XV KAL. MAR. (15) NP

LUPERCALIA

Si tratta di una festività estremamente antica, secondo la tradizione fu istituita ancor prima della fondazione di Roma [Plut. Rom. XXI, 4 e segg.; Cic. Cael. 26] da Evandro [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] oppure da Romolo e Remo [Ov. Fast. II, 360 segg; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 e segg; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], ma proprio la sua estrema antichità, rende difficile comprenderne a pieno il significato.

La festa. Una descrizione succinta della festività dei Lupercalia ci è stata trasmessa da diverse fonti. In questo giorno avvenivano delle cerimonie che coinvolgevano il flamen dialis [Ov. Fast. II, 282] e la confraternita dei Luperci: il nome collega questi sacerdoti ai lupi, ma la sua costruzione non è chiara: secondo Varrone [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] lupercus deriverebbe da lupus e parcere, in ricordo della lupa che allattò i gemelli Romolo e Remo; secondo Servius [Serv. Aen. VIII, 343] da lupum arcere e sarebbe legato a Faunus Lupercus, divinità protettrice delle greggi e che difendeva dai lupi. Secondo la moderna etimologia deriverebbe da lupus, lup-ercus secondo la schema di quella di noverca (nova-erca) da novus. Molte altre etimologie sono state proposte.

I Luperci si radunavano sotto il Palatino, nel luogo chiamato Lupercal: lì vi era una grotta, circondata da un bosco sacro, in cui era venerato, fin da tempi molto antichi, il Dio Faunus [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII,1; Dion. H. I, 32,3]; si tramanda infatti che il suo culto sarebbe stato portato dall’Arcadia da Evandro [Ov. Fast. II, 279 – 81] ed istituito sul modello di quello di Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. Questo, secondo la tradizione, era anche il punto dove la corrente del Tevere lasciò i gemelli Romolo e Remo sotto il ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] e dove furono allattati da una lupa [Serv. Aen. VIII, 343].

Il rituale che qui avveniva è descritto brevemente da Plutarco [Rom. XXI, 6 e segg.; Q. R. 68]: si compiva il sacrificio di alcune capre a Faunus e con le loro pelli i Luperci si coprivano succintamente e ricavavano delle fruste. Durante questo rituale due giovani venivano toccati sulla fronte con una spada insanguinata e poi erano detersi con un panno di lana imbevuto di latte; a questo punto dovevano ridere. Sembra anche che venisse sacrificato un cane [Plut. Q. R. 68].

Dopo i sacrifici, la confraternita si divideva in due gruppi [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: i Luperci Fabiani e i Luperci Quinctiliani (o Quinctiles) [Ov. Fast. 375 – 78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles in CIL 1933, VI] che correvano, attorno alle pendici del monte Palatino, seminudi [Ov. Fast. II, 267] (coperti solo dalle pelli di capra come Faunus rappresentato in una statua nel Lupercal [Just. XLIII, 1]), unti di olio, portando delle corone di fiori e indossando maschere, o con la faccia coperta di fango [Lact. Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicerone descrivendo Antonio che partecipava alla corsa, lo definisce anche ‘ebro’ [Cic. Phil. III, 12]. Non è chiaro quale fosse il loro percorso preciso, da un accenno di Agostino [August. C. D. XVIII, 12] si può ipotizzare che dal Foro corressero fino alla parte alta della Sacra Via e che da qui poi tornassero indietro. Alcuni autori moderni hanno anche ipotizzato che i due gruppi in cui erano divisi (vedi oltre) corressero in direzioni opposte. Varrone [Var. L. L. VI, 34] invece, a proposito dei Lupercalia, usa il termine lustratio, il che farebbe pensare che i sacerdoti percorressero in senso antiorario il perimetro del nucleo antico del Palatino, forse seguendo il percorso delle sue mura [Calendario di Polem. Sil. CIL I, 269]. Anche Censorino parla di una lustratio ed aggiunge che in questo rituale veniva portato del sale caldo che era chiamato februm [Cens. D. N. XXII, 15]. È possibile che le due versioni non si escludano a vicenda, infatti, benché non abbiamo informazioni sull’ordinamento della confraternita, è possibile che i Luperci fossero suddivisi in giovani e anziani (juniores e seniores): mentre i primi compivano la corsa rituale [Prud. Contra Sym. II, 862 – 863; Suet. Aug. XXXI], i secondi, nello stesso momento, o in una fase differente della cerimonia, potevano compire la lustratio del Palatino

