IV KAL. QUINCT. (27) C

Laribus in Summa Sacra Via

Le fonti romane parlano di un tempio dedicato ai Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], costruito sul sito su cui sorgeva la dimora di Anco Marcio [Solin. I, 23], il cui dies natalis cadeva il 27° Jun. [Ov. Fast. VI, 791 – 791; ILLRP 9], anche se non sappiamo in che anno fu costruito, è molto probabile che risalisse all’inizio del III sec aev. La sua localizzazione è incerta, ma sembra che si trovasse nella parte più alta della Sacra Via, nei pressi dell’arco di Tito o del compitum acilii, nella sella tra Palatino e Velia; secondo Plinio e Cicerone era situato nel recinto del fanum di Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Fu restaurato da Augusto che lo ridedicò nel suo dies natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacito lo nomina tra i punti di riferimento che usa per descrivere la linea del Pomerium romuleo [Tac. Ann. XII, 24]: i vertici del quadrilatero sarebbero stati: “magna Herculis ara, ara Consi, curiae veteres, sacellum Larum”. Non è chiara che relazione ci fosse tra questo tempio e quello dei Lares Praestites (vedi Majus), né se in realtà Tacito si riferisse a quest’ultimo anziché a quello sulla Sacra Via.

Non abbiamo citazioni di questo tempio dopo il periodo di Augusto, il che ha fatto pensare che fosse stato demolito per permettere la costruzione del tempio di Venus e Roma.

 

Iovi Statori

Secondo la tradizione  fu votato da Romolo in un momento critico della guerra contro i Sabini, quando i Romani erano stati respinti attraverso la valle del Foro e si stavano ritirando verso la porta Mugonia [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. Secondo Livio non si trattava di un edificio sacro, bensì di un fanum, un templum, cioè un luogo sacro delimitato e consacrato (effatus). Il tempio vero e proprio sarebbe stato votato nel 294 aev. dal console Attilius Regolus durante la battaglia di Luceria contro i Sanniti e costruito poco dopo [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15 – 16].  Per le fonti romane, si trovava sul Palatino poco al di fuori dell’insediamento romuleo, tra la Porta Mugonia e la summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. Iret 24. in Palatii radice; ante Palatini ora iugi, Ov.; ad veterem portam Palatii, Liv.; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. I cataloghi regionali lo collocano nella Regio IV.

 

Laribus in Summa Sacra Via

The Roman sources speak of a temple dedicated to the Lares, “in summa Sacra Via” [Obseq. 4], built on the site where once stood the home of Anco Marcio [Solin. I, 23], whose dies natalis fell 27 Jun °. [Ov. Fast. VI, 791-791; ILLRP 9], although we do not know what year it was built, it is very likely that dated back to the early third century BCE. Its location is uncertain, but it appears that he was in the highest part of the Sacred Way, near the Arch of Titus or compitum Acilii, in the saddle between the Palatine and Velia; according to Pliny and Cicero it was located in the compound of fanum of Orbona [Cic. Nat. Deor. III, 63; Plin. Nat. Hist. II, 16]. Was restored by Augustus who rededicated in his Dies Natalis [Res. Gest. XIX, 2]. Tacitus named him among the landmarks that used to describe the Pomerium Romulus line [Tac. Ann. XII, 24]: the vertices of the quadrangle would be: “magna Herculis ara, ara Coun, curiae veteres, sacellum Larum”. It is not clear what relationship there was between this temple and that of Lares Praestites (see majus), or if in fact Tacitus was referring to him rather than to the one on the Via Sacra.

We have quotes from this temple after the period of Augustus, who did think it was demolished to allow the construction of the Temple of Venus and Rome.

 

Iovi Statori

According to tradition it was voted by Romulus at a critical time of the war against the Sabines, when the Romans were rejected through the valley of the Forum and were retreating toward the Mugonia Door [Liv. I, 12, 3 – 9; Plut. Rom. XVIII, 5, 9; Cic. Orat. 24; Ov. Fast. VI, 794; Dion. H. II, 50, 3; Flor. I, I, 13; PSAurel. Vict. Vir. Ill. 2. 8]. According to Livy it was not a sacred building, but a fanum, a templum, a simple sacred place delimited and consecrated (effatus). The real temple would be voted in 294 BCE. by Attilius console Regolus during the battle of Luceria against the Samnites and built shortly after [Liv. X, 36, 11; Fab. Pict. Fr. 19 P apud Liv. X, 37, 15-16]. For Roman sources, he was on the Palatine just outside Romulus settlement between the Porta Mugonia and summa Sacra Via [Cic. Cat. I, 33; Ps. Cic. Or. Priusq. in Ex. 24. Iret in Palatii root; Palatine ante now iugi, Ov .; to veterem portam Palatii, Liv .; Plut. Cic. XVI, 3; Ov. Trist. III, I, 32; Liv. I, 41, 4; Plin. Nat. Hist. XXXIV, 29; App. BC II, 2]. Regional catalogs place it in the Regio IV.

 

Picture

GORDIAN III (238-244). Denarius. Rome. Obv: IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG. Laureate, draped and cuirassed bust right. Rev: IOVIS STATOR. Jupiter standing facing, head right, with sceptre and thunderbolt. RIC 112.

Annunci

VII KAL. QUINCT. (24) C

Forti Fortunae trans Tiberim extra urbem

I calendari epigrafici menzionano due templi dedicati a Fors Fortuna, entrambi oltre il Tevere (trans Tiberim), uno al primo miglio della via Portuensis, l’altro al VI miglio, vicino al bosco di Dea Dia [CIL I² 243, 211, 320], entrambi dedicati il 24° Jun. La tradizione fa risalire la costruzione del più antico tempio dedicato a questa divinità a Servio Tullio [Dion. H. IV, 27, 7; Plut. Fort. Rom. V benchè Plutarco attribuisca la costruzione ad Anco Marcio; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 781 – 84]: anche se non vi sono certezze, gli studiosi ritengono che si trattasse di quello al primo miglio. Il secondo tempio sarebbe stato costruito dal console Sp. Carvilio nel 293 aev. [Liv. X, 46, 14] con una parte del bottino della vittoriosa guerra contro Etruschi e Sanniti. Un terzo tempio fu dedicato da Tiberio nei giardini che Cesare aveva donato al popolo [Tac. Ann. II, 41; Plut. Fort. Rom. V]. È possibile che in tempi antichi la Dea fosse onorata in un luogo sacro all’aperto, ancor prima della costruzione del tempio, poichè alcune fonti parlano di un fanum Fortis Fortunae, anzichè di un aedes.

In questo giorno, chiamato dies Fortis Fortunae [Var. L. L. VI, 17], si svolgeva una festa gioiosa, celebrata da tutti i Romani, ma soprattutto da plebei e schiavi [Ov. Fast. VI, 781 – 84; Donat. Ad Ter. Phorm. 841]: la gente si recava, a piedi o in barca, in pellegrinaggio al tempio, lì si svolgevano probabilmente giochi nautici tra battelli inghirlandati e banchetti e quindi i partecipanti ritornavano a Roma [Ov. Fast. VI, 775 – 84]. Cicerone cita una festa chiamata Tiberina Descensio, caratterizzata da grande allegria, che dovrebbe essere un altro nome di quella di Fors Fortuna [Cic. Fin. V, 70].

Il termine fors (usato soprattutto come avverbio, forte), in latino classico, ha il significato di caso, evento fortuito [Cic. Leg. II, 11, 28; Div. II, 15; Non. 425, 6] oppure di evento casuale e fausto, buona fortuna [Donat ad Ter. Phor. V, 6, 1; Hec. III, 3, 26; Var. R. R. I, 1, 6]. Dal punto di vista iconografico, abbiamo solo immagini di età imperiale in cui è rappresentata col globo del comando nella mano sinistra e la cornucopia nella destra26, a volte accompagnata da una ruota, mentre da Livio apprendiamo che la statua della Dea portava una corona sormontata da un signum [Liv. XXVII, 11, 3].

