tutilina, Consus presided over the series of transactions that were carried out in the fields planting, harvesting, preparation and storage of cereals. The Consus party then fell after the end of the crops, in the month Sextilis, however there were two other deidcate parties to this deity, one at the beginning of Quinctilis (see sacrum Coun) and in December (see Consualia in December).

The altar of Consus, who was in the vicinity of metae Murciae, was underground and normally was not visible because access was closed to the surface from ports [Serv. Aen. VIII, 636-37; Tert. Spect. V; VIII; Dion. H. II, 31; Plut. . XIV] rom. It was open only during the celebrations of God, when there took place the rites [Spect. V; Dion. H. II, 31; Plut. Rom. XIV; Var. L. L. VI, 20]. It was probably a templum underground, a square room where he was an altar for sacrifices; on the surface of the land the site was surmounted by a podium, perhaps circular, in which opened the entrance to underground (normally closed), in turn covered by a dome supported by columns, whose intercolumns were closed by metal grates.

The underground location has been associated with the use, in very ancient times, to store grain in underground facilities. Another hypothesis, but now has been discarded by scholars, says that the placement of the altar of Consus and the derivation from condere, bury, him identify themselves as a chthonic deities connected with the germination of grains after sowing.

Consualia to access the altar of God was opened and the flamen Quirinalis and vestals you sacrificed the first fruits of the crops [Dion. H. II, 30; Tert. Spect. V]. It took place in the Circus of the ludi, that at the time of our historical sources, included horse racing, chariot, athletic competitions, mule rides [Dion. H. II, 30-31; Tert. Spect. V; Fest. 148] and probably mimic shows and dances [Ov. A. A. I, 111-112] who presided priests (the same ones who had made the sacrifice? The pontiffs?) [Var. L. L. VI, 20]. On this day the mules and horses were resting from their jobs and were crowned with flowers [Plut. Q. R. 48; Fest. 148; CIL I, 237]. As the equestrian competitions were introduced in Rome only in the reign of Tarquinius [Liv. I, 35, 8-9] and scenic games still later, it is likely that, in early times, were held a few very basic athletic competitions which Varro calls “bandits games”, which consisted in agility trials and abilities of skins hardened beef accompanied by music and singing [Var. Pop Life. Rom. I apud Non. 21]

According to tradition, during the celebration of the Consualia games, four months after the founding of the city [Plut. Rom. XIV], or four years after [Dion. H. II, 31], who were kidnapped the Sabine: Romulus, since in his town were missing women, or to form alliances with neighboring cities (or to have a pretext for a war) sent to ask that they send the young people so that They marry Roman men, but his requests were rejected; then he decided to hold the great games in honor of Consus to which he invited the neighboring peoples. During them the young Romans abducted women not yet married. From this sprang action a war that only ended with the intervention of the abducted women who agreed to live in Rome and marry Roman men. The peace between the Romans and the Sabines was sanctioned at the Cloacina shrine and later Romolo sanctioned marriages among his fellow citizens and foreign women, thus establishing the oldest marriage rites. [Plut. Rom. XIV; Dion. H. II, 30-31; Serv. Aen. VIII, 635; Liv. I, 9, 1 – 2; Cic. Rep. II, 12; Prop. II, 6, 21-22; IV, 4, 57-58; Verg. Aen. VIII, 635-641; Ov. A. A., 101-30; Fast. III, 189-200; VI, 93-95; Strabo. V, 3, 2; Val. Pat. I, 8, 6; Val. Max. II, 4, 4; Plin. Nat. Hist. XV, 119; Flor. I, 1, 10; Ps. Ascon. in Cic, Verr. I, 31 (142-143 Or); The app, fr. 5, 1; Polyen VIII, 3, 1; Tert. Spect. V, 5; Min. Fel. Oct. XXV, 3; Eutr. I, 2, 2; Ps. Aur. Vict. Vir. Ill II, 1, 4; Macr. Sat. I, 9, 17; Aus. Ecl. XXIII, 19-22; August. C. D. II, 17; Oros. II, 4, 2; Mal. VIII, 6; Zon. VII, 3 – 4].

 

Picture

Titurius L. f. Sabinus AR Denarius. Rome, 89 BC. Head of the Sabine king, Tatius, right; ligate TA (for Tatius) to right / Two soldiers, facing each other, each carrying off a Sabine woman in his arms; L•TITVRI in exergue. Crawford 344/1a; RSC Tituria 1. 3.66g, 19mm, 10h.

XII KAL. SEPT. (19) FP

VINALIA RUSTICA

Questo giorno è marcato FP nel calendario Maffeiano. Si tratta di un’antica festa collegata alla produzione del vino, il fatto che fosse chiamata Vinalia Rustica indica che si svolgeva nelle campagne, a differenza dei Vinalia Priora che si svolgevano in città, dopo che vi era stato condotto il fino a fine fermentazione. L’aition era lo stesso dei Vinalia Priora (vedi Vinalia Priora aition), l’episodio della consacrazione del vino del Lazio a Giove da parte di Enea era riferito da alcuni autori alla festa di Aprilis, da altri a quella di Sextilis, da altri ancora ad entrambe (vedi Vinalia Priora).