Durante la corsa i Luperci colpivano con le fruste di pelle di capra, chiamate ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], tutti coloro che incontravano [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII] o forse solo le giovani donne [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. Peri. X, 161 – 165], o in particolare le donne; questo gesto propiziava la fertilità [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

Durante questa festività, è possibile che avvenissero anche rituali legati alla funzione regale (al rinnovamento del potere del rex?) come farebbe intuire l’episodio, narrato da Plutarco e Cicerone [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33 – 34], in cui Antonio, allora console e luperco, si staccò dal gruppo dei corridori per consegnare una corona a Cesare che assisteva dai rostri vestito di porpora. Questo atto fu chiaramente interpretato da tutto il popolo come un’investitura regale, che Cesare però rifiutò; la scelta del giorno dei Lupercalia per questa prova non doveva essere stata casuale.

Gli aitia: le fonti riportano diversi episodi legati alla vicenda di Romolo e Remo, che potrebbero essere all’origine della festa. Secondo Dionigi di Alicarnasso, che cita lo storico Elio Tuberone [Dion. H. I, 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romolo e Remo, con i loro uomini, mentre già celebravano i Lupercalia, corsero assieme, ma Remo e i suoi sopravanzarono Romolo e giunsero per primi; tuttavia al loro arrivo, questi furono attaccati da briganti che catturarono Remo, che fu poi liberato da Romolo. Poiché i briganti portarono remo da Numitore, quando Romolo vi si recò per riavere il fratello, i due gemelli furono riconosciuti dal re di Alba. Valerio Massimo riporta una variante di questo episodio [Val. Max. II, 2, 9] in cui, invece della corsa, avviene un combattimento ritualizzato.

Ovidio riporta altre due versioni. Nella prima [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romolo e Remo, assieme ai loro uomini fecero un sacrificio a Faunus, ma, prima che fossero consumati gli exta, fu annunciato che dei briganti avevano rubato le loro greggi. Romolo coi suoi e Remo coi Fabii, deposte le toghe, corsero in direzioni opposte, all’inseguimento. Remo recuperò la preda e tornò per primo al banchetto sacrificale, così consumò tutti gli exta. Romolo, che arrivò per secondo, fu così escluso dal banchetto sacrificale. Questa vicenda ricorda l’aition della Lex Sacra dell’Ara Maxima che prevedeva che, al banchetto sacrificale che vi si svolgeva in onore di Ercole, potesse partecipare solo la gens dei Potitii, mentre quella dei Pinarii ne era esclusa, benché entrambe le famiglie fossero incaricate dei sacra. L’esclusione sarebbe derivata dal fatto che i Pinarii arrivarono in ritardo alla fondazione del rito, quando già gli exta erano già stati consumati [Dion. H. I, 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269 – 71].

Tale episodio ha un parallelo nel mito descritto da Servius [Serv. Aen. XI, 785], relativamente alla nascita della confraternita degli hirpi sorani. Anche in questo caso, durante un sacrificio (a Dite, anziché Faunus), gli exta vennero rubati, non però da briganti, ma da lupi, animali comunque considerati predoni e immagine dei briganti che vivevano nelle zone selvagge fuori delle città (il parallelo tra lupo e brigante era ben noto nell’antichità e ricordato anche alla fine dell’episodio). Alla fine, per scongiurare un’epidemia scoppiata in seguito all’avvenimento, un gruppo di pastori deve divenire “simile a lupi”, vivendo di rapine, nelle foreste del monte Soratte. È significativo ricordare che la divinità etrusca identificata con Dispater, che probabilmente era venerata sul monte Soratte, era Aita, Dio Infero, che vestiva una pelle di lupo e quindi aveva un’iconografia simile a quella più arcaica di Faunus.