Un’etimologia proposta nel XIX secolo da Max Müller fa derivare fors e fortuna dalla radice indoeuropea *bher-, la stessa di fero, per cui Fors Fortuna, sarebbe la Dea “che porta” o “porta via” (il che può essere ricollegato al solstizio estivo come in cui le anime discendono dal mondo sovralunare nella sfera terrena)

Gli studiosi hanno variamente interpretato Fors Fortuna: divinità legata ai raccolti, invocata per garantirne l’abbondanza (interpretazione basata soprattutto su un passo di Columella [Col. Agr. X, 311 – 317] e uno delle Satire Menippee di Varrone, trasmesso da Gellio [Gel XIII, 23, 4] che associa Fortuna a Cerere), o per ringraziare di averli protetti dai capricci delle stagioni; oppure divinità solare connessa al solstizio d’estate (dato che la sua festa si celebrava nel giorno in cui, secondo Plinio [Plin. Nat. Hist. XVIII, 256; Isid. Orig. V, 34; Cal. Phil. CIL I2, 266], cadeva il solstizio), senza però arrivare a conclusioni esaustive.

 

VII KAL. QUINCT.  (24) C

Forti Fortunae trans Tiberim extra urbem

The epigraphic calendars mention two temples dedicated to Fors Fortuna, both across the Tiber (trans Tiberim), one on the first mile of the Portuensis, the other to the sixth mile, near the Goddess Dia forest [CIL I² 243, 211, 320] , both dedicated 24 Jun °. Tradition dates the construction of the ancient temple dedicated to this deity to Servio Tullio [Dion. H. IV, 27, 7; Plut. Fort. Rom. V though Plutarch attribute the construction to Anco Marcio; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 781-84]: even if there are no certainties, scholars believe that this was what the first mile. The second temple would be built by the consul Sp. Carvilius in 293 BCE. [Liv. X, 46, 14] with a share of the spoils of the victorious war against the Etruscans and Samnites. A third temple was dedicated by Tiberius in the gardens that Caesar had given to the people [Tac. Ann. II, 41; Plut. Fort. Rom. V]. It is possible that in ancient times the goddess was honored in a sacred place outdoors, even before the temple was built, as some sources speak of a fanum Fortis Fortunae, instead of an aedes.

On this day, called dies Fortis Fortunae [Var. L. L. VI, 17], was held a joyous festival, celebrated by all the Romans, but mainly by commoners and slaves [Ov. Fast. VI, 781-84; Donat. For Ter. Phorm. 841]: the people went on foot or by boat, on a pilgrimage to the temple, there is probably held nautical games between garlanded boats and banqueting facilities, the participants returned to Rome [Ov. Fast. VI, 775-84]. Cicero quotes a festival called Tiberina Descensio, characterized by great joy, which should be a different name than that of Fors Fortuna [Cic. Fin. V, 70].

The term fors (mostly used as an adverb, strong), in classical Latin, has the meaning of the event, fortuitous event [Cic. Leg. II, 11, 28; Div. II, 15; No. 425, 6] or random event and auspicious, good luck [Donat to Ter. Phor. V, 6, 1; Hec. III, 3, 26; Var. R. R. I, 1, 6]. From the point of view of iconography, we only have pictures of the imperial age in which it is represented with a globe of the command in the left hand and a cornucopia in destra26, sometimes accompanied by a wheel, while Livio learn that the statue of the Goddess wore a crown topped by a signum [Liv. XXVII, 11, 3].

Etymology proposed in the nineteenth century by Max Müller derives fors and fortune from the Indo-European root * bher-, the same fierce, so Fors Fortuna, the Goddess would be “leading” or “take away” (which can be reconnected at the summer solstice as where the souls descend from sovralunare world in the earthly sphere)

Scholars have variously interpreted Fors Fortuna: deities linked to the crops, relied upon to ensure the abundance (interpretation based mainly on a step by Columella [Col. Agr. X, 311-317] and one of the Satires Menippee Varro, transmitted by Gellius [XIII Gel, 23, 4] that associates Fortuna Ceres), or to thank them protected from the vagaries of the seasons; or solar deity linked to the summer solstice (since his feast is celebrated on the day when, according to Pliny [Plin. Nat. Hist. XVIII, 256; ISID. Orig. V, 34; Cal. Phil. CIL I2, 266], he fell the solstice), but did not get to exhaustive conclusions.

 

Picture

CARACALLA, autumn 197(?)–April 8, 217. Sestertius, Rome 211, Æ 24.17 g. Obv. M AVREL ANTONINVS – PIVS AVG BRIT His laureate bust right, paludamentum on left shoulder; border of dots. Rev. FORT RED P M TR P XIIII COS III P P / S C Fortuna seated left, holding rudder in right hand and cornucopia in left; under seat, wheel; border of dots. Literature Cohen – cf. 85 (paludamentum missing) BMC RE V, 425, 31 RIC IV/1, 290, 479b Banti 17

VIII KAL. QUINCT. (21) C

Lampadarum dies

Fulgentius, autore del VI secolo, nella sua raccolta di miti romani scrive che anticamente il giorno del solstizio estivo era sacro a Cerere. Era l’inizio della mietitura e i contadini si recavano con gioia nei campi portando fiaccole accese, simbolo del calore del sole che aveva portato a maturazione le messi [Fulg. Mythol. I, 11]. Da questa descrizione comprendiamo che per i romani la maturazione dei cereali avveniva per l’azione sinergica di Cerere, che causava l’accrescimento delle spighe e di Sol, o del fuoco solare, il cui calore le portava a maturazione. Ritroviamo questa sinergia riecheggiata dal simbolo del fuoco nei riti arcaici dei Cerealia (vedi Cerealia), ma anche nelle cerimonie in onore di Dea Dia, che può essere vista come doppio femminile di Sol, ma anche come indigitamenta di Cerere nel suo aspetto celeste.

 

VIII KAL. QUINCT.  (21) C

Lampadarum dies

Fulgentius, author of the sixth century, in his collection of Roman myths writes that ancient times the summer solstice was sacred to Ceres. It was the beginning of the harvest, and the peasants went with joy in the fields carrying torches lit, a symbol of the heat of the sun that had brought to maturity the messes [Fulg. Mythol. I, 11]. From this description we understand that for the Romans cereal ripening occurred for the synergic action of Ceres, which caused the growth of the ears and Sol, or of the solar fire, whose heat led to maturation. We find this synergy echoed by the symbol of fire in the archaic rites of the Cerealia (see Cerealia), but also in the ceremonies in honor of Dea Dia, which can be seen as Sol’s female double, but also as the indignation of Ceres in its celestial appearance.

Picture

Harvest, roma mosaic, from the Tomba della mietitura, Ostia Antica

XI KAL. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

Il tempio di Summanus presso il Circo Massimo [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] fu forse eretto su di un luogo di culto più antico, secondo la tradizione, infatti, fu Tito Tazio a consacrare un altare in Suo onore [Var. L. L. V, 74]. La sua costruzione risale al periodo della guerra contro Pirro [Ov. Fast. VI, 731 –32], fra il 278 e il 275 aev. per espiare un fulmine che aveva colpito una statua del Dio (o di Juppiter) che ornava il tempio di Giove Capitolino, facendone cadere la testa nel Tevere e distruggendola [Cic. Div. I,10 Juppiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. La localizzazione dell’edificio sacro è tutt’ora incerta, probabilmente si trovava nelle vicinanze del tempio di Hercules Invictus, nei pressi del carcere del Circo Massimo e, nei cataloghi regionali, sarebbe da identificare col tempio di Dis Pater, con cui Summanus fu identificato in età imperiale [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovidio, parlando della dedica di questo tempio afferma che l’identità della divinità era divenuta già incerta alla sua epoca [Ov. Fast. VI, 731].

Per gli antiquari latini si trattava di un antico Dio della folgore notturna che era molto onorato in tempi arcaici, ma la cui identità si era andata fondendo con quella di Juppiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] ed in effetti sono state ritrovate molte tavolette d’argilla, che servivano ad indicare i luoghi colpiti da fulmini, con l’indicazione F. S. C. Fulgur Summanium Conditum ([qui] è sepolto un fulmine mandato da Summano [CIL V, 3256; 5660]), in contrapposizione con quelle che riportano F. D. C. Fugur Divum Conditum ([qui] è sepolto un fulmine caduto di giorno). Alcuni autori moderni hanno ritenuto che si trattasse di una divinità sabiana, in base all’accenno di Varrone, mentre altri che fosse di origine etrusca e l’hanno identificato col Nocturnus che presiede la sedicesima sede celeste nel catalogo di Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], appartenente agli Dei Inferi e corrispondente al nord; lo stesso autore indica in Summanus, un epiteto di Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derivato da Summus Manum, il più alto tra i Manes.