Il significato di questa festività era però andato perso già all’epoca di Varrone, ed essa era divenuta una ricorrenza in onore di Venere. Nel De Lingua Latina, l’antiquario così la definisce

… in questo giorno fu dedicato un tempio a Venere (al Circo Massimo) ed i giardini le furono consacrati. Questo giorno è festivo per i giardinieri… [Var. L. L. VI, 20]

La commistione tra le feste vinali, in origine consacrate a Giove ed il culto di Venere è già stato discusso in occasione dei Vinalia Priora (vedi Vinalia Priora per la bibliografia). Alcuni autori hanno ritenuto che tale slittamento sia dovuto all’interpretazione della Dea come protettrice dei giardini (che è comunque tarda), ma la vite non era tra le piante che vi erano coltivate, quindi non si vedrebbe il legame. Altri hanno ritenuto che gli antichi pensassero che per la fruttificazione della vite fosse necessaria l’unione del potere fecondante del cielo (Giove) e di quello fruttificante della natura (Venere), ma non si capisce come tale unione dovesse essere necessaria solo per la vite, inoltre Venere non rappresentava tale potere.

È probabile che la relazione tra Venus e vinum si dovesse ricercare nell’idea che la bevanda alcolica fosse una sorta di droga, di filtro magico e quindi di venenum [Dig. L, 13, 236].  Nell’arcaico *uenus che ha dato poi Uenus e uenenum andrebbe ricercata la relazione tra la Dea del fascino e la bevanda inebriante (vedi mensis Aprilis per la bibliografia).

Plinio menziona i Vinalia (anche se non specificato dall’autore si tratta dei Rustica in quanto i Priora sono troppo lontani dal tempo della vendemmia) tra le feste celebrate per chiedere la protezione degli Dei sui prodotti agricoli poco prima del tempo della loro maturazione assieme ai Robigallia ed ai Floralia [Plin. Nat. Hist. XVIII, 284], oppure come festa in cui si invocava sui grappoli in maturazione, la protezione contro le tempeste di fine estate [Plin. Nat. Hist. XVIII, 289]. Secondo Festo invece si festeggiava l’arrivo del vino nuovo in città [Fest. 264], ma questo implicherebbe che il vino fosse lasciato in fermentazione per quasi undici mesi.

La maggior parte degli autori moderni ritiene invece, seguendo Varrone, che in questo giorno avvenisse l’auspicatio vindemiae: il flamen dialis sacrificava un agnella a Juppiter e quindi coglieva dei grappoli dai tralci che offriva assieme agli exta dell’animale [Var. L. L. VI, 16]. Si trattava della cerimonia che dava l’avvio ufficiale alla vendemmia. Questa ipotesi è stata contestata in base al fatto che in Plinio troviamo che la vite è considerata matura all’equinozio di autunno [Plin. Nat. Hist. XVIII, 319], ma questa data è troppo avanzata per l’inizio della vendemmia, infatti, nel Codex Theodosianus, le feriae vindemiales durano dal X Kal. Sept. alle Eidus Oct. [Cod. Theod. II, 8, 19], ovvero iniziano solo due giorni dopo i Vinalia. Il rituale descritto darebbe anche conto dell’indicazione FP per questo giorno, infatti, tale sigla è stata interpretata come fastus principio ed avrebbe indicato un tipo particolare di giorno intecisus, che, al contrario di quelli marcati EN, era fastus all’inizio, perché si svolgeva l’auspicatio, nefastus dopo mezzogiorno, momento in cui venivano offerti gli exta e quindi di nuovo fastus.

Una succinta descrizione di questo rito ci viene da Varrone [Var. L. L. VI, 16]: in un luogo non definito, il flmen dialis prendeva gli auspici per l’inizio della vendemmia, dopodiché sacrificava un’agnella a Juppiter: tra il momento in cui la vittima era il sacrificio era computo e quello in cui gli exta erano presentati sull’altare, il flamen coglieva il primo grappolo d’uva, che probabilmente sarebbe stato offerto come augmenta assieme alle parti dell’animale destinate al Dio. La struttura del rito è tale per cui, dopo l’uccisione della vittima e la litatio, vi è una cesura in cui il celebrante compiva un’operazione non strettamente legata all’azione sacrificale, il che renderebbe conto del carattere intercisus della celebrazione. Va notato anche che i grappoli non erano l’oggetto del sacrificio, che è invece l’agnella, ma vengono aggiunti solo alla fine, come primizia, a titolo onorifico.

Questo rito era anche il primo atto del processo, che seguiva precise prescrizioni religiose, di raccolta dell’uva e produzione del vino. Se le norme fossero state seguite correttamente sarebbe stata garantita la purezza rituale del vino, così da poterlo usare durante le cerimonie religiose. Attraverso l’offerta dei primi grappoli, si consacrava a Juppiter tutto il vino che sarebbe stato prodotto, come avviene nell’aition, (a patto che non si trasgredisse alle norme rituali) così questo liquido diveniva tementum [Gel. X, 23, 1; Plin. Nat. Hist. XIV, 88 -90], vinum purum gradito a Giove e principale offerta nelle cerimonie religiose.