Nella seconda versione [Ov. Fast. II, 425 – 50] si racconta che le sabine rapite dai Romani (ai Consualia) erano diventate sterili, allora il popolo si recò a pregare Giunone in un bosco sacro sull’Esquilino. La Dea annunciò che, per metter fine alla sterilità, le donne avrebbero dovuto essere penetrate da un sacro caprone. Un aruspice interpretò questo segno ed ordinò che si sacrificassero dei capri e che le donne fossero percosse con le loro pelli.

lastra marmorea dal Palatino Casa di Livia - Luperci collezione Jandolo

 

XV KAL. Mar. (15) NP

Lupercalia

It is an extremely ancient feast: according to traditions it was established even before the foundation of Rome [Plut. Rom. XXI, 4 et seq .; Cic. Cael. 26] by Evander [Liv. I, 5; Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32, 3] or by Romulus and Remus [Ov. Fast. II, 360 ff; Val. Max. II, 2, 9; Plut. Rom. XXI, 4 et seq; Q. R. 68; Orig. Gens. Rom. XXII], but its extreme antiquity, makes it difficult to fully understand the meaning.

A succinct description of the Lupercalia festival has been transmitted from different sources. On this day ceremonies involving the flamen Dialis [Ov. Fast. II, 282] and the Luperci brotherhood took place: their name connects these priests to the wolves, but its construction is not clear: according to Varro [Var. apud Arnob. Adv. Nat. IV, 3] Lupercus would result from lupus and parcere, in memory of the she-wolf suckled the twins Romulus and Remus; according Servius [Serv. Aen. VIII, 343] from lupum arcere and would be linked to Faunus Lupercus, patron deity of flocks and defending from wolves. According to modern etymology it derives from lupus: lup-ercus according to the pattern of that of stepmother, nova-erca, from novus. Many other etymologies have been proposed.

The Luperci gathered under the Palatine Hill, the place called Lupercal where there was a cave, surrounded by a sacred wood, in which the God Faunus was revered since very ancient times [Serv. Aen. VIII, 343; Just. XLIII, 1; Dion. H. I, 32.3]; it is said that His cult was brought from Arcadia by Evander [Ov. Fast. II, 279 – 81] following that of Pan Lykeios [Serv. Aen. VIII, 343]. According to tradition, it was also the point where the Tiber current left the twins Romulus and Remus under the ficus ruminalis [Serv. Aen. VIII, 98; Ov. Fast. II, 411 – 22; Fest. 270; Plin. Nat. Hist. XV, 20, 77] and where they were suckled by a she-wolf [Serv. Aen. VIII, 343].

The ritual that occurred here is briefly described by Plutarch [Rom. XXI, 6 et seq ; Q. R. 68]: the Luperci scarified few goats to Faunus and they covered succinctly and derived whips with their skins. During this ritual two young men were been touched on the forehead with a bloody sword and then were cleaned with a woolen cloth soaked in milk; at this point they had to laugh. It seems to have been sacrificed a dog [Plut. Q. R. 68].

After the sacrifices, the brotherhood was divided into two groups [PS-Aurel. Vict. OGR. XXII]: the Luperci Fabiani and the Luperci Quinctiliani (or Quinctiles) [Ov. Fast. 375-78; Fest. 257; Prop. IV, 1, 26; Quinctiles CIL in 1933, VI] running around the slopes of Mount Palatine, half-naked [Ov. Fast. II, 267] (covered only by goatskins as Faunus represented in a statue in Lupercal [Just. XLIII, 1]), anointed with oil, bringing the wreaths and wearing masks, or with the face covered in mud [Lact . Inst. I, 21; Plut. Ant. 12]; Cicero describing Antonio who participated in the race, defines him ‘intoxicated’ [Cic. Phil. III, 12]. It is not clear their precise route, by a hint of Augustine [August. C. D. XVIII, 12] it can be assumed that they ran until the top of the Sacred Way, and from here returned back. Some modern authors have also speculated that the two groups were running in opposite directions. Varro [Var. L. L. VI, 34] however uses, about the Lupercalia, the term lustratio, which suggests that the priests scour counterclockwise the perimeter of the ancient Palatine nucleus, perhaps following the path of its walls [of Polem Calendar. Sil. CIL I, 269]. Censorinus also speaks of a lustratio and adds that in this ritual was brought hot salt which was called februm [Cens. D. N. XXII, 15]. It is possible that the two versions are not mutually exclusive, in fact, although we have no information on the organization of the brotherhood, it is possible that the Luperci were divided into young and old (juniors and seniors): while the former were making the ritual race [Prud . Contra Sym. II, 862-863; Suet. Aug. XXXI], the latter, at the same time, or in a different phase of the ceremony, could accomplish the lustratio the Palatine