In Plauto Summanus è invocato da uno schiavo ladro e summanare è un sinonimo di rubare [Curcul. 413; 453], ulteriore prova che ne fa una divinità della notte.

Secondo G. Dumézil , Summanus era un epiteto di Juppiter derivato da sub + manis, prima del mattino, Dio della luce mattutina, piuttosto che un derivato da summus, intendendo il cielo come summania templa [Lucr. V, 521]: dobbiamo infatti ricordare che, per i Romani, il giorno cominciava a mezzanotte, per cui, poichè sappiamo che Summanus era colui che inviava le folgori notturne e che gli auspici avevano generalmente valore entro il giorno in cui si presentavano, possiamo pensare che Egli presiedesse a quella parte della notte che andava dalla mezzanotte all’alba, da cui sub manis . Era quindi collegato con la nascita giornaliera del sole e per questo è ipotizzabile un qualche legame con Mater Matuta e non sarebbe casuale che l’anniversario della dedica del suo tempio cada in prossimità del solstizio estivo. Festo ricorda particolari liba chiamati summanalia [Fest. 348] focacce decorate con un motivo a ruota o croce (Figura 98) che, forse, erano offerte in questa occasione (nella nota di Festo, che è l’unico a menzionarle, non si parla del loro utilizzo); tale motivo decorativo è notoriamente un simbolo legato al culto solare, elemento che rafforza l’identificazione del Dio con un’arcaica divinità ad esso collegata.

 

KAL XI. QUINCT. (20) C

Summano ad Circum Maximum

The temple of Summanus at the Circus Maximus [Plin. Nat. Hist. XXIX, 57] was probably built on the site of an ancient cult, according to tradition, in fact, Tito Tazio to consecrated an altar in His honor [Var. L. L. V, 74]. Its construction dates back to the period of the war against Phyrrus [Ov. Fast. VI, 731 -32], between 278 and 275 BCE. to atone lightning that struck a statue of the God (or Jupiter) which adorned the temple of Jupiter, making his head fall into the Tiber and destroying it [Cic. Div. I, 10 Jupiter; Liv. Epit. XIV Summanus]. The sacred building location is still uncertain, probably it stood near the temple of Hercules Invictus, near the Circus Maximus prison and, in regional catalogs, would be identified with the Temple of Dis Pater, which was identified Summanus in imperial times [Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44]: Ovid, speaking of the dedication of this temple states that the identity of the divinity already had become uncertain in his time [Ov. Fast. VI, 731].

For Latin antiquarians it was an ancient god of lightning that night was very honored in archaic times, but whose identity had been merging with that of Jupiter [August. C. D. IV, 23; Fest. 229; Plin. Nat. Hist. II, 52] and in fact many clay tablets were found, which were used to indicate the places struck by lightning, indicating FSC Fulgur Summanium conditum ([here] is buried a term thunderbolt from Summano [CIL V, 3256 ; 5660]), in contrast with those who report FDC Fugur Divum conditum ([here] a lightning strike during the day) it is buried. Some modern authors have felt that it was a Sabian gods, based at the mention of Varro, while others who were of Etruscan origin and identified with Nocturnus who chairs the sixteenth seat in the celestial catalog of Marziano Capella [Mart. Cap. Nup. I, 45; I, 60; Plaut. Amph. 272], which belongs to the gods Hades and corresponding to the north; the same author indicates in Summanus, an epithet of Pluto [Mart. Cap. Nup. II, 161; cfr. Arnob. Adv. Nat. V, 37, 6; 37, 8; VI, 3, 44] derived from Summus Manum, the highest among the Manes.

In Plautus Summanus it is invoked by a thief slave and summanare is a synonym for stealing [Curcul. 413; 453], further evidence that makes it one of the night deity.

According to G. Dumézil, Summanus was an epithet of Jupiter derived from sub + manis, before morning, God of morning light, rather than a derivative from summus, meaning the sky as SUMMANIA contemplates [Lucr. V, 521]: In fact, we must remember that, for the Romans, the day began at midnight, so, as we know that Summanus was the one who sent the night lightning and that the auspices had generally value within the day that presented themselves, we can think that he preside over that part of the night that went from midnight to dawn, from which sub manis. It was then connected with the daily birth of the sun, so it is conceivable a certain connection with Mater Matuta and would not be coincidence that the anniversary of the dedication of her temple falls near the summer solstice. Festo reminiscent of particular liba called summanalia [Fest. 348] cakes decorated with a pattern of wheel or cross (Figure 98) that, perhaps, were offered for this occasion (in the note of Festus, which is the only one to mention, no mention of their use); This decorative motif is notoriously a symbol linked to sun worship, which again supports the identification of God with an archaic deities connected to it.

 

Picture

Jupiter with thunderbolt. Florence, National Archaeological Museum. Inv. No. 2291.

XII KAL. QUINCT. (19) C

Minervae in Aventino

La data della costruzione non è nota, ma l’analisi dell’iconografia di Minerva sulle monete romane, mostra un netto cambiamento all’indomani della Prima Guerra Punica, contrassegnato dall’assimilazione di un modello di origine greca analogo a quello di Atena. Questo ha fatto pensare all’introduzione di un culto di origine siciliana che poteva avere il suo centro sull’Aventino. Lo stesso modello iconografico è stato riscontrato nelle monete coniate a Cosa, centro di costruzione della flotta romana durante la metà del III sec. aev, per cui un’altra ipotesi è che l’assimilazione del nuovo modello (e conseguentemente di un nuovo culto) sia stata conseguenza dell’arruolamento degli equipaggi della nuova forza marittima. In ogni caso sembra plausibile situare la costruzione del tempio nella metà del III sec. aev, forse nel 263 o nel 262 per opera di M. Valerius Maximus Messala che avrebbe usato il bottino ottenuto dalla conquista di Siracusa o Akragas.

Alcune fonti indicano che la dedica avvenne il 19 Mar. [Ov. Fast. III, 812; Fest. 257; Fast. Praen. ad XIII Kal. Apr; CIL Ia, 234], altre il 19 Jun. [Ov. Fast. VI, 728; Fast. Esq. Amit. ad XIII Kal. Iul; CIL I², 211; 243; ILLRP 9], Oggi si pensa che la data della prima dedicazione sia il 19° Jun. e che il 19° Mart. sia dovuto ad una confusione con il tempio di Minerva Capta, oppure ad un restauro compiuto da Augusto [Res. Gest. XIX, 2].

Secondo Festo questo tempio divenne la sede degli scribae e degli histriones durante la Seconda Guerra Punica [Fest. 333], il che confermerebbe che vi si celebrasse un culto di origine greca. In epoca imperiale aveva forma peripterale, esastila di larghezza 22 m e lunghezza 45 m, con 13 colonne per ogni lato. Era situato tra il tempio di Luna e quello di Diana [Oros. V, 12].

 

 

XII KAL. QUINCT.  (19) C

Minervae in Aventino

The date of construction is unknown, but the iconography analysis of Minerva on Roman coins, exhibits a distinct change in the aftermath of the First Punic War, marked by the assimilation of a similar model to the Greek origin of Athena. This did think the introduction of a cult of Sicilian origin who could have her on the Aventine center. The same iconographic model was found in coins minted in Cosa, downtown building of the Roman fleet during the mid-third century. BCE, that another hypothesis is that the assimilation of the new model (and consequently of a new cult) was a result of recruitment of the crews of the new maritime force. In any case, it seems plausible to locate the construction of the temple in the middle of the third century. BCE, perhaps in 263 or 262 by the work of M. Valerius Maximus Messala that he would use the spoils won by the conquest of Syracuse and Akragas.

Some sources indicate that the dedication took place on March 19 [Ov. Fast. III, 812; Fest. 257; Fast. Praen. to XIII Kal. April; CIL Ia, 234], other 19 Jun. [Ov. Fast. VI, 728; Fast. Esq. Amit. to XIII Kal. iul; CIL I², 211; 243; ILLRP 9], it is now thought that the date of the first dedication is 19 ° Jun. and that the 19th Mart. It is due to a confusion with the Temple of Minerva It captures, or to a restoration carried out by Augustus [Res. Gest. XIX, 2].