Veneri ad Circum Maximum

Secondo Livio il tempio di Venus Obsequens al Circo Massimo fu costruito da Q. Fabius Maximus Gurges quando era edile curule a spese di alcune matrone che erano state accusate di adulterio e dedicato nel 295 aev [Liv. X, 31]. Servio invece scrive che Q. Fabius Maximus Gurges votò il tempio dopo la guerra contro i Sanniti e che lo costruì poco dopo, quindi attorno al 292 – 291 aev [Serv. Aen. I, 720]. Le due attribuzioni hanno suscitato un dibattito tra gli studiosi moderni e si è tentato inutilmente di conciliarle. Oggi quella preferita è quella liviana. L’edificio si trovava alle pendici dell’Aventino, dietro il Circo Massimo [Liv. XXIX, 37, 2; XLI, 27, 9; Fest. 265] e la data della dedica era il 19° Sext. [Fast. Vail. ad xIv Kal. Sept; CIL I2 pg 240; 325; ILLRP 9]

Ai Vinalia Rustica fu dedicato anche un altro tempio a Venus Libitina [Fest. 265; Plut. Q. R. 23], situato nel locus Libitinae, sull’Esquilino, non si sa però quando fu costruito. Libitina era probabilmente un’antica Dea dell’oltretomba o una divinità psicopompa: gli autori moderni mettono il suo nome in relazione con l’etrusco *lupu-, morire, forse in relazione con Alpanu. All’epoca delle nostre fonti Libitina (Lubitina, Lubentia, Libentina [Var. L. L. IV, Fr 7 apud Non. 64]) era identificata con un aspetto infero di Venus [Var. L. L. IV, Fr 7 apud Non. 64; CGL V, 30, 14]; Varrone fa derivare il suo nome da lubere, provare piacere [Var. L. L. VI, 47; CGL V, 30, 14].

Il suo bosco sacro (lucus Libitinae) sorgeva sull’Esquilino nei pressi di una necropoli ed era la sede del collegio dei libitinarii [Hor. Ep. I, 7, 6 seg; Sen. Ben. VI, 38, 4]. Secondo la tradizione, Servio impose che per ogni defunto si versasse un obolo a Libitina [Dion. H. IV, 15, 5; Plut. Q. R. 23], così nel suo tempio furono tenute le liste dei deceduti e tutto quanto era donato per i funerali [Dion. H. IV, 15; Fest. 265; Plut. Q. R. 23; Num. XII; Obseq. 12; CIL VI, 9974; 10022; 33870].

Poiché i calendari epigrafici non riportano la dedica di questo edificio, è molto probabile che non si trattasse di un aedes publica.

 

Vinalia rustica

This day is marked in FP Maffeiano calendar. It is an ancient festival related to wine production, the fact that it was called Vinalia Rustica indicates that took place in the countryside, unlike Vinalia Priora that took place in the city, after there had been led up to the end of fermentation. The aition was the same of Vinalia Priora (see Vinalia Priora aition), the episode of the Lazio consecration of the wine to Jupiter by Enea was reported by some authors to Aprilis party, other than that of Sextilis, other even to both (see Vinalia Priora).

The significance of this festival, however, was lost already at the time of Varro, and it had become a celebration in honor of Venus. In De Latin language, the antique dealer with this definition

… On this day he was dedicated a temple to Venus (Circo Massimo) and the gardens were consecrated. This day is a holiday for gardeners … [Var. L. L. VI, 20]

The mix between the parties Vinali, originally consecrated to Jupiter and the cult of Venus has already been discussed at the Vinalia Priora (see Vinalia Priora for the bibliography). Some authors have considered that this shift is due to the interpretation of the Goddess as the protector of the gardens (which is still late), but the screw was not among the plants that were cultivated, so you would not see the link. Others felt that the ancients thought that for fruiting vine was necessary the union of the fertilizing power of heaven (Jupiter) and the fructifying nature (Venus), but it is unclear how such a union would be required only for the screw Moreover Venus did not represent such power.

It is likely that the relationship between Venus and vinum you were to look into the idea that the spirit drink was some sort of drug, the magic filter and then venenum [Dig. L, 13, 236]. Nell’arcaico * uenus that gave then Uenus uenenum should be sought and the relationship between the goddess of charm and strong drink (see mensis Aprilis for bibliography).

Pliny mentions Vinalia (although not specified by the author is the Rustica because Priora are too far from the harvest time) between the festivals celebrated to ask the protection of the Gods on the little agricultural products ahead of time of their maturation together with Robigallia and the Floralia [Plin. Nat. Hist. XVIII, 284], or as a party where there was a call on the grapes ripening, protection against storms of late summer [Plin. Nat. Hist. XVIII, 289]. According to Festo instead he celebrated the arrival of the new wine in the city [Fest. 264], but this would imply that wine was left to ferment for nearly eleven months.

Most modern authors believe however, following Varro, that in this day happen the auspicatio vindemiae: the flamen Dialis sacrificed a lamb to Jupiter and then caught the bunches from the shoots that offered together with the animal’s exta [Var. L. L. VI, 16]. It was the ceremony which gave the official start to the harvest. This hypothesis has been challenged on the grounds that in Pliny we find that the screw is considered ripe autumn equinox [Plin. Nat. Hist. XVIII, 319], but this date is too advanced for the start of the harvest, in fact, in Codex Theodosianus, the feriae vindemiales last from X Kal. Sept. to Eidus Oct. [Cod. Theod. II, 8, 19], or begin just two days after the Vinalia. The described ritual would also give indication FP account for this day, in fact, this symbol has been interpreted as fastus principle and would indicate a particular type of intecisus day, that, contrary to those marked EN, was fastus the top, because took place the auspicatio, nefastus after noon, when the exta and then again fastus were offered.