During the race the Luperci struck with goatskin whips, calls ‘amiculus Junonis’ [Fest. 85], all those who met [Val. Max. II, 2, 9; Fest. 57; Ov. Fast. V, 105; Plut. Ant. XII, 2; Q. R. 68; PsAurel. Vict. OGR. XXII], or maybe just young women [Fest. 85; Plut. Caes. LXI, 3; Prud. For the. X, 161-165]; this gesture propitiated fertility [Serv. Aen. VIII, 343; Plut. Rom. XXI, 6; Juv. II, 142].

During this festival, it is possible to come to pass even rituals related to the royal office (the renewal of power rex?) As you would guess the episode, narrated by Plutarch and Cicero [Plut. Caes. LXI; Cic. Phil. II, 33-34], in which Antonio then console and Lupercus, broke away from the group of runners to deliver a crown to Caesar who attended the rostrum dressed in purple. This act was clearly understood by all the people as a royal investiture, but Caesar refused, however; the choice of Lupercalia day for this test should not have been accidental.

The aitia: sources reported several incidents of the story of Romulus and Remus, which could be at the origin of the feast. According to Dionysius of Halicarnassus, who quotes the historian Elio Tubero [Dion. H., 80, 1 – 3; cfr. PS-Aurel. Vict. OGR. XXII] Romulus and Remus, with their men, and already celebrating the Lupercalia, ran together, Remus came first, but when he and his companions arrived, they were attacked by bandits who captured Remus. The robbers took him to Numitore, when Romulus went there to regain his brother, the twins were recognized by the King of Alba. Valerio Massimo shows a variant of this episode [Val. Max. II, 2, 9] in which, instead of the race, a ritualized combat took place.

Ovid shows two other versions. In the first [Ov. Fast. II, 361 – 80] Romulus, Remus and their men made a sacrifice to Faunus, but before they completed it, it was announced that the robbers had stolen their flocks. Romulus and Remus each of them with his men, laid the robes, they ran in opposite directions, in pursuit. Remus recovered his prey and went first to the sacrificial banquet, so consumed the exta. Romulus, who came second, was excluded from the sacrificial banquet. This story reminds of the Ara Maxima Lex Sacra, which provided that, at the sacrificial feast that took place there in honor of Hercules, could only participate in the gens of Potitii, while that of Pinarii was excluded, although both families were entrusted with the sacred. The exclusion would be derived from the fact that the Pinarii arrived late to the foundation of the rite, when already the exta had already been consumed [Dion. H., 40, 6; Serv. Aen. VIII, 269-71].

This episode has a parallel in the myth described by Servius [Serv. Aen. XI, 785] in relation to the birth of the brotherhood of Hirpi Sorani. Again, during a sacrifice (to say, instead of Faunus), the exta were stolen, but not from robbers, but from wolves, animals considered still image marauders and robbers who lived in the wild outside of the cities (the parallel between wolf and robber was well known in antiquity and also recalled the end of the episode). In the end, to avert an epidemic struck following the event, a group of pastors must become “like wolves”, living from robbery, in the forests of Mount Soratte. It is significant to remember that the Etruscan deity identified with Dispater, which probably was worshiped on Mount Soratte, was Aita, God of the Underworld, Who wore a wolf’s skin and therefore had an iconography similar to that of most archaic Faunus.

In the second version [Ov. Fast. II, 425 – 50] it is said that the Sabine abducted by the Romans (to Consualia) had become sterile, then the people went to pray Juno in a sacred grove on the Esquiline. The Goddess announced that, to put an end to infertility, women would have to be penetrated by a sacred goat. A soothsayer interpreted this sign and ordered that he sacrificed goats and that women were beaten with their skins.

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