According to Festo this temple became the headquarters of scribae and histriones during the Second Punic War [Fest. 333], which would confirm that will be celebrated a cult of Greek origin. In imperial times it had peripterale form, hexastyle width 22 m and length 45 m, with 13 columns on each side. It was located between the Temple of Luna and that of Diana [Oros. V, 12].

Picture

Geta, (A.D.209-212), issued as Caesar 205, silver denarius, Rome mint, (3.11 g), obv. P SEPTIMIVS GETA CAES, bare headed bust draped and cuirassed to right, rev. around MINERVA, Minerva standing to left, resting on shield and spear, (S.7182, RIC 46, RSC 77)

XVI Kal. Quinct. (15) F

Q. St. D. F.

Il periodo dei Vestalia si concludeva con la solenne purificazione del penus, atto che, probabilmente, ricordava quanto avveniva nelle antiche case romane, quando la dispensa era pulita e purificata, prima di accogliere le derrate provenienti dal nuovo raccolto. Questo giorno era marcato Q. St. D. F. Quando Stercum Delatum Fas: il penus era spazzato solennemente dalle Vestali, le immondizie, fonte di impurità e contaminazione, così raccolte (eversus stercus) erano fatte uscire dalla porta principale e, secondo Ovidio [Ov. Fast. VI, 713 – 14], venivano gettate nel Tevere, mentre secondo Festo [258; 344] e Varrone [Var. L. L. VI, 32] venivano sepolte sul pendio del Campidoglio, passando attraverso la porta Stercoraria.

Quest’azione coinvolgeva probabilmente Stercutus, una divinità di cui sappiamo poco, ma che era connessa con la rimozione delle impurità, sia in senso religioso che materiale (stercus, immondizia e il letame, ma anche ciò che contamina e rende impuro ‘omne immondum’ in Seneca [Sen. Q. N. III, 29]). Stercutus era ritenuto un mitico re del Lazio che aveva introdotto la pratica della fertilizzazione dei campi, padre di Pico o di Fauno [Lact. Inst. I, 20; Plin. Nat. Hist. XVII, 6; Aug. C. D. XVIII, 15]; Macrobio lo identifica con Saturno [Sat. I, 7].

Secondo Andrea Carandini Stercutus era associato al tigillum, l’architrave della porta (i cui cardini erano, invece, rappresentati da Picumnus e Pilumnus), da cui presiedeva all’uscita delle immondizie dalle case o dei cadaveri dalla città

Tale usanza non era propria solo del tempio di Vesta, infatti in Nonnio troviamo citata l’espressione everrite aedis [Non. 192, 11; 420, 5], che allude alla purificazione degli edifici sacri.

 

SACRUM VACUNAE

In occasione dei Vestalia, Ovidio cita l’antica usanza delle genti latine, di riunirsi attorno a focolari consacrati alla Dea Vacuna, Vacunales foci [Ov. Fast. VI, 307].

Sebbene non sia rintracciabile alcuna ricorrenza, all’interno del calendario romano, correlabile con questa Dea, possiamo dare conto delle informazioni che possediamo su di Lei.

Sicuramente si tratta di una divinità sabina, ampiamente venerata da questo popolo [Acron; Porph. in Hor. Ep. I, 10, 49]: sappiamo che le era sacro il lago di Cotila [Dion. H. I, 15, 1] e che le era dedicato un bosco sacro sul Monte Fiscello [Plin. Nat. Hist. III, 12, 109], abbiamo anche testimonianza di un antico aedes Victoriae (assimilata con Vacuna) presso Rocca Giovane che fu restaurato da Vespasiano [CIL XIV, 3485], identificabile con il fanum Vacunae menzionato da Orazio [Hor. Ep. I, 10, 49]

È difficile comprendere la personalità della Dea per la varietà delle interpretazioni che ne hanno dato gli eruditi romani, da Varrone ai commentatori di Orazio: con Cerere [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], Diana, Venere [Acron. In Hor. Ep. I, 10, 49], con Minerva o Bellona (forse con Nerio, antica divinità latina, poi confluita nella figura di Minerva) [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] e in particolare Victoria [Var. apud Acron. e PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49; Dion. H. I, 15, 1; Auson. Ep. IV, 101; CIL XIV, 3485; IX, 4637].

In epoca repubblicana e imperiale Vacuna fu definitivamente identificata con Victoria [Dion. H. I, 15, 1; Hor. Ep. I, 10, 49; CIL XIV, 3485], sugli altari a Lei dedicati compaiono la corona e la palma, attributi riferibili chiaramente a Victoria

Frazer, nel suo commento ai Fasti di Ovidio ha ipotizzato che Vacuna fosse una divinità delle acque salutifere (legata quindi alla Salus romana). A. Brelich, seguendo Ovidio, mette in relazione Vacuna con Vesta, pur rilevando le difficoltà nell’interpretazione della Dea. Interpretazione analoga da parte di J.-M. André che La riteneva era una sorta di Vesta sabina, divinità del focolare domestico e forse civico.

Dagli scarsi riferimenti che possediamo (oltre alle fonti letterarie troviamo alcuni testi epigrafici [CIL I2, 1844 = CIL IX, 4636; Sup. It. XVIII-R, 4 = AE 1907, 212 = AE 2000, 401; AE 2012, 439]), G. Dumézil ha ipotizzato che i Romani invocassero Vacuna in caso di assenza dei famigliari, forse del capofamiglia (vacua significava anche vedova), assenza determinata non solo da un viaggio, ma anche da una malattia, potenzialmente mortale [CIL IX, 4751; CIL IX, 4752]

Come dalla guerra (da cui l’identificazione con Minerva, Bellona e Victoria), la caccia (da cui l’identificazione con Diana), la ricerca di un congiunto (da cui l’identificazione con Demetra – Ceres)

Possiamo quindi immaginare che i foci Vacunales fossero i focolari domestici, attorno ai quali, nel momento in cui un membro della famiglia era lontano o assente, si creava un vuoto, essendo il suo posto lasciato libero, che venivano consacrati alla Dea per chiederLe di favorirne il ritorno. Ritornando agli scoliasti di Orazio, possiamo immaginare che in origina Vacuna fosse una Dea sabina venerata localmente in diversi contesti (da cui l’identificazione con Diana, Cerere e Bellona), tuttavia, nell’interpretatio romana, Vacuna è definita Dea vacationis [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], ossia Dea della sospensione, della vacanza, del momento dedicato all’otium, in cui non si è oppressi da preoccupazioni. Proprio in base a tale definizione, Varrone La identifica con Victoria [Var. apud Acron. e PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49]

Benchè non sia da escludere che tale identificazione sia avvenuta attraverso la mediazione greca, in forza di una tradizione relativa all’arrivo dei Pelasgi in Italia (cui accenna Dionigi di Alicarnasso [Dion. H. I, 15, 1]), che già associava Vacuna (Dea degli Aborigieni) a Nike.

Si tratta di un contesto estremamente generale e questo potrebbe essere il motivo della difficoltà degli autori antichi nell’identificare la Dea [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] ad esempio, poiché, durante la vacatio era possibile coltivare la sapientia, Essa fu chiamata Minerva; poiché può essere un periodo consacrato alla voluttà, fu chiamata Venus.

 

XVI Kal. Quinct. (15) F

Q. St. D. F.

The period of Vestalia ended with the solemn purification of penus, an act that probably remembered what happened in ancient Roman houses, when the dispensation was clean and purified, before we invite the commodities from the new harvest. This day was marked Q. St. D. F. When Stercum Delatum Fas: the penus was swept solemnly by the Vestal Virgins, garbage, source of impurities and contamination, thus collected (eversus stercus) were made out the front door and, according to Ovid [Ov. Fast. VI, 713-14], were thrown into the Tiber, while according to Festo [258; 344] and Varro [Var. L. L. VI, 32] were buried on the Capitoline hill, passing through stercoraria door.

This action involved probably Stercutus, a deity of which we know little, but that was connected with the removal of impurities, both in the religious sense that material (stercus, garbage and manure, but also what contaminates and defiles ‘omne immondum’ Seneca [Sen. QN III, 29]). Stercutus was considered a mythical king of Latium, which had introduced the practice of fertilizing the fields, father of Picus or Faunus [Lact. Inst. I, 20; Plin. Nat. Hist. XVII, 6; Aug. C. D. XVIII, 15]; Macrobius identifies with Saturn [Sat. I, 7].