A short description of this rite comes from Varro [Var. LL VI, 16]: in an undefined place, the flmen Dialis took the auspices for the start of the harvest, then sacrificed a lamb to Jupiter: between the time when the victim was the sacrifice was counting and one in which exta were presented on the altar, the flamen caught the first bunch of grapes, which probably would have been offered as augmenta along with animal parts intended for God. the structure of the rite is such that, after the killing of the victim and the litatio, there is a break in which the celebrant He performed an operation not strictly linked sacrificial action, which would make intercisus account the character of the celebration. It should also be noted that the clusters were not the object of the sacrifice, which is instead the lamb, but are only added to the end of the first fruits, on a voluntary basis.

This ritual was also the first act of the trial, which followed precise religious prescriptions, the grape harvest and wine production. If the rules had been followed properly would be guaranteed the purity of the wine ritual, so you can use during religious ceremonies. By offering the first grapes, was consecrated to Jupiter all the wine would be produced, as is nell’aition, (provided it does not transgress the ritual laws) making this liquid became tementum [Gel. X, 23, 1; Plin. Nat. Hist. XIV, 88 -90], vinum purum pleasing to Jupiter and main offering in religious ceremonies.

Veneri ad Circum Maximum

According to Livy the temple of Venus Obsequens the Circus Maximus was built by Q. Fabius Maximus Gurges when he was curule construction at the expense of some matrons who had been accused of adultery and dedicated in 295 BCE [Liv. X, 31]. Servio instead writes that Q. Fabius Maximus Gurges voted the temple after the war against the Samnites and who built a little later, so around 292-291 BCE [Serv. Aen. I, 720]. The two powers have stirred debate among modern scholars and has unsuccessfully tried to reconcile them. Today, the preferred is the Livy’s one. The building was located on the Aventine hill, behind the Circo Massimo [Liv. XXIX, 37, 2; XLI, 27, 9; Fest. 265] and the date of the dedication was the 19th Sext. [Fast. Vail. ad XIV Kal. Sept; CIL I2 pg 240; 325; ILLRP 9]

To Vinalia Rustica it was also another temple dedicated to Venus Libitina [Fest. 265; Plut. Q. R. 23], located in Libitinae locus, on the Esquiline, but you do not know when it was built. Libitina was probably an ancient goddess of the underworld or PSYCHOPOMP deities: modern authors put his name in connection with the Etruscan * lupu-, dying, perhaps in connection with Alpanu. At the time of Libitina sources (Lubitina, Lubentia, Libentina [Var. L. L. IV, Fr 7 apud no. 64]) was identified with an aspect inferior of Venus [Var. L. L. IV, Fr 7 apud no. 64; CGL V, 30, 14]; Varro derives its name from lubere, taking pleasure [Var. L. L. VI, 47; CGL V, 30, 14].

Her sacred grove (lucus Libitinae) stood on the Esquiline near a cemetery and was the seat of the college of libitinarii [Hor. Ep. I, 7, 6 seg; Sen. Ben. VI, 38, 4]. According to tradition, Servio demanded that for each deceased poured a donation to Libitina [Dion. H. IV, 15, 5; Plut. Q. R. 23], as well as a temple were kept lists of the dead and everything was donated for the funeral [Dion. H. IV, 15; Fest. 265; Plut. Q. R. 23; Num. XII; Obseq. 12; CIL VI, 9974; 10022; 33870].

Since epigraphic calendars do not show the dedication of this building, it is very likely that it was not an aedes publica.

 

Picture

Julia Domna AV Aureus. Rome, AD 193-196. IVLIA DOMNA AVG, draped bust of Julia Domna right, her hair in six waves and bound up at the back / VENERI VICTR, Venus standing right, seen from behind, half nude with drapery hanging low beneath her posterior, holding palm branch in her left hand, a globe in her right and leaning with her left elbow on a low column to her left. BMC 47; Calicó 2641a; Cohen 193; Hill 100; RIC 536. 7.29g, 21mm, 12h.

XIV KAL. SEPT. (17) NP

PORTUNALIA

Portunus è una divinità romana molto antica, infatti la sua festa appare in caratteri maiuscoli nei calendari epigrafici e sappiamo che aveva un flamen portunalis [Fest. 217]. La festa a lui dedicata, marcata in caratteri maiuscoli nei calendari epigrafici, risale al periodo monarchico e dovette godere di una certa rilevanza ancora in età medio-repubblicana [CIL I2, 1109 = ILS 7839f = ILLRP 888]. Era celebrata presso il ponte Aemilio [hemerol. Amit. Vail. Allif. ad Kal. Sept., CIL I², 217; 240; 244; Not. app.; Pol. Silv. 545; Hist. Aug. Elag. XVII] che doveva essere il primo ponte in pietra che attraversò il Tevere [Plut. Num. IX] vicino al ponte Sublicius, luogo in cui si trovava il tempio dedicato a Portunus (vedi oltre), che Varrone ritiene coevo alla nascita della festa [Var. L. L. VI, 19].

Possiamo ritenere che in origine Portunus fosse una divinità tutelare delle porte [Fest. 56], poiché nel latino arcaico il temine portus indicava la porta [Donat. ad Teret. Ter. 578]

… portum nelle XII Tavole è inteso come [porta] di casa… [Fest. 233]

… Portum, domum vel ianuam… [Glos. Plac. 74, 15]

Per questo motivo Varrone Lo definisce

… Portunus… Dio che presiede ai porti e alle porte… [Var. apud Schol. Ver. Ad Aen. V, 241; cfr Cic. Nat. Deor. II, 26; Verg. Georg. I, 437]

In origine era rappresentato con in mano delle chiavi [Fest. 56], nella funzione di calviger, ossia Colui che detiene le chiavi della porta (di casa o della città). L’associazione con le chiavi è ribadita in un passo corrotto degli scholia veronensia all’Eneide in cui si dice che nel giorno della festa di Portunus, in tempi arcaici si compiva un rito durante il quale le chiavi erano purificate col fuoco [Schol. Ver. Aen. V, 241].

La sua funzione originaria doveva quindi essere quella di guardiano degli accessi alla casa come alla città, con la funzione peculiare di chiuderli a tutto quello che fosse dannoso o ostile. Si spiega così la sua posizione nei pressi della porta flumentana che dava sul portus Tiberinus: luogo di scambi e di contatti con stranieri e mercanti sin dall’età del bronzo. Egli vigilava sugli accessi affinché nulla vi penetrasse per turbare l’integrità e l’armonia della città arcaica, in tale funzione era probabilmente ritenuto solidale con Quirinus, venerato dal populus domi, cioè all’interno del perimetro urbano e in tempo di pace; tale associazione è testimoniata dal fatto che il flamen portunalis fosse incaricato di ungere le armi di Quirinus [Fest. 217].

Il ruolo di Portunus era quindi parzialmente sovrapponibile a quello di Janus, benché il compito del Primo fosse spiccatamente difensivo (e forse purificatorio), strettamente legato alla dimensione spaziale del varco chiuso e vigilato e al simbolismo delle chiavi (che forse non era originario di Janus secondo Plinio, infatti, la più antica statua del Dio non teneva chiavi, le sue mani indicavano il numero 365 [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33]), mentre il Secondo fosse associato all’idea di passaggio (sia spaziale che temporale) e quindi a un’idea di varco aperto. Quello che sappiamo è che le due divinità furono presto sovrapposte (come testimonia la dedica di un tempio a Janus nel giorno dei Portunalia già a metà del III sec. aev. (vedi oltre)), così che l’originaria funzione di Portunus fu presto assorbita nella sfera di Janus.

Persa così la propria sfera di azione originaria e con la specializzazione del termine portus, nel senso di approdo fluviale prima e marino poi, Portunus fu visto come una divinità marina sotto l’aspetto di un vecchio (Portunus Pater) assimilabile a Neptunus, accompagnato da Salacia, Palemon e le Nereidi [Cic. Nat. Deor. II, 26; Parth. Fr. 30 apud Aul. Gel. XIII, 27 et Macr. Sat. V, 18; Verg. Aen. V, 241 – 42; Apul. Apol. XXXI; Met. IV, 31; Mart. Cap. V, 425], sotto la cui tutela erano i porti [Serv. Aen. V, 241]. Andò poi affermandosi un’ulteriore identificazione tra Portunus e il greco Palemon, figlio di Ino – Leucothea – Mater Matuta [Ov. Fast. IV, 474 – 562; Hyg. Fab. II; Serv. Aen. V, 241; Georg. I, 437; Schol. Ver. Aen. V, 241; Prob. Georg. I, 437; Fest. 242; CGL II, 154, 13; Auson. Ecl. XXXI, 3; Myth. Vat. II, 101; Lact. Inst. I, 21, 23], protettore di porti e naviganti [Eur. Iphig. Taur. 270] (identificazione che, secondo alcuni autori, risalirebbe già all’età arcaica  e si inserirebbe nella geografia sacra dell’area dell’antico Foro Boario e Porto Tiberino); è sotto questo aspetto che Portunus diventò un giovane forte, compagno di Ercole [Plaut. Rud. 161 – 62], secondo l’iconografia che ritroviamo nell’arco di Benevento (vedi oltre). Tale identificazione, secondo alcuni autori, è alla base della dedica dei giochi Istimici che si svolgevano a Corinto a Palemon e della costruzione di un santuario a lui dedicato, Palaimonion, nella Corinto romana.

Diversi autori moderni che si sono occupati del Dio degli Inizi, hanno messo in luce la Sua relazione con Portunus, senza tuttavia fornire spiegazioni soddisfacenti.

Secondo L. Adams Holland Portunus e Janus sarebbero due aspetti di un’unica divinità arcaica legata agli approdi sul Tevere e al suo attraversamento, via nave o via ponte. Questa ipotesi è tuttavia rigettata dalla maggior parte degli studiosi moderni.

Dumézil connette portus e porta alla radice indoeuropea *prtu- col significato di guado, per cui deduce che Portunus, arcaicamente, fosse nume tutelare degli attraversamenti dei corsi d’acqua, i guadi (in origine porti) che, nell’ambito di villaggi palafitticoli, fungevano sia da accessi al villaggio che da punti di comunicazione con altre comunità . In seguito alla separazione dei termini portus e porta e alla loro specializzazione, Portunus sarebbe rimasto protettore di entrambi e sarebbe stato anche associato ai ponti in quanto sostitutivi dei guadi. Come guardiano degli accessi alla città Portunus faceva probabilmente parte delle divinità che presiedevano alla pace e alla prosperità della comunità urbana da qui il suo legame con Quirinus.