According to Andrea Carandini Stercutus was associated with tigillum, the lintel of the door (whose main points were, however, represented by Picumnus and Pilumnus), which presided over the exit of garbage from the houses or the corpses from the city

This custom was not only own the temple of Vesta, in fact we find Nonnio cited the expression everrite Aedis [No. 192, 11; 420, 5], which alludes to the purification of the sacred buildings.

 

SACRUM VACUNAE

On the occasion of Vestalia, Ovid cites the ancient tradition of the Latin people, to gather around the consecrated hearths at Dea Vacuna, Vacunales foci [Ov. Fast. VI, 307].

Although no recurrence can be traced, within the Roman calendar, correlated with this Goddess, we can account for the information we have about you.

Surely She was a sabine goddes, widely worshiped by this people [Acron; Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49]: we know that Lake Cotila was sacred to Her [Dion. H. I, 15, 1] as well as a sacred wood on Mount Fiscello [Plin. Nat. Hist. III, 12, 109], we also bear witness to an ancient aedes Victoriae (assimilated with Vacuna) at Rocca Giovane which was restored by Vespasian [CIL XIV, 3485], identifiable with the fanum Vacunae mentioned by Horace [Hor. Ep. I, 10, 49]

It is difficult to understand the personality of the Goddess for the variety of interpretations given by Roman scholars, from Varrone to Orazio’s commentators: with Ceres [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], Diana, Venus [Acron. In Hor. Ep. I, 10, 49], with Minerva or Bellona (perhaps with Nerio, an ancient Latin goddess, then confluent in the figure of Minerva) [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] and in particular Victoria [Var. Apud Acron. And PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49; Dion. H. 1, 15, 1; Auson. Ep. IV, 101; CIL XIV, 3485; IX, 4637].

In the Republican and Imperial era Vacuna was definitively identified with Victoria [Dion. H. 1, 15, 1; Hor. Ep. I, 10, 49; CIL XIV, 3485], on the altars dedicated to Her, the crown and the palm appear, attributes clearly refer to Victoria

Frazer, in his commentary to the Doctrines of Ovid, suggested that Vacuna was a divinity of salutiferous waters (thus linked to the Roman Salus). A. Brelich, following Ovid, relates Vacuna with Vesta, while noting the difficulties in interpreting the Goddess. Similar interpretation by J.-M. André, which he considered to be a sort of Vesta Sabina, the goddess of the home and perhaps civic home.

From the few references we possess (in addition to the literary sources we find some epigraphic texts [CIL I2, 1844 = CIL IX, 4636, Sup. It XVIII-R, 4 = AE 1907, 212 = AE 2000, 401, AE 2012, 439]), G. Dumézil suggested that the Romans invoked Vacuna in the absence of family members, perhaps the head of the family (vacua meant also a widow), absence determined not only by a journey but also by a potentially deadly disease [CIL IX, 4751 ; CIL IX, 4752]

As from the war (hence the identification with Minerva, Bellona and Victoria), the hunt (from which identification with Diana), the search for a conjunction (from which identification with Demetra – Ceres)

We can therefore imagine that the Vacunales foci were the household fireplaces around which, when a member of the family was away or absent, a vacancy was created, being his place vacant, being consecrated to the Goddess to ask for his favor the return. Returning to the Scoliasti di Orazio, we can imagine that in the beginning Vacuna was a Satan God venerated locally in different contexts (from which identification with Diana, Cerere and Bellona), however, in the Roman interpretation, Vacuna is defined as Dea vacationis [PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49], that is, the Goddess of suspension, of the holiday, of the moment dedicated to the otum, in which he was not oppressed by worries. Precisely according to this definition, Varrone Identifies it with Victoria [Var. Apud Acron. And PsAcron. In Hor. Ep. I, 10, 49]

Though it can not be ruled out that this identification was done through Greek mediation, by virtue of a tradition related to the arrival of the Pelasgi in Italy (mentioned by Dionysius of Alicarnasso [Dion H. I, 15, 1]), which already associates Vacuna (Dea degli Aborigieni) to Nike.

This is an extremely general context and this may be the reason for the difficulty of ancient authors in identifying the goddess [Porph. In Hor. Ep. I, 10, 49] for example, because during vacatio it was possible to cultivate sapientia, it was called Minerva; Since it may be a time devoted to voluptuousness, it was called Venus.

Picture

M. Plaetorius M. f. Cestianus AR Denarius. Rome, 67 BC. Bust of ‘Vacuna’ right, wearing a wreathed and crested helmet, bow and quiver on shoulder; cornucopiae below chin; CESTIANVS behind; S•C before / Eagle standing right on thunderbolt, head left; M• PLAETORIVS M•F•AED•CVR around. Crawford 409/1; Sydenham 809; Plaetoria 4. 3.99g, 18mm, 7h.

EID.  JUN. (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

L’esistenza di questo tempio è stata ipotizzata in base ad un passo dei Fasti di Ovidio [Ov. Fast. VI, 650], ma secondo molti autori, si tratterebbe di un riferimento a Juppiter Victor, il cui tempio fu dedicato alle Eid. Apr. Le fonti sono però incerte sulla sua collocazione tra Quirinale e Palatino, il che fa propendere per l’esistenza di due templi dedicati a Juppiter con cognomina differenti. È possibile che, in età imperiale, il culto di Juppiter Invictus, forse già estinto, sia stato restaurato come Juppiter Victor generando così confusione tra le fonti.

Poiché abbiamo notizie certe sulla collocazione del tempio dedicato a Juppiter Victor sul Quirinale, quello di Juppiter Invictus doveva trovarsi sul Palatino, inoltre l’epiteto Invictus, lascia supporre che la sua costruzione sia avvenuta tra il III e il II sec. aev [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. In base ai cataloghi regionali, il tempio doveva trovarsi sul Palatino, nei pressi di quella che diverrà la Domus Flavia e le sue rovine sarebbero quelle trovate nella Vigna Barberini . È stato ipotizzato che, nel III sec, l’edificio sia stato trasformato da Eliogabalo nel tempio di Baal e che poi Alessandro Severo lo abbia ridedicato, il 13° Mart. 222 a Juppiter Ultor, forse per vendicare il torto che l’imperatore di origine siriana aveva fatto alla divinità sovrana di Roma.

Quinquatrus minusculus

Questo giorno non sarebbe realmente il Quinquatrus, cioè il quinto dopo le Eidus (vedi Martius) ed infatti è chiamato minusculus, per distinguerlo da quello.

Era la festività della corporazione dei suonatori di flauto, tibicines e giorno sacro a Minerva, secondo gli autori antichi, per questo motivo prese il nome di Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694 – 695].

Vi erano tre giorni di festeggiamenti in cui i suonatori di flauto andavano in giro per la città con il volto coperto da una maschera e indossando lunghe vesti di foggia femminile (che potevano essere quelle usate anticamente dai flautisti etruschi), suonando e recitando versi licenziosi [Ov. Fast. VI, 653 – 654; 688 – 692; Plut. Q. R. 55]. Il corteo si chiudeva poi nel tempio di Minerva [Plut. Q. R. 55]. Secondo gli storici romani, nel IV sec. aev. i censori, tra cui Appio Claudio Cieco, proibirono alla corporazione dei tibicines [Plut. Num. XVII, 3] di consumare il proprio banchetto nel tempio di Giove Capitolino. I suonatori, sdegnati, andarono in esilio a Tivoli e gli ambasciatori mandati dal Senato non riuscirono a farli tornare. Allora, alcuni cittadini di quella citta organizzarono dei banchetti a cui invitarono i suonatori di flauto e, dopo averli fatti ubriacare, li caricarono su carri e li riportarono a Roma. Dopo questo episodio, essi accettarono di rientrare a Roma ed il Senato accordò loro di poter inscenare il corteo licenzioso e di celebrare un epulum al tempio di Giove Capitolino [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

 

EID.  JUN.  (13) NP

Feriae Jovis

Jovi Invicto

The existence of this temple has been suggested on the basis of a step of the Fasti of Ovid [Ov. Fast. VI, 650], but according to many authors, it would be a reference to Jupiter Victor, whose temple was dedicated to the Eid. Apr. The sources, however, they are uncertain about its position between the Quirinal and the Palatine Hill, which argues in favor of the existence of two temples dedicated to Jupiter with different cognomina. It is possible that, in the imperial age, the cult of Jupiter Invictus, perhaps already extinct, has been restored as Jupiter Victor generating confusion between the sources.