Portuno in portu

Il tempio di Portunus (in portu o ad pontem Aemilium) è ricordato da Varrone [Var. L. L. VI, 19] come aedes in portu Tiberino. La dedica avvenne ai Portunalia [Var. L. L. VI, 19; Fast. Allif. Veil. Amit. ad XVI Kal. Sept.; CIL I² pgg 217; 240; 244; 325]. Portus Tiberinus dovrebbe indicare un molo lungo il Tevere, vicino al Ponte Aemilio. L’edificio, trasformato in chiesa durante il medioevo, è tutt’ora visibile e ben conservato; è orientato a nord / nord-ovest, in direzione del ponte Aemilio e parallelo al corse del Tevere. Podio e alzato sono in tufo dell’Aniene.

Il tempio, datato tra l’80 e il 70 aev, è stato oggetto di numerosi scavi hanno evidenziato la presenza, a est, di un muro parallelo al podio su cui sono state rilevate tracce di un portico e antiche tabernae, il che lascia pensare a una struttura facente parte degli horrea aemiliana, connessa con il passaggio del ponte.

Sono stati altresì ritrovati i resti di una struttura precedente, in particolare un alto podio in tufo di Grotta Oscura, per un’altezza di circa 6 m, più lungo dell’attuale (su cui erano probabilmente presenti anche altri edifici pertinenti al luogo di culto), la cui struttura ricorda quella del tempio C di Largo Argentina, oltre a frammenti di terracotta architettoniche che indicano una fase risalente al IV – III sec. aev.

Il ritrovamento di frammenti di cappellaccio e tufo lionato negli strati appartenenti al tempio id età repubblicana potrebbero indicare il riutilizzo di materiali provenienti da una struttura precedente risalente all’età arcaica, forse coeva a quello di Mater Matuta.

All’interno del tempio si trovava una statua del Dio, il cui aspetto doveva essere simile alla rappresentazione che troviamo sull’Arco di trionfo di Benevento (Figura 161): nel pannello che rappresenta una frumentatio offerta dall’imperatore Traiano, svoltasi nella zona del Portus Tiberinus (allora sede dell’annona, vedi Ara Maxima), sono scolpite, in alto, le divinità venerate nei templi adiacenti: Hercules Olivarius, Apollon Caelispex e Portunus appunto. Il Dio è rappresentato giovane, con i capelli ricci, nudo, tiene nella mano sinistra un’ancora appoggiata alla spalla, legata a una fune tenuta nella destra. La foggia della statua di culto è attribuibile a scultori greci attivi a Roma tra il II e il I sec. aev. e potrebbe essere stata eseguita in occasione della dedica del tempio attualmente visibile.

Jano ad Theatrum Marcelli

Il tempio di Janus al Foro Olitorio [Tac. II, 49], definito anche, “presso il Teatro di Marcello” [Fast. Allif. et Vail. ad XVI Kal. Sept., CIL I2, 217; 240; Fast. Amit. ad XV Kal. Nov., CIL I2, 245; 325; 332; Serv. Aen. VII, 607] o “fuori dalla Porta di Carmenta” [Fest. 285], fu costruito da C. Duilius dopo la vittoria navale di Mylae del 260 aev [Tac. Ann. II, 49] e dedicato il giorno 17 Sext. in concomitanza coi Portunalia. Fu restaurato da Augusto e dedicato da Tiberio l’8 Oct. 17 [Tac. Cit.]. In Festo troviamo la notizia che al Senato era vietato riunirsi in questo tempio perché fu qui che i 300 Fabii decisero di partire per l’assedio di Veio e furono poi uccisi [Fest. 285], tuttavia si tratta di un anacronismo, poiché il tempio fu costruito in epoca posteriore. Non è però da escludere però che il sito ospitasse un precedente altare dedicato a Janus.

Le rovine di questo edificio, assieme a quelle di altri due vicini, uno forse dedicato a Spes e l’altro a Juno Sospita, si trovano sotto la chiesa di S. Nicola in Carcere, che è stata edificata sulla medesima pianta del tempio di Janus.

 

PORTUNALIA

Portunus is an ancient Roman gods, in fact, his party appears in capital letters in the epigraphic calendars and we know that he had a flamen portunalis [Fest. 217]. The festival dedicated to him, marked in capital letters in the epigraphic calendars, dates back to the monarchical period and had to enjoy some relevance even in the medium-Republican era [CIL I2, 1109 = ILS 7839f ILLRP = 888]. He was celebrated at the Aemilio bridge [hemerol. Amit. Vail. Allif. to Kal. Sept., CIL I², 217; 240; 244; Not. app .; Pol. Silv. 545; Hist. Aug. Elag. XVII] that it was to be the first stone bridge that crossed the Tiber [Plut. Num. IX] Sublicius near the bridge, where the temple was dedicated to Portunus (see below), which Varro believes contemporary with the birth of the party [Var. L. L. VI, 19].

We believe that in Portunus Originally a tutelary deity of the doors [Fest. 56], since in archaic Latin the term Portus indicated the door [Donat. to Teret. B. 578]

… Portum in the Twelve Tables is intended as [door] home … [Fest. 233]

… Portum, domum vel ianuam … [Glos. Plac. 74, 15]

For this reason Varro calls Him

… Portunus … God who presides over the harbors and the doors … [Var. apud Schol. Ver. For Aen. V, 241; cfr Cic. Nat. Deor. II, 26; Verg. Georg. I, 437]

It was originally represented with the keys hand [Fest. 56], in the calviger function, ie one who holds the keys of the door (of the house or the city). The association with the keys is repeated in a step warped scholia veronensia Aeneid, which states that on the day of the blue crab feast, in archaic times they performed a ritual during which the keys were purified by fire [Schol. Ver. Aen. V, 241].

Its original function was to be the guardian of access to the house as the city with the peculiar function of closing them to all that was harmful or hostile. This explains his position near the door to the portus Flumentana Tiberinus: a place for exchanges and contacts with foreigners and merchants since the Bronze Age. He kept watch over access so nothing will penetrate to disturb the integrity and harmony of the ancient city, in that capacity was probably felt solidarity with Quirinus, revered by the populus domes, that is within the city limits and in peacetime; this association is reflected by the fact that the flamen portunalis was instructed to anoint the Quirinus [Fest weapons. 217].

The role of Portunus was then partially overlaps with that of Janus, although the task of Prime was distinctly defensive (and perhaps purifying) closely related to the spatial dimension of the closed gate and supervised and symbolism of the keys (which perhaps was not a native of Janus according to Pliny, in fact, the oldest statue of the God did not take the keys, his hands indicated the number 365 [Plin. Nat. Hist. XXXIV, 33]), while the second was associated with the idea of ​​passage (both spatial and temporal) and then to an idea of ​​the open gap. What we do know is that the two deities were soon superimposed (as evidenced by the dedication of a temple to Janus in the day of Portunalia already half of the third century. BCE. (See below)), so that the original function of Portunus was soon absorbed in the sphere of Janus.

So lost their sphere of original action and the specialization of the word portus, meaning river port and sea before then, Portunus was seen as a sea goddess in the guise of an old man (Portunus Pater) similar to Neptunus, accompanied by Salacia, Palemon and the Nereids [Cic. Nat. Deor. II, 26; Parth. Fr. 30 apud Aul. Gel. XIII, 27 et MACR. Sat. V, 18; Verg. Aen. V, 241-42; Apul. Apol. XXXI; Met. IV, 31; Mart. Chap. V, 425], under whose supervision were the ports [Serv. Aen. V, 241]. Again he came to establishing itself further identification between Portunus and greek Palemon, son of Ino – Leucothea – Mater Matuta [Ov. Fast. IV, 474-562; Hyg. Fab. II; Serv. Aen. V, 241; Georg. I, 437; Schol. Ver. Aen. V, 241; Prob. Georg. I, 437; Fest. 242; CGL II, 154, 13; Auson. ECL. XXXI, 3; Myth. Vat. II, 101; Lact. Inst. I, 21, 23], protector of sailors and ports [Eur. Iphig. Taur. 270] (identification, according to some authors, dates back as early as age archaic and would fit in the sacred geography of the ancient Forum Boarium and Porto Tiberino); It is in this respect that Portunus became a strong young man, companion of Hercules [Plaut. Rud. 161-62], according to the iconography which we find in the space of Benevento (see below). Such identification, according to some authors, is the basis of the dedication of Istimici games held in Corinth to Palemon and the construction of a sanctuary dedicated to him, Palaimonion, in Roman Corinth.

Several modern authors who have dealt with the God of Beginnings, revealed his relationship with Portunus, without providing satisfactory explanations.

According to L. Adams Holland Portunus and Janus would be two aspects of a single archaic deities linked to the landings on the Tiber and his cross, by boat or by bridge. This assumption, however, is rejected by most modern scholars.

Dumézil connects portus and leads to the Indo-European root * prtu- with ford significance whereby deduced that Portunus, archaically, was the tutelary deity of the crossings of streams, fords (ports in origin) that, as part of dwelling villages , served both from the village accesses from the points of communication with other communities. Following the separation of the terms and portus door and to their specialization, Portunus would remain the protector of both and would have also been linked to the bridges as replacement of the fords. As guardian of the accesses to the city Portunus was probably part of the deities who presided over the peace and prosperity of the urban community, hence the link with Quirinus.

Portuno in portu

The Temple of Portunus (in portu or pontem Aemilium) is remembered by Varro [Var. L. L. VI, 19] as aedes in portu Tiber. The dedication took place at Portunalia [Var. L. L. VI, 19; Fast. Allif. Veil. Amit. to XVI Kal. Sept.; CIL I² pgg 217; 240; 244; 325]. Portus Tiberinus should indicate a pier along the Tiber River, near Ponte Aemilio. The building was converted into a church during the Middle Ages, it is still visible and well preserved; It is oriented to the north / northwest, in the direction of Aemilio bridge and parallel to the Tiber ran. Podium and raised are made in Aniene tuff.

The temple, dated to between 80 and 70 BCE, was the subject of numerous excavations have shown the presence in the east, a wall parallel to the podium on which revealed traces of a porch and antique tabernae, which suggests to a property part of horrea Aemiliana, connected with the passage of the bridge.

They were also found the remains of an earlier structure, in particular a high podium in tufa of Grotta Oscura, to a height of about 6 m, longer than the present (which were probably also present other relevant buildings to the place of worship), whose structure resembles that of the C temple of Largo Argentina, in addition to architectural terracotta fragments that indicate a period dating back to IV – III century. BCE.

The discovery of fragments of tuff hat and tawny in the layers belonging to the id Republican era temple could indicate the reuse of materials from an earlier structure dating back to the archaic, perhaps coeval with that of Mater Matuta.