Since we have certain information about the location of the temple dedicated to Jupiter Victor on the Quirinal, to Jupiter Invictus had to be on the Palatine, also the epithet Invictus, suggesting that its construction took place between the third and second century. BCE [Cic. Leg. II, 28; Hor. Car. III, 27, 73; Ov. Fast. V, 126]. According to regional catalogs, the temple was to be on the Palatine, near what would become the Domus Flavia and its ruins are those found in the Vigna Barberini. It has been suggested that, in the third century, the building was transformed by Heliogabalus in the temple of Baal and then Alexander Severus it has rededicated, the 13th Mart. 222 to Jupiter Ultor, perhaps to avenge the wrong done to the emperor of Syrian origin had made the supreme deities of Rome.

Quinquatrus minusculus

This day would not really the Quinquatrus, ie the fifth after Eidus (see Martius) and in fact is called minusculus, to distinguish it from that.

It was the feast of the guild of flute players, tibicines and sacred day to Minerva, according to the ancient authors, for this reason was called Quinquatrus [Fest. 149; Var. L. L. VI, 17; Ov. Fast. VI, 694-695].

There were three days of festivities in which the flute players were walking around the city with his face covered by a mask and wearing long women’s fashion garments (which could be those used in ancient times by the Etruscans flute), playing and reciting bawdy verses [ ov. Fast. VI, 653-654; 688-692; Plut. Q. R. 55]. The procession then closed in the temple of Minerva [Plut. Q. R. 55]. According to the Roman historians, in the fourth century. BCE. the censors, including Appius Claudio, forbade the corporation of tibicines [Plut. Num. XVII, 3] to consume your own feast in the temple of Jupiter. The players, outraged, went into exile in Tivoli and sent ambassadors by the Senate were unable to get them back. Then, some citizens of that city organized the banquet to which they invited the flute players, and, after having made drunk, loaded them on carts and brought them to Rome. After that, they agreed to return to Rome and the senate granted them to be able to stage the bawdy parade and celebrate a Epulum to the temple of Jupiter [Liv. IX, 30; Val. Max. II, 5, 4; Plut. Q. R. 55; Cens. XII, 2].

Picture

Tibicinis wearing a mask and a female dress. Mosaic from Pompei, today Naples Archeological Museum

III EID.  JUN. (11) NP

MATRALIA

Secondo la tradizione il tempio di Mater Matuta fu edificato da Servius Tullus nel Foro Boario, vicino alla porta Carmentalis [Liv. V, 19, 6; XXV, 7, 6; XXXIII, 27,4; Ov. Fast. VI, 477 – 480], fu restaurato e dedicato da Furio Camillo [Liv. V, 19, 6; 23, 7; Plut. Cam. V] l’11 Jun. Bruciato nel 213 aev. fu ricostruito l’anno seguente, assieme a quello di Fortuna [Liv. XXV, 7, 6]. Nel 196 aev. furono aggiunti due archi, davanti ai templi di Mater Matuta e Fortuna, probabilmente alla fine di un colonnato. All’interno Ti. Gracco pose una lastra di bronzo in ricordo della sua campagna in Sardegna, con una mappa dell’isola [Liv. XLI, 28, 8]. Gli scavi archeologici nella zona hanno portato alla luce numerose terrecotte architettoniche risalenti fino al VI sec. aev. (570 aev. circa), tra le quali delle punte ricurve, posizionate sul tetto  e dei frammenti di due  animali  accucciati sulle zampe posteriori, alzati sulle zampe anteriori e voltati di faccia, forse pantere. Sono stati ritrovati anche i frammenti di due statue in terracotta, una raffigurante Ercole e l’altra una figura femminile con elmo dotato di para-guance e cimiero alto, forse Minerva o la Fortuna armata. Dagli scavi sembra che l’area sacra, venne restaurata e poi abbandonata alla fine del VI sec. aev.

I Matralia erano la festa di Mater Matuta, antica divinità italica. Il suo nome unisce attributi materni (Mater) e aurorali (Matuta, da cui matutinus), come troviamo in Lucrezio

… E, ancora, a un’ora determinata Matuta per le plaghe / dell’etere diffonde la rosea aurora e libera la luce… [Lucr. De Rer. Nat. V, 656]

Secondo Verrio Flacco, era chiamata: Mater Matuta, Manes (la Buona Dea), Matura, (epiteti collegati anche al sole), Mattina, Matrimonio, Madre di famiglia, Zia materna (matertera), Matrice, Materia [Fest. 122; 161].

Questa festa era celebrata dalle matrone romane [Ov. Fast. VI, 475]. Esse si recavano nel tempio sul Foro Boario e coronavano la statua della Dea (solo le donne che si erano sposate una volta sola potevano farlo [Tert. Monog. XVII, 3]), a cui offrivano delle focacce [Ov. Fast. VI, 476; 529 – 33]. Una schiava era fatta entrare nel recinto del tempio, che solitamente era interdetto alle donne di quella condizione, e quindi ne era scacciata dalle matrone che la colpivano sulla schiena e la fustigavano con verghe [Ov. Fast. VI, 551; Plut. Q. R. 16; Cam. V, 2]. Le madri prendevano tra le braccia non i proprii figli, ma quelli delle sorelle e, trattandoli con riguardo, chiedevano per loro la benedizione della Dea [Plut. Cam. V, 2; De Frat. Am. 492 d (XXI); Q. R. 17] con queste parole:

Mater Matuta te precor quaesoque uti volens propitia sies pueris sororiis

Mater Matuta, ti prego e ti chiedo di essere volentieri propizia ai figli di mia sorella

 

Mater Matuta era l’Aurora [Lucr. De Rer. Nat. V, 656] e fu identificata con la greca Ino – Leucòtea [Serv.  Aen V, 241; Georg. I, 437; August. C. D. XVIII, 14; Lact. Div. Inst. I, 21; Cic. Tusc. I, 12, 28; Nat. Deor. III, 19, 48; Plut. Q. R. 16; De Frat. Am. 492 d (XXI); Ov. Fast. VI, 544 – 547] (Figura 91). Ino era la sorella di Semele e, quando questa fu uccisa da Giunone, si prese cura di suo figlio, Dioniso – Bacco. Colpita dalla follia mandatale da Giunone, si gettò in mare col figlio Melicerte ed i due furono trasformati in Dei, Ino, divenne Leucòtea, Melicerte, Palemone (Portunus per i latini) [Serv. Aen. V, 241; Ov. Fast. VI, 553 segg].

 

Fortunae in Foro Boario

Anche il tempio di fortuna nel foro Boario, che si trovava vicino a quello di Mater Matuta [Ov. Fast. VI, 569] (Figura 94), secondo la tradizione fu eretto da Servius Tullus [Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11], come la maggior parte dei templi dedicati a questa divinità [Plut. Fort. Rom. X, 323a; Plin. Nat. Hist. VIII, 197]. In esso le matrone romane veneravano una statua di legno dorato velata da due toghe che era vietato toccare

… E voi, donne romane, guardatevi dal toccare quelle vesti proibite, / è sufficiente levare preghiere con voce rituale / e sia sempre coperto da una toga romana il capo / di chi fu il settimo re della nostra città [Ov. Fast. VI, 621 – 24]

Tra gli autori antichi non vi è accordo su chi rappresentasse la statua, se il re Tullus [Ov. Fast. VI, 623 – 24; Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11] oppure Fortuna [Var. apud Non. 189, 17; Cas. Dio. LVIII, 7, 2]; Festo ritiene invece che si tratti di Pudicizia [Fest. 242].

Anche tra gli autori moderni alcuni hanno sostenuto la prima ipotesi, tuttavia la maggior parte propende per Fortuna. D’altra parte è proprio questa statua che è oggetto di venerazione nell’anniversario della dedica, secondo Ovidio, né le fonti ne menzionano altre all’interno dell’edificio per cui sarebbe stato molto strano che essa fosse quella del fondatore del tempio, anziché della divinità a cui era dedicato. Si trattava probabilmente di un antico xoanon ligneo (Dionigi di Alicarnasso la definisce lignea e di foggia arcaica [Dion. H. IV, 40, 7]) dai tratti poco definiti, completamente coperto da abiti maschili e per questo gli autori del periodo classico potevano avere dei dubbi sulla sua identità.

La Dea a cui era dedicato il tempio era Fortuna, non abbiamo notizia di alcun attributo, tranne che da Varrone [Var. apud Non. 189, 17] che La identifica con Fortuna Virgo, tuttavia questa divinità aveva un suo tempio in un altro luogo, per cui può trattarsi di un errore dell’erudito. Questo fatto rende la Fortuna del Foro Boario diversa dalle altre Fortuna venerate a Roma che avevano sempre un epiteto che specificava la loro sfera d’azione, e dalla Fortuna italica di Preneste, rappresentata come madre e kourotropha (e per questo assimilabile a Mater Matuta). Nelle fonti letterarie appare in varie leggende, sempre come protettrice del re Servius Tullus [Ον. Fast. VI, 573 – 80; Val. Max. III, 4, 3; Plut. Q. R. 36; 74; Fort. Rom. X,322 e; Dion. H. IV, 27, 7].

 

III EID.  JUN.  (11) NP

Matralia

According to tradition the temple of Mater Matuta was built by Servius Tullius in the Forum Boarium, near the port Carmentalis [Liv. V, 19, 6; XXV, 7, 6; XXXIII, 27.4; Ov. Fast. VI, 477-480], it was restored and dedicated by Furio Camillo [Liv. V, 19, 6; 23, 7; Plut. Cam. V] 11 Jun. Burned in 213 BCE. It was rebuilt the following year, together with that of Fortuna [Liv. XXV, 7, 6]. In 196 BCE. two arches were added, in front of the temple of Mater Matuta and Fortuna, probably at the end of a colonnade. Inside T. Gracchus placed a bronze plate in memory of his campaign in Sardinia, with a map of the island [Liv. XLI, 28, 8]. Archaeological excavations in the area have brought to light numerous architectural pottery dating back to the sixth century. BCE. (570 BCE. Approximately), including the curved points, positioned on the roof and the fragments of two animals crouching on his hind legs, get up on their front legs and turn around to face, perhaps Panthers. the fragments of two terracotta statues, one depicting Hercules and the other a female figure with a helmet equipped with para-cheeks and crest high, or perhaps Minerva armed Fortuna have also been found. Excavations seems that the sacred area, was restored and then abandoned in the late sixth century. BCE.

The Matralia were the Mater Matuta party, ancient Italic goddess. Its name combines maternal attributes (Mater) and auroral (Matuta, from which matutinus), as we find in Lucretius

… And yet, at a certain time Matuta for patches / ether spreads rosy dawn light and free … [Lucr. De Rer. Nat. V, 656]

According Verrius Flaccus, was called: Mater Matuta, Manes (the Good Goddess), Matura, (epithets also connected to the sun), Morning, Marriage, family Mother, Aunt maternal (matertera), matrix, material [Fest. 122; 161].

This festival was celebrated by the Roman matrons [Ov. Fast. VI, 475]. They went into the temple on the Forum Boarium and crowned the statue of the Goddess (only women who had married only once could do it [Tert. Monog. XVII, 3]), who were offering cakes [Ov. Fast. VI, 476; 529-33]. A slave was made to enter the temple grounds, which was usually forbidden to women of that condition, and then it was driven out by the matrons who hit her on the back and scourged with rods [Ov. Fast. VI, 551; Plut. Q. R. 16; Cam. V, 2]. Mothers took her in his arms not own children, but those of the sisters and treating them with respect, asking for them the blessings of the Goddess [Plut. Cam. V, 2; De Frat. Am. 492 d (XXI); Q. R. 17] with these words:

Mater Matuta you precor quaesoque uti sies volens propitia pueris sororiis Mater Matuta, please, and I ask you to be willingly propitious to the children of my sister

 

Mater Matuta was the Aurora [Lucr. De Rer. Nat. V, 656] and was identified with the Greek Ino – Leucotea [Serv. Aen V, 241; Georg. I, 437; August. C. D. XVIII, 14; Lact. Div. Inst. I, 21; Cic. Tusc. I, 12, 28; Nat. Deor. III, 19, 48; Plut. Q. R. 16; De Frat. Am. 492 d (XXI); Ov. Fast. VI, 544-547] (Figure 91). Ino was the sister of Semele, and when it was killed by Juno, took care of his son, Dionysus – Bacchus. Struck by madness sent her from Juno, jumped into the sea with her son Melicertes and the two were transformed into gods, Ino, became Leucotea Melicertes, Palaemon (Portunus in Latin) [Serv. Aen. V, 241; Ov. Fast. VI, 553 ff].

 

Fortunae in Foro Boario

Even the makeshift temple in the Forum Boarium, which was close to that of Mater Matuta [Ov. Fast. VI, 569] (Figure 94), according to tradition it was built by Servius Tullus [Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11], as most of the temples dedicated to this deity [Plut. Fort. Rom. X, 323a; Plin. Nat. Hist. VIII, 197]. In it the Roman matrons worshiped a veiled gilded wooden statue of two robes that was forbidden to touch

… And you, Roman women, beware of touching those clothes forbidden, / simply upbeat ritual prayers with voice / and is always covered by a Roman toga chief / of who was the seventh king of our city [Ov. Fast. VI, 621-24]

Among the ancient authors there is no agreement on who represented the statue, if the king Tullus [Ov. Fast. VI, 623-24; Dion. H. IV, 40, 7; Val Max. I, 8, 11] or Fortuna [Var. apud no. 189, 17; Cas. Dio. LVIII, 7, 2]; Festo believes instead that it is Modesty [Fest. 242].

Even among some modern authors have supported the first hypothesis, however most inclined to Fortuna. On the other hand it is this image which is the object of veneration on the anniversary of the dedication, according to Ovid, nor the sources do mention other inside the building so that it would be very strange it was that the founder of the temple, instead the deity to whom it was dedicated. It was probably an ancient wooden xoanon (Dionysius of Halicarnassus defines wood and archaic manner [Dion. H. IV, 40, 7]) traits poorly defined, completely covered by men’s clothes and for this the authors of the classical period could have doubts about his identity.

The Goddess who was dedicated the temple was Fortuna, we have no news of any attribute, except as Varro [Var. apud no. 189, 17] that identifies La Fortuna Virgo, however, this deity had its own temple to another place, so it can be a scholar error. This fact makes the Fortuna del Foro Boario different from the other Fortuna venerated in Rome, who had always an epithet which specified their sphere of action, and the Italic Fortuna of Praeneste, represented as a mother and kourotropha (and therefore comparable to Mater Matuta) . In literary sources it appears in various legends, always as a protector of the King Servius Tullus [Ον. Fast. VI, 573-80; Val. Max. III, 4, 3; Plut. Q. R. 36; 74; Fort. Rom. X, 322 and; Dion. H. IV, 27, 7].

 

Picture

Mater Matuta

Florence Archaeological Museum, ground floor, second room (from Chianciano)

VII EID.  JUN.  (7) N – XVI KAL. QUINCT. (15) F

VESTALIA

La festa dei Vestalia cadeva il quinto giorno prima delle Eidus (V EID. JUN. (9) N), ovvero il nono giorno del mese di Junius. Il periodo di questa festività si apriva però due giorni prima. Cominciava così una serie di dies religiosi [Fest. 250] in cui la flaminica dialis doveva assumere tutti i segni del lutto ed in cui era di cattivo auspicio sposarsi [Ov. Fast. VI, 219 – 34], che si concludeva con la solenne purificazione del tempio di Vesta (Q.St.D.F.), il quindicesimo giorno del mese. In questo periodo il penus vestae, o più probabilmente la sua parte esterna (il penus era la dispensa della casa, ma anche il penitus, la sua parte più interna e nascosta, nel tempio corrispondeva al penetral [Serv. Aen. III, 12], la zona riservata ai soli sacerdoti dove erano custoditi gli oggetti sacri), era aperto e le matrone (rimaneva interdetto agli uomini eccetto il pontifex maximus) potevano recarvisi in preghiera [Fest. 250], probabilmente per invocare la prosperità della propria casa, a piedi scalzi.