Inside the temple was a statue of the God, whose appearance would be similar to the representation that we find on the Arch of Triumph of Benevento: in the panel representing a frumentatio offered by Emperor Trajan, which took place in the area of Portus Tiberinus (then the seat food administration, see Ara Maxima), are carved at the top, the deities worshiped in the adjacent temples: Hercules Olivarius, Apollon Caelispex and Portunus precisely. God is presented as young, with curly hair, naked, holding an anchor in the left hand resting on his shoulder, tied to a rope held in his right hand. The style of the cult statue is attributable to Greek sculptors active in Rome between the second and first century. BCE. and it may have been performed on the occasion of the dedication of the temple currently visible.

Jano to Theatrum Marcelli

The temple of Janus at the Foro Olitorio [Tac. II, 49], also known as, “at the Theatre of Marcellus” [Fast. Allif. et Vail. to XVI Kal. Sept., CIL I2, 217; 240; Fast. Amit. to XV Kal. Nov., CIL I2, 245; 325; 332; Serv. Aen. VII, 607] or “out of the Porta Carmenta” [Fest. 285], was built by C. Duilius after the naval victory Mylae of 260 BCE [Tac. Ann. II, 49] and dedicated on 17 Sext. in conjunction with Portunalia. It was restored by Augustus and dedicated by Tiberius 8 Oct. 17 [Tac. Cit.]. In Festo we find the news that the Senate was forbidden to meet in this temple because it was here that the 300 Fabii decided to go to the siege of Veii, and were then killed [Fest. 285], but it is an anachronism, since the temple was built at a later date. But it is not to be ruled out, however, that the site harbored a previous altar dedicated to Janus.

The ruins of this building, along with those of two other neighbors, one perhaps dedicated to Spes and the other in Juno Sospita, are located under the church of St. Nicholas in Prison, which was built on the same plant of the temple of Janus.

 

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Temple of Portunus in the Forum Boarium area, Rome

XV KAL. SEPT. (16) C

Sacrum Anniversarium Cereris

Questa ricorrenza celebrava il ritrovamento di Proserpina [Fest. 97; Plut. Fab. Max. XVIII; Arnob. Adv. Nat. II, 73], si tratta quindi di una festività collegata al mito eleusino, introdotta a Roma probabilmente dalla Magna Grecia; poiché la più antica menzione che conosciamo è relativa alla sconfitta al Lago Trasimeno, la data della sua istituzione si deve situare nella prima metà del III sec aev. o nel IV sec. aev.

Sappiamo che si trattava di un sacrum publicum [Cic. Leg. II, 2, 21] presieduto dalle sacerdotes publicae di Cerere [Cic. Leg. II, 15, 37; Pro Balb. XXIV, 55; Val. Max. I, 1, 1; CIL I, 1106 = VI, 2182; VI, 2181; X, 812; 1074a], durante il quale cui le donne romane, vestite di bianco e coronate di spighe, offrivano le primizie dei raccolti alla Dea [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15; Ov. Met. X, 431 – 35], è probabile che si svolgessero anche riti misterici collegati a Demetra, infatti Cicerone definisce questa festività mysteria romana [Cic. Att. V, 21, 14]. Per purificarsi in preparazione a questo rito esse si astenevano da rapporti sessuali per nove giorni e digiunavano (oppure la festa durava nove giorni durante i quali le donne si astenevano dai rapporti sessuali) [Ov. Met. X, 431 – 35; Dion. H. I, 33; Fest. 154; Tert. Monog. XVII; Serv. Aen. II, 58; III, 139; IV, 58]; era però consentito mangiare un pane fatto con farina di castagne [Plin. Nat. Hist. XV, 25, 92]. Non potevano partecipare le donne in lutto [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15].

 

Sacrum Anniversarium Cereris

This anniversary celebrating the discovery of Proserpine [Fest. 97; Plut. Fab. Max. XVIII; Arnob. Adv. Nat. II, 73], it is therefore a feast connected to the Eleusinian myth, probably introduced to Rome from the Magna Grecia; because the earliest mention we know is relative to the defeat at Lake Trasimeno, the date of its establishment must be situated in the first half of the third century BCE. or in the fourth century. BCE.

We know that it was a sacrum publicum [Cic. Leg. II, 2, 21] chaired by sacerdotes publicae of Ceres [Cic. Leg. II, 15, 37; Pro Balb. XXIV, 55; Val. Max. I, 1, 1; CIL I, 1106 = VI, 2182; VI, 2181; X, 812; 1074th], during which that Roman women, dressed in white and crowned with ears of corn, offering the first fruits of the crops to the Goddess [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15; Ov. Met. X, 431-35], it is likely that were held also mystery rites connected to Demeter, in fact Cicero defines this festival Roman mysteria [Cic. Att. V, 21, 14]. To purify themselves in preparation for this rite they abstained from sex for nine days, and fasted (or the feast lasted nine days during which women abstained from sexual intercourse) [Ov. Met. X, 431-35; Dion. H. I, 33; Fest. 154; Tert. Monog. XVII; Serv. Aen. II, 58; III, 139; IV, 58]; But it was allowed to eat bread made with chestnut flour [Plin. Nat. Hist. XV, 25, 92]. They could involve women in mourning [Val. Max. I, 1, 15; Liv. XXII, 56, 4; XXXIV, 6, 15].

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Ceres, draw from painting in Pompeii