Dalle poche fonti che abbiamo a disposizione, possiamo ipotizzare che esistesse un penus interno, in cui erano conservati i sacra del tempio [Liv. V, 40, 7; Ov. Fast. VI, 450; Plin. XXVIII, 7; Dion. H. II, 66, 4; Plut. Cam. XX, 4; XX, 5] ed uno esterno in cui erano invece tenuti gli strumenti usati nei riti e nelle purificazioni, come il muries [Fest. 158 – 61], probabilmente il farro e la mola salsa preparata con essi, i purgamenta. Gli scavi archeologici compiuti tra gli anni ’90 del 900 e il primo decennio degli anni 2000, hanno permesso di portare alla luce i resti del più antico santuario dedicato alla Dea, al di sotto del quale è stata trovata una fossa di forma trapezoidale (2,30 m x 2,50 m), profonda 2,25 – 2, 94 m che doveva essere il penus interno. Esso era probabilmente coperto da un tavolato e si trovava nella zona del santuario definibile penus esterno, retrostante il focolare e la statua della Dea (presente almeno dal I sec. aev. [Cic. Orat. III, 3, 10], nascosto alla vista da una recinzione di stuoie (almeno nel santuario di età repubblicana) [Fest. 250].

La natura dei sacra non è nota con precisione: la tradizione vuole che nel penus vestae fossero conservati i Penates della città che Enea avrebbe portato da Troia a Lanuvium e che da lì sarebbero arrivati a Roma, forse rappresentati da due orci [Plut. Cam. XX, 8] ed il Palladium [Plut. Cam. XX, 6; Dion. H. II, 66, 4; Ov. Fast. VI, 419 – 436], il simulacro di Atena che sempre Enea portò da Troia. Altri oggetti, definiti pignora fatalia, cioè i pegni con cui gli Dei avrebbero garantito il destino di dominio di Roma, erano: l’ago della Magna Mater, la quadriga di terracotta dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, gli ancilia [Serv. Dan. Aen. II, 188]. Vi era anche un’immagine fallica, un fascinum [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 7, 39] che aveva la funzione di proteggere la città.

Dalle informazioni che abbiamo i Vestalia erano una festa che si connetteva agli aspetti “alimentari” di Vesta [Ov. Fast. VI, 309 – 18]: alla Dea si offrivano i frutti della terra ed era anche la festa dei panettieri, che in questo giorno non lavoravano e portavano il loro pane come offerta alla Dea, conducendo in processione asini ornati con pani e ghirlande (essendo questi animali a far muovere le macine dei mulini) [Lyd. Mens. IV, 94; Ov. Fast. VI, 347 segg.].

 

VII EID. JUN. (7) N – KAL XVI. QUINCT. (15) F

Vestalia

The feast of Vestalia fell on the fifth day before Eidus (V EID. JUN. (9) N), which is the ninth day of the month Junius. The period of this festival, however, opened two days earlier. Thus began a series of religiosi dies [Fest. 250] in which the flaminica dialis had to take on all the signs of mourning and that was a bad omen to get married [Ov. Fast. VI, 219-34], ending with the solemn purification of the temple of Vesta (Q.St.D.F.), on the fifteenth day of the month. In this period the penus Vestae, or more probably his outside (the penus was the pantry of the house, but also the penitus, its inner part and hidden in the temple corresponded to PENETRAL [Serv. Aen. III, 12] the area reserved only for priests where they had kept the sacred objects), was open and the matrons (remained interdicted to men except the pontifex maximus) could go there in prayer [Fest. 250], probably to invoke prosperity of your own home, barefoot.

From the few sources we have available, we can assume that there was an internal penus, in which were kept the sacred temple [Liv. V, 40, 7; Ov. Fast. VI, 450; Plin. XXVIII, 7; Dion. H. II, 66, 4; Plut. Cam. XX, 4; XX, 5] and one outside where the tools used in the rites and purifications were instead obliged, as the muries [Fest. 158-61], probably spelled and the sauce wheel with them, the purgamenta. Archaeological excavations carried out between the 90 and 900 of the first decade of the 2000s, were allowed to bring to light the remains of the oldest shrine dedicated to the Goddess, below which a trapezoid-shaped pit was found (2 , 30 mx 2.50 m), deep 2.25 to 2, 94 m was to be the penus inside. It was probably covered by a plank and was in the area of ​​the sanctuary definable external penus, behind the stove and the statue of the Goddess (at least since the first century. BCE. [Cic. Orat. III, 3, 10], hidden from view by a fence of mats (at least in the sanctuary of the Republican era) [Fest. 250].

The sacred nature is not precisely known: tradition has it that in penus Vestae the Penates of the city were preserved that Aeneas would bring from Troy to Lanuvium and from there would come to Rome, perhaps represented by two pitchers [Plut. Cam. XX, 8] and the Palladium [Plut. Cam. XX, 6; Dion. H. II, 66, 4; Ov. Fast. VI, 419-436], the statue of Athena that more and Aeneas brought from Troy. Other objects, defined pignora fatalia, that the tokens with which the gods would grant the domain fate of Rome, were: the needle of the Magna Mater, the chariot of the Veii terracotta, the ashes of Orestes, the scepter of Priam, the veil of Iliona, the ancilia [Serv. Dan. Aen. II, 188]. There was also a picture phallic, a fascinum [Plin. Nat. Hist. XXVIII, 7, 39] that had the function to protect the city.

From the information that we have Vestalia were a party that was connected to the “food” aspects of Vesta [Ov. Fast. VI, 309-18]: the Goddess were offered the fruits of the earth and was also the feast of the bakers, who were not working on this day and brought their bread as an offering to the Goddess, leading a procession donkeys adorned with wreaths and breads (being these animals, to move the millstones) [Lyd. Mens. IV, 94; Ov. Fast. VI, 347 et seq.].

VI EID.  JUN. (8) N

Menti in Capitolio

Il tempio fu votato dal pretore T. Otacillius nel 217 aev. dopo la battaglia del lago Trasimeno “propter negligentiam cerimoniarum auspiciorumque” in seguito alla consultazione dei Libri Sibillini [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10; Ov. Fast. VI, 241] e dedicato nel 215 aev. [Liv. XXIII, 31, 9; XXIII, 32, 20], nello stesso luogo e tempo in cui fu dedicato il tempio di Venus Erycina. I due templi erano separati da un canale aperto. Per questi motivi, Preller ha ipotizzato che non si trattasse solo della personificazione del pensiero e del ricordo, ma di una Dea straniera che egli identificò con un aspetto di Venus, Venus Mimnermia [Serv. Aen. I, 720]. Fu probabilmente restaurato da M. Aemilius Scaurus, console nel 115 aev, forse durante il consolato, o dopo la campagna contro i Cimbri del 107 aev. [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plut. De Fort. Rom. V]

 

VI EID.  JUN.  (8) N

Menti in Capitolio

The temple was voted by the magistrate T. Otacillius in 217 BCE. after the battle of Lake Trasimeno “propter negligentiam cerimoniarum auspiciorumque” following the consultation of the Sibylline Books [Liv. XXII, 9, 10; XXII, 10, 10; Ov. Fast. VI, 241] and dedicated in 215 BCE. [Liv. XXIII, 31, 9; XXIII, 32, 20], in the same place and time when the temple was dedicated to Venus Erycina. The two temples were separated by an open channel. For these reasons, Preller suggested that it was not just the personification of thinking and memory, but a foreign Goddess that he identified with an aspect of Venus, Venus Mimnermia [Serv. Aen. I, 720]. The temple of Mens seems to have been restored by M. Aemilius Scaurus, consul in 115 B.C., either at that time (WR 313; RE I.587) or after his campaign against the Cimbri in 107 B. C. [Cic. Nat. Deor. II, 61; Plut. De Fort. Rom. V].

Picture

PERTINAX (193)

Denarius, Rome, Jan.-Mar 193. IMP CAES P HELV Pertin AVG. Portrait head with laurel wreath to the right. Rs: MENTI LAVDANDAE. Female figure (Bona Mens) standing left, wreath in his right hand raising, in his left hand a scepter. RIC 7; BMCRE